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20 febbraio 2008

Disordine internazionale

Il riconoscimento da parte dell'Italia dell'autoproclamatasi Repubblica del Kosovo sarà un evento grave e triste al contempo. Questo perchè ratificherà ancora una volta il doppio criterio esistente nell'attuale disordine internazionale, per cui alcuni popoli hanno speranza di vedere realizzate le loro legittime aspirazioni ed alcuni popoli no. In questo modo aumenta il discredito in cui si trovano sia le istituzioni sovranazionali tipo le Nazioni Unite sia la stessa Unione Europea divisa ma ancor più subalterna ai disegni degli Usa che attraverso la Nato tendono sempre a forzare la politica europea. Forse si vuole evitare di farsi scavalcare, si vuole al tempo stesso esercitare una pressione sulla Russia (ma conviene ?), ma il rischio è che la rendita fintopacifista dell'Europa venga progressivamente meno. Probabilmente la cosa si risolverà se entrambi gli Stati confluiranno nell'Unione europea. Ma non è escluso che sarà l'Unione Europea a dover digerire un brutto rospo. Forse si voleva esorcizzare la presenza di un'appendice fondamentalista islamica nel nostro continente, ma il traffico di armi e di droga, oltre le basi militari Usa, ci rassicurano di più ?
A me pare che si stia giocando comunque con il fuoco. Ma soprattutto si sta rendendo ancora più caotica la gestione delle tensioni nazionalistiche in Europa e nel mondo. Nel frattempo Curdi della Turchia e Palestinesi stanno a guardare. E la rabbia non si dimentica.


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2 luglio 2007

Il rischio dell'antimperialismo di destra

 

Ho cercato di seguire il dibattito in cui si sono impegnate Cloro e Dacia Valent.
Comincia Dacia domandandosi perchè chi equipara la resistenza alle foibe poi si scandalizza della "liberazione" di Priebke. La domanda è azzeccata, ma Cloro prende la palla al balzo per dire che gli attentatori di Via Rasella sapevano le conseguenze del loro gesto e dunque erano corresponsabili della rappresaglia. Uriel ribatte che non c’erano leggi che regolassero il diritto di rappresaglia sui civili, mentre Cloro assicura che il rapporto in caso di rappresaglia secondo le leggi di guerra era 1:10 e invoca a suo appoggio il fatto che un certo sito non contesta tale proporzione (argomento un po’ debole) e cita il provvedimento del Gip che esclude la non punibilità dell’attentato di Via Rasella in quanto legittimo atto di guerra. (ma questo non c’entra con la questione della rappresaglia).

Inoltre cita un’intervista a Bentivegna che parlerebbe di un presunto art. 29 della Convenzione dell’Aja del 1907 che parlerebbe di rappresaglia, ma di tale articolo non si trova traccia., né si trova traccia di un presunto articolo 42 citato da questo sito.

Insomma grande è la confusione sotto il cielo. Comunque niente c’entra con Priebke il fatto se gli attentatori di Via Rasella prevedessero una rappresaglia : la sua responsabilità rimane tale.

Cloro poi in questo post, critica la storia monumentale, ma nel fare questo dice che nessuno è buono in una guerra e che nella guerra le categorie di “bene” e “male” non sono applicabili. Questo varrebbe anche per la Seconda Guerra Mondiale.

Dacia Valent poi cita un post di Kelebek, il quale criticando la vulgata storiografica che analizza nel periodo delle due guerre mondiali i cattivi fascisti e comunisti, si dimentica di analizzare i cattivi liberisti (americani e inglesi in particolare). Inoltre vede la radice del male perpetrato nella seconda guerra mondiale nella competizione imperialistica che ha dato origine alla prima guerra mondiale

Cloro riprende il bandolo e dice che per lei la resistenza è stata una guerra civile in cui i partigiani stavano dalla parte giusta (la ribellione alla dittatura) ma dove hanno fatto anche azioni che possono essere criticate. Tuttavia bisogna liberarsi anche del mito fondativo della Resistenza e superare la necessità dell’antifascismo (traducibile più genericamente in antiautoritarismo).

Dacia poi torna alla carica con un’altra domanda azzeccata : se legittimiamo l’attentato di Via Rasella come dobbiamo considerare la resistenza palestinese all’occupazione israeliana ? E in un post successivo conclude che non bisogna dimenticare la natura fortemente conflittuale ed anche violenta di tutte le lotte di liberazione. Ma il suo scopo è tutto politico : viva la Resistenza italiana, viva la Resistenza palestinese !

L’ultimo atto di questo dibattito è di Cloro che presenta una serie di passi di Gandhi come antisemiti, quando in realtà non lo sono. E qui l’operazione diventa un po’ ambigua. Cloro, come molti anarchici, non vuole ragionare per partito preso. Tuttavia a volte sembra ammiccare (ad es. quando rivendica le riforme sociali fatte da Mussolini e nel caso stesso di Gandhi), altre sembra vedere nello Stato di Israele il male assoluto (quando è in ottima compagnia con altri Stati in primis quelli islamici) e qui in questi casi io la seguo a fatica.

Dacia centra più il problema politico che sta a cuore a tutti e tuttavia l’ambiguità permane sia pure meno eclatante.

Andiamo per ordine:

1)      Non bisogna avere miti : giusto. Ma bisogna fare il punto ed avere dei principi e delle situazioni storiche di riferimento di cui si può discutere, ma senza generare alcun effetto azzerante del tipo “in guerra sono tutti colpevoli”. La nonviolenza può essere un ideale regolativo, ma in ogni situazione storica concreta bisogna valutare e spesso scegliere chi secondo noi ha ragione e chi torto, non tanto nei metodi seguiti durante il conflitto (che pure non sono indifferenti), ma nelle ragioni che li hanno portati al conflitto. Cloro qui asseconda un metodo che somiglia alla “critica critica” di Bruno Bauer (portata sino a metafore metafisiche da Frederick Nietzche) giustamente sbeffeggiata da Marx nella “Sacra Famiglia” e nell’”Ideologia tedesca” e che è propria della tradizione anarchica.  Tale “critica critica” rischia di portare alla confusione più completa, dal momento che trascura l'esigenza di dare una risposta storicamente consapevole ai problemi che storicamente si stagliano dinanzi a noi.

2)      Sull’attentato di Via Rasella qui ci sono trattazioni più dettagliate : i riferimenti a norme sulla rappresaglia sinora non ha avuto riscontro, né i siti che trattano quest’argomento citano le proprie fonti. A mio parere i partigiani erano nel giusto ( e Cloro questo non lo nega) e Priebke può finire i suoi giorni agli arresti domiciliari.  Non c’è niente di scandaloso, né di inumano. Il problema è nel fatto che non si puniscano tutti. Ma non si risolve la questione non punendo nessuno.

3)      Kelebek ha certo ragione nel dire che l’origine della seconda guerra mondiale sta nella prima e nei conflitti interimperialistici che l’hanno preceduta. Tuttavia nella seconda c’è stato un salto di qualità : la nascita del nazismo e uno Stato proveniente dalla Rivoluzione d’Ottobre. Rimuovere questo rende l’analisi più semplicistica ma non meno cieca. Certo, i vincitori non sono stati sottoposti a critica (o meglio sono stati criticati da una minoranza) e tuttavia ciò non implica che bisogna trascurare quello che hanno fatto gli altri. Il nazifascismo soprattutto va studiato e la sua esistenza ha messo e mette in questione i metodi di analisi dell’imperialismo stesso. Ridurre il nazifascismo a variante mitizzata dell’imperialismo tout court non credo sia un’operazione utile: esso ha una sua specificità che non va trascurata ed ha una negatività che travalica qualsiasi forma di “liberismo” : dal momento che ha consapevolmente teorizzato, pianificato e portato a termine un piano di sterminio di esseri umani sulla base di teorie deliranti a cui ha subordinato un intero popolo, un’ industria di avanguardia ed una cultura che è stata per certi versi il lustro dell’Occidente. Ovviamente la causa del nazifascismo è stata comunque l’imperialismo. E tuttavia nella seconda guerra mondiale si è realizzata alla fine la migliore alleanza possibile, quella tra socialismo reale e regimi capitalistici contro la peggiore variante possibile e cioè il nazifascismo. E poiché anche il nazifascismo cianciava di criticare il capitalismo a suo modo, noi a sinistra dobbiamo riflettere sempre sul perché si critica il capitalismo e una critica dell’imperialismo che non tenga in dovuto conto la barbarie nazifascista rischia di essere un anticapitalismo di destra, reazionario. Ciò non implica che non si debba dare diritto di parola ai negazionisti come Irving (il reato di opinione in questo campo è una barbarie speculare), ma che l’analisi storiografica deve essere sempre seguita da una valutazione e da una scelta politica senza annacquare tutto nello scetticismo del “chi vuol esser fascio sia, nel passato non v’è certezza…”. Nè va superata la categoria di antifascismo che non è assimilabile al più generico antiautoritarismo in quanto assolve una funzione storicamente rilevante per il nostro paese e continua ad assolverla, dal momento che respinge le lusinghe di un'ideologia politica che ha dato risposte fortemente sbagliate alle istanze di partecipazione politica, di giustizia sociale, di coesistenza internazionale. Tale ideologia si nasconde ancora nell'alleanza tra imprese e strati operai in Padania, nel populismo mediatico di molti presunti leader, nel nostro rinnovato amore per la bandiera e per le imprese di interesse nazionale, negli europeismi geopolitici cari anche a parte della sinistra nostrana, nei multiculturalismi dell'ognuno a casuccia sua.

4)      Anche per la questione palestinese e mediorientale vale lo stesso : Gandhi aveva ragione allora a criticare il sionismo perché il sionismo non era divenuto realtà. Ma essere antisionisti oggi può essere al massimo un rammaricarsi, ma oggi la soluzione è quella di “due popoli, due stati” con la restituzione dei territori occupati nel 1967. Il diritto di Israele all’esistenza è dato dal fatto che Israele c’è, che ci sono bambini e giovani che non hanno le colpe dei padri. E la resistenza palestinese comprende l’Intifada, comprende anche il terrorismo dell’Olp, ma non il delirio di Hamas, né quello della Jihad o della galassia di Al Qaeda (qualsiasi cosa essa sia). E nel Medioriente noi siamo contro le guerre Usa, ma non siamo a favore della resistenza di al Qaeda o dei Talebani, perché le ragioni di costoro, il loro immaginario sociale è un’ aggravante e non un’ attenuante dei loro metodi di guerra. E tendere a dimenticare questo, ci fa correre il rischio dell’antimperialismo di destra, complice di soggetti che (forse necessitati, frustrati, privi di strumenti economici e culturali) non hanno però alcuna volontà di dialogo sincero. L’Islam, magari (e si spera) attraverso la tradizione socialista e comunista, deve incontrare la tradizione giuridica latina ed anglosassone e deve contaminarsi con essa. Perché è all’interno di questa tradizione che noi antimperialisti decliniamo le istanze di un giusto rapporto tra culture : come potremmo noi rispettare le altrui culture, se non fossimo abituati a rispettare le altre persone ? Se combattiamo le guerre Usa non è perché non vogliamo che i regimi oligarchici o monocratici del Medio Oriente cadano, non è perché consideriamo il fondamentalismo una legittima forma di organizzazione collettiva della società. E non saremo mai complici ambigui dei processi che possono rafforzare queste entità che hanno l’apparenza di soggetti, ma che risultano essere superfetazioni conseguenti per lo più al fallimento del socialismo arabo e non <saranno mai una risposta plausibile ai problemi di quella parte del mondo.

  

 

 

 

 


28 maggio 2005

Amnesty e gli Usa

Nell'era di Bush assalto globale ai diritti umani
Il Rapporto 2005 di Amnesty international: torture, detenzioni arbitrarie e uccisioni di civili da parte di eserciti regolari, da Baghdad a Kabul. Grazie alla cosiddetta «guerra al terrorismo» a quattro anni dall'11 settembre il mondo non è più sicuro
Chiamiamola tortura L'utilizzo di termini come «abusi», «posizioni stressanti» rappresenta un cinico tentativo di ridefinire e condonare una pratica illegale

MICHELANGELO COCCO
ROMA
Aquasi quattro anni di distanza dagli attentati dell'11 settembre 2001 e in piena «guerra al terrorismo» scatenata dall'amministrazione Bush, la salute dei diritti umani nel mondo è peggiorata e la responsabilità è da attribuire in parte proprio al governo statunitense. Il «Rapporto annuale 2005» di Amnesty international, presentato ieri nelle principali capitali del globo, fotografa la situazione dei diritti dell'uomo ai quattro angoli del pianeta - si va dalla crisi nel Darfur alla repressione dei gay in Giamaica, passando per la pena di morte in Cina - e lancia un duro atto d'accusa: in nome della lotta al terrore i governi stanno facendo giganteschi passi indietro nella difesa dei diritti fondamentali. Le torture di Abu Ghraib, quelle di Guantanamo o di Bagram ma anche, ricorda il presidente della sezione italiana di Amnesty, Paolo Pobbiati, «le 70mila persone arrestate, senza processo, dagli Usa nell'ambito della guerra al terrorismo» rappresentano i sintomi di un fallimento: la promessa di rendere il mondo un posto più sicuro è stata completamente disattesa. Presentando a Roma l'edizione italiana del rapporto, dedicato a Enzo Baldoni (pacifista e giornalista italiano ucciso in Iraq nell'agosto 2004), Pobbiati ha spiegato come le torture siano state ribattezzate «abusi», pratiche condannate dal diritto internazionale ma per le quali sono stati puniti solo i responsabili «inchiodati più dall'evidenza delle fotografie che non dalla volontà di fare giustizia».

Osservazioni sugli «abusi»

L'assalto ai diritti passa anche attraverso la creazione di un vocabolario più «sexy», che rende dicibile l'orrore. E la parola tortura sparisce. Secondo Amnesty «il tentativo dell'amministrazione Usa di annacquare il divieto assoluto di tortura attraverso nuove politiche e il ricorso a un linguaggio quasi manageriale fatto di espressioni quali "manipolazione ambientale", "posizioni stressanti", "manipolazione sensoriale" ecc., è risultato uno dei più dannosi assalti ai valori globali».

Esponente di spicco della cultura illuminista lombarda, Pietro Verri (1728-1797) concludeva così il suo «Osservazioni sulla tortura», scrivendo che quest'ultima «non è un mezzo per ottenere la verità, né per tale lo considerano le leggi, né i dottori medesimi; è intrinsecamente ingiusta; le nazioni conosciute dell'antichità non la praticarono; i più venerabili scrittori sempre la detestarono; si è introdotta nei secoli della passata barbarie e finalmente oggigiorno varie nazioni l'hanno abolita e la vanno abolendo senza inconveniente alcuno». Verri era stato decisamente ottimista.

Desaparecidos in Mesopotamia

L'Iraq descritto nel rapporto di Amnesty ha la faccia di Mohammad Jassem Abdal Issawi, arrestato il 17 dicembre 2003 e trattenuto senza processo prima ad Abu Ghraib e poi a Camp Bucca e Um Qasr. La sua famiglia aveva assistito all'arresto, con i marines che lo prendevano a calci e pugni mentre lo portavano via. Soltanto sei mesi dopo la cattura i suoi cari hanno appreso dove era tenuto prigioniero. Meno bene è andata a Shaikh Adnan al Unaibi, arrestato ad Hilla nel maggio 2004 nel corso di una riunione organizzata dai fedeli di Muqtada al Sadr. «A fine anno - rivela Amnesty - nonostante gli sforzi da parte dell'Associazione babilonese per i diritti umani per localizzarlo, non era noto dove si trovasse». Tra le 670 pagine del documento c'è anche spazio per la guerra più nascosta dai media, il conflitto che ammazza migliaia di civili ma di cui non si parla pochissimo. A centinaia «sono stati uccisi durante attacchi sferrati dalle forze guidate dagli Stati uniti contro gli insorti di Falluja, Baghdad, Mosul, Samarra e altre città e villaggi».

L'Afghanistan senza burqa

La cacciata dei taleban, quelli che secondo la propaganda statunitense avevano imposto il burqa alle donne e fatto precipitare un intero paese nel medioevo, avrebbe portato la democrazia in Afghanistan. E invece, nel corso del 2004, «donne e ragazze hanno continuato a subire livelli di violenza sistematica e diffusa e discriminazioni sia in ambito pubblico sia privato. Un gruppo di soldati Usa è stato recentemente incriminato per il pestaggio a morte di due prigionieri nella Base di Bagram: sui corpi di Mullah Habibullah e Dilawarle le autopsie avevano riscontrato «ferite da forza bruta». Il paese, dopo l'invasione delle truppe Usa nel novembre 2001, più che rinato sembra sprofondato in un abisso di violazioni dei diritti umani, nel quale a quelle dei gruppi integralisti si sommano quelle dei militari nordamericani, con la popolazione stretta nel mezzo.

«Subito un dibattito alla Knesset»

Il «Rapporto 2005» ha spinto un deputato israeliano a invocare un dibattito urgente alla Knesset. Zahava Gal-On, del partito di sinistra Yahad, ha chiesto che il parlamento dello Stato ebraico discuta delle sconvolgenti cifre fornite da Amnesty: 700 palestinesi - tra cui 150 bambini - uccisi dall'esercito occupante con colpi di fucile, bombe e attacchi aerei sulle aree residenziali, nello stesso anno in cui «le organizzazioni terroristiche palestinesi hanno ucciso 109 israeliani». Il ministero degli esteri di Tel Aviv ha fatto sapere di non aver ancora ricevuto il rapporto, che tuttavia gli «sembra parziale».



L'esempio dilaga

Lo scenario è simile in Asia centrale. In Uzbekistan il governo del presidente Karimov ha incarcerato centinaia di individui ritenuti musulmani e accusati di essere collegati al terrorismo mentre «le forze di sicurezza federali russe hanno continuato a godere a tutti gli effetti dell'impunità per le violazioni commesse in Cecenia». Amnesty non risparmia accuse al governo britannico di Tony Blair per avere, quest'ultimo, cercato di eludere le norme sui diritti umani con il pretesto che «non vincolavano le forze armate in Afghanistan e in Iraq».




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