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31 marzo 2009

Bruno Bosco : un’ Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie

 L’analisi della crisi finanziaria in atto, ultima di una lunga serie prodottasi a partire dall’inizio degli anni Novanta, rafforza la necessità, che molti economisti non aderenti al mainstream avevano per la verità già delineato da tempo, di rispondere al mutato ruolo della finanza interna ed internazionale.
Questa, da ancella dell’economia reale si è progressivamente trasformata in un autonomo strumento di rischiosa valorizzazione del capitale, con disseminazione sociale del rischio connesso a tale valorizzazione. L’attuale crisi rende evidente che la rischiosità, lungi dal rimanere confinata agli ambiti e ai soggetti consapevolmente partecipi dei mercati finanziari, viene facilmente traslata sulla collettività sia direttamente (si pensi ai pacchetti di prodotti finanziari venduti a ignari risparmiatori) sia indirettamente (attraverso i salvataggi che finiscono per gravare sui contribuenti e sugli utilizzatori dei servizi pubblici). Ciò è particolarmente pesante in relazione ai Fondi Pensione in tutti quei casi in cui le normative che ne regolano la gestione non prevedano idonee salvaguardie e garanzie di rendimento. La recente (ri)pubblicizzazione argentina rappresenta il degno epilogo delle politiche ispirate dal mantra liberista in questo campo. Lo strumento fiscale, all’interno di una più ampia azione di regolamentazione degli strumenti e dei soggetti finanziari, può contribuire a limitare le conseguenze avverse (sul piano della distribuzione e dell’efficienza sociale) della socializzazione del rischio che consegue alla crisi. A tale proposito due recenti proposte statunitensi possono rappresentare un utile punto di riferimento per politiche europee di tassazione delle attività finanziarie.

Due proposte dagli USA

Negli Usa, dove non esiste l’IVA ma viene applicata un’imposta sulle vendite (sales taxes and use taxes – che rappresentano le principali fonti di finanziamento dei governi statali e locali) si è da qualche tempo avviata una discussione sulla possibilità di introdurre un’imposta generalizzata e proporzionale sul valore delle transazioni, reali e finanziarie. Nel 2004 il Congressional Research Service (CRS[1]) la considerava una proposta atta a semplificare il sistema e a ridurre i costi di adempimento e di gestione. Con riferimento all’ambito specifico delle transazioni finanziarie, poi, il CRS riteneva che una simile imposta avrebbe potuto prevenire le transazioni speculative in strumenti finanziari e recuperare indirettamente gettito da attività esercitate in nero.
Più di recente, Jeffrey Frankel[2] ha proposto al Congresso USA di accompagnare l’acquisizione dei titoli tossici (il Trouble Asset Relief Program, TARP) con uno strumento definito “nuovo”: a small tax on securities market transactions; diciamo una versione speciale dell’imposta (generale) sulle transazioni discussa dal CRS. Secondo Frankel tale imposta era, tra le altre cose, fortemente motivata politicamente quale alternativa alle prebende settoriali e localistiche introdotte nella seconda versione, poi approvata, del TARP. In effetti, anche sulla base di esperienze precedenti, Frankel non sembra dare molto peso all’effetto (negativo o positivo) di una simile imposta sulla volatilità dei titoli, ma sottolinea invece il valore politico, e comunicativo, dell’imposta e del gettito che verrebbe ottenuto.

La rivincita della Tobin Tax

Tobin Tax è esplicitamente citata sia nello studio del CRS sia nell’articolo di Frankel.
Nelle intenzioni di James Tobin, premio Nobel per l’economia nel 1978, la Tobin tax avrebbe dovuto colpire un insieme di operazioni di acquisto di strumenti finanziari denominati in una moneta ed effettuate attraverso pagamenti in un’altra moneta mediante l’applicazione, ad ogni operazione, di un’aliquota fissa che poteva collocarsi tra lo 0,05% e lo 0,25% del valore dell’operazione. L’obiettivo fondamentale dell’imposta era quello di gettare dei “granellini di sabbia” negli ingranaggi della finanza internazionale, riducendo la volatilità dei cambi e quindi dando un po’ più di agio alle politiche di aggiustamento macroeconomico (nazionali ed internazionali). In estrema sintesi, l’idea di fondo è che le transazioni di natura non finanziaria si compiono generalmente attraverso un numero di operazioni nettamente inferiore rispetto a quelle di natura finanziaria – e queste ultime attraverso un numero di operazioni ancora minore di quelle poste in essere a fini esclusivamente speculativi – cosicché, solo le seconde verrebbero interessate dall’imposta in modo significativo, nonostante la “bassa” aliquota. Questa indiretta selettività dell’imposta ne è una caratteristica cruciale in quanto sono le transazioni di natura finanziaria (e in particolare quelle di natura speculativa) quelle che rendono volatili i tassi di cambio. Tuttavia, della Tobin Tax possiamo dare una più ampia interpretazione e collocarla all’interno del dibattito sugli strumenti di controllo dei flussi internazionali di capitale (depositi infruttiferi, contingentamento delle esportazioni di capitale, ecc.). In questa più ampia e interessante prospettiva[3], il peso dell’aliquota può certamente essere maggiore fermo restando che l’obiettivo prioritario della tassa non è il gettito ma il controllo sui movimenti di capitale e, per tale via, l’allentamento dei vincoli che le variazioni dei tassi di interesse internazionali pongono alle politiche macroeconomiche di sviluppo e di redistribuzione.
La discussione sulla Tobin tax, avviata negli anni immediatamente successivi alla fine di Bretton Woods, e riavviata dopo le crisi dello SME nel 1992-93 e del peso messicano nel 1994, si è bruscamente interrotta alla fine degli anni Novanta. Nel 1996, il Senatore Bob Dole insieme ad altri tre colleghi presentarono al Senato americano una proposta legislativa dal titolo (abbreviato) “Prohibition on United Nations Taxation Act 1996“. Con tale provvedimento si faceva divieto ai funzionari delle Nazioni Unite o di loro Agenzie di elaborare e promuovere schemi di tassazione internazionale basati sulla Tobin tax. Purtroppo questa proposta di legge conseguì il suo obiettivo e, dal 1996 in avanti, negli studi delle Nazioni Unite non si trova più traccia di proposte ispirate alla Tobin tax. Con il ritorno al governo dei repubblicani negli USA, e di fronte alla globalizzazione apparentemente trionfante e inarrestabile, fino a poco tempo fa la Tobin tax sembrava destinata a rimanere nel libro dei sogni di qualche associazione non governativa.
Tuttavia, la Tobin tax è chiaramente l’antenato nobile delle proposte del CRS e di Frankel da ultimo richiamate e la semplice discussione della loro possibile introduzione rappresenta la miglior risposta che i fatti potevano dare alla politica seguita nel 1996 dal Congresso USA.
Le due proposte brevemente esaminate in precedenza condividono molti degli elementi della Tobin tax, in particolare l’idea di tassare gli scambi, sebbene in modo proporzionale al valore degli stessi, oltre ai redditi che da essi conseguono. Ciò è giustificato dal fatto che la tassazione dei redditi segue degli schemi (ad esempio, la distinzione tra rendimenti fissi e contingenti) che si sono rivelati incapaci di evitare l’elusione fiscale attuabile attraverso i nuovi strumenti finanziari.



Una proposta per l’Europa

La differenza principale tra la Tobin tax e le imposte sulle transazioni finanziarie sta ovviamente nell’oggetto, che in un caso è limitato alle transazioni in valuta e nell’altro si estende a tutte le transazioni finanziarie, comprese quelle che avvengono senza cambio di valuta. Le ragioni addotte nello studio del CRS e nell’articolo di Frankel sembrano ugualmente valide anche per l’Europa, sebbene questa sia caratterizzata da un tasso di innovazione finanziaria, e da una deregulation del sistema bancario, meno marcati rispetto a quelli americani. Attraverso un accordo con la nuova amministrazione USA e con le maggiori piazze finanziarie mondiali si potrebbe pensare di arrivare ad un’Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie, realizzate all’interno dei singoli mercati nazionali indipendentemente dalla divisa in cui avvengono le transazioni. Questa riprenderebbe l’idea fondamentale di tassare, in misura da valutare con prudenza ma senza timori reverenziali, il controvalore degli scambi finanziari in modo da incidere prevalentemente sui contratti e sugli strumenti finanziari di più accentuato contenuto speculativo. Avrebbe, se accompagnata da altre misure (controllo delle cartolarizzazioni dei mutui, sorveglianza sulla gestione dei portafogli dei fondi pensione, ecc.) la finalità di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e di raccogliere sul territorio europeo un significativo gettito da finalizzare all’aumento del (magro) budget dell’Unione. Ma, avrebbe anche il vantaggio di correggere in senso equitativo l’attuale sbilanciamento della struttura della tassazione così come questa si caratterizza in quasi tutti i Paesi europei. In Europa, infatti, è alta la tassazione dei redditi, e in parte dei profitti, ma essa penalizza fortemente il lavoro e le imprese a vantaggio dei redditi di natura finanziaria. Se non si intendono trattare le rendite finanziarie in modo sostanzialmente analogo agli altri redditi, allora un riequilibrio (ed un gettito) lo si può ottenere tassando le transazioni che ne sono il presupposto. Infine un’imposta di questo tipo andrebbe nella direzione recentemente indicata da Stiglitz[4] nella sua discussione su crescita sostenibile e politiche di sinistra. La sostenibilità della crescita non riguarda solo l’ambiente naturale ma anche il finanziamento dei consumi (compresi quelli sociali) e della spesa sociale che non può essere perennemente affidato all’indebitamento o limitata da restrizioni di gettito. La spesa sociale ed infrastrutturale deve essere aumentata e per questo occorrono fonti di finanziamento nuove, ad ampia base e diverse da quelle tradizionalmente date da redditi e profitti.


27 marzo 2009

Mario Calderoni : benvenuti in Paradiso...fiscale

 

Addio belle signore, vi saluto e vado a Singapore. Così faceva una canzone di Roberto Vecchioni degli anni Sessanta o giù di lì e nessuno ha mai capito che ci volesse andare a fare, lui, a Singapore. E’ però certo, Singapore è una bella “piazza”, intesa come paradiso fiscale,
una piazza rinomata. Una vera tigre malese: questa piccola repubblica del Commonwealth situata tra la Malaysia e l’Indonesia - caldo umido, foresta tropicale, lingua tamil, 4 milioni circa di abitanti, primo porto commerciale del mondo e terza borsa asiatica - risulta dotata di formidabili forzieri off limits. Andate e portate tutti i soldi che volete, siete al sicuro. Singapore, che in sanscrito vuol dire “città del leone”, è lontana, ma soprattutto imprendibile; e in più ha il privilegio di non essere inclusa nella lista dei 40 Paesi-ladroni. Ed è ormai un hub finanziario di importanza mondiale, un’attrazione fatale specialmente per il denaro “europeo”. In sostanza, la metà degli investimenti che partono dal nostro continente in direzione Asia, approdano qui felicemente e qui felicemente “spariscono”, cioè diventano top secret, volatilizzati attraverso l’ingegnoso sistema bancario qui in atto, degno della migliore tradizione anglosassone (la City se ne intende). Paradisi fiscali. Loro se ne infischiano della crisi, e non gliene frega niente se l’Ocse agita l’inutile minaccia della “black list”, la lista nera degli Stati che inguattano miliardi di miliardi di denaro fatto riparare all’estero e reso inaccessibile a ogni occhio di fisco, pur globale che sia. Paradisi fiscali, prendi i soldi e scappa. Dicesi “paradiso fiscale”, infatti, un territorio fuori controllo, al riparo dalla regolamentazione internazionale, con imposizione fiscale molto ridotta o addirittura assente; e con norme particolarmente rigide sul segreto bancario che consentono di compiere transazioni “coperte”. Un territorio, si capisce bene, in grado di attrarre grandi masse di capitale, non importa di quale origine, natura e provenienza, criminale o meno. Visto da questo punto di vista, insomma, un Territorio Ideale, un Paradiso, appunto. Di tali “paradisi” se ne contano attualmente tra i  40 e gli 80, a seconda delle stime (l’Ocse ne denuncia appunto 40). L’elenco è suggestivo e planetario, va’ un po’ a vedere dove arriva il Grande Denaro.Tanto per citare (e in ordine alfabetico): Andorra, Antigua, Aruba, Bahamas, Barbados, Belize, Cayman, Costa Rica, Cipro, Hong Kong, Isole Cook, Liberia, Liechtenstein, Lussemburgo, Macao, Mauritius, Panama, Samoa, San Marino, Svizzera (e metteteci anche l’Isola di Man). Le Isole Cook, le Isole Marshall e Madeira e Malta, e pure la piccola Tonga sperduta nel Pacifico ma ben attrezzata, capace di risucchiare svariati bilioni di dollari (vi ricordo che un bilione è uguale a 1.000 miliardi). Paradisi, là dove si ragiona non in termini di milioni, ma di miliardi di dollari. Prendete le Cayman (30mila abitanti), là risultano imboscati 297.249 miliardi di dollari (di cui quasi 5mila provenienti dall’Italia, 50mila dalla Germania). Prendete la Liberia, africana e povera, là ne sono finiti 16.231. E la fantastica Isola di Man, «senza tempo, eterna e misteriosa», dove Hitchcock ha girato uno dei suoi film? In mezzo al Mar d’Irlanda, 76mila abitanti, dipendenza della Corona Britannica, lei vanta il Tynwald - il parlamento più antico del mondo (979 d.C.) - nonché la Grande Foresta e il Regno delle Fate; ma vanta anche la formidabile attrattiva di essere una specie di Isola del tesoro: 50 miliardi di euro, tesaurizzati e irreprensibilmente custoditi dentro i caveau delle molteplici banche autorizzate ad operare in questo magico rifugio degli “gnomi”. Ma non occorre andare tanto lontano. Più facile raggiungere l’ultimo granducato rimasto al mondo, quel Lussemburgo che è pure uno dei padri fondatori dell’Unione Europea e vanta uno dei redditi pro capite più  alti (43mila euro): lì sono pronte 200 banche con oltre 400 miliardi di euro di deposito, e 6.000 fondi, appunto “lussemburghesi”, che valgono affari per altri 300 miliardi. Andate tranquilli, per i non residenti lì non esistono tasse né sul reddito, né sui dividendi, né sul capital gain, tampoco si pagano imposte di successione; e inoltre il granducato, noblesse oblige, è assolutamente inespugnabile in fatto di riservatezza. Che volete di più? 



E poi, comunque, c’è sempre la nostra immarcescibile Svizzera, l’ex Elvezia amata dagli anarchici - prima piazza offshore del mondo, 2.000 miliardi di dollari di fondi esteri in gestione - dove oltre 500 banche e assicurazioni fanno al caso vostro e dove il segreto bancario è un comandamento (rivelare il nome di un correntista può anche voler dire 6 mesi di galera). Oggi è Zug, il più piccolo e il più ricco dei cantoni, ad attrarre irresistibilmente i capitali fuggitivi: tra le stradine medievali e all’ombra della famosa Torre del Tempo, trovate infatti centinaia di palazzi modernissimi che ospitano le sedi delle ventisettemila imprese registrate alla locale Camera di Commercio (chissà perché proprio lì...). E se non la Svizzera, c’è sempre il Liechtenstein, 35mila abitanti e 100mila miliardi di euro ben custoditi nelle 15 banche del Principato. Si potrebbe passare in rassegna uno per uno tutti i 40 e più Stati-ladroni, ma crediamo di aver reso l’idea con i pochi esempi descritti. “Paradisi fiscali: uno scippo planetario”, questo il titolo del libro-dossier pubblicato nel 2002 per le edizioni Malatempora a cura di “Ares 200 Onlus” . Secondo i dati del volume, il giro d’affari dei paradisi è di circa 1.800 miliardi di dollari l’anno. Di essi, il 40 per cento riguarda capitali provenienti da criminalità organizzata, traffico d’armi compreso; il 45 da “pianificazione fiscale” (eufemismo che sta per furto al fisco) derivanti per la maggior parte da società multinazionali, ma anche da persone fisiche, uomini d’affari, star dello spettacolo, ecc; il 15 da corruzione e saccheggi politici. Il libro è un vaso di Pandora: le società offshore sparse sul pianeta
sono 680.000; i trust 1.200.000; le banche con agenzie nei paradisi circa 10.000; l’evasione fiscale nel mondo 292 milioni di dollari Usa l’anno; il riciclaggio di denaro sporco circa 600 miliardi di dollari annui.
I paradisi fiscali non nascono da soli. La City di Londra ne sa qualcosa. E’ un fatto, l’Inghilterra ad esempio domina incontrastata su più di venti paradisi dell’arcipelago fiscale fuorilegge, dalle Cayman a Man, alle isole del Canale; e ben può essere considerata un “portale” di lusso per introiettare capitali in transito e in cerca di “protezione”. Né l’Italia sta a guardare. Secondo la sezione antiriciclaggio dell’Ufficio Italiano Cambi, nel 1999 erano non meno di 10mila miliardi di lire i capitali che lasciavano l’Italia per emigrare nei forzieri offshore; e non risulta che il cosiddetto scudo fiscale, introdotto a beneficio dei capitali che rientrano, abbia sortito un effetto decente. Anzi, il denaro ha continuato a battere le solite strade occulte. Anzi, tutto risulta ancora più facile oggi, e anche incredibilmente veloce, grazie al trasferimento elettronico: in meno di 24 ore - vi assicurano - potete “movimentare” il vostro denaro ben 72 volte in giro per il mondo.
Ci provò De Gaulle. Nel 1962 organizzò una specie di spedizione militare inviando a Monaco centinaia di doganieri per pretendere dal Principato l’impegno a tassare i residenti francesi. Più recentemente, Angela Merkel ha mosso i servizi segreti e stanziato 5 milioni di euro per corrompere un funzionario di banca del Liechtenstein e indurlo a rivelare i nutriti elenchi di cittadini tedeschi con patrimoni imbucati a Vaduz. Ora ci prova l’Europarlamento: non più tardi di qualche giorno fa ha chiesto la chiusura delle piazze finanziarie offshore, prevedendo sanzioni già a partire dal Supervertice, quello del G20 fissato a Londra il 2 aprile. In pratica crollerebbe un Muro anche nel 2009, andrebbe in frantumi una Superpotenza detta Segreto Bancario.
Sì, chi ci crede.


1 marzo 2008

Capitalismo senza faccia

 

Dagli anni Ottanta si è assistito ad un'estensione della nozione di mercato finanziario, con l'accresciuto ruolo di vari soggetti a partire dalle banche, che in molti ordinamenti hanno ottenuto la prerogativa di creare prodotti finanziari, di acquisire partecipazioni rilevanti in imprese e di produrre in proprio gli strumenti per sostenere tali imprese, spesso attingendo a piene mani alle innovazioni dell'ingegneria finanziaria. Simili processi non solo hanno modificato la nozione stessa di rischio per milioni di utenti bancari, inseriti senza troppa consapevolezza nel mercato finanziario, ma hanno anche alterato la catena di controllo delle società, amplificando a dismisura i conflitti di interesse tipici delle «banche miste».
La stessa ingegneria finanziaria ha poi permesso alle banche proprietarie di distribuire i pericoli delle operazioni aperte creando appositi strumenti-veicolo che determinano l'invisibilità delle esposizioni e delle filiere di controllo.
Accanto al nuovo ruolo delle banche, esiste il peso crescente dei fondi, hedge e private, che comprano con un forte effetto leva, destinato a costringerli a rispondere in termini brevissimi ai loro sottoscrittori, con la conseguenza della «trimestralizzazione» degli andamenti perseguiti. In questo senso, la distinzione tra fondi «attivisti», che intendono cioè partecipare alla gestione delle imprese finanziate, e fondi neutrali pare abbastanza debole visto che entrambe le tipologie devono rispondere ai loro sottoscrittori sulla base delle ricordate scadenze molto ravvicinate, estranee ad una nozione duratura di «proprietà».
Soprattutto i fondi hedge hanno ulteriori controindicazioni in relazione alla struttura proprietaria; il fatto di ricorrere all'indebitamento per finanziarsi, con un'incidenza sulle disponibilità effettive che supera di molto la capitalizzazione, e la logica del breve termine non consentono di sapere in realtà a chi appartengano nei diversi momenti della loro esistenza e dunque di chi siano dipendenti i lavoratori delle imprese acquistate. A causa degli strumenti che utilizzano, non di rado tali fondi coprono infatti il finanziamento con il loro capitale per una percentuale pari al 20%, mentre il restante è frutto di debiti, che hanno bisogno, per essere sostenibili, di tassi molto bassi.
La mancanza di una struttura proprietaria stabile porta con sé rischi di insider trading destinati a stravolgere il valore «reale» degli asset a cui i fondi non sono mai legati in modo duraturo. L'essere fuori dalle Borse accentua questa opacità, che si estende alle società in cui tali fondi decidono di entrare; ma anche nel caso in cui i fondi scelgano di quotarsi, come ha fatto Blackstone, permane il pericolo che diventino delle gigantesche investment bank, senza sopportarne il costo fiscale e senza sottomettersi alle regole previste per tali funzioni.
Proprio la vicenda Blackstone permette di allargare ancora il ventaglio dei problemi in quanto nel suo capitale ha fatto ingresso uno degli ormai noti fondi sovrani in mano del governo cinese, con l'acquisizione di una quota del 10%. Un fondo opaco risulta così partecipato da uno Stato del tutto estraneo a forme democratiche sia in campo politico che in quello economico; se tale fondo controlla pezzi del sistema produttivo in varie parti del pianeta, l'idea che il mercato abbia regole a cui i players devono rispondere, sulla base di una non mai chiarita «reciprocità» appare assai debole. Ai fini della trasparenza della catena della proprietà societaria certo non giova neppure il continuo abuso che i fondi fanno dei paradisi fiscali. Qualche preoccupazione in tal senso emerge parimenti in relazione alla proprietà delle imprese cinesi, dove accanto allo Stato compaiono investimenti diretti esteri che provengono per quasi 15 miliardi da paradisi fiscali, contro i 3 miliardi provenienti «formalmente» dagli Usa e i 4,5 dal Giappone.
Altrettanto complesso è capire chi siano gli azionisti cinesi di un gruppo come Petrochina che nel 2007 ha messo sul «mercato» alla Borsa di Shanghai, di fatto chiusa agli investitori esteri, il 13% del suo capitale e ha raggiunto un valore complessivo di 1000 miliardi di dollari, divenendo la prima società al mondo per capitalizzazione con una cifra pari circa alla somma della seconda e della terza società in classifica, ExxonMobil e General Electric. L'ossimoro di un capitalismo senza faccia - o dalle tante facce estranee al mercato in senso stretto - pare una prospettiva per nulla astratta.


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