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21 marzo 2009

Roberto Croce :il piano confindustriale di riassetto dei diritti sociali

 

E’ un filo rosso (anzi nerissimo) quello che lega il recente disegno di legge delega finalizzato a introdurre rigorose (e incostituzionali) limitazioni al diritto di sciopero nei settori e nelle attività che incidono sul diritto alla mobilità e alla libera circolazione delle persone e il recente accordo quadro del 22 gennaio 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto tra Governo e parti sociali senza la firma della Cgil.
Senza più alcun pudore derivante dalla diversità dei ruoli, la filosofia dell’esecutivo e quella di Confindustria sono esplicitamente orientate verso i medesimi obiettivi, ossia: realizzare la totale subalternità dei diritti dei lavoratori alle esigenze dell’impresa e mettere al bando, criminalizzandolo, il conflitto capitale/lavoro.
In quest’ottica, affinché l’eutanasia del conflitto sia totale, non è sufficiente che il sindacato diventi una agenzia neocorporativa di servizi, è altresì necessario neutralizzare le forme di autotutela e di lotta sindacale che storicamente i lavoratori hanno conquistato. Da qui l’attacco al diritto di sciopero contenuto nei documenti in questione.
Il paragrafo 18 dell’accordo quadro prevede infatti che “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita”.
Regole siffatte, a ben vedere, possono avere rilevanza giuridica solo se introdotte mediante un’apposita legge, secondo quanto previsto dall’art. 40 della Costituzione. Anche perché lo sciopero costituisce un diritto individuale del lavoratore che va esercitato collettivamente e cioè insieme ad un numero più o meno consistente di altri prestatori di lavoro. Sulla base del diritto attualmente vigente, non è concepibile che un qualunque sindacato possa avere il potere esclusivo di proclamare lo sciopero e perciò di decidere quando si possa legittimamente scioperare.



In questo contesto – proprio con la finalità di colmare il vuoto di fonte legislativa in materia di limitazioni al diritto di sciopero – è intervenuto l’esecutivo che, a supporto e sostegno dei piani di confindustriali, ha elaborato un disegno di legge delega volto a regolamentare e prevenire i conflitti collettivi con riferimento – si badi bene – non solo al settore dei trasporti, bensì, più in generale, alla materia della libera circolazione delle persone e della mobilità.
Gli aspetti più inquietanti e liberticidi del disegno di legge delega sono:
a) la soglia di sbarramento al 50% della rappresentanza sindacale per proclamare uno sciopero oppure, per chi non arriva a tale soglia, la possibilità col 20% della rappresentanza di dare vita a un referendum preventivo che porterà allo sciopero solo se raggiungerà il 30% dei consensi;
b) la previsione per via contrattuale dell’istituto dello sciopero virtuale;
c) la previsione per via contrattuale della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero dei singoli lavoratori;
d) l’introduzione di un “congruo anticipo” per le revoche degli scioperi;
e) il divieto generale – e qui si riporta testualmente – “di forme di protesta o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione”. Il che conferma l’intenzione della maggioranza di andare, in materia di limitazioni al diritto di sciopero, molto al di là del settore di trasporti propriamente inteso, coinvolgendo anche altri settori o attività che direttamente oppure solo indirettamente incidono sul diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione;
e) il potenziamento del sistema sanzionatorio sia sotto forma di rivalutazione dell’entità economica delle sanzioni nei confronti di sindacati e lavoratori e sia mediante l’introduzione di nuove fattispecie di illeciti amministrativi con riferimento alle condotte dei lavoratori;
f) la trasformazione della commissione di garanzia per l’attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero nell’ambito dei servizi pubblici essenziali in un organismo – denominato “Commissione per le relazioni di lavoro” - che di fatto sarà un gendarme con funzioni sanzionatorie e di controllo dei lavoratori e dei sindacati.
Quello a cui stiamo assistendo è il compimento dell’ennesima tappa di un processo di costruzione di un nuovo regime, contrassegnato dal prevalere di esplicite logiche securitarie, poliziesche e liberticide.
In particolare, nell’ambito delle relazioni sindacali e dei rapporti di lavoro, siamo di fronte al tentativo più organico fin qui elaborato dal padronato italiano (con la complicità del governo e di alcuni sindacati) di modificare alla radice gli assetti delle relazioni industriali così come si sono sviluppati, sotto l’ombrello della Costituzione repubblicana, dal dopoguerra ad oggi, così risolvendo in proprio favore gli esiti del conflitto capitale/lavoro.


25 febbraio 2009

Piergiovanni Alleva : l'anno zero dei diritti sindacali ?

 

Con la firma di un accordo separato sul sistema contrattuale, il diritto sindacale e le relazioni industriali precipitano allo «anno zero» perché le regole ufficiose e le condizioni sostanziali che hanno consentito loro di funzionare per diversi decenni si sono dissolte.
2. Il nostro sistema si è sempre retto su un'ambigua «doppia verità»: vi è la verità giuridico-formale, secondo cui i sindacati rappresentano solo i loro iscritti e stipulano contratti collettivi che valgono solo per loro, cosicché non hanno alcun motivo di preoccuparsi di quello che vogliono gli altri lavoratori iscritti a sindacati diversi, che faranno, se vi riescono, contratti che ritengano migliori.
Dall'altro lato vi è la verità socio-economica che dimostra come la regola giuridica ora ricordata si riduca a una pura ipocrisia, perché nella realtà i datori di lavoro firmano un solo accordo o contratto collettivo «con chi ci sta» tra i diversi sindacati operanti in un settore, e poi lo applicano a tutti i lavoratori anche non iscritti. Questi non hanno alcuna voce in capitolo perché non sono formalmente rappresentati dai sindacati firmatari: possono solo, individualmente, accettare o rifiutare ciò che a loro viene «spiattellato» dal datore di lavoro dopo l'accordo, e, per lo più, tra il poco e il niente, è umano rassegnarsi al poco.
Ci si può chiedere come un sistema così apertamente antidemocratico, che addirittura rischia di premiare sindacati molto «accomodanti», possa aver resistito per tanti anni. La risposta è che fino a tempi recenti è esistita un'unità di azione rivendicativa tra i maggiori sindacati confederali, e che questo ha fornito una legittimazione sostanziale al sistema, perché la parte datoriale stipulava quell'unico contratto collettivo con sindacati che rappresentavano la maggioranza dei lavoratori. Questo era il presupposto di fatto che consentiva la coesistenza delle «due verità».
3. Ora quel presupposto è caduto, le due verità si divaricano, e l'insopportabilità del sistema basato esclusivamente su quelle regole formali è più che evidente. Per altro verso, l'accordo separato ha posto problemi di contenuti, comportando un depotenziamento della contrattazione collettiva nazionale e aziendale con programmato svilimento dei salari, con vincoli e sanzioni in caso di rivendicazioni «eterodosse».
4. A questo punto, la prima risposta politico-giuridica è quella di «prender sul serio» la regola formale dell'efficacia limitata dei contratti collettivi separati, e indurre i lavoratori a rifiutare l'applicazione «in estensione». Essi in definitiva, visti i contenuti, non faranno che sottrarsi a ulteriori peggioramenti, e potranno richiedere in giudizio adeguamenti salariali per altre vie (art. 36 Cost.). 


5. Ma la risposta prospettica è quella della costruzione di un nuovo sistema, a partire da questa constatazione: è necessario votare, a tutti i livelli, perché possa esser pesato e quantificato il potere e il diritto-dovere dei sindacati di rappresentare gli interessi dei lavoratori, secondo i canoni della democrazia rappresentativa. Il criterio costruttivo portante del nuovo sistema è quello già introdotto (con non pochi limiti) nel pubblico impiego: si voti in tutti i luoghi di lavoro per eleggere i rappresentanti aziendali e questi risultati elettorali serviranno anche a conferire al sindacato nazionale la sua percentuale di potere rappresentativo in sede di contrattazione nazionale in modo che si possa dare sostanza a una regola maggioritaria nella stipula contrattuale.
6. E' fondamentale che possa votare anche quel 53 per cento di lavoratori che opera nelle piccole imprese con meno di sedici addetti, nelle quali ancora oggi, per legge, è impossibile costruire Rsa ed Rsu, e quindi che si creino, allo scopo, «bacini rappresentativi» interaziendali. Anche la rappresentatività delle Confederazioni (oltre che dei sindacati di categoria) può essere misurata elettoralmente, per la elezione di un riformato Cnel, o per quella degli organi di controllo di grandi enti previdenziali. L'allargamento della base della rappresentanza è il primo decisivo passo per l'estensione della contrattazione aziendale o di secondo livello, perché essa non resti come è oggi un optional riservato al 20-25 per cento soltanto dei lavoratori italiani.
7. Occorre, poi, che la contrattazione aziendale possa avere un respiro ampio, e, dunque, il criterio di raccordo con la contrattazione nazionale sia quello di una generalità di competenza salvo che la contrattazione nazionale riservi espressamente a sé alcune materie. Il che è esattamente il contrario di quanto prevede l'accordo separato il quale proclama di voler estendere e potenziare la contrattazione aziendale, ma in realtà fissa regole che direttamente e indirettamente la soffocano.
8. La contrattazione aziendale o territoriale può essere incentivata con l'istituzione di specifici elementi retributivi. Ancora una volta l'accordo separato ha costituito un esempio negativo, prevedendo agevolazioni fiscali e contributive anche per voci retributive contrattati individualmente, e che queste possano riassorbire eventuali indennità di «mancata contrattazione di secondo livello» se previste dal contratto nazionale. In tal modo la contrattazione aziendale invece che incentivata sarà di fatto sostituita da accordi individuali.
Le incentivazioni efficaci sono ad esempio un'indennità di «mancata contrattazione di secondo livello», a patto che non sia in alcun modo riassorbibile da aumenti individuali, e non dia luogo, in sé, a alcuna agevolazione fiscale o contributiva. Tali agevolazioni, devono esser riservate solo ai trattamenti pattuiti aziendalmente e territorialmente a livello collettivo, in modo che questi vengano preferiti, sia dai lavoratori che dai datori all'«indennità di mancata contrattazione», e che dunque, la contrattazione di secondo livello si faccia effettivamente.
9. Una volta costruito un sistema di contrattazione collettiva su base democratica e rappresentativa, articolato su due livelli, ad esso, andrebbe raccordato, con previsione legislativa, il precetto costituzionale dell'articolo 36 della Costituzione, così da ottenere una garanzia universale di trattamento retributivo effettivamente adeguato che sarebbe sotto ogni aspetto migliore di qualsiasi altro Smig (salario minimo garantito) o similare istituto di garanzia salariale previsto da legislazioni di altri paesi.
10. Infine l'apporto imprescindibile della democrazia diretta potrebbe essere disciplinato come necessità di approvazione referendaria dell'ipotesi di accordo prima della sua definitiva firma, così generalizzando le esperienze migliori di democrazia sindacale, quelle cioè che hanno configurato il consenso dei lavoratori interessati come condizione sospensiva dell'efficacia dell'accordo, e non come ratifica successiva.
11. Non bisogna temere che manchino le condizioni politiche per questa riforma, perché l'esistenza delle condizioni dipende a sua volta dalla capacità di non deflettere dalla contestazione con ogni mezzo, politico e giuridico della ingiustizia, ipocrisia e antidemocraticità del sistema attuale, o di ciò che esso è diventato.


23 febbraio 2009

Intervista ad Alessandro Santoro : E' più efficace tassare i capitali investiti

 

Cosa ne pensi della proposta della Cgil di aumentare l'aliquota fiscale per i redditi superiori ai 150mila euro?

Dico sinceramente che ne capisco e ne condivido il senso. Però mi sembra un po' datata come proposta perché parte da un presupposto che non è più così vero come lo era in passato, ed è che la ricchezza si possa valutare e intercettare andando a guardare i flussi dei redditi. Non credo che ciò oggi rappresenti una certezza matematica, anzi. Probabilmente quello di cui abbiamo bisogno è rovesciare un po questo paradigma. E' una visione semplicistica quella che individua le fasce di ricchezza sopra i 150mila-200mila euro. Non perché non siano ricchi, sia chiaro, ma bisogna considerare che ormai sono una parte minimale dei ricchi.

Cioè?

Cioè vuol dire che una parte minimale della loro ricchezza transita nella dichiarazione dei redditi. Pur condividendone lo spirito bisognerebbe pensare a qualcosa di più strutturale, da un lato, e più radicale dall'altro. Bisognerebbe pensare a una tassazione dei capitali, degli stock e non dei flussi di reddito. Occorre reintrodurre forme di tassazione dei capitali, dei patrimoni, degli asset, delle ricchezze investite anche al di là della capacità di produrre reddito. Bisogna tornare in quella direzione anche perché nel frattempo lo scenario è cambiato.

Unas sorta di Tobin tax?

La Tobin tax è una tassa sui cambi di valuta, che è ancora un'altra tipologia di intervento. 




Quale è la tua proposta?

Proviamo a ripensare a forme di tassazione dei capitali, per esempio. Anziché discettare continuamente di questa questione anche un po' speciosa delle rendite finanziare, perché non proviamo a pensare a una tassazione sul capitale investito e non sul reddito prodotto? Questo darebbe un grossso vantaggio allo Stato, quello di avere un gettito garantito che prescinde dal mercato borsistico. Per tornare alla proposta della Cgil, anche considerato il rapporto tra costo politico e rendimento effettivo si può pensare a qualcosa di un po' più adatto al mutato panorama nel quale molti redditi non sono intercettabili, non passano tra le dichiarazioni.

C'è qualche calcolo che ci faccia capire che tipo di gettito può dare una tassazione organizzata in questo modo?

Il gettito dipende dall'aliquota. Lo stock di ricchezza complessiva mobiliare e immobiliare in Italia è circa sei volte il Pil. Questo vuol dire che con un'aliquota dell'1 per mille potrebbe derivare un reddito di nove-dieci miliardi di euro. E' chiaro che con questa impostazione poi vanno tolte le tasse sul reddito. L'ipotesi Cgil non è fortissima nei risultati, al massimo poterà un miliardo di euro.

E' dagli anni ottanta che è stata introdotta una disciplina fiscale fatta sostanzialmente di tagli alle aliquote più alte. Che tipo di bilancio se ne può trarre?

Il trend negli ultimi quindici anni è stato il taglio delle aliquote fiscali. Escluso un caso in Gran Bretagna, che poi ha ispirato la proposta della Cgil. In realtà gli esperimenti tentati di riduzione delle imposte hanno dato esiti incerti. Ancora oggi è difficile capire quale impatto abbiano avuto. La vera scoperta di questi ultimi anni è che i presupposti su cui si basava quel tipo di ragionamento, ovvero che bisognasse tagliare la tassazione dei redditi alti, in realtà si è scoperto che sono falsi. Sono i contribuenti più poveri che reagiscono di più alla tassazione. Quindi in un certo senso il ragionamento va rovesciato. Se vogliamo un sistema impositivo più efficiente dobbiamo tagliare i redditi medio-bassi. Poi, in realtà bisogna dire che nei redditi medio-bassi troviamo i redditi dichiarati tali.

A livello di lotta all'evasione ci sono dei segnali di controtendenza?

A livello internazionale mi sembra che qulcosa si stia muovendo soprattuto sul fronte della lotta ai paradisi fiscali. In Gran Bretagna, e forse di più in Francia, c'è un movimento di opinione pubblica che, sulla base del coinvolgimento delle banche nella crisi finanziaria legata ai mutui subprime e tutto quel che ne è derivato, è riuscito a premere sui governi. Ci sono novità sul superamento del segreto bancario, per esempio, a livello comunitario. A livello domestico invece non mi aspetto niente di nuovo. In Italia l'evasione è una sorta di ammortizzatore sociale e non credo che il governo vorrà metterci mano. Stiamo parlando di una evasione che tende a fornire livelli di sussistenze alle piccolissime aziende a conduzione famigliare.


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