.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







10 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : una strategia alternativa

Anche il tentativo di diminuire le importazioni attraverso una riduzione dei redditi avrà ben pochi effetti: l’aumento del valore delle importazioni è dovuto a fattori che sono scarsamente influenzabili da una riduzione dei redditi delle famiglie. Ciò in quanto nel primo decennio di questo secolo l’aumento delle importazioni è stato dovuto in massima parte all’aumento delle tariffe energetiche ed in parte all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari: dal 2000 al 2008 i prezzi del petrolio e del grano sono quintuplicati (anche sulla causa di questi vertiginosi aumenti c’è l’ombra della speculazione sui derivati legati al petrolio ed alle risorse alimentari). Inoltre buona parte dell’aumento delle importazioni non è legata ai consumi delle famiglie ma agli investimenti delle imprese che fanno la parte del leone nell’aumento dell’importazione di risorse energetiche e nell’aumento delle importazioni di beni capitali: dal 1996 al 2008 i consumi familiari in Italia ed in Spagna sono diminuiti rispettivamente dal 62,8% del Pil al 58,4% e dal 63,2% del Pil al 57,3%. Congiuntamente gli investimenti sono passati rispettivamente dal 17% al 21% e dal 19,8% al 31,2%. Il risultato è stato che in Italia la bilancia commerciale è passata da un +2,9%  ad un sostanziale pareggio, mentre in Spagna è passata da un +0,1% ad un -6,8%.

 

 

Volendo presentare una strategia alternativa, si deve pensare sia ad un livello europeo di azione sia ad una strategia di politica economica nazionale. A livello europeo, come provvedimenti a breve, si può pensare all’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato secondario. In un’ottica più di lungo periodo sono sul tappeto le proposte degli eurobonds (Prodi, Quadrio Curzio, Costabile) e quelle della BCE come prestatore di ultima istanza (De Grauwe e Cesaratto, il quale critica gli eurobonds in quanto in questo modo dovrebbe essere la Germania a garantire tutti, mentre la Bce stampando moneta potrebbe davvero svolgere questo ruolo di garanzia), oppure quella della monetizzazione del debito di alcuni paesi da parte della BCE (Leon, Alonso), con un aumento moderato dell’inflazione ed uno spostamento di ricchezza reale dai creditori ai debitori. Per Sergio Bruno gli eurobonds vanno usati per indurre l’Europa in una nuova fase di sviluppo, mentre per rispondere agli attacchi speculativi vale la tesi di De Grauwe e Cesaratto. Senza riforme in questa direzione la crisi europea non può che aggravarsi. Non è un caso che la Germania sia poco disposta ad una riforma del genere. Apparentemente la sua contrarietà sembra avere buone giustificazioni (il volere che i paesi del sud dell’Europa mettano prima in ordine i loro conti prima di attingere alle risorse collettive). In realtà, come abbiamo visto, parte della responsabilità dell’aggravamento della situazione è proprio della Germania che si accanisce a svolgere una politica neo-mercantilista (nascosta da uno stupido moralismo ideologico) all’interno di una realtà politica che dovrebbe favorire forme meno competitive di cooperazione economica. Perché i paesi del sud dell’Europa possano mettere i conti in ordine c’è bisogno di una crescita che consenta successivamente allo Stato di fare quegli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo (oltre che nelle infrastrutture organizzative) che consentano un salto di qualità tecnologico in grado di metterli sullo stesso piano dei paesi del nord Europa (tutto questo senza dimenticare che tali riforme saranno possibili solo al termine di un duro conflitto sociale tra il mondo del lavoro e quello dell’evasione fiscale). Per permettere ciò occorrerebbe un altro patto europeo di stabilità e crescita dal momento che non esiste alcuna legge economica certa in grado di stabilire quale deficit sia eccessivo e quale sostenibile.

 

 


18 ottobre 2010

La sintesi neoclassica : domanda di moneta ed inflazione

Il secondo argomento della teoria keynesiana che gli studiosi della sintesi neoclassica ritennero di dover sviluppare andando oltre le ipotesi della teoria generale fu la domanda di moneta. Keynes aveva sostenuto la instabilità della domanda di moneta nella componente speculativa. Un volume consistente di attività finanziaria in situazioni di instabilità dei mercati di borsa era destinato a suo parere a forme di investimento speculativo che attribuivano scarsa rilevanza al valore reale delle azioni. Ciò induceva altri operatori a comportamenti imitativi e ad ondate di acquisti e vendite che non avevano alcun legame prevedibile con le variazioni del saggio d’interesse. La politica monetaria in alcuni casi risultava inefficace perché i detentori di capitali in attesa di forme d’investimento redditizie preferivano detenere moneta in forma liquida. Gli studiosi della sintesi affrontarono invece il tema da un’altra angolazione. Essi giudicavano maggiormente rilevanti le valutazioni del presente piuttosto che le previsioni del futuro e ciò indusse a vedere nella domanda di moneta speculativa una scelta di portafoglio che i soggetti effettuavano valutando i guadagni e i rischi propri di ogni specie di titolo, compresa la moneta. La determinazione dell’ammontare della domanda di moneta speculativa in relazione alle variazioni del saggio d’interesse finì con il derivare da un problema di massimizzazione dell’utilità in relazione alla scelta tra moneta e titoli o tra titoli di diversa natura ed in considerazione dei rendimenti e dei rischi connessi a tale attività. La relazione definita instabile da Keynes tra domanda di moneta speculativa e saggio d’interesse, fu di nuovo ricondotta nell’ambito della stabilità.

 

 

Infine il terzo argomento che gli studiosi della sintesi approfondirono fu la spiegazione dell’inflazione. Per Keynes l’inflazione era il risultato di un eccesso di domanda sul mercato dei beni di consumo che non poteva essere annullato mediante un incremento della quantità offerta, data la piena utilizzazione dei fattori produttivi. In altri termini l’inflazione risultava essere la manifestazione dell’incapacità del sistema produttivo di assecondare incrementi della domanda. Se però si accoglieva la tesi di Keynes bisognava infatti trarre due conclusioni di non poco conto :

·         Che l’inflazione da eccesso di domanda poteva verificarsi solo dopo aver superato la barriera della piena occupazione

·         Che prima di aver raggiunto siffatta barriera ogni eccesso di domanda avrebbe indotto un incremento di occupazione e di produzione e non un incremento dei prezzi

Vennero gradualmente alla luce così due problemi connessi alla trattazione del problema dell’inflazione : il fatto che lo stesso Keynes sottolineasse la tendenza delle economie capitalistiche a permanere in condizioni di equilibrio di sottoccupazione collocava in secondo piano il problema teorico dell’inflazione. In secondo luogo risultava teoricamente non ammissibile la coesistenza di disoccupazione ed inflazione. Phillips sulla base dello studio di due serie statistiche (le variazioni percentuali dei salari nominali ed il tasso di disoccupazione) verificò empiricamente l’esistenza di una relazione fra le due variabili : ne risultò un fatto stilizzato (la relazione inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di crescita dei salari nominali). In realtà la relazione individuata era già stata scoperta ed utilizzata da Marx per dare ragione del carattere ciclico dello sviluppo capitalistico ed appare intuitivamente chiara la somiglianza della tesi di Phillips con la teoria sull’esercito industriale di riserva che collegava le variazioni del salario e dell’accumulazione al numero dei disoccupati. Tuttavia era mancata una spiegazione convincente capace di legare le dinamiche del mercato di lavoro e l’andamento dei prezzi. Lipsey sostenne che il caso descritto da Phillips poteva essere ricondotto al funzionamento di un mercato del lavoro concorrenziale. La stretta correlazione tra le due variabili mostrava che il lavoro, come ogni altra merce, aveva un suo prezzo di equilibrio determinato dal volume delle quantità di lavoro offerte e domandate. La disoccupazione non era altro che il risultato di un offerta di lavoro eccedente le richieste di mercato (circostanza che determinava una minima forza contrattuale dei lavoratori) e la piena occupazione il risultato di una domanda di lavoro superiore all’offerta. Samuelson e Solow si avvalsero della relazione individuata da Phillips per sostenere la tesi secondo la quale se si voleva raggiungere la piena occupazione bisognava accettare un tasso di inflazione elevato. A loro avviso era sufficiente assumere che l’aumento generale dei prezzi fosse uguale all’aumento dei salari meno l’aumento della produttività del lavoro. Se questa ipotesi aggiuntiva risultava praticabile la curva di Phillips mostrava la relazione tra il tasso di crescita dei prezzi (non più solo dei salari) e il tasso di disoccupazione consentendo di individuare così per ciascun tasso di disoccupazione il corrispondente tasso di aumento dei prezzi. Si consentiva così alle autorità politiche una possibilità di scelta tra diverse combinazioni di inflazione e disoccupazione. Tuttavia ci furono anche severe critiche a questa correlazione : negli anni ’70 si mostrò in alcuni paesi una estesa disoccupazione in concomitanza con alti tassi di inflazione (stagflazione). E comunque la curva di Phillips rappresentò lo sviluppo teorico più significativo del keynesismo poiché consentì di superare il punto debole esistente nel modello della sintesi sui rapporti tra dinamica del mercato del lavoro e andamento dei prezzi. Alla barriera della piena occupazione come limite rigido oltre il quale un eccesso di domanda avrebbe innescato un processo inflazionistico venne sostituito un limite mobile che spiegava le ragioni per cui l’inflazione poteva sorgere anche in presenza di una disoccupazione frizionale.

Il modello IS-LM secondo Brancaccio trascurava le relazioni dirette tra domanda di merci e prezzi ed ammetteva pertanto la possibilità che il sistema economico, lasciato a se stesso, rimanesse incagliato in uno stato di disoccupazione permanente. La soluzione del problema venne fornita da Patinkin il quale diede sostegno teorico all’idea che una prolungata caduta dei salari e dei prezzi potesse determinare almeno in linea di principio l’aumento di domanda necessario ad assorbire i disoccupati. Le conclusioni di Patinkin permisero dunque di ricacciare la disoccupazione keynesiana nel novero dei fenomeni transitori ed al limite trascurabili

 

 

 

 

 


11 ottobre 2010

La sintesi neoclassica : il modello IS-LM

Il modello costruito fu chiamato IS-LM e molti videro in esso uno strumento utile, sia per individuare le condizioni necessarie per raggiungere l’equilibrio di piena occupazione, sia per scoprire le cause della disoccupazione o dell’inflazione. Tale modello teneva in esplicita considerazione le tre fondamentali propensioni descritte da Keynes (consumo, investimento, liquidità). Esso risulta pienamente compatibile tanto con il principio della domanda effettiva, che individuava in una caduta degli investimenti la responsabilità della crisi, quanto con l’idea che il reddito (e non i prezzi) svolgesse la funzione di meccanismo di riequilibrio. La riformulazione delle tesi keynesiane mediante ipotesi più generali di quelle di Keynes e proprie degli schemi di equilibrio economico generale, consentiva anche d’inserire nell’analisi macroeconomica sviluppi analitici che, pur non presenti nell’opera di Keynes avrebbero arricchito e rafforzato la teoria della domanda effettiva. Tali sviluppi riguardavano tre parti dell’anali keynesiana :

·         La funzione del consumo

·         La domanda di moneta

·         La relazione tra livello di occupazione e livello dei prezzi

 

Per quanto riguarda la funzione del consumo Keynes aveva ipotizzato una funzione del consumo molto semplificata e stabile nella quale le scelte di consumo e di risparmio dipendevano unicamente dal reddito corrente. Le analisi successive misero in discussione la stabilità di questa funzione e conseguentemente l’esistenza stessa di una relazione di proporzionalità da reddito corrente e consumo corrente. Duesemberry aveva osservato che in molti casi, al variare del reddito, i consumatori non adeguavano istantaneamente il consumo, ma rimanevano legati allo standard di vita precedente. Questa tesi fu approfondita e si giunse alla conclusione che i soggetti, pur in presenza di variazioni del reddito, non avrebbero modificato le proprie abitudini di consumo fino a quando non mutava il gruppo sociale di riferimento. Viceversa, allorché l’incremento del reddito era sensibile ed il modello di consumo da imitare diventava quello della fascia sociale superiore, il consumo sarebbe aumentato. Tendenzialmente sarebbe risultato che nel lungo periodo veniva confermata la tesi di Keynes della proporzionalità tra consumo e reddito mentre nel breve veniva evidenziata una sorta di vischiosità che rendeva poco sensibili le variazioni del consumo alle variazioni del reddito.

 

 

Pochi anni dopo la tesi della scarsa reattività del consumo di breve periodo fu ripresa da Modigliani e Brumberg nella teoria del ciclo vitale. Secondo costoro gli individui, nel decidere la quota di reddito da consumare in ciascun momento della propria vita lavorativa, più che al reddito corrente facevano riferimento ad altre variabili rilevanti in un orizzonte temporale più ampio (la lunghezza della vita attesa, il rimanente numero di anni di lavoro, la probabilità di ricevere un reddito non da lavoro). Ciò posto ciascun individuo, in forza del principio dell’utilità marginale decrescente ed in un ottica di massimizzazione dell’utilità intertemporale, avrebbe fissato come obiettivo una distribuzione uniforme del consumo nel corso della propria vita, con la conseguenza che negli anni produttivi, presumibilmente quelli centrali, avrebbe avuto una elevata propensione al risparmio in modo da accedere al livello stabilito di consumo negli anni della vecchiaia.

Molto simile alla precedente nella tesi proposta nonché nell’intenzione che rimase quella di individuare le debolezze della relazione reddito corrente – consumo corrente fu la teoria di Friedman sul reddito permanente. Questo studioso riprese la distinzione tra motivazioni di lungo periodo e di breve periodo delle scelte di consumo e confermò l’ipotesi della instabilità nella funzione del consumo del breve periodo. Inoltre la portata teorica del moltiplicatore risultò ridimensionata a ragione del fatto che nell’analisi di Friedman il consumo non era più posto in diretta relazione al reddito corrente (a sua volta estremamente sensibile alle variazioni delle componenti autonome della domanda aggregata), bensì alla stima che ciascun soggetto effettuava del proprio reddito permanente.

 


29 settembre 2010

Rosier : la crisi non è qualcosa di puramente economico

Le fluttuazioni economiche fanno parte integrante della dinamica del capitalismo : crescita e crisi sono le due facce di uno stesso processo. Esse si manifestano in crisi che appartengono a due tipi fondamentali : quelle del ciclo classico e quelle dei ritmi lunghi, frutto le une come le altre delle contraddizioni del sistema economico. Le crisi classiche sono generalmente precedute ed in qualche modo annunciate da una fase di super speculazione e di crisi finanziaria che è il segno di una vera autonomizzazione della sfera monetaria e finanziaria in rapporto alla sfera reale.

La periodicità delle crisi classiche lungo tutto l’800 e il ‘900 sino al 1929 suggerisce l’idea di un carattere ineluttabile di queste crisi in quanto risultati di contraddizioni, allora insormontabili, del capitalismo concorrenziale. Queste crisi svolgono un ruolo essenziale di regolazione di secondo grado. quanto all’appiattimento delle fluttuazioni ed alla crescita senza crisi del secondo dopoguerra, sono fenomeni che indicano al contrario che un insieme coordinato di elementi coordinatori può essere abbastanza potente da ammortizzare le crisi classiche, quindi esercitare un controllo su di esse (senza tuttavia che la neutralizzazione di fattori di crisi possa essere interpretata come un loro sradicamento).

Per quanto concerne lo sbocco della crisi classica, se sembra che la depressione tenda a produrre le condizioni di un ritorno allo sviluppo, nulla autorizza a pensare che questo sia automatico. Può verificarsi una deriva, tale da condurre fuori del sistema (si pensi alla crisi del 1873-1877 negli Usa con una situazione di tipo rivoluzionario, oppure alla grande crisi del 1929). L’approccio in termini di ritmi lunghi invece sembra rendere appropriatamente conto dell’alternanza osservata di periodi di espansione relativamente regolari e al contrario di depressioni più lunghe (grandi crisi). Tale approccio ci permette anche di pensare che un elemento generale di questi ritmi sia che la depressione lunga abbia la funzione implicita di costruire gli elementi di un nuovo ordine produttivo. Tale punto ci offre una chiave per comprendere il tempo presente. Esso indica la depressione lunga come tempo di mutazione indispensabile alla riproduzione del capitalismo nel lunghissimo periodo. Per durare, per mantenere ciò che è più fondamentale il rapporto di lavoro salariato deve necessariamente cambiare.

Le analisi sin qui condotte mostrano l’invarianza attraverso il cambiamento e cioè la complessità dei fenomeni in discussione. Si tratta non di fenomeni strettamente economici, isolabili dal campo sociale e modellizzabili, ma di processi sociali che mettono in evidenza una pluralità di cause ed esprimono i conflitti che attraversano questo campo. La fase B del ritmo lungo, laboratorio sociale, periodo di distruzione creatrice, è il luogo di elezione per osservare la dialettica dell’innovazione fondamentale del conflitto.

 

 

Non si può concepire uno scenario di uscita dalla crisi all’interno del capitalismo senza riferirsi alle funzioni delle depressione lunga, ed alle poste in gioco della crisi. Tenuto conto dello stato di sviluppo del processo di transnazionalizzazione, sembra difficile concepire (salvo temporaneamente per le nazioni più potenti che praticano forme accentuate di protezionismo) delle strategie di uscita dalla crisi attuale che non superino il quadro nazionale. Ne sono testimonianza il fallimento dei diversi tentativi di rilancio isolato e il costo sociale in termini di disoccupazione delle politiche di austerità competitiva messe in atto dagli stati sotto il vincolo della concorrenza internazionale per appoggiare le loro grandi imprese in questa competizione, contenere il consumo e massimizzare il surplus esportabile. Ciò tende a spingere in prospettiva verso una strategia di rilancio concertato sotto l’impulso dell’economia dominante, una specie di New Deal su scala mondiale. Alla base vi sarebbe un compromesso tra le grandi nazioni occidentali industrializzate per l’elaborazione di nuove regole d’uso delle forze di lavoro (orario, condizioni, protezione sociale), ma anche per una qualche organizzazione della concorrenza sul mercato mondiale e per un rimodellamento del sistema monetario e finanziario internazionale. Ma questo tipo di compromesso deve essere completato da una serie di accordi tra paesi industrializzati del nord e paesi in crisi del sud. Questo tipo di strategia potrebbe essere coscientemente elaborata attraverso la concertazione dei più potenti tra i paesi leader. Se questo non avviene è a causa della politica dell’ognun per sé, facendo correre in questo modo un grosso rischio alla comunità internazionale.

 

 


28 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta apre alla rivoluzione tecnologica

Il vigore dell’accumulazione del capitale nel corso degli anni ’50 e ’60 conduce all’ascesa della potenza di imprese gigantesche multi nazionalizzate ed in forte competizione sul mercato mondiale (in rapporto con il declino relativo del predominio internazionale degli Usa). Ciò si traduce nel sensibile aumento del tasso di accumulazione, di concentrazione industriale e di internazionalizzazione del capitale, ma conduce anche (in concomitanza con i fattori già citati) ad una riduzione della sua redditività : è il ritorno del fenomeno di sovraccumulazione del capitale, annunciatore di crisi. Questo processo assume rapidamente l’aspetto di una transnazionalizzazione delle imprese interessate e delle economie industrializzate. Da una parte queste economie sono attraversate da flussi di merci, servizi, capitali, uomini ed informazioni con un’apertura senza precedenti sul mercato mondiale. D’altra parte la logica di funzionamento dell’accumulazione del capitale supera le basi nazionali e le strategie delle grandi imprese vengono concepite fin dall’inizio come strategie mondiali.

 

 

Ne risulta una parziale industrializzazione di una parte del terzo mondo, frutto dell’espansione e della concorrenza delle imprese transnazionali che trapiantano in certi paesi le loro attività più banalizzate. Di qui una tendenza ad una nuova divisione internazionale tra industrie di punta ed industrie mature, parallelamente ad una forte gerarchizzazione e ad una perdita di coerenza dei sistemi produttivi nazionali. Questi si trovano esposti ad una concorrenza esasperata e rinnovata nel suo contenuto, concorrenza che giunge fino a mettere in questione la rigidità dell’organizzazione fordista della produzione. La contraddizione essenziale deriva qui dal fatto che questo processo di transnazionalizzazione rimette in discussione e destabilizza i complessi modi di regolazione la cui efficacia dipendeva sino ad allora dalla loro coerenza entro delle economie nazionali, tanto per quel che concerne il ruolo degli oligopoli stabilizzati, che per quanto concerne le forme specifiche del fordismo e delle politiche di regolazione congiunturale. Queste ultime non hanno effetto che nella misura in cui gli stati possono controllare dei flussi nazionali significativi. Abbiamo qui il secondo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga.

Mentre il modo di accumulazione, efficace nel periodo di espansione lungo si trova minato dall’interno dalla forza crescente dei salariati, il suo stesso successo viene così a porre in questione il potente modo di regolazione sul quale si regge. La convergenza di questi due processi conduce ad una vera implosione dell’ordine produttivo senza che tuttavia si assista al crollo delle economie interessate. E la crisi può giocare pienamente il suo ruolo di laboratorio sociale ed economico sulla base di un profondo spostamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale e di conflitti economici di grande portata sul mercato mondiale. L’insieme di ciò che costituiva l’equilibrio dinamico del periodo precedente è che conteneva l’innovazione nei limiti del socialmente tollerabile, si trova profondamente messo in discussione. L’innovazione fondamentale può avere libero corso in tutti i campi, quale che ne sia il costo sociale : la modernizzazione industriale e il correlativo aumento della disoccupazione lo testimoniano. La disoccupazione è il prezzo da pagare da parte dei lavoratori e della società per questo tipo di modernizzazione.

La depressione lunga ritrova così la sua funzione classica, la posta che essa mette in gioco per il capitale è la stessa : elaborare e mettere in atto nuove basi tecniche ed industriali, economiche e sociali. La depressione dovrebbe poter dare alla luce (come alla fine dell’800 e come negli anni ’30) forme nuove di rapporto salariato tali da assicurare risultato economico e ripristino del controllo sulle forze di lavoro. Nello stesso tempo e correlativamente, essa dovrebbe poter pervenire a dare forma alle rivoluzioni tecnologiche che premono dall’inizio degli anni ’70 ed hanno considerevoli poste in gioco.

 


27 settembre 2010

Rosier : la crisi nasce da nuove lotte sociali

L’ordine produttivo affermatosi nel corso del lungo periodo di espansione successivo alla seconda guerra mondiale si basa su di un modo di accumulazione che si regge su di un sistema di oligopoli stabilizzati a livello nazionale, costituiti da imprese e gruppi industriali e finanziari giganti incamminati sulla via della multi nazionalizzazione e praticanti il fordismo. Quanto alle industrie motrici del periodo (chimiche, elettroniche, aereonautiche, automobilistiche), campi di attività delle imprese suddette, esse sono scaturite a loro volta dagli sconvolgimenti della grande crisi e della seconda guerra mondiale che fu un fantastico laboratorio tecnologico. Su questa base tecnica le grandi imprese danno forma ad un determinato tipo di sviluppo fortemente caratterizzato in senso sociale tanto dal punto di vista delle modalità della produzione che da quelle del consumo e dell’utilizzazione dello spazio (concentrazione urbana, esodo rurale). La loro attività si iscrive in una divisione specifica del lavoro su scala mondiale tra il centro industrializzato dell’economia-mondo e la sua periferia sottosviluppata. Infine, l’insieme del sistema si presenta fortemente regolato tanto dalle strutture economiche quanto dalle politiche economiche che abbiamo descritto. Ma la sua operatività dipende da un determinato equilibrio tecnologico (intorno ad un determinato paradigma tecnico-economico nel senso di Freeman), da un determinato equilibrio economico (oligopoli stabilizzati nel senso di Baran e Sweezy, oppure fordismo nel senso di Aglietta) e soprattutto da un determinato equilibrio sociale (patto tra capitale e lavoro nel senso di Bowles, Gordon e Weisskopf). Tutti questi equilibri devono contenere ed imbrigliare le innovazioni e soprattutto quelle de stabilizzatrici nei limiti di ciò che è socialmente tollerabile. La crisi degli anni ’70 è interpretabile come una nuova depressione lunga che sopravviene dopo un periodo di espansione durato più di 25 anni. Ed è proprio il successo dell’accumulazione del capitale nel corso di questo periodo che produce l’emergere di nuove contraddizioni che finiscono per avere ragione dell’ordine produttivo esistente in quel momento (processo dialettico) : una sensibile riduzione della profittabilità del capitale ne è il segno annunciatore.

È il modo di accumulazione del capitale a trovarsi minato da un fascio convergente di fenomeni. L’ascesa a partire dal 1966-1969 di lotte sociali originali che prendono di mira le forme stesse del lavoro industriale (organizzazione fordista) apre una vera e propria crisi del lavoro. Ora quest’ultima, dopo una lunga tregua scaturita dal compromesso storico del New Deal mette di nuovo in piena luce quest’aspetto della contraddizione del rapporto di lavoro salariale. Nello stesso tempo essa viene a costituire, attraverso la flessione degli incrementi di produttività e gli aumenti salariali che comporta, uno dei fattori fondamentali che concorrono a deprimere la profittabilità del capitale. Gli effetti di questi fenomeni si trovano rafforzati dai limiti posti all’espansione delle attività capitalistiche da una parte dall’espansione delle attività non lucrative (salute, istruzione, edilizia popolare) e dunque anche dei lavoratori improduttivi e dall’altra parte l’espansione dei servizi nel consumo delle famiglie, laddove i servizi sono prodotti mediante procedimenti dotati di incrementi di produttività inferiori alla media. Ne risulta una forte espansione dei costi socializzati della crescita ed un deciso spostamento della domanda verso consumi collettivi il cui costo relativo tende ad aumentare.

 

 

Ben più di un esaurimento di un regime di accumulazione su basi sostanzialmente tecniche o di limiti incontrati dall’espansione delle attività produttive su basi economiche, si tratta dell’aumento di contraddizioni nuove su base sociale : la modificazione graduale del rapporto di forza a favore dei salariati nel corso degli anni ’60 destabilizza l’equilibrio sociale sul quale si regge l’ordine produttivo di allora. Questo fenomeno costituisce un primo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga e presenta il vantaggio di integrare differenti elementi esplicativi correttamente enunciati da una serie di autori. Tali elementi ne costituiscono al tempo stesso una manifestazione ed un effetto : la crisi del lavoro ed il crollo del patto tra capitale del lavoro, una tendenza allo spostamento a vantaggio dei salariati del tasso di ripartizione tra profitto e salari e l’aumento dei costi collettivi socializzati della crescita. Questi due ultimi fenomeni sono il frutto della pressione efficace dei salariati. L’insieme concorre a spiegare il fenomeno direttamente osservabile, e cioè la pericolosa caduta della redditività del capitale.

 


24 settembre 2010

Rosier : le grandi crisi come mutazioni delle forme dell'ordine produttivo

Le forme che caratterizzano un ordine produttivo sono operanti nella misura in cui permettono lo svolgimento di un periodo lungo di accumulazione, ma lo studio della fase contemporanea mostra che il successo stesso di queste forme che tende a metterle progressivamente in discussione, suscitando l’apparizione di nuove contraddizioni. Sono queste ultime, quando una di esse raggiunge il parossismo, rendendo aleatorio il prelievo del surplus, a provocare l’inversione lunga della congiuntura.

 

 

Su questa base si possono interpretare le depressioni lunghe, o grandi crisi, come crisi di mutazione delle forme che, specificando un ordine produttivo, hanno consentito la fase di espansione. Affinchè il sistema possa perdurare, queste forme devono cambiare. La depressione lunga diventa di conseguenza fase di genesi di forme nuove. E si vede che ogni fase del movimento (espansione e depressione) produce dialetticamente la successiva. Tali forme nuove devono essere suscettibili di organizzarsi in un nuovo ordine produttivo coerente, capace di superare per una fase le nuove contraddizioni e di conseguenza di instaurare nuovi mezzi atti ad estrarre durevolmente un surplus economico sufficiente. Questa è la funzione svolta di fatto dalle depressioni lunghe, quale si ricava dall’analisi. Non vi è però nessuna necessità che questa ricerca vada a buon fine ed in particolare non ve ne è nessuna strutturale.

L’analisi dei ritmi lunghi rifiuta di conseguenza qualsiasi idea di meccanicismo. Ciò significa in particolare che la fuoriuscita da una depressione lunga non è necessariamente nel sistema. Essa potrebbe anche dare luogo ad un cambiamento di sistema, all’innesco di una transizione fuori dal capitalismo. Il ritmo lungo storicamente osservato diventa alternanza di operatività di certe forme, rimessa in discussione e produzione di forme nuove.

 


23 settembre 2010

Nuovi modi di regolazione internazionale dei flussi economici

Nel 1800 e fino alla crisi del 1929 (capitalismo concorrenziale) la regolazione in intenzionale dei flussi economici avveniva attraverso il gioco del tasso di profitto, il cui livello suscita spostamenti di capitali tra i settori) e quello delle crisi classiche. Ma queste ultime possono esercitare un luogo regolatore, tenuto conto del loro grande costo sociale, solo se gli Stati intervengono :

·         Per mantenere l’ordine contro le rivolte popolari provocate dalla disoccupazione e dalla miseria operaia che accompagnano queste crisi

·         Per prendersi carico di numerose infrastrutture collettive necessarie all’espansione industriale

·         Per estendere aprire e proteggere i mercati (politica coloniale, accordi commerciali, protezionismo)

Dalla grande crisi degli anni ’30 emerge un modo di regolazione molto più complesso,questa volta in larga misura intenzionale e che tenda ad eliminare le crisi nella loro forma classica così come le tensioni sociali troppo forti dato che il loro costo economico e sociale diventa insopportabile e costituisce un grosso fattore di rischio per il sistema stesso. Ancora una volta gioca una combinazione di effetti già menzionati :

a.       Al livello del modo di accumulazione del capitale. Si tratta della strutturazione dell’industria in oligopoli stabilizzati, forma regolatrice per natura. Si tratta anche del fordismo, una nuova forma di articolazione tra organizzazione del lavoro, salario e consumo. Si tratta ancora delle forme date al rapporto di lavoro salariato dalla divisione tecnica del lavoro della quale un certo numero di autori ha evidenziato il ruolo di controllo sociale.

b.      Al livello del tipo di crescita, un potente effetto di regolazione e di integrazione sociale è esercitato dall’articolazione tra modo di lavoro (universo della produttività) e modo di vita (universo del consumismo). In ciò che concerne infine il modo di organizzazione delle relazioni internazionali ed il sistema monetario internazionale, un effetto regolatore sarà esercitato dal sistema di Bretton Woods.

Ma a questi effetti della struttura stessa del sistema economico nelle sue forma particolari vengono ad aggiungersi ed a combinarsi gli effetti regolatori intenzionali degli interventi degli stati. La novità non è l’intervento in se stesso che è congenito al sistema, ma la sua ampiezza, il suo carattere sistematico, il fatto che si serva di strumenti di analisi perfezionati (contabilità nazionale, modelli macroeconomici) e questo specialmente in due campi e cioè quello delle nuove politiche economiche di ispirazione keynesiana concepite per regolare la congiuntura utilizzando le spese pubbliche in senso anticiclico, e poi quelle delle politiche sociali, oggetto delle quali è un accollamento alla collettività di una larga parte del costo della gestione globale delle forze di lavoro (sicurezza sociale, assegni familiari, indennità di disoccupazione, formazione professionale).

 


22 settembre 2010

Regimi tecnologici e regimi di accumulazione in un contesto di divisione internazionale del lavoro

Il tipo di forze produttive materiali messe in atto come risultato di un insieme di innovazioni sono allora considerate nel loro contenuto concreto. Si può constatare infatti (seguendo sia Kondratiev che Schumpeter, sia Mandel che Freeman) che ogni periodo lungo di espansione governato da un certo regime di accumulazione, si regge su una base tecnica specifica costituita da sistemi tecnici particolari (a loro volta evolutivi) e da alcune industrie motrici caratteristiche che polarizzano e trainano l’attività economica nel corso di un dato periodo a partire da un paradigma tecnico-economico nuovo (di qui la pertinenza del concetto di regime tecnologico elaborato da Freeman. Questi sistemi tecnici sono inseparabili da un modo determinato di divisione del lavoro nella produzione, secondo una combinatoria che si può periodizzare, come ha fatto Mandel, e che si trova a sua volta legata al tipo di bisogni prodotti che dà luogo alla domanda sociale. Il fatto è che un insieme di lavori recenti mostra che il progresso tecnico non è un fenomeno univoco, riconducibile ad una logica indipendente dal contesto storico e quindi trasferibile senza problema da un contesto geo-economico ad un altro. Alcuni lavori hanno messo in evidenza che, al contrario, le innovazioni fondamentali sono una produzione sociale complessa che allo stesso tempo è oggetto, posta in gioco, sbocco dei conflitti economici e delle lotte sociali come dei grandi scontri armati (secondo una sottile dialettica tra innovazione e conflitto) e che ne portano di conseguenza il marchio (marchio sociale delle innovazione). Ne segue che la crescita non è un fenomeno universale da misurare solo in termini quantitativi : ci sono stati storicamente e più ancora potrebbero essercene diversi tipi di crescita, fondati su sistemi tecnici e forme di divisione del lavoro nuovi, poiché al servizio di un progetto sociale diverso (sviluppo endogeno, edificazione di un socialismo democratico) da quello che attualmente finalizza la produzione delle innovazioni.

Storicamente il contenuto concreto della crescita di un periodo (tipo di accumulazione, sistemi tecnici, organizzazione del lavoro, tipo di bisogni) e di conseguenza il regime di accumulazione ed il regime tecnologico si sono prodotti nei periodi di depressione lunga, veri e propri laboratori sociali per superare le contraddizioni ed i conflitti e rispettare gli imperativi della riproduzione economica e sociale. Così oggi sappiamo che la taylorizzazione progressiva del lavoro e l’organizzazione fordista non sono modalità neutre corrispondenti ad una necessità tecnica risultante dalla meccanizzazione. Essa è un modo particolarmente efficace di mettere a lavoro e controllare la manodopera, un modo corrispondente ad un imperativo sociale. Mentre altre forme sarebbero state e restano possibili (ad es. il decentramento delle unità produttive).

 

 

Così i concetti di regimi tecnologici (Freeman) e di regimi di accumulazione (regolazionismo), per definire la base tecnica e il modo di articolazione tra lavoro, salario e consumo sono da completare con la concreta specificazione del tipo di crescita. La conoscenza di quest’ultimo permette di capire meglio le concrete modalità operative di un ordine produttivo ed al tempo stesso la genesi delle contraddizioni nuove che lo mettono a poco a poco in discussione. Così la crisi del lavoro si trova in germe nell’organizzazione fordista del lavoro stesso.

Inoltre il tipo di divisione del lavoro su scala mondiale deve essere considerata come essenziale. Una caratteristica del capitalismo fin dalle origini è il suo carattere cosmopolitico ed il suo espansionismo, e nessuna nazione può essere capita nella sua dinamica al di fuori della sua collocazione nello spazio in cui si dispiega il capitalismo. Questo spazio è organizzato intorno ad una economia dominante (la Gran Bretagna prima e gli Usa a partire dal 1929). Esso è strutturato da un complesso insieme di relazioni di scambio che definiscono molteplici gerarchie. Solo la conoscenza di queste relazioni permette di cogliere il ruolo del mercato mondiale nella diffusione sia dei modi e dei regimi di accumulazione e delle crisi sia dei tipi di crescita e di tecnologia. Per tutto l’800 ed il ‘900 l’economia-mondo occidentale si è estesa e si è modificata nella sua struttura interna. Il mercato mondiale si è allargato, sia per l’ingresso di paesi nuovi nel novero dei grandi paesi capitalistici sviluppati (Usa, Canada, Germania, Giappone) sia per le conquiste coloniali. Sembra che questo comportamento imperialista sia stato più attivo in particolare nel corso dei periodi di depressione lunga, poiché le principali spedizioni coloniali si collocano alla fine del periodo di depressione ed all’inizio della fase di ripresa lunga.

 

 

Così, mentre la considerazione del modo di accumulazione del capitale e del tipo di crescita permette di definire le forme assunte successivamente dal modo di produzione capitalistico nel corso delle grandi tappe del suo sviluppo storico nelle diverse società interessate (a partire da un impulso proveniente dall’economia dominante), l’esame della divisione del lavoro su scala mondiale permette di collocare tali processi evolutivi all’interno di un quadro significativo e cioè l’economia-mondo occidentale di cui parte integrante è la natura del sistema monetario internazionale che svolge un ruolo importante e la cui evoluzione è fortemente legata alle congiunture economiche lunghe. Storicamente e fino alla fine della prima guerra mondiale, il sistema del gold standard presiede ufficialmente agli scambi internazionali (il che significa che in definitiva i saldi tra i paesi sono regolati in oro). In realtà il vero garante, il referente degli scambi è già la moneta dell’economia dominante e cioè la sterlina inglese. Ma il sistema crolla con la prima guerra mondiale e la depressione tra le due guerre. Nasce allora il sistema del gold exchange standard, fondato su due valute chiave, sterlina e dollaro, ed il cui crollo amplificherà la crisi del 1929. Dopo la seconda guerra mondiale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 creano un sistema di parità fisse tra le principali monete definite di fatto in rapporto al dollaro dichiarato liberamente convertibile in oro, al tasso di 35 dollari l’oncia. Il periodo di espansione lunga degli anni ’50 e ’60, vede in collegamento con il riconoscimento degli usa come economia dominante, il dollaro (una moneta stabile) diventare di fatto la moneta internazionale garantita dalla potenza dell’economia americana ben più che dallo stock di oro di Fort Knox. Una parziale rimessa in discussione dell’egemonia americana, a sua volta legata ad un deficit rapidamente crescente della bilancia commerciale americana, alla fine degli anni ’60, apre la crisi del sistema monetario nell’agosto 1971. A questo punto gli Usa abbandonano la convertibilità aurea del dollaro. Ciò annuncia ed accompagna la crisi economica e sbocca su di un era di cambi fluttuanti. Quest’era nuova conduce progressivamente, a partire dagli anni ’80, da una parte ad una vera volatilità dei corsi delle monete (che si manifesta anche in quella dei tassi d’interesse) con in particolare un comportamento apparentemente incomprensibile del dollaro. Dall’altra parte si assiste ad un grave indebitamento di una larga parte del terzo mondo. Ancora una volta la crisi del sistema finanziario giunge ad amplificare la crisi economica.

Ma appena si rifletta che nessun sistema complesso (sistema fisico, biologico o sociale) può perdurare e quindi riprodursi senza l’intervento di procedure più o meno complesse di regolazione, si pone la questione di sapere quale modo di regolazione è in azione per rendere operativo questo o quell’altro ordine produttivo. Questa questione essenziale è stata giustamente avanzata dalla scuola della regolazione, intendendo come regolazione la congiunzione dei meccanismi concorrenti alla riproduzione complessiva del sistema, tenuto conto dello stato delle strutture economiche e delle forme sociali. Questa questione concerne non solo la regolazione economica in senso stretto, ma anche i diversi processi di regolazione sociale, nella misura in cui, in un sistema sociale attraversato da interessi contraddittori, non vi può essere efficacia economica, senza che siano assicurate le condizioni di una sufficiente sottomissione secondo forme diverse delle forze di lavoro all’ordine industriale. Su questo piano, dalle origini del capitalismo, è sempre intervenuto l’effetto combinato delle forme assunte dalle grandi caratteristiche del sistema economico che abbiamo esaminato e l’intervento degli Stati in campo economico e sociale. L’analisi del ruolo dell’intervento pubblico vede i keynesiani sopravalutarne gli effetti, mentre i regolazionisti li sottovalutano. Gli autori liberali lo rifiutano in quanto non possono concepire l’economia se non attraverso il dominio assoluto del mercato. Così facendo essi ignorano la storia, da cui si ricava che il capitalismo non avrebbe potuto vedere la luce senza un’attiva alleanza del mercante ed il principe né ha potuto svilupparsi senza un costante sostegno dello Stato (il ruolo essenziale delle rivoluzioni borghesi ne è una dimostrazione lampante).

 


21 settembre 2010

Rosier : onde lunghe e modo di accumulazione

Si parte dal modo di accumulazione del capitale, nozione che intende rappresentare le forme assunte per un periodo di tempo dai due rapporti sociali che strutturano il capitalismo come modi di produzione, forme che devono necessariamente cambiare perché l’essenziale di questi rapporti non cambi. Si tratta dunque :

·         Della forma concreta assunta dal rapporto tra capitale e lavoro (rapporto di lavoro salariato) : condizione d’impiego, modalità di uso, modalità di sfruttamento delle forze di lavoro (in particolare tipo di visione tecnica del lavoro, livello relativo del salario e modi di formazione ed utilizzazione dello stesso). De Gaudemar ha messo in evidenza dei cicli disciplinari e delle crisi disciplinari concordanti con le onde lunghe (la disciplina indica la forma di organizzazione del lavoro destinata a far si che il potere sia esercitato e rispettato, affinchè l’ordine regni nelle fabbriche). Così si passa da una tecnica di sorveglianza direttamente coercitiva a forme diverse di controllo sociale. Tutto ciò sfocia nell’iscrizione della disciplina in un sistema scientifico : il taylorismo.

 

·         Delle forme economiche stabili che governano il rapporto all’interno del capitalismo, in altre parole i tipi di strutture industriali e finanziarie e le modalità della concorrenza. L’osservazione di queste forme permette di separare nettamente a partire dagli ultimi anni del 1800 l’era del capitalismo concorrenziale da quella del capitalismo monopolistico la cui genesi si confonde con la grande depressione della fine dell’800 e il cui compimento si lega all’elaborazione di un modo di regolazione specifico nella grande crisi degli anni ’30. L’importanza di due pilastri costituiti dalle forme dei due rapporti sociali fondamentali (adattate a congiunture sociali specifiche) viene sottolineata quando si parla delle basi istituzionali dell’accumulazione ed in particolare del sistema della grande impresa che si basa specialmente su di un particolare accordo tra capitale e lavoro.

 


sfoglia     settembre        novembre
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom