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7 marzo 2011

Krugmanite : l'ipocrisia del mainstream sul Nordafrica

In realtà le analisi fatte da Eichengreen, Rodrik, Rogoff e Krugman rivelano solo l’ipocrisia del mainstream degli economisti. Da un lato essi non possono esimersi dal riscontrare che il problema è nella distribuzione del reddito, dall’altro sembrano considerare questa redistribuzione come un fatto che ha origini solo all’interno di questi paesi, senza contare le azioni dei paesi più ricchi e capitalisticamente avanzati del pianeta.

La sintesi neoclassica vuole venderci ancora le sue ricette : vu' cumprà ?

 

Krugman è addirittura ridicolo in questo doppio registro. In un articolo spiega che gli investimenti provenienti da paesi con una più debole domanda interna cercano i paesi in via di sviluppo, dall’altro lato nega che la politica della Fed c’entri qualcosa con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari in questi paesi e se la prende, come Don Ferrante, con le stelle, il clima e la Cina che non vuole svalutare.

Rogoff parla di lavoratori qualificati che trovano lavoro e lavoratori meno qualificati che lo perdono, ma non spiega perché la quantità di lavoratori qualificati e competitivi sia così irrisoria rispetto al resto. Tutti constatano i fenomeni, ma pochi si fermano a cogliere le relazioni sociali esistenti tra di essi. Non è un caso.

Tutti stanno con i pantaloni in mano, ma si ostinano a correre nella direzione di prima. Hanno troppa paura che qualcuno tiri il guinzaglio con forza e li faccia stramazzare

 


27 febbraio 2011

Le rivoluzioni dell'Africa settentrionale secondo Rodrik, Rogoff e Krugman

Secondo Eichengreen le agitazioni in Tunisia ed in Egitto riflettono il fallimento da parte di governi nella distribuzione della ricchezza. Dal 1999 le due nazioni sono cresciute ad un ritmo di circa il 5% annuo. Tuttavia i benefici derivati dalla crescita non sono arrivati ai giovani insoddisfatti. La quota dei lavoratori al di sotto dei 30 anni è molto elevata il che implica prospettive molto più limitate da un punto di vista economico. A causa di un settore manifatturiero sottosviluppato, gran parte dei giovani lavoratori con scarse competenze e basso livello di educazione è forzato a ripiegare sul settore informale.

 

Dani Rodrik mette invece in evidenza il fatto che la Tunisia è posizionata al sesto posto tra 135 paesi in termini di miglioramento dell’Indice di sviluppo umano (Isu), mentre l’Egitto si è piazzato al 14° posto. Egitto e Tunisia hanno eccelso soprattutto su istruzione e sanità. L’aspettativa di vita della Tunisia (età media 74 anni) prevale su quella di Ungheria ed Estonia. Il 69% dei bambini egiziani va a scuola e lo stato in tutte e due paesi ha fornito servizi sociali e distribuito su vasta scala i benefici della crescita economica. Eppure alla fine non è bastato. Non sempre i miglioramenti economici sono ricompensati con la popolarità politica. Inoltre le buone politiche economiche non sempre coincidono con la buona politica. Tunisia ed Egitto (come molti altri paesi del medio oriente) sono rimasti paesi autoritari, governati da gruppi dirigenti corrotti e clientelari. Il governo egiziano si è posizionato al 111° posto su 180 paesi per quanto riguarda la corruzione.

Infine una rapida crescita economica non compra da solo la stabilità politica, fino a che non si consenta alle istituzioni politiche di svilupparsi e maturare rapidamente. La stessa crescita economica genera mobilitazione economica e sociale, cioè fonte primaria di instabilità politica.

Rodrik cita Huntington che dice che il cambiamento economico e sociale sviluppa la coscienza politica, ne moltiplica le richieste e ne amplia la partecipazione. Aggiungendo i social media (come Facebook e Twitter) le forze destabilizzanti azionate dal rapido cambiamento economico possono diventare enormi. Queste forze assumono maggiore potenza quando si amplia il gap tra mobilitazione sociale e qualità delle istituzioni politiche. La risposta alle richieste dal basso è un misto di compromesso, reazione e rappresentanza. Quando le istituzioni sono sottosviluppate, esse eludono queste richieste nella speranza che svaniscano da sole o che siano insabbiate dai miglioramenti economici. Questo modello si è dimostrato molto fragile.

Non è detto per Rodrik che un regime politico in grado di gestire queste pressioni dal basso sia democratico nel senso occidentale del termine. Basti pensare a sistemi politici che non agiscono mediante libere elezioni e con partiti politici concorrenti. Alcuni potrebbero fare riferimento a Singapore come esempio di regime autoritario durevole di fronte ad un rapido cambiamento economico. Ma l’unico tipo di sistema politico andato a buon fine nel lungo periodo è quello associato alle democrazie occidentali.

Sia Eichengreen che Rodrik parlano poi della Cina, e non è un caso.

Rogoff dice che la disuguaglianza in termini di reddito, ricchezza ed opportunità è probabilmente più elevata ora all’interno di ogni paese, rispetto a qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio. Le società per azioni hanno le tasche piene di denaro dal momento che il loro impulso all’efficienza continua a produrre enormi profitti. Ma la percentuale di lavoratori sta calando, a causa dell’alto tasso di disoccupazione, della riduzione delle ore lavorative e dei salari stagnanti.

I gradi di disuguaglianza tra i vari paesi stanno diminuendo, grazie alla costante e robusta crescita dei mercati emergenti. Tuttavia la maggior parte delle persone non guarda ai cittadini di paesi lontani, ma solo al proprio vicino.

I mercati azionari si sono ripresi, molti paesi vedono una impennata dei prezzi relativi agli immobili privati o commerciali. Il rialzo dei prezzi per le materia prime sta portando enormi entrate ai proprietari di miniere e campi petroliferi, proprio nel momento in cui i rincari degli alimenti base stanno scatenando rivolte alimentari e rivoluzioni su vasta scala.

A tormentare numerosi lavoratori poco qualificati c’è una elevata e prolungata disoccupazione. In Spagna la disoccupazione supera il 20% e non serve che i governi adottino misure di austerity.

Dati i livelli di debito pubblico registrati numerosi paesi, sono pochi i governi che possono operare una nuova redistribuzione dei redditi. Ad es. paesi come il Brasile hanno già livelli così alti di trasferimenti dai ricchi ai poveri che ulteriori manovre comprometterebbero la stabilità fiscale e la credibilità anti-inflazione. Paesi come Cina e Russia avrebbero maggiore libertà di azione per la redistribuzione, ma sono molto cauti per paura di destabilizzare la crescita.

Le cause della crescente disuguaglianza all’interno dei diversi paesi sono comprensibili : viviamo in un’era in cui la globalizzazione espande i mercati per gli individui supertalentuosi ma è in contrasto con il reddito dei lavoratori ordinari.  La competizione tra i paesi in fatto di individui qualificati e settori proficui costringe i governi a stabilire elevate aliquote fiscali per i ricchi. La mobilità sociale è ostacolata dal fatto che i ricchi mandano i figli in scuole private, mentre i poveri non possono permettersi nemmeno di mandare i figli a scuola.

Marx ha previsto che il capitalismo non avrebbe potuto sostenersi politicamente all’infinito, ma, contrariamente alle sue previsioni, il capitalismo ha sviluppato standard di vista sempre più alti per oltre un secolo, mentre i tentativi di attuare sistemi radicalmente diversi sono venuti a mancare.

Eppure con una disuguaglianza del genere, la situazione è vulnerabile e l’instabilità può esprimersi ovunque. Quaranta anni fa le rivolte civili e le manifestazioni di massa scossero il mondo sviluppato, dando vita a riforme sociali e politiche di ampio respiro.

Rogoff si chiede come si manifesterà il cambiamento e che forma assumerà alla fine il nuovo patto sociale e ritiene che è difficile ipotizzare che il processo sarà pacifico e democratico.

L’unico punto chiaro è che la disuguaglianza non è solo una questione a lungo termine. I timori sull’impatto della disuguaglianza tra i redditi stanno già frenando al politica fiscale e monetaria sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, i quali tentano di liberarsi delle politiche superespansive adottate durante la crisi finanziaria.

Rogoff conclude che la capacità dei paesi di gestire le crescenti tensioni sociali generate dalla profonda disuguaglianza separerà i vincitori ed i perdenti nel prossimo ciclo di globalizzazione. La disuguaglianza sarà la maggiore incognita durante il prossimo decennio di crescita globale.

Per Krugman si potrebbe stabilire un parallelo tra l’insurrezione egiziana e la rivoluzione popolare che travolse Marcos nelle Filippine nel 1986. In entrambi i casi, la gente è scesa in piazza contro un dittatore che era stato per molto tempo alleato degli Stati Uniti ed era stata mobilitata, più che da un’ideologia specifica, dalla corruzione percepita del governo. Le Filippine non sono diventate la Svezia, ma comunque liberarsi di Marcos fu una cosa buona. Molti commentatori hanno paragonato la situazione agli eventi che nel 1998 misero fine alla dittatura di Suharto in Indonesia. Ma per Krugman c’è una differenza fondamentale tra le rivolte in Indonesia e nelle Filippine  e quella in Egitto. Nei primi due casi le crisi politiche fecero seguito a gravi crisi economiche : Marcos cadde vittima della crisi del debito latino americano degli anni ’80. Suharto fu travolto dalla crisi finanziaria asiatica del 1998. Invece negli ultimi anni l’Egitto ha registrato una buona crescita, ma i frutti di questa crescita non sono arrivati agli strati più poveri e la disoccupazione giovanile è un problema enorme. Forse la morale della storia è che il prodotto interno lordo non spiega mai tutto.

 


11 settembre 2010

Ancora la Polonia : NoiseFromAmerika non si arrende

Dopo il nostro post sulla Polonia, le perplessità sull’articolo di NoiseFromAmerika si sono moltiplicate, anche se non vogliamo pensare ad un propter hoc, ma ad un semplice post hoc, tanto che pure il Capo si è scandalizzato per questa ribellione in piena regola.

Comunque penso che il fatto che la tenuta polacca contro la crisi sarebbe stata  causata dalla liberalizzazione del mercato del lavoro del 2003 sia ormai una bufala riconosciuta dagli stessi autori o sponsorizzatori (“La teoria di LP magari non regge, anzi quasi sicuramente non regge perché è monocausale e queste cose hanno sempre una varietà di cause e concause”). E tuttavia essi insistono nel dire che la liberalizzazione del mercato del lavoro sia causa dell’aumento dell’occupazione in Polonia. Boldrin dice “secondo te gli FDI arrivano per caso? Non ti suggerisce nulla il fatto che questi liberalizzino il mercato del lavoro e, giusto lo stesso anno, cominciano ad arrivare investimenti dall'estero in quantità eccezionale?”.

 

Il Prof Boldrin controlla accigliato che nel suo blog non si apra una nuova road to serfdom

 

 

E allora smontare anche questa illusione e spiegare cosa almeno approssimativamente sia successo in Polonia. Vediamo :

 

1.      Perché nonostante i buoni tassi di crescita la Polonia nel 2003 aveva un tasso di occupazione del solo 51,2% ? In realtà non si capisce se si tratta del tasso di occupazione semplice (occupati/popolazione) o di quello specifico (occupati in età da lavoro/popolazione in età da lavoro). In secondo luogo il basso tasso di occupazione è in relazione con l’alto tasso di disoccupazione che passa dal già alto tasso del 10,2 % del 1998 al 19,9 % del 2003. In realtà dalla fine del socialismo reale vi è stato un crollo dell’occupazione nei paesi dell’Est, crollo a cui non hanno posto rimedio né i forti investimenti dall’estero né il basso costo del lavoro. Se poi la Polonia ha avuto un buon tasso di crescita del Pil non è stato certo per la strategia economica, ma proprio per i forti investimenti dall’estero che hanno continuamente stimolato, se non drogato, l’economia. La Polonia è un paese privilegiato anche rispetto agli altri paesi dell’Est : a partire dal 1989 sono stati investiti in Polonia 49,4 mld di dollari, più degli altri paesi dell’est. Inizialmente gli aiuti europei ai paesi dell’Est erano indirizzati solo a Polonia ed Ungheria. Mentre solo nel 1994 tali aiuti furono estesi agli altri paesi, dal 1990 al 1994 il governo polacco aveva già ricevuto l’equivalente di 1 mld di euro che divennero 1,7 mld alla fine del 1998, di cui il 44% fu speso in infrastrutture (investimento tipicamente keynesiano). Gli investimenti privati dall’estero riguardano però nel 2000 per quasi il 40% la privatizzazione del settore pubblico e nel 2001 tale privatizzazione rallenta, con la salita al governo degli ex-comunisti guidati da Alexander Kwasniewski e già FMI e OCSE cominciano ad “essere preoccupati” per lo stato dell’economia polacca. Nel 2001, con la rarefazione delle privatizzazioni, gli investimenti dall’estero si riducono del 30%. Riassumendo, lo stato dell’economia polacca è quello di una nazione sorvegliata politicamente, premiata inizialmente per il fatto di essere stata la prima nazione a ribellarsi all’Urss nel decennio che condurrà al crollo del socialismo reale, poi punita perché non procede alla svendita del suo settore pubblico con la necessaria solerzia. Senza gli stimoli artificiali procurati da questi investimenti di matrice politica ed imperialistica, la Polonia viene restituita alle sue difficoltà di un’economia in transizione.

2.      Infatti, un’altra delle cause della diminuzione del tasso di occupazione e del contestuale aumento della disoccupazione si collega ad un'altra situazione specifica della Polonia : una pesante ristrutturazione del settore agricolo. Già nel 1997, a fronte di una disoccupazione complessiva del 10,5% si registra un 25% di disoccupazione nelle zone rurali del Nord. Gli occupati agricoli rappresentano nel 1996 ancora il 26% dell’occupazione totale, ma in realtà nelle zone rurali vi è molta disoccupazione occulta. L’adeguamento ai parametri comunitari ha comportato la riduzione dei sussidi agli agricoltori, lo spostamento traumatico degli occupati dal settore agricolo a quello dei servizi : l’occupazione agricola dal 21% del 1998 passa al 15% del 2008 ed il processo non è ancora finito.  La cosa ha assunto tale rilevanza da consentire al partito dei contadini di essere indispensabile per la tenuta del governo Kwasniewski e di affossarlo quasi nel 2003. La disoccupazione rimane in tutti questi anni sempre a due cifre e l’aumento dell’occupazione in termini assoluti di questi ultimi anni, lungi dall’essere causato dal modello liberista di mercato del lavoro, è il frutto di questo lento spostamento che ha causato prima un forte aumento della disoccupazione e poi una diminuzione della stessa : le riforme del mercato del lavoro hanno magari facilitato questo riassorbimento, ma sono state facilmente digerite proprio perché l’urbanizzazione di lavoratori e lavoratrici che vivevano nelle campagne in condizioni di semipovertà ha comunque coinciso con un miglioramento della loro condizione sociale.  Dunque si tratta di una situazione specifica che non è per niente esportabile.

3.      Ma davvero poi le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto qualche effetto ? In realtà ci troviamo ancora una volta ad investimenti che hanno una matrice politica : nel 2002, l’accordo ottenuto dall’allora primo ministro Miller ha reso ancora una volta la Polonia maggiore beneficiario tra i paesi dell’Est degli aiuti europei, per un totale di 13,5 mld di euro dal 2004 al 2006 (il 48,6% del totale degli accrediti accordati ai 10 paesi candidati). Per non parlare dei 6 mld di dollari da parte degli Usa per investimenti connessi all’acquisto da parte delle forze armate polacche di almeno 32 aerei F-16 della Lockheed Martin entro il 2008 (investimenti che superano ovviamente la spesa del governo polacco, spesa che comunque sarebbe stata fatta).

Dunque cari camerati libertari di NoiseFromAmerika, il liberismo non c’entra nulla. Ancora una volta è la politica che genera economia.

Evviva il moltiplicatore !!!

 


3 settembre 2010

Quando non si sa cosa dire : Noisefromamerika sponsorizza la Polonia. Ma si sbaglia e noi la corriggeremo…

Orfani dell’Irlanda, che si è cagata in mano come una Grecia qualsiasi, i liberisti ad oltranza cercano spasmodicamente una nuova terra di Bengodi, un nuovo Cile, dove la possibilità di muovere i lavoratori come si vuole si coniughi con la prosperità e la crescita economica.

Il nuovo candidato è la Polonia. L’ultimo articolo comparso su NoisefromAmerika infatti parla della patria del Wojtylaccio come di una nazione cui la crisi non ha fermato la crescita e spiega tale fenomeno con l’alto tasso di occupazione favorito da una legislazione che promuove la flessibilità del lavoro fin oltre i già comprensivi parametri UE. La chiave di volta del successo polacco sarebbe così la riforma della normativa sul lavoro del 2003, riforma che ha consentito un incremento dell’occupazione costituito quasi per intero da impieghi a tempo determinato. Questi impieghi hanno resistito alla crisi ed hanno costituito un baluardo tale da permettere alla Polonia di crescere anche in questi anni di crisi.

Dunque viva il liberismo, viva la prosperità !

Ovviamente sarebbe il caso di farsi qualche altra domanda, in modo da problematizzare la semplicità della ricetta.

Wojtyla riflette sull'articolo di Noisefromamerika...

 

Infatti, se l’aumento del Pil è dovuto anche alle conseguenze degli investimenti dall’estero, facilitati dalla permissiva normativa del lavoro in Polonia, si tratta di una sorta di dumping sociale che, in quanto tale, non può essere generalizzato. Dire che anche prima gli investimenti dall’estero fossero rilevanti non vuol dire niente, in quanto il fatto che gli Ide non portino frutti è dovuto alla mancanza di condizioni che riguardano soprattutto istruzione e tecnologia e non la flessibilità del lavoro (che invece è collegabile all’aumento degli Ide). Ma, se la ricettività è migliore, gli Ide aiutano eccome ad aumentare il Pil. Riassumendo : è possibile che la tenuta del Pil polacco sia legata ai forti investimenti dall’estero che arrivano nel paese, investimenti dovuti almeno in parte al dumping sociale legato alla normativa del lavoro, dumping sociale che, in quanto tale, può volgersi in beneficio solo a quelle nazioni che lo possono fare prima e meglio. E tra queste non ci possono essere paesi come Francia, Italia, etc etc.

Quindi l’Italia non può imitare la Polonia, come vorrebbero i pasdaran del libero mercato.

Analizzando però più nel dettaglio la situazione,meglio si vedono i fattori che hanno determinato la tenuta del Pil polacco, senza dunque favoleggiare sulle riforme del mercato del lavoro.

In primo luogo, il crollo non c’è stato perché le banche polacche non erano esposte particolarmente ai titoli tossici e quindi sembrano uscite indenni dalla crisi.

In secondo luogo, il fatto che la Polonia sia fuori dell’euro ha giocato un ruolo importante : è stata possibile infatti una svalutazione moderata dello zloty che ha migliorato la bilancia commerciale del paese, la quale nel 2008 aveva un passivo di 26.033 milioni di dollari, mentre nel 2009 il passivo era di soli 5.323 milioni di dollari.

In terzo luogo c’è stata una diminuzione delle tasse che ha consentito un aumento dei consumi. Tale diminuzione delle tasse non ha causato una diminuzione della spesa pubblica che è invece aumentata e di conseguenza è aumentato il debito pubblico, che nel 2008 era il 47,1 % del Pil, mentre nel 2009 ammontava al 51,4%, in un trend destinato a crescere.

In quarto ed ultimo luogo c’è un argomento che taglia la testa al toro liberista :

I 16,8 miliardi di zloty provenienti dai fondi Ue e impiegati l'anno scorso in Polonia hanno contribuito per almeno il 50% alla crescita del Pil polacco. Lo rileva uno studio realizzato dall'Istituto per la ricerca strutturale (Ibs). Secondo la ricerca Ibs senza i fondi Ue il Pil polacco sarebbe diminuito dell'1,2% rispetto all'1.8% di aumento realizzato dal Pil polacco nel 2009. E anche per i prossimi anni i fondi Ue reciteranno una ruolo di primo piano nella crescita economica del paese: secondo Ibs contribuiranno per lo 0,7% all'aumento del Pil 2011 e dello 0,9% nel 2012

Et voilà. La Polonia non la possiamo nè la vogliamo imitare.
Viva il liberismo e viva la prosperità !!!

 


22 ottobre 2009

Paolo Di Lorenzo : per un nuovo patto sociale contro l’evasione fiscale

 Che il sistema fiscale italiano sia gravemente malato non è notizia d’oggi. Anzi, forse sarebbe più preciso asserire che ci troviamo di fronte ad una sorta di malformazione congenita. Nel momento in cui l’economia italiana attraversa la più acuta fase di crisi dal dopoguerra, i sintomi di questa patologia diventano però decisamente più visibili e preoccupanti, come quando un nuovo virus colpisce un corpo già provato di suo. Nel primo quadrimestre del 2009 gli incassi tributari sono scesi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008 (fonte: Dipartimento delle Finanze). Ma mentre si registra una tenuta del gettito IRPEF (-1%), gli incassi di IRES (-7,1%) e IVA (-10,4%) sono peggiorati notevolmente. Si tratta di differenze da non sottovalutare e contribuiscono ad aumentare quel divario tra il gettito delle varie imposte che è uno dei principali sintomi dei problemi del fisco italiano.

Questo divario comincia già negli anni settanta, quando furono introdotte l’IRPEF e l’IVA, due imposte che hanno avuto un destino completamente differente. Grazie all’estensione della trattenuta alla fonte L’IRPEF è diventata rapidamente la prima imposta grazie ad un gettito tale da costituire anche la terza imposta in Europa in valore assoluto (fonte: eurostat). Completamente diversa è stata l’evoluzione dell’IVA. Senza un adeguato meccanismo di controllo sulle frodi, si è presto innescata una spirale perversa tra evasione, crescita delle aliquote per rimediare al mancato gettito e nuova maggiore evasione. Il confronto internazionale mostra chiaramente l’inesistenza di un legame lineare tra livello dell’aliquota ed incasso tributario, per cui all’aumentare del primo faccia seguito un aumento del secondo (fig.1). Eurostat ci segnala anche che l’Italia è il paese europeo con la più alta tassazione del lavoro e l’ultimo per il peso dell’imposte sui consumi finali all’interno del gettito, e in quest’ultimo caso non si tratta di una scelta di politica tributaria ma di una scelta degli operatori economici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’insuccesso della riforma degli anni settanta [1] è eclatante anche osservando la distribuzione del reddito dichiarato ai fini IRPEF. Anche se negli ultimi anni nei paesi capitalisti si è verificato un peggioramento della distribuzione del reddito, il quadro che emerge dai dati dichiarati al fisco è piuttosto quello di un paese in via di sviluppo, in cui una piccolissima elite dichiara dei guadagni molto alti mentre la maggioranza si trova in una situazione al limite della sopravvivenza.
La prova che dietro questa situazione si annidi una forte sotto-dichiarazione del reddito è fornita dall’ISTAT, che dal 2001 quantifica ufficialmente la parte del sommerso economico presente nel PIL italiano. Il sommerso economico costituisce una parte di quella che viene definita come “economia non osservata” e riguarda le attività economiche legali che vengono deliberatamente occultate alle autorità allo scopo di ridurre i costi di produzione, tramite la contravvenzione di norme fiscali e contributive. Nel 2006 queste attività rappresentavano una cifra compresa tra i 226 e 250 miliardi di euro, pari a circa il 16% del PIL. Un’altra stima dell’ampiezza del fenomeno dell’evasione è contenuta in Pisani e Polito (2006) [2]. Essa si basa su un confronto tra i dati fiscali contenuti nelle dichiarazioni IRAP con quelli statistici elaborati dall’ISTAT. L’evasione è ottenuta per differenza sottraendo i dati di fonte amministrativa, opportunamente resi confrontabili, da quelli statistici che come visto offrono una rappresentazione macroeconomica che include l’evasione. In questo modo l’evasione totale, stimata nel 2002 a 192.415 milioni di euro, può essere scomposta in una quota generata da attività di evasione per via, per cosi dire, amministrativa (tramite la sotto-fatturazione dei ricavi o il gonfiamento artificiale dei costi intermedi) ed una prodotta utilizzando di lavoro irregolare (81.000 milioni di euro, il 42% del totale).

Un’altra stima basata sul confronto tra dati statistici ed amministrativi riguarda l’adempimento dell’IVA [3]. Tale stima va oltre i confini dell’imposta sul valore aggiunto, poiché fornisce anche una buona proxy dell’evasione dell’imposta sui redditi da impresa. Infatti tutte le pratiche che comportano un’evasione dell’IVA permettono di evadere anche la tassazione diretta. La base imponibile non dichiarata (BIND) è sempre stata all’incirca la metà di quella dichiarata e, come si vede nella figura 2, ha rappresentato una percentuale oscillante tra il 27 ed il 37% della base totale (BIT) con un chiaro ciclo economico-politico.

 

Probabilmente la questione dell’evasione deve essere affrontata partendo dal presupposto che la sua diffusione nelle diverse categorie di contribuenti non è una questione “antropologica” ma è strettamente connessa con le opportunità concesse dal sistema fiscale [4]. L’aspetto cruciale diventa affrontare il problema del recupero di gettito senza scinderlo dall’altra questione chiave: distribuire in maniera uniforme il prelievo. Le stime precedenti sulla pressione fiscale effettiva ci dicono che nel caso in cui si riuscisse a portare l’evasione a livelli modesti lo Stato si troverebbe con un surplus di entrate fiscali. L’extra-gettito ottenuto dalla lotta all’evasione potrebbe essere utilizzato per diminuire il livello generale delle imposte, premiando coloro che le hanno sempre pagate.

Si tratta di una proposta vecchia ma sempre attuale perchè mai realizzata. L’obiettivo è realizzare un sistema poggiato su due piloni. Il primo è una maggiore equità, che non vuol dire fissare aliquote più alte che come abbiamo vista nel caso dell’IVA in Italia è una misura completamente velleitaria, ma ridurre l’evasione tramite un’IRPEF finalmente onnicomprensiva che misuri (e tassi) tutto ciò che viene trattato in maniera ingiustamente differenziata (come i redditi da capitale) o forfettaria (i redditi da impresa); una radicale semplificazione della legislazione tributaria, che sconta un accumulo trentennale di migliaia di leggi, regolamenti, pareri, circolari e sentenze; e finalmente un aumento dell’efficienza della spesa pubblica, in modo da aumentare la percezione che “le mie tasse servono a qualcosa”.

Il secondo elemento fondante è la deterrenza fornita dall’amministrazione fiscale, tramite un aumento della qualità e della quantità dei controlli, un particolare impegno nel sorvegliare la concessione degli incentivi fiscali, dei rimborsi e delle compensazioni (in passato fonte di numerosi abusi specie in materia di IVA) ed il rafforzamento dell’attività di riscossione, riducendo lo scarto tra somme accertate, somme definite e somme riscosse. Le attività di accertamento e di riscossione devono essere intese come complementari visto che non riscuotere i crediti corrispettivi alle sanzioni comminate rende perfettamente inutile l’azione di accertamento. La deterrenza è infatti un processo che si autoalimenta: un suo maggiore livello causa una riduzione della platea di soggetti da sottoporre a controllo periodico e quindi una migliore qualità degli accertamenti, il che crea a sua volta una deterrenza più alta.

Se si vogliono rimuovere gli effetti non basta però colpire i fattori che permettono ad essi di manifestarsi (cioè l’assetto del sistema tributario) ma occorre lavorare anche sulle cause originarie. Sicuramente non si tratta di un cammino in discesa. L’ottimismo della ragione può fare appello a quanto ci insegna la teoria economica: la disponibilità di regole sociali, rinforzate dall’autorità dello Stato che ne sancisce il carattere condiviso e ne assicura il rispetto, permette il raggiungimento di situazioni in cui il benessere collettivo, sia in termini di pressione fiscale che di efficienza della spesa pubblica, sono molto maggiori rispetto a situazioni in cui ognuno agisce in maniera scoordinata inseguendo il proprio interesse individuale [5].

Il coordinamento tra agenti necessario al raggiungimento di un nuovo equilibrio (la cui efficienza non è mai nota ex-ante) può essere guidato dalla sfera politica, la quale intercetta la domanda politica esistente in questo campo (che potrebbe anche essere maggioritaria) coagulando il consenso necessario a legittimare il nuovo compromesso istituzionale fra cittadini ed i loro rappresentanti al governo.

Sarebbero indispensabili ad esempio delle misure volte ad eliminare due delle ragioni della diffusione dell’economia sommersa [6]:

•la nota scarsa propensione delle grandi imprese italiane all’uso dell’economie di scala o agli investimenti in ricerca ed innovazione, preferendo il contenimento dei costi di produzione (quello del lavoro, in particolare) anche tramite l’estensione della subfornitura che ha contribuito alla diffusione delle PMI e dei distretti degenerando poi nella produzione in nero;

•l’inclinazione delle stesse imprese a ricercare delle rendite di posizione nei servizi privatizzati o nell’edilizia, che ha avuto la conseguenza di rendere meno dinamico il tessuto industriale italiano e di lasciare spazio all’economia sommersa in molti settori tradizionali [7].

L’attività economica sommersa approfitta di ogni situazione in cui la concorrenza si gioca sui fattori di costi e non di qualità, come avviene quando le imprese regolari non godono di un livello di produttività tale da compensare lo svantaggio in termini di costi ma va in difficoltà se esposta al confronto con chi dispone delle stesse armi ma con una potenza di molto superiore (le imprese localizzate in Cina o nei PVS).

Sarebbe sbagliato considerare le norme istituzionali come meri parametri che concorrono alla scelta ottimale da parte dell’agente massimizzante, come accade nella maggioranza dei modelli economici che analizzano l’evasione fiscale od il sommerso. Il contesto socio-economico è formato da una serie di elementi, coerenti tra loro, la cui analisi permette di comprendere perchè e come alcuni comportamenti individuali, anche se rivolti alla soddisfazione del proprio interesse, possano essere considerati ammissibili. Il comportamento economico socialmente riconosciuto come razionale è spesso il prodotto delle condizioni economico-sociali esistenti. Diverse indagini socio-economiche hanno per esempio dimostrato che il rispetto delle regole, di quelle fiscali in particolare, è positivamente influenzato dall’imitazione del comportamento delle persone vicine [8].

A questo fine è molto importante che i cittadini stessi, anche grazie al decentramento amministrativo e fiscale, sappiano ricreare quel sentimento di appartenenza alla medesima comunità (territoriale ma anche occupazionale) che dovrebbe cominciare a prevalere rispetto ad un’immagine di se stessi come meri operatori economici, cominciando a percepire la natura anti-sociale dell’evasione, la quale può favorirci come venditori o consumatori nel breve periodo ma nel medio–lungo periodo ci danneggia in quanto cittadini.

 

 *Economista, si occupa di finanza pubblica e di economia delle istituzioni.

 

[1] Per un’analisi dei vizi originari della riforma fiscale si veda l’articolo di A. Pedone: “Su alcuni problemi ricorrenti della politica tributaria italiana”, Economia Italiana n.3 del 2006.
[2] S. Pisani e C. Polito “Analisi dell’evasione fondata sui dati IRAP, anni 1998-2002”, Documento di lavoro, Ufficio Studi dell’Agenzia delle Entrate, www1.agenziaentrate.it/ufficiostudi, 2006.
[3] M. Marigliani e S. Pisani, “Le basi imponibili IVA. Aspetti generali e principali risultati per il periodo 1980-2004”, Documento di lavoro, Ufficio Studi dell’Agenzia delle Entrate, www1.agenziaentrate.it/ufficiostudi, 2007
[4] L’atteggiamento di favore nei confronti dell’evasione fiscale sembra diffuso in tutte le classi sociali, compresi i lavoratori dipendenti (in particolare gli operai). Cfr. L. Cannari e G. D’Alessio, “Le opinioni degli italiani sull’evasione fiscale”, Banca d’Italia Tema di Discussione n. 618, 2007.
[5] In Italia sembra esistere purtroppo l’atteggiamento opposto, del passeggero clandestino, poiché è aumentato il numero di cittadini che si dichiarano disponibili ad accettare una maggiore tassazione in cambio di maggiori e migliori servizi pubblici, ma contemporaneamente è diminuita la percezione della gravità sociale dell’evasione. Cfr. C. Fiorio e A. Zanardi, “L’evasione fiscale: cosa ne pensano gli italiani?”, in La finanza Publica Italiana, Rapporto 2006, Il Mulino.
[6] Cfr. anche G. Rey, “Il frutto illegittimo dell’economia italiana: un confronto nord—sud”, Lezione Rossi–Doria 2006, Ass. M. Rossi–Doria, 2006.
[7] Alcune stime econometriche confermano che l’aumento della produttività del lavoro e la diffusione delle ITC producono una diminuzione dell’economia sommersa.
[8] L’importanza dell’imitazione come elemento rinforzante la convinzione della razionalità nella scelta in una situazione d’incertezza è nota agli economisti (o almeno a chi si è preso il disturbo di leggere la General Theory) già dagli anni 30 grazie all’analisi keynesiana dei mercati finanziari


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permalink | inviato da pensatoio il 22/10/2009 alle 9:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


22 febbraio 2008

La funzione delle privatizzazioni mondiali

 Se guardiamo ilcalcolo dell'andamento del Pil effettuato sui 176 paesi recensiti dal Fondo monetario ("The Emperor Has No Growth: Declining Economic Growth Rates in the Era of Globalization", di Mark Weisbrot, Robert Naiman e Joyce Kim, Center for Economic Policy Research, Ottobre 2000) vediamo che per l'insieme dei suddetti 176 paesi il Pil procapite è aumentato del 33% nel periodo 'liberista' 1980-'99 contro l'83% del periodo 'dirigista' 1960-'79. Per ciò che riguarda i paesi della periferia, nel periodo 'liberista' l'andamento del Pil procapite è stato negativo per l'Africa subsahariana e per i paesi arabi, mentre era positivo per ambedue le zone nel ventennio 1960-'79. In America latina il Pil per abitante è cresciuto del 75% nel primo ventennio e appena del 6% nell'ultimo. Solo l'Asia orientale, la cui popolazione è per oltre l'80% concentrata in Cina, ha esibito una crescita molte volte superiore a quella del primo ventennio. Così la dinamica dell'idolatrato Pil è in controcorrente rispetto al rallentamento generale proprio nel paese che applica le regole molto a modo suo. Contrariamente alle fandonie vendute da personaggi come Ruggiero.
Benché privo di serie dimensioni qualitative il concetto di Pil - e soprattutto di Pil procapite - è importante per il capitalismo in quanto esprime confusamente la dinamica del reddito su cui si potrebbero realizzare dei profitti. La stagnazione del Pil capitalistico innesca invece un meccanismo in cui i profitti vengono ricercati nella circolazione finanziaria e nella rivalutazione degli attivi finanziari. Questo è il vero senso della privatizzazione globale. Tuttavia tali processi non rilanciano la dinamica del Pil capitalistico, anzi la indeboliscono ulteriormente perché comprimono la domanda globale. Nei centri motori del capitalismo cresce pertanto l'urgenza di accaparrarsi ulteriori fette di reddito corrente e di patrimoni pubblici allo scopo di trasformarli in attivi finanziari. Il processo per cui oggi in Gran Bretagna le tasse dei cittadini vengono spese dal governo per sostenere il valore delle azioni delle ferrovie privatizzate, piuttosto che in investimenti diretti in quel disastrato settore, è lo stesso di quello che ha portato alla crisi delle Aerolineas Argentinas, nel passato una delle più efficienti compagnie del continente sudamericano.
Spesso e volentieri le privatizzazioni disarticolano la funzionalità tecnica delle società. Queste ultime devono soprattutto creare rendite finanziarie invece di rinnovare, mettiamo, i binari. Da sole però non ce la fanno e lo stato deve convogliarvi parte del gettito fiscale erogato dai cittadini. La crisi dell'accumulazione reale apertasi negli anni settanta sta trasformando il capitalismo in un sistema di accumulazione per tributi. Ciò comporta un allontamento degli interessi dei potentati economici dall'accumulazione reale tipo anni sessanta. In questo senso è vero che non vi è più spazio per politiche keynesiane che ipotizzavano una compatibilità fondamentale tra piena occupazione, stato sociale e capitalismo. Inoltre, pur non innescando un meccanismo di accumulazione reale sostenuta, la deflazione permanente - connessa alla valorizzazione finanziaria - sbaraglia il lavoro dipendente, lo trasforma in una miriade di lavori in subappalto e fa balenare ai detentori di ricchezza monetaria la possibilità di eliminare definitivamente le classi sociali antagoniste riducendole a moltitudini disgregate. Mica male!

(Joseph Halevi)


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