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6 luglio 2010

La lettera degli economisti contro le politiche restrittive europee

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

≈≈≈

La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

≈≈≈

Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.

Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

≈≈≈

Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie e valutarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

≈≈≈

Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.

Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

≈≈≈

Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.


15 aprile 2009

Rosaria Rita Canale : la politica economica e il futuro dell' Ume

 La teoria della politica economica è giunta negli ultimi anni a conclusioni che ne hanno messo in discussione le fondamenta. Tali posizioni si sono consolidate in Europa durante gli anni ottanta, quando la crescita sostenuta dei deficit di bilancio e del debito pubblico hanno condotto ad una profonda revisione della relazione diretta fra spesa pubblica e crescita e alla negazione di un possibile ruolo attivo della politica monetaria nell’influenzare il livello di equilibrio del reddito. I fondamenti teorici di queste conclusioni possono essere ricondotti ai limiti delle politiche fiscali discrezionali e al fenomeno dell’incoerenza temporale sia in tema di politica fiscale che in tema di politica monetaria (Kydland and Prescott 1977). Infatti – seguendo l’ipotesi di aspettative razionali – “solo la moneta non anticipata è rilevante” (Lucas 1972, Sargent and Wallace 1975) e pertanto la politica monetaria non può avere alcun ruolo attivo nella stabilizzazione del prodotto. In tema di politica fiscale Barro (1974) avrebbe dimostrato che la spesa pubblica crea soltanto aspettative di maggiore tassazione futura – la cosiddetta equivalenza ricardiana – e nessun incremento di domanda. È stato poi rilevato che i politici raramente perseguono l’obiettivo dell’interesse pubblico, ma subordinano la decisione riguardo alla politica ottimale al meccanismo del consenso (si veda, fra gli altri, Buchanan and Tullock 1962). 



Questi risultati teorici hanno ampiamente contribuito a formare il paradigma di politica economica dell’Unione monetaria europea.
Il nucleo centrale di queste posizioni può essere sintetizzato nei seguenti punti:

1. le politiche economiche di breve periodo non sono desiderabili: anche se nel breve periodo possono avere effetti positivi, il risultato finale è unicamente un incremento dell’inflazione;

2. l’inflazione è un fenomeno monetario, che può essere regolato controllando la quantità di moneta in circolazione.

3. il prodotto interno lordo e la disoccupazione fluttuano attorno al loro livello di lungo periodo, il quale è indipendente da politiche monetarie e fiscali attive.

Questi principi rappresentano i fondamenti teorici del Trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita, il cui contenuto generale ha come obiettivo assicurare che le variabili monetarie non disturbino la convergenza spontanea verso il cosiddetto non accelerating inflation rate of unemployment (NAIRU) e aiutare la Banca Centrale Europea a perseguire la stabilità dei prezzi.
I governi nazionali che appartengono all’Unione Monetaria Europea sono obbligati a rispettare rigidi parametri e non possono usare liberamente la politica fiscale per aumentare la crescita e ridurre la disoccupazione. La spesa in deficit è stata trasformata, da strumento, in obiettivo di politica economica.
Il prezzo in termini di costi sociali in generale, e di occupazione in particolare, del processo di unificazione monetaria dell’Europa è stato per gli anni passati già molto elevato. L’esperienza della crisi economica mondiale ci ha mostrato anche che non è stato sufficiente contenere il deficit e il debito pubblico per controllare l’instabilità finanziaria. Il risultato generale è che ora in Europa non si dispone di strumenti adeguati per contrastare la disoccupazione e la continua riduzione del tasso di crescita del reddito. La politica economica non ha margini di discrezionalità.
La subordinazione del mantenimento degli equilibri interni all’obiettivo della stabilità della valuta comune ha in definitiva messo profondamente in discussione l’esistenza stessa di una Europa unita. Come per un qualunque sistema a cambi fissi, se i costi di mantenimento delle parità sono troppo elevati per alcuni dei paesi che vi partecipano, prima o poi la stessa sopravvivenza dell’area valutaria risulta essere a rischio.
Il futuro dell’Europa e dell’Euro passa pertanto per la creazione di una autorità di politica fiscale comune che controbilanci l’azione della banca centrale e sia in grado di individuare strumenti condivisi per sostenere la crescita. Ma questo risultato può essere realizzato solo se l’Europa diventa politicamente unita.
Gli estensori del trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita hanno dimenticato che esso avrebbe dovuto essere l’ultimo anello di una catena partita dai trattati di Parigi e Roma, passata attraverso l’Atto Unico, le cui motivazioni di fondo hanno natura politica. Il rispetto dei principi dettati dall’ortodossia economica ha fatto ritenere inutile l’unione politica nella convinzione che l’accordo sarebbe stato il naturale risultato di economie convergenti, perché sarebbe venuta meno la materia del contendere.
Tuttavia l’equilibrio del reddito e dell’occupazione non è il risultato spontaneo del mercato, ma piuttosto dell’azione della politica economica, sia fiscale che monetaria: di quella monetaria perché la Banca Centrale, nel modificare i tassi d’interesse, agisce sulla domanda sia attraverso gli investimenti che attraverso i consumi; e della politica fiscale dal momento che questa ha un ruolo attivo nell’influenzare la crescita del reddito attraverso il meccanismo del moltiplicatore keynesiano, la cui inefficacia non ha mai trovato un riscontro empirico convincete.
Sotto questo punto di vista l’esperienza sia passata che presente dell’economia statunitense, in cui la Federal Reserve coordina – pur essendo indipendente — il suo operato con il Governo federale, ci fornisce indicazioni importanti riguardo al ruolo dell’unità politica, e forse l’unica speranza di sopravvivenza dell’UME.


17 marzo 2009

Augusto Graziani 1990 : presupposti per una politica economica

Una politica economica incisiva deve individuare i ceti meritevoli di sostegno, divisare azioni di carattere generale volte a rafforzare la loro posizione nella compagine sociale, in modo che le misure prese non siano destinate di fatto a cadere nel vuoto ...



Nell'analisi delle componenti sociali, sarebbe piaciuto assai di più se, nell'individuare possibili alleati, invece di indicare gli uomini di buona volontà, si fosse concentrata l'attenzione sui ceti subalterni, che nella fase storica attuale, rischiano di essere respinti sempre più in basso : i lavoratori emarginati, privi di protezione sindacale, i disoccupati del Mezzogiorno, i lavoratori di colore cui viene elargita ratealmente la grazia di emergere dalla clandestinità.


25 febbraio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : effetti globali distorti

Si è messo in moto in questo modo un meccanismo cumulativo che benchè produca l'esatto opposto di una globalizzazione del capitale reale (e cioè un capitalismo disgregato e organizzato in pochi centri di potere in conflitto tra loro, è cionondimeno foriero di effetti globali e di effetti globali perversi. L'aumento dei saggi di interesse riduce l'investimento produttivo tanto nelle grandi come nelle piccole e medie imprese, rallenta lo sviluppo della produzione e del reddito, diminuisce la crescita del commercio mondiale, colpisce i consumi, l'occupazione e i salari e finisce con l'erodere le basi del Welfare State. Sarebbe sbagliato pensare che un processo del genere possa essere interrotto tornando ad una dimensione puramente nazionale o locale della politica. Come sarebbe sbagliato confidare soltanto in riforme da parre di organismi sovranazionali che al momento o sono troppo deboli o addirittura promuovono le tendenze che invece si vorrebbe invertire. Se si vuole agire, si deve mettere in questione la libertà di movimento dei capitali. La tensione tra centralizzazione finanziaria internazionale e frazionamento monetario, il modo di articolazione tra produzione, finanza e moneta vengono raramente messi in evidenza. La posta in gioco di un eventuale riforma del regime di cambio è così elevata che interventi dall'alto sono difficilmente concepibili senza movimenti dal basso dei lavoratori salariati feriti dalle politiche monetarie attuali, o in assenza di una grave crisi internazionale come quelle che hanno periodicamente posto fine ai diversi regimi di cambio del passato.

(Riccardo Bellofiore 1998)

 Nel frattempo è stata creata la moneta unica europea e ci sono state due crisi dopo la crisi estremo orientale del 1997 e cioè la crisi dopo l'11 Settembre e quella attuale dei subprime. Nessuna delle due ha dato respiro ai movimenti di protesta ed a quelli operai e dei lavoratori. L'analisi di Bellofiore sembra essere troppo catastrofista ma al tempo stesso i rischi di cui parla (soprattutto per il Welfare) rimangono in piedi. Manca però una soggettività in grado di portare avanti un progetto diverso (il movimento no-global sembra aver perso mordente)


20 febbraio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : capitalismo e democrazia

Il nocciolo della questione sostiene Barry Eichengreen, aggiornando una nota tesi di Karl Polanyi, risiede nel conflitto che oggi si delinea tra grado di democrazia raggiunto, attraverso un secolo di lotte e catastrofi nel corso del Novecento, e il capitalismo. Libertà di movimento dei capitali e sistema di cambi fissi non sono incompatibili per natura (ad es. non lo sono stati nel gold standard). Il fatto è che tra l'ultimo quarto del secolo scorso ed il primo conflitto mondiale, i governi erano protetti dalla politica interna e l'obiettivo del sostegno del cambio era prioritario : ad esso potevano dedicarsi le banche centrali e i mercati non avevano ragione alcuna di temere che altro obiettivi, come quello dell'occupazione, intralciassero la determinazione a difendere la stabilità "esterna" della moneta. Tra la crisi degli anni Trenta e la fine dell'era keynesiana, le cose stavano altrimenti e la piena occupazione finisce per essere uno degli obiettivi proclamati dai governi. E' dopo la metà degli anni Settanta che si riapre la questione della priorità della politica economica, con i mercato che scommettono sulla risolutezza dei governi e delle banche centrali a difendere il cambio della valuta. Ed è allora che si è riaperto il dilemma se limitare la libertà del capitale, oppure limitare la democrazia

(Riccardo Bellofiore)


19 febbraio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : la falsa globalizzazione

Si è messo in moto in questo modo un meccanismo cumulativo che, benchè produca l'esatto opposto di una globalizzazione del capitale reale (e cioè un capitalismo disgregato ed organizzato in pochi centri di potere, in conflitto tra di loro) è cionondimeno foriero di effetti globali perversi. L'aumento dei saggi di interesse riduce l'investimento prodittivo tanto nelle grandi come nelle piccole-medie imprese, rallenta lo sviluppo della produzione e del reddito, diminuisce la crescita del commercio mondiale, colpisce i consumi, l'occupazione e i salari e finisce con l'erodere le basi del Welfare. Sarebbe sbagliato pensare che un processo del genere possa essere interrotto tornando ad una dimensione puramente nazionale o locale della politica, come sarebbe sbagliati confidare solo in riforme da parte di organismo sovranzionali, al momento attuale o troppo deboli, o essi stessi promotori delle tendenze che si vogliono invertire. Ha ragione Suzanne de Brunhoff quando sostiene che se si vuole agire si deve mettere in questione la libertà di movimento dei capitali. La posta in gioco di un eventuale riforma del regime di cambio è così elevata che interventi "dall'alto" sono difficilmente concepibili senza movimenti "dal basso" dei lavoratori salariati feriti dalle politiche monetarie attuali, o in assenza di una grave crisi internazionale come quelle che hanno periodicamente posto fine ai diversi regimi di cambio del passato.

(Riccardo Bellofiore)

Bellofiore ha ragione a pensare che la globalizzazione in buona parte rimane ancora una eccessiva libertà di circolazione del capitale finanziario, ma ritiene erroneamente che i tassi di interesse sarebbero continuati a rimanere alti (in Italia da poco si era passati dal 10% al 5%), mentre invece essi si sono poi ridotti (in Italia al 3-2,5%)


6 gennaio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no :la critica di Hirst e Thompson

Hirst e Thompson sono dei critici radicali dell'idea di globalizzazione come stadio originario del capitalismo e della sua applicabilità per quel che è avvenuto negli anni recenti.
Essi costruiscono due idealtipi : da un lato un'economia internazionale, dall'altra un'economia autenticamente globale. Il mondo delle economie internazionali è un mondo di interdipendenze dove le nazioni continuano però ad essere gli agenti principali. Il commercio è specializzato per aree nazionali e perciò esiste una divisione internazionale del lavoro. In un'economia del genere crescono e maturano imprese multinazionali, che hanno base, cuore e testa ancora nazionali : una percentuale rilevante della produzione e dello smercio avviene ancora nel territorio di origine. Si può rendere più realistico il quadro, specificando che i veri soggetti dell'economia internazionale di oggi sono alcune poche grandi nazioni e sostituendo all'aggettivo nazionale quello di regionale con riferimento alle aree della Triade.
Nel caso del mondo del capitalismo globale le cose stanno in modo opposto. Lo spazio in cui si svolgono produzione e commercio, e lo stesso mercato del lavoro, è oramai immediatamente planetario. Non si ha divisione, ma diffusione del lavoro, perchè le stesse merci sono fabbricate e vendute in ogni angolo della terra. Il processo economico non ha più un legame forte con nessun luogo : le imprese sono transnazionali ed hanno perso materialità, spiritualizzandosi come il capitale finanziario di cui inseguono la mobilità perfetta divenendo sempre più flessibili. Le classi sono scomparse, dissolte nell'individualismo atomistico e le imprese individuali, viste come organismi dove la partecipazione dei lavoratori cancella ogni loro esistenza autonoma, non sono altro che questi atomi che il mercato mette in comunicazione anonima.

(Riccardo Bellofiore)



E' necessario ribadire che il secondo scenario è uno scenario ideale, ma è anche necessario sottolineare che l'economia mondiale non è più nemmeno quella del primo scenario.
Gli Stati sono sicuramente attori economici importanti, ma non è detto che siano gli attori più importanti, o meglio non è detto che pur essendo gli attori più importanti riescano a regolare o a frenare l'accumulazione mondiale di capitale e la circolazione mondiale delle merci.
Tuttavia la tesi di Bellofiore può essere quella per cui si può ancora pensare di fare politiche economiche in senso forte. Allora bisogna chiedersi : quanto gli Stati stanno favorendo con i loro accordi la perdita della loro capacità di intervento ? Questi processi se verificati sono  dovuti alla competizione tra Stati ? Alla corruzione delle loro classi politiche da parte del capitale ? Cosa può fare uno Stato che voglia mantenere il proprio Welfare senza ricorrere a politiche imperialistiche verso altri popoli o aggressive nei confronti di altri Stati ?
Per rispondere a quest'ultima domanda forse sarebbe necessario studiare l'impatto dei processi di globalizzazione sulle politiche economiche delle democrazie scandinave.


26 novembre 2007

Politica industriale e comunisti

Un post del buon Mario si collega polemicamente al mio sunto dell'articolo di Luigi Cavallaro sul Manifesto di qualche giorno fa. Mario si domanda giustamente (in relazione all'ipotesi di cambiare la politica industriale del nostro paese) a fronte di un contesto economico che ama la deregolamentazione e la flessibilità, chi dovrebbe guidare questo processo?
La seconda è: a vantaggio di chi e, cosa non secondaria, secondo quale ordine gerarchico di interessi?



Per rispondere a queste domande, bisogna fare una premessa : i comunisti debbono partire da un'analisi delle circostanze storiche concrete nelle quali si trovano ed elaborare progetti e strategie a partire da queste analisi. L'idea di cambiamento di politica industriale parte dal presupposto che l'ambito di azione di partiti e forze lavoratrici presenti in Italia sia ancora prevalentemente un ambito nazionale. In attesa di costituire reti, alleanze, soggetti, istituzioni che rappresentino i lavoratori a livello globale ed abbiano un'incidenza operativa (ricordo che la tanto detestata Cgil ha un ruolo di traino nel tentativo di dare maggiore unità d'azione al resto dei sindacati europei), bisogna esplorare le opportunità di lotta a livello nazionale e sperare che tali opportunità esistano. Gli economisti che fanno elaborazione in questo senso ritengono che sia possibile giocare sui tempi della globalizzazione e dunque cercare di contrastarla/regolarla/gestirla con risultati più efficaci. Gli esempi seguiti sono quelle democrazie che in Europa meglio hanno conservato il proprio Welfare a fronte delle dinamiche della globalizzazione e delle innovazioni tecnologiche.Ciò non toglie  che bisogna prepararsi anche ad una situazione in cui gli effetti congiunti della globalizzazione e delle innovazioni dispiegheranno tutti i loro destrutturanti effetti.
Nel frattempo ogni guerra ha diversi fronti e diverse strategie che si sovrappongono ed interagiscono. Quindi va perseguito anche questo indirizzo, che si integra bene con la resistenza (laddove ci sia) dei lavoratori alla precarizzazione e ai bassi salari, giacchè ne costituisce la parte propositiva. La risposta a chi sia l'attore di questa strategia è la seguente : lo Stato deve promuovere una politica industriale, un partito comunista deve dare questo ruolo allo Stato sulla base della resistenza dei lavoratori a politiche deflazionistiche. Dunque si deve partire sempre dalla resistenza nei luoghi di lavoro. Ma questa resistenza lungi dall'essere fine a se stessa (come in prospettive più massimalistiche) ha quanto meno una proposta fattibile, almeno in linea di principio.


15 agosto 2005

DALLA GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA ALLA GLOBALIZZAZIONE GIURIDICA

 

Premesse terminologiche

 

Internazionalizzazione dell’economia[1]

Insieme di flussi di scambio dei fattori di produzione tra due o più stati i cui agenti sono attori nazionali ed in cui un ruolo importante è giocato dalle autorità pubbliche nazionali.

 

Multinazionalizzazione dell’economia

Trasferimento e delocalizzazione del capitale (ed, in misura minore, del lavoro) da un’economia nazionale ad altri paesi.

 

Globalizzazione (o mondializzazione) dell’economia

Integrazione delle attività economiche su scala mondiale con la comparsa di soggetti economici transnazionali e con una riduzione del ruolo degli Stati Nazionali nella regolazione dei processi economici.

 

Dietro questi termini c’è una forte polemica tra le tesi di Negri e Hardt sull’Impero e quelle ad es. di G. Pala sulla persistente attualità della categoria di imperialismo2.

Non sbaglia del resto chi evidenzia che già Marx aveva descritto le conseguenze dell’internazionalizzazione dell’economia e previsto i successivi processi di mondializzazione3, mentre Lenin nella categoria di “imperialismo” riassumeva sia processi di multinazionalizzazione che di globalizzazione vera e propria dell’economia4

 

 



La fase attuale

 

Si può dunque dire che la categoria di imperialismo sia ancora analiticamente valida. Tuttavia da un lato il crollo del sistema del socialismo reale ha tolto uno dei fattori di rallentamento della rotazione e della rivoluzione del capitale a livello mondiale. D’altro lato le sempre più veloci innovazioni di prodotto e di processo accelerano sempre più questi tempi di rotazione e rivoluzione. Tale accelerazione rompe poi con sempre maggiore velocità i rapporti sociali che costituiscono le forme comunitarie preesistenti (siano esse pre-capitalistiche o collegabili a fasi capitalistiche precedenti)5. Quella che oggi viene chiamata “mondializzazione” è la manifestazione a cascata di tutti gli effetti sociali di questa accelerazione della velocità di rotazione e rivoluzione del capitale mondiale, manifestazione che riempie la sfera pubblica globale  grazie al progresso tecnologico ed alla mercificazione nel campo delle comunicazioni multimediali.

D’altronde l’imperialismo, nelle sue fasi successive, colloca il dimensionamento dell’accumulazione di capitale a livelli superiori a quelli dello stato-nazione e quest’ultimo (e le caste ad esso collegate) viene perciò messo in difficoltà soprattutto perché tale concentrazione di  capitale avviene a scapito degli impieghi interni, indispensabili per il mantenimento della stabilità interna e del consenso. Ciò genera un aumento del conflitto sociale interno agli stati ed un aumento della competizione inter-imperialistica tra stati, competizione che porta alla formazione di entità regionali più vaste degli stati-nazionali, quali ad es. l’Unione Europea. Le guerre messe in moto dagli Stati Uniti in questi 12 anni si situano all’interno di questa competizione e sono il tentativo quasi disperato di estendere la signoria (o la forte influenza) di uno Stato-nazione ad un livello ad un livello paragonabile a quello del livello di accumulazione del capitale considerato, pena una crisi interna probabilmente decisiva per i processi storici futuri.

D’altronde, senza voler trattare gli altri attori di questa competizione (tra gli altri Cina, Russia e Giappone), l’Europa può avere non pochi problemi dalla strategia militare Usa e del resto sembrano essere più forti i segnali di un’accelerazione del processo di normalizzazione del c.d. “mercato” del lavoro e della progressiva erosione delle posizioni di forza acquisite nel corso del XX secolo dalle aristocrazie operaie europee. Gli Usa stanno sfruttando al meglio il fatto di avere sia la carta militare che quella economica (Europa e Giappone sono forti economicamente, Cina e Russia militarmente) e di giocarle di concerto.

 

 

Il globalismo giuridico e le obiezioni giusrealistiche

 

A questa competizione imperialistica si aggiungono altri notevoli problemi quali la sempre più grave crisi ecologica, l’enorme sperequazione mondiale di risorse, le difficoltà di comunicazione tra diverse culture. Dunque la c.d. globalizzazione  non è una pacifica integrazione ma un processo di scomposizione e ricomposizione di fattori di produzione e di forze sociali che sarebbe opportuno gestire, per cui l’esigenza di un governo mondiale della globalizzazione (globalismo giuridico) sarebbe un esigenza rilevante almeno da un punto di vista astrattamente politologico. A tal proposito sarebbe interessante discutere le obiezioni giusrealistiche svolte da Danilo Zolo alla tesi del globalismo giuridico1:

·        Il globalismo giuridico è stato in un certo senso messo in crisi già dalla prima guerra Usa-Iraq: qui gli Usa hanno ottenuto la legittimazione di cui avevano bisogno non grazie ad una violazione delle norme formali dell’Onu, ma in base ad una loro applicazione sostanzialmente corretta. Infatti la mancata applicazione degli art. 43-47 della Carta Onu (che attribuivano al Consiglio di sicurezza ampi poteri di organizzazione esecutiva per l’enforcement delle proprie decisioni) risulta essere un’imperfezione formale di scarso rilievo poiché l’intera normativa è caduta in desuetudine. Gli Usa hanno ottenuto l’autorizzazione a dirigere la guerra contro l’Iraq dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, i quali o hanno accettato spontaneamente la direzione strategica del generale Shwarzkopf  o hanno rinunciato a prendere parte alle operazioni militari pur avendole autorizzate. La Carta dell’Onu non è tenuta inoltre ad esperire tutti i mezzi pacifici.

·        Il globalismo giuridico trascura la dimensione biologica ed antropologica della violenza e della guerra ed affronta quest’ultimo problema solo dal punto di vista dell’ingegneria istituzionale.

·        Esso presuppone un universalismo etico contraddetto dalla tradizione forte del non cognitivismo etico e confliggente in maniera concreta con le altre culture del pianeta.

·        Nell’ambito internazionale l’essenza di una giurisdizione accentrata non equivale ad una situazione di anomia. In condizioni complesse le dinamiche sistemiche tendono  a dar vita ad un reticolo normativo policentrico che emerge da processi diffusi di interazione strategica e di negoziazione multilaterale (teoria dei regimi internazionali). Inoltre in presenza di situazioni di elevata complessità e di turbolenza delle variabili ambientali è meno rischioso convivere con un alto grado di disordine piuttosto che tentare di imporre un ordine perfetto.

·        Un governo mondiale in continuità con le attuali istituzioni internazionali sarebbe un Leviathano dispotico e totalitario che dovrebbe ad es. replicare con un elevato impiego di mezzi militari al prevedibile diffondersi del terrorismo. Invece la comunità internazionale non dovrebbe sovrapporre una violenza legittimata alle violenze che pretende di reprimere o di sanzionare.

 

 

A queste critiche si potrebbe rispondere in questo modo:

1.      E’ certo che nella prima Guerra del Golfo la procedura Onu non ha formalmente rispettato gli art. 43-47 della Carta e parlare di desuetudine di norme che costituiscono addirittura l’atto fondativo delle Nazioni Unite stesse sembra un po’ eccessivo. Come è pure un po’ paradossale enfatizzare la desuetudine quando almeno secondo la nostra tradizione giuridica, la consuetudine non può mai essere contra legem. Dunque gli Usa non potevano dirigere la guerra, né potevano fare guerra, ma  potevano compiere (sotto la guida del Consiglio di sicurezza) solo gli atti necessari per ristabilire la pace violata dall’Iraq (in pratica atti di peace-keeping). Naturalmente non si scopre nulla quando si dice che la mancanza del prescritto Stato Maggiore che avrebbe dovuto dirigere le operazioni di peace-keeping è dovuta alla guerra fredda che ha paralizzato il Consiglio di sicurezza e reso le Nazioni Unite un’istituzione fantasma ed assolutamente inefficace (a meno di non agire in violazione delle sue stesse norme e di conseguenza come strumento della volontà di potenza di singole nazioni).

2.      Il Globalismo giuridico  semplicemente cura l’aspetto istituzionale delle prevenzione della guerra e magari può fruire in tal senso delle scienze umane, senza dover però trattare direttamente la dimensione antropologica della violenza, anche perché detta violenza non deve tradursi obbligatoriamente nella guerra tra Stati.

3.      L’universalismo etico è effettivamente un limite del globalismo giuridico, ma da un punto di vista astratto è necessario stabilire un minimo di regole e di diritti che consentano anche il mantenimento e la promozione della diversità culturale nel mondo. L’ipotesi da cui parte il globalismo giuridico è che tale minimo comprende almeno parte di quei diritti teorizzati dall’universalismo etico (e se fosse vero questa sarebbe una procedura di conferma che non dispiacerebbe nemmeno al non-cognitivismo).

4.      Il rischio del Leviathano sarebbe se non scongiurato almeno attenuato dal rispetto delle norme Onu già in essere (che in pratica non parlano di guerra ma di peace-keeping) e dal fatto che il futuro governo mondiale potrebbe avere una struttura federale e quindi non sacrificare a sé le istituzioni giuridiche intermedie. Soprattutto però è necessario evidenziare che la carica di violenza di questo Stato mondiale cercherebbe di mantenersi ad un livello puramente potenziale (tramite il quasi monopolio degli armamenti nucleari e convenzionali: potrebbe ad es. essere pattuita la devoluzione del 40% dell’arsenale di ogni membro dell’organizzazione), mentre nell’effettività si potrebbe (stabilendo la nonviolenza come ideale regolativo dell’organizzazione) verificare la legittimità dell’intervento sanzionatorio del governo mondiale (ius ad bellum) dal rispetto delle regole che normano la procedura sanzionatoria (ius in bello), regole che prevedono un grado di violenza sicuramente minore di quello eventuale della violazione giuridica che ha reso necessaria la sanzione. Oltre la nonviolenza, tale principio guarderebbe anche al criterio che legittima la funzione terza di un’istituzione proprio attraverso la riduzione di violenza che il suo intervento comporta (almeno come istanza).

5.      La teoria dei regimi giuridici internazionali è da un lato probabilmente la cristallizzazione di uno stato di transizione verso un governo mondiale. D’altro canto, presi in sé, tali regimi non hanno assolto se non molto alla larga gli obiettivi che ad essi si attribuiscono (si pensi al regime dei cambi dove l’arbitrio e le oscillazioni spesso traumatiche l’han fatta da padroni, mentre per quanto riguarda il commercio internazionale i Pvs aspettano da anni con ansia che le barriere protezionistiche dei paesi sviluppati vengano tolte). Infine, se pure tale funzione fosse stata svolta, ciò è stato permesso dal fatto che il mercato aveva altre priorità (es. la penetrazione nella semiperiferia socialista), mentre ora in pieno conflitto interimperialistico sarà molto probabile che le tensioni all’interno del reticolo tematizzato dai teorici neorealisti sfocino nei livelli più alti del sistema di relazioni internazionali, invece di permanere apparentemente tranquilli nei sotto-sistemi individuati da Gilpin, Waltz e Keohane.

6.      Per quanto riguarda la negazione dell’analogia tra livello individuale  e livello statuale delle relazioni giuridiche, gli argomenti addotti dal giusrealismo minimizzano1lo stato di guerra permanente che altrove si tende ad enfatizzare2. Zolo dice che solo un  realismo arcaico e dogmatico può ancora rappresentare gli Stati, in particolare quelli democratici, come attori impegnati a massimizzare il loro potere e la loro ricchezza a scapito di tutti gli altri soggetti. Sarebbe stato dimostrato, aggiunge Zolo, che le stesse grandi potenze tendono molto più alla stabilità che non alla continua espansione del loro potere. L’argomento di Zolo vale però solo verso un realismo che proponga una metafisica statica dei rapporti di potere, non certo verso un’analisi materialistica del conflitto tra imperialismi che si basa sull’individuazione di fattori storicamente determinati e non su leggi astrattamente valide: la questione non è se gli Stati vogliano massimizzare il loro potere, ma se l’accumulazione del capitale rimanga o meno a livello nazionale e sia dunque gestibile da uno Stato, o invece si realizzi a livello sopranazionale e dunque costringa gli Stati a confliggere tra loro per contenderselo e per esportarlo (l’impazienza bellicista degli Usa smentisce oggi la tesi circa la tendenza delle superpotenze vincitrici a mantenere lo status quo)3.

 

 

Il globalismo giuridico e l’analisi materialistica

 

Ma la tesi del globalismo giuridico non può essere argomentata solo rispondendo al giusrealismo ad un livello astratto: bisogna almeno in parte determinare il tipo di istituzioni che possono essere inserite a regolare i processi globali e prevedere quale sia la concreta fattibilità del Globalismo giuridico alla luce della teoria del conflitto tra imperialismi. Questo conflitto è il presupposto per tematizzare l’esigenza di un’istituzione globale che sino ad ora è stata solo il simbolo di una paralisi conflittuale o la copertura giuridica di una superpotenza tendente al dominio militare per compensare le perdite della propria egemonia economica. Perché tale istituzione abbia una speranza di vita vera, bisogna in primo luogo favorire questa competizione e questo multipolarismo dal momenti che, se gli Usa riuscissero a prolungare il loro dominio attraverso la supremazia militare, la battuta d’arresto di Europa, Cina e Russia si scaricherebbe ulteriormente sul proletariato di queste regioni, senza che ci siano rapporti di forza tali da consentirci speranze rivoluzionarie. Tuttavia bisogna essere consapevoli che la regolazione istituzionale del conflitto interimperialistico, che potrebbe essere giustamente considerata una variante dell’ultraimperialismo, è quasi impossibile, così come è stato considerato impossibile l’ultraimperialismo stesso1.

Che senso ha allora il globalismo giuridico dal punto di vista di un’analisi materialistica?

Per rispondere a questa domanda bisogna pensare all’esistenza di soggetti internazionali e sopranazionali che non sono appunto gli Stati-nazione, soggetto che ricomprendono le stesse imprese transanazionali, i sindacati, le organizzazioni non governative e tutta quella rete di associazioni e movimenti che si è spesso coordinata nel cosiddetto movimento No-Global. Questi ultimi potrebbero essere considerati l’embrione di una società civile globale2 nella misura in cui si consideri la loro natura di elite transnazionali prevalentemente borghesi con una concezione interclassista ed utopistica dei processi sociali mondiali. Tuttavia assieme a sindacati ed Ong, i no-global raccolgono in maniera non strutturata tutta una serie di istanze e di pratiche che possono essere patrimonio futuro di un internazionalismo proletario oggi non rappresentabile in quanto ancora scomposto all’interno delle sempre più lunghe filiere internazionali di produzione. Nel frattempo la prospettiva del globalismo giuridico può essere la strada che porti questi soggetti terzi (è ovvio che l’ingresso delle imprese transnazionali andrebbe combattuto, ma con esiti non scontati…) all’interno di una dialettica istituzionale di livello mondiale. A questo punto si evidenzierebbero due opzioni:

·        La prima più improbabile sarebbe quelle che le istituzioni mondiali si consolidino in quanto Governo globale e costituiscano la cornice, il campo di gioco in cui rappresentanze sia pure imperfette di quella che è al momento una moltitudine poco consapevole potrebbero iniziare quell’iniziale conflitto che porterebbe tale moltitudine ad una maggiore consapevolezza di sé in quanto proletariato mondiale (senza contare il fatto che il conflitto interimperialistico scremerà da questa moltitudine quelle frange più tese ad acquisire una rendita politica immediata dall’iniziale impegno in questa rete) ed a gettare le basi per quelle istituzioni che potrebbero costituire l’ossatura giuridica di una futura transizione mondiale al socialismo.

·        La seconda opzione, più realistica, è che il conflitto interimperialistico raggiunga livelli che rendano impossibile qualsiasi rappresentanza e qualsiasi mediazione istituzionale (la vecchia Onu dovrà trasmutare per questo motivo), ma in tal modo la crisi della sovrastruttura politico-giuridica aprirebbe in un’epoca di globalizzazione mediatica una più generale crisi di legittimazione che di converso darebbe a soggetti terzi (quali i no-global) una credibilità ed un’opportunità tutta da spendere.

Sulle fasi e sulle tappe che potrebbero scandire questo scenario possibile, vanno dati solo accenni:

1.      In primo luogo bisogna insistere su di un obbligato antiamericanismo, teso soprattutto a scongiurare il recupero di egemonia Usa in veste di dominio strategico e geopolitica. In tale fase l’attenzione a soggetti quali Europa, Russia, Brasile, Cina potrebbe dare qualche frutto.

2.      Se questo processo va in porto, la dialettica multipolare con i suoi rischi ed i suoi problemi porterebbero ad una più incisiva vertenza e ad una vera e propria fase costituente delle istituzioni internazionali che dovrebbero mediare questo conflitto.

3.      A tal punto andrebbe combattuta una battaglia per l’estensione dello status di membro permanente a paesi tipo Germania e Giappone3 , e poi forse anche a Brasile, India, Indonesia, Lega Araba e ad una rappresentanza africana con contestuale revoca o limitazione forte del diritto di veto1.

4.      In una fase successiva andrebbe costituita una seconda Assemblea che comprenda i soggetti non statuali e rappresentanze politiche non riconosciute a livello degli Stati-nazione (con procedure popolari e democratiche di votazione in maniera da sanzionare i regimi politici illiberali)2. In tal modo si realizzerebbe una segmentazione di istanze e di rappresentanze trasversali rispetto a quelle degli Stati-nazione. La capacità di manovra e di sintesi all’interno di questa duplice scomposizione geopolitica va lasciata alla crescita della soggettività politica del proletariato internazionale all’interno dei no-global.

5.      Il completamento del processo istituzionale comprenderebbe un rafforzamento dell’Assemblea come autorità legislativa (pur mantenendo al Consiglio di sicurezza un forte potere decisionale e ristabilendo una volta e per tutte la sua capacità di iniziativa nel campo della regolazione dei conflitti) e la costituzione di una Corte sovranazionale di Giustizia (assorbendo l’istanza di Kelsen)3.

6.      Fase finale sarebbe la proposta di devoluzione a queste autorità mondiale della maggior parte degli arsenali bellici e nucleari e la possibilità di agire una leva fiscale globale per la redistribuzione complessiva delle risorse.

 

E’ lecito che questo processo potrebbe essere interrotto, frenato e deviato ad ogni fase (date le pretese che comporta) ma la proiezione istituzionale che i no-global dovranno darsi può, con un’accorta e sagace rete variabile di alleanze, sfruttare ogni momento di questo tipo per evidenziare ed acuire le contraddizioni nel campo avverso. Quale che ne sia l’esito, un percorso di questo genere sarebbe l’avvio di un processo nuovo denso di rischi, ma anche di opportunità al fine di conseguire la ricomposizione di un soggetto mondiale antagonistico e rivoluzionario.      

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 



[1] Queste definizioni sono tratte da GRUPPO DI LISBONA, I limiti della competitività, Roma, Manifestolibri,1995, pp. 42-47.

2 NEGRI, ANTONIO, L’agonia dello stato nazione .L’impero, stadio supremo dell’imperialismo, in “Le Monde Diplomatique” Gennaio 2001. PALA, GIANFRANCO, Tutto sarà come prima. La lunga crisi: il  crollo dell’economia mondiale prima del crollo delle torri, in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan. I comunisti di fronte alla guerra, Napoli, Ed.La Città del Sole, 2001, pp. 73-74.

3 HOBEL, ALEXANDER, Un problema di categorie, in Il martello, periodico del Centro di Documentazione “Patrizia Gatto”, Napoli, febbraio 2003 pp.24-27.,

4 LENIN, VLADIMIR ILIC, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 128.

5 Ed anche in questo il Marx del Manifesto è stato un anticipatore di tendenze successive.

1 Si riassumono qui le tesi svolte in ZOLO, DANILO, Cosmopolis.La prospettiva del governo mondiale, Milano, Feltrinelli,1995.

1 vedi ZOLO,DANILO, op.cit.pp.128-129

2 vedi sempre ZOLO,DANILO, op.cit., pp.21-31

3 COLETTI, RAFFAELLA,L’ottavo corridoio e la scacchiera eurasiatica in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan,cit. p.42.

1 MAITAN, LIVIO, Tempeste nell’economia mondiale, Roma, Datanews, 1998, pp.30-31

2 GRUPPO DI LISBONA, op. cit., pp.36-37.

3 ARCHIBUGI, DANIELE, Dalle Nazioni Unite alla democrazia cosmopolita, in AA.VV., Cosmopolis, Roma, Manifestolibri, 1993, p.112.

1 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit. ,p.112.

2 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit., pp.96-106.

3 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit., pp.106-110.


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