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19 ottobre 2009

La povertà secondo Marx

Facendo l'ipotesi del socialismo non soltanto la ricchezza, ma anche la povertà dell'uomo riceve un significato umano e quindi sociale. Esso è il vincolo positivo che fa sentire all'uomo come bisogno la più grande delle ricchezze...l'altro essere umano.
(Karl Marx)



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14 luglio 2009

Cristina Tajani : vi sembrano pochi i poveri ?

 Sono tanti o sono pochi 2,5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta censiti dall’Istat nel 2007?



Secondo Orazio Carabini, in un editoriale del Sole 24 Ore del 24/04/09, i dati sulla povertà assoluta pubblicati a fine aprile dall’Istat[1] e la contemporanea indagine della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza[2], smentirebbero la diffusa percezione di impoverimento del ceto medio e di aumento delle disuguaglianze che gli italiani avvertono. O meglio, non la confermerebbero se non in minima misura. Infatti i dati dell’Istat ci dicono che dal 2005 al 2007 l’incidenza della povertà assoluta è rimasta pressoché stabile, coinvolgendo circa il 4% delle famiglie e oltre 2 milioni di individui. La Banca d’Italia, da parte sua, segnala che il nostro paese, pur collocandosi a livello internazionale tra gli stati con il più alto livello della povertà e della disuguaglianza nei redditi familiari, non ha visto nell’ultimo quindicennio un sensibile inasprimento delle disuguaglianze (registrabile, invece, se si osserva l’ultimo trentennio, come documentato in diversi contributi presenti su questa stessa rivista[3]). Dunque la statistica smentirebbe la percezione di crescente insicurezza e disuguaglianza che l’opinione pubblica, in sintonia con il sistema dei media, avverte.

Ma è questo un modo corretto di interpretare i dati?

In primo luogo sarebbe opportuno confrontare le misure di povertà e disuguaglianza con l’andamento del ciclo economico, anche al fine di poter formulare un’ipotesi rispetto a quanto l’attuale crisi economica globale ci riserva. In secondo luogo, sarebbe necessario guardare a come è cambiata la composizione della povertà, al fine di formulare giudizi non sommari e farne discendere indicazioni di policy, come altri autori hanno fatto in questa stessa sede[4].

Quanto al primo aspetto, i dati di breve periodo forniti dall’Istat ci suggeriscono che l’andamento economico (modestamente) positivo del biennio 2006-2007 non ha avuto un effetto di riduzione, neppure minima, della povertà assoluta. D’altro canto, però, i dati di lungo periodo della Banca d’Italia suggeriscono che le fasi di ciclo economico negativo producono un effetto sensibile sui livelli di povertà e disuguaglianza. In particolare la crisi economica dei primi anni ’90 ha rappresentato un momento di cesura nell’andamento della distribuzione del reddito e dell’indigenza. Gli anni ’90 sono stati, per altro, anche il momento in cui la quota di ricchezza destinata al lavoro, sul valore aggiunto totale, ha raggiunto il suo livello minimo dal dopoguerra. Dalla crisi degli anni ’90 ad oggi, sempre secondo Banca d’Italia, non vi sarebbe evidenza, nei dati campionari sulla distribuzione dei redditi, di un aumento della disuguaglianza, di un assottigliamento dei ceti medi o di un impoverimento delle famiglie. La distribuzione presa nel suo complesso appare piuttosto stabile sebbene, come evidenzia l’indagine di via Nazionale, questa stabilità aggregata nasconda importanti cambiamenti nell’allocazione delle risorse e importanti disparità territoriali.

Ciò che sembra emergere, quindi, è una reattività della distribuzione della ricchezza alle fasi negative del ciclo economico cui però non è corrisposta una altrettanto sensibile riduzione delle disuguaglianze nelle fasi di congiuntura positiva. In altre parole, le fasi di ciclo economico negativo hanno prodotto un peggioramento nell’incidenza della povertà e nella distribuzione del reddito, ma quando l’economia è tornata a crescere i redditi sono rimasti fermi, sia in termini di livello delle disuguaglianze, sia in termini di incidenza della povertà.

Se è così, lo scenario che l’attuale crisi economica ci prepara è quello di un ulteriore aumento dell’indigenza e delle disuguaglianze nel corso del 2008 e del 2009. A meno di un intervento pubblico che operi in direzione opposta, di cui, allo stato attuale, non si scorge traccia. È sempre la Banca d’Italia a ricordare, infatti, che i trasferimenti sociali per famiglia, disoccupazione, abitazione ed esclusione sociale sono in Italia appena l’1,7 per cento del prodotto interno lordo, la quota più bassa dell’UE ad esclusione della Lituania, pari a poco più di un terzo della media comunitaria. Inoltre l’intero sistema di imposte e trasferimenti appare poco efficace nel ridurre le disuguaglianze generate dalle forze di mercato. Queste ultime, infatti, hanno agito modificando nel corso del tempo la composizione degli strati sociali in maggiore difficoltà. È macroscopica nel corso degli ultimi 30 anni l’erosione nella quota di ricchezza complessiva destinata al lavoro[5]. Anche guardando al medio ed al breve periodo si riscontra che, dal 1993 al 2008, la crescita delle retribuzioni lorde reali unitarie è stata contenuta, circa lo 0,6 per cento all’anno. L’aumento è inferiore per le retribuzioni al netto del carico fiscale, soprattutto per coloro che non hanno familiari a carico. I dati Istat, poi, segnalano che dal 2005 al 2007 l’incidenza dei lavoratori dipendenti tra gli individui in povertà assoluta è sempre aumentata, mentre si è ridotta l’incidenza dei lavoratori autonomi. Inoltre, avverte la Banca d’Italia, tra i lavoratori sono quelli impiegati con contratti a termine e i parasubordinati i più esposti al rischio povertà, soprattutto nelle fasi economiche recessive. Sono, infatti, i più esposti alla perdita dell’occupazione, perché sono i primi a subire i ridimensionamenti degli organici decisi dalle imprese, ma sono anche i meno protetti dagli ammortizzatori sociali, soprattutto per la frammentarietà dei loro percorsi professionali. Difficilmente le disuguaglianze all’interno dello stesso lavoro dipendente o assimilabile (parasubordinati) potranno ridursi senza che s’intervenga sul sistema delle prestazioni sociali. In particolare quello che pesa è la mancanza di un sostegno al reddito che abbia carattere universalistico e non sia legato, come accade ora, ad una particolare collocazione nel mercato del lavoro. Anche le disuguaglianze territoriali sono rimaste profonde nell’ultimo quindicennio: non solo la distanza tra le regioni del Nord e quelle del Sud non si è accorciata, ma i giovani meridionali hanno ripreso a emigrare, ed anche all’interno delle stesse regioni del mezzogiorno la distribuzione dei redditi è rimasta assai diseguale[6]. Si tratta di fenomeni che sono destinati ad approfondirsi, in una fase di crescita negativa, senza adeguati correttivi pubblici che intervengano, da un lato, sulla revisione in senso universalistico delle prestazioni sociali e, dall’altro, su programmi di sviluppo rispettosi dell’ambiente e del territorio (purtroppo le già insufficienti misure “anticrisi” varate dal governo vanno in tutt’altra direzione: si pensi allo svuotamento del FAS ed al piano casa per non parlare delle irrisorie e frammentarie risorse destinate ai parasubordinati, commentate in un precedente contributo[7]).

Diversamente, i 2,5 milioni di individui in stato povertà assoluta, registrati in un anno di crescita positiva come il 2007, saranno destinati a moltiplicarsi con l’avanzare della crisi.


18 marzo 2009

Guglielmo Forges Davanzati e Andrea Pacella : il problema della povertà

 Il “capitalismo compassionevole” – la filosofia che, in ultima analisi, ispira questi interventi – è un topos degli esecutivi di Destra e, in quanto tale, non sorprende la natura e l’entità di queste misure. Si resta, invece, perplessi quando si apprende che questa linea – ovvero la sostanziale inazione - viene rivestita di scientificità. Andrea Garnero, recentemente e sulle colonne on-line della voce.info, suggerisce di non introdurre in Italia il reddito minimo, criticando a riguardo il RMI francese, adducendo la duplice motivazione che ciò incentiverebbe il lavoro nero e l’evasione fiscale e costituirebbe un aggravio insostenibile per le finanze pubbliche. A ciò aggiunge che il reddito minimo costituisce un disincentivo al lavoro. La prima motivazione potrebbe avere semmai un fondamento se letta a contrario: è proprio laddove i lavoratori inoccupati non dispongono di redditi non da lavoro, sono costretti ad accettare posti di lavoro irregolari. La seconda motivazione è, soprattutto oggi, del tutto inconsistente, alla luce del sostanziale venir meno dei vincoli di Maastricht e del Patto di Stabilità, nonché delle numerose dimostrazioni teorico-empiriche dell’assenza di stringenti criteri scientifici che possano legittimare politiche di pareggio di bilancio[2]. A ciò si può aggiungere che, anche nel tendenziale rispetto dei parametri di Maastricht, risorse aggiuntive per far fronte al problema potrebbero essere ricavate da più efficaci azioni di contrasto all’evasione fiscale, che l’Agenzia delle Entrate stima nell’ordine dei 250 miliardi di euro (circa il 20% del PIL), dei quali sono stati recuperati, nel 2007, solo 6 miliardi.



Appare allora chiaro che la reale motivazione che sottende questi argomenti sta nel fatto che l’erogazione di un reddito minimo – qualunque sia la modalità con la quale viene concepito – ha il duplice effetto di accrescere il salario di riserva, aumentando, per questa via, il potere contrattuale dei lavoratori, e di disincentivare non la ricerca di lavoro in quanto tale, ma la ricerca di un’occupazione con mansioni non coerenti con le qualificazioni acquisite.
Per contro, se si conviene che la crisi in atto è una crisi da bassi salari[3], ciò che occorrerebbe fare è semmai muoversi nella direzione opposta rispetto a quanto si sta facendo in Italia, e rispetto a quanto suggerito da Garnero, con azioni finalizzate ad accrescere le retribuzioni in termini reali, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi più bassi con maggiore propensione al consumo. Con una specificazione rilevante. La pura erogazione di un sussidio in moneta può rivelarsi inefficace per questo obiettivo, in condizioni nelle quali le imprese – soprattutto mediante strategie finalizzate ad accrescere la concentrazione industriale – possono accrescere i prezzi. Il che non solo non è da escludere, ma è anche verosimile, dal momento che l’aumento dei salari reali – per una struttura di mercato data e in assenza di incrementi di produttività – riduce i margini di profitto. In tal senso, l’introduzione di un reddito minimo può dar luogo a esiti inflazionistici, se le imprese sono in grado di neutralizzare per questa via il rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori[4]. Per l’obiettivo di contrasto alla povertà, questa considerazione porta a ritenere preferibile – rispetto all’erogazione monetaria - la fornitura diretta di beni e servizi da parte dell’operatore pubblico, proprio perché offre ai beneficiari la certezza del miglioramento delle loro condizioni materiali di vita. Il che –
come è stato suggerito su questa rivista - potrebbe essere realizzato mediante misure di ridistribuzione del reddito che garantiscano una maggiore produzione di beni e servizi pubblici mediante la tassazione dei redditi più alti, in primo luogo colpendo i profitti derivanti dalle speculazioni finanziarie


21 febbraio 2009

Sara Volandri : Gran Bretagna, rischio povertà per oltre tre milioni di bambini

 

La crisi rischia di avere pesanti conseguenze sulle fasce più deboli della società. E se i governi sono pronti ad investire milioni di euro per salvare banche ed aziende automobilistiche servirà inverstirne altrettanti per evitare che millioni di bambini soffrano la fame.
E' questo il contenuto di uno studio britannico in cui si avverte il governo di Londra che dovranno essere spesi almeno 4.2 miliardi di sterline se vorrano mantenere quanto si erano impegnati a fare per ridurre la povertà infantile entro il 2010.
SEcondo lo studio del Joseph Rowntree Foundation nel 2010 in Gran Bretagna il numero di bambini in povertà sarà di 2,3 milioni, un dato di lunga superiore a quello che avveva fissato Tony Blair nel 1999 che all'epoca aveva stabilito che l'obbiettivo doveva essere di 1,7 milioni. Sembrerà un tragico conto quello fatto dalla fondazione britannica ma che nello studio reso noto ieri vuole lanciare un allarme: la crisi economica rischia di avere conseguenze drammatiche sui più deboli. «Complessivamente è possibile che la recessione produrrà maggiori difficoltà e povertà tra i bambini - si legge ne l rapporto - ance se questo non influirà sul numero totale. Ma questo certamente sigificherà maggiori costi nel futuro per combattere questa piaga»



Fallire l'obbietivo del 2010 avrà una seconda conseguenza, il fallimento dell'impegno preso che prevede l'erdicamento di questo problema per il 2020. Il rapporto stima che senza nuove politiche per aiutare le famiglie a basso reddito la povertà infantile potrebbe arrivare a 3 milioni e 100 mila, quasi ai livelli dell'epoca Blair che era di 3,4milioni.
L'allarme che arriva dalla Gran Bretagna dovrebbe essere un campanello d'allarme per tutto il continente europeo. Stando all'ultimo rapporto della Commissione europea dello scorso febbraio sono oltre 78 milioni le persone che sono esposte al rischio di povertà. Di questi, più di 19 milioni sono bambini. "La loro povertà - si legge nel rapporto sulla "Protezione sociale" dalla Commissione Europea - dipende da varie cause, tra cui la disoccupazione dei genitori, l'inadeguatezza dei salari o l'assenza di iniziative appropriate a sostegno dei redditi. Le realtà più preoccupanti sono quelle di Italia, Lituania, Ungheria, Romania, Lettonia e Polonia». Tra i settori su cui concentrare gli sforzi per contrastare la povertà infantile, la Commissione Europea indica, in particolare, l'ambito scolastico: "occorrono politiche sociali mirate - si legge nel rapporto - e si deve fare in modo che ogni bambino renda meglio a scuola se si vogliono assicurare pari opportunità per tutti".
Lo studio mette in evidenza anche notevoli differenze nei modelli pensionistici, nelle retribuzioni e nei sistemi sanitari. Da questo quadro emerge che la soglia di povertà cambia da Paese a Paese: negli Stati dell'Europa occidentale si ritiene necessario per un nucleo di 4 persone un reddito mensile lordo di 1500 - 1900 euro. Negli Stati dell'est sono invece necessari 400 - 650 euro al mese. Tra i Paesi più virtuosi ci sono Danimarca, Finlandia, Slovenia, Germania e Francia che, secondo la Commissione Europea, hanno adottato mirate e adeguate politiche sociali.
Viene da chiedersi: e in Italia, che è già fanalino di coda in questa triste graduatoria, che cosa accadrà?


3 dicembre 2008

Intervista a Chiara Saraceno : bisogna costituire un reddito minimo per i più poveri

 

Professoressa Saraceno, il bonus alle famiglie aiuterà davvero a combattere la povertà?

E' un bene che il governo si sia accorto che la povertà esiste, ma credo che il bonus incoraggerà semplicemente le famiglie a risparmiare mentre questa misura ha come obiettivo, immagino, il rilancio dei consumi. In tempi difficili come questi, le famiglie temono la recessione e dunque metteranno da parte il bonus o lo useranno per pagare qualche debito.

Non così con la social card o "carta acquisti", concepita per fare la spesa e pagare le bollette.

La social card è un embrione di reddito minimo e dunque va nella direzione giusta, ma non si capisce perché venga limitata unicamente agli anziani e alle famiglie con bambini al di sotto dei tre anni come se soltanto queste persone avessero bisogno di aiuto economico. Voglio dire che servono interventi strutturali, misure buone per tutti a prescindere dall'età anagrafica o dalla condizione famigliare e questo vale anche per gli ammortizzatori sociali per i lavoratori atipici: questo Paese ha bisogno di un reddito minimo garantito per i bisognosi e una indennità di disoccupazione, e non importa se si proviene da un contratto atipico o meno.



Il governo ha pensato anche a chi deve pagare il mutuo a tasso variabile: lo Stato si accollerà la parte della rata che eccede il 4%. Criticabile?

Purtroppo è come l'Ici, una misura che sostiene anche chi non ne ha bisogno. Pur apprezzando lo sforzo del governo, avrei concentrato l'aiuto alle famiglie più povere tenendo conto che molte non riescono nemmeno a pagare l'affitto. Con questo aiuto per i mutui, in realtà il governo sta trasferendo soldi alle banche. Così come trovo ingiusto prolungare la detrazione degli straordinari: siamo in periodo di licenziamenti e cassintegrazioni e l'industria non si troverà dunque di fronte a molte richieste di straordinario. Tanto più che molte persone, penso alle donne con famiglia, non si possono permettere di fare un orario più lungo. Bisognerebbe restituire ai lavoratori il fiscal drag, poiché all'aumento nominale della busta paga non corrisponde un maggiore potere d'acquisto.

Tremonti dice che non si sono soldi, ha persino cancellato l'idea di detassare le tredicesime.

Insisto, meglio poche misure concentrate nei settori più deboli piuttosto che una pioggia di piccoli aiuti.

Tornando al bonus per le famiglie, non le sembra che escludano a priori i single senza figli e dunque i giovani, spesso precari?

Certo, questa misura non spingerà certo i ragazzi ad uscire di casa. Sceglieranno di rimanere con mamma e papà, magari per raggiungere i requisiti per ottenere il bonus. E nemmeno servirà a incentivare le nascite il prestito a tasso agevolato alle famiglie con nuove nascite, visto che un bimbo è un costo prolungato nel tempo. Mentre accolgo positivamente il blocco o la riduzione delle tariffe per le forniture di gas ed elettricità, e il blocco delle tariffe per i pendolari del treno e dell'autostrada.

Il governo spiega che social card e bonus sono strumenti adottati in molti Paesi. Il welfare può esistere anche in questo modo?

La social card esiste in molti Paesi, ma viene nascosta una verità fondamentale e cioè che nell'Europa a 15 soltanto l'Italia e la Grecia non prevedono l'indennità di disoccupazione a prescindere. Purtroppo pare che anche questa volta il governo abbia concepito un provvedimento ad hoc, limitato nel tempo, perdendo ancora una volta l'occasione di intervenire seriamente riformando il welfare. Ripeto, destinare piccoli aiuti di volta in volta a categorie diverse, siano gli anziani o le famiglie con bambini molto piccoli, non serve a combattere la povertà.


23 luglio 2008

La fede ad intermittenza di Tony Blair

La mia fede fonda i valori a cui mi riferisco, forgia la mia visione dell'umanità. Il mio impegno per l'Africa o le mie posizioni sul cambiamento climatico sono un suo riflesso. Ma ciò non vuol dire che tutte le mie decisioni passano attraverso il prisma della religione. Ho cercato sempre di fidarmi semplicemente di ciò che pensavo giusto. E' stato il caso dell'invio di truppe in Afhanistan ed Iraq.

(Tony Blair)




Caro Tony, la laicità per te è solo il momento per fare cazzate ?


17 luglio 2008

Il fallimento del G8

 

Guardano al futuro, i leader degli otto paesi più industrializzati del mondo. Tanto guardano al futuro che non sono riusciti a darsi alcun obiettivo nel breve e medio termine per fermare il riscaldamento globale del clima: in una dichiarazione diffusa ieri, nella località termale di Tayako in Giappone, si impegnano solennemente a lavorare per dimezzare le emissioni di gas «di serra» entro il 2050.
La dichiarazione del G8 sul clima riempie ben otto pagine fitte con appelli a «rallentare e invertire la crescita globale delle emissioni» di gas che alterano il clima, e a «muovere verso una società a bassa intensità di carbonio». Non fissa però obiettivi intermedi, e sorvola su come dimezzare le emissioni di gas di serra, attraverso quali politiche energetiche e quali investimenti.
Il presidente della Commissione europea José Barroso l'ha definita «un segnale forte»: passa per grande risultato diplomatico il fatto che gli Stati uniti sottoscrivano un testo che fa riferimento alla trattativa mondiale sul clima promossa dalle Nazioni unite (il Protocollo di Kyoto scadrà nel 2012 e i negoziati per definire un nuovo trattato, avviati a Bali lo scorso dicembre, dovrebbero concludersi entro la fine dell'anno a Copenhagen con un nuovo vertice delle quasi 200 nazioni firmatarie della Convenzione sul clima). E negli ultimi otto anni, da quando l'amministrazione Bush ha deciso di tirarsi fuori dal protocollo di Kyoto, gli Stati uniti hanno rifiutato il quadro delle Nazioni unite. Ora rientrano: ma dopo aver preteso che quella dichiarazione faccia appello a «una risposta globale» alla sfida del clima da parte di «tutte le maggiori economie» mondiali, allusione a paesi come la Cina o l'India. Washington insomma mantiene il suo punto: non accetterà impegni vincolanti a ridurre le emissioni di gas «di serra» finché anche questi paesi non accetteranno di fare la loro parte.
Quella sul clima non è l'unica dichiarazione firmata ieri dal G8 ma è forse quella che ha fatto il pieno di critiche. «Manca ogni riferimento a quanto le nazioni industrializzate pensano di emettere nel 2020», fa notare Yvo De Boer, segretario generale della Convenzione mondiale sul clima, e aggiunge: «La prova del budino» sono i punti di riferimento: dimezzare rispetto a cosa?
Per le organizzazioni ambientaliste, quella dichiarazione è una «opportunità mancata». «I G8 sono responsabili per il 62% dell'anidride carbonica accumulata nell'atmosfera terrestre, dunque sono i principali colpevoli del cambiamento del clima», fa notare il Wwf: «E' patetico che rifiutino le proprie responsabilità storiche».
Per il ministro dell'ambiente del sudafrica, la dichiarazione del G8 è «uno slogan vuoto». Nella località termale giapponese in effetti sono presenti anche le «economie emergenti» , come si usa chiamarle: in particolare Cina, India, Brasile e Messico rappresentati dai rispettivi capi di governo o di stato, oltre al Sudafrica. In un comunicato congiunto emesso ieri chiedono al G8 di assumersi le proprie responsabilità sul clima, indicando obiettivi precisi: tagliare le loro emissioni di gas di serra dell'80-95% entro metà secolo rispetto ai livelli del 1990, e del 25-40% entro il 2020.
Oggi i cinque «emergenti» avranno un incontro con i G8 sul clima, e in qualche modo anticipano: «Chiediamo alla comunità internazionale, soprattutto i paesi sviluppati, di promuovere modelli di consumo sostenibili», dice ancora il comunicato. I G8 dovrebbero spendere lo 0,5% dei loro Pil per aiutare i paesi in via di sviluppo a far fronte al cambiamento del clima, aggiungono. Insieme, quei 5 paesi fanno il 42% della popolazione mondiale. Ieri hanno avuto commenti assai critici verso gli Otto «grandi». «L'aumento dei prezzi degli alimentari proietta un rischio di stagflazione sull'economia mondiale», ha detto il premier indiano Manmohan Singh. Gli 8 «devono rispondere della speculazione finanziaria che fa salire i prezzi del cibo e dell'energia», ha aggiunto il presidente messicano Felipe Calderon.

(Marina Forti)

«Spettacolare» giornata ambientale al G8: i leader del mondo industrializzato prima di iniziare i lavori (quattro sessioni dedicate ai problemi del pianeta: dal caro petrolio all'emergenza cibo, dal clima allo sviluppo) hanno celebrato il rito della riforestazione. Ovvero, hanno gettato un po' di terra nelle 8 buche scavate da giardinieri in guanti bianchi nelle quali era stato inserito un alberello. Al termine del lavoro manuale, al riparo delle indiscrete telecamere, hanno deciso i destini del mondo e ci hanno fatto sapere che, contro il cambiamento del clima, hanno deciso che entro il 2050 le emissioni di CO2 saranno ridotte del 50%. Il problema è che tra oltre 40 anni questi «grandi» non ci saranno più (questione d'età) e forse anche il mondo, come lo conosciamo, sarà scomparso.
I grandi hanno anche deciso un rilancio alla grande del nucleare: secondo Berlusconi (che a parte i giornalisti italiani nessuno si fila) è stata decisa la progettazione e la costruzione di 1000 (mille) nuove centrali. Ovviamente l'Italia sarà in prima fila. Insomma una triplicazione delle centrali atomiche esistenti. Ovviamente le centrali serviranno per rallentare il cambiamento climatico, ma anche come deterrente agli aumenti del prezzo del petrolio. I cui recenti aumenti - sempre secondo Berlusconi che però, sentito Bush, ha deciso di partecipare anche lui alla cerimonia di apertura dei giochi di Pechino- sono colpa della Cina.
Il «nostro» leader passa sopra un paio di piccoli particolari. Il primo è che gli Usa con il 4% della popolazione mondiale consumano il 25% dell'energia prodotta nel globo. Il secondo (a proposito di prezzi e senza tener conto del «piccolo» particolare delle scorie) è che la quotazione dell'uranio in pochi anni è cresciuta del 1.100% e che le riserve non sono poi tante. Nonostante oggi il maggior produttore sia il Kazakhstan che sta riciclando (per fortuna) il vecchio arsenale nucleare ereditato dall'Unione sovietica.
Certo, nel centro termale di Toyako si è anche parlato di sviluppo di energie alternative, ma solo «per memoria» e senza impegni precisi, in particolare di investimenti.
E' stato, invece, lanciato il tradizionale appello ai paesi produttori di petrolio: debbono aumentare le prospezioni e l'estrazione di oro nero perché senza aumento dell'offerta - nel breve e medio periodo - i prezzi sono destinati a salire. Con o senza speculazione. Ma i grandi si sono accorti che c'è una strozzatura anche sul fronte della raffinazione per superare la quale servono nuovi impianti e investimenti elvatissimi che le «7 sorelle» non realizzano preferendo guadagnare montagne di soldi con le attuali quotazioni del petrolio in presenza di una offerta che nel breve periodo non può crescere di molto.
Il documento finale approvato ieri dal G8 conferma la fiducia «sulle prospettive di crescita dell'economia globale». Il G8, tuttavia, esprime «forte preoccupazione per gli alti prezzi delle materie prime, specialmente petrolio e alimentari, perché pongono una seria sfida a una stabile crescita globale, hanno serie implicazioni per i più vulnerabili e aumentano le pressioni inflazionistiche globali». I grandi concordano anche sul fatto che «le condizioni del mercato finanziario sono un po' migliorate nei mesi passati, ma serie tensioni permangono ancora» e affermano che «la globalizzazione è un elemento chiave per la crescita globale e per delle economie forti e floride, sostenute da valori comuni di democrazia, libertà economica e istituzioni affidabili».
Per quanto riguarda il «commercio e gli investimenti» I paesi del G8 si impegnano a resistere « alle pressioni protezioniste» che frenano lo sviluppo. Il documento ricorda la necessità di «chiudere i negoziati del Doha round» dell'Organizzazione mondiale del commercio, tramite un accordo «ambizioso ed equilibrato». E tutti i paesi «dovrebbero adottare misure per sviluppare, mantenere e promuovere regimi che accolgano gli investimenti stranieri». Sull'energia, si esprime preoccupazione «per l'impennata dei prezzi del petrolio, che pone dei rischi all'economia globale. E si sollecita l'aumento della produzione sostenendo che «i paesi produttori di petrolio dovrebbero assicurare un clima adatto per gli investimenti stabili e trasparenti che faciliti un innalzamento della capacità produttiva necessaria per soddisfare la crescente domanda globale.
Per quanto riguarda la domanda è, invece, importante fare ulteriori sforzi per migliorare l'efficienza energetica così come incrementare gli sforzi per seguire una diversificazione energetica». Ma il G8 sostiene anche gli sforzi «delle più importanti autorità nazionali per una maggiore trasparenza nei mercati dei futures nelle materie prime». Infine le «materie prime»: Il G8 ribadisce l'importanza «di mercati delle materie prime aperti, quale meccanismo più efficiente per la distribuzione delle risorse», sottolineando l'importanza della «trasparenza, sostenibilità e 'governance' della crescita economia» in questo settore.

(Roberto Tesi)

Come prevedibile il vertice del G8 di Toyako si è chiuso con un riciclo di impegni già presi in campo ambientale, per lotta alla povertà e la gestione delle crisi economiche e finanziarie in corso, a partire da quella del cibo. I grandi del pianeta, pur in presenza di una crisi finanziaria sistemica che non si arresta, ribadiscono un infondato ottimismo sulle sorti dell'economia mondiale globalizzata e preferiscono dilungarsi su temi non economici, con una sana dose di populismo. Ma chi crede più alle promesse del G8? L'ultimo decennio è stato segnato dalla de-economicizzazione delle discussioni al club dei ricchi e da una serie di impegni e promesse, a partire dagli aiuti ai paesi più poveri, nella gran parte dei casi non mantenuti. Il parlare (di ambiente, questioni sociali e sviluppo) è stata quasi una strategia per non mettere in discussione le ricette che hanno segnato gli ultimi 25 anni di globalizzazione liberista, di cui il G8 è stato motore e custode.
Il G7 nacque alla metà degli anni '70 proprio per trovare quadrature politiche tra i tre blocchi economici di allora (Usa, Europa e Giappone), e alcune palesi contraddizioni segnano il passaggio storico di oggi. Se il fine del G8 è quello di creare una cassa informale di compensazione politica alle tensioni economiche e finanziarie mondiali, allora risulta inevitabile l'allargamento a tutte quelle nuove potenze che ormai influenzano i mercati. E poi, ogni volta che di fronte a crisi sistemiche si prova a rivedere le forme attuali di governance multilaterale - si tratti di cambio climatico, riforma delle istituzioni finanziarie, crisi alimentare o lotta alle pandemie - alla fine si cerca sempre la benedizione del G8, che ben poco può fare se non sancire un inutile status quo. Questo perché anche la triade Banca mondiale-Fmi-Wto, attuatrice della globalizzazione liberista, è entrata da alcuni anni in profonda crisi.
E' il mondo che è cambiato, così come il vento liberista si è affievolito. Lo sa bene il poliedrico Sarkozy, che in maniera lungimirante apre all'allargamento del G8 proprio per far sopravvivere l'attuale sistema. Non riescono a capirlo l'uscente Bush e il suo fido portaborse italiano, nonché il governo giapponese perennemente in crisi dopo il boom dell'economia nipponica negli anni '80.
Il vertice si chiude aggiornando il circo del G8 all'appuntamento italiano a La Maddalena nel luglio del 2009. Il governo italiano si illude che la trasformazione del G8 da foro a processo di dialogo con altri governi e istituzioni internazionali possa ridare fiato a questo club esclusivo, bloccando però la radicale trasformazione di questo spazio politico. Proprio nel 2009 giungerà a compimento in Italia il processo partito lo scorso anno in Germania: il dialogo su alcuni temi con il G5, le cinque economie emergenti (Cina, India, Messico, Brasile e Sudafrica). Queste hanno già fatto capire che sono insoddisfatte e in Sardegna non basteranno le berlusconate a rabbonirle. Per non parlare dei paesi più poveri, che stretti tra vecchie e nuove potenze hanno tutto l'interesse a scompaginare le carte.
Al riguardo, un auspicabile fallimento della «mini-ministeriale» convocata dall'indomito leader del Wto Pascal Lamy a Ginevra il 21 luglio sancirebbe il tracollo definito del sistema di multilateralismo unipolare targato G8 che fino ad oggi ha guidato la globalizzazione. Il ministro Tremonti, che ha demonizzato il «mercatismo» e chi lo ha attuato - a partire dalla Wto - se fosse coerente dovrebbe smarcarsi dal suo primo ministro e usare il prossimo G8 per aprire la strada a un cambiamento sistemico. Mettendo sul tavolo la necessità di una nuova e democratica conferenza finanziaria mondiale ci si toglierebbe dall'imbarazzo di dover allargare il G8 solo a Cina e dintorni e si potrebbe mettere mano alla governance mondiale in maniera democratica e allo stesso tempo alle diverse politiche finanziarie e monetarie di cui tutti abbiamo bisogno.

(Antonio Tricarico)


5 luglio 2008

La crisi del miracolo economico laburista

 «Come la mattina dopo della sera prima» si dice qui dopo una notte di stravizi, quando ti aggiri come un fantasma alla ricerca di una tazzona di caffè da spararti in vena. A leggere i giornali britannici e a sentire i più ascoltati economisti, sembrerebbe che l'economia del Regno unito si trovi proprio nella situazione della mattina dopo della sera prima, con un brusco risveglio dopo un decennio di folleggiante benessere sotto il governo del Labour Party.
Vede nerissimo la Cbi (Confederation of British Industries), la Confindustria inglese, che annuncia 1) un aumento del 18 % delle chiusure di imprese (oltre 19.000 l'anno prossimo, la cifra più alta dal 2002 dopo la fine della bolla delle dotcom); 2) un tasso di crescita allo 0,4%, il più basso dal 1992; 3) un mercato immobiliare in crisi e che non risalirà prima di quattro anni; 4) 150.000 disoccupati in più, che porterà il totale a 1,79 milioni (circa il 6%).

L'inflazione galoppa verso il 4%
A conferma di tanto pessimismo, altre brutte notizie: il numero di case costruite quest'anno sarà il più basso da 63 anni a questa parte, cioè dal 1945: 147.700 unità contro le 203.900 del 2007, con un crollo del 27,6% in un solo anno. Ancora più preoccupante è che, nonostante la debolezza dell'offerta, dovuta proprio al ristagno di nuovi edifici, i prezzi delle case siano già scesi dell'8%. Per di più, il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, ha annunciato che l'inflazione ha sforato il 3%, si situa ora al 3,3% e supererà il 4% a fine anno. La situazione economica è diventata così grave che i giornali chiamano il governatore per nome, Mervyn, proprio come si diceva Tony per Blair o Diana per la principessa. Con un ministro del tesoro, Alistair Darling, che per cognome fa appunto darling ("amore", "carino", "tesoro") si può immaginare il numero (e il livello) di battute su «quanto è carino dover stringere la cinta», «digiuna tesoruccio», e così via.
È tornata la parolaccia: «stagflazione», termine coniato nel 1974 per indicare un periodo in cui sono presenti insieme stagnazione e inflazione (di solito la recessione è associata a fasi di deflazione, di calo dei prezzi per mancanza di acquirenti, mentre i periodi d'inflazione sono invece associati a cicli di crescita: la stagflazione rappresenta quindi la perversa congiunzione di due patologie opposte). Perciò è tutto un chiedersi se sono tornati anche i terribili anni '70, con i sindacati carttivoni che pretendevano aumenti salariali per compensare l'inflazione.
Vista dal continente, per dieci anni la Gran Bretagna sembrava effettivamente un'isola felice, in crescita anche quando il resto del mondo stagnava, capace di evitare persino la recessione dopo l'11 settembre. Ma quale è stato il motore del miracolo britannico? La vulgata diffusa dagli ideologi del Labour somiglia a quella della Milano craxiana, «la Milano da bere» degli anni '80: qui si parlava della generazione di Blair come della Rockn'roll generation.
«La Gran Bretagna produce pochissimo, a differenza della Germania e del Giappone» mi dice Larry Elliott, nella sede del Guardian, di cui è il responsabile economico. Elliott è anche autore di vari libri sull'economia inglese: l'ultimo, sulla recessione, l'ha scritto insieme a Dan Aktinson, ed è appena uscito presso i tipi di The Bodley Head: The Gods That Failed: How Blind Faith in Markets Has Cost Us Our Future («Il dio che è fallito: come la cieca fede nei mercati ci sta costando il nostro futuro»).
Come c'era il New Labour, così c'era la New Economy, non più fondata su manifattura e industrie, ma su conoscenza e creatività. Elliott cita come esempio della vulgata dominante una frase di David Puttnam: «L'Inghilterra non è più 'un'isola di carbone circondata da pesce', secondo la famosa espressione del laburista Nye Bedvan, creatore del servizio sanitario nazionale nel 1946, ma 'un'isola di creatività circondata da comprensione (understanding)'».

Solo l'industria bellica è in salute
Certo è che dal punto di vista economico i dieci anni laburisti hanno acuito la deindustrializzazione perseguita da Margaret Thatcher. I lavoratori nell'industria sono passati da 4,3 milioni nel 1991 a 2,9 milioni nel 2007: un terzo in meno. Gli unici settori in cui il Regno Unito è ancora all'avanguardia sono quello farmaceutico e l'industria bellica: proprio in questi giorni si è appreso che nel 2007 la Gran Bretagna è stata il maggiore esportatore di armi al mondo. Ma la bilancia commerciale inglese è in rosso profondo per quanto riguarda i prodotti manufatturati: il deficit rappresenta circa il 6% del Prodotto interno lordo (Pil).
Il vero settore trainante dell'economia britannica è stata la City, la finanza, che dal 1996 al 2006 è cresciuta allo straordinario ritmo del 7% l'anno (il 200% in 10 anni) e che ha fatto di Londra una delle capitali globali del capitalismo globalizzato. Da questo punto di vista, l'Inghilterra rappresenta in grande quello che le isole Cayman sono in piccolo, una base offshore per investimenti globali. Sono i profitti all'estero di questi investimenti che hanno finanziato la crescita inglese e limitato il deficit. Nel 1992 l'Inghilterra era dovuta uscire dal serpente monetario europeo sotto gli attacchi della speculazione (in particolare del finanziere Gorge Soros) contro la sterlina, costretta (insieme alla lira italiana) a svalutare rispetto al marco tedesco. Ma da allora, e per dieci anni, la Banca d'Inghilterra ha praticato una politica di sterlina forte, tanto forte da sopravvalutarla (la sterlina valeva 3.000 lire e poi 1,5 euro). A sua volta la sterlina forte ostacolava l'export industriale inglese, ma rendeva più a buon mercato le importazioni, mentre favoriva l'afflusso di capitali. A sua volta l'afflusso di capitali nella City faceva lievitare il mercato immobiliare londinese con effetto a cascata su tutta l'Inghilterra. È così che l'occupazione del settore immobiliare è quella che in assoluto ha visto la crescita più rapida passando da 2,4 milioni di addetti nel 1991 a 4,5 milioni nel 2006, mentre nel settore finanziario in senso stretto l'occupazione è rimasta stabile a un milione di unità.
L'afflusso di capitali ha fornito allo stato un extra gettito che a sua volta ha consentito di aumentare le spese pubbliche. Contro la vulgata corrente, il Labour ha invertito la cura dimagrante thatcheriana e ha espanso la spesa pubblica che dal 1999 al 2006 è aumentata del 29% in termini reali. Parte di questa spesa è però andata a finanziare i privati attraverso iniziative a partecipazione mista. Però è cresciuto il numero di addetti all'istruzione (da 1,9 a 2,4 milioni di occupati: + 26%) e, soprattutto alla sanità (da 2,4 a3,3 milioni: + 37,5%). A confronto, «l'economia creativa» (tv, cinema, design, pubblicità...) è cresciuta sì del 49%, ma su un totale così basso (798.000 addetti nel 2006 contro 536.000 nel 1991) che mostra quanto sia sovrastimata la sua influenza.

Il governo chiede sacrifici a tutti
Ma con la crisi bancaria Usa e, soprattutto con l'inflazione importata, tutto questo bel castello si sta sfasciando e il circolo da virtuoso si tramuta in perverso. Già oggi la Gran Bretagna ha un deficit pubblico al 4%, diminuendo il margine di manovra del governo. Si discute sulle ragioni della crisi che si abbatte sull'isola (vedi articolo accanto), ma la sua realtà è indubitabile, e i consumatori già stringono la cinta. Ora il governo chiede sacrifici a tutti, ma quando ha provato a imporre una tassa di 30.000 sterline l'anno ai 20.000 finanzieri stranieri residenti in Inghilterra, ha sollevato un putiferio con tutta la stampa a difendere i poveri miliardari «costretti» a fuggire da una tale persecuzione.
Il governo si era preso tutto il merito della crescita economica. Ora rischia di addossarsi tutta la colpa della crisi e si trova ora preso in una tenaglia politica, oggetto della prossima puntata.

La City travolta da Wall Street

Ormai tutti gli economisti spiegano la recessione col meccanismo americano: anche in Gran Bretagna, come negli Usa l'economia tirava solo grazie a una politica di crediti facili che alimentavano sia il consumo delle famiglie, sia il mercato immobiliare: con la stretta del credito, queste due componenti sarebbero venute a mancare a l'Inghilterra sarebbe precipitata nella recessione. È l'opinione che Larry Elliott (vedi articolo accanto) mi ripete durante la nostra conversazione.
In realtà, le ragioni che hanno causato la crisi inglese sembrano diverse da quelle americane. Intanto, in Gran Bretagna non c'è stato nessun aumento vertiginoso dei mutui (vedi grafico accanto). Il numero totale dei mutui è cresciuto solo dell'1% l'anno (10% in 10 anni, da 10,5 milioni nel 1995 a 11,5 milioni nel 2005). Perciò la bolla immobiliare c'è stata quanto a crescita del valore delle case, ma senza corse all'indebitamento come negli Usa, e quindi senza un'ondata di mutui subprime. Né quest'ondata poteva esserci perché la Bank of England, a differenza della Federal Riserve americana, non ha mai concesso crediti facili. Mentre dopo il 2001 il tasso di sconto della Fed era negativo in termini reali (cioè inferiore al tasso d'inflazione), il tasso di sconto della Banca d'Inghilterra è sempre stato il più alto dei paesi industrializzati, proprio per tenere alto il valore della sterlina. Ancora oggi il tasso base è del 5%. E se si guarda la tabella dei tassi a 3 mesi pubblicata dall'Economist, si vede che in Gran Bretagna sono al 5,93% contro il 4,96% nell'area Euro e il 2,14% negli Usa. Gli alti tassi hanno impedito che la crescita del consumo fosse finanziata dal credito facile, anzi: contro l'idea di «spese pazze», «negli ultimi sei anni il consumo delle famiglie è sceso di tre punti percentuali rispetto al prodotto interno lordo» sostiene Chris Giles del Financial Times.
Infine, né in Gran Bretagna, né nell'area euro si è mai consolidata la pratica di re-ipotecare la casa al suo valore più alto per finanziare i propri consumi, pratica radicata solo nella cultura economica statunitense.
Wynne Godley, per anni direttore del dipartimento di economia applicata a Cambridge, mi dice al telefono che la crisi del credito in Gran Bretagna è cominciata molto più tardi che in America e quindi c'è uno sfasamento temporale. In realtà, la crisi è stata esportata in Inghilterra dalla politica della Fed e del tesoro Usa: per salvare il sistema bancario e per impedire un crollo di Wall street, le autorità monetarie Usa hanno semplicemente stampato carta moneta, sia iniettando liquidità diretta, sia con tagli drastici del tasso di sconto. Queste decisioni hanno provocato una svalutazione del dollaro rispetto a euro e yen. A sua volta la svalutazione che ha provocato il rincaro del petrolio e di altre materie prime. A loro volta i rialzi del petrolio e delle materie prime hanno innescato una spirale inflattiva che ha ridotto il potere d'acquisto dei cittadini che hanno così limitato i consumi rallentando l'economia.
Questa politica Usa ha spinto la Gran Bretagna a svalutare la sterlina che in un solo anno ha perso il 20% del suo valore rispetto all'euro (dalla cui area importa la maggior parte dei beni). La sterlina svalutata ha reso ancora più salato il conto delle materie prime importate (in particolare petrolio e alimentari), facendo impennare l'inflazione che non è stata compensata da nessun aumento salariale: da qui il rallentamento dei consumi e del mercato immobiliare.
Naturalmente nella capitale mondiale della finanza il vero effetto della crisi americana si è fatto sentire sulle banche. Basti pensare alla Northern Rock, la banca che aveva pesantemente investito nei mutui subprime Usa e che il governo britannico ha dovuto prima salvare e poi nazionalizzare a spese dei contribuenti.
La crisi del credito colpisce al cuore la principale industria inglese: la finanza. Capitale del credito e del mercato dei derivati, la City è la prima a risentire, e in modo più doloroso, della crisi del credito. E quando la City starnutisce, il mercato immobiliare si preende la polmonite.
Può sembrare curioso, ma a guardare gli annunci delle agenzie immobiliari, si scopre che, con la sterlina svalutata, in alcuni quartieri di Londra i prezzi degli appartamenti sono inferiori a quelli di Roma. E nella finanza il peggio deve ancora venire, perché, come mi dice Robin Blackburn (di cui la New Left Review ha appena pubblicato un saggio sulla «Subprime Crisis»), «mentre le banche Usa hanno confessato abbastanza presto i loro disastri, le nostre sono state molto più discrete e non ci hanno ancora detto tutto».



(Marco D'Eramo)


26 giugno 2008

Povertà ed etnie nella Gran Bretagna del dopo Blair

 

La condizione di povertà ha vari livelli. E' definito in condizione di povertà anche chi pur lavorando guadagna meno del 60% dello stipendio medio che in Gran Bretagna è definito di 100 sterline alla settimana per adulto single senza figli a carico, 183 sterline per una coppia senza figli a carico, 186 sterline per un genitore solo con due figli a carico e 268 sterline per una coppia con due figli a carico. La percentuale di indigenti varia in modo sostanziale a seconda dell'appartenenza etnica. Così per esempio il 65% dei cittadini del Bangladesh, il 55% dei pakistani, il 45% degli africani sono indigenti. I caraibici neri hanno una percentuale di indigenza attorno al 30%, gli indiani attorno al 25% come altre etnie «bianche». I «bianchi» inglesi hanno la percentuale più bassa di povertà, al 20%.
Per quello che riguarda la popolazione che appartiene o ha un background diverso da quello «bianco» la percentuale di povertà è molto più alta in qualunque categoria, nuclei familiari mono parentali, coppie, single. Le differenze sono maggiori nelle famiglie dove almeno un componente lavora. In queste famiglie circa il 60% dei bangladeshi, il 40% dei pachistani e il 30% degli africani sono registrati come poveri. Percentuali che superano di molto il 10-15% che riguarda gli inglesi bianchi. Questi ultimi si ritrovano in percentuali simili un po' in tutto il paese. Mentre gli appartenenti a minoranze etniche hanno percentuali molto diverse. Per esempio ci sono molti più poveri a Londra e nel nord del paese che nelle Midlands o al sud. Il 70% delle persone che vivono in stato di indigenza a Londra appartiene a minoranze etniche.
C'è poi un divario enorme rispetto alle donne. Secondo il censimento del 2001 circa il 15% degli uomini inglesi bianchi over 25 non hanno un lavoro pagato. Simili proporzioni si riscontrano in uomini indiani. Ma tra i bangladeshi, i pakistani, gli africani e i neri caraibici la percentuale è tra il 30 e il 40%. Per le donne, se tra le donne inglesi bianche over 25 la percentuale di quelle che non hanno lavoro è di circa il 30%, tra le donne africane si arriva al 50%. Ma il dato più impressionante riguarda le donne bangladeshe e pakistane: l'80% non è occupata. Anche se in possesso di una laurea gli uomini pakistani e bangladeshi hanno meno possibilità di trovare lavoro. Ancora una volta oltre alle donne sono i bambini quelli che soffrono maggiormente. Infatti due terzi dei bambini pakistani e bangladeshi vivono in condizione di povertà. Un dato che è il doppio rispetto ai bambini inglesi bianchi. Se un bambino su quattro tra i minori inglesi bianchi vive in povertà, ben il 74% dei bambini pakistani, il 60% di quelli bangladeshi e il 56% di quelli africani vive in condizioni di indigenza. Le associazioni che lavorano sulla povertà concordano nel sostenere che i pakistani e i bangladeshi sono nello scalino più basso, sono cioè i più discriminati anche sula qualità del lavoro e sui salari.

(Maeve Kelly)


25 giugno 2008

La middle-class ingannata da Blair

 

Quando fu incoronato primo ministro nel 1997 Tony Blair promise agli inglesi che sarebbero diventati tutti «middle-class». I dati pubblicati nei giorni scorsi dal ministero del lavoro e pensioni dicono che oggi la Gran Bretagna è un paese molto più ineguale di quando il new Labour salì al governo. Per l'attuale premier, Gordon Brown, non poteva esserci notizia peggiore. In un momento in cui la sua popolarità è ai minimi termini e quella del Labour nel suo complesso non gode certo di buona salute, la conferma che la povertà tra bambini e pensionati è aumentata rende il cammino di Brown verso un qualche tipo di risalita ancora più difficile.
Il gap tra ricchi e poveri in Gran Bretagna si è allargato. Quel che è peggio è che i dati riguardanti i minori che vivono sotto la soglia di povertà stabilita dal governo sono allarmanti: per il secondo anno consecutivo infatti centomila nuovi minori si sono aggiunti agli esistenti poveri. Un pessimo risultato per un governo che aveva fatto della eliminazione della povertà tra i bambini entro il 2020 uno dei suoi cavalli di battaglia. Impietosi i dati parlano chiaro. Il Labour non è riuscito, nonostante i miliardi spesi, ha raggiungere il suo obiettivo che era, nel 2005, quello di ridurre di un quarto la povertà tra i minori. Che tradotto significa che se il governo Brown vuole anche solo sperare di arrivare vicino all'obiettivo fissato per il 2010, dovrà trovare qualcosa come due miliardi e ottocentomilioni di sterline all'anno. Una sfida che gli analisti e i consultenti del Labour definiscono «tough», dura, visto che le casse dello stato sono già in un profondo rosso.
Il ministero del lavoro e pensioni rivela che la crescita economica che pure c'era stata all'inizio del terzo mandato laburista ha fallito nell'aiutare i meno abbienti. Le entrate del 20% di famiglie più povere sono diminuite dell'1,6% tra il 2005-06 e tra il 2006-07 mentre quelle delle famiglie più ricche sono aumentate dello 0,8%. Una disparità che è confermata dai dati riguardanti la crescente importanza della City rispetto all'economia. La forbice della diseguaglianza è oggi la più alta da quando sono disponibili dati in materia, cioè dal 1961. Il governo si è affrettato a controbattere che se il Labour non avesse fatto tutto ciò che ha fatto in questi undici al potere per combattere la povertà ci sarebbero oggi un milione e mezzo di bambini poveri in più e altrettanti pensionati. Il problema, fanno notare le associazioni che si occupano di povertà, è che Tony Blair aveva promesso ben altro.
Help the Age per esempio sostiene che il fatto che oggi ci siano trecentomila pensionati in più «è mortificante per il governo perché dimostra che le politiche adottate non sono state efficaci». Non solo, per l'associazione, «il problema è che quando gli anziani vivono contando su un'entrata fissa è per loro praticamente impossibile uscire dalla condizione di povertà».
Per Gordon Brown la pubblicazione dei dati sulla povertà è in qualche modo una doppia batosta. Infatti anche nei suoi dieci anni da ministro del tesoro, l'attuale premier, aveva fatto della lotta alla povertà la sua bandiera. La realtà dice che un bambino su cinque oggi vive in condizioni di relativa povertà. Sono infatti due milioni e novecentomila i minori che vivono in relativa povertà. E questo è il dato che non considera i costi della casa. Se si considerano anche i costi della casa, allora il numero sale a tre milioni e novecentomila. Per il secondo anno consecutivo dunque c'è stato un aumento consistente nel livello di povertà tra i minori.
Per Donald Hirsch, consulente della Joseph Rowntree Foundation che ogni anno pubblica un dettagliato rapporto sulla povertà, «i due miliardi di sterline messi a disposizione dal governo per affrontare il problema della povertà tra i minori negli ultimi due anni sono serviti a migliorare le condizioni di cinquecentomila minori. Ma per raggiungere l'obiettivo che il governo si è prefisso per il 2010 - ha aggiunto - cioè quello di ridurre drasticamente la povertà sarebbe necessario migliorare le condizioni di un altro milione e duecentomila bambini». Un'impresa titanica.
La metà dei minori che vivono in condizioni di indigenza sono in famiglie dove almeno un componente lavora. Quando poi i minori diventano maggiorenni e entrano nel mondo del lavoro la loro condizione non migliora. Infatti il tasso di disoccupazione tra gli under 25 è aumentato costantemente dal 2004. Un dato che è opposto rispetto a quello che riguarda gli over 25 tra i quali la disoccupazione è praticamente costante. Nel complesso tra il 2004 e il 2006 il numero di persone che vivono in povertà è aumentato di circa settecentocinquantamila persone. Attualmente ci sono tredici milioni di persone in stato di indigenza. Di queste un milione e mezzo sono giovani adulti di età compresa tra i 16 e i 24 anni. Due terzi sono single e senza figli a carico, molti vivono ancora con i genitori. Le donne in stato di indigenza sono più degli uomini (circa cinque milioni contro i quattro milioni di uomini).
L'altro dato inquietante riguarda le persone diversamente abili o con problemi di tipo psichiatrico. La povertà delle persone tra i 25 e i 65 anni arriva al 30%, il doppio rispetto a quelle senza problemi. Due milioni e duecentomila le persone che ricevono sussidi per oltre due anni. Di questi, tre quarti sono diversamente abili.

(Maeve Kelly)


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