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10 luglio 2009

Guglielmo Forges Davanzati : l'unità nazionale e le gabbie salariali

 La tesi secondo la quale occorre prendere atto del fatto che esistono ‘nuove’ modalità di organizzazione del lavoro e che esse si basano su rapporti cooperativi fra imprenditore e lavoratore viene reiteratamente usata per legittimare i provvedimenti di depotenziamento del sindacato e la riduzione del potere contrattuale del lavoro dipendente. Si tratta di quella “complicità tra capitale e lavoro” che è un punto fermo dell’elaborazione teorica del Ministro Sacconi. Partendo dalla legislazione sulla ‘flessibilità del lavoro’ avviata dagli anni ottanta e con significativa accelerazione nei primi anni duemila, il processo è fin qui giunto al sostanziale superamento della contrattazione nazionale[1]. Anche i più tenaci difensori di questi provvedimenti non si spingono a sostenere che dalla loro attuazione c’è da attendersi un aumento generalizzato dei salari: viene semmai sostenuto che – per il tramite del cosiddetto salario di ‘produttività’ – si registrerà un’accentuazione dei differenziali salariali nella direzione di maggiori premialità per il contributo individuale alla produzione e, dunque, di maggiore incentivo all’erogazione di impegno lavorativo.



La ratio che sottende questo provvedimento sta nella convinzione – tutta da dimostrare – che la modesta dinamica della produttività del lavoro delle imprese italiane, di gran lunga inferiore alle loro concorrenti europee, dipende dal fatto che, nel nostro contesto, non viene premiato il merito; e ciò, a sua volta, viene ricondotto a un modello di relazioni industriali che è stato tradizionalmente caratterizzato da una marcata centralizzazione. Occorre chiarire, a riguardo, che sebbene nessuno possa farsi difensore del demerito, così che l’esaltazione meritocratica finisce per diventare mera retorica, ad oggi non si dispone di alcun criterio oggettivo di misurazione della produttività individuale. Ed è necessario aggiungere che – poiché il lavoro concorre, insieme al capitale e alle materie prime, alla realizzazione del prodotto –  è teoricamente e praticamente impossibile imputare a un singolo fattore produttivo il suo contributo specifico alla produzione. In tal senso, premiare il merito è un dover essere che non trova alcun sostegno scientifico, e, conseguentemente, non può avere una sua traduzione nelle prassi aziendali. Ciò che le imprese verosimilmente fanno, in assenza di una quantificazione oggettiva del merito, è – nella migliore delle ipotesi – premiare chi si è dimostrato più affidabile (e, non per questo, più produttivo) e – nella peggiore delle ipotesi – attuare forme di discriminazione, a danno dei lavoratori meno ‘graditi’ e/o con minor potere contrattuale.
Stando così le cose, si può ritenere che il depotenziamento del sindacato ha, come effetto, innanzitutto una riduzione generalizzata dei salari e i costi connessi alla tutela aziendale dei diritti dei lavoratori. A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione, che attiene agli effetti di questi provvedimenti sull’economia meridionale, sulla base di una duplice constatazione.
1) Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ, nel settore privato i salari al Nord sono mediamente più alti di 13.000 euro l’anno rispetto ai salari percepiti dai lavoratori meridionali, e, per quanto attiene al reddito pro-capite, il divario tra le due aree del Paese è aumentato nell’ultimo biennio dello 0,2%. A fronte della riduzione della quota dei salari sul PIL che ha interessato l’intero Paese nell’ultimo ventennio, vi è ampia evidenza empirica del fatto che – fatti salvi alcuni brevi intervalli congiunturali – il rapporto fra salari dei lavoratori meridionali e salari dei lavoratori settentrionali ha segnato una costante riduzione. L’Ufficio Studi di Banca d’Italia certifica che il processo di divergenza fra retribuzioni nel Mezzogiorno e retribuzioni nel Nord ha origine almeno a partire dall’inizio degli anni novanta e che, per quanto attiene al periodo che intercorre fra il 1990 e i primi anni duemila, l’incremento dei differenziali salariali su scala regionale si situa nell’ordine del 14%. Essendo minori in termini relativi i salari nel Mezzogiorno, i prezzi di vendita dei beni che le imprese meridionali vendono al Nord sono minori dei prezzi di acquisto dei prodotti del Nord da parte dei consumatori meridionali. Si è, cioè, già in presenza di un meccanismo spontaneo di deterioramento delle ragioni di scambio[2], stando al quale il libero scambio fra le due aree del Paese avvantaggia sistematicamente quella che, in partenza, ha il PIL più alto. Si può osservare, a riguardo, che la quota delle esportazioni del Mezzogiorno è stata in aumento, seppur lieve, negli ultimi anni, passando – su fonte ISTAT – di circa 1 punto percentuale dal 2006 al 2007. Poiché le imprese meridionali, tecnologicamente di retroguardia e di piccole dimensioni, riescono ad acquisire quote di mercato solo mediante la compressione dei prezzi e, dunque, dei costi di produzione, la ripresa delle esportazioni meridionali sembra dipendere dalla riduzione dei salari nel Mezzogiorno. Si consideri anche che le due voci principali di esportazione del Mezzogiorno riguardano i mezzi di trasporto e gli apparecchi meccanici, e che la gran parte delle esportazioni proviene da imprese la cui proprietà non è di operatori meridionali. Da un lato, i profitti provenienti dalle esportazioni vanno in parte a beneficio di imprese localizzate nel Mezzogiorno, ma il cui assetto proprietario è esterno all’area, così che non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri che vengano reinvestiti in loco. Dall’altro lato, la quota residua di profitti attiene all’esportazione di prodotti intermedi, che vengono lavorati e venduti da imprese all’esterno dell’area, generando incrementi di profitto e beneficio di imprese non meridionali; profitti che, comunque, sono ottenuti mediante riduzioni dei salari dei lavoratori meridionali.
2) L’ultimo rapporto ISTAT registra che, nelle regioni meridionali, oltre il 90% delle imprese censite ha un numero di dipendenti inferiore a nove. In tali condizioni, appare del tutto evidente che la contrattazione aziendale o non si fa o, se si fa, è al più un fatto meramente formale che si limita a ratificare l’asimmetria dei rapporti di forza fra datori di lavoro e dipendenti, asimmetria massima nelle micro-imprese. La conseguente prevedibile caduta dei salari dei lavoratori meridionali, a seguito delle nuove politiche del lavoro, non può che determinare un’accelerazione – politicamente indotta – dei differenziali salariali fra macro-aree.
Il ritorno alle ‘gabbie salariali’ è, in effetti, nell’agenda politica, come testimoniato dalle ripetute sollecitazioni provenienti soprattutto dalla Lega Nord e da Confindustria. E’ opportuno ricordare che il dispositivo delle gabbie salariali, vigente negli anni cinquanta-sessanta, manteneva ope legis i salari monetari dei lavoratori meridionali più bassi dei loro colleghi settentrionali, con un duplice argomento: i) essendo differente il livello dei prezzi fra aree del Paese, occorreva tenere basse le retribuzioni nominali nelle aree con prezzi più bassi; ii) essendo minore la produttività del lavoro nel Mezzogiorno, e poiché il salario è (deve) essere commisurato alla produttività del lavoro, occorreva comprimere le retribuzioni nelle aree nelle quali la produttività era minore. L’obiettivo e le motivazioni oggi non cambiano. Si aggiunge che la compressione relativa dei salari al Sud favorirebbe gli investimenti nell’area. E’ bene chiarire che nessuno di questi argomenti trova un adeguato sostegno teorico ed empirico. Innanzitutto, se anche il livello dei prezzi è inferiore nel Mezzogiorno, occorre considerare che i lavoratori meridionali accedono a una quantità di beni e servizi pubblici di gran lunga inferiore a quella dei loro colleghi settentrionali. A ciò si può aggiungere che, per il meccanismo perverso precedentemente descritto, quanto più il paniere dei beni di consumo dei lavoratori meridionali include anche prodotti del Nord (e del resto d’Europa), tanto minore è il loro salario reale. Si consideri che le rilevazioni ISTAT che vengono poste alla base del ritorno alle gabbie salariali non certificano un livello dei prezzi più basso per ogni bene di consumo nelle città meridionali. A titolo puramente esemplificativo, si può richiamare il fatto che i prezzi più alti dei prodotti dell’abbigliamento e delle calzature – fra tutti i comuni italiani - si registrano a Reggio Calabria[3]. In secondo luogo, la minore produttività dei lavoratori meridionali non è imputabile al loro scarso rendimento, ma a una struttura produttiva tecnologicamente di retroguardia sulla quale, con ogni evidenza, non possono incidere[4].  In terzo luogo, e per quanto attiene all’attrazione di investimenti, i riscontri empirici disponibili, riferiti agli ultimi anni, segnalano l’inesistenza di questo effetto. Sia sufficiente qui richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, pure a fronte di un significativo calo dei salari nel Mezzogiorno, il tasso di crescita degli investimenti si è ridotto, nel precedente biennio, dal 2.4% allo 0.5%.¼br> L’impoverimento materiale dei lavoratori meridionali – già in atto e presumibilmente in crescita – viene in qualche modo compensato da un’operazione culturale che passa dalla retorica delle ‘vocazioni naturali’ – secondo la quale il Sud è naturalmente dedito al turismo e all’agricoltura – per arrivare al ‘pensiero meridiano’. L’apologia della lentezza, dell’analisi misurata e tranquilla del mondo che ci circonda viene contrapposta, con segno positivo, alla velocità che caratterizza gli stili di vita e i modi di produzione delle economie industrializzate più avanzate. E’ su questo duplice dispositivo che si cerca di mantenere l’unità nazionale che la gran parte dei provvedimenti di questo Governo sta seriamente mettendo in discussione


20 maggio 2009

Francesco Piccioni : Cai è un modello contro i diritti del lavoro

Ritardi, manutenzione incerta, disservizi, carenza di organico. Alitalia torna in prima pagina, ma con i conti - spiega il socio di riferimento, Jean-Cyril Spinetta, presidente di air France - «al di sopra delle attese». Ne parliamo con Paolo Maras, segretario nazionale dell'SdL-trasporto aereo, steward ora in cassa integrazione.

Quanti problemi ha la «nuova» Alitalia?
Che si faccia il bilancio dei primi 100 giorni è doveroso, ma era già noto che i problemi principali - ritardi, inefficienze, organici e condizioni del lavoro - fossero irrisolti. Non a caso avevamo sempre detto che attraverso questa operazione non passa solo la trasformazione da Alitalia a Cai, ma un treno micidiale addosso a diritti, conquiste, condizioni di lavoro. E anche una visione diversa da quella di una compagnia di bandiera, che presuppone comunque un interesse dello Stato nel garantire servizi ai cittadini. Oggi vediamo anche Formigoni e Castelli strapparsi i capelli per Malpensa, dove non funzione più nulla e i passeggeri rimangono a terra. Certo, se gli organici sono insufficienti, sia a bordo che a terra, succede questo.

Eppure si era detto che si voleva creare una compagnia grande, forte e «italiana».
Fin dall'inizio l'obiettivo era di tenere bassissimi i costi e il personale ridotto all'osso, confezionando un pacchetto appetibile per il migliore offerente. Che in Cai sappiamo essere «mister 25%», ovvero Air France. Che ora dice - traduco - «come fate a ottenere risultati superiori alle aspettative»? In Francia sequestrano i manager, qui avete distrutto sindacato e lavoratori e nessuno dice niente...



Previsioni fosche per i vostri colleghi francesi...
Appunto. In secondo luogo, Spinetta ha sollevato la politica italiana e il governo (quello che diceva «ai francesi, mai») da ogni responsabilità per la cattiva gestione precedente alla vendita. L'unico «colpevole» è stato trovato nel sindacato. Tutti, senza eccezione. Noi siamo convinti che il peggio debba ancora arrivare. Il «problema Alitalia» non c'è più, come la monnezza napoletana. Ma se si pensa che deve ancora la fusione effettiva tra le cinque aziende che compongono oggi la nuova Alitalia, è facile prevedere nuovi «esuberi» causati da queste sinergie.

Ma se già ora nell'«operativo» gli addetti sono pochi...
Se una macchina che ha bisogno di quattro assistenti di volo la fai partire con soltanto due, la legge della «sinergia» funziona anche in quel caso. I numeri delle assunzioni fatte sono fortemente squilibrati rispetto agli stessi impegni iniziali. Gli assistenti di volo - a quattro mesi dalla partenza - sono sotto organico di oltre 400 unità. Si parla ora di 190 assunzioni, che non coprono le necessità.

Le politiche del trasporto dipendono sempre più dalle scelte europee. Come si fa a tenere il punto del conflitto senza una qualche sponda politica?
La vicenda Alitalia è andata come è andata proprio perché c'è una desertificazione della politica. C'è necessità di riportare competenze vere, non ideologiche - insomma esperienze vissute, «sapere di che si parla» - dentro certe istituzioni. Per esempio, credo che la scelta di Andrea Cavola, mio compagno di lotte per oltre 20 anni - di candidarsi come indipendente con Rifondazione, sia assolutamente giusta. La sensazione di questi anni è che non importa quanto tu abbia ragione, quanti lavoratori hai dietro; tutto il sistema - anche l'informazione, con poche eccezioni - si muove a tutela degli interessi del «grande capitale». Basta vedere il ruolo politico-mediatico del ministro Matteoli: di scioperi nel trasporto non si parla più, nemmeno a livello di annuncio, perché ogni giornalista sa che tanto lui li vieta sempre, con la precettazione.


27 marzo 2009

Sara Farolfi : precari a terra, manager strapagati

 

Salta il potenziamento degli ammortizzatori sociali per i precari e salta anche il tetto alle retribuzioni dei manager. Le due misure, presentate dal governo come due emendamenti al decreto legge sugli incentivi al settore dell'auto e elettrodomestici, non hanno superato le maglie di «ammissibilità» (per estraneità di materia) e sono state rigettate insieme alla metà circa degli emendamenti presentati (400). Ma se sui precari ieri sera veniva data quasi per certa la reintroduzione del provvedimento, per il tetto agli stipendi dei manager (deciso da Prodi, poi congelato da Berlusconi) pare trattarsi di un nuovo - definivo probabilmente - affossamento.
«Gli emendamenti del governo sui precari verranno ripescati», assicurava in serata il relatore del decreto legge alla commissione finanze della camera, dopo le aperture del presidente della camera Gianfranco Fini. La misura d'altro canto è stata ampiamente pubblicizzata dal ministro Sacconi, e non comporta un particolare esborso per le casse statali, trattandosi di circa 100 milioni di euro. Si tratta del raddoppio - dal 10 al 20 per cento della retribuzione percepita - dell'indennità una tantum per i parasubordinati (ossia i collaboratori fasulli) che saranno licenziati: 1600 euro medi, per una platea di 80-90 mila persone (il 10 per cento circa dei parasubordinati conosciuti), secondo i conti della Cgil, che ha criticato la misura definendola un «raddoppio dell'elemosina». Oltre a questo, il pacchetto del governo prevedeva una semplificazione del procedimento di accesso agli ammortizzatori sociali (oggi servono dai 120 ai 140 giorni per gli strumenti ordinari). «Talvolta si può rimanere vittima del troppo decisionismo, ma se quel poco che si è fatto salta vorrei che il governo accogliesse le proposte da noi fatte», commenta il segretario Cgil, Epifani. Per i precari la Cgil chiede un ampliamento della platea degli interessati (dai 90 mila che sono a circa 180 mila) e un raddoppio dell'assegno una tantum, dal 20 al 40 per cento della retribuzione dell'anno precedente. Il segretario della Cisl Bonanni ha chiesto al governo di «trovare un rimedio immediato», e così hanno fatto molti esponenti del Pd. Difficile pensare che il governo non accolga le richieste, trattandosi di una misura a basso costo ma sicuramente popolare in tempi di crisi come questi.



Decisamente più impopolare invece, tanto è vero che ieri in pochissimi ne hanno parlato e nessuno ne ha prefigurato un reinserimento, il tetto agli stipendi di manager e banchieri. L'emendamento era stato presentato dalla Lega e prevede che il trattamento economico di dirigenti di banche e imprese che, in seguito alla crisi beneficeranno di aiuti pubblici, non possa superare il limite di 350 mila euro all'anno. Un altro emendamento, ugualmente respinto, prevede similmente il limite massimo del trattamento previsto per i parlamentari, per qualunque soggetto in rapporto di lavoro con amministrazioni statali, o con enti pubblici di ricerca. Non la rivoluzione, insomma. Tanto più che un tetto agli stipendi dei manager pubblici (pari alla retribuzione del primo presidente della corte di cassazione, ossia 289 mila euro) era stato previsto e introdotto dal governo Prodi, per essere poi congelato seduta stante da Berlusconi.
«Mentre si licenziano i precari della pubblica amministrazione, il governo riesce a eliminare il tetto delle retribuzioni: un fatto gravissimo anche perchè sarebbe bastato non fare nulla e applicare la norma esistente», commenta a caldo il segretario della funzione pubblica Cgil Carlo Podda. Ma sempre in tema di precari e di pubblica amministrazione, l'iperattivo ministro Brunetta sembra avere compiuto il miracolo: dalle cifre diffuse ieri sui primi risultati del monitoraggio lanciato nel settore, risultano appena 1125 persone con i requisiti per la stabilizzazione. «Un vero miracolo», replicano dalla Cgil: «Brunetta è riuscito a fare sparire i precari».


28 febbraio 2009

Fabio Sebastiani : le reazioni dei delegati sindacali

 

«Ancora costrizioni? Basta, non ne possiamo più». Davanti all'ennesimo attacco al lavoro e ai lavoratori non resta che registrare tanto sconforto. La reazione dei delegati dei vari settori (trasporti, sanità, commercio, manifattura) al provvedimenti dell'esecutivo sul diritto di sciopero è unanime: «Non credano che la gente poi non cerchi comunque un modo per protestare, perché la misura è davvero colma». Articolo 18, pensioni, mercato del lavoro, accordo separato sui modelli contrattuali: è questo il lungo rosario di spine collezionato in pochi anni dal centrodestra. Anche chi non è sindacalizzato e guarda alle organizzazioni sindacali con una certa diffidenza alla fine si sente circondato e cerca una reazione.
«Se lo sciopero diventa un'arma spuntata - dice Ugo Bolognesi, Rsu della Fiom a Mirafiori - non è più un'arma. Spesso fare sciopero ha senso per l'efficacia che l'azione ha». «Prima bastava un fischio, adesso ci vuole la carta bollata». «Così è un modo per restringere ancor di più i diritti e le libertà dei lavoratori che a questo punto non hanno nemmeno più il diritto di protestare», aggiunge. 




Per Ugo, non è un caso che tirano fuori adesso questa restrizione, «perché gli tornerà utile per fermare le forme di resistenza che potrebbero nascere sull'accordo separato».
«I lavoratori ne parlano e sono sdegnati. Si parte dai trasporti ma hanno capito benissimo che verrà esteso alle altre categorie», dice Beppe Costa, anche lui delegato a Mirafiori. «Il messaggio è che si stanno preparando a una riforma totale sul lavoro», aggiunge. «Anche perché è quella la direzione di Confidnustria», dice a sua volta Carlo Carelli, Rsu dei Chimici della Cgil. «Una qualche forma di regolamentazione è già scritta nel contratto della nostra categoria - aggiunge - e si chiama procedura di raffreddamento». Il raffreddamento è stato introdotto con l'ultimo accordo di categoria e prevede una "sospensione" di quindici giorni prima della dichiarazione di sciopero vera e propria. Se dopo la prima settimana non si trova una soluzione va all'ufficio provinciale di conciliazione. «L'attacco è generalizzato - aggiunge Carlo - gli spazi di democrazia vengono sempre più limitati. Siamo costretti a difenderci nelle pieghe delle regole con iniziative di singoli reparti». Anche per Carlo, comunque, è chiaro che «Confindustria sta avanzando alla grande». «Per noi il diritto di sciopero è l'unico elemento tangibile di democrazia». «Spesso lo sciopero ha un valore generale - conclude - e, per esempio, serve per attirare investimenti e quindi spronare l'azienda alla crescita».
Roberto d'Agostino è un rappresentante sindacale della sigla Sindacato dei lavoratori, e lavora nel trasporto pubblico a Roma.
«Ho già difficoltà ad accettare la 146 che sta già regolamentando il diritto di sciopero spuntandolo in nome di un misteriorso diritto di circolazione». «La verità è che non blocchiamo la produzione - aggiunge - ma disagi per alcune categorie più deboli. Di fatto facciamo uno sciopero che non dà fastidio a nessuno. Lo sciopero è un'arma spuntata». Roberto parla poi della piaga delle esternalizzazioni in cui le aziende prendono comunque i soldi dal Comune e in caso di sciopero risparmino sui dipendenti. «Inasprire ancora non serve alla cittadinanza. E' un'arma per far tacere ogni forma di denuncia da parte dei lavoratori», continua. «Il timore è che questa dittatura troverà il sisostegno di alcuni sindacati che già erano d'accordo con gli scioperi virtuali», dice.
L'umore dei lavoraotri? A un'azione di protesta costretta dentro mille regole i lavoratori individuano sempre più lo sciopero senza regole. Questo l'abbiamo detto più volte alle controparti. Quando dichiariamo lo sciopero nessuno ci segue. Ci seguono quando blocchiamo i depositi. La legge è un incentivo a trovare le forme estreme di lotta. Sono degli incoscienti. Non si rendono conto che c'è una situazione nel mondo del lavoro che è vicina all'esasperazione. Eliminano anche la minima forma di sfogo».
«In particolare nella Sanità - dice Mauro Menghi, delegato della Fp-Cgil - la regolamentazione è piuttosto rigida. E se vogliono dare unan stretta ulteriore vuol dire che stanno mettendo in campo uno strumento devastante per la vita democratica del Paese». «L'autorizzazione allo sciopero vuol dire scoraggiarlo fin dall'inizio - aggiunge - e non è un caso che arriva adesso, quando la Cgil sta cercando di difendersi da un attacco senza precedenti». «I lavoratori da quel po' che hanno capito avvertono che è in atto un intervento repressivo». Come già avvenne con il decreto antifannulloni, «che nessuno ha capito». «O meglio hanno capito che diventa più facile e demagogico colpire i lavoratori e non i poteri forti che continuano a curare i loro interessi».
Umberto Longo è un delegato della Cai-Alitalia. «Se davvero vogliono introdurre un'altra regolamentazione alla fine il risultato sarà quello di dare più potere alle aziende, mentre il lavoratore deve essere libero di esprimere il proprio malcontento», dice. In questo modo gli scioperi non si faranno più. E queste regole avranno l'effetto di incattivire i lavoratori e basta».
Per Roland Caramelle, rappresentante sindacale della Filcams-Cgil (Commercio), «il periodo dello scontro si sta avvicinando perché c'è molto malcontento tra i lavoratori». «Questo è un attacco anticostituzionale. Uno dei tanti», il cuij scopo è quello di «limitare e depotenziare il conflitto espresso dai lavoratori», aggiunge. «Il provvedimento, però, rischia di essere un boomerang perché la gente fa sciopero per avere efficacia e visibilità, e se non ci sarà più lo sciopero sceglierà altre proteste, tipo la disobbedienza civile».


26 febbraio 2009

Serena Salucci : stretta di Brunetta sui precari nella Pubblica Amministrazione

 

Non hanno ancora vinto la loro battaglia, ma da ieri hanno qualche speranza in più di riottenere il loro posto di lavoro. Anna, Laura e Valentina, tre delle undici centraliniste interinali dell'Ospedale di Legnano licenziate a settembre, erano giunte a Roma mercoledì mattina con gli occhi coperti da una benda nera, per partecipare al presidio dei precari della Pubblica Amministrazione organizzato sotto Palazzo Madama dall'RdB Cub. «Siamo bendate - avevano spiegato - perché il nostro futuro non esiste, non lo lo vediamo più. Vogliamo chiedere spiegazioni direttamente al ministro Brunetta, perchè secondo la sua legge non possiamo più riavere il nostro lavoro». Ieri mattina hanno continuato il loro "sciopero del futuro" sotto la sede del Ministero della Funzione Pubblica finché non sono state ricevute dallo staff del Ministro.
Dopo un rimpallo di responsabilità, durato mesi, tra l'azienda sanitaria lombarda e il ministero, finalmente si è acceso un lumicino. Secondo i funzionari che hanno ricevuto le lavoratrici, esiste la possibilità di deroga al famigerato art. 49 della legge 133 che fissa il limite di tre anni per l'utilizzo dei lavoratori precari da parte della Pubblica Amministrazione: è sufficiente che l'Ospedale formuli un quesito da inviare a Roma per la predisposizione di un provvedimento ad hoc. Tolte le "bende", le ragazze hanno fatto ritorno a casa, con la certezza di un appuntamento per il 4 marzo prossimo al Ministero, sempre che l'Ospedale di Legnano lavori perché la vicenda si concluda positivamente. 



Quel che è certo per ora, è che la storia delle centraliniste "spogliarelliste", che si erano messe provocatoriamente all'asta su You Tube per un posto di lavoro, rappresenta solo l'inizio dell'effetto devastante dei provvedimenti del governo su migliaia di precari del pubblico impiego. La preoccupazione cresce con l'avvicinarsi del passaggio alle Camere del Disegno di Legge 1167, il collegato alla finanziaria che nell'articolo 7 inserisce una revisione drastica della disciplina sul ricorso al lavoro flessibile all'interno degli enti pubblici. La norma, definita "ammazzaprecari" dai sindacati di base, mette definitivamente un punto alle procedure di stabilizzazione iniziate nella Pa a seguito delle finanziarie del 2006 e del 2007. Il termine perentorio fissato per tutte le conversioni e le assunzioni dei precari è il 30 giugno 2009. «Tecnicamente fino a quando il Ddl 1167 non entra in vigore - sottolinea Carmela Bonvino, resposabile RdB per il precariato - le amministrazioni possono far riferimento alle vecchie norme e stabilizzare i tempo determinato fino alla copertura per le carenze di organico, e per i cococò la trasformazione a tempo determinato. Ora non solo vengono abrogate tutte le norme, ma le amministrazioni che hanno fatto il passaggio da cococò a tempo determinato non avranno più la possibilità di fare il secondo passaggio e assumere i lavoratori. Soprattutto negli enti locali la situazione rischia di diventare critica, perché la lentezza burocratica non consentirà di completare le procedure. Finiti i tre anni si è fuori». Per questo cresce la mobilitazione dei precari degli enti pubblici. L'unica promessa strappata con il presidio dell'altro giorno, che chiedeva alla cancellazione dell'articolo 7 del progetto di legge, è quella dei senatori dell'Italia dei Valori che nel passaggio in Commissione Lavoro presenteranno alcuni emendamenti, nessuna risposta da Pd e nessun sostegno per ora dai sindacati confederali. È quindi probabile che l'"ammazzaprecari" andrà avanti senza ostacoli. Ieri, dopo il passaggio indenne del Ddl in Commissione Affari Costituzionali del Senato, Brunetta ha espresso la ferma intenzione di arrivare alla votazione in Senato martedì prossimo.


13 febbraio 2009

Tra cassa integrazione e nuovi contratti. Piccole tragiche storie

 

Giulio è in cassa integrazione a 43 anni, con 21 anni di anzianità e tre figli. In 600 sono finiti in cig senza avere i requisiti per la pensione. Forse il primo mese non vedranno una lira, la regione Lazio sta cercando di sopperire con un mutuo. «Lavoravo già da anni quando è nata Air One e ora i precari di Alitalia fanno 12 giorni di corso per passare sugli aerei della compagnia di Toto mentre io sto a casa perché non vogliono pagarmi due soli giorni di formazione per rimettermi sul lungo raggio».




Cassa integrazione e nuovi contratti individuali. Un calvario senza tutela sindacale con il governo che fa il tifo per il padrone. Come si svolgono le cose lo racconta Irene, 48 anni, da 20 in azienda, famiglia monoreddito, due figlie al liceo e un mutuo da pagare: nel 1998, per il rinnovo contrattuale, i dipendenti dovettero accettare 26 milioni di lire in azioni con l'obbligo di tenerle per due anni, allo scadere non valevano più nulla e le banche pretesero il rientro dai prestiti dati con le cedole in garanzia. A gennaio viene convocata per firmare il nuovo contratto, assunta ma solo per tre mesi, poi c'è la cig, è troppo anziana per restare in servizio. Difficile inventarsi un futuro quando la depressione ti stringe la gola, scrive una lettera al personale. Mentre è in servizio la convocano di nuovo ma si rifiutano di dirle il perché. In fila, tra colleghi in lacrime e l'angoscia che sale, le ordinano di consegnare il contratto a un'impiegata pena l'espulsione dalla fila. Rifiuta, insistono, chiede di vedere il responsabile: sguardi ai limiti dell'insulto, il tagliagole di turno le comunica che non sono tenuti a dirle niente e di fare come le viene detto. Dopo due ore di coda, arriva nella stanza: una scrivania per Alitalia e una per Air One, sommersi e salvati, senza avvocati a consigliare, le consegnano il nuovo contratto dopo averlo confrontato con quello firmato in precedenza. Tutto qui.
Un segreto inutile da tenere solo per vederla scoppiare in lacrime, un piccolo sfoggio di potere per mostrare chi comanda, serve a chiarire che non si possono chiede cose come riposi fissi o l'applicazione della legge 104 del 2003, per l'esenzione dei genitori dal lavoro notturno e chissà quali altre tutele finite nel cestino. Per scoprirlo bisogna scaricare il contratto da internet, la Cai fornisce i link e alcune faq (frequently asked questions), stile ebay.


21 dicembre 2008

Roberto Farneti :Alitalia fa fuori donne in gravidanza, sindacalisti e portatori di handicap

 

Altro che «patrioti», come li chiama il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per i cassintegrati e gli ex precari dell'Alitalia, Roberto Colaninno e soci non sono altro che dei "Cai...mani". Sciacalli che, non appena fiutato l'affare, si sono gettati sulla carcassa della ex compagnia di bandiera con l'unico scopo di divorarne gli ultimi brandelli di carne. In attesa di poter consegnare le chiavi della Nuova Alitalia allo "straniero", Air France o Lufthansa che sia.
Un'altra cosa che agli italiani non viene detta è che per compiere questa "patriottica" operazione, la Cai non ha esitato a gettare in mezzo alla strada la bellezza di diecimila persone, scelte senza nemmeno rispettare i criteri che di norma si seguono in questi casi. «Con una discriminazione pesantissima, Cai tiene fuori dall'azienda tutti i portatori di handicap, le donne in gravidanza, i part-time, quanti avevano una situazione familiare pesante. Non è stato tenuto conto dell'anzianità aziendale e vengono operate discriminazioni nei confronti di chi è sindacalizzato». A denunciarlo è Andrea Cavola, segretario nazionale Sdl, il primo a parlare all'assemblea indetta da SdL, Anpac e Up all'aeroporto di Fiumicino. Circa quattrocento lavoratori Alitalia si sono riuniti ieri mattina nel piazzale davanti al varco equipaggi insieme alle sigle del cosiddetto "Fronte del no" per gridare la loro rabbia e per discutere di come dare inizio a un percorso di lotta. Presenti all'iniziativa il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, il presidente dell'Idv, Antonio Di Pietro, il senatore Idv, Stefano Pedica, l'assessora della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ed il presidente della Commissione Trasporti regionale Enrico Luciani.



Al termine dell'assemblea è anche partito un corteo che ha attraversato l'aerostazione partenze dei voli internazionali. In testa, un gruppo di hostess e steward con il viso coperto da una maschera bianca trasportano uno striscione con la scritta "CAIncellati". Una delle manifestanti in prima fila grida rivolta ai colleghi: «E' scandaloso: donne con figli minori e portatori di handicap che vengono trasferiti da Roma a Catania o a Milano. Dove è il ministro delle Pari Opportunita?».
La "mattanza" non ha risparmiato lo stesso Cavola, fatto fuori dall'azienda malgrado 31 anni di servizio e una figura professionale presente nella nuova Alitalia. «Il governo, le istituzioni nazionali e locali - urla il sindacalista rivolto ai colleghi che lo ascoltano sul piazzale - devono prendere atto che c'è un problema sociale grave: faremo ricorsi di natura legale contro queste discriminazioni e contro accordi che sono fuori dalla legge». Il dirigente di SdL ha quindi accusato, tra gli applausi dei presenti, Cgil, Cisl e Uil, di aver accondisceso ad «una operazione scellerata ed odiosa, nei confronti della quale a poco valgono i timidi tentativi di prendere ora qualche distanza».
Molto applauditi anche gli interventi di Ferrero e Di Pietro. «L'unico modo per farci sentire che il problema Alitalia non è chiuso - ragiona il segretario del Prc - è di farsi vedere. Occorre fare manifestazioni sotto il comune di Roma per chiedere al sindaco cosa sta facendo, davanti a Palazzo Chigi per ricordare le promesse di Berlusconi, e davanti al Parlamento». La proposta di Ferrero è quella di «mettere in piedi un coordinamento per iniziative di lotta non violenta ma visibili al centro di Roma, solo così la categoria potrà rimanere unita tra chi è stato per ora messo fuori e chi è costretto a subire in silenzio le condizioni di assunzione che gli sono state imposte».
Anche per Di Pietro «la vicenda Alitalia non finisce qui». Occorre «un'azione di protesta forte ed unitaria, mentre in galera deve finire chi ha portato la compagnia nelle attuali condizioni. Una grande protesta - aggiunge l'ex magistrato - che deve essere rivolta anche nei confronti di quei sindacati che hanno accettato di sedersi al tavolo con un padrone e non con un datore di lavoro». Qualcuno gli ricorda «le colpe e le responsabilità di Veltroni». «Lo dite a me? - replica Di Pietro - lo sa bene».
Sul piazzale i lavoratori danno sfogo alla loro amarezza. Dopo 18 anni di onorato servizio come assistente di volo, Elena ha ricevuto il benservito: cassa integrazione per 4 anni più 3 di mobilità. «Ho 43 anni, quando questi 7 anni scadranno rischio di ritrovarmi disoccupata. Ho anche una laurea, ma alla mia età chi mi prende? E poi ho sempre fatto questo lavoro...». Il marito di Elena, pilota, rischia addirittura il licenziamento: è uno degli 11 lavoratori sospesi dal commissario Fantozzi a seguito dei disagi che si sono verificati durante il cosiddetto "sciopero bianco".
«Per te Alitalia finisce qui»: anche l'hostess Susy, 38 anni, ha ricevuto la famigerata lettera, malgrado 17 anni di anzianità aziendale. «Mio marito è un pilota, gli è stato detto: "O vai a Milano o perdi il posto". Abbiamo due figli, ci ritroviamo in una situazione drammatica. E c'è persino chi sta peggio».
Il dramma di Andrea è lo stesso di altri 800 assistenti di volo precari. Sulla testa indossa una fascia nera con su scritto "Precario con famiglia": «Da 8 anni - racconta - mi rinnovano il contratto ogni 5 mesi. L'ultimo è scaduto il 30 novembre. A 34 anni mi ritrovo con niente in mano, una moglie precaria part-time che prende 600 euro al mese e una figlia. Da gennaio in poi non so come farò a pagare il mutuo».
Si fa avanti un lavoratore. Il nome non lo dice ma ha 42 anni ed è un operaio della verniciatura: «Dopo vent'anni di servizio mi ha chiamato il capo e mi ha dato una bella letterina. Ho moglie e figlio a casa. Ci sono persone con 7, 8 anni di anzianità che invece non sono state toccate. Come si spiega?».


1 marzo 2008

Decreto milleproroghe ed università

 

Nelle dichiarazioni ufficiali sembrano tutti d'accordo - professori, rettori e ministri - su quali siano le misure urgenti e necessarie per arginare il dissesto delle università italiane. Occorrerebbe in primo luogo correggere la sproporzione tra i pochissimi ricercatori giovani e i troppi professori ordinari e associati, che dà ai nostri atenei la forma di una piramide rovesciata, col risultato che l'età media dei docenti italiani è tra le più alte d'Europa e che senza il ricorso a una marea di precari, sottopagati o non pagati affatto, nessuna facoltà sarebbe in grado di far funzionare né la didattica né la ricerca. In secondo luogo, si dovrebbe riformare il meccanismo dei concorsi, trasformati da decenni in una macchina di cooptazione in cui vale la regola d'oro che a vincere non è il più meritevole, ma il più intrallazzato. Quando però dalle parole si passa ai fatti, questo unanime impegno alla riforma sparisce d'incanto.
Ad esempio, nel cosiddetto decreto «milleproroghe», approvato alla camera pochi giorni fa, sono state introdotte a riguardo due modifiche di minima entità, che tradiscono però il proposito di lasciare le cose esattamente come stanno. Intanto, si è deciso di fissare entro la fine del mese di febbraio il termine oltre il quale non potranno più svolgersi concorsi per nuovi ricercatori con la vecchia procedura, quella della legge Berlinguer, almeno nel caso di bandi interamente finanziati dai singoli atenei. Si badi che questa norma corregge due note ministeriali, emanate nel corso di questo stesso mese, che fissavano il termine prima al 31 marzo, poi addirittura al 7 dicembre 2007, mantenendo comunque il principio che, oltre un termine dato, dovrà entrare in vigore il nuovo regolamento varato dal ministro Mussi. Il punto è che, allo stato attuale, questo regolamento non esiste. Ne esiste solo una bozza, ancora al vaglio della magistratura contabile, di cui - considerati i tempi della politica italiana - nessuno è in grado di dire se e quando sarà approvata in via definitiva. Il buonsenso, evidentemente, avrebbe consigliato di lasciare in vigore le vecchie regole fino al momento in cui le nuove fossero realmente pronte, ma a quanto pare il buonsenso non abbonda tra politici e amministratori. Il risultato è che l'attuale termine equivale, di fatto, a un blocco delle nuove assunzioni, che potrebbe durare anche per anni, prolungando ancora un po' il precariato di chi si ostina a volere tentare la strada della ricerca.
Al contrario, sull'altro versante, quello dei concorsi per associati e ordinari, della vecchia normativa è stato reintrodotto addirittura il meccanismo delle doppie idoneità: ossia, per ogni posto effettivamente assegnato ci sarà un secondo candidato idoneo, che potrà a quel punto essere assunto da qualsiasi università senza concorso. È una norma che consente a una università su due (di regola la più potente) di giocare di rimessa, aiutando i propri candidati a guadagnare una idoneità nei concorsi altrui, per poi chiamarli in cattedra senza alcun rischio che il posto finisca a qualcun'altro, magari solo perché dotato di maggiori titoli. Tuttavia, anche l'università che bandisce il concorso ha il suo vantaggio: offrendo in premio l'idoneità supplementare, può ottenere l'alleanza di un gruppo accademico potente, e assicurarsi così la nomina del candidato interno per il posto vero e proprio. Nell'un caso e nell'altro, insomma, l'obiettivo è mettere al sicuro il risultato prima ancora che il concorso abbia luogo. Una sicurezza non difficile da ottenere, visto che i membri delle commissioni di concorso sono eletti a maggioranza tra i docenti della disciplina, di modo che, almeno nei raggruppamenti disciplinari poco numerosi (che sono la stragrande maggioranza), un gruppo accademico bene organizzato sa esattamente quanti voti può far confluire su ciascun candidato e quanti alleati eventualmente occorrono per avere il controllo completo di una commissione.
Nei mesi che precedono il concorso, prende forma, così, la grottesca parodia di una campagna elettorale in cui gli aspiranti commissari chiedono ai loro colleghi voti e sostegni dichiarando ovviamente in anticipo, con nome e cognome, il candidato che intendono favorire una volta eletti. Il risultato non è solo che i nomi dei vincitori, come si sa, sono già noti a tutti molto prima che il concorso abbia inizio, ma che - per di più - si ha la garanzia che nessuno possa sedere in commissione senza aver contratto impegni e debiti con i propri sostenitori.
Anche nell'improbabile eventualità di una crisi di coscienza, è escluso che si possa correggere la rotta e premiare un candidato a sorpresa solo in quanto si è dimostrato più bravo degli altri, perché ciò equivarrebbe a un tradimento degli impegni presi: l'unica scorrettezza istituzionale che in Italia è davvero punita con severità, specie quando si tratta di impegni chiaramente contrari alla legge e alla decenza. Eppure, nell'attesa di una riforma complessiva che si farà probabilmente attendere per anni, anche questa stortura potrebbe essere corretta con un minimo buonsenso.
Basterebbe che i commissari fossero eletti a sorte, a rotazione, tra i docenti della disciplina. Ovviamente, anche in un caso del genere sarebbero possibili abusi, dispute e ricorsi. Ci sarebbe però quanto meno la legittima speranza che qualcuno, in commissione, sia realmente neutrale e disinteressato, mentre col meccanismo attuale nessuna persona sana di mente può pensare di gettarsi nella mischia se non ha un preciso interesse personale, giustificato o meno, a influenzare il risultato in una direzione prefissata. Una innovazione così banale, realizzabile con un tratto di penna, metterebbe almeno fine all'avvilente marea di accordi sotto banco, inciuci, liti e compromessi cui i nostri docenti si dedicano con una passione e uno zelo degni di miglior causa, e magari snellirebbe anche la mole dei tanti convegni di studio di dubbia utilità, pagati con fondi pubblici, che servono in genere più a consolidare le alleanze che a far davvero progredire la ricerca.
Solo che una modifica del genere ridurrebbe anche di molto il potere e la capacità di controllo dei grandi gruppi accademici. Perciò è probabile che non se ne farà nulla, né ora né mai.

(Massimo De Carolis)


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23 febbraio 2008

Ginnastica precaria

 

E' uno dei settori più selvaggi e con il maggior sfruttamento: basti pensare che neanche il 10% degli addetti è inquadrato con il contratto nazionale, e il resto naviga nel mare magnum della precarietà e del lavoro nero. Sono gli operatori dello sport, gli istruttori delle palestre, delle piscine e dei sempre più numerosi centri di fitness/wellness che fioriscono nella penisola. Si calcola che sono circa 600 mila gli addetti in Italia, ma il contratto nazionale ne copre a stento 50 mila. La Cgil - in particolare il Nidil - ha diffuso oltre 500 questionari tra gli operatori, a partire dalla fiera del Wellness di Rimini, dello scorso maggio, e poi cercando contatti nei centri sportivi: ma già far emergere le storie sommerse è complicato, e la consapevolezza dei propri diritti tra questi «nuovi operai» è minima. Fa impressione che ben il 62% degli intervistati ha dichiarato di non sapere che il sindacato può lavorare per la loro tutela.
Non solo le retribuzioni risultano basse, ma per un combinato di varie leggi, i tanti precari dello sport spesso non sono coperti neppure sul fronte dei contributi, all'Inps e all'Inail, e dunque non si stanno formando una pensione né si tutelano contro gli infortuni (a parte quei pochi che stipulano un'assicurazione privata).
Quanto ai contratti, solo il 16% degli intervistati ha un tempo indeterminato, il 47% è precario (a termine, in collaborazione, in partita Iva, in apprendistato), e addirittura il 37% non ha contratto, dunque è in nero. Sette precari su 10 dichiarano di non aver scelto la propria condizione, e ben il 75% è precario o in nero addirittura da dieci anni. Grave il dato sugli over 40: ben il 64% è ancora precario. E dire che hanno un'alta professionalità: l'84% ha una qualifica riconosciuta, dalla laurea Isef ai titoli Coni.
Il lavoro nello sport non è un «lavoretto» o un hobby: sette operatori su dieci (67%) lo svolgono per trarne la prima fonte di reddito, e solo per il 24% è un'attività secondaria (appena l'8% lo fa per passione e non per lavoro). Il 73% lavora con lo stesso committente da più di un anno. Per la maggior parte dei casi (oltre l'80%) il reddito è inferiore ai 15 mila euro annui: in particolare, oltre il 30%b percepisce meno di 5 mila euro annui, e un buon 20% si trova tra 5 mila e 7500. Vuol dire insomma che un «salario» mensile, almeno quello dichiarato, va dai 400 ai 600 euro.
Il lavoro nero è incentivato dalle stesse leggi (la 342/2000 e la 289/2002, che allarga il principio ai cococò addetti a compiti amministrativo-gestionali). Queste norme assimilano i compensi degli addetti dello sport ai «redditi diversi da quelli da lavoro dipendente», agevolando fiscalmente chi sta sotto i 7500 euro annui: il lavoratore non paga l'Irpef, e i datori di lavoro sono esentati dal pagamento di contributi a Inpse e Inail. Si invogliano dunque le imprese a non contrattualizzare gli addetti come dipendenti, facendo figurare che stanno sotto i 7500 euro (non a caso il 55% dichiara redditi inferiori) e pagando eventuali altre ore in nero. Ma il risultato è che il lavoratore non si iscrive mai a Inps e Inail.
E non è che gli infortuni siano bassi: un lavoratore su tre (31%) si è infortunato sul lavoro, e oltre la metà (il 54%) ha dovuto recarsi al lavoro nonostante una malattia o infortunio. Ben il 29% non ha neanche un'assicurazione privata.
Ultima a intervenire è stata la legge 30 (276/2003), che, come per i giornalisti, ha confermato l'uso dei cococò nel settore, ed escluso i contratti a progetto. Dunque non c'è neanche il pensiero di giustificare un progetto. «Al legislatore - spiega Roberto D'Andrea, segretario nazionale Nidil Cgil - chiediamo di eliminare il regime di favore sotto i 7500 euro, in modo da indirizzare i lavoratori verso il contratto». Quanto alle controparti, la Slc Cgil ha chiesto a Confcommercio un tavolo per il rinnovo già a dicembre, ma non ha mai ricevuto risposte.

(Antonio Sciotto)


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28 maggio 2005

Lavoratori embrionali

Bologna, precari reintegrati al call center della Tim
Mamme in tilt Vittoria di 27 interinali, ma soffrono le addette in maternità. L'azienda fa ricorso contro una prescrizione Asl che le tutela
AN. SCI.
Vittoria per 27 interinali Tim, reintegrati dal tribunale di Bologna dopo anni di precariato e una vertenza legale. Dopo due sentenze del 2003, che riguardavano due interinali occupati nel call center, sono seguite in questi giorni altre cinque sentenze, con le quali i giudici Palladino, Dallacasa e Molinaro, si sono pronunciati accertando che per altri 27 ex interinali, formalmente assunti da agenzie di fornitura di lavoro temporaneo ed inviati «in missione» presso la Tim, il contratto di lavoro utilizzato non era conforme alla legge. nella sentenza si afferma che i contratti dovevano essere formalizzati direttamente tra Tim e i singoli lavoratori, e che di conseguenza non era legittima non solo l'intermediazione operata dall'agenzia, ma anche la «temporaneità» dell'utilizzo dei lavoratori da parte della compagnia telefonica. I giudici hanno dichiarato quindi che i lavoratori devono essere considerati ancora oggi dipendenti della Tim, che deve riammetterli in servizio pagando loro tutte le retribuzioni maturate dalla data in cui il rapporto di lavoro «temporaneo» era cessato al momento in cui rientreranno in servizio.

I lavoratori precari hanno fatto vertenza assistiti da Nidil e Slc Cgil: «Dopo essersi avvicendati per oltre quattro anni nelle stesse posizioni senza alcuna garanzia - spiegano i sindacati - gli operatori hanno organizzato una lotta che non ha trovato alcuna disponibilità, da parte della Tim, ad una soluzione contrattuale, ed è sfociata quindi nell'azione giudiziaria». Con la legge 30 i contratti interinali sono stati sostituiti da quelli in «somministrazione», oggi ugualmente all'esame dei legali.

La Tim ha utilizzato, dal 1998 a oggi, oltre un migliaio di lavoratori interinali presso il proprio customer care di Bologna, con missioni prorogate per 24 o 30 mesi, assumendone a tempo indeterminato solo alcuni. Ma non se la passano male solo i precari. «Caldo» è anche il fronte delle mamme.

Tutti gli operatori lavorano, per turni, su un orario 8-22,34. Tempo fa i sindacati hanno chiesto che alle operatrici in maternità fosse riservato l'orario 8,30-19, per tutelarle dallo stress del call center. «Non sortendo risposte dalla Tim - spiega Giuseppe Ledda, Slc Cgil - ci siamo rivolti alla Asl di Bologna, che un mese e mezzo fa ha emesso una prescrizione che obbliga l'azienda a mettere le operatrici nella fascia di garanzia». Ma non nè bastato: la Tim ha presentato ricorso al Tar dell'Emilia Romagna. E le mamme continuano a fare i turni lunghi.




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