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23 aprile 2009

Luigi Cavallaro : un contratto precario per tutti ?

 Nell’attuale babele delle forme di collaborazione all’impresa – una quarantina circa, con approssimazione per difetto –, una proposta come quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, volta all’istituzione di “un nuovo contratto per tutti” (come recita il titolo di un loro fortunato pamphlet da poco in libreria), sembra perfino ragionevole: tanto più ragionevole se si considera che, fin qui, la proliferazione delle tipologie contrattuali non ha fatto altro che aggravare il deprecabile dualismo che connota il nostro mercato del lavoro, con la casta degli outsiders condannata a patire in modo preponderante le conseguenze delle dosi massicce di flessibilità salariale e in entrata e uscita somministrate dai provvedimenti legislativi degli ultimi vent’anni.
L’apparenza però inganna. Si tratta infatti di una proposta che non solo poggia su un’interpretazione decisamente errata delle cause di quel dualismo, ma che – se dovesse tramutarsi in legge – rischierebbe perfino di provocarne l’irreversibile consolidamento, limitandosi semplicemente a ridistribuirne le conseguenze su una platea ben più ampia di lavoratori.
Vediamo perché. Come accennato, Boeri e Garibaldi propongono di sostituire l’attuale enorme congerie di tipologie contrattuali con un unico contratto a tempo indeterminato, caratterizzato da un sentiero graduale, “a tappe”, verso la stabilità. Più precisamente, il rapporto di lavoro dei neoassunti si snoderebbe dapprima in una “fase di inserimento”, che durerebbe fino al terzo anno d’impiego e sarebbe garantita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori solo per ciò che concerne il licenziamento discriminatorio: il licenziamento disciplinare e quello per motivi economici o organizzativi darebbero luogo, invece, solo ad una compensazione monetaria crescente in funzione dell’anzianità di servizio, fino ad un massimo di sei mensilità di retribuzione per chi abbia raggiunto i tre anni di anzianità. Dopo il terzo anno di lavoro, infine, la tutela dell’art. 18 andrebbe estesa anche ai licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo e oggettivo, s’intende lì dove l’impresa abbia più di quindici dipendenti: per le imprese di dimensioni inferiori, infatti, la disciplina resterebbe tale e quale e di reintegra in caso di licenziamento illegittimo non se ne potrebbe (come già non se ne può) parlare.
Se questi sono i termini della proposta in questione, bisogna anzitutto rilevare che il contratto unico rappresenta indubbiamente un peggioramento della tutela che attualmente è garantita fin dall’assunzione a quanti sono impiegati a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa con più di quindici dipendenti. Né vale in contrario obiettare che il 50% circa delle nuove assunzioni viene attualmente effettuato ricorrendo a tipologie contrattuali che escludono del tutto l’operatività dell’art. 18: si potrebbe agevolmente replicare che la proposta in discorso si limita a rendere comune a tutti questo destino di precarietà, quasi che il mercato del lavoro fosse uno di quegli ambiti in cui il mal comune equivale a mezzo gaudio.
Si deve peraltro aggiungere che codesta universalizzazione del precariato non è affatto necessaria rispetto all’obiettivo di superare il dualismo del mercato del lavoro. Nonostante il contrario avviso decisamente propugnato da Boeri e Garibaldi (secondo i quali “l’aumento dell’occupazione ha beneficiato grandemente dallo sviluppo di questi nuovi contratti”), non esiste alcuna evidenza che possa dimostrare che l’aumento dell’occupazione documentato dalle nostre statistiche dal 1995 in qua sia ascrivibile alla diffusione delle tipologie contrattuali atipiche: recenti studi, che hanno posto in relazione le variazioni della disoccupazione con le variazioni dell’indice di protezione normativa dei lavoratori calcolato dall’OCSE (il cosiddetto EPL, Employment Protection Legislation), hanno infatti evidenziato che la retta di regressione è pressoché piatta, anzi leggermente inclinata in modo opposto a quanto dovrebbe essere se la correlazione effettivamente esistesse, il che lascia supporre che variazioni del grado di protezione e variazioni della disoccupazione siano variabili sostanzialmente non correlate[1].
D’altra parte, se è vero che la crescita dell’occupazione si è accompagnata ad un aumento della povertà e, in specie, alla drastica diminuzione del tasso d’incremento delle retribuzioni (nell’industria manifatturiera il tasso di crescita dal 1998 al 2006 è stato del 2,6%, contro una media del 10,1% nei paesi dell’unione monetaria europea), sembra di poter dire che, più che una crescita dell’occupazione, il nostro Paese ha registrato negli ultimi dieci anni una redistribuzione della (dis)occupazione. Su un piano statistico, infatti, il legame fra la riduzione dell’EPL e la minor crescita dei salari appare meno evanescente di quello tra EPL e disoccupazione[2], e ciò suggerisce che un monte-salari progressivamente decrescente rispetto al reddito nazionale possa essersi distribuito su una più ampia fetta di lavoratori, dando luogo ad una nuova forma di “disoccupazione nascosta”: un fenomeno che afflisse la nostra economia negli anni precedenti al decollo del cosiddetto “miracolo economico”, a causa dell’elevata incidenza della manodopera nei settori agricoli a bassissima produttività, e che speravamo di aver ormai consegnato alla riflessione degli storici.
Queste considerazioni, che lasciano intendere come le cause del dualismo del mercato del lavoro non siano facilmente collegabili ad una presunta rigidità delle tutele (e men che meno ai salari elevati degli insiders), introducono ad un’ulteriore obiezione che può muoversi allo schema del “contratto unico a tutele crescenti”. Tralasciando il fatto che, nell’idea di Boeri e Garibaldi, la compensazione monetaria per il licenziamento intimato nei primi tre anni d’impiego sembra presentarsi come un firing cost, che l’imprenditore è tenuto a pagare a prescindere dalla legittimità o illegittimità del recesso, una domanda sorge spontanea, ed è la seguente: chi ci assicura contro il fatto che, al termine del terzo anno d’impiego, il datore di lavoro non licenzi il lavoratore adducendo, magari pretestuosamente, motivi economici e sbarazzandosene così con sei mesi d’indennità e subito dopo ne riassuma un altro da stabilizzare dopo tre anni e poi licenzi anche lui e così via all’infinito?



Boeri e Garibaldi, naturalmente, una risposta ce l’hanno: il “precariato transitorio”, per così dire, avrebbe come contropartita la “formazione” del lavoratore, l’accrescimento del suo “capitale umano”; completata la formazione, per l’impresa che ha così lungamente investito sarebbe “molto costoso” separarsi dal dipendente e assai più “redditizio” garantirsene le prestazioni a tempo indeterminato, con un contratto assistito dal regime di stabilità reale.
Una risposta del genere, tuttavia, non appare convincente per almeno due motivi: innanzi tutto, perché sembra postulare un gap di formazione degli outsiders rispetto agli insiders che non trova alcuna evidenza empirica (è vero invece il contrario, cioè che chi si affaccia oggi sul mercato è mediamente più istruito di chi vi si trova già); in secondo luogo, perché – invertendo la relazione logica fra domanda e offerta di capitale umano – nasconde l’essenza del problema, ossia l’appartenenza dell’insieme delle nostre imprese ad un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse (e peggiori) rispetto a quelle dei maggiori paesi europei[3].
In effetti, si riflette troppo poco sul fatto che, tra il 1988 e il 2004, la crescita occupazionale percentualmente più forte si è avuta nei settori a media intensità di attività di ricerca e sviluppo, quella più forte in assoluto nei settori a bassa intensità di attività di ricerca e sviluppo e quella più debole, sia in termini percentuali che assoluti, nei settori con utilizzo di capitale umano qualificato. E ancor meno si considera la facilità con cui hanno trovato occupazione presso le nostre imprese immigrati privi di una formazione e di una cultura di base appena paragonabili a quelle dei nostri ventenni e trentenni o il fatto, del tutto speculare, che le nostre giovani teste d’uovo emigrino all’estero. Si tratta però di evidenze che infirmano gravemente la possibilità che l’“investimento in capitale umano” attuato durante il triennio di precariato immaginato da Boeri e Garibaldi possa dissuadere il datore di lavoro da “licenziamenti elusivi” del tipo di quelli prospettati in precedenza: la realtà è ben diversa, ed è che – data la specializzazione produttiva del nostro sistema industriale – non c’è praticamente “capitale umano” che le nostre imprese non possano adeguatamente rimpiazzare nel giro di pochi mesi.
C’è dunque il rischio che una proposta come quella di Boeri e Garibaldi, per quanto ispirata dalla volontà di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro, possa costituire l’ennesimo strumento per consentire alle nostre imprese di perseguire il non commendevole obiettivo di continuare a disporre di un polmone di lavoro flessibile con il quale fronteggiare il (precario) andamento del ciclo economico senza alcuna tema di incappare nelle maglie delle procedure previste per i licenziamenti individuali e/o collettivi e, soprattutto, al cospetto dei giudici del lavoro. Boeri e Garibaldi, del resto, lo scrivono a chiare lettere: “Che sia frutto delle leggi o delle interpretazioni troppo rigide fornite dalla giurisprudenza, il risultato è lo stesso: licenziare, in Italia, è un’impresa davvero difficile”. Nemmeno questo è vero, ma ne diremo in una prossima occasione.

[1] Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, in P. Leon, R. Realfonzo (a cura di), “L’economia della precarietà“, Roma, Manifestolibri, 2008, pp. 136-137. L’argomentazione è stata ulteriormente sviluppata in Id., Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, di prossima pubblicazione in “Quaderni DASES dell’Università del Sannio”. Ma ad analoghe conclusioni si perviene ormai anche da parte dell’ortodossia neoclassica: cfr. ad es. Oliver Blanchard, The Economic Future of Europe, “Journal of Economic Perspectives”, 2004, vol. 18, n. 4. Sull’argomento, da un punto di vista più squisitamente teorico, v. anche Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati, Labour market deregulation and Unemployment in a Monetary Economy, in R. Arena, N. Salvadori (a cura di), “Money, credit and the role of the State”, Ashgate, Aldershot, 2004, pp. 65-74.
[2] Cfr. ancora Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, loc. cit.
[3] Il ruolo decisivo della specializzazione produttiva delle nostre imprese nella peculiare conformazione della domanda di lavoro (e la riconduzione ad essa delle caratteristiche dell’offerta) è esaminato in Luigi Cavallaro, Daniela Palma, Come (non) uscire dal dualismo del mercato del lavoro: note critiche sulla proposta di contrato unico a tutele crescenti, di prossima pubblicazione in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2008, dove conseguentemente si argomenta a favore dell’assoluzione dell’art. 18 dall’accusa di aver irrigidito i problemi del nostro mercato del lavoro.

9 Commenti


  1. Giuseppe Pappalardo scrive:

    Ho letto il libro di Boeri e Garibaldi e devo notare come in questo articolo dell’ottimo Cavallaro la critica si appunti solo su un aspetto della proposta complessiva dei due autori. Infatti, la proposta centrale è accompagnata da altre due proposte come il salario minimo e il salario sociale. Insomma siamo d’accordo o no a generalizzare lo strumento di protezione sociale costiutuito da un’indennità di disoccupazione decente? Rendere tale strumento universale, unico, trasparente. Non hanno forse ragione Boeri e Garibaldi quando fanno notare la cd. trappola della povertà? Non occorre fare chiarezza in tutte questa concerie di norme che fanno preferire ad un povero di restare povero?
    Grazie per l’attenzione.

    Risposta di Cavallaro:
    Per trasformare l’attuale indennità di disoccupazione in un sussidio che soccorra in ogni caso di inoccupazione non c’è necessità alcuna di istituire ad un “contratto unico” come quello proposto da Boeri e Garibaldi: si deve e si può pensare a un contratto unico che però non implichi alcun abbassamento delle tutele sul lavoro e si può e si deve pensare ad una qualche forma di reddito di cittadinanza per chi non abbia un lavoro. Ne riparleremo. Grazie per il commento.


  2. Rosario Santucci scrive:

    Interessante, documentata opinione critica. Sarebbe opportuno ampliare il discorso focalizzando l’attenzione sul modo di raccordare esigenze economiche e tutele del lavoro, spostando il discorso sulle flessibilità gestionali compatibili con il rispetto dei diritti sociali fondamentali del lavoratore. Temo che l’attuale crisi industriale porrà problemi più ampi (licenziamenti collettivi e ammortizzatori sociali) rispetto ai quali emergerà uno spettro che si aggira nel sistema di relazioni sindacali italiano: l’assenza o l’inadeguatezza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali.

    Cavallaro risponde:
    Concordo nel rilievo che la crisi industriale porrà problemi rispetto ai quali emergerà l’assenza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali. E’ un tema di cui ci occuperemo anche con proposte specifiche. Grazie per il commento.


  3. Nino Magazzù scrive:

    Praticamente si evince che Boeri e Garibaldi (sostenuti da Giavazzi) vogliano barattare il sussidio ordinario di disoccupazione con la precarietà per tutti. Insomma, vogliono istituire il modello danese (libertà di licenziamento + sussidio). Manca però il terzo pilastro, la politica attiva del lavoro, che costa.
    Inoltre, come sostenuto al parlamento europeo dai rappresentanti danesi, tale modello non è compatibile con la diminuzione della pressione fiscale ed in Danimarca funziona poichè questo paese è un piccolo ponte tra il mercato tedesco e quelli propriamente scandinavi, con il tasso d’occupazione più alto d’Europa ed un tasso di disoccupazione tra i più bassi.
    Insomma è un paese economicamente concentrato (come la nostra Lombardia, per fare un esempio).

    Credo invece che l’unica cosa auspicabile sia l’abrogazione della collaborazione (continuativa o a progetto non fa differenza) che è un mostro giuridico che spaccia per “pseudo-imprenditori” lavoratori dipendenti, l’inserimento di un’indenità nella sopravvissuta somministrazione a tempo determinato ed una forte limitazione (quantitativa e di tempo) della reiterazione dei contratti a tempo determinato.

    Se poi si vuole introdurre il sussidio ordinario di disoccupazione, che vale sui 12 miliardi di euro, che lo si faccia, ma senza barattare.

    Non posso che concordare con l’articolo.

    P.s.

    Inoltre il punto è che la diminuzione della quota salari/Pil conseguenza della precarizzazione può aumentare la domanda di lavoro solo in un’economia aperta neomercantilista. Con l’avvento delle economie emergenti che mangiano settori maturi (vedi l’abbigliamento) ed iniziano a dare corda in quelli della meccanica una politica deflazionista del salario può non produrre una diminuzione della disoccupazione.

    Cavallaro risponde:
    La collaborazione coordinata e continuativa senza vincolo di subordinazione è sempre esistita e sempre esisterà; il problema è costituito dalla frequente dissimulazione di un rapporto di lavoro subordinato sotto le mentite spoglie di una collaborazione coordinata e continuativa ed è agevolato da talune norme che oggettivamente la favoriscono. Ne riparleremo – unitamente al tema dei contratti a termine – nel quadro di una proposta complessiva sulle forme della collaborazione all’impresa che presenteremo prossimamente. Grazie per il commento.


  4. francisco genre scrive:

    Mi sembra che ci sia un fraintendimento in questo articolo. Boeri e Garibaldi si riferiscono alla formazione professionale svolta in azienda, da cui nasce il gap tra insider e precari che, essendo meno professionalizzati, possono essere lasciati a casa senza problemi. Probabilmente è vero che gli outsider sono più istruiti, ma oggi un laureato in facoltà umanistiche è già tanto se trovo posto in un call center.
    In bocca al lupo per il sito!

    Cavallaro risponde:
    Se oggi un laureato (e non solo in discipline umanistiche) fatica a trovare un posto che non sia in un call center dipende dalla qualità della specializzazione produttiva del nostro sistema industriale, che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale. Si tratta di personale che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, per cui la “formazione in azienda” non potrà quasi mai rappresentare un incentivo per l’imprenditore a stabilizzare il contratto. Grazie per il commento.


  5. Lorenzo Zoppoli scrive:

    Sono abbastanza d’accordo con la critica di Cavallaro al contratto unico, che in un recente scritto ho considerato un uso singolare delle categorie giuridiche a fini di edulcorazione delle statistiche socio-economiche (v. Il contratto a termine e le trappole della precarietà, in europeanrights.eu, newsletter 10/08). Ciò detto, è vero però che, nel quadro attuale italiano, quella proposta non va demonizzata, potendo costituire un percorso lungo il quale ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti e contrattini nati negli ultimi dieci anni e buoni soprattutto per chi, avendo validi uffici del personale o bravi consulenti del lavoro, vuole cumulare strumenti negoziali di contenimento del costo del lavoro e di sfruttamento dei soggetti più deboli sul mercato (ma sempre con il rischio di qualche disavventura giudiziaria). Probabilmente un contratto unico - davvero unico per tutte le imprese - che contenga certamente, dopo qualche anno di prova, maggiori garanzie di stabilità per i lavoratori, potrebbe essere un interessante strumento di semplificazione anche per le imprese più piccole. Nello scritto citato, ritengo ad esempio meritevole di considerazione la soluzione delineata nell’ultimo contratto collettivo per la somministrazione di lavoro.
    Approfitto comunque per rallegrarmi con Riccardo Realfonzo e tutti gli altri per la bella idea di questa nuova rivista online, augurandomi che riusciate a promuovere sempre dibattiti su temi così generalmente importanti ed utili anche per confronti interdisciplinari.

    Cavallaro risponde:
    Che occorra ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti nati negli ultimi dieci anni è affermazione sulla quale concordo. Che si debba farlo con un contratto unico che preveda “qualche anno di prova” (cioè qualche anno senza la stabilità reale garantita dall’art. 18) è tutt’altra questione, ed è qui che – ripeto – si appunta il mio dissenso. In un sistema produttivo che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale, che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, è infatti altamente probabile che l’allungamento del periodo di prova possa risolversi in un incentivo a sbarazzarsi del lavoratore prima che scatti l’obbligo della stabilizzazione. Grazie per il commento.


  6. Francesco Pirone scrive:

    Come è stato notato, la proposta Boeri-Garibaldo si completa con una revisione importante degli ammortizzatori, sulla quale l’articolo di Cavallaro non si sofferma abbastanza: l’introduzione di una forma di sussidio di disoccupazione non categoriale e di un reddito minimo garantito secondo un principio di cittadinanza. Si tratta di strumenti che proteggono i lavoratori nelle transizioni tra occupazioni temporanee (flexysecurity), ma naturalmente non sono capaci di garantire adeguati livelli d’inserimento lavorativo e sociale a lavoratori “deboli” come quelli con bassi livelli di professionalizzazione oppure in età più avanzata (gli over 45). Qui entrerebbero in gioco le politiche attive del lavoro che, tuttavia, non possono certamente risolvere il problema occupazionale in aree come quelle delle regioni meridionali dove il problema è un livello insufficiente di domanda di lavoro. Insomma, per farla breve, il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie. L’assenza, tuttavia, di un sistema di ammortizzatori sociali adeguato al livello di flessibilizzazione dell’occupazione (avviata nel lontano ‘97), resta un punto critico cruciale da affrontare.

    Cavallaro risponde:
    Sono d’accordo nel rilievo che il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie, come appunto quelle discusse criticamente nell’articolo. E ribadisco che non c’è alcun motivo teorico né alcuna evidenza empirica che suggeriscano che la precarizzazione dell’universo mondo del lavoro dipendente sia un prerequisito per la necessaria riforma del nostro sistema di ammortizzatori sociali. Grazie per il commento.


  7. Fernando D'Aniello scrive:

    Ho letto l’articolo di Cavallaro e lo trovo estremamente condivisibile.
    Vorrei però chiedergli qualche ulteriore riflessione non tanto sul libro di Boeri e Garibaldi quanto piuttosto sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro.
    Non sono un giuslavorista, ma devo dire che negli ultimi anni mi ha convinto il lavoro della Commissione Supiot e della proposta dei diritti di “prelievo sociale”.
    Supiot, in sostanza, ritiene che sia necessario definire un livello minimo di diritti e tutele da assegnare a tutti i lavoratori ed un’evoluzione progressiva, fatta per cerchi concentrici rispetto al “nocciolo duro” iniziale, definita sulla base non solo dell’anzianità ma anche della tipologia di lavoro svolto.
    L’idea nasce dalla constatazione che non si possa più definire tutto come lavoro subordinato ma che occorra inventare sistemi flessibili per disciplinare contesti diversi e spesso estremamente “precari”. Penso, ad esempio, al mondo della ricerca Universitaria: in tal senso interessante mi sembra la sentenza Raccanelli della Corte di giustizia Europea, sullo status del dottorando di ricerca (sentenza del 17 luglio 2008, Causa C-94/07). Cercao di restare nei limiti di un commento in un forum e mi fermo qui.
    Grazie per l’attenzione e complimenti per la rivista e per il sito.

    Cavallaro risponde:
    Interverremo senz’altro in futuro con ulteriori riflessioni sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro, anche con riferimento alle proposte della Commissione Supiot. Mi sembra però importante ribadire che la differenziazione del regime giuridico tra le varie forme di collaborazione all’impresa e nell’impresa deve poggiare non su presunte correlazioni tra riduzione delle tutele e aumento dell’occupazione, di cui non c’è alcuna evidenza empirica, ma su presupposti oggettivi legati alla natura della collaborazione stessa. Grazie per il commento.


15 marzo 2009

La Lega della faccia di bronzo...

Un esponente della Lega stamane ad una trasmissione televisiva notava  che in Italia accanto a lavoratori molto garantiti, ci sono lavoratori precari con pochissime garanzie e che è necessario quindi trovare un equilibrio tra questi due estremi.



Sembrava chi, dopo aver pisciato in una tinozza d'acqua, noti preoccupato il colore tendente al giallino del liquido preso in considerazione


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permalink | inviato da pensatoio il 15/3/2009 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


10 febbraio 2009

Confronto tra Tito Boeri e Massimo Roccella

Tito Boeri
La proposta del «contratto unico» è stata presentata per la prima volta dal professor Pietro Garibaldi e da me nel 2002 all'università Statale di Milano e poi sul sito lavoce.info. Siamo passati da una fase di sostenuta crescita economica, in cui si registravano significativi tassi di crescita del prodotto interno lordo, non accompagnata però da un'altrettanto sostenuta capacità del sistema di generare nuovi posti di lavoro (è ciò che nelle pubblicazioni in lingua inglese viene definita jobless growth , crescita senza lavoro), a una situazione esattamente rovesciata, in cui la nostra economia è entrata in una fase di stagnazione che di fatto continua da circa la metà degli anni Novanta e tuttavia è riuscita a creare moltissimi posti di lavoro, più di 2 milioni.
Siamo passati dalla crescita senza posti di lavoro alla crescita del lavoro senza crescita economica [...]. Questo è un fenomeno - sulla cui analisi teorica abbiamo lavorato molto io e il professor Garibaldi - che abbiamo definito honeymoon , cioè «luna di miele»: quando in un mercato del lavoro che ha un regime di protezione dell'impiego abbastanza forte si introduce la possibilità per il datore di lavoro di assumere dei lavoratori molto flessibili e non eccessivamente tutelati, i datori di lavoro possono costruirsi una specie di «cuscinetto» di lavoratori, i quali saranno i primi a essere mandati via qualora la situazione del ciclo dovesse peggiorare. Ecco perché può avvenire che, anche quando l'economia non va a gonfie vele, si registri un aumento dell'occupazione.
Chiarito il quadro di fronte al quale ci troviamo, passiamo a vedere le patologie dalle quali è affetto, che sono principalmente tre. Il primo aspetto rimanda all'eccessiva complessità normativa determinata dalla moltiplicazione delle figure contrattuali [...]. Il secondo aspetto davvero grave e preoccupante concerne l'asimmetria molto forte che penalizza soprattutto i giovani, perché sono loro a entrare nel mercato del lavoro da una porta secondaria, attraverso queste nuove tipologie contrattuali [...]. La terza patologia è forse quella più grave. I lavoratori precari sono destinati ad avere carriere lavorative discontinue, con frequenti episodi di disoccupazione e salari bassi. Con le nuove regole del regime previdenziale - un regime di tipo contributivo - questi lavoratori sono destinati ad arrivare alla fine della loro carriera lavorativa con dei trattamenti previdenziali molto bassi, in molti casi al di sotto del minimo vitale [...].
Veniamo allora alla nostra proposta. Noi pensiamo che si debba superare questa stridente asimmetria tra i contratti a tempo indeterminato e le altre tipologie contrattuali, asimmetria che si è creata anche per l'incentivo fortissimo che le imprese hanno nel ricorrere ai contratti flessibili, dal momento che quelli a tempo indeterminato hanno fin da subito - o meglio, dopo il periodo di prova - regimi di protezione dell'impiego molto stringenti. Nella nostra proposta noi sosteniamo che si debbano creare degli standard minimi applicati a tutte le tipologie contrattuali; per esempio i contributi previdenziali devono essere gli stessi per tutti i tipi di lavori che vengono svolti [...]. In secondo luogo deve essere istituito un salario minimo orario, che deve tutelare tutti i lavoratori, e quindi anche quelli cosiddetti precari, i quali molto spesso hanno un potere contrattuale così basso da essere costretti a svolgere prestazioni a dei salari orari davvero bassissimi. Pensiamo solo al fatto che in Italia ci sono persone che percepiscono meno di 5 euro all'ora [...]. Il nostro «contratto unico» si prefigge infine di rendere progressiva la costruzione delle tutele nei primi tre anni del rapporto lavorativo, in modo tale da non porre il datore di lavoro di fronte al forte deterrente all'assunzione costituito dalle garanzie contenute nel tradizionale contratto a tempo indeterminato.

Massimo Roccella
Boeri e Garibaldi continuano a fare riferimento all'Ocse, sostenendo che il nostro mercato del lavoro sarebbe caratterizzato da uno dei regimi più restrittivi per quanto riguarda le tutele nei confronti del licenziamento, ma lo fanno trascurando dati della stessa fonte Ocse che oggi dicono esattamente il contrario [...]. Tutte le cose che si sono scritte per sostenere, in primo luogo, che la nostra legislazione in materia di licenziamento è particolarmente restrittiva e, in secondo luogo, che, quand'anche non lo fosse, molto restrittivi sarebbero i giudici del lavoro, non soltanto non riposano su dati empirici, ma anzi sono da questi contraddette.
Questa è la cornice teorica entro la quale è formulata anche la proposta del «contratto unico», ed è evidente che se la cornice teorica non regge alla prova empirica anche la proposta concreta ne risulta compromessa.
I giuristi sono abituati a utilizzare le parole con proprietà di linguaggio e quindi se dicono «contratto unico», intendono dire proprio «contratto unico». Invece nella proposta di Boeri e Garibaldi il contratto unico non è affatto un contratto unico. È un contratto ulteriore, nel senso che verrebbe introdotta una nuova tipologia contrattuale che si affiancherebbe a tutte quelle oggi esistenti, le quali rimarrebbero perfettamente in vita così come sono, grossomodo identiche [...]. Ora: questo contratto potrebbe essere uno strumento per migliorare le condizioni lavorative e le tutele rispetto alle situazioni attualmente esistenti? No, sfortunatamente le peggiorerebbe. Il contratto unico sarebbe sì un contratto a tempo indeterminato, ma si badi bene che «contratto a tempo indeterminato» non è affatto sinonimo di impiego stabile [...]. Di questo appunto si tratta nel caso della proposta dei professori Boeri e Garibaldi: un contratto a tempo indeterminato con libertà di licenziamento nei primi tre anni di durata del rapporto. 




Tito Boeri
Oggi i vari contratti atipici costituiscono il canale principale di ingresso nel mondo del lavoro: sappiamo che il 70 per cento dei lavoratori sotto i 40 anni viene assunto tramite queste nuove formule contrattuali. Per cui, quando l'Ocse nel corso del tempo aggiorna i suoi indicatori, è evidente che recepisce anche le novità della legislazione. E questo spiega la diminuzione del punteggio attribuito all'Italia. Tale diminuzione è dovuta unicamente ai contratti atipici, non ai contratti regolari, la cui rigidità è rimasta uguale nel corso del tempo. Fatta questa precisazione, perché definiamo la nostra proposta «contratto unico»? L'idea è che il contratto a tempo indeterminato deve tornare a essere la modalità principale di ingresso nel mercato del lavoro, per tutti. Noi siamo contrari a dei trattamenti specifici per i giovani, perché i trattamenti specifici sono quelli che spesso portano a delle condizioni di dualismo e di segregazione [...]. Non pensiamo che sia giusto proibire tutti gli altri contratti oggi esistenti, perché tale misura comporterebbe il serio rischio di distruggere posti di lavoro [...]. Quanto alla critica mossa dal professor Roccella secondo la quale il nostro contratto abbasserebbe le tutele, rispondo che non è affatto vero. Sicuramente le innalzerebbe moltissimo rispetto a coloro che entrano nel mercato del lavoro con le modalità attuali. Poiché è sicuramente molto più forte la protezione garantita da un contratto a tempo indeterminato sul modello del nostro «contratto unico», rispetto a quella garantita dai contratti di collaborazione coordinata e continuativa (nella pubblica amministrazione) o dai contratti a progetto (nel settore privato).

Massimo Roccella
L'indice Ocse è stato costruito sui rapporti di lavoro a tempo indeterminato. I lavori atipici non c'entrano, sono un'altra cosa [...]. Ritorniamo al contratto unico. Ribadisco: qui davvero si rischia di parlare due linguaggi diversi. Non ha nessun senso comparare le mele con le pere e dire, ad esempio, che alla scadenza di un contratto a termine il lavoratore non ha diritto a nulla, mentre nel caso del contratto unico sin dall'inizio avrebbe diritto a qualche cosa. Bisogna comparare situazioni omogenee. Quello che è certo è che, se tu sei licenziato durante un contratto a termine in maniera arbitraria, hai diritto a un risarcimento integrale del danno, corrispondente alle retribuzioni del periodo sino al termine originario del rapporto, mentre nel caso del contratto unico ventilato da Boeri e Garibaldi, il risarcimento sarebbe veramente irrisorio.
Ma andiamo al punto di sostanza [...]. Boeri e Garibaldi immaginano che al termine del triennio il datore di lavoro, avendo investito in capitale umano, sarebbe portato quasi automaticamente a confermare il lavoratore in servizio con tutte le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma le cose non stanno affatto così: questa è una rappresentazione semplificata del mercato del lavoro, come se esistessero imprese tutte identiche e lavoratori tutti identici. In particolare l'offerta di lavoro è assolutamente diversificata: ci sono lavoratori con competenze molto elevate ed altri con competenze molto basse, destinati a mansioni per il cui espletamento è necessario e sufficiente un brevissimo periodo di prova, non certamente tre anni come immaginano Boeri e Garibaldi. Pensate che per imparare a fare il cassiere di un supermercato sia necessario un periodo di inserimento di tre anni? E pensate che al termine del triennio non sarebbe molto più conveniente per il datore di lavoro licenziare quel lavoratore e assumerne un altro, sempre con clausola di licenziamento incorporata? La verità è che in questo modo si finirebbe col creare una casta molto ristretta di lavoratori che accederebbero al beneficio dell'articolo 18, circondata da un vastissimo settore del mercato del lavoro che alla stabilità non arriverebbe mai. Allora sì, a quel punto l'articolo 18 diventerebbe un privilegio e si creerebbero le condizioni per la sua abrogazione definitiva.


7 gennaio 2009

Fabio Sebastiani : contro il precariato. Intervista a Mena Trizio, segretaria della Nidil-Cgil

 

«La crisi potrebbe essere l'occasione per uscire da una situazione della precarietà che non giova a nessuno e che dimostra che questo sistema non regge». Mena Trizio è la segretaria generale del Nidil, il sindacato che nella Cgil si occupa di precari o, come recita l'acronimo, di "nuove identità del lavoro". Liberazione l'ha intervistata chiedendole un parere sui dati presentati dalla Cgia di Mestre sull'entità della precarietà in Italia. Qualche mese fa il Nidil presentò una ricerca, in collaborazione con l'Osservatorio sulla precarietà dell'Università La Sapienza di Roma, che parlava di circa quattro milioni di precari e di precarie nel mondo lavoro. 



E' difficile riuscire a trovare dati concordanti sul fenomeno della precarietà. Perché questa discordanza?

Intanto c'è una articolazione all'interno della precarietà, perché non è mai la stessa e non contempla gli stessi diritti.

Proviamo a mettere un po' di ordine allora.

Hai i contratti a termine, che sono oltre i due milioni, a questo va aggiunto un numero di circa 600mila lavoratori che sono in somministrazione. Il dato riguarda il 2007-2008. E poi si aggiunge l'area complessiva della parasubordinazione, da distinguere tra tipicamente parasubodinati, per esempio gli amministratori di condominio, e gli esclusivi atipici, lavoratori che ricavano il loro reddito sclusivamente dalla parasubordinazione e con modalità non tipiche, peraltro simili al lavoro dipendente. Questa tranche si condensa in 850mila unità. L'insieme di queste figure a cui si aggiungono 200mila partite iva dà un numero di 4 milioni di lavoraotri in stato di precarietà. Un numero certamente cresciuto in modo consistente nel corso degli ultimi anni. Solo la parasubordinazione è cresciuta di 50mila unità nel giro di breve tempo. Non è un caso se nel 2007 per effetto dei provedimenti del governo Prodi c'era stato un calo di 50mila unità proprio nella parasubordinazione. Non solo nell'edilizia ma anche nel settore dei call center.

Il nodo dei numeri è importante perché ci introduce direttamente al tema degli ammortizzatori sociali, sul quale sembra di capire che siamo ancora ai preliminari.

In realtà si è fatta soprattutto molta polvere e nessuna sostanza. L'ultimo provvedimento del Governo Berlusconi, il "185" non è attuabile e va definito nella sua formulazione a cui deve eseguire ancora il decreto attuativo. Attualemente chi è uscito fuori dal circuito non ha avuto nessun sostegno e non ce l'ha nemmeno chi ancora è rimasto al lavoro.

Ma il Governo attraverso il sistema degli enti bilaterali vuole coinvolgere il sindacato.

Sulla bilateralità c'è da dire che viene negato alla radice il diritto universale agli ammortizzatori sociali. Quello che è discutibile, infatti, è subordinare l'intervento pubblico all'intervento degli enti bilaterali.

Non ti pare che l'esecutivo voglia fare, come si dice, "figli e figliastri"?

Nel 185 si prende in esame la sospensione del rapporto di lavoro prima della scadenza del termine. Il provvedimento del governo interviene su apprendisti, e contratti a termine. Ne è fuori l'area dei somministrati. E ci sono pure condizioni capestro e limitative. Da solo non basta. Anche qui, ad esempio, c'è un provvedimento del 2007 che riservava la possibilità di accesso di sostegno al reddito in presenza di stati di crisi e dava 15 milioni di euro come cifra iniziale. Perché non si dà corso a quello?

Intanto la crisi avanza. Non credi anche tu che si stia perdendo tempo?
 
Sì, si sta perdendo del tempo prezioso e chi è rimasto fuori è rimasto fuori senza un appiglio. Parlo di chi ha chiuso l'anno fuori dal posto di lavoro. Ci sono stati segnalati casi di agenzie che hanno premuto per avere le dimissioni dei lavoratori.

Tra qualche mese, poi, ci saranno molti precari del pubblico impiego che saranno senza un lavoro.

Questa è l'ulteriore tragedia. Piove sul bagnato. Finora abbiamo visto il setore privato. Se si dovessero verificare i provvedimenti del Governo con l'espulsione di circa 50mila lavoratori allora siamo proprio alla tragedia oltre che alla follia. Per quei lavoratori in parasubordinazione (co.co.co, ndr) non è previsto neanche nel 185 un intervento di merito.

I numeri su lla precarietà lascerebbero immaginare che anche per il sindacato è arrivato il momento di dare più attenzione al problema.

C'è indubbiamentoe una attenzione che si è rafforzata da parte del sindadcato. I processi di crisi rendono più evidente la drammaticità del problema. Occorre che ci sia un intervento coordinato anche perché c'è molta frammentarietà, ed anche un intevento immediato e credibile che dia sostegno vero al reddito e che impedisca che la crisi li trovi privi di qualsiasi sostegno. Occore che ci sia un ripensamento sull'input da dare al mondo del lavoro e al mondo delle imprese. Questo sistema non regge. E la crisi potrebbe essere l'occasione per strutturare quello che c'è da strutturare confinando la precarietà soltanto ad alcune forme ben definite.


4 agosto 2008

Sherwood all'italiana

 

Nella speciale lettura tremontiana, Robin Hood è un bello stronzo. Un conto infatti è rubare ai ricchi per dare ai poveri, e un altro conto è farci la cresta.
Nella vera foresta di Sherwood un Robin Hood così sarebbe durato cinque minuti (ops! Freccia vagante!), mentre qui il signor Tremonti rischia persino di esser preso sul serio. Illuminanti le cifre che circolano sull'attività del Tremonti in calzamaglia. Quanto al rubare ai ricchi, pare che la tassazione sui petrolieri ammonterà nel 2008 a 2.260 miliardi di euro.
E' un rubare per modo di dire: le società del settore energetico si rifaranno sul consumatore e quindi anche ammettendo che si rubi ai ricchi, non si impedirà ai ricchi di ri-rubare ai poveri.
A fronte di questo grosso saccheggio ai ricchi (wow!), i poveri riceveranno sotto forma di social card (la tessera annonaria di Tremonti) la bellezza di 200 milioni di euro.
Insomma, la redistribuizione del malloppo al popolo della foresta sarà appena dell'otto per cento: in quanto a divisione del bottino, Gambadilegno era più onesto.
Oltre al coerentissimo disegno di impoverire sempre di più il paese, che sembra il vero mandato di Giulio Tremonti e dei suoi soci, quel che stupisce è l'uso lisergico delle parole.
Maurizio Sacconi vuole alzare (di nuovo) l'età pensionabile e come si chiama questo? Si chiama «La vita buona nella società attiva» (satira pura). Silvio Berlusconi vuole rafforzare il suo disegno piduista di una società con ceti sempre più subalterni ed élites sempre più impunite, e come la chiama? La chiama «economia sociale di mercato».
Certo, nessuno è mai onesto fino in fondo con le parole, nessuno si presenta dicendo «bongiorno, sono una bella merda», ma forse qui si sta esagerando con il mimetismo.
Risultato: per decenni ci hanno bombardato con «la crisi delle ideologie», poi - rimasti ormai senza più nessuna ideologia - si sono fregati le parole. Poi hanno appiccicato alcune parole sulle ideologie loro. E alla fine - chiusura del cerchio - ecco Tremonti che fa Robin Hood. Le tivù dello sceriffo di Nottingham battono le mani. Pubblicità.

(Alessandro Robecchi)


1 luglio 2008

Il gverno si prende anche i soldi destinati alle Regioni

 I soldi delle regioni li prende il governo. Questo il nocciolo dei primi due articoli della bozza di legge finanziaria arrivata in Consiglio dei Ministri mercoledì. Berlusconi pensa alla campagna elettorale per le elezioni regionali del 2010 (la Sardegna nel 2009): se conquistasse le regioni svanirebbe l'unico vero elemento di contrasto al governo nazionale sul piano istituzionale nella elaborazione delle scelte strategiche per il paese. Poiché la spesa ordinaria è assorbita dagli stipendi e dalle bollette, uno dei principali strumenti di azione politica rimane la programmazione delle politiche di sviluppo. Per esempio, in Puglia o in Piemonte, il cittadino al voto nel 2010, dovrebbe scegliere valutando la differenza tra la qualità del governo nazionale di centrodestra e la qualità del governo regionale di centrosinistra. Ma se il governo nazionale avocasse a sé le risorse regionali e iniziasse a spenderle, il cittadino pugliese o piemontese potrebbe pensare che il Pdl sia più efficace del centrosinistra nel risolvere i suoi problemi. Ignorando che un governo federalista ha sottratto alle regioni uno degli strumenti cardine della propria autonomia, le risorse aggiuntive.
Entriamo nel merito. A Caserta, nel gennaio 2007, al seminario dell'Unione Prodi aveva lanciato la programmazione delineata nel Qsn (Quadro strategico nazionale): 124 miliardi per l'Italia, di cui 101 al sud (53,782 miliardi di Fas, fondo aree sottoutilizzate, 47,311 miliardi di fondi strutturali europei e cofinanziamento nazionale), di questi più del 55% attribuiti alle regioni. Si aggiungono poi più di 14 miliardi di risorse liberate, i resti della programmazione precedente 2000/2006 per l'ex obiettivo 1( tutto il sud tranne l'Abruzzo). Mercoledì, in conferenza stampa, Berlusconi ha sostenuto che le regioni non erano state capaci di spendere le proprie risorse europee. Quindi il Governo aveva deciso di assumere la riprogrammazione della loro spesa. Secondo la bozza di finanziaria, sono «revocate» le assegnazioni del Fas operate dal Cipe, ma non impegnate, verso le regioni e le provincie autonome (18 miliardi al sud, 5,5 al centronord), sono «destinate» al governo le risorse liberate, e, per avere un procedimento di spesa più efficace, il governo può «rimodulare» l'uso dei fondi europei a disposizione delle regioni ( 12, 5 miliardi per il centro nord, 31,8 per il Sud).
Secondo fonti del Ministero dell'economia all'inizio il Governo aveva intenzione di varare un decreto. La protesta delle regioni ha bloccato un provvedimento che potenzialmente avrebbe trasferito le competenze di programmazione di 82 miliardi dalle regioni al Governo. La versione definitiva della finanziaria dirà se il tentativo è fallito. Il centrodestra, capendo quali sono gli strumenti finanziari delle politiche di sviluppo (e della riproduzione del consenso), ha tentato subito di assumere il controllo di quelli in mano alle regioni. Sul Fas non sarebbe stato possibile se il Governo Prodi e le regioni avessero vincolato l'oggetto della spesa regionale programmata stipulando gli « accordi di programma quadro». E' una dimenticanza grave che i governatori di centrosinistra rischiano di pagare cara.
Al contrario, per vincere le elezioni del 2010, è necessario usare i fondi regionali per creare lavoro stabile e di qualità sostenendo le filiere generatrici di innovazione o iniziando la raccolta differenziata dei rifiuti. Altrimenti perché un precario o chi protesta a Chiaiano dovrebbe votare il centrosinistra? La sconfitta del 13 aprile è dovuta all'assenza di un progetto sul paese e alla scarsa efficacia nell'uso della macchina amministrativa. Dei 124 miliardi del Qsn non è stato ancora speso nulla: spenderà tutto Berlusconi.

(Andrea Del Monaco)


27 giugno 2008

L'aggravamento del precariato

 

Adesso che stanno al governo il gioco si fa serio: e infatti cominciano i tagli pesanti ai servizi pubblici e una forte ri-precarizzazione delle leggi sul lavoro. Bastino due misure, scelte tra le tante annunciate ieri e in arrivo al consiglio dei ministri di oggi: il ritorno del job on call (ovvero quello che trasforma il lavoratore in manodopera «squillo» a disposizione dell'impresa, chiamato o no a seconda della bisogna); e l'abolizione della legge sulle dimissioni in bianco, una delle meno conosciute ma delle più civili del passatogoverno: quella che obbligava a utilizzare lettere di dimissione con uno speciale codice alfanumerico a progressione cronologica, in modo da impedire che un imprenditore facesse firmare la comunicazione (più spesso alle lavoratrici) insieme al contratto di assunzione. Il ministro del Lavoro Sacconi vuole tornare al sistema precedente, ridando carta bianca alle imprese. Deroghe si annunciano anche per i contratti a termine, la cui proroga era stata limitata dal ministro Damiano, e Sacconi prevede anche l'abolizione totale del divieto di cumulo lavoro-pensione. Ma non basta, perché i problemi li vivranno tutti i cittadini, grazie al fatto che la finanziaria taglia molte voci di bilancio destinate alla sanità e al trasporto pubblico locale, proprio quei servizi destinati alle fasce più deboli. E non è ancora tutto: verranno favoriti anche gli evasori fiscali, dato che il governo ha intenzione di smantellare la riforma di Visco sulla tracciabilità dei pagamenti. Questa mattina l'esecutivo incontrerà le parti sociali, nel pomeriggio si terrà il consiglio dei ministri.
Enti locali: via 17 miliardi in tre anni. La manovra annuncia dolori per le regioni e i comuni, in particolare verranno martoriate sanità e trasporti: si taglieranno 3 miliardi nel 2009, 5 nel 2010 e 9 nel 2011. La manovra complessiva nei tre anni è di circa 34 miliardi, di cui 13,1 nel 2009, ed è obiettivo del governo ottenere il pareggio di bilancio nel 2011. «La manovra non è condivisibile», spiega il presidente delle Regioni Vasco Errani dopo un incontro con i rappresentanti del governo. I governatori prima ancora che sul merito, non concordano sul metodo: definiscono «inaccettabile mettere in discussione accordi già formalizzati e che hanno proiezioni pluriennali». Preoccupati si dicono anche i sindaci dell'Anci, con il coordinatore Leornardo Domenici. E la Cgil afferma che «il governo mette in ginocchio il Paese, tagliando di 9 miliardi in tre anni la spesa degli enti locali, di 2 miliardi la sanità, di 17 i ministeri e di 3 le spese del pubblico impiego e della scuola». Tra l'altro, insieme alla manovra, verrà presentato oggi anche il piano del ministro Brunetta orrendamente battezzato come «anti-fannulloni», che riduce tutta l'idea del servizio pubblico al problema del «nullafacentismo» e annuncia licenziamenti a raffica per chi non accettera mobilità, trasferimenti di funzioni e altre sanzioni. Non a caso, si prevede anche di privatizzare i servizi pubblici locali, permettendo grossi ingressi di capitali privati nelle cosiddette utility, secondo il principio di concorrenza.
Robin Tax, porte aperte agli evasori. La cosiddetta «Robin Tax» sulle compagnie petrolifere dovrebbe essere un sistema di tassazione «una tantum» (valido solo quest'anno) che darebbe circa 800 milioni di euro: si imporrebbe alle compagnie di dichiarare le plusvalenze realizzate grazie alle scorte (petrolio comprato quando il prezzo è più basso e rivenduto quando è più alto), applicandovi poi l'aliquota Ires (28% medio). E, restando in tema tasse, il governo pensa di abolire la «tracciabilità» dei pagamenti introdotta da Vincenzo Visco, ovvero la norma che impone di pagare con assegni non trasferibili, bonifici bancari e postali, o elettronici, i compensi sopra i 100 euro.

(Antonio Sciotto)


15 giugno 2008

Il precariato nascosto

 

Non si parla più tanto dei lavoratori precari, ma esistono ancora. La «vulgata» diffusa dal nuovo governo è che la legge 30 avrebbe risolto le ambiguità tra chi è veramente autonomo e chi non lo è (e una recente intervista del segretario Cisl Raffaele Bonanni sul Magazine del Corsera dava la medesima lettura), salvo condannare quei «rari abusi» che dovrebbe essere il giudice a sanzionare. Ma certo non si può mandare un ispettore ogni giorno in ogni impresa del Paese, e così le aziende e la pubblica amministrazione continuano a utilizzare quelle tipologie contrattuali come il cococò e cocoprò, l'associato in partecipazione e la Partita Iva, che di fatto assicurano un notevole risparmio dei costi, garantendo oltretutto il «licenziamento libero» non appena l'imprenditore ne dovesse sentire la necessità. Una descrizione aggiornata di questa particolare «specie» di precari - limitata cioè al lavoro parasubordinato e in Partita Iva - viene dall'ormai consueto rapporto del Nidil Cgil e della Sapienza di Roma, giunto alla sua terza edizione.
QUEI VENTIMILA STABILIZZATI
I numeri sono relativi agli iscritti del fondo parasubordinati dell'Inps, che nel 2007 ha registrato 1.556.978 persone che hanno fatto almeno un versamento. Ma questi non sono tutti tecnicamente «precari», dato che circa 500 mila sono amministratori di enti o condomini, o collaboratori che hanno anche rapporti dipendenti o una pensione; il Rapporto si concentra allora sui lavoratori il cui reddito proviene esclusivamente dal contratto parasubordinato: e sono in tutto 836.493. Mentre il totale dei parasubordinati si è praticamente stabilizzato (contando un aumento del 2,4% rispetto al 2006; ma tra il 1996 e il 2004 erano aumentati del +108%, con una media del 9% annuo), i veri e propri «precari» hanno subito per il primo anno una «curiosa» contrazione: -20 mila unità nel 2007, rispetto al 2006, che potrebbero essere (almeno in parte) quei 20 mila operatori dei call center stabilizzati proprio nel 2007, anche se questo la statistica non può dirlo.
La Cgil legge questa «inversione di tendenza» come risultato delle azioni del precedente governo: dalla circolare sui call center, all'aumento dei contributi pensionistici (passati dal 18% al 23,5%), fino agli incentivi per la stabilizzazione. Quanto ai redditi di questi lavoratori, però, la povertà che li contraddistingue è rimasta immutata: il loro reddito medio annuale è di 8.800 euro lordi, che divisi per 12 mensilità fanno poco più di 700 euro al mese. Soglie di reddito tipiche da «no tax area»: e si prefigura, se in futuro la loro condizione non dovesse cambiare, un assegno pensionistico sui 300 euro mensili (anche se non è il Rapporto a calcolarlo, ma gli estensori confermano che gli importi stanno sotto il sussidio sociale). Rispetto al 2006 il reddito è cresciuto di 405 euro annui, pari a un +4,8%, inferiore dunque all'inflazione. Le donne sono particolarmente penalizzate, perché i loro redditi sono in media inferiori del 30% rispetto agli uomini: il reddito annuale medio calcolato è di 6800 euro. I mesi medi di contrattualizzazione sono 7 ogni anno: circa 5 mesi, insomma, restano in media scoperti, senza occupazione.
HANNO UN UNICO DATORE DI LAVORO
Il 90% dei parasubordinati ha un solo committente: forte segnale del fatto che questi lavoratori sono in realtà dei «dipendenti mascherati». La precarietà è in molti casi «persistente»: il 70% aveva un contratto atipico anche nel 2006, e il 50% lo aveva pure nel 2005. L'anno prossimo il rapporto si propone di analizzare se il committente, negli anni, sia sempre lo stesso: il tassello confermerebbe che i cocoprò dovrebbero essere assunti non solo con contratto subordinato, ma anche, molto spesso, a tempo indeterminato. L'età media dell'intera platea è di 40 anni, ma scende a 34 se consideriamo gli atipici monocommittenti. Interessante, infine, è la concentrazione dei precari nelle differenti zone del paese e nei settori produttivi. Se il 55% del totale dei parasubordinati si trova a Nord, e solo il 28% al Centro e il 17% al Sud, le percentuali in qualche modo si invertono se passiamo a considerare i precari veri e propri in rapporto all'intera platea: sono «appena» il 29% in Trentino, ma arrivano quasi al 75% in Calabria e Lazio, e al 65% in Sicilia, Campania, e Puglia. La «maglia nera» spetta a Reggio Calabria: 82,2%, e anche Roma si difende con un bel 74%. I settori più «popolati» sono le telecomunicazioni (87%), i servizi di consulenza (76%), sanità (76%) e ricerca (75%), l'informatica (67%) e l'istruzione (67%). Le partite Iva, infine, conteggiate al 2006, erano 187.334.
Quanto alle possibili «cure», il segretario Cgil Fulvio Fammoni ha indicato ieri che si dovrebbe «continuare nel contrasto sul piano normativo, ispettivo e sul fronte dell'innalzamento dei costi»: «Le stesse agenzie interinali ci hanno indicato come peggiori concorrenti, quelli che fanno dumping applicando contratti atipici o appalti al massimo ribasso». Per Filomena Trizio (Nidil Cgil) «l'aggancio ai minimi del contratto nazionale deve diventare cogente», perché la norma di mera indicazione della passata finanziaria non è servita ad aumentare i compensi.

(Antonio Sciotto)


23 febbraio 2008

Il salario minimo di Veltroni

 Quello che non è riuscito a fare il governo oggi dimissionario è riportare una qualche giustizia nel mondo del lavoro, perlomeno sul piano teorico, delle leggi. Non cancellando la legge 30 e non abrogando la figura ambigua del cocoprò, ha perpetuato la differenza tra lavoratori di serie A e di serie B - i dipendenti e i parasubordinati - e oggi il Pd vuole riaffermare queste discriminazioni. Ieri Damiano ha confermato che Veltroni, quando parla di «salario minimo», si riferisce proprio e solo ai parasubordinati, cococò e cocoprò.
Ed ecco perché questo salario minimo è discriminatorio: se dalla somma totale devi scontare i contributi (come avviene oggi), la malattia, la maternità e le ferie diverse, l'assenza dell'articolo 18, il risparmio per le imprese è sempre notevole, il netto si riduce parecchio e soprattutto non si realizza il concetto (caro allo stesso Damiano) che «il lavoro flessibile costi più dello stabile». Si sta parlando di un lordo o di un netto? Se oggi la media del lordo di un parasubordinato (dati Cgil) è di 800 euro, se pure salissimo a 1100 (cosa di per sè certo migliore) saremmo comunque ben sotto il salario di un dipendente. E dunque il Pd propone un doppio binario, sottraendo peraltro i parasubordinati al concetto di solidarietà con gli altri lavoratori, inserendo un nuovo germe di divisione nel sindacato e di dumping nel mondo del lavoro.



Altra cosa è proporre un minimo per tutti, magari orario, come vorrebbe Rifondazione . Una proposta che non piace ai sindacati, che perderebbero tout court il potere di contrattazione. Ma certo il minimo orario per tutti non pare condivisibile nella versione avanzata da Tito Boeri che propone di differenziare per regione, il che sarebbe discriminatorio per i cittadini meridionali. Una riedizione delle gabbie salariali, che davvero affosserebbe i contratti nazionali.
Il nodo primario, comunque la si metta e pur accettando l'idea di un minimo orario per tutti stabilito dalla legge, sarebbe ricomporre sotto un unico contratto quello che oggi è frammentato, ovvero riconoscere che la grandissima parte dei parasubordinati fa lavoro dipendente. Lo dimostrano i continui interventi spacca-capello di Damiano, le circolari «anti abuso», e le tante ispezioni con relativi verbali. Poi, se si vuole organizzare un welfare di sostegno per i periodi di non lavoro aperto davvero a tutti (anche a chi non ha mai lavorato), va benissimo.
Ma quella dei cocoprò è una «flessibilità» a cui il Pd non vuole rinunciare, perché fa comodo alle imprese. E la cosa pare tentare purtroppo anche la Cgil, che ha spento questo capitolo (pur essendo un caposaldo del suo Congresso) e addirittura annovera Agostino Megale (presidente dell'Ires) tra i propositori del salario minimo per i cocoprò, sancendo per sempre il «doppio binario».

(Antonio Sciotto)


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19 ottobre 2007

Un Papa comunista ?

 Non mi interessa cosa pensi il Papa del lavoro precario e non ammicco nella sua direzione. Cattiva abitudine della politica italiana è quella di fermarsi ad una consonanza apparente, di esultare ad ogni enunciato proferito da personaggi legati al mondo dello spettacolo (cos'è il Papa se non un uomo di spettacolo?) per cavalcarne l'onda.
Le credenze non sono enunciati singoli o direzioni prese, ma sistemi di enunciati in cui si dà ragione degli slogan e dei propri comportamenti.



I Papi non nuotano nella stessa acqua della sinistra per cooperare, ma per competere, per sedurre gli incerti, per fornire casa a chi idealmente ha bisogno di un ancoraggio sicuro.
Io credo che la sinistra non possa fornire ancoraggi, ma problemi degni di essere affrontati.
Già adesso segretari vaticani, teologi e vescovi correggono il tiro per paura che la competizione feroce venga scambiata per fratellanza. Noi dovremmo semplicemente ignorare questo balletto e cercare di camminare da soli, facendo alleanze solo nella chiarezza e non sull'equivoco.


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