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11 settembre 2010

Ancora la Polonia : NoiseFromAmerika non si arrende

Dopo il nostro post sulla Polonia, le perplessità sull’articolo di NoiseFromAmerika si sono moltiplicate, anche se non vogliamo pensare ad un propter hoc, ma ad un semplice post hoc, tanto che pure il Capo si è scandalizzato per questa ribellione in piena regola.

Comunque penso che il fatto che la tenuta polacca contro la crisi sarebbe stata  causata dalla liberalizzazione del mercato del lavoro del 2003 sia ormai una bufala riconosciuta dagli stessi autori o sponsorizzatori (“La teoria di LP magari non regge, anzi quasi sicuramente non regge perché è monocausale e queste cose hanno sempre una varietà di cause e concause”). E tuttavia essi insistono nel dire che la liberalizzazione del mercato del lavoro sia causa dell’aumento dell’occupazione in Polonia. Boldrin dice “secondo te gli FDI arrivano per caso? Non ti suggerisce nulla il fatto che questi liberalizzino il mercato del lavoro e, giusto lo stesso anno, cominciano ad arrivare investimenti dall'estero in quantità eccezionale?”.

 

Il Prof Boldrin controlla accigliato che nel suo blog non si apra una nuova road to serfdom

 

 

E allora smontare anche questa illusione e spiegare cosa almeno approssimativamente sia successo in Polonia. Vediamo :

 

1.      Perché nonostante i buoni tassi di crescita la Polonia nel 2003 aveva un tasso di occupazione del solo 51,2% ? In realtà non si capisce se si tratta del tasso di occupazione semplice (occupati/popolazione) o di quello specifico (occupati in età da lavoro/popolazione in età da lavoro). In secondo luogo il basso tasso di occupazione è in relazione con l’alto tasso di disoccupazione che passa dal già alto tasso del 10,2 % del 1998 al 19,9 % del 2003. In realtà dalla fine del socialismo reale vi è stato un crollo dell’occupazione nei paesi dell’Est, crollo a cui non hanno posto rimedio né i forti investimenti dall’estero né il basso costo del lavoro. Se poi la Polonia ha avuto un buon tasso di crescita del Pil non è stato certo per la strategia economica, ma proprio per i forti investimenti dall’estero che hanno continuamente stimolato, se non drogato, l’economia. La Polonia è un paese privilegiato anche rispetto agli altri paesi dell’Est : a partire dal 1989 sono stati investiti in Polonia 49,4 mld di dollari, più degli altri paesi dell’est. Inizialmente gli aiuti europei ai paesi dell’Est erano indirizzati solo a Polonia ed Ungheria. Mentre solo nel 1994 tali aiuti furono estesi agli altri paesi, dal 1990 al 1994 il governo polacco aveva già ricevuto l’equivalente di 1 mld di euro che divennero 1,7 mld alla fine del 1998, di cui il 44% fu speso in infrastrutture (investimento tipicamente keynesiano). Gli investimenti privati dall’estero riguardano però nel 2000 per quasi il 40% la privatizzazione del settore pubblico e nel 2001 tale privatizzazione rallenta, con la salita al governo degli ex-comunisti guidati da Alexander Kwasniewski e già FMI e OCSE cominciano ad “essere preoccupati” per lo stato dell’economia polacca. Nel 2001, con la rarefazione delle privatizzazioni, gli investimenti dall’estero si riducono del 30%. Riassumendo, lo stato dell’economia polacca è quello di una nazione sorvegliata politicamente, premiata inizialmente per il fatto di essere stata la prima nazione a ribellarsi all’Urss nel decennio che condurrà al crollo del socialismo reale, poi punita perché non procede alla svendita del suo settore pubblico con la necessaria solerzia. Senza gli stimoli artificiali procurati da questi investimenti di matrice politica ed imperialistica, la Polonia viene restituita alle sue difficoltà di un’economia in transizione.

2.      Infatti, un’altra delle cause della diminuzione del tasso di occupazione e del contestuale aumento della disoccupazione si collega ad un'altra situazione specifica della Polonia : una pesante ristrutturazione del settore agricolo. Già nel 1997, a fronte di una disoccupazione complessiva del 10,5% si registra un 25% di disoccupazione nelle zone rurali del Nord. Gli occupati agricoli rappresentano nel 1996 ancora il 26% dell’occupazione totale, ma in realtà nelle zone rurali vi è molta disoccupazione occulta. L’adeguamento ai parametri comunitari ha comportato la riduzione dei sussidi agli agricoltori, lo spostamento traumatico degli occupati dal settore agricolo a quello dei servizi : l’occupazione agricola dal 21% del 1998 passa al 15% del 2008 ed il processo non è ancora finito.  La cosa ha assunto tale rilevanza da consentire al partito dei contadini di essere indispensabile per la tenuta del governo Kwasniewski e di affossarlo quasi nel 2003. La disoccupazione rimane in tutti questi anni sempre a due cifre e l’aumento dell’occupazione in termini assoluti di questi ultimi anni, lungi dall’essere causato dal modello liberista di mercato del lavoro, è il frutto di questo lento spostamento che ha causato prima un forte aumento della disoccupazione e poi una diminuzione della stessa : le riforme del mercato del lavoro hanno magari facilitato questo riassorbimento, ma sono state facilmente digerite proprio perché l’urbanizzazione di lavoratori e lavoratrici che vivevano nelle campagne in condizioni di semipovertà ha comunque coinciso con un miglioramento della loro condizione sociale.  Dunque si tratta di una situazione specifica che non è per niente esportabile.

3.      Ma davvero poi le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto qualche effetto ? In realtà ci troviamo ancora una volta ad investimenti che hanno una matrice politica : nel 2002, l’accordo ottenuto dall’allora primo ministro Miller ha reso ancora una volta la Polonia maggiore beneficiario tra i paesi dell’Est degli aiuti europei, per un totale di 13,5 mld di euro dal 2004 al 2006 (il 48,6% del totale degli accrediti accordati ai 10 paesi candidati). Per non parlare dei 6 mld di dollari da parte degli Usa per investimenti connessi all’acquisto da parte delle forze armate polacche di almeno 32 aerei F-16 della Lockheed Martin entro il 2008 (investimenti che superano ovviamente la spesa del governo polacco, spesa che comunque sarebbe stata fatta).

Dunque cari camerati libertari di NoiseFromAmerika, il liberismo non c’entra nulla. Ancora una volta è la politica che genera economia.

Evviva il moltiplicatore !!!

 


3 settembre 2010

Quando non si sa cosa dire : Noisefromamerika sponsorizza la Polonia. Ma si sbaglia e noi la corriggeremo…

Orfani dell’Irlanda, che si è cagata in mano come una Grecia qualsiasi, i liberisti ad oltranza cercano spasmodicamente una nuova terra di Bengodi, un nuovo Cile, dove la possibilità di muovere i lavoratori come si vuole si coniughi con la prosperità e la crescita economica.

Il nuovo candidato è la Polonia. L’ultimo articolo comparso su NoisefromAmerika infatti parla della patria del Wojtylaccio come di una nazione cui la crisi non ha fermato la crescita e spiega tale fenomeno con l’alto tasso di occupazione favorito da una legislazione che promuove la flessibilità del lavoro fin oltre i già comprensivi parametri UE. La chiave di volta del successo polacco sarebbe così la riforma della normativa sul lavoro del 2003, riforma che ha consentito un incremento dell’occupazione costituito quasi per intero da impieghi a tempo determinato. Questi impieghi hanno resistito alla crisi ed hanno costituito un baluardo tale da permettere alla Polonia di crescere anche in questi anni di crisi.

Dunque viva il liberismo, viva la prosperità !

Ovviamente sarebbe il caso di farsi qualche altra domanda, in modo da problematizzare la semplicità della ricetta.

Wojtyla riflette sull'articolo di Noisefromamerika...

 

Infatti, se l’aumento del Pil è dovuto anche alle conseguenze degli investimenti dall’estero, facilitati dalla permissiva normativa del lavoro in Polonia, si tratta di una sorta di dumping sociale che, in quanto tale, non può essere generalizzato. Dire che anche prima gli investimenti dall’estero fossero rilevanti non vuol dire niente, in quanto il fatto che gli Ide non portino frutti è dovuto alla mancanza di condizioni che riguardano soprattutto istruzione e tecnologia e non la flessibilità del lavoro (che invece è collegabile all’aumento degli Ide). Ma, se la ricettività è migliore, gli Ide aiutano eccome ad aumentare il Pil. Riassumendo : è possibile che la tenuta del Pil polacco sia legata ai forti investimenti dall’estero che arrivano nel paese, investimenti dovuti almeno in parte al dumping sociale legato alla normativa del lavoro, dumping sociale che, in quanto tale, può volgersi in beneficio solo a quelle nazioni che lo possono fare prima e meglio. E tra queste non ci possono essere paesi come Francia, Italia, etc etc.

Quindi l’Italia non può imitare la Polonia, come vorrebbero i pasdaran del libero mercato.

Analizzando però più nel dettaglio la situazione,meglio si vedono i fattori che hanno determinato la tenuta del Pil polacco, senza dunque favoleggiare sulle riforme del mercato del lavoro.

In primo luogo, il crollo non c’è stato perché le banche polacche non erano esposte particolarmente ai titoli tossici e quindi sembrano uscite indenni dalla crisi.

In secondo luogo, il fatto che la Polonia sia fuori dell’euro ha giocato un ruolo importante : è stata possibile infatti una svalutazione moderata dello zloty che ha migliorato la bilancia commerciale del paese, la quale nel 2008 aveva un passivo di 26.033 milioni di dollari, mentre nel 2009 il passivo era di soli 5.323 milioni di dollari.

In terzo luogo c’è stata una diminuzione delle tasse che ha consentito un aumento dei consumi. Tale diminuzione delle tasse non ha causato una diminuzione della spesa pubblica che è invece aumentata e di conseguenza è aumentato il debito pubblico, che nel 2008 era il 47,1 % del Pil, mentre nel 2009 ammontava al 51,4%, in un trend destinato a crescere.

In quarto ed ultimo luogo c’è un argomento che taglia la testa al toro liberista :

I 16,8 miliardi di zloty provenienti dai fondi Ue e impiegati l'anno scorso in Polonia hanno contribuito per almeno il 50% alla crescita del Pil polacco. Lo rileva uno studio realizzato dall'Istituto per la ricerca strutturale (Ibs). Secondo la ricerca Ibs senza i fondi Ue il Pil polacco sarebbe diminuito dell'1,2% rispetto all'1.8% di aumento realizzato dal Pil polacco nel 2009. E anche per i prossimi anni i fondi Ue reciteranno una ruolo di primo piano nella crescita economica del paese: secondo Ibs contribuiranno per lo 0,7% all'aumento del Pil 2011 e dello 0,9% nel 2012

Et voilà. La Polonia non la possiamo nè la vogliamo imitare.
Viva il liberismo e viva la prosperità !!!

 


9 giugno 2008

L'appiattimento di Bankitalia

  Il tavolino della politica economica ha la terza gamba: dopo il governo e la Confindustria, a dare stabilità ieri è arrivata Bankitalia. La quarta gamba (quella sindacale) è, invece, ancora un po' zoppa, visto che la Cgil - al contrario di Cisl e Uil - non è ancora perfettamente allineata. L'appiattimento è generale: lo dimostra il consenso per la relazione di Draghi. Non poteva essere altrimenti. Il governatore ha tessuto lodi per tutti. Per i progetti di Brunetta e Tremonti; per gli sforzi del precedente governo; per il federalismo fiscale della Lega; per la bravura delle imprese italiane che si sono confrontate con la globalizzazione; per le banche italiane molto «accorte», salvo una tiratina d'orecchie sulla trasparenza. E la crisi finanziaria? Draghi ha un alibi: lui già nel 2006 aveva richiamato «l'attenzione sugli squilibri che si erano determinati» a causa dell'innovazione finanziaria.Chi invece non si era accorto di nulla (o aveva fatto finta di non vedere) erano state le istituzioni globali e le banche centrali che, per evitare una crisi «sistemica», sono dovute intervenire iniettando enormi masse di liquidità.
Nelle «Considerazioni» di Draghi c'è molta logica, soprattutto quando affronta le distorsioni del sistema economico italiano in crisi di crescita (e di produttività) da un decennio. Il governatore non è omertoso, ma sfuma le responsabilità. Quasi che la crisi attuale sia colpa di un «destino cinico e baro». E visto che il modello di riferimento è la globalizzazione tutto deve essere piegato alla necessità di competere. Cioè del capitale.
Draghi fa un lungo elenco di quanto non va: al contrario di quanto predicava il suo primo maestro - Federico Caffè - al centro non ci sono mai le persone, ma le compatibilità. L'uso di alcune parole e concetti ne è la prova. Si parla genericamente di caduto dei consumi; di salari che crescono meno dell'inflazione; di pressione fiscale troppo alta per chi paga le tasse. Cosa significa tutto questo? Semplice: l'inflazione sta accelerando la disuguaglianze (parola mai usata da Draghi) distributive e i soggetti forti (anche con l'evasione fiscale) mangiano quote di reddito dei soggetti deboli. Che gli effetti dell'inflazione non si distribuiscono in maniera proporzionale, nel volume della «Relazione» è scritto, ma Draghi non l'ha detto: l'uguglianza non è obiettivo dei governatori.
Un tempo in via Nazionale si sosteneva (il primo fu Carli) che le liberalizzazioni erano necessarie per evitare le interferenze della politica. Oggi privatizzazioni e liberalizzazioni vengono rilanciate come panacea per ridurre le posizioni di rendita e dare più competitività a un sistema economico sempre più duale dove larga parte dei settori produttivi non innova e tira a campare pagando bassi salari. La questione salariale è la vera emergenza, e dividere i lavoratori sminuendo i contratti nazionali non può che portare a nuovi squilibri all'interno della stessa classe. E innalzare - lo chiede Draghi - l'età di pensionamento, rilanciando i fondi pensione (con quali risorse, visti i bassi salari?) non serve di certo a far crescere la produttività, ma ad aumentare il malessere.

(Galapagos)


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4 giugno 2008

I Draghi logorrei

"I protagonisti della ripresa devono essere coloro che hanno in mano il futuro: i giovani, oggi mortificati da un'istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro che li discrimina a favore dei più anziani, da un'organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito. Il consenso sulle cose da fare è vasto, ma si infrange nell'urto con gli interessi costituiti che negli ultimi anni hanno scritto il nostro impoverimento». Con queste parole il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha terminato ieri le sue Considerazioni finali. Per il governatore l'ostacolo principale allo sviluppo del paese verte dunque essenzialmente sul conflitto tra le generazioni, tra giovani lavoratori precari e vecchi lavoratori garantiti. E' questa una interpretazione non nuova, che tuttavia non può lasciarci indifferenti. Bisogna riconoscere infatti che quella tra le generazioni è una frattura reale, che del resto è solo una delle molteplici crepe che sono andate formandosi nella composita struttura della classe lavoratrice: si pensi ai conflitti più o meno latenti tra lavoratori del settore pubblico e lavoratori del settore privato, tra para-subordinati e dipendenti, tra settentrionali e meridionali, tra immigrati e nativi, tra donne e uomini. In buona parte, la crisi del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni politiche e sindacali che facevano capo ad esso può esser fatta risalire proprio alla tendenza funesta a subire - e talvolta persino ad assecondare - anziché contrastare le voragini contrattuali e normative che hanno progressivamente diviso e isolato i singoli individui sociali, e che hanno drammaticamente compromesso l'antica ambizione dell'unità di classe.
Per avere un'idea degli effetti politici di questa disgregazione basterebbe guardare a un grafico che nelle sue considerazioni Draghi si guarda bene dal citare, ma che invece è riportato in bella mostra nella stessa Relazione annuale dell'Ufficio studi di Bankitalia: si tratta dell'andamento della quota di reddito nazionale complessivamente destinata al lavoro, crollata di quasi dieci punti percentuali nell'arco di un trentennio.
Dietro quella caduta c'è evidentemente una crisi che investe trasversalmente tutte le categorie di lavoratori, e che pone in luce la questione della totale evanescenza del conflitto di classe.
Dati alla mano, la divaricazione tra i profitti e i redditi da lavoro sovrasta sia lo scontro generazionale che tutte le altre "guerre tra lavoratori" sulle quali il governatore e molti altri da tempo preferiscono battere. Ma Draghi su questa evidenza sceglie di glissare. Naturalmente, sarebbe ingenuo attendersi dai vertici di Bankitalia una lettura "di classe" del quadro economico nazionale. 





Tuttavia, dovrebbe almeno esser lecito augurarsi una certa prudenza nella esposizione dei fatti. A tale riguardo si rileva ancora una volta uno scarto tra le considerazioni politiche del governatore e la Relazione tecnica elaborata dall'Ufficio studi di Palazzo Koch.
Draghi si lancia infatti in una serie di dichiarazioni sotto molti aspetti ardimentose. Egli afferma che la riduzione del tasso di disoccupazione in Italia rientrerebbe tra «gli effetti positivi delle innovazioni legislative e negoziali introdotte dalla seconda metà degli anni Novanta e di una dinamica salariale moderata», ed aggiunge che «non possiamo accontentarci di questi risultati finché il tasso di occupazione non raggiungerà i livelli europei e finché la flessibilità non riguarderà l'intero mercato del lavoro, piuttosto che essere concentrata su singoli segmenti».
Il verbo del governatore, insomma, è che occorre diffondere la flessibilità in ogni dove, tra i vecchi come tra i giovani, tra i pubblici come tra i privati. Ma da dove il governatore trae simili conclusioni? Da quale analisi scientifica egli deriva il convincimento che la precarizzazione del lavoro e la compressione delle retribuzioni siano in grado di assicurare un abbattimento dei tassi di disoccupazione e un incremento dei tassi di occupazione?
La Relazione al riguardo è muta, e le ricerche passate dell'Ufficio studi hanno sempre lasciato trasparire un notevole scetticismo nei confronti dei presunti benefici della flessibilità.
Pertanto, finché non si avrà qualche elemento in più per valutare la pesante presa di posizione del governatore, non potremo che attenerci alle attuali evidenze della letteratura scientifica: e cioè che non sussiste alcun legame significativo tra maggiore precarietà e minore disoccupazione, e che invece i miglioramenti registrati in Italia negli ultimi anni possono essere fatti risalire alla mera regolarizzazione degli immigrati e allo scoraggiamento di molte donne, specie al Sud, che a causa della crisi di quell'area - come riconosce la stessa Relazione - rinunciano del tutto a cercare un lavoro e quindi non vengono più nemmeno conteggiate tra i disoccupati.
Riguardo invece agli effetti della precarietà sui salari, Draghi ammette un'evidenza largamente documentata in ambito scientifico. Egli infatti riconosce che «i consumi continuano a risentire dell'instabilità dei rapporti di impiego, diffusa specialmente tra i giovani e nelle fasce marginali del mercato del lavoro». Insomma, i precari guadagnano paghe da fame, e quindi non spendono. Questa dichiarazione non deve tuttavia far pensare a una retromarcia politica del governatore.
Draghi infatti aggiunge subito che per sostenere i consumi dei precari basterebbe ampliare la rete di ammortizzatori sociali di pari passo con la diffusione dei contratti flessibili. In sostanza, si tratta dell'ormai onnipresente paradigma della flexicurity: un po' di reddito in cambio di contratti temporanei e di licenziamenti sempre più facili. Una soluzione à la page che trova questo punto alleati i nipotini di Toni Negri persino con il banchiere centrale, in una intesa effettivamente alquanto sospetta.
Il governatore non appare molto convincente nemmeno riguardo all'implicito via libera nei confronti della recente detassazione degli straordinari e dei premi aziendali, che viene interpretata come uno strumento in grado di accrescere la produttività del lavoro. Laddove invece, ancora una volta, nella Relazione dell'Ufficio studi si legge che l'effetto sulla produttività di questi provvedimenti resta dubbio, dal momento che "i premi aziendali mostrano spesso una scarsa differenziazione all'interno dell'impresa e sembrano poco correlati ai risultati". In effetti, è proprio intorno al dramma della bassa produttività del lavoro in Italia che Draghi sembra malcelare una vera e propria impasse. Egli cita ampiamente il problema, ma non sembra in effetti disporre di soluzioni credibili.
L'insistenza sulla necessità di investire in istruzione e formazione suscita in verità molti dubbi, se si considera che dalla stessa Relazione emerge chiaro che la bassa produttività si deve principalmente alla grave frammentazione del capitalismo italiano, costituito essenzialmente da piccole e piccolissime imprese, incapaci di investire, di potenziarsi, di proiettarsi all'estero. Su questo nodo cruciale Draghi sembra assumere un atteggiamento passivo, oseremmo dire più da vecchio esponente di Goldman Sachs che da capo di Via Nazionale: egli infatti anche quest'anno si limita a valutare positivamente il dato della elevata mortalità delle imprese italiane, interpretandolo come un primo accenno di centralizzazione e di riorganizzazione spontanea dei capitali.
Il governatore tuttavia dovrebbe sapere che se il paese verrà lasciato in balia dei processi spontanei di centralizzazione, se mancherà una ferrea guida pubblica di quei processi, i rischi potrebbero essere elevatissimi, specie nel caso di una prolungata crisi internazionale.
E' lo stesso Draghi del resto a sottolineare la potenza creativa e distruttrice dell'attuale finanza mondiale. Egli arriva a denunciare la creazione di un vero e proprio «sistema bancario ombra», che sfugge alle regolamentazioni, ai controlli, agli stessi registri contabili.
Quel sistema ha mostrato il suo volto oscuro con la recente crisi dei mutui subprime, ma a detta dello stesso governatore potrebbe in futuro scatenare un effetto a catena di proporzioni ben più grandi. L'Italia ultraliberista invocata da Draghi potrebbe reggere l'impatto? Gli stessi dati di Bankitalia offrono molti motivi per dubitare.

(Emiliano Brancaccio)


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20 marzo 2008

Ad ognuno il suo mestiere (ovvero strane omonimìe)

Sergio Cofferati, omonimo del più noto segretario generale della Cgil di qualche anno fa, ha rievocato la figura del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse anni orsono, dicendo che "Marco Biagi e' stato ucciso da un folle disegno che aveva l'obiettivo di interrompere quel processo di modernizzazione e di valorizzazione delle relazioni e dei rapporti sui quali molti avevano lavorato prima di lui e sui quali lui aveva impegnato una parte importante della sua attivita' professionale e politica". Cofferati ha continuato dicendo che "Il professor Biagi e' stato ucciso dalle Brigate Rosse nel mentre svolgeva incarichi importanti per il suo Paese e per il Governo. Il professor Biagi si occupava della ricerca di soluzioni delicate, importanti ed impegnative, di regolazione dei rapporti tra i grandi soggetti di rappresentanza economica e sociale, tra il Governo e i suoi naturali interlocutori. Rapporti diventati ancor piu' importanti nel tempo per le dinamiche accentuate costantemente dalla globalizzazione nelle relazioni che si determinano tra i Paesi e tra le dimensioni sovranazionali. Un lavoro di grande delicatezza, nel quale era indispensabile l'equilibrio, la capacita' professionale, la precisione nella ricerca delle scelte di volta in volta piu' opportune e piu' efficaci".



Un piccolo quiz : l'uomo nella fotografia è il sindaco Cofferati o il sindacalista Cofferati ?

Come potete ben vedere, come succede nelle rievocazioni, il sindaco Cofferati non ha detto un cazzo. Alla fine cosa abbia fatto Biagi è un mistero. Ma lo comprendiamo : deve essere pur difficile essere l'omonimo di un sindacalista che ha organizzato una delle più grandi manifestazioni sindacali contro proprio la legge che portava forse impropriamente lo stesso nome del giuslavorista ucciso (si tratterà di un altro caso di omonimia). Uno dei due Cofferati (non so più nemmeno io se il sindacalista o il sindaco) scrisse un libro dal titolo "Ad ognuno il suo mestiere". Forse in questo libro, inneggiante nel titolo alla specializzazione del lavoro, si sosteneva la tesi che ognuno deve fare il suo mestiere ma il politico deve passare in rassegna tutte le professioni. Nel passare da un mestiere all'altro il soggetto per andare bene probabilmente avrebbe dovuto dimenticare completamente ciò che aveva detto e fatto nel mestiere precedente : un po' come nelle reincarnazioni della religione indù. Se questa è la tesi del libro però c'è una critica che andrebbe fatta : in questo delicato passaggio tra un mestiere ed un altro, perchè non si cambia anche il nome (un po' come fanno i monaci quando prendono il saio) ? Almeno così la palingenesi sarebbe stata completa e noi avremmo avuto una chiara spiegazione di cosa stava facendo il Professor Biagi di così importante per il nostro paese. Invece purtroppo ce lo dovremo far spiegare da Walter Veltroni, dal Professor Ichino e da Professor Giavazzi. Sperando che il primo, che addirittura condivide nello stesso istante più mestieri, non faccia la solita grossa, contraddittoria confusione e ci prenda per il culo per l'ennesima volta.


14 febbraio 2008

I perchè della precarietà (risposta ad Etienne64)

  Etienne64, che è del mestiere, ha fatto le seguenti osservazioni sulla questione del precariato :

1)  Chi crea ricchezza sono le imprese e senza di quelle tutti fanno la fame. Sicché, massacrare in continuazione le imprese genera sicuramente un effetto deleterio: la volontà delle imprese di scappare. E oggi scappare dove si sta più in pace è senz'altro possibile e conveniente.
La Treu, sostanzialmente, a parte il lavoro interinale (uno dei miti più sbugiardati degli ultimi 10 anni) si era limitata a porre rimedio ad alcuna situazioni grottesche che andavano solo a favore dei lestofanti (per tutte, la conversione del contratto a termine per sfondamento di un giorno).

2) Il vero problema della flessibilità non è l'aspetto strettamente economico, ma quello di adattare il contratto di lavoro ad una specifica relata lavorativa. Gli è che il modello dell'operaio che lavora nella grande fabbrica manifatturiera è stato invece assunto a modello per ogni possibile rapporto di lavoro, dimenticando il fatto fondamentale che, invece, un sacco di gente lavora in contesti sostanzialmente irriducibili alla fabbrica di automobili. Prestare attenzione alle istanze padronali su questo aspetto non è sol furbizia tattica: è intelligenza delle cose.

3) Gli imprenditori non assumono perché costa meno. Gli imprenditori assumo il personale che serve alle loro imprese. Ovviamente, se riescono a risparmiare sono più contenti, ma il problema primario è quello organizzativo. E la prassi assai diffusa dei superminimi anche piuttosto cicci ne è la prova: se un lavoratore vale, sono anche disposto a pagarlo.
Sono i politici che sperano di ottenere consenso adottando degli strumenti che a loro dire dovrebbero determinare un aumento di occupazione.
Le istanze dei padroni possono essere intelligenti per entrambi. Una flessibilizzazione dell'orario può essere conveniente ad entrambe le parti del rapporto. Dipende come è congegnata.
In realtà, chi dimostra la sua insipienza oggi è solo e soltanto il sindacato.

4) La storia dei contratti a termine è l'esempio lampante. La 368 è, per il padronato una legge pericolossisima: quando venne fuori tutti i commenti segnalarono la pericolosità della clausola generale: come sarebbe stata interpretata dalla giurisprudenza?
Il sindacato, però, invece di attaccare come avrebbe potuto (e dovuto) fare è da 7 anni che si lagna della perfidia berlusconiana, ma non spinge nessuno ad agire, anche a fronte di contratti a termine macroscopicamente illegittimi. Infatti, mentre la 230/62 ha riempito i repertori, sulla 368 c'é pochissima giurisprudenza.
Il sindacato ha fatto un bel discorso "politico" (e uso il termine nel senso deteriore) invece di studiare quello che gente come Alleva (giusto per indicare uno ben vicino alla CGIL) scriveva.


5) La storia del precariato poi è l'altra meravigliosa bufala. La Biagi, alla fine, ha semplicemente cercato di riempire alcune nicchie di mercato che con il modello standard di rapporto non venivano fuori grandi cose. Così, l'abolito lavoro a chiamata: solo in casi eccezionali un datore di lavoro può essere interessato a pagare a una persona il 20% (o più) della retribuzione per tenerlo là, in stand by. Però è vero che in taluni casi può essere interessante sia per il alvoratore, sia per il datore di lavoro avere questa opportunità. Alla fine, un mezzuccio che forse avrebbe potuto aumentare diqualche milionesimo di punto l'occupazione. Si presta ad abusi? Si forse. Ma ad evitare abusi ci dovrebbe essere il sindacato.

6) Ancora nel 1970, Persiani notava che il sindacato è necessariamente ambiguo: perché se deve essere rivendicazionista nei confronti della base, i veri vantaggi li ritrae solo dalla contrattazione.
Ora, negare questa natura ambigua è negare la realtà. E limitarsi, per ragioni ormonali, alla pura rivendicazione porta solo a creare una centrale di consenso, non un soggetto efficente. Il fatto che tanta gente strappa la tessera del sindacato e vota Forza Italia deve far riflettere. E dare semplicemnete dei coglioni a chi fa questo significa non voler capire perché ci sono certi moti sociali. Il che non significa approvarli. Ma il prosciutto sugli occhi e negare che certe cose stanno succedendo non serve a niente




Il problema è che se si parte dal concetto che i creatori di ricchezza sono le imprese non andiamo molto lontano. Finiamo semplicemente per dialogare e contrattare con esse da una posizione di debolezza. In realtà la creazione di ricchezza è il risultato di più fattori e quelli decisivi sono i lavoratori. E dunque si deve tenere conto di tutti gli attori in gioco.
Quale che sia il modello di impresa, la precarietà (o flessibilità che dir si voglia) non mi pare una risposta moderna e costruttiva ai problemi specifici che ogni impresa può avere. Mi pare un ritorno indietro, che può essere fatto da qualsiasi sistema paese e che (come ha detto lo stesso Etienne) non provoca un aumento di occupazione degno di questo nome (e del resto l'articolo di Barncaccio lo evidenzia abbastanza)
La flessibilizzazione del tempo di lavoro può essere indirizzata verso l'uso maggiore del part time, ma in primo luogo deve essere una flessibilità agita da entrambi i lati del contratto di lavoro, non deve comportare in maniera nascosta ulteriore sfruttamento della forza-lavoro che non deve dare lo stesso prodotto a tempo di lavoro diversamente organizzato
Non si capisce in che senso la clausola generale della 368/2001 sia pericolosa per il padronato e sarebbe interessante approfondire.
Ma dire che la Biagi serviva solo a riempire qualche nicchia, trascura il fatto che la Biagi intendeva rivedere complessivamente il mercato del lavoro e se non lo ha fatto completamente è stato anche perchè il sindacato per quanto subalterno alla cultura politica che l'aveva creata, ha cercato di indebolirla in sede di contratti collettivi nazionali (è il caso del credito)
Da questo punto di vista il lavoro a chiamata era uno strumento pessimo in quanto non condizionava solo l'orario di lavoro, ma anche i periodi di non-lavoro di uno dei contraenti costituendo un fattore di rigidità oltre che di limitazione della libertà (in pratica si diceva al lavoratore : "attento alle scelte che fai quando non lavori perchè devi essere sempre disponibile nei miei confronti anche se ti dò solo un'elemosina"). Naturalmente è sempre meglio che niente, ma anche la schiavitù è meglio di niente, perchè almeno ti danno da mangiare.
Quanto all'ambiguità del sindacato, è l'ambiguità tra le aspettative che si creano quando si intraprende una lotta ed i risultati conseguiti alla fine della lotta stessa. Questa dialettica tra aspettative e risultati è inevitabile e spesso per ottenere risultati decorosi c'è bisogno di una lotta ad oltranza e di aspettative degne di questo nome. Il contratto non è il compromesso fissato prima della vertenza nelle menti dei gruppi dirigenti. Quando è così non è solo una sconfitta (che è sempre possibile), ma è una resa, una manipolazione della soggettività dei propri rappresentati. C'è il rischio nella vertenza, non certo il rischio di soggettività che non tengono conto dei bisogni materiali dei lavoratori, ma il rischio che ci si assume e che si condivide quando non si vuole arretrare oltre un certo punto perchè si presume, con un certo grado di plausibilità, che oltre non c'è la ritirata dignitosa, ma un piano inclinato.
Infine c'è la possibilità  a mio parere di rapporti più flessibili. Questo però solo a patto di introdurre un paracadute sociale generale come il reddito di cittadinanza. Senza una rete di sicurezza di questo tipo, la felssibilità si traduce quasi sempre in precarietà.

 

 


12 febbraio 2008

La precarietà fa bene all'occupazione ?

Poichè alcuni commentatori del post sul programma di sinistra hanno rispolverato questo dogma e addirittura il milione di posti di lavoro di Berlusconi, vale la pena riproporre quest'articolo di Emiliano Brancaccio sull'argomento :

A  cosa sono realmente serviti il pacchetto Treu, la legge del settembre 2001 sull’abolizione delle causali per i contratti a termine, la legge Biagi e in generale le politiche del lavoro che sono state attuate in Italia e in Europa nell’ultimo quindicennio? La domanda, per quanto elementare, ha sempre messo in imbarazzo i sostenitori del cosiddetto “lavoro flessibile”. Gli esperti sanno, infatti, che la riduzione delle tutele e la diffusione dei contratti precari non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Si può tuttavia ritenere che le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione? Il professor Giavazzi ritiene di sì. In un editoriale pubblicato domenica sul Corriere della Sera, egli ha dichiarato che “da quando in Europa si è fatto qualche passo avanti nella liberalizzazione del mercato del lavoro, l’occupazione è salita”; ed ha inoltre aggiunto che la richiesta che le forze della sinistra hanno avanzato a Romano Prodi, di rispettare il programma dell’Unione ripristinando la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato, avrebbe come effetto “di riportare la disoccupazione oltre il 10%”. A sostegno della sua tesi, Giavazzi si limita ad affermare che è solo grazie alla maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro che nel decennio 1996-2006 l’Europa sarebbe riuscita a generare un aumento dell’occupazione finalmente prossimo a quello degli Stati Uniti. L’affermazione di Giavazzi in effetti sorprende per la genericità che la caratterizza. Messa in questi termini, essa suona un po’ come l’idea, tipica dei Maya, secondo cui più sacrifici umani si facevano, più abbondanti sarebbero stati i raccolti di grano. In realtà, come vedremo, l’affermazione di Giavazzi non trova riscontri attendibili sul piano scientifico: infatti l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.

            La nostra verifica, effettuata in collaborazione con Domenico Suppa, si basa sui dati degli Employment Outlooks pubblicati nel corso dell’ultimo decennio dall’OCSE. In particolare, abbiamo concentrato l’attenzione su 28 tra i principali paesi industrializzati e sull’andamento di tre variabili: il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation). Questo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono. Con riferimento all’ultimo decennio, l’OCSE riporta i dati sull’indice EPL relativi agli anni 1998 e 2003. Pertanto abbiamo effettuato la nostra verifica lungo questo arco temporale, introducendo un ritardo di uno e due anni sugli indici di occupazione e disoccupazione in modo da dare tempo agli eventuali mutamenti legislativi di dispiegare pienamente i loro effetti. Sulla base di questa metodologia, abbiamo potuto vedere come si comportano i tassi di disoccupazione e di occupazione in rapporto all’andamento dell’indice EPL. Ebbene, in generale rileviamo che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili. A dimostrazione del fatto che l’attacco alle protezioni dei lavoratori è diffuso a livello globale, l’EPL si riduce nella maggioranza dei paesi considerati. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione. Gli esiti di questa nostra verifica susciteranno forse una certa sorpresa nel grande pubblico, abituato da anni a sorbirsi lo slogan liberista secondo cui la precarietà fa bene all’occupazione. Ma i medesimi risultati non costituiscono certo una novità per gli addetti ai lavori. Essi infatti non fanno che confermare la mancata correlazione tra precarietà e tasso di disoccupazione, alla quale l’OCSE – da sempre fautrice dei contratti flessibili - si era dovuta arrendere già nel 1999. Con un elemento aggiuntivo, però. All’epoca l’OCSE aveva riscontrato una sia pur minima relazione tra l’abbassamento dell’indice di protezione dei lavoratori e l’aumento dell’altro tasso, quello di occupazione. In realtà il legame tra le variabili era risibile, disperso in quella che gli statistici definiscono una “nuvola di punti”. Esso tuttavia venne usato, almeno dai più sfacciati apologeti della flessibilità del lavoro, per tentare di difendere le loro ricette. Ebbene, oggi rileviamo che pure quell’ultimo appiglio è svanito: la correlazione non sussiste nemmeno tra indice EPL e tasso di occupazione. 



Esisterà tuttavia anche oggi una minima eccezione, un singolo caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si sia verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione? Questa eccezione in effetti esiste, ed è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Forse qualcuno ricorderà che Berlusconi, riferendosi a questi risultati, arrivò a vantarsi del fatto che l’Italia era diventato il paese con la flessibilità del lavoro più alta d’Europa. In quella occasione l’ex-premier non fu troppo lontano dalla verità: infatti il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna. Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione. Sulla base di questa evidenza, i nostrani pasdaran della flessibilità si sono quindi nuovamente lanciati a sostenere che la precarietà crea posti di lavoro. Ma basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente negli ultimi anni).
L’assenza di un legame causale tra precarietà e occupazione crea non pochi problemi ai sostenitori della teoria neoclassica dominante, ma risulta perfettamente spiegabile dagli approcci marxisti alternativi. Questi infatti determinano l’occupazione in base all’andamento dei tassi di accumulazione, delle scelte tecniche, del grado di concorrenza tra i capitali, della politica monetaria e di bilancio, tutti fattori che non presentano relazioni univoche con il grado di flessibilità del lavoro. Ma allora, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio. Nella “lettera di Liberazione a Prodi” (5 agosto) e in varie altre occasioni, abbiamo avuto modo di chiarire che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero (e questo, detto tra noi, non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, come erroneamente sostiene Halevi – i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità – ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono). Abbiamo quindi sollecitato il governo a prendere atto del fallimento della politica di precarizzazione del lavoro e di deflazione salariale perseguita in questi anni, e a riconoscere l’esigenza di una svolta negli indirizzi di politica economica e industriale. Del resto, come si vede, i dati sono dalla parte delle ragioni della sinistra.


(Emiliano Brancaccio)


15 novembre 2007

Precarietà ed occupazione secondo Emiliano Brancaccio

 

 

Emiliano Brancaccio è un giovane e brillante economista di sinistra la cui capacità di sintesi e di vis polemica stanno rapidamente imponendosi sia attraverso articoli di giornale sia attraverso la partecipazione a programmi televisivi

Parleremo qui della polemica che lo ha contrapposto a Francesco Giavazzi e Pietro Ichino.

In questa polemica Brancaccio si chiede se le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione, visto che esse non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Giavazzi dice di sì e porta come argomento l’aumento dell’occupazione in Europa dal 1996 al 2006.

Brancaccio nota la genericità della correlazione ed afferma anzi che l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.

Prima di procedere Brancaccio precisa i termini adottati e gli indici utilizzati : il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation).




Quest’ultimo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono.

Brancaccio analizza il rapporto statistico tra i tassi di disoccupazione e di occupazione e l’indice EPL e conclude che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili.

Infatti l’EPL dal 1998 al 2003 si riduce nella maggioranza dei paesi presi in considerazione dall’analisi. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione.

Brancaccio nota però che esiste una eccezione, almeno un caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si è verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione : Questa eccezione è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna.

Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione.

Ma, dice Brancaccio, basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente.

Ma, si domanda allora Brancaccio, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio.

Brancaccio conclude l’articolo dicendo che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero e questo non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, ( i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità ) ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono.

 


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