.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







1 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : gli accusatori

 

Oti men umeis, oi andres Atenaioi, peponthate upò emon categoron, ouk oida.

Che cosa voi, o uomini ateniesi, abbiate provato per mano dei miei accusatori non lo so (non ho visto).

In questa prima frase dell’Apologia di Socrate c’è un’intera impostazione filosofica, c’è tutta la tragedia che Socrate denuncia nel prosieguo dell’opera. Si tratta di una filosofia in parte consapevole, in parte suggerita dalla lingua stessa, in questo caso il greco antico.

Cominciamo da oi andres Atenaioi, dove c’è la precisazione che si tratta di andres. Da un lato ciò allude all’emarginazione delle donne, cosa che però Socrate non voleva sottolineare. La cosa importante è che Socrate precisa chi sia l’oggetto a cui si attribuisce il predicato. Sarebbe stato possibile infatti anche dire oi Atenaioi, ma Socrate circoscrive la classe di individui a cui si rivolge. Sembra, forse inconsapevolmente, che Socrate voglia evidenziare come bisogna essere precisi quando si predica qualcosa di qualcuno. Proprio perché il predicare è un’operazione pericolosa.

La chiave di tutta questa frase è nella parola categoron. Il termine “categoria”, usato da Aristotele per indicare i modi in cui l’essere si predica delle cose nelle proposizioni, è collegato all’accusare. Entrambe le accezioni derivano dal dire qualcosa di qualcuno. Nel caso filosofico si descrive attribuendo un predicato ad un oggetto. Nel caso giuridico si accusa qualcuno di qualcosa.

Gli accusatori sono coloro che in pubblico (agoreuo è soprattutto parlare in pubblico) dicono qualcosa (di negativo) di qualcuno. Soffermiamoci ancora su agoreuo : la radice è ag- che significa rompere, spezzare da cui deriva anche aghios (santo, separato), aghnos (puro, separato), aghnumi (rompere). Il rompere produce una molteplicità e ciò si rivela nel prefisso aga-(molto) e nell’avverbio agan (molto, troppo). Questa molteplicità viene messa in serie da un primo, un capo (agos) che si separa dagli altri (come puro e santo) ed, in quanto forte e buono (agathos), conduce (ago) la molteplicità e la raduna (agheiro). L’agorà è questa molteplicità radunata che è assemblea, piazza, mercato, foro, in cui ci può essere agòn (riunione vel rissa vel lotta vel gara vel processo), in cui si gira, si vagabonda e si compra (agorazo) oppure si mendica (agurthazo). Nell’agorà si verifica tutto quello che si può verificare in una molteplicità che occupa uno stesso luogo. Come pure si parla in pubblico (agoreuo) e si parla di qualcuno e contro qualcuno (kathagoreuo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il parlare di qualcuno è già un atto che porta in sé una certa violenza e già il parlare è un frantumare un senso unitario in tanti suoni attraverso la bocca e i denti. Come la predicazione fa sì che una molteplicità di oggetti venga condotta sotto un concetto, così il predicare qualcuno, accusandolo, di qualcosa mobilita una molteplicità di persone contro un escluso secondo la procedura del capro espiatorio. In questo modo, la molteplicità riceve da questa violenza un’identità che non aveva. Essa può essere identificata grazie a colui che essa esclude, emargina, bandisce. Le categorie sono gli strumenti, i pregiudizi attraverso cui questa violenza viene esercitata, la rete attraverso le quali viene cacciata ed imprigionata (agreuo) la preda della collettività, lo strumento appuntito con cui si marchia il bestiame. Praedicatum è l’essere reso noto, l’essere elogiato o bandito. L’attributo (ad-tribuere) è ciò che viene affidato, assegnato, imputato a qualcuno e l’imputazione è l’incidere una tacca a qualcuno. L’argomentum, ciò di cui si parla, è ciò che viene fatto brillare, ciò che è evidenziato, ciò che è indicato. Il giudizio ha un carattere sia conoscitivo che giudiziario ed è un attribuire che è anche un separare, un dividere, un dare a ciascuno ciò che gli è proprio. Caino, dopo che ha ucciso Abele, viene prima scovato, poi marchiato (il marchio di Caino) in quanto nessuno, al di fuori di Dio, potesse disporre di lui ed infine bandito. L’oggetto di cui si parla è un criminale che viene catturato, marchiato, imprigionato o bandito. Con questo meccanismo sociale, il capo (agòs), che si è separato (aghios) dalla società, rompe (aghnumi) il legame sociale e crea una molteplicità (agorà) che, perché possa essere controllata, va indirizzata contro qualcuno (kathagoreuo).

Dunque il processo e l’accusa di Socrate sono una metafora di un procedimento conoscitivo, di una dissonanza cognitiva, di una opinione che si rivela falsa, ed al tempo stesso un evento politico, una presa o un consolidamento del potere. Platone attraverso il processo a Socrate mette le basi per una teoria della conoscenza che non permetta più che si verifichi un errore, perché l’errore cognitivo ha conseguenze politicamente rilevanti che possono essere gravissime.

C’è in questa frase anche tutta la tesi che Socrate svolge nella sua apologia, il rovesciamento di prospettiva che presenta ai suoi giudici: coloro che lo hanno riconosciuto colpevole stanno facendo del male a se stessi. Coloro che colpiscono sono a loro volta colpiti.

Infatti Socrate dice : cosa abbiate provato (sofferto) per mano dei miei accusatori, questo io non lo so, non l’ho visto (oida ci dice che, per la lingua greca, la conoscenza è figliuola dell’esperienza, dell’immediatezza di un vedere). E’ una presa di distanza, uno scansarsi: i miei accusatori volevano colpirmi, ma hanno colpito voi e io non so cosa possiate provare.Voi volevate giudicarmi e attribuirmi una colpa, ma alla fine avete marchiato a fuoco voi stessi. I miei accusatori, convincendovi a etichettarmi, vi hanno etichettato.

 


21 marzo 2011

Illogica logica : espressioni determinanti espressioni

Malatesta dice che da solo un nome non costituisce un enunciato, ma richiede per farlo altre espressioni (predicato verbale o nominale). Ad es. Giorgio … corre oppure Giorgio … è un uomo

Il nome è determinato dal predicato. L’espressione che viene determinata è chiamata “argomento” (de te fabula narratur), mentre l’espressione che determina è chiamata “funtore” o appunto “predicato”.

L’enunciato “Giorgio è un uomo” può essere a sua volta negato dicendo “non si dà il caso che Giorgio è un uomo”. In tal caso “Giorgio è un uomo” è l’argomento perché è l’espressione che viene determinata, mentre “Non si dà il caso che …” (funtore N) è determinante sincategorematico. Tutti i predicati intesi dalla grammatica (nominali e verbali) sono predicati logici, ma non tutti i predicati logici sono predicati grammaticali (es. i sincategorematici)

 

 

Si consideri il fatto che anche le proposizioni possono essere argomento di altre proposizioni (metalinguistiche). E che una proposizione affermativa è argomento di una proposizione negativa, a meno che l’affermazione non si traduca in asserzione e la proposizione in mero contenuto neutro che si può affermare o negare (così come il numero senza segni è contenuto di un numero positivo e negativo : [4] è contenuto di [+4] e [-4] ).

Inoltre è forse il caso di dire che il predicato è un determinante categorematico, mentre il funtore è un predicato sincategorematico.

 

 


1 settembre 2010

Schlick e le categorie kantiane

La mediazione (necessaria ?) del pensiero

 

Nella concezione kantiana, secondo Schlick, c’è l’errore di confondere l’involucro concettuale per la realtà stessa, ricadendo nel concetto di conoscenza come intuizione che ha con l’oggetto un rapporto intimo. Per Natorp nelle rappresentazioni ci sono già conoscenze primitive e dunque nemmeno a questo livello il mondo ci è dato in maniera immediata.

Per Schlick il fatto che il reale viene conosciuto attraverso la mediazione induce i neokantiani a pensare che il reale sia la mediazione stessa. Ad es. Gerland, negando che il contenuto della scienza possa essere una finzione, finisce per considerarlo il processo stesso della realizzazione del reale, ma Schlick dice che, poiché la scienza è un sistema di segni, non c’è niente che si possa obiettare al loro essere finzioni.

I neokantiani contestano che si confonde tra mondo ed immagine di esso : per “fatti reali” non è possibile intendere altro che determinazioni di pensiero e quindi essi non potrebbero essere pensati come qualcosa che sta di fronte al pensiero. Dunque pensare non vuole dire altro che porre che qualcosa è. A tal proposito Schlick osserva che è vero che nessun giudizio può dare l’essenza del designato (kantismo), ma da ciò il neokantismo fa derivare che è il pensiero a determinare l’essere e che il giudizio attenga solo al pensiero.

Rickert dice che, per sapere cosa è, si deve aver già giudicato che esso è, e di conseguenza il pensiero è primo in ogni caso è perciò non può essere il pensiero a conformarsi all’essere, ma ciò che è viene determinato dal giudizio. L’esistenza effettiva di un rosso che mi vedo davanti verrebbe garantita dall’essere costretto a non poter giudicare altrimenti se non che esso è. La necessità trascendentale del giudizio decide sull’essere, in quanto quest’ultimo viene assicurato solo dalla necessità del giudicare. Schlick obietta che l’illazione di Rickert è del tutto fallace perché si basa su di un’equivocazione della parola “sapere”. Questa parola può designare un avere esperienza (consapevolezza) di qualcosa o può essere un sapere su qualcosa (un conoscere). Solo in questo secondo senso il sapere presuppone un giudicare e dunque un pensiero. Nel primo senso invece (dice Schlick) il sapere è un dato assoluto di coscienza, un fatto che riposa su se stesso. Nei vissuti intuitivi, nei dati immediati di coscienza troviamo i fatti puri sempre che anche la sensazione venga considerata pensiero, nel qual caso la discussione è inutile.

Schlick dice che, per il neokantiano idealista, nulla di contenutistico distingue la percezione dalla determinazione di pensiero, perché qualunque cosa noi volessimo asserire essere il contenuto di una data percezione, sarebbe perciò stesso contenuto di un asserzione e quindi necessariamente una determinazione di pensiero. Ma, obietta Schlick, ciò che è asserito in un giudizio non è contenuto nel giudizio come se la conoscenza afferrasse il reale e lo accogliesse dentro di se, ma è solo coordinato al giudizio. L’asserzione presa per se stessa, indipendentemente da ciò che designa, non ha contenuto ma è solo vuoto rumore. Una sensazione di rosso è semplicemente un fatto dato ; se però enuncio il giudizio “questo è rosso”, ciò naturalmente presuppone già un atto conoscitivo, perché occorre che il colore esperito sia riconosciuto come appartenente alla classe delle sfumature di colore designate con la parola “rosso”. Il giudizio quindi può intervenire sempre solo dopo che al fatto originario della sensazione siano venuti a connettersi ulteriori vissuti. Perciò conclude Schlick non è lecito attribuire al pensiero una parte già al formarsi della sensazione. La sensazione viene presentata dai neokantiani come un mero qualcosa che, prima del pensiero, non è nulla di determinato. Schlick obietta che da tale definizione non è possibile derivare che non vi sarebbe alcuna determinatezza senza il pensiero e prima del pensiero. I fatti sono stabiliti anche senza portarli in concetti. Chi ritiene che per “determinazione”si intende determinazione mediante concetti, presuppone ciò che va dimostrato e trasferisce quello di cui facciamo uso per la descrizione e formulazione di uno stato di fatto nello stato di fatto stesso. Tutte le dimostrazioni del fatto che nessuna determinazione sarebbe divenuta tale se non mediante il pensiero, si muovono per Schlick in un circolo vizioso.

 

 

Categorie e relazioni

 

Schlick poi passa ad esaminare la teoria kantiana delle categorie che dovrebbero dare una configurazione al materiale dato nell’intuizione (il molteplice dell’intuizione) che va integrato nell’unità della coscienza. Tra intuizione e l’intelletto c’è l’immaginazione che crea la sintesi del molteplice senza però offrire una conoscenza che si realizzerebbe solo con l’intelletto che darebbe unità alla sintesi con i suoi concetti puri. Ma, si chiede Schlick, le relazioni su cui si basa il conoscere sono già incontrate nel materiale dato o sono solo istituite nel giudizio? La relazione è  presente anche senza il concetto o è meramente contenuta in esso ?

Schlick dice che bisogna effettuare una distinzione tra specie diverse di relazioni :

1.      Il rapporto spaziale è dato e contenuto come il colore della pelle della mano. I colori stessi hanno inerente un’intensità ma anche rapporti spaziali e dunque questi ci sono prima del pensiero.

2.      Ciò vale anche per le relazioni temporali (durata, simultaneità, successione). Il rapporto temporale viene appercepito e solo dopo viene il giudizio. Tra un ritmo in ¾ e un ritmo in 6/8 sussiste per l’esperire una differenza immediata di qualità gestaltiche. La temporalità ha di particolare che non è legata a determinati domini sensoriali (ad es. la vista) e si trova in tutti i vissuti. Quindi mentre i rapporti spaziali sono percepiti direttamente, non è così per i rapporti temporali, tanto che il concetto di “percezione interna” va respinto come inutilizzabile. Non esiste alcun organo deputato alla percezione del tempo, né di alcun atto mediatore a tale fine. La temporalità è una proprietà generale di tutti i contenuti di coscienza che viene semplicemente esperita.

3.      Ci sono poi altre relazioni che, come quelle temporali, non sono percepite per mezzo di qualche organo di senso, ma al tempo stesso non sono nemmeno immediatamente esperite come le prime due. Ad es. le relazioni di somiglianza e diversità che non sono presenti come un colore o una relazione spaziale.

 

 

Le categorie kantiane : un’analisi

 

Schlick dice che nella tavola delle categorie si può inserire la diversità (assimilabile alla negazione) ma non la similarità o l’eguaglianza. Egli aggiunge che una casa la posso trattare come unico oggetto o come insieme di mattoni, e quindi a seconda dei propositi si può coordinare allo stesso oggetto il concetto di unità e quello di pluralità. Allo stesso modo si può percepire direttamente una successione, ma non un rapporto di causalità, una giustapposizione di proprietà, ma dunque non una sostanza. Schlick si chiede se il terzo tipo (3) di relazioni suddette possono essere assimilate alle categorie di Kant, cioè a dei collegamenti stabiliti dai giudizi e per mezzo dei quali il reale riceve la sua forma.

Per Kant, aggiunge Schlick, collegamento significa sintesi di un molteplice in un’unità. Tale sintesi è possibile grazie al fatto che gli elementi intuitivi sono dati ad un solo e medesimo Io, l’unità sintetica di appercezione (l’unità di coscienza). La costituzione e la conoscenza dell’oggetto sono rese possibili dall’unità di coscienza attraverso la funzione logica dei giudizi e delle categorie per cui il molteplice in un’intuizione data sottostà alle categorie ed è così soddisfatto il presupposto per il quale sono possibili giudizi sintetici apriori sulla realtà. Schlick a tal proposito obietta che, se l’appello all’unità di coscienza salva i giudizi analitici dalla scepsi radicale, non può salvare anche i giudizi sintetici di realtà. Schlick aggiunge che, nell’affermazione per cui ogni unificazione nella coscienza avverrebbe mediante determinate funzioni logiche dell’intelletto, è già celata la presupposizione che si è in possesso di giudizi sintetici apriori. Kant faceva esplicitamente tale presupposizione e voleva solo dimostrare questa possibilità a partire dall’esperienza scientifica. Il fatto che non vi sarebbe altro collegamento che attraverso l’intelletto, per Kant è dimostrato dal fatto che il collegamento è un atto della spontaneità del potere di rappresentazione. Schlick obietta che parlare di spontaneità e ricettività ha senso più nell’accezione pratica legata ai processi volizionali, ma è problematico applicarla alla situazione gnoseologica. Infatti il mondo del dato è un flusso continuo in cui la distinzione tra passivamente recepito ed attivamente apportato non ha all’inizio alcun senso e diventa possibile solo ad un livello specifico di considerazione ed interpretazione. Schlick nega pure che le relazioni di tipo (3) siano create dall’atto di giudizio. La differenza tra relazioni (1-2) e relazioni (3) è che queste ultime non vengono concepite come qualcosa di altrettanto oggettivamente presente come le prime, ma ciò non implica un giudizio metafisico sul loro carattere soggettivo o reale. Schlick a questo punto ipotizza che tali giudizi di relazione possono benissimo designare fatti, solo che si tratta di fatti di tipo soggettivo e cioè processi psichici riguardo ai quali può essere incerto se ad essi corrispondano fatti oggettivi. La similarità tra Cesare e Napoleone è più umbratile di quelle due stesse persone e del loro succedersi nel tempo. Tuttavia il vissuto in cui viene constatata la relazione è realmente presente nella coscienza. Il comparire del vissuto di similarità è un fatto che viene incontrato come un qualsiasi altro fatto e può essere designato mediante un giudizio che è susseguente al fatto.

Tali vissuti di relazione compaiono solo in connessione con altri contenuti di coscienza e non si presentano isolati. Ma una volta che ci sono, essi non devono il loro esserci ad un pensiero. Stumpf a tal proposito dice che i rapporti tra fenomeni sono percepiti con essi ed in essi. I processi psichici che hanno come risultato il darsi della relazione alla coscienza non sono designabili come pensiero, ma sono più che altro processi di associazione. Quando sono dati “due dati di coscienza”, i processi che istituiscono una relazione tra essi possono prodursi in una certa forma o nell’altra a seconda di circostanze accidentali e proprio per questo tali processi di coscienza non possono fondare la validità di giudizi sintetici a priori. Ciò in quanto si tratta di processi mutevoli per natura che non possono costituire l’unità di coscienza.

 

 

Le categorie kantiane : una reinterpretazione

 

Schlick a tal proposito cerca di reinterpretare le categorie kantiane e dice che :

  • Il nostro concepire un complesso di oggetti, dati come unità vel pluralità vel totalità, viene determinato da ragioni psicologiche accidentali. Fissate però le unità e resi numerabili gli oggetti, questi sono assoggettati al concetto di numero e vale per essi l’aritmetica. Ma si tratta, obietta Schlick, di giudizi puramente analitici con delle premesse circa la realtà che vengono in essere semplicemente con il contare le unità del reale e si basano perciò su determinate stipulazioni (convenzioni) condizionate da scopi e circostanze empiriche. Per tali concetti non scaturisce nuova conoscenza e dunque non si tratta di categorie.
  • Analogo discorso vale per categorie come realtà, negazione, limitazione. In primo luogo la categoria di realtà sembra comparire due volte (la seconda come categoria di esistenza) e dunque annoverare questo concetto tra le categorie già si concilia male con le premesse del sistema kantiano. Inoltre realtà ed esistenza non sono forme del pensiero che possono dare luogo a giudizi sintetici apriori (v.pp.199-262 e 390-399). Le anticipazioni della percezione che dovrebbero discendere da queste tre categorie sono da un lato mere definizioni (ad es. intensità) e dall’altro assunzioni non indubitabili (come la separazione tra intensità e qualità della sensazione).
  • Svolgono un ruolo importante nella scienza le categorie di sostanza, causa, azione reciproca. L’idea di un che di costante rispetto a cui si producono le variazioni è un giudizio certamente sintetico che per Kant consegue a priori dall’applicazione di tale categoria alle intuizioni. Schlick però obietta che mai vengono percepite sostanze, ma tutt’al più coincidenze spazio-temporali di qualità o proprietà, a cui si deve aggiungere qualcosa perché si possano designare come “sostanza”. Ciò che vi si aggiunge (dice Schlick) è il concatenamento associativo delle singole caratteristiche nella nostra coscienza cosicché all’essere dato di una qualità si collega l’aspettativa dell’esser dato di un’altra qualità. Ad es. se vedo una forma di una certa tonalità giallastra inferisco che sia cera e mi aspetto toccandola che sia relativamente molle. Tutti questi complessi li posso designare sempre con il nome di “cera” perché la loro interconnessione spazio-temporale resta continuamente preservata e così è dato tutto ciò che rende possibile l’uso del concetto di sostanza all’interno della vita quotidiana. Diverso è il concetto metafisico di sostanza che è l’idea di un portatore delle proprietà che sta alla loro base ed è diverso da esse (idea riconosciuta come sbagliata a pp.245-253). Schlick dice che il concetto scientifico di materia affina la rappresentazione metafisica di sostanza perché, al posto del concatenamento associativo, introduce un nesso legiforme di qualità che però nemmeno può dare la possibilità di fondare a priori la proposizione sintetica del persistere della sostanza. Mentre Kant dice che in tutti i mutamenti del mondo la sostanza rimane e solo gli accidenti cambiano, Schlick obietta che invece la credenza in un assoluto sorgere e svanire c’è tradizionalmente stata e rimane ammissibile in quanto ogni dimostrazione contraria non risulta cogente. Inoltre nella scienza l’idea di sostanza ha perso terreno sostituita dall’idea appunto della materia come nesso di qualità che cambiano in maniera legiforme. Oggi più che di conservazione della massa si parla di conservazione dell’energia, anche se l’energetismo è solo un tipo possibile di descrizione senza largo seguito, senza contare che anche il principio di conservazione dell’energia potrebbe essere valido solo approssimativamente. Schlick dice che la sola cosa che la scienza deve tenere per fermo è il ritrovare l’uguale nel diverso, le stesse leggi all’interno di processi temporali. L’immutabilità della sostanza si è risolta nella costanza della legiformità delle interconnessioni. Perciò la sostanza non è una categoria, né vi sono su di essa proposizioni sintetiche apriori. L’ultima solita base sembrerebbe il concetto di legge, cosicché la legiformità del mondo potrebbe venire affermata a priori. Poiché la categoria di legge si riporta a quella di causa, la categoria fondante potrebbe essere quella di causalità. L’affermazione del principio di causalità (ogni evento ha una causa da cui discende necessariamente) è identica all’affermazione di una ininterrotta legiformità di tutto ciò che accade. Se non vi fosse tale principio, il processo B (causato da A) non sarebbe determinato da alcunchè. Ma le regole che asseriscono tali relazioni sono le leggi di natura, per cui il principio causale significa semplicemente che tutto ciò che accade è governato da leggi. Ma questa, si chiede Schlick, è una proposizione sintetica a priori oppure una convenzione oppure un ipotesi avanzata sulla base di certe esperienze ? Le prime due possibilità per Schlick si dovrebbero escludere se almeno  in qualche campo si potesse mettere ragionevolmente in dubbio che il principio causale possieda una validità universale e necessaria. Schlick dice che nella fisica moderna ci sono esperienze che mettono in dubbio l’assunzione di esistenza di processi causali (ad es. all’interno dell’atomo). Il fatto stesso che determinate esperienze ci esortino a prendere in considerazione tali possibilità, vale come indicazione che il principio di causalità è un ipotesi (Dingler, Frank). La tesi invece della causalità come convenzione è da scartare perché il concetto così determinato non è realmente quello con cui opera la scienza, né è utilizzabile per descrivere ciò che accade. La tesi kantiana sul carattere a priori della causalità si basava sulla tesi di Hume che la causazione non è oggetto di percezione, mentre lo è solo la temporalità, per cui Kant ipotizzava che la causalità è un concetto originale che è solo la ragione a portare nelle apparenze. Schlick obietta che nell’idea di causalità non c’è l’idea di un legame, ma solo quella di una regolarità di successione per cui non c’è bisogno di concepire la causalità come una categoria a sé. La legge di natura non è un potere ma solo una regola di successione, non è una prescrizione ma una descrizione. Perciò noi crediamo nella causalità, ma la sua validità non è stabilita a priori.
  • Schlick dunque esamina le ultime tre categorie di esistenza, possibilità, necessità. Per Schlick tali concetti sono solo segni per stati soggettivi nella coscienza del soggetto giudicante. Il giudizio problematico “S  può essere P” designa uno stato di incertezza, mentre “S deve essere P” designa uno stato di certezza. Tali sentimenti vengono empiricamente percepiti ed offrono la base per l’applicazione di quei concetti. La parola “necessità” è, come “libertà”, un concetto antropomorfico e presuppone l’esperienza della coercizione. Essa ha un senso immediato solo nell’applicazione all’agire di esseri dotati della volontà. Un evento ha luogo o non ha luogo ed aggiungervi “necessariamente” è privo di significato. E’ come se si volesse chiedere se la luna si muove con facilità o difficoltà intorno alla Terra. Queste sono traslazioni ingiustificate di concetti che hanno un senso specificabile solo per la sfera emozionale. La situazione è analoga nel caso della possibilità : come cioè l’esistenza non ha un grado più basso di realtà della necessità, così pure il possibile coincide con il reale. Infatti quello che non è reale non è nemmeno possibile, perché se mancano le condizioni perché avvenga esso non può avvenire. Un evento non reale lo possiamo designare come possibile solo finché non sappiamo se le cause che portano al suo accadere sono presenti : se queste ci sono, esso è reale, se invece non ci sono esso non è reale. Non c’è una terza eventualità. Naturalmente noi definiamo come reale anche il reale passato e futuro. Se invece questo lo definiamo “possibile” il termine perde il suo specifico significato. Dunque l’asserto “Questo evento è possibile” non è un giudizio sull’accadere oggettivo, ma designa solo lo stato incerto della nostra conoscenza circa i rapporti che condizionano l’evento, cioè il giudizio problematico “S può essere P” equivale ad un giudizio categorico “Q è R”, dove Q ed R si riferiscono a stati psichici del soggetto giudicante. Naturalmente, aggiunge Schlick,  si può anche trovare un altro senso del termine “possibilità” e cioè “compatibilità con le leggi di natura”. Ciò che accade nel mondo viene determinato non solo dalle leggi che lo governano (condizioni formali kantiane; equazioni differenziali), ma anche degli stati presenti in un certo tempo (condizioni iniziali, condizioni limite, condizioni materiali kantiane). Poiché a motivo dell’infinita molteplicità di ciò che è presente, noi non possiamo conoscerlo perfettamente, ma conosciamo le leggi che lo governano e ci sentiamo sicuri di questo, cioè che un determinato evento non accadrà mai se contraddice le leggi di natura. Posto però che sia compatibile con esse, in nessun caso sappiamo esattamente se saranno soddisfatte le condizioni materiali perché esso accada. Rimane un’incertezza e si comprende perché dal primo concetto di possibilità si giunga al secondo, ma sappiamo che le leggi di natura non gli sono contro. In questo secondo caso, dice Schlick, come situazione di fatto designata dal giudizio problematico tipo “La guerra può durare cent’anni”, è da riguardare non lo stato soggettivo d’incertezza, ma il fatto oggettivo che il concetto dell’evento giudicato non va contro i concetti delle leggi di natura. A tale fatto noi possiamo coordinare un giudizio categorico. Parimenti il giudizio apodittico “S deve essere P” è identico a “S è P” o indica un sentimento di coazione psichica al giudicare, che pure può essere espresso da un giudizio categorico. Dunque necessità e possibilità pure non sono forme del pensiero, ma segni per stati di fatto in cui ci si è imbattuti.

 

 

 

 

 Categorie e giudizio

 

Schlick conclude che la relazione con cui abbiamo a che fare in ogni giudizio non può dirsi prodotta dal giudizio stesso, ma precede logicamente e psicologicamente il giudizio. Le relazioni non sono forme del pensiero, ma sono forme del dato ed in questo concordano con la spazio-temporalità delle nostre intuizioni.

Il neokantiano Munch conviene che sono date certe forme di coordinazione, ma nega che esse siano categorie. Schlick obietta che, a tal punto, non c’è bisogno di categorie, dal momento che pensare non si risolve in diverse funzioni logiche, ma in una sola : coordinare. Infatti il coordinare due oggetti fra loro (rapportarli) è un atto fondamentale della coscienza, qualcosa di ultimo e di semplice, intuito anche da Dedekind.

Nel pensare, dice Schlick, non c’è altra correlazione che la coordinazione (il rapportare). Le rimanenti relazioni sono oggetti. Dunque non vi sono due specie diverse di giudizi. Ogni giudizio è categorico o si lascia tradurre in un giudizio categorico. Lo abbiamo già visto per i giudizi problematici e apodittici. Ma ciò vale anche per gli altri :

  • Il giudizio ipotetico “se A è, allora B è  è convertibile in “A è la causa di B”. La relazione in tal caso non è la forma del giudizio ma l’oggetto dell’atto del giudizio.
  • Schlick dice che molti contenuti di asserzione possono essere resi nella maniera più comoda attraverso determinate forme linguistiche. Da qui sorge l’errore, come non si trattasse di differenti contenuti, ma solo di differenti forme del pensiero. Ma Schlick obietta che ciò che fa la differenza tra le singole specie di giudizi non sta nei giudizi stessi, quanto negli oggetti giudicati.
  • C’è un solo tipo di giudizio, quello categorico, e c’è un solo tipo di relazione formale, la coordinazione (o designazione). Il pensiero non crea le relazioni della realtà, giacché non ha nessuna forma che può imprimere alla realtà, mentre quest’ultima non si lascia imprimere forme, perché è già da sé provvista di forma, mentre la coscienza è una sezione della realtà. Poiché la tesi che la coscienza detti le proprie leggi alla natura era l’ultima possibilità per una conoscenza universalmente valida, allora non possiamo giungere mai ad una conoscenza assolutamente certa. Non ci sono giudizi sintetici a priori.
  • Infine Schlick risponde alla critica di Reichenbach per il quale l’univocità di designazione (la coordinazione) fosse una sorta di sintetico a priori. Schlick risponde che la spiegazione che si dà della conoscenza e della verità tramite il concetto di coordinazione è una mera definizione  e dunque un giudizio puramente analitico.

  

 

 Il problema semantico e l’errore dei neokantiani

 

La concezione dei concetti come puri segni e l’eliminazione della dimensione semantica rendono la tesi di Schlick angusta e manchevole. Storicamente le convenzioni stipulative non sono mai state del tutto arbitrarie, ma hanno sempre presupposto un sostrato semantico preesistente. Schlick, dicendo che tra pensiero e realtà c’è un rapporto del tutto contingente non tiene conto del fatto che già il significato è un riferimento oggettivo del segno (altrimenti non sarebbero possibili nemmeno le verità logiche che non sembrano ancorate alla realtà esterna)

Schlick ha però ragione a dire che il carattere imperfetto attiene alla cognizione della cosa, ma non alla cosa stessa. Egli aggiunge che il fatto che la conoscenza consista di una mediazione non implica che l’oggetto di tale conoscenza consista anch’esso della mediazione conoscitiva. I neokantiani già erroneamente presuppongono che l’oggetto si riduca a ciò che sappiamo di esso. Il realismo però porta necessariamente alla concezione meinonghiana dell’extra-essere, cioè di un Essere al di là del pensiero. A questo proposito Schlick concorda giustamente con Natorp per rivendicare la natura infinitamente complessa e relazionale dell’oggetto (l’intuizione dello Hua-yen Sutra).

Se inoltre per Garland, non essendo la scienza una finzione, essa è la realtà, mentre per Schlick, essendo la scienza un segno, essa può ben essere una finzione, allora si può trovare una sintesi in questa concezione : il fatto che un ente possa essere segno di un altro ente è l’evidenza fenomenologica della complessità relazionale della realtà. Ed è il rapporto monadico di un ente con tutti gli altri che fonda il carattere convenzionale del rapporto segnico. La scienza non esaurisce la realtà, ma la possibilità della scienza ci dice qualcosa di ontologicamente fondamentale sulla realtà stessa. Schlick fa giustamente notare che la cosa in sé non è indeterminata negativamente (per lui la determinazione è il pensiero) ma è indeterminata positivamente (è cioè un plesso di infinite proprietà e relazioni). Se poi il pensiero determina l’Essere, esso lo determina liberamente, secondo infinite prospettive e griglie categoriali, Se invece, come dice Rickert, si è costretti a non poter giudicare altrimenti, allora si è comunque all’interno di una forma di realismo (ossia di una visione per cui la struttura dell’Essere non è a disposizione della soggettività).

L’idealismo soggettivistico è il malinteso per cui, misconoscendo l’oggettività della dimensione semantica (le idee platoniche), ma considerandola essenziale per la conoscenza dell’oggetto, si riduce l’oggetto stesso alla conoscenza che si ha di esso, quando invece già il sinn è un oggetto ad un certo livello di esistenza. Schlick d’altro canto fa l’errore opposto di eliminare la dimensione semantica per garantire l’autonomia dell’oggetto dalla conoscenza che si ha di esso. Forse pensare è determinare, ma il determinare non è soltanto pensare. Schlick ha forse ragione nel dire che definire il determinare come un predicare attraverso concetti si presuppone quello che va dimostrato.

Schlick ha però torto nell’individuare nel contenuto della sensazione qualcosa di non ulteriormente interpretabile.

 

 

L’unità del molteplice, le relazioni e le categorie

 

Quanto alle riflessioni che Schlick fa sulla filosofia di Kant e sulla dottrina delle categorie va osservato quanto segue :

In primo luogo l’immaginazione di Kant può essere assimilata al linguaggio visivo della geometria che costituisce il modello, mentre il linguaggio categoriale costituisce l’uso del modello, la traduzione del segnale in segno, del linguaggio visivo (o multisensoriale) in linguaggio verbale (le categorie sanciscono la riduzione della semiotica a linguistica). Oppure l’immaginazione kantiana può essere assimilabile alla proposizione (che è neutra rispetto al grado di esistenza da attribuire ad un oggetto), mentre l’intelletto corrisponde alla asserzione (la quale afferma come vero ad un certo livello di realtà il contenuto della proposizione).

 In secondo luogo se si propende per una concezione realistica, le relazioni preesistono agli atti dell’intelletto che secondo Kant le costituiscono. Schlick istituisce una gerarchia tra relazioni più o meno immediate che in realtà è soltanto apparente. Le relazioni spaziali come pure quelle di somiglianza e differenza hanno entrambe come basi dei dati sensoriali (il colore o la posizione dello spazio rispetto al nostro corpo), ma sono entrambe qualcosa di più astratto rispetto a queste proprietà. Inoltre Schlick confonde la distanza spaziale tra un oggetto ed un altro (con tutto quello che la caratterizza visivamente) con la relazione spaziale (ad es. essere a destra di … o più vicina ad x che a y) esistente tra questi due oggetti, relazione che è astratta quanto quella di differenza tra i due oggetti stessi. Kant potrebbe considerare tale argomentazione di Schlick una prova del carattere intuitivo dello spazio e del tempo.

In terzo luogo Schlick dice che, tra un ritmo in ¾ ed un ritmo in 6/8, sussiste una differenza percettiva immediata. In realtà la differenza immediata sussiste tra due suoni o complessi di suoni e non tra due ritmi. La diversità tra suoni viene in un secondo momento spiegata come differenza tra ritmi, ma non è immediatamente differenza tra ritmi.

Inoltre Schlick poi è ambiguo nel definire le relazioni temporali : esse sono immediatamente percepibili o no ? Il fatto è che la percezione sembra essere limitata al presente,  ma il presente percettivo non è il presente fisico, cioè quello legato agli eventi nel loro oggettivo verificarsi. Quando ascolti una melodia, le note si succedono nel tempo, ma tu percepisci la melodia nel presente, per cui il presente percettivo raccoglie più eventi, più dati sensoriali inseriti in una serie temporale. La percezione si distingue dalla sensazione (sempre che l’esistenza di quest’ultima sia immediatamente evidente e non si inferisca dall’analisi dei contenuti della percezione) ed è già un’interpretazione. Alla luce di ciò, le relazioni temporali sono immediatamente percepibili ? C’è un  rapporto tra percezione e immediatezza ? La percezione può essere immediata ? O qualcosa di immediato è già di per sé un che di mistico e cioè di non determinabile ?

Kant diceva che l’unità del molteplice nella rappresentazione era resa possibile dal fatto che tale molteplice era rappresentato da un’Io unitario. In realtà tale unità era evidenziata dal fatto che il contenuto, per quanto molteplice, era designabile con un termine unico. Quando questo succede, l’unità dell’Io non c’entra niente (che c’entra infatti l’unità della coscienza con l’unificazione dei contenuti tramite l’uso delle categorie ?), ma la designazione unica di un contenuto molteplice rimanda ad una natura unitaria del molteplice stesso, che altrimenti non potrebbe nemmeno essere designato come “molteplice” e addirittura come “Il molteplice”. Dunque è vero che unità e molteplicità sono categorie complementari ma l’unità ha una leggera prevalenza sulla molteplicità.

Anche Schlick parla di unità della coscienza quando si tratta della continuità dell’ambito fenomenologico, continuità che non ha bisogno di un soggetto per essere garantita, ma è data in quanto è l’apparire di una unità ontologica sottostante. Inoltre non è vero che dire che l’unità della coscienza che  si realizzi tramite l’applicazione delle categorie presupponga l’esistenza di giudizi sintetici apriori.

Schlick però ha ragione nel dire che parlare di spontaneità e ricettività non ha molto senso in campo epistemologico, quanto ne ha invece nel campo pratico. Questo a nostro parere in quanto la soggettività è una categoria pratica e non teoretico-ontologica. Come dice lo stesso Schlick, il mondo delle datità è un flusso continuo dove molte distinzioni non hanno senso.

Quanto alla radice psicologistica delle relazioni più astratte, Schlick confonde qui il piano logico con il piano genetico e confonde perciò la dimensione meta-linguistica con la dimensione psichica, mentre quest’ultima, assieme all’Io, è solo il presentarsi della dimensione meta-logica e cioè dell’illimitatezza del Logos.

Per Schlick la sussistenza di ciò che non è asserito sta solo nell’involucro psichico e linguistico di ciò che è pensato. Ma da sé psichico e linguistico non sarebbero quelli che sono senza l’intenzionalità e cioè senza il riferimento ad un contenuto ideale oggettivamente sussistente.

Se il correlato psichico delle relazioni astratte sono mere associazioni, come poi esse diventano pensiero vero e proprio ? Cos’è un’associazione ? Un legame fisicale o una relazione logica ? E se è una via di mezzo, come può essere possibile una via di mezzo tra fisico e logico, tra mancanza di senso e distanza semantica ? Come l’accidentalità contingente delle associazioni può avere come correlato una significativa distinzione tra relazioni logiche, senza a sua volta presupporre una dimensione semantica preesistente di cui le associazioni psichiche e/o neuroniche sono un’occasione di concretizzazione ?

Inoltre se la categorizzazione è accidentale, come invece può essere oggettiva l’aritmetica il cui contenuto segue dalle categorie logiche ? In realtà altro è dire che un oggetto può essere visto sotto diversi punti di vista, altro è dire che le conseguenze dell’uso di una categoria al posto di un'altra siano anch’esse accidentali.

 

 

 

Realtà, sostanza e causalità

 

Schlick poi nota che “realtà” ed “esistenza” siano la stessa cosa, ma questo può essere discutibile. Oltretutto egli fa giustamente notare che, se il reale è ciò cui si applicano le categorie, come può essere esso stesso una categoria ? C’è dunque una categoria dominante a cui si applicano le altre, come la sostanza in Aristotele ?

Schlick poi non pensa che la sostanza, più che qualcosa cui si aggiungono le qualità, sia l’insieme delle qualità, esistente ad un livello diverso (e perciò autonomo) dal punto di vista logico.

L’aspettativa di una relazione tra due qualità e l’esistenza di tale relazione in un mondo possibile che può non coincidere con quello fenomenologico

Come può esserci un assoluto sorgere e svanire, se essi sono equivalenti ad una equazione tra un numero positivo e zero ? L’assoluto sorgere e svanire non è una contraddizione in sé ? La possibilità di un assoluto sorgere e svanire è equivalente alla possibilità di una contraddizione.

Il ritrovare l’uguale nel diverso non equivale al designare una sostanza al di là degli accidenti ? Se le leggi sono qualcosa di costante nel tempo, esse costituiscono la sostanza. E del resto, le leggi non stabiliscono eguaglianze ? E dunque le leggi non rinviano a qualcosa di costante ? E questo qualcosa non può essere una sostanza ?

Perché “legge” si correla a “causa” ? La legge si correla anche al concetto di sostanza ed a quello di identità. Come si correlerebbero al concetto di causa le leggi di conservazione ?

Ogni evento ha una causa  non è il principio di causalità, ma il principio di ragion sufficiente. Il principio di causalità è invece “data una relazione causale tra due eventi, tale relazione si applica universalmente”.

Schlick dice che basta mettere in dubbio l’esistenza di relazioni causali in un ambito determinato, che la causalità stessa si rivela perciò essere un principio non a priori ma un’ipotesi empirica. Noi invece diremmo che, se la causalità può essere negata, non può invece essere negato il principio di ragion sufficiente. Mettere in dubbio qualcosa non implica che questo qualcosa non sia a priori (implica solo che l’apriori non sia innegabile). Perché qualcosa non sia a priori bisogna immaginare e determinare un’alternativa che non sia ad es. la semplice assenza della causalità (assenza che è l’accidentalità).

Schlick sbaglia a dire che la causalità si riduca a regolarità di successione, altrimenti il giorno sarebbe causa della notte. Oltretutto nella causalità c’è la pretesa di cercare nell’antecedente il fattore determinante. 

 

 Le categorie modali

 

S può essere P” non è traducibile solo nella proposizione psicologica “non so con sicurezza se S sia P”. Ma si traduce in una proposizione del tipo “in almeno un mondo possibile S è P”. Per mondo possibile s’intende un insieme di stati di cose descritti da un sistema coerente di proposizioni. “S può essere P” si traduce perciò in “(S è P) è uno stato di cose non contraddittorio”.

Neanche la necessità è un concetto psicologico, ma esso vuole dire “in tutti i mondi possibili S è P”. Oltretutto la necessità non si contrappone alla libertà, ma alla contingenza. Alla libertà si contrappone la coercizione. “Un evento ha luogo necessariamente” non è una proposizione senza senso, ma significa “un evento ha luogo in tutti i mondi possibili”.

Schlick poi pensa che ci sia un solo livello di realtà, ma in questo sbaglia : i livelli di realtà sono molteplici. Egli argomenta che quello che non è reale non è neanche possibile perché mancano i fattori che determinano la sua esistenza. Questo è un argomento sbagliato : ciò cui mancano i fattori perché esista è appunto il possibile. Il possibile è ciò che non può essere nel momento in cui mancano i suoi fattori causali, ma che può sempre essere in uno degli istanti di quella classe di istanti che è il tempo futuro. Un evento esiste o non esiste rispetto ad un determinato istante. Un evento può essere o non essere rispetto ad una determinata classe di istanti.

Oltretutto “possibile” vuol dire “esistente ad un livello di realtà prossimo a quello dell’effettività” per cui come dice Schlick il possibile è esistente e ciò che non esiste in nessun mondo possibile è appunto l’impossibile. Non c’è però alcuna dissoluzione del concetto di possibile.

Esistenza, possibilità, necessità, sono categorie che presuppongono diversi livelli di realtà. Non si riduce tutto alla dicotomia tra esistenza e non esistenza. Ci sono diverse proposizioni rilevanti a questo proposito : “esiste in tutti i mondi possibili”, “esiste in almeno un mondo possibile”, “esiste in questo mondo possibile”, “non esiste in alcun mondo possibile”.

Schlick confessa poi candidamente di considerare poi come reale presente passato e futuro. Di fronte a tale dissimulato neoparmenideismo è ovvio che svaniscono le categorie modali. Tuttavia esistono più mondi possibili per cui vi sono più sequenze passato/presente/futuro. Perciò le categorie modali uscite dalla porta rientrano dalla finestra.

Per Schlick “S può essere P” si può tradurre nella proposizione psicologica “Q è R”. In realtà la traduzione della proposizione modale in una proposizione categorica si può fare senza ricorrere allo psicologismo, ma usando una proposizione metalinguistica. “S può essere P” diventa “esiste la possibilità che S sia P” o meglio ancora “è possibile (S è P)”.

Schlick poi ammette che esiste un’accezione di possibilità come ciò che può essere inserito come argomento (oggetto) all’interno di una legge di natura. La legge diventa come una regola di deduzione e l’evento possibile diventa la premessa di un assioma e la sua conclusione. Ad es. in

{ [(p implica q) et p] implica q}, (p implica q) è la legge di natura, (p) e (q) in (p implica q) sono possibilità (una intesa come fattore causale e l’altra intesa come effetto), mentre (p) e (q) separatamente sono eventi in atto (una intesa come fattore causale e l’altra intesa come effetto necessario).

Da ciò si vede come (p) e (q) in (p implica q) sono ad un tempo possibilità e puri pensati (“p”). Per cui c’è uno stretto rapporto tra possibilità e pensiero (inteso come immaginazione).

Ci sono due livelli di possibilità : possibilità logica (lo stato di cose descritto non è contraddittorio) e possibilità fisica (lo stato di cose descritto non è in contraddizione con le leggi della fisica). Schlick traduce “se A allora B” in “A è causa di B”. ciò implica la entificazione degli eventi, ovvero la trasformazione di una proposizione linguistica in una proposizione metalinguistica. “Se piove, prendo l’ombrello” diventa “(piove) implica (prendo l’ombrello)” ovvero “ il piovere è causa del prendere l’ombrello”. Schlick osserva giustamente che la relazione in tal caso non è forma del giudizio ma oggetto del giudizio stesso.

Traducendo tutte le proposizioni in proposizioni dichiarative e considerando la conoscenza come una sezione della realtà, Schlick abbraccia il naturalismo epistemologico, opzione condivisibile se si accetta che una sezione della realtà sia equivalente ed isomorfica con la realtà stessa, assunzione che implica tutta un’altra serie di presupposti per forza di cose metafisici (in quanto non riguardano la realtà esterna, ma il rapporto tra conoscenza e realtà esterna).

In campo algebrico le equazioni differenziali sono le regole di deduzione mentre le condizioni iniziali sono gli assiomi.

Schlick ha comunque ragione contro Kant a dire che il pensiero non costituisce le relazioni della realtà, in quanto non ha nessuna forma da imprimere mentre la realtà non si lascia imprimere delle forme in quanto è già da sé provvista di forma. In realtà le forme logiche stesse possono presentificarsi alla coscienza ma sono degli oggetti ideali ad un livello ontologico autonomo dalla coscienza stessa.

 

 

 

 

 L'ambiguità della designazione : nominare o predicare ?

 

 

Schlick poi ipotizza che tutte le categorie si riducano alla designazione. Ma cosa s’intende per designazione, il rapporto segno-designato oppure il rapporto tra soggetto e predicato ? Schlick sovrappone i due tipi di relazione e dunque da un lato fa confusione, ma dall’altro intuisce una verità. Cioè nella predicazione (relazione/contenuto) ogni oggetto è determinato ed ha un’essenza specifica (aristotelismo). Nella designazione (relazione/forma, relazione formale) ogni oggetto può essere in rapporto con qualsiasi altro nell’universo (relazionismo)

Schlick considera la designazione intesa come predicazione come l’operazione primaria da cui derivano “come contenuti” tutte le altre categorie, ma così non rimane qualcosa a priori. Schlick risponde a questa critica (fattagli già da Reichenbach) dicendo che l’equivalenza tra conoscenza e designazione è una definizione puramente analitica. Qui Schlick confonde pure due piani : che l’equivalenza tra conoscenza e designazione sia analitica va da sé e implica l’arbitrarietà della scelta della designazione come operazione fondamentale del conoscere. Ma definendo la conoscenza come designazione Schlick intende la designazione come operazione apriori, cioè come paradigma di conoscenza innegabile a cui tutte le presunte categorie vanno ridotte. Dicendo cioè “la conoscenza è designazione” Schlick fa una definizione arbitraria, ma intende individuare un’operazione a priori e cioè il designare. La sua definizione non è conoscenza, ma egli pretende che il designare sia conoscenza ! Schlick qui opera un bel sofisma : affermando l’arbitrio della sua definizione, egli vuole coprirne l’incoerenza del contenuto utilizzando la critica fatta a Kant circa l’esistenza di giudizi sintetici a priori.

L’ambiguità a tal proposito di Schlick la ritroviamo anche nell’identificare la predicazione a livello di contenuto (S è P) con la designazione a livello formale (“S” sta per S), per cui presenta un giudizio la cui forma dovrebbe valere a priori come se fosse un criterio empirico di validità. Egli cioè non si rende conto che la proposizione “non esistono proposizioni sintetiche a priori” è essa stessa una proposizione sintetica a priori e sconta dunque una contraddizione perlocutoria.

Il rapporto ambiguo tra la predicazione ed il rapporto aletico tra segno e designato ha qualcosa a che fare con la teoria della denotazione di Frege e Russell.

 

 

 

 

 

 

 


16 dicembre 2007

Frege e l'esistenza

  

Frege, l'esistenza e l'esperibilità

 

Frege nel dialogo con il teologo protestante Punjer chiede cosa significhi "è" in "Ciò che è....". Qualcosa di esperibile per noi ? Non è forse superfluo affermare l'esperibilità di qualcosa ? Se si ipotizza che ci sono rappresentazioni a cui non corrisponde alcunchè di esperibile, nell'enunciato "A è qualcosa di esperibile" il soggetto non linguistico è A oppure la rappresentazione di A ? Con l'affermazione di esperibilità viene determinato ciò da cui essa è predicata ? E se no, non è superfluo affermare l'esperibilità di qualcosa, dal momento che così non si apprende nulla di nuovo circa l'oggetto di tale affermazione ? Se poi "Questo è esperibile" vuol dire "La rappresentazione di 'questo' non è un'allucinazione" e dunque implica due specie di rappresentazione, allora il soggetto materiale di "A è qualcosa di esperibile" sarebbe la rappresentazione (che è ciò che è determinabile dall'attributo "esperibile").

In ogni enunciato, dice Frege, il soggetto concreto può essere raccolto in una classe e distinto da tutto ciò che non cade in questa classe. Negli enunciati "Ci sono uomini" o "Non ci sono centauri" si trova anche una classificazione. Essi però non classificando le cose, che in un caso neppure esistono e nell'altro non possono essere raccolte in una delle due classi, bensì classificano i concetti "uomo" e "centauro", assegnando il primo alla classe dei concetti sotto cui cade qualche oggetto, ed escludendo il secondo da questa classe. Perciò, per Frege,  i concetti costituiscono il soggetto materiale su cui vertono questi enunciati. Nel caso dell'esperibilità il soggetto è una rappresentazione, visto che si sta facendo una classificazione delle rappresentazioni. Si può dire anche che la rappresentazione ha la proprietà di avere qualcosa che le corrisponde. Non si può dire però che questo qualcosa sia esperibile, altrimenti "esperibile" verrebbe spiegato tramite se stesso (Una rappresentazione sarebbe esperibile quando ad essa corrisponde qualcosa di esperibile)

Inoltre se si ammette che l'oggetto della rappresentazione è diverso dall'immagine della rappresentazione stessa, quando abbiamo un'allucinazione della fata morgana, qual è l'oggetto della rappresentazione ?

 

 

Frege, i concetti e l'esistenza

 

Durante la disquisizione con Punjer, Frege dice che, per quel che riguarda enunciati come "Ci sono radici quadrate di 4", la differenza con giudizi come "Ci sono uomini" non sta nel "ci sono", ma nella diversità dei concetti "uomo" e "radice quadrata di '4'". Per uomo intendiamo qualcosa di autonomamente sussistente, per radice quadrata di 4 no .

Se si dice che ci sono oggetti di rappresentazioni che non sono stati prodotti da un'affezione dell'Io e dunque non esistono, nel caso "esistono" venga inteso come "esserci" ci troveremmo dinanzi ad una contraddizione.

"Ci sono esseri viventi" è poi per Frege l'enunciato  che "qualunque cosa si intenda con A, A non cade sotto il concetto 'essere vivente'" è falso. Il significato che si dà in questo caso ad A non deve essere soggetto ad alcuna restrizione. Dovendosene dire qualcosa potrebbe solo trattarsi di qualcosa di ovvio (un qualunque oggetto la cui definizione non implica alcuna contraddizione) intendendosi per ovvio ciò che non determina ulteriormente ciò su cui verte. Un affermazione verte sempre su qualcosa dal momento che "Ci sono affermazioni che non vertono su qualcosa" significherebbe "Ci sono giudizi nei quali non si può distinguere il soggetto dal predicato".

"Alcuni uomini sono tedeschi" equivale a "Ci sono uomini tedeschi", come pure "Sachse è un uomo" implica "Ci sono uomini", come pure "Sachse è un uomo" e "Sachse è un tedesco" implicano "Alcuni uomini sono tedeschi" o "Ci sono uomini tedeschi". Qualcuno potrebbe obiettare che "Alcuni uomini sono tedeschi" non significa la stessa cosa di "Ci sono uomini tedeschi" e che non è lecito inferire dal solo enunciato "Sachse è un uomo" che "Ci sono uomini", ma che si ha bisogno anche dell'enunciato "Sachse esiste"

A queste obiezioni Frege replica  che se "Sachse esiste" sta a significare "La parola 'Sachse' non è un mero suono, ma designa qualcosa" allora è giusto esigere che la condizione "Sachse esiste" sia soddisfatta. Ma qui non abbiamo a che fare con una nuova premessa, bensì con un ovvia presupposizione insita in tutte le nostre espressioni. Le regole della logica presuppongono sempre che le parole usate non siano vuote, che gli enunciati siano espressione di giudizi, che non si facciano solo giochi di parole. Non appena "Sachse è un uomo" diventa un giudizio effettivo, la parola "Sachse" deve designare qualcosa e quindi non ho bisogno di ulteriori premesse per potre dedurre "Ci sono uomini". La premessa "Sachse esiste" è superflua e sta a significare null'altro che quell'ovvia presupposizione di tutto il nostro pensiero. Saprebbe darmi un esempio in cui l'enunciato della forma "A è un B" ha senso ed è vero (dove A è il nome di un individuo), mentre l'enunciato "Ci sono B" è falso ? "Alcuni uomini sono tedeschi" può essere espresso anche così : "Una parte degli uomini cade sotto il concetto 'tedesco' ". Qui però per "parte" non si deve intendere una parte vuota, bensì una parte che contiene individui. Se così non fosse, non esisterebbe alcun uomo che è tedesco e si dovrebbe dire "Nessun uomo è tedesco". Ma questo è appunto il contraddittorio di "Alcuni uomini sono tedeschi". Pertanto si può per converso, inferire da "Alcuni uomini sono tedeschi" la proposizione "Ci sono uomini tedeschi".

 

 

Frege e l’esistenza

 

Frege, nel sintetizzare le questioni sorte durante la discussione con il pastore Punjer, dice che il problema consisteva nello stabilire se, analizzando gli enunciati “Questo tavolo esiste” e “Ci sono tavoli” il senso di “esiste” nel primo caso fosse equivalente a “Ci sono” nel secondo enunciato. Pare che una differenza ci sia, ma in che senso ? Per prima cosa, premette Frege, bisogna intendersi su come vada concepito un giudizio particolare affermativo contenente la parola “Alcuni” : in logica esso va inteso nel senso delle aggiunte esplicative del tipo “Forse anche tutti, ma almeno uno”.

In tal modo si potrebbe convertire un enunciato come “Alcuni uomini sono negri” in uno come “Alcuni negri sono uomini” (che vuol dire “Alcuni negri, fors’anche tutti, ma almeno un uomo è negro”).

Punjer, secondo Frege, proponeva che l’espressione “Esistono uomini” fosse equivalente in significato a “Qualche esistente è uomo”, ma l’espressione ha come predicato “l’essere uomo” e non l’esistenza. Di fatto però è l’esistenza che viene predicata.

Sin qui, aggiunge Frege si è sempre assunto che dal punto di vista di Punjer, la differenza di significato della parola “esiste” nei due enunciati “Leo Sachse esiste” e “Alcuni uomini esistono” è dello stesso genere di quella dell’espressione “è un tedesco” nei due enunciati “Leo Sachse è un tedesco” e “Alcuni uomini sono tedeschi” . Punjer , continua Frege, intende argomentare che “Ci sono uomini” significa lo stesso che “Tra gli enti c’è qualche uomo” oppure “Una parte di ente è uomo” oppure “Alcuni enti sono uomini”. Però per fare questo bisognava anche argomentare che l’espressione “essere” è usata in quest’ultimo caso nello stesso senso che nell’enunciato “Leo Sachse esiste”. Ora, dice Frege, si può convenire che l’espressione “Ci sono uomini” ha lo stesso significato di “Alcuni esistenti sono uomini”, ma solo a condizione che la parola “esistere” contenga un’affermazione ovvia e che dunque sia priva di contenuto. Se però l’enunciato “Leo Sachse è” è ovvio, allora nella parola “è” non può essere racchiuso lo stesso contenuto della parola “c’è” così come occorre nell’enunciato “Ci sono uomini”, poiché questo non dice nulla di ovvio. Quale che sia la formulazione (“Alcuni uomini esistono”, “Alcuni esistenti sono uomini”, “Esistono uomini”, “Ci sono uomini”, “Fra gli enti c’è qualche uomo”) l’errore consiste nel ritenere che il contenuto di tali affermazioni sia racchiuso nella parola “esistere”.

Ma non è così che stanno le cose : vi è contenuta solo la forma della predicazione, così come nell’enunciato “Il cielo è blu” la forma della predicazione è contenuta nella formula “è”. “Esistere” in quest’enunciato è una locuzione ausiliare come “Es” in “es regnet”. Come la lingua si è servita di “Es” come soggetto grammaticale, qui nella difficoltà di trovare un predicato grammaticale ha fatto ricorso ad “esistere”.

Che il contenuto dell’affermazione non risieda nella parola “esistere”, è dimostrato anche dal fatto che invece di esistere si potrebbe dire “identico a se stesso”. “Ci sono uomini” ha lo stesso significato di “Alcuni uomini sono identici a se stessi” oppure “Qualcosa di identico a  se stesso è un uomo”. Dall’enunciato “A è identico a se stesso” si apprende altrettanto poco di nuovo su A che dall’enunciato “A esiste”. Nessuno di questi due enunciati può venir negato ed in  entrambi si può sostituire ad A quel che si vuole e restano corretti. Essi non assegnano A ad una di due classi al fine di distinguerlo da un B che non vi appartiene. Si deve riconoscere che “Questo tavolo esiste” e “Questo tavolo è identico a se stesso” sono perfettamente ovvi e non vi si predica alcun contenuto genuino riguardo a questo tavolo.

Così come si potrebbero chiamare giudizi esistenziali enunciati come “Esistono uomini” assumendo che il contenuto dell’affermazione risieda nella parola “esistono”, allo stesso modo si potrebbero chiamare giudizi di identità enunciati come “Alcuni uomini sono identici a se stessi”. In questo caso “Ci sono uomini “ sarebbe un giudizio di identità. In generale potremmo scambiare “esistere” con “identico a se stesso” in ogni argomentazione volta a mostrare che il predicato dell’enunciato “Ci sono uomini” è rintracciabile nell’”esistere” di “Esistono uomini” senza con questo incorrere in nuovi errori.

Se però il contenuto dell’affermazione nel giudizio “Esistono uomini” non risiede nell’”esistono”, dov’è che risiede ? Nella forma del giudizio particolare : ogni giudizio particolare è un giudizio esistenziale, che può essere trasformato nella locuzione “Ci sono…”. Ad es. “Alcuni corpi sono leggeri” è lo stesso che “Ci sono corpi leggeri”, “Alcuni uccelli non volano” è lo stesso che “Ci sono uccelli che non volano”.

Più difficile è l’inverso: trasformare un enunciato con la locuzione “Ci sono…” in un giudizio particolare. La parola “Alcuni” non ha senso al di fuori del contesto e svolge la propria funzione logica solo nel contesto dell’enunciato. Tale funzione consiste nel mettere in una determinata relazione logica due concetti : nell’enunciato “Alcuni  uomini sono negri” i concetti “uomo” e “negro” vengono posti in questa relazione e c’è sempre bisogno di due concetti se si vuole formare un giudizio particolare. Naturalmente è facile passare dall’enunciato “Ci sono pesci volanti” all’enunciato “Alcuni pesci possono volare” perché si hanno due concetti “pesce” e “avente la possibilità di volare”. Le cose sono più difficili quando si opera sull’enunciato “Ci sono uomini”. Se si definisce “uomo” come “essere vivente razionale” si può anche dire “Alcuni esseri viventi sono razionali” e questo è equivalente a “Ci sono uomini”, assumendo la correttezza di quella definizione.

La correttezza di questo procedimento presuppone che si possa scomporre il concetto in due note caratteristiche. Un’altra possibilità è legata a questa. Se ad es. si vuole trasporre “ Ci sono negri” nella forma di un giudizio particolare si può porre : negro = negro che è uomo (dal momento che il concetto “negro” è subordinato al concetto “uomo”). In questo modo si hanno di nuovo due concetti e si può dire “Alcuni negri sono uomini”. Per l’enunciato “Ci sono betulle” si dovrebbe scegliere un altro concetto sovraordinato come ad es. “albero”. Volendo conferire completa generalità a questo procedimento, si deve cercare un concetto sovraordinato a tutti gli altri concetti. Tale concetto non avrà contenuto essendo la sua estensione illimitata ed ogni contenuto può consistere solo in una restrizione dell’estensione. Un concetto siffatto potrebbe essere “Identico a se stesso” : infatti si potrebbe dire che  ci sono uomini è lo stesso che “Alcuni uomini sono identici a se stessi” oppure “Qualcosa che è identico a se stesso è un uomo”.

La lingua però, dice Frege, ha scelto un’altra via. Per formare un concetto senza contenuto si è servita della copula, la mera forma dell’affermazione senza contenuto. In “Il cielo è blu” ciò che viene affermato è “è blu”, ma il contenuto vero e proprio dell’affermazione sta nella parola “blu”. Se la si omette resta un’affermazione senza contenuto (“Il cielo è”). Si può quindi dire : uomini = uomini che sono. “Ci sono uomini” è lo stesso che “Alcuni uomini sono” o “Qualche ente è uomo”. Il vero contenuto del predicato però non sta nella parola “ente”, ma nella forma del giudizio particolare. Si forma così il quasi-concetto di “ente”, senza contenuto e di estensione infinita. La parola “ente” è dunque un sotterfugio della lingua pere rendere possibile l’impiego della forma del giudizio particolare. Quando i filosofi parlano di “Essere assoluto” questa non è altro che una divinizzazione della copula.

 Ciò è accaduto perché si avvertì che ad es. l’enunciato “C’è un centro della massa terrestre” non è banale e l’affermazione ha un contenuto. Ed è anche perfettamente comprensibile che si sia ritenuto di rinvenire questo contenuto nella parola “esistere”, ricorrendo al giro di frase “Esiste un centro della massa terrestre”. Intorno alla parola “esistere” si addensò così un contenuto, senza che tuttavia nessuno fosse in grado di spiegare in cosa propriamente consistesse.

 

 

Frege e la contraddizione dell’oggetto possibile di esperienza

 

 

Punjer, conclude Frege, è stato indotto in affermazioni contraddittorie dall’errore principale di vedere nella parola “esistono” il contenuto dell’enunciato “Esistono uomini”. E’ stato facile persuaderlo che la negazione dell’enunciato “A è esperibile” è assurda se “essere esperibile” = “esistere”. Egli ha del pari dovuto convenire che predicando l’esperibilità non si determina ulteriormente ciò di cui essa viene predicata. D’altra parte egli voleva rivendicare un contenuto all’affermazione di esperibilità. Se infatti enunciati come “Questo tavolo esiste” dice qualcosa, non possono  contenere un predicato banale o superfluo. Egli, dice Frege, era indotto nella contraddizione di considerare la negazione dell’enunciato “Questo tavolo è esperibile” non come ovvia e superflua. Si trattava di scegliere dunque per la parola “esperibile” un contenuto tale che non la svuotasse di contenuto.

Secondo Punjer, il contenuto del giudizio “Questo è esperibile” potrebbe essere reso con “La rappresentazione del ‘questo’ non è un’allucinazione o una mia invenzione, bensì è una rappresentazione formata a causa di un’affezione dell’Io da parte del ‘questo’”. A ciò  Frege obietta che solo dopo aver formato il giudizio “A questa mia rappresentazione corrisponde qualcosa” si possono formare correttamente enunciati contenenti espressioni come “rappresentazione del ‘questo’” etc. . Infatti se alla mia rappresentazione non corrisponde nulla, l’espressione “rappresentazione del ‘questo’” è senza senso. Inoltre, dice Frege, Punjer da un lato voleva che “L’oggetto della rappresentazione B è esperibile” avesse senso compiuto, ma che al tempo stesso la negazione di “L’oggetto della rappresentazione B è esperibile” fosse assurda. Ma è impossibile conferire al predicato “esperibile” un senso che non sia ovvio ed al tempo stesso voler mantenere nella sua generalità l’idea che negare l’esperibilità non abbia senso. Il concetto di esperibilità acquista un contenuto solo attraverso il restringimento della sua estensione. Tutti gli oggetti si dividono in due classi, quelli dell’esperienza e quelli della rappresentazione e questi ultimi non cadono tutti sotto il predicato esperibile. Dunque non ogni concetto è subordinato al concetto di “esperibile

Se ne deduce inoltre che il concetto di esperibilità non è in generale atto a trasporre un giudizio che ha l’espressione “c’è” nella forma di un giudizio particolare. Punjer cadeva in contraddizione nel momento in cui sulla base delle sue incoerenti premesse esistevano oggetti di rappresentazione non formati sulla base di un’affezione dell’Io  e  dunque che fra quanto è esperibile (esistente etc) vi è (esiste, è esperibile) qualcosa di non esperibile (oggetti non formati sulla base di un’ affezione dell’Io) .

Frege conclude che si può anche dire che dalle due premesse “Ci sono oggetti di rappresentazioni che non sono formate sulla base di un’affezione dell’Io” e “Gli oggetti delle rappresentazioni che non sono formate sulla base di un’affezione dell’Io non sono esperibili” segue la conclusione contraddittoria (se “ci sono” è sinonimo di “essere esperibili”)  Ci sono oggetti di rappresentazioni non esperibili

 

Frege e la contraddizione dell’Essere

 

Riassumendo Frege dice :

1. Se si intende conferire alla parola “essere” un significato tale per cui l’enunciato “A è” non sia ovvio e ridondante, si è costretti ad ammettere che la negazione dell’enunciato “A è” è in certe circostanze possibile, vale a dire che ci sono oggetti ai quali si deve negare l’essere. Allora però il concetto di “Essere” non è più in generale idoneo per servire alla spiegazione dell’espressione “C’è” in modo tale che “Ci sono B” risulti equivalente in significato a “Qualche ente cade sotto il concetto B”. Se però applichiamo a questa parafrasi a “Ci sono soggetti cui deve essere negato l’essere” otteniamo “Qualche ente cade sotto il concetto di non-ente” oppure “Qualche ente non è”. Di qui non se ne esce dando al concetto di ente un significato arbitrario qualsiasi. E’ invece necessario se la spiegazione dell’equivalenza di “Ci sono B” e “Qualche ente è B” ha da essere corretta, che per “Essere” si intenda qualcosa di perfettamente ovvio

2. Per questo la contraddizione continua a sussistere anche se si dice che “A esiste” significa “La rappresentazione di A è prodotta sulla base di un’affezione dell’Io”. In questo casi ci sono anche difficoltà ulteriori : ad es. quando Leverrier si pose la domanda se oltre l’orbita di Urano ci fossero pianeti, non si pose il quesito se la sua rappresentazione di un pianeta oltre l’orbita di Urano fosse sorta o potesse sorgere sulla base di un’affezione dell’Io. Quando si discetta intorno all’esistenza di Dio non si contende intorno alla questione se la nostra rappresentazione di un Dio sia o possa essere sorta sulla base di un’affezione dell’Io. Molti di coloro che credono che ci sia un Dio, negheranno che la loro rappresentazione di Dio sia sorta sulla base di un’affezione immediata dell’Io da parte di Dio.

3. Si può affermare che i significati della parola “esistere”negli enunciati “Leo Sachse esiste” e “Alcuni uomini esistono” non presentano una differenza più marcata di “essere un tedesco” in “Leo Sachse è un tedesco” e “Alcuni uomini sono tedeschi”. Ma gli enunciati “Alcuni uomini esistono” o “Qualche esistente è uomo” hanno lo stesso significato di “Ci sono uomini” solo se il concetto “esistente” sia  sovraordinato al concetto “uomo”. Se dunque quei due modi di esprimersi devono essere generalmente equivalenti, il concetto di “esistente” deve essere sovraordinato ad ogni concetto. Ma questo è possibile solo se la parola “esistere” significa qualcosa di completamente ovvio, di modo che con l’enunciato “Leo Sachse esiste” non venga detto proprio nulla e che nell’enunciato “Alcuni uomini esistono” il contenuto di ciò che si afferma non stia nella parola “esistono”.

4. L’esistenza espressa mediante l’espressione “c’è” non è contenuta nella parola “esistere”, bensì nella forma del giudizio particolare. “Alcuni uomini sono tedeschi” va altrettanto bene come giudizio esistenziale di “Alcuni uomini esistono”. Non appena però si conferisce contenuto alla parola “esistere” così da poterla affermare di un singolo, allora questo contenuto può diventare anche una nota caratteristica di un oggetto, sotto cui cada il singolo del quale viene predicata l’esistenza. Se ad esempio si divide tutto in due classi, ciò che è nel mio spirito e ciò che è fuori di me e si dice di quest’ultimo che esiste, in tal caso si può concepire l’esistenza come una nota caratteristica del concetto di centauro, sebbene non vi siano centauri. Io non riconoscerei come centauro nulla che non fosse fuori dal mio spirito, vale a dire non chiamerei “centauri” le mie mere rappresentazioni 

5. L’esistenza espressa con le parole “c’è” non può essere nota caratteristica del concetto di cui è una proprietà, appunto per il fatto che è una sua proprietà. Nell’enunciato “Ci sono uomini” sembra che si parli di individui che cadono sotto il concetto “uomo”, mentre invece si sta parlando solo del concetto “uomo”. Il contenuto della parola “esistere” non può essere considerato una nota caratteristica di un concetto, perché esistere non ha alcun contenuto, cos’ come è impiegato nell’enunciato “Esistono uomini”.

6. Si comprende di qui con quale facilità la lingua ci seduce in false concezioni e quale importanza possa avere per la filosofia di sottrarsi al dominio della lingua. Quando si cerca di edificare un sistema di segni su fondamenta e con strumenti completamente diversi si va a  sbattere il naso contro le false analogie della lingua.

 




Più accezioni di esperibilità

 

In primo luogo va notato che "è" si riferisce ad un insieme di oggetti più vasto di quello a cui si riferisce "ciò che è esperibile", a meno che fenomenologicamente nel concetto di "esperibilità" rientri anche quello di "pensabilità". E nemmeno in questo caso forse dal momento che ci potrebbero essere entità impensabili nelle loro concrete determinazioni (esse sarebbero cioè categorizzabili solo come "impensabili")

Dunque dobbiamo distinguere tra esperibilità intesa come possibilità di un oggetto di essere accessibile ai sensi ed esperibilità intesa come possibilità di un oggetto di essere oggetto intenzionale, fenomenologicamente inteso. Un oggetto pensato o desiderato non è oggetto di esperienza se usiamo la prima definizione, ma lo è se usiamo la seconda.

E' superfluo affermare l'esperibilità di qualcosa ? Sicuramente no se ci chiediamo se un oggetto possa avere le proprietà adatte perchè sia accessibile ai sensi, se cioè si discute di entità che si reputano situate nel mondo fisico, ambito che è diverso dal mondo spazio-temporalmente inteso dal momento che molti oggetti dell'immaginazione possono avere relazioni spaziali e temporali tra di loro.

Anche dire che con l'affermazione di "esperibilità" non viene in alcun modo determinato ciò di cui essa si predica è quanto meno incauto, dal momento che se si accetta la prima definizione di "esperibilità", questa ci può suggerire che l'oggetto di cui essa si predica ha altre proprietà. Dunque si può anche dire che l'esperibilità sia un predicato.

 

Esistenza e non-senso

 

Quanto all'esistenza (che va distinta, come detto prima, dall'esperibilità quale che sia la definizione di quest'ultima che viene adottata) la questione è più spinosa, dal momento che si potrebbe dire che se l'esistenza non è un predicato, "x esiste" è o analitica o contraddittoria (e qualcuno potrebbe dire che la prova ontologica sia il tentativo di dimostrare il carattere analitico dell'esistenza di Dio). Magari qualcuno potrebbe parlare di "unsinnig" o "sinnlos", ma questi sono termini a loro volta vaghi e utili retoricamente ad hoc (si dicono "insensati" i termini non compresi nel personalissimo vocabolario di chi scrive)

 

Rappresentazione, concetto e livelli di esistenza

 

"A è esperibile" costringe Frege a chiedersi quale sia il soggetto logico della proposizione proprio in quanto non si distingue tra diversi livelli di esistenza : in realtà il soggetto è l'ente A, che ha un certo livello di esistenza (è immaginato o pensato), e di cui si afferma l'inclusione anche in un altro livello di esistenza (può cioè essere accessibile ai sensi). La locuzione "rappresentazione di A" è spesso controproducente nel discorso ontologico (magari non lo è nel discorso prasseologico), dal momento che si rimuove il fatto che "la rappresentazione di A" è "A inteso nel livello immaginario di esistenza" : in pratica la rappresentazione di A non è altro da A, se non in un senso molto specifico, che qui non ha rilevanza.

Dire poi che nei giudizi esistenziali il soggetto logico è un concetto e non un oggetto, da un lato è dare eccessiva importanza ed un'interpretazione capziosa allo spostamento da un livello di linguaggio oggetto ad un livello di metalinguaggio, dall'altro lato rinvia semplicemente la questione giacchè la paradossalità dell'oggetto che non esiste viene sostituita dalla nozione di un concetto privo di oggetti (che si tradurrebbe nella analoga paradossalità dell'insieme vuoto, o del predicato senza soggetto ) che può essere ritradotto con "Non esistono oggetti che cadono sotto il concetto A".

Quanto alla "fata Morgana" l'oggetto della rappresentazione è appunto la fata Morgana, dal momento che l'oggetto di una rappresentazione non è altro dal suo contenuto, a cui può contingentemente corrispondere l'oggetto di una sensazione.

 

 

Esistenza, concetti e impegno del parlante

 

Perchè la parola "esiste" ha diverse accezioni ? Ed utilizzare una parafrasi dove non ci sia "esiste" è sufficiente per risolvere il problema, se poi tale parafrasi può essere ritradotta con "esiste" ? Se solo un'opzione volontaristica può portarci ad utilizzare un determinato enunciato ?

Frege poi sembra avallare la concezione parmenidea dell'Essere quando dice che un affermazione verte sempre su qualcosa dal momento che "Ci sono affermazioni che non vertono su qualcosa" significherebbe "Ci sono giudizi nei quali non si può distinguere il soggetto dal predicato". Ma allora anche le affermazioni su concetti vertono su qualcosa e dunque anche i concetti possono essere gli oggetti di una proposizione. Dunque dire che un affermazione non è affermazione su oggetti, ma solo un'affermazione su concetti è quantomeno vaga se non del tutto errata. Inoltre in ogni proposizione è sempre implicito un livello minimo di esistenza. Frege la interpreta come un impegno del parlante a presupporre l'esistenza di ciò di cui si parla, ma la logica non si può fondare su un impegno soggettivo e contingente : ci devo essere oggettive condizioni di possibilità che consentano di enunciare un'asserzione e tale condizione di possibilità è appunto l'Essere o meglio il livello minimo di esistenza, quello che ci consente di affermare qualcosa di qualche altra cosa. Naturalmente questo livello è molto tenue, debole, tale da poter essere facilmente rimosso, ma la filosofia deve appunto platonicamente (la reminiscenza) garantire il ritorno del rimosso.

 

Cosa sono i concetti senza oggetto ?

 

Frege fa poi un parallelismo sbagliato tra ("Leo Sachse è un uomo" implica "Leo Sachse esiste") e ("Alcuni uomini sono tedeschi" implica "ci sono uomini tedeschi"). Il parallelismo corretto sarebbe con ("Alcuni uomini sono tedeschi" implica "Ci sono uomini").

Ma c'è un ulteriore passo da fare : anche "Nessun uomo è tedesco" deve implicare "Ci sono uomini tedeschi", anche se ad un livello diverso di esistenza, giacchè non si può asserire nulla degli uomini tedeschi (o del concetto "uomo tedesco") se non fossero esistenti almeno ad uno dei livelli di esistenza. Un concetto sotto cui non cade alcun oggetto è solo un rapporto di mancata corrispondenza tra due livelli di esistenza, per cui dire che il concetto è vuoto equivale a dire che l'oggetto in questione è il concetto (passaggio dal linguaggio al metalinguaggio)

 

“Ci sono” ed “Esiste” (Esistenza, Predicato e Identità)

 

La differenza tra "Ci sono.." ed "Esiste" al massimo è di grado, di livello ontologico : "Ci sono..." introducendo nel discorso un oggetto, si riferisce ad un livello ontologico più esteso e più basso, all'interno del quale si costituisce il giudizio di esistenza con "Esiste.." che fa riferimento ad un livello ontologico più alto e ristretto, che è il tema trattato dal discorso stesso.

Frege di fronte a "Alcuni uomini esistono" opera un sofisma dicendo che "esiste" in questo caso è solo un ausiliare, giacchè si tratta di enunciato del tutto ovvio. In realtà ciò dipende dal livello di esistenza in cui "alcuni uomini" si fanno rientrare. L'enunciato è ovvio solo se "esiste" è inteso nel suo senso più onnicomprensivo. Punjer ha ragione in un certo senso quando dice che "Alcuni uomini esistono" vuol dire "Alcuni esistenti sono uomini", nel senso che si tratta di un'intersezione tra l'insieme degli esistenti ad un certo livello e l'insieme degli uomini (insieme distribuito all'interno di più livelli di esistenza, nel senso che ci sono uomini solo immaginati da soggetti interni a questo mondo possibile, come Renzo Tramaglino, uomini che sono stati accessibili ai sensi dei soggetti interni a questo mondo possibile ma che non lo sono più, come Giulio Cesare, e uomini ancora accessibili a tali soggetti, come Giorgio Napolitano). Ovviamente anche Frege ha in un certo senso ragione quando dice che il predicato non è "esiste" ma "essere uomo", ma proprio perchè si tratta di un'intersezione tra due insiemi e dunque le due posizioni sono integrabili tra loro.

Il fatto che poi si possa sostituire a "esiste" anche "essere identici a se stessi" senza alterare il valore di verità dell'enunciato non vuol dire niente, dal momento che l'equivalenza vero-funzionale non implica alcuna identità di senso. Oltre al fatto che l'identità di una cosa con se stessa potrebbe coimplicare la consistenza e quindi l'appartenenza ad un livello molto comprensivo di esistenza, appartenenza necessaria ad un oggetto per essere ricompreso in livelli a loro volta più ristretti di esistenza.

 

Affermazione esistenziale e affermazione particolare

 

Pure dire che il contenuto dell'affermazione "Esistono uomini" è in realtà nell'affermazione particolare non è una negazione che il predicato sia "esiste", giacchè l'inclusione in una classe potrebbe ben essere l'inclusione in un livello di esistenza determinato. Frege fa l'esempio dell'equivalenza tra "Esistono corpi leggeri" e "Alcuni corpi sono leggeri" : in realtà perchè tale equivalenza sia esplicitata bisogna completare la proposizione "Alcuni corpi sono leggeri" traducendola in "Alcuni corpi esistenti nel mondo fisico sono leggeri" o "Alcuni corpi esistenti nel nostro mondo possibile sono leggeri". Infatti se "mago Merlino è un uomo" è vera si potrebbe dire che "Alcuni uomini sono dei maghi" senza implicare che "Esistono dei maghi" possa essere considerata vera e dunque in questo caso l'affermazione esistenziale e quella particolare non sarebbero equivalenti.

Con "Esistono uomini" Frege deve fare poi un'altra operazione discutibile e cioè tradurre "Uomo" in "Essere vivente razionale" (assumendo che non vi siano altri esseri viventi razionali) al fine di permettere la formazione di una affermazione particolare considerabile equivalente alla suddetta proposizione esistenziale.

Il fatto che sia più difficile tradurre una proposizione esistenziale in una particolare che non l'inverso da un lato segnala che l'identificazione proposta da Frege è anch'essa problematica, dall'altro individua la difficoltà nel fatto che bisogna trovare un insieme di oggetti esistenti (ad un livello ontologico considerato adeguato) nel quale rientri l'oggetto di cui si afferma l'esistenza (ad es. nel caso di "esistono uomini" bisogna trovare l'insieme degli esseri viventi)

 

Frege e il Genere Sommo

 

Frege poi incorre nell'opzione parmenidea (senza trarne le dovute conseguenze) quando dice che per dare generalità al procedimento di ascesa da concetti meno comprensivi ad oggetti più comprensivi, si deve trovare un concetto sovraordinato a tutti gli altri concetti. Ancora più significativo che egli trovi nell'identità di se con sè tale concetto, riproponendo l'equivalenza hegeliana (o meglio eleatica) tra l'Essere e il Concetto (o l'autoidentità), quando in precedenza tale sostituibilità era stata usata solo per criticare la concezione per cui l'esistenza potesse essere un predicato.

Frege infine fa male a criticare l'uso della copula senza predicato, dal momento che tale operazione rimanda proprio al genere sommo ed al suo essere proprio l'identità e cioè l'equivalenza tra il concetto che include ed il concetto che è incluso. Ogni oggetto trova comunanza con tutti gli altri nell'essere identico a se stesso : tale identità lungi dall'essere un che di vuoto, è il risultato di un'ascesa verso concetti sempre più comprensivi, ascesa al termine della quale l'oggetto è confermato nella sua ricchissima individualità, individualità nella quale sono ricompresi tutti i concetti intermedi che sono stati elencati in quest'ascesa. Nella copula senza predicato, nel termine "esiste" si allude a tale ascesa e la si presenta come un dato misterioso che va chiarito appunto dalla riflessione conoscitiva (non a caso Leibniz indugiava sul mistero che qualcosa esiste e non il nulla). L'estensione infinita di "ente" non è altro che la comprensione infinita del sommo genere e l'equivalenza tra l'esistenza e l'essere identici a se stessi.

 

Rappresentazione e contenuto semantico

 

Frege poi  trascura che “Rappresentazione di x” non si può formare solo dopo aver appurato che ad una certa rappresentazione corrisponda qualcosa in una presunta realtà. La “x” cui si riferisce la rappresentazione è il contenuto della stessa, contenuto che è il suo oggetto immanente. Altro è vedere se ad un certo livello di esistenza corrisponda qualcosa al contenuto della  rappresentazione, ma tale verifica non condiziona la possibilità di parlare di una rappresentazione di un qualcosa.

Inoltre Frege dice una cosa giusta quando afferma che è impossibile conferire al predicato “esperibile” un senso che non sia ovvio ed al tempo stesso voler mantenere nella sua generalità l’idea che negare l’esperibilità non abbia senso. Tuttavia egli non si rende conto che le critiche che egli stesso muove ad alcune posizioni filosofiche (critiche che saranno portate all’iperbole dal Neopositivismo logico) riposano su questa possibilità che egli critica e cioè negare senso ad una posizione filosofica e dare implicitamente valenza conoscitiva sintetica alla posizione contraddittoria a quella considerata insensata (è il caso proprio della tesi che nega senso alle posizioni che considerano le proposizioni esistenziali come delle proposizioni riguardanti oggetti).

 

La negazione contraddittoria dell’Essere

 

Frege infine nota giustamente come ridurre l’esistenza a una categoria subordinata come “esperibilità” porta a contraddizioni come “Ci sono oggetti di rappresentazioni non esperibili”, ma non esplicita il fatto che proprio per questo l’Essere si possa considerare livello basico e onnicomprensivo dell’esistenza dal momento che è immediatamente contraddittorio dire “Ci sono oggetti che non esistono”. Da ciò si deduce che  qualsiasi oggetto possa essere predicabile di qualcosa ha un livello minimo di esistenza, altrimenti “Ci sarebbero oggetti che non esistono” sarebbe vera.

 

Ovvietà dell’Essere e livelli di esistenza

 

Frege dice giustamente che l'esistenza è qualcosa di ovvio, nel senso che corrisponde al rientrare di un concetto sotto un concetto sovraordinato non esplicitato. E tuttavia tale ovvietà è propria solo del livello più basso e comprensivo di esistenza, dal momento che la subordinazione dei concetti si risolve in immediata e tautologica identità ("Esistono enti identici a se stessi", oppure "Ci sono enti") Per quanto riguarda gli altri livelli ontologici, l'esistenza diventa un predicato in quanto la subordinazione di un concetto ad un concetto sovraordinato perchè sia tradotta in proposizione esistenziale deve presupporre che anche il concetto sovraordinato sia subordinato ad altro concetto o che sia immediatamente identico con esso e/o con l'esistenza. In pratica per fare un esempio ("Alcuni corpi sono leggeri" è traducibile in "Esistono corpi leggeri") se e solo se (è vera "Esistono corpi") e ( "Esistono corpi" è traducibile in "Alcuni oggetti sono pesanti") se e solo se (è vera "Esistono oggetti") ed ("Esistono oggetti" è L-equivalente ad "Alcuni enti sono identici a se stessi") e ("Alcuni enti sono identici a se stessi" è a sua volta una tautologia).

 

 

 







1 dicembre 2007

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

 

Il senso e il denotatum dei concetti

 

Frege dopo il saggio su senso e denotazione, passa ad applicare tale distinzione al campo dei concetti ed avverte che in questo caso possono nascere malintesi dal momento che la distinzione tra senso e denotazione si può confondere con quella tra oggetto e concetto. In realtà ad ogni termine di concetto corrisponde un senso ed una denotazione. Il denotatum di un nome proprio è l'oggetto che questo designa. Un termine di concetto ha come denotazione un concetto. A tal proposito i logici dell'estensione rivendicano verso i logici del contenuto la possibilità che i termini di concetto cui corrisponde la stessa estensione possono sostituirsi a vicenda in tutti gli enunciati, senza cambiarne il valore di verità. Dunque per quel che concerne la deduzione e le leggi logiche, i concetti vanno considerati diversi solo se le loro estensioni sono diverse. La relazione logica fondamentale è il cadere di un oggetto sotto un concetto e ad essa possono essere ricondotte tutte le relazioni tra concetti. Se un oggetto cade sotto un concetto, cade anche sotto tutti i concetti che hanno la medesima estensione di quello, dal che segue quanto detto sopra. Così come i nomi propri possono prendere il posto l'uno dell'altro senza pregiudizio per la verità, lo stesso vale per i termini di concetto, se l'estensione è la medesima. Naturalmente con queste sostituzioni cambierà il senso, ma non la denotazione.

Si potrebbe dire magari che l'estensione sia la denotazione di tutti i termini di concetto, ma si perderebbe di vista il fatto che le estensioni dei concetti sono oggetti e non concetti. E tuttavia c'è una parte di verità in questa tesi : infatti il concetto è una funzione di un argomento, il cui valore è sempre un valore di verità. Mutuo il termine funzione dall'analisi e lo adopero in un significato più ampio preservandone la caratteristica essenziale, estensione questa cui la storia stessa dell'analisi ci conduce. Un nome di funzione reca sempre con sé almeno un posto vuoto per l'argomento; in analisi l'argomento viene per lo più indicato con la lettera "x". La lettera "x" non fa parte del nome della funzione, e quindi è sempre possibile parlare di un posto vuoto, poiché ciò che lo riempie non fa parte a rigore della funzione. Di conseguenza io chiamo la funzione stessa insatura o bisognosa di completamento, dal momento che il suo nome deve essere completato da un simbolo per l'argomento, al fine di ricevere una denotazione in sé conchiusa. Tale denotazione si chiama "oggetto" e nel nostro caso "valore" della funzione per l'argomento che opera il completamento o la saturazione. Nei casi che per primi si presentano l'argomento è un oggetto. Con il concetto abbiamo dunque il caso particolare in cui il valore è sempre un valore di verità. In altre parole, se completiamo un nome di concetto con un nome proprio otteniamo un enunciato il cui senso è un pensiero ed a cui corrisponde come denotatum un valore di verità. Nel riconoscere questo valore come il Vero, si giudica che l'oggetto preso come argomento cade sotto il concetto. Quel che nella funzione si chiama "insaturazione", nel concetto può essere chiamato "natura predicativa". Essa è palese anche là dove si parla di un concetto in posizione di soggetto (es. "Tutti i triangoli equilateri sono equiangoli").

 

 

La natura ambigua dei concetti

 

La natura del concetto per Frege costituisce un grosso ostacolo quando ci si vuole esprimere correttamente. Infatti per parlare di un concetto la lingua costringe i parlanti a servirsi di espressioni inadatte che oscurano il pensiero e lo falsano. Quando si pronunciano le parole "il concetto triangolo equilatero" sulla scorta dell'analogia linguistica si dovrebbe supporre che si stia designando un concetto, così quando dico "Il pianeta Nettuno" sto indubbiamente nominando un pianeta. In realtà manca la natura predicativa : di conseguenza la denotazione dell'espressione "Il concetto triangolo equilatero" (ammesso che ve ne sia uno) è un oggetto. Dunque pur non potendo fare a meno di espressioni come "Il concetto", si deve sempre essere consapevoli della loro inappropriatezza. Oggetto e concetti sono fondamentalmente diversi e non possono fare le veci gli uni degli altri. Ciò vale anche per le espressioni e segni corrispondenti. I nomi propri non possono essere propriamente usati come predicati. Quando c'è tale parvenza, un attento esame scoprirà che essi costituiscono (dato il loro senso) solo una parte del predicato : i concetti non possono stare tra loro nelle stesse relazioni degli oggetti. Pensarli in questa relazione sarebbe non falso ma impossibile. Pertanto le parole "Relazione di soggetto e predicato" designano due relazioni del tutto diverse a seconda che il soggetto sia un oggetto o un concetto. La cosa migliore sarebbe bandire del tutto dalla logica i termini "soggetto" e "predicato", perchè ci inducono continuamente a confondere relazioni diverse, quali il cadere di un oggetto sotto un concetto e la subordinazione di un concetto ad un altro concetto.

 

 

La differenza tra oggetti e concetti

 

Frege dice che le parole "Tutti" "Alcuni" che grammaticalmente vanno insieme al soggetto fanno parte, in base al senso, del predicato grammaticale, come si vede quando si passa alla negazione (non tutti, nonnulli). Questo da solo basterebbe già a mostrare che in questi casi il predicato è diverso da ciò che affermiamo di un oggetto. La relazione di uguaglianza, che intendo come completa coincidenza, è pensabile solo per gli oggetti e non per i concetti. Quando si dice "Il significato del termine di concetto 'sezione conica' è il medesimo del termine di concetto 'curva di secondo grado'" le parole "significato del termine di concetto 'sezione conica'" formano il nome di un oggetto e non di un concetto; manca infatti la natura predicativa, l'insaturazione, la possibilità di usare l'articolo indeterminativo. Lo stesso vale per l'espressione "Il concetto 'sezione conica'". Tuttavia anche se la relazione d'uguaglianza è concepibile solo per gli oggetti, per i concetti si presenta una relazione analoga, che essendo una relazione fra concetti si può denominare "relazione di secondo livello", mentre l'uguaglianza è una relazione di primo livello.

Frege dunque dice che un oggetto A è uguale ad un oggetto B (nel senso della completa coincidenza) se A cade sotto tutti i concetti sotto cui cade B e viceversa. Si ha qualcosa di analogo per i concetti, se si scambiano le parti di oggetto e concetto. Si può dire in tal caso che la relazione sopra formulata intercorre tra il concetto "Y" e il concetto "X" se ogni oggetto che cade sotto "Y"cade sotto "X" e viceversa. In questo caso naturalmente non è possibile evitare le espressioni "Il concetto ' Y '", "Il concetto 'X'" con il risultato che il nesso genuino viene nuovamente oscurato.

 

 

L'ideografia dei concetti

 

Frege dice che l'insaturazione del concetto di primo livello è rappresentata nell'Ideografia dal fatto che l'espressione che lo designa reca sempre almeno un posto vuoto per accogliere il nome dell'oggetto, che è detto cadere sotto il concetto. Questo posto o questi posti devono essere riempiti in qualche modo. Ciò può avvenire, oltre che mediante un nome proprio, anche mediante un segno che si limiti ad indicare un oggetto. Si vede bene quindi che, a fianco del segno di uguaglianza o simili, non può mai stare solo un'espressione che designa un concetto e che oltre al concetto deve essere designato o indicato anche un oggetto. Anche quando indichiamo schematicamente i  concetti mediante lettere di funzione, ciò deve avvenire sempre in modo che l'insaturazione sia sempre bene in vista grazie al posto vuoto che queste lettere recano con sè, come ad es. in "Y"( ) e "X"( ).

In altre parole, dice Frege, è lecito usare le lettere ("Y", "X") indicanti o designanti concetti sempre e solo come lettere di funzione, così che portino sempre con sè un posto per l'argomento (all'interno delle parentesi). Non si deve dunque scrivere "Y" = "X", poichè le lettere " Y " e "X" non figurano qui come lettere di funzione. Non si deve neppure scrivere "Y( )" = "X( )", in quanto i posti-argomento devono essere riempiti. Una volta però che siano stati riempiti non solo vengono uguagliate le funzioni (concetti), bensì a fianco del segno di uguaglianza, oltre alle lettere di funzione, sta anche qualcos'altro che non fa parte della funzione.

 

La scrittura ideografica di generalità ed eguaglianza

 

Frege aggiunge che non si possono sostituire le lettere di funzione con altre che non sono impiegate come lettere di funzione : deve sempre esserci un posto-argomento per accogliere la "α". Si potrebbe pensare semplicemente "Y" = "X". Tale scrittura può andare bene fintanto che i concetti sono solo indicati, ma una notazione davvero idonea deve adattarsi a tutti i casi.

Si prenda ad es. la funzione (X2 = 1) che ha per ogni argomento lo stesso valore di verità della funzione [(x+1)2 = 2(x+1)]. Vale a dire, sotto il concetto 'ciò che è più piccolo di un'unità del numero il cui quadrato è uguale al suo doppio' cade ogni oggetto che cade sotto il concetto 'radice quadrata di 1' e viceversa.

Si potrebbe esprimere questo pensiero come segue

2 = 1) è intercambiabile con ((α + 1)2 = 2(α + 1))

 

Qui, dice Frege, abbiamo in verità una relazione di secondo livello che corrisponde all'identità (completa coincidenza) nel caso degli oggetti.

Se scriviamo (α) (α2 = 1) = ((α + 1)2 = 2(α + 1)), abbiamo espresso sostanzialmente lo stesso pensiero, concepito come la generalità di un'equazione tra valori di funzioni. Abbiamo la stessa relazione di secondo livello, abbiamo il segno di eguaglianza, ma ciò di per sè non basta a designare questa relazione, ma solo in un unione con la designazione della generalità. Abbiamo essenzialmente una generalità, non un eguaglianza. Invece in

e(e2 = 1) = α ((α + 1)2 = 2(α + 1))

abbiamo sì un'uguaglianza, ma non fra concetti (il che è impossibile), ma fra oggetti ossia fra estensioni di concetti.

 

 

L'uguaglianza tra concetti

 

Frege continua dicendo che seppure la relazione di uguaglianza può essere pensata tra oggetti e non tra concetti, c'è tuttavia una relazione corrispondente. La parola "Lo stesso" che si impiega per designare la relazione tra oggetti non può a rigore servire per designare la relazione tra concetti. E tuttavia non resta altro da fare che dire "Il concetto 'Y' è lo stesso che il concetto 'X'", nominando in effetti una relazione tra oggetti (il concetto 'Y' e il concetto 'X'), mentre si intende una relazione tra concetti.

Abbiamo la stessa situazione quando diciamo "Il significato del termine di concetto A è lo stesso del significato del termine di concetto B"

A rigore, in tal caso l'espressione "Il significato del termine di concetto A" è da respingere dal momento che l'articolo determinativo davanti a "significato" allude ad un oggetto ed è in contraddizione con la natura predicativa del concetto. Sarebbe già meglio dire "Ciò che il termine di concetto A significa". Infatti questa espressione va comunque usata predicativamente (es. "Gesù è ciò che il termine di concetto 'uomo' significa" nel senso di "Gesù è un uomo").

 

 

L'estensione dei concetti

 

Frege dice che analizando la differenza tra concetti ed oggetti siamo in grado di asserire (senza essere indotti in errore dall'uso improprio della locuzione "lo stesso") che ciò che due termini di concetto significano è lo stesso se e solo se le rispettive estensioni coincidono. Questa per Frege è una notevole concessione ai logici dell'estensione. Questi hanno ragione se la loro predilezione per l'estensione del concetto invece che per il senso sta a significare che ritengono la denotazione delle parole e non il senso la cosa essenziale nella logica. I logici del contenuto sono troppo propensi a non andare oltre il senso che essi fanno coincidere con il contenuto. Essi dimenticano che la logica non si occupa di come certi pensieri derivino da altri pensieri senza riguardo per il loro valore di verità, che si deve compiere il passo dal pensiero al valore di verità (più in generale dal senso alla denotazione), che le leggi logiche sono principalmente leggi nell'ambito della denotazione e solo mediatamente si riferiscono al senso. Se ci interessa la verità (a cui deve tendere la logica), dobbiamo indagare la denotazione, respingere quei nomi che non designano alcun oggetto (pur essendo dotati di senso) e respingere quei termini di concetto che non hanno nessuna denotazione. Tali non sono ad es. quei termini che comprendono note caratteristiche contraddittorie, perchè un concetto può ben essere vuoto, bensì quei termini che hanno una delimitazione incerta.

Deve essere determinato di ogni oggetto se esso cade o no cade sotto quel concetto :  un termine di concetto che non soddisfa questo requisito è privo di significato. Fra questi va annoverato il termine omerico "molu" (un erba magica dai fiori bianchi e dalla radice scura che Odisseo ottiene da Ermes per proteggersi da Circe) anche se vengono specificate certe note caratteristiche. Questo non vuol dire che il brano in cui vi sia quell'espressione sia a sua volta privo di senso, così come non sono privi di senso quei passi in cui compare il nome "Nausicaa" che presumibilmente non denota nè denomina alcunchè; questo nome tuttavia si comporta come se denominasse una ragazza e si assicura così un senso. Ed alla poesia basta il senso, basta il pensiero senza denotazione, senza valore di verità : non così alla scienza.

 

 

Il senso dei concetti

 

Frege dice che in certe dimostrazioni non è affatto indifferente che una certa combinazione di segni (tipo v1) abbia una denotazione o non l'abbia e che anzi, l'intero nerbo della dimostrazione dipende anche da questo. Ovunque nella scienza la denotazione è l'essenziale. Quindi anche quando va concesso ai logici del contenuto che il concetto è prioritario rispetto all'estensione, il concetto non va inteso come il senso del predicato, ma come la sua denotazione. I logici dell'estensione si avvicinano di più al vero, in quanto ciò che rappresentano come importante nell'estensione è un tipo di denotazione che non è il concetto stesso, ma qualcosa di strettamente legato ad esso.

Frege dice che Husserl critica la mancanza di chiarezza di Schroder a proposito dei termini unsinnig (insensato) einsinnig (univoco) mehrsinnig (polivoco) undeutig (senza denotazione) eindeutig (monodenotante) mehrdeutig (polidenotante).

Schroder usa i termini sinnig e deutig in modo diverso da Frege. Tale distinzione è connessa con la distinzione tra nomi propri e nomi comuni e sconta un'errata concezione della differenza tra oggetto e concetto : per Schroder i nomi comuni possono avere più denotazione senza tema di errore : essi sono tali quando più oggetti cadono sotto il concetto corrispondente. Pertanto un nome comune potrebbe essere anche senza denotazione (come ad es. 'quadrato rotondo')senza che ciò costituisca un errore. Schroder invece chiama un tale concetto "insensato", ma si discosta dalla sua terminologia secondo la quale si sarebbe dovuto chiamare einsinnig ed Husserl è nel giusto quando chiama i nomi comuni "univoci" (einsinnig). Husserl dice che Schroder confonde la questione se ad un nome corrisponda un senso o se esista un oggetto corrispondente al nome. Tale distinzione dice però Frege non è sufficiente : la parola "comune" ci induce a supporre che il nome comune si riferisca a più oggetti ma alla maniera del nome proprio che invece denomina un unico oggetto. Ma questo è falso e perciò è preferibile "termine di concetto" a "nome comune".

 

 

 

 

 

 

 

I termini di concetto

 

Frege dice che un nome proprio deve sempre avere un senso, altrimenti sarebbe una mera sequenza di suoni e sarebbe errato chiamarlo nome. Per l'uso scientifico si deve esigere che un nome proprio abbia anche una denotazione, che designi o denomini un oggetto. Così il nome proprio si riferisce attraverso la mediazione del senso e solo attraverso questa all'oggetto.

Anche un termine di concetto deve avere un senso e per l'uso scientifico anche una denotazione. Ma tale denotazione non è nè un oggetto singolo, nè molti oggetti, bensì un concetto. Si può naturalmente domandare di un concetto se un oggetto (o molti o nessuno) cade sotto di esso. Ma ciò riguarda direttamente solo il concetto. Un termine di concetto può dunque essere logicamente ineccepibile anche se non c'è alcun oggetto cui esso si riferisce tramite il suo senso e la sua denotazione (cioè il concetto medesimo).

Questo riferimento all'oggetto è assai mediato ed inessenziale, sicchè appare poco adeguato classificare i termini di concetto a seconda che uno/molti/nessun oggetto cadono sotto il concetto corrispondente. In logica si deve esigere che sia per i nomi propri sia per i termini di concetto il passaggio dall'espressione linguistica al senso e dal senso alla denotazione, sia determinato in modo univoco. Alrimenti non si potrebbe più parlare di una denotazione. Quanto è stato detto vale naturalmente per tutti quei segni e combinazioni di segni che svolgono lo stesso ufficio dei nomi propri e dei termini di concetto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Concetti ed estensioni di concetti

 

La prima  cosa da dire è che il fatto che Frege tracci una distinzione tra la coppia concetto/oggetto e quella senso/denotazione apre la possibilità di non vincolare la denotazione al piano degli oggetti e dunque la possibilità anche da un punto di vista fregeano di accedere ad una concezione dei diversi livelli di esistenza.

La concezione per la quale due concetti sono equivalenti se hanno la stessa estensione deve essere precisata in quanto trascura il fatto che la sovrapposizione tra due estensioni può ben essere contingente e dunque non riguardare il sinn.

Frege poi non coglie l'opportunità della distinzione da lui stesso operata e dunque nega che le estensioni dei concetti possano essere la denotazione dei concetti stessi.

Inoltre se un termine di concetto ha come denotazione un concetto, qual è il suo sinn ? Non è che ogni termine ha un sinn (o meglio un riferimento a livello ideale) e una denotazione (un riferimento a livello materiale), dove i livelli ontologici sono diversi, ma la funzione del segno è la stessa ?

E ancora i termini di concetto sono tali da denotare qualcosa o non hanno l'autonomia necessaria per farlo come invece possono fare i nomi propri ? Il fatto che i termini di concetto possano denotare non è problematico per l'impianto della filosofia del linguaggio di Frege ?

 

 

Variabili e posti vuoti

 

Dire poi che la ‘x’ non fa parte del nome della funzione neanche è del tutto appropriato dal momento che la ‘x’ fa sicuramente parte del nome dello schema funzionale e dunque non si tratta di posto vuoto, ma pur sempre di un segno sostituibile ed ogni segno può essere in realtà un posto vuoto : quello di usare un segno determinato per il posto vuoto è alla fine una convenzione. In una logica che potremmo definire orientale (dove il vuoto non è mera assenza), la variabile ed il posto vuoto sono alla fine equivalenti.

 

 

 

Distinzioni troppo rigide

 

Frege in realtà rimane vittima delle sue stesse rigide distinzioni (utili alla sua istanza antimetafisica) che ovviamente non si sa spiegare. In realtà tra concetto ed oggetto non c'è una separazione netta e ciò spiega molto più semplicemente locuzioni perfettamente legittime come "Il concetto", senza dover scomodare presunte trappole del linguaggio naturale (o del rapporto problematico tra questo e il pensiero). Inoltre Frege non spiega perchè la distinzione tra concetto e oggetto dovrebbe essere preferibile a quella soggetto/predicato. Più che la distinzione rigida tra concetto e oggetto, penso che sia molto più elastica ed efficace la distinzione tra linguaggio e metalinguaggio, distinzione che permette di trattare un concetto come un oggetto. Oppure si può ipotizzare che oggetto e concetto siano come soggetto e predicato funzioni logiche che possono essere saturate dagli stessi noemi (anche quelli di concetto e oggetto). O ancora si può dire che sia gli oggetti che i concetti siano descrivibili attraverso il sinn e nominabili attraverso la denotazione. Insomma è augurabile una teoria che non presupponga distinzioni troppo nette che implichino poi difficoltà inutili.

 

 

Il Concetto come transizione dal predicato all’oggetto ?

 

Il fatto che il concetto possa essere oggettivato è la dimostrazione che tra concetto e oggetto non vi è una differenza irriducibile e non la dimostrazione che le relazioni tra concetti non sono comparabili alle relazioni tra oggetti.

Dunque "Il significato del termine di concetto 'sezione conica'" equivale alla sezione conica (al concetto 'sezione conica') e "Il concetto 'sezione conica'" è un oggetto nel senso che è il concetto oggettivato e non qualcosa di assolutamente altro dal concetto. Se non si ammette questo si va incontro al paradosso per cui il concetto "sezione conica" non è un concetto (paradosso paragonabile a quello per cui "Il Professor Hilbert non è un professore"), paradosso che viene confusamente spiegato con il ricorso all'imperfezione presunta del linguaggio naturale.

Senza contare che nel concetto di Frege si uniscono il carattere insaturo del predicato e quello oggettuale della classe (la famosa estensione del concetto) e dunque non si può dire che il concetto sia qualcosa di assolutamente altro da un oggetto nè che sia qualcosa di univocamente insaturo. Sarebbe forse meglio considerare il concetto un momento di passaggio dall'oggetto al predicato, qualcosa di ibrido cioè.

In realtà Frege qui impatta nell'aporia kantiana dell'apriori e delle categorie, in bilico tra livello locutorio e perlocutorio, ma lo fa senza una sufficiente consapevolezza storico-critica e dunque prende una posizione rigida che si rivela alla fine ingenua e problematica. Mentre invece il fatto che certe espressioni sono difficilmente evitabili nel linguaggio naturale dovrebbe far maggiormente riflettere sulla giustezza dei propri  assunti filosofici.

 

I paradossi del simbolismo

 

Non si capisce poi se Frege, assodato il carattere insaturo dei concetti, adegui il suo simbolismo alla validità acclarata di questo argomento, oppure usi il simbolismo per argomentare ulteriormente a favore della sua tesi. In quest'ultimo caso ci troveremmo dinanzi ad un chiaro caso di circolo vizioso, in quanto si può dire che i simboli per i concetti vanno accompagnati da spazi vuoti per la saturazione solo se già si presuppone il carattere insaturo dei concetti.

Inoltre Frege nega che sia possibile la formula logica " Y( ) = X( )", dal momento che i posti vuoti vanno riempiti in  qualche modo. Ma nessun simbolismo di un posto vuoto ci può indurre a riempirlo in qualche modo. Se fosse vero quel che dice Frege dovrebbe essere materialmente impossibile scrivere una stringa come  " Y( ) = X( )", dovrebbe essere materialmente impossibile tracciare una lettera con un posto vuoto accanto. Non è possibile rappresentare graficamente il carattere insaturo dei predicati senza trasformarlo in un segno come tutti quanti gli altri, così come non si può rappresentare la mancanza di un numero come lo zero senza trasformarla in un numero al pari degli altri e così come non si può parlare di un predicato senza trasformarlo in un oggetto.

 

Generalità ed equivalenze

 

Perchè mai ci deve essere un posto per la variabile nell'equivalenza tra concetti ? Se l'equivalenza tra concetti vale per tutti i valori della variabile che bisogno c'è di inserire per ogni termine di concetto il posto vuoto per la variabile ? Come al solito Frege presuppone ciò che vuole dimostrare. La generalità inoltre è già introdotta dall'uso della variabile (come avviene in matematica) e magari può essere negata da un altro simbolo (tipo un quantificatore particolare), per cui la locuzione "Per tutti gli x..." può risultare pleonastica. Nel caso dei concetti l'equivalenza tra i concetti già di per sè ha la caratteristica della generalità, altrimenti per indicare una coincidenza parziale si userebbero le classi (le estensioni dei concetti).

Inoltre nel caso di "(α) (α2 = 1) = ((α + 1)2 = 2(α + 1)) ", a parte la pleonasticità di "per tutti gli α ", c'è da precisare che si tratta di equivalenza tra relazioni di identità e dunque di coimplicazione tra funzioni proposizionali che sono diverse dalle identità tra oggetti, ma sono diverse anche dalle identità tra concetti (che forse sono solo parte delle funzioni, ma non sarebbero le funzioni stesse). O meglio, i concetti sono a metà tra gli oggetti e le funzioni (e perciò le proposizioni) e dunque sono traducibili in termini di oggetti ed in termini proposizionali.

Dire infine che le estensioni di concetti (le classi) siano oggetti e non concetti non è arbitrario ? Non presuppone già il carattere rigido della distinzione tra concetti e oggetti ?



Parafrasi inutili (e pericolose)

 

Frege si affanna a trovare formule verbali che gli consentano di argomentare a favore delle sue tesi, non rendendosi conto che l'equivalenza tra formule che lui reputa false e formule che lui reputa vere (equivalenza che permette la traduzione delle prime nelle seconde) mette in questione proprio le sue tesi. Ad es. "ciò che..." che sostituirebbe nell’esempio fatto da Frege l’articolo "Il" (reo di definire un oggetto)  oggettivizza il concetto non meno di "Il" ("ciò" è qualcosa che può essere indicato col dito, qualcosa che può essere denotato da un nome e "ciò che..." è un concetto che viene oggettivato, che viene considerato in quanto oggetto). L’oggettivazione in pratica non è legata a termini o locuzioni particolari, ma in generale all’uso del segno (o di complessi di segni)  che finisce sempre per puntare direttamente o indirettamente qualcosa e per evidenziare il carattere oggettuale di qualsiasi cosa (relazioni, concetti, processi).

Senza contare il fatto che "un uomo" non è un concetto, ma un oggetto che cade sotto un concetto, mentre la locuzione "Gesù è ciò che il termine di concetto 'uomo' significa" non equivale affatto a "Gesù è un uomo". Come si vede da questi esempi la ricerca di queste parafrasi è inutile se non patentemente pericolosa per la chiarezza del pensiero.

 

Logica, senso e denotazione

 

Frege poi non tiene conto del fatto che forse è improprio parlare di identità tra due concetti quando le classi di oggetti che cadono sotto i concetti tra loro comparati sono identiche. E tuttavia dire questo non implica che due concetti non siano a loro volta oggetti. L'errore è considerare oggetti solo una certa classe di oggetti (un certo tipo).

Quanto alla sua critica a quelli che chiama "Logici del contenuto", Frege restringe l'ambito della logica a quello delle proposizioni molecolari derivanti da enunciati atomici con un valore di verità definito e di tipo binario, ma tale restrizione presuppone a sua volta assunzioni ontologiche che andrebbero discusse.

Qui Frege quando raccomanda di respingere termini senza denotazione e concetti vaghi anticipa il Neopositivismo (con maggiore consapevolezza dei Neopositivisti) ma la definizione previa dei termini in un contesto che vorrebbe essere scientifico può avere un valore metodologico (fare il punto delle conoscenze certe che una comunità può condividere), ma con la verità non ha nessun rapporto. E contrapporre a tal proposito scienza e poesia diventa un' operazione fuorviante, che rozzamente i Neopositivisti faranno propria.

Dire inoltre che le leggi logiche riguardano la denotazione e non il senso non è ridurre la logica a logica proposizionale ? La logica non studia anche le funzioni svolte dalle diverse parti di un enunciato atomico ? Nè si può dire che non ha senso un concetto che abbia un senso incompleto, giacchè le dinamiche della stessa scienza si verificano con l'uso di concetti che di fatto hanno un senso incompleto e la scienza è proprio il processo che partendo da sensi incompleti cerca di implementarli.

 

Concetti come denotazioni e nomi comuni

 

Si è già detto che il concetto possa essere la denotazione di termini di concetto mal si  concilia con il carattere insaturo dei termini di concetto e dunque sul carattere non assimilabile agli oggetti proprio del concetto. Inoltre se la denotazione di un termine di concetto è un concetto qual è il sinn di un termine di concetto ?

Perchè si possa parlare di concetto come denotazione dunque si deve allentare la rigida distinzione tra oggetto e concetto. Si aggiunga a ciò che il nome comune non è sostituibile dal termine di concetto, dal momento che il primo ha un correlato estensionale, mentre il secondo un correlato intensionale.

Anche in questo caso le teorie fregeane si rivelano largamente insufficienti e vanno rielaborate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


sfoglia     novembre        marzo
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom