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23 giugno 2009

Sergio Cesaratto : le pensioni di Alesina

 Con frequenza ossessiva dalle colonne de Il Sole 24 Ore il tridente Tabellini, Perotti e Alesina attribuisce molti mali del paese alla troppo bassa età di pensionamento, tesi ripetuta da Alberto Alesina nel suo editoriale del 14 marzo. Beninteso, il benaltrismo è un vizio odioso, ma lo è altrettanto il riduzionismo che sfocia nel semplicismo. “Le donne italiane al lavoro tra i 55 e i 64 anni – argomenta il docente di Harvard – sono circa il 23% del totale. In Svezia il 70% delle donne di quell’età lavora, negli Stati Uniti il 50%. La media europea (Ue-15) è di circa il 41%. Per gli uomini nella stessa fascia di età le quote sono 46% in Italia, 76% in Svezia, 58% nella media Ue e 70% negli Stati Uniti (dati Ocse 2007)”. Ineccepibile, così come il fatto che ciò accade per tutte le altre fasce d’età, con la sola eccezione dei maschi della fascia d’età centrale. Il tasso di occupazione fra i 15 e i 54 anni (occupati 15-54 su popolazione con più di 15 anni) nel 2007 è 69% per l’Italia (donne 57%) contro 76% (71%) della Francia, 79% (74%) della Germania, 77% (68%) della Spagna, 81% (79%) della Svezia (dati di fonte Ilo). Quindi il problema di cui parla Alesina ha un carattere ben più generale. Le donne, in particolare, lavorano in poche in tutte le fasce d’età e Alesina usa inappropriatamente i dati nell’attribuire alla “bassa” età pensionistica i bassi tassi di occupazione femminili per le over-55 (come mi ha prontamente segnalato Antonella Stirati). Uno studente sarebbe stato sgridato per aver utilizzato in maniera così frettolosa i dati. Il gap con gli altri paesi è forse più elevato per gli over-55, come peraltro per i giovani, ma per costoro è notoriamente più difficile trovare una occupazione una volta persa o mai avuta. Certo, v’è, per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, la possibilità di andare in pensione relativamente presto, e alcuni privilegi accordati dalla DC al pubblico impiego gridano ancora vedetta. Privilegi, peraltro, mai accordati agli operai per i quali il sistema pensionistico ha svolto in Italia la funzione di supplire all’assenza di ammortizzatori sociali, ad esempio quando negli anni ’80 centinaia di migliaia di lavoratori furono espulsi dal ciclo produttivo. Il pensionamento anticipato ha anche funto da generatore di posti di lavoro per i giovani, ma naturalmente qui Alesina dissentirà, ritenendo che un sistema economico sufficientemente flessibile garantisce occupazione per tutti coloro che siano effettivamente disponibili a lavorare al salario di mercato. Purtroppo ragioni teoriche (come i risultati della controversia sulla teoria del capitale e la lezione keynesiana) ed empiriche ci inducono a ritenere che Alesina abbia torto: l’ammontare dei posti di lavoro creati dipende essenzialmente dalla domanda aggregata, nel breve come nel lungo periodo, e non dalla flessibilità dei salari. Se la domanda è scarsa i posti di lavoro sono pochi e i pensionamenti liberano posti ai giovani.



Certo, questo non è il miglior metodo di trovare una occupazione ai più giovani. Ma allora, caro Alesina, dovremmo piuttosto prendercela con l’assenza di una seria politica economica per la piena occupazione, e concentrarci dunque sulle esigenze di coordinamento tra le politiche dei paesi europei e tra politiche fiscali e monetarie (forse questo ora lo riconoscono la maggior parte degli economisti, ma gli economisti non allineati alla teoria dominante lo denunciano da un bel po’). E in quanto agli ammortizzatori sociali e alla “montagna di debito pubblico” che tanto l’assilla, perché non coglie l’opportunità di essere columnist del Sole per denunciare l’evasione fiscale dovuta al parassitismo di tanti “topi nel formaggio”, per evocare Paolo Sylos Labini? Puntiamo alla piena occupazione e cerchiamo di pagare tutti le tasse e dunque pagarle ciascuno un po’ meno. Solo allora potremmo, eventualmente, dare un qualche credito ai discorsi sull’aumento dell’età pensionabile. Anche se, finché parliamo di operai, la cosa continuerà ad essere improponibile. Basti sostare qualche minuto in una fabbrica per capire perché.


16 febbraio 2009

Sante Moretti : attacco alle pensioni ?

 Al sistema pensionistico pubblico sarà portato a breve un attacco senza precedenti.
Economisti e opinionisti sostengono che la crisi può essere superata solo se si ridimensiona il sistema pensionistico pubblico. Nascono seri allarmismi sullo stato dei conti di alcune casse "private", per esempio i giornalisti (pensione media lorda 52.000 euro all'anno e consulenti del lavoro 42.000 euro) e ancora di più sull'Inpdap, settore pubblico, che avrebbe maturato un deficit di 13 miliardi.
I punti su cui vogliono intervenire, e al ministero del Lavoro stanno lavorandovi alacremente, sono l'età pensionabile, i rendimenti, le attività pesanti e usuranti. Un fronte trasversale, capeggiato dall'on. Emma Bonino, sostiene l'urgenza di portare l'età per la pensione di vecchiaia per le donne a 65 anni come per gli uomini, e a questo fine scomodano persino la parità.
Tra i portabandiera di questa tesi vi è l'on. Casini che accusa il Governo di perdere l'occasione della crisi per riformare il sistema pensionistico. E per Casini significa in primo luogo aumentare l'età per il diritto alla pensione. Berlusconi ha dichiarato che l'aumento dell'età pensionabile per le donne è una "opportunità che non devono perdere". Veltroni sostiene che bisogna diminuire la spesa pensionistica a favore degli ammortizzatori sociali. Ma hanno mai sentito questi signori che cosa ne pensa un qualsiasi operaio/a di pensionarsi in un'età ancora più avanzata?



D'altra parte la lavoratrice non è obbligata a lasciare il lavoro a 60 anni, è lei a scegliere ma questi signori vogliono che lavori 5 anni di più.
Va gridato un no secco per più ragioni. Ricordiamo agli immemori e ai patiti della famiglia le funzione insostituibili della donna, dalla maternità all'oneroso impegno nella cura dei figli. E inoltre, discriminate nel salario e nella carriera le donne percepiscono pensioni inferiori del 20/30% rispetto a quelle degli uomini. Prima di parlare di parificare agli uomini l'età per il diritto alla pensione delle donne vanno rimossi gli ostacoli che impediscono alla donna di liberarsi dalla attuale condizione. Non solo, vogliono ripristinare lo "scalone" chiamato Maroni. Si propongono di aumentare, gradualmente, da 65 a 70 anni l'età per il diritto alla pensione di vecchiaia. Tutti i provvedimenti che aumentano l'età per il diritto a pensionarsi bloccano le assunzioni e in un momento in cui crescono i disoccupati è una follia.
Altra proposta è di cancellare per tutte e tutti il sistema di calcolo retributivo per determinare l'importo della pensione.
Con il metodo di calcolo retributivo continuano ad essere liquidate interamente le pensioni a quei lavoratori e lavoratrici che entro il 31 dicembre 1995 avevano maturato una anzianità contributiva non inferiore a 18 anni. Per coloro che a quella data possono far valere una anzianità contributiva inferiore il calcolo con il sistema retributivo viene applicato solo per quel periodo.
Vorrebbero inoltre intervenire sui coefficienti moltiplicatori per abbassare ulteriormente i rendimenti. E' altresì allo studio un provvedimento per ridurre i lavori considerati usuranti e limitarne i benefici previsti.
E' un attacco a fondo di quel che rimane del sistema pensionistico pubblico con lo scopo di incentivare la previdenza integrativa. Come per il posto di lavoro anche la pensione deve diventare incerta.
E' in crisi intanto la previdenza integrativa voluta dai mercati finanziari per fini speculativi, dai padroni per versare meno contributi e dai sindacati per giustificare il taglio della pensione pubblica.
Quel 25% di lavoratori e lavoratrici che ha aderito ai fondi pensione registra con sgomento che nel 2008 non c'è stato un rendimento ma una perdita media dell'8% del capitale, cioè del TFR e del salario versato: si va da un +2% a un -19% a seconda delle casse e alla linea di investimenti scelti.
Il Tfr nel 2009 sarà rivalutato del 3.97% (0.75% indice inflazione Istat + 1.50% fisso) ed al netto della differenza fiscale tra fondi e Tfr il rendimento sarà del 3.60%.


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27 agosto 2008

Sistema pensionistico anglosassone in crisi

 

Sbaglierebbe chi pensasse che solo in Italia e, al più, in qualche altro paese ancora inspiegabilmente arroccato nella difesa e nello sviluppo del welfare pubblico, pensioni e sanità rappresentino un tema sempre caldo. Invero, quasi tutti i paesi sono chiamati a fronteggiare gli effetti dell'invecchiamento, i costi delle passate promesse, le spinte alla privatizzazione e alla riduzione del costo del lavoro. Non fanno eccezione i paesi anglosassoni, a cominciare da Stati Uniti e Regno Unito, che sono alle prese con problemi enormi, che evidenziano tutte le difficoltà e i veri e propri fallimenti del welfare privato cui si affidano prevalentemente. Il caso della sanità statunitense è forse quello più noto: malgrado una spesa complessiva che non ha paragoni in altri paesi (nel 2005 il 15,2% del Pil contro l'8,7% in Italia, secondo i dati Ocse) più di 50 milioni di persone (il 17% della popolazione), risultano prive di assicurazione sanitaria, mentre altre decine di milioni devono fronteggiare coperture sempre più costose e spesso costruite ad arte per abbandonare l'assicurato al proprio destino proprio quando diventa vecchio o malato.
Problemi enormi attanagliano anche il sistema pensionistico. Se il dibattito sulle tendenze della spesa pensionistica pubblica negli Stati Uniti o nel Regno Unito fa sorridere i commentatori nostrani, stante che i problemi sono risolvibili con aggiustamenti minimali ai nostri occhi, questo avviene solo a causa del limitatissimo ruolo che assumono le pensioni pubbliche in quei contesti, dove si suppone che la parte più sostanziosa della pensione arrivi dai fondi privati. E qui nascono i veri problemi: 1) tantissimi lavoratori non sono coperti da fondi privati; 2) i tradizionali fondi a benefici definiti (quelli che danno al lavoratore una certa percentuale del salario per ogni anno di lavoro) stanno chiudendo, quando non fallendo; 3) ai lavoratori vengono offerti solo fondi a contribuzione definita ma spesso non possono permetterseli e sono comunque esposti ai capricci dei mercati, visto che sanno quanto ci mettono, ma quanto otterranno dipenderà dall'andamento dei mercati finanziari.
1) Per quanto riguarda la partecipazione ai fondi pensione, nel Regno Unito, secondo dati ufficiali, nel 2004-2005 il 56% dei lavoratori del settore privato non aveva altre forme di previdenza che quella pubblica. Negli Stati Uniti, i dipendenti membri di un fondo pensione non superano il 50% del totale.
2) Ma anche coloro che ad un fondo pensione sono iscritti non possono dormire sonni tranquilli. Ad essere in crisi sono, in primo luogo, i fondi aziendali a benefici definiti, che offrono al lavoratore una pensione legata al suo salario, da affiancare alla pensione pubblica, di importo minimo e uguale per tutti. Erano tali fondi a dominare lo scenario fino a pochi anni fa, ed erano quelli tipici dell'industria, dei trasporti, del settore pubblico. Il fatto è che benefici definiti significa anche contributi variabili: l'azienda, infatti, regola la contribuzione in base all'andamento dei rendimenti sul patrimonio del fondo pensione in rapporto al valore dei benefici promessi. E qui viene il punto: se i mercati finanziari vanno bene, gli iscritti sono ancora giovani e le regole di calcolo del debito pensionistico flessibili, l'impresa può arrivare a pagare contributi molto bassi, quando non nulli, come avvenuto per buona parte degli anni '80 e '90. Tutto cambia, però, col nuovo secolo: da un lato, riduzione dei tassi di interesse e crisi dei mercati finanziari - da quella del 2001 all'ultima crisi legata ai mutui subprime; dall'altro, crescita dei pensionati e riduzione del numero degli attivi nella grande industria. Il patrimonio dei fondi pensione non può allora più essere considerato in bilancio prevedendo rendimenti annui dell'8,75% (pratica corrente fino a tutto il 2002, anno nel quale il rendimento effettivo fu -8,8%), mentre il debito nei confronti degli iscritti non può più essere eluso, in quanto le pensioni vanno effettivamente pagate.
Emerge così un'enorme sottocapitalizzazione dei fondi pensione. Limitandoci agli Stati Uniti, al 2006 mancherebbero, secondo dati ufficiali, almeno 450 miliardi di dollari per coprire le promesse pensionistiche già fatte (vedi grafico). Non solo: molti fondi pensione iniziano a fallire, complice anche la legge americana, che permette all'impresa di scaricare in tal modo i costi sui lavoratori e sull'assicurazione pubblica che garantisce una parte delle prestazioni: saltano così negli ultimi anni 3.700 fondi pensione, fra i quali quelli di molte linee aeree (United Airlines, US Airways, TWA) e dell'industria pesante (Bethlehem Steel, LTV Steel, National Steel, Weirton Steel, Kaiser Aluminium). La crisi richiederebbe alle imprese di aumentare sostanzialmente i contributi. Ma questo significa aumentare il costo del lavoro e ridurre la competitività. Ne sanno qualcosa Ford e General Motors, le due grandi che hanno finora evitato il fallimento dei propri fondi pensione, sottocapitalizzati nel 2004 rispettivamente per 12,5 e di 10,3 miliardi di dollari, che lamentano costantemente gli elevati oneri che devono fronteggiare per la copertura dei fondi pensionistici e sanitari aziendali.
Se è molto costoso per le imprese chiudere i buchi che emergono, salvo il verificarsi di un nuovo boom azionario che non è però dietro l'angolo, nell'immediato esse possono però congelare i propri fondi, non offrendo più ulteriori benefici previdenziali ai propri lavoratori (soprattutto ai nuovi), ovvero, se proprio qualcosa devono offrire, offrendo solo contributi aggiuntivi a quelli del lavoratore per fondi a contribuzione definita.
Di fatto, il sistema dei fondi a benefici definiti sembra ormai avviato al tramonto: nel Regno Unito nel 2007 il 46% di tali fondi era chiuso a nuovi membri, mentre in un ulteriore 15% anche i membri non potevano più acquisire ulteriori diritti. Negli Usa, i dipendenti in attività iscritti ad un fondo a benefici definiti sono passati dal 35% del totale nel 1980 al 18% nel 2004.
3) Dunque, al lavoratore americano o inglese vengono ormai offerti, al più, fondi pensione a contribuzione definita (gli stessi offerti in Italia), sia a livello aziendale, che di categoria o individuale. Ma, di nuovo, emergono problemi sostanziali. Innanzitutto, le imprese, nel passaggio da fondi a benefici definiti a fondi a contribuzione definita, tendono a ridurre drasticamente i contributi: la Pension Commission inglese valuta che, mentre il tipico contributo nei fondi pensioni a benefici definiti in via di chiusura era del 23% del salario, esso scende al 10% nei fondi a contribuzione definita. In secondo luogo, se nei fondi a contribuzione definita l'impresa, versati i contributi, non ha altri obblighi, chi sopporta interamente il rischio è il lavoratore, la cui pensione dipende dai capricci dei mercati finanziari e che rischia, come molti hanno già sperimentato, in caso di crisi di perdere addirittura buona parte del proprio risparmio pensionistico. Infine, il risparmio nei fondi a contribuzione definita è tipicamente abbastanza «liquido», nel senso che può essere riscattato, anche se con qualche penalità, in caso di bisogno; è quanto sta accadendo in tempo di crisi di mutui a molti americani, il che però significa che solo apparentemente si tratta di risparmio pensionistico.
Insomma, anche in sistemi diversi le sfide del sistema pensionistico sono analoghe. E il caso anglosassone, lungi dal rappresentare un modello funzionale ed efficiente, appare in profonda crisi e indirizzato su una strada (riduzione dei contributi, chiusura dei fondi a benefici definiti, trasferimento dei rischi finanziari sul singolo individuo) dalla quale sembrano destinati a derivare l'impoverimento dei pensionati e l'aumento dell'in-sicurezza sociale.

(Angelo Marano)

L'illuminante articolo di Angelo Marano mostra i motivi per cui nei sistemi europei continentali il complesso di inferiorità che hanno i governanti nei confronti del modello di welfare anglosassone, sia assolutamente fuori luogo.
Tralasciando le evidenti falle della sanità statunitense, anche il sistema pensionistico non se la passa affatto bene. I modelli finanziari di diversificazione del rischio, alla base delle scelte di portafoglio dei fondi pensione, sono ben collaudati e fanno piuttosto bene il loro lavoro, ma hanno per loro stessa natura dei limiti ineliminabili. Con la diversificazione si può infatti eliminare il rischio legato alla volatilità dei singoli titoli, ma non il rischio associato al movimento del mercato finanziario nel suo insieme, il cosiddetto rischio sistemico. Il principio è quello del «mai tutte le uova nello stesso paniere», ma cosa succede se il camion che le trasporta si ribalta? I fondi pensione privati, che garantiscono un reddito a decine di milioni di ex lavoratori e che dovrebbero assicurare una vecchiaia serena a tutti quelli che lavorano oggi, sono per lo più vulnerabili di fronte al rischio sistemico. Tale vulnerabilità potrebbe minare drammaticamente la società tutta, senza la disposizione di un opportuno «paracadute».
Il paracadute nell'europa continentale già esiste: ci pensa lo Stato, così inviso ai neoliberali. Neoliberali che curiosamente sembrano dimenticare di essere nella stessa medesima situazione, grazie alla odiatissima entità statale. Oltreoceano infatti, a Washington, sono ben consci della situazione, e se i fondi pensione sono senza protezione di fronte al crollo del sistema finanziario, nessun problema: il paracadute lo mettono al sistema finanziario, a suon di dollari pubblici. Gli stessi dollari pubblici che pensavano di aver risparmiato lasciando alla «mano invisibile» - che spesso dà degli sganassoni tremendi - la serenità dei pensionati e della società tutta. Fare i conti su chi spenderà di più è cosa ardua, e non immune da distorsioni interessate. Una cosa tuttavia è certa: la bilancia dell'ipocrisia pende da una sola parte.

(Carlo Leone Del Bello)


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