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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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10 giugno 2011

Acqua privata e aumento dei prezzi

La propaganda ideologica volta a favorire la privatizzazione dei servizi idrici si basa su alcuni argomenti che possiamo così riassumere : il mondo si trova di fronte ad una probabile e drammatica crisi idrica. Questa crisi non è causata da una scarsità assoluta di acqua, ma da una scarsità relativa all’efficienza della distribuzione di questo bene. Poiché nei decenni scorsi nella maggior parte degli stati  la distribuzione dell’acqua era regolata dal settore pubblico, è il settore pubblico e la sua inefficienza la causa principale della crisi idrica mondiale. Perché si ponga rimedio a tale situazione, è necessario affidare la distribuzione dell’acqua ad imprese private che aumentino le tariffe, permettano una diminuzione degli sprechi ed investano i profitti per il miglioramento delle infrastrutture legate alla distribuzione.

Seppure parte del ragionamento sia condivisibile, non si vede perché l’impresa privata sia più adatta per ridurre gli sprechi e per investire nel miglioramento degli impianti. Resta cioè sospetto il fatto che l’ingresso di privati in questo settore debba coincidere con l’aumento delle tariffe, quasi che quest’ultimo sia propedeutico più all’aumento dei profitti del capitale privato che non all’aumento di investimenti necessari per migliorare la rete di distribuzione o le capacità di estrazione di quello che è ormai considerato l’oro azzurro.

 

 

Va detto che le crisi idriche in realtà non si riescono ad attribuire in maniera univoca alla gestione pubblica o privatistica delle reti. Il ragionamento che ci fa preferire la proprietà pubblica anche delle reti di distribuzione è questa : quale che sia la necessità di aumentare le tariffe, queste dovranno sopportare, nel caso l’affidamento sia a soggetti privati, un ulteriore aumento equivalente al profitto che queste imprese private vorranno conseguire. In secondo luogo se l’utente o il cliente è l’ente pubblico che prima si occupava direttamente della distribuzione idrica, tutti i problemi che riguardavano il suo intervento diretto (corruzione, ragioni di consenso, indifferenza verso i risultati) potrebbero trasportarsi tal quali a livello della valutazione della qualità gestionale del soggetto privato che lo sostituirebbe : in pratica un ente pubblico che sia cliente di un impresa che gestisca la rete idrica potrebbe tranquillamente rimanere indifferente verso l’inefficienza eventuale di tale impresa. In terzo luogo la stessa opinione pubblica, mentre per ragioni populiste potrebbe essere spietata nel giudicare il comportamento di un ente pubblico nella gestione di una rete idrica, sarebbe invece molto più comprensiva nei confronti di un impresa privata, in quanto questa tra le altre cose avrebbe come obiettivo primario la valorizzazione del capitale investito.

In realtà i problemi relativi alle crisi idriche hanno ragioni molteplici e complesse. È ovvio che ci sarà bisogno di un utilizzo più oculato delle risorse idriche e questo utilizzo potrebbe essere legato all’aumento delle tariffe. Tuttavia questo aumento deve essere articolato in modo da non trascurare il fatto che alcuni degli utilizzi dell’acqua sono legati a diritti fondamentali dell’essere umano, come quello alla vita ed alla salute.

Dunque gli aumenti devono riguardare non tanto il consumo individuale e familiare dell’acqua, ma soprattutto il consumo per scopi industriali, dal momento che le imprese, molto più delle famiglie, possono organizzare la loro produzione in modo da diminuire gli sprechi delle risorse naturali utilizzate. In secondo luogo bisogna rendersi conto che i costi della distribuzione idrica non possono, in linea di principio prima che di fatto, essere sopportati dalle sole tariffe, ma vanno integrati  dal ricorso alla fiscalità generale, soprattutto per quel che riguarda l’uso dell’acqua volto a soddisfare quei diritti fondamentali di cui abbiamo parlato prima.

Assolutamente inaccettabili le considerazioni di un certo Novello Papafava per il quale sarebbe meglio alzare i prezzi piuttosto che limitare alcuni utilizzi dell’acqua, quando l’innalzamento dei prezzi sarebbe lo strumento indiscriminato per conseguire  proprio la diminuzione dei consumi. Nel caso però dell’aumento dei prezzi, alcuni potrebbero ugualmente sprecare mentre altri potrebbero limitare consumi più legati ai diritti di cui sopra, con conseguente aumento dell’inefficienza e dell’ingiustizia sociale. Più condivisibile la linea tedesca che si è tradotta, senza privatizzare la gestione della rete idrica, in un aumento delle tariffe ed in un razionamento dei consumi.

 

 


15 giugno 2009

Ernesto Screpanti : l'impresa pubblica competitiva

 L’entrata o la mera minaccia di entrata di una impresa pubblica nei diversi settori industriali e finanziari potrebbe servire ad indurre le imprese private già operanti ad evitare pratiche monopolistiche.

L’impresa pubblica competitiva (IPC) è definibile come un’impresa di proprietà pubblica che opera in competizione con imprese private. I suoi manager sono esposti a un vincolo di bilancio duro, nel senso che il governo non sarà pronto a ripianare qualsiasi perdita, e hanno l’obbligo di pareggiare il bilancio entro un arco temporale di medio periodo, pena il licenziamento. Nei costi può essere incluso un profitto normale da utilizzare per l’autofinanziamento della crescita e delle innovazioni. Non è tenuta a distribuire profitti, ma può finanziarsi sul mercato del credito, prendendo a prestito tutto quello che vuole, se riesce a persuadere i prestatori.

Produce beni privati in settori caratterizzati da relativa omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. La relativa omogeneità dei prodotti assicura la sensibilità dei ricavi alla competizione di prezzo. La relativa omogeneità delle tecnologie, intesa come una situazione in cui tutte le imprese del settore hanno facile accesso alla stessa tecnologia, assicura l’uniformità del saggio di profitto se c’è uniformità dei prezzi.

Lo scopo principale dell’IPC è di costringere le imprese private a praticare prezzi concorrenziali, impedendo comportamenti collusivi e sfruttamento oligopolistico dei consumatori. L’IPC sarebbe particolarmente utile in quei settori in cui la dismissione delle vecchie imprese pubbliche (comprese quelle a partecipazione statale) ha contribuito a creare condizioni oligopolistiche e in cui la concorrenza internazionale non è efficace, ad esempio perché gli stessi mercati internazionali sono dominati da imprese oligopolistiche.



L’IPC praticherebbe prezzi concorrenziali che assicurano solo il profitto normale e, se detiene una consistente quota di mercato, svolgerebbe una efficace azione competitiva. L’efficacia della competizione di prezzo sarebbe assicurata dalla omogeneità dei prodotti e delle tecnologie. Naturalmente è favorita anche la competizione non di prezzo, soprattutto quella che passa per la qualità dei prodotti.

Un secondo scopo dell’IPC è quello dell’investimento nella ricerca e nell’innovazione. Ogni innovazione che crea un vantaggio competitivo porterebbe alla riduzione dei prezzi e all’aumento della quota di mercato. Ciò implica anche aumento del tasso di crescita e dei profitti reinvestiti. Le imprese private esposte a questo tipo di concorrenza sarebbero a loro volta costrette a investire in innovazioni se non vogliono perdere quote di mercato. In questo ambito l’IPC svolgerebbe anche una funzione di indirizzo della ricerca, orientando l’innovazione verso direzioni socialmente benefiche.

L’IPC, per fare un esempio, già potrebbe esistere nel settore della televisione. Sarebbe la RAI, se fosse gestita nell’ottica di cui sopra. In questo settore però non esiste una vera competitività di prezzo, gran parte degli introiti delle imprese provenendo dalla pubblicità e dal canone. In tal caso la competitività deve agire soprattutto sull’innovazione e la qualità del prodotto. Laddove invece, come nei canali a pagamento, la competitività di prezzo è possibile, l’impresa pubblica deve svolgere un’azione aggressiva.

Un altro settore in cui può esistere l’IPC è quello dei tabacchi. Qui la concorrenza internazionale è inefficace perché lo stesso mercato mondiale è dominato da poche multinazionali oligopolistiche. Per di più la competitività di prezzo sarebbe dannosa, in quanto stimolerebbe l’aumento della domanda. In questo caso si dovrebbe partire dal principio che il “bene” prodotto dall’impresa pubblica non è il fumo, ma la riduzione del danno associato al fumo. Un’impresa di stato, se esistesse, dovrebbe praticare politiche competitive soprattutto nella “qualità” del prodotto, nella ricerca di prodotti meno dannosi e nella tutela della salute dei consumatori.

Nei settori in cui, a causa delle recenti dismissioni, non esistono IPC, sarebbe necessario avviare una politica di riacquisto da parte dello stato. Penso in particolare ai settori delle assicurazioni, dell’energia elettrica, delle banche e della telefonia.

Si potrebbe essere tentati di sollevare la solita critica contro i fallimenti dello stato: i manager delle IPC sarebbero tentati di concedere molto slack gestionale per massimizzare la propria utilità in contrasto con la funzione obiettivo postagli dalle autorità pubbliche, sicuri di non dovere rendere conto agli azionisti per l’inefficienza produttiva e le perdite d’esercizio. Ma una tale critica sarebbe scarsamente efficace, perché le IPC opererebbero sui mercati dei requisiti produttivi e dei beni in competizione con quelle private, mentre uno stringente vincolo di bilancio metterebbe a rischio il posto di lavoro dei manager inefficienti.

Più plausibile sembra un altro tipo di critica. I manager delle IPC potrebbero essere tentati di accedere tacitamente a pratiche collusive con gli oligopoli privati. Accettando prezzi oligopolistici si metterebbero al sicuro dai rischi di perdita e potrebbero massimizzare i propri redditi. Ci rimetterebbero i consumatori, che non potrebbero usufruire dell’abbassamento dei prezzi a cui le IPC sono istituzionalmente impegnate.

Si può suggerire che, per far fronte a questa evenienza, si imponga la presenza di rappresentanti degli utenti nei consigli d’amministrazione. La cosa sarebbe fattibile utilizzando esponenti eletti da associazioni dei consumatori legalmente riconosciute. Sarebbe ancora più facilmente praticabile in quelle situazioni in cui gli utenti sono legati all’impresa da contratti espliciti: telecomunicazioni, energia elettrica, assicurazioni, banche, servizi di pubblica utilità etc. In questi casi i rappresentanti degli utenti di ogni singola IPC potrebbero essere formalmente eletti dagli utenti stessi.

Alcuni giornalisti tendono a ridicolizzare l’idea che lo stato debba produrre panettoni. Alcuni professori sostengono che non è comunque necessario, in quanto la contendibilità dei mercati indurrebbe le imprese a comportarsi in modo competitivo anche in mercati non atomistici. Il problema è che la teoria dei mercati contendibili[1] non funziona nei settori in cui, tra l’altro, esistono elevati costi irrecuperabili.

Ebbene l’IPC contribuirebbe a risolvere tale problema. La collettività dovrebbe annunciare di essere pronta ad assumersi questi costi nei casi in cui le imprese private non sarebbero disposte a farlo. Sarebbe pronta sia per i vantaggi generati dalla concorrenza sia per l’implicita capacità pubblica di assicurare i rischi. La semplice disponibilità ad assumersi costi non recuperabili sarebbe un fattore di aumento della contendibilità dei mercati per il solo fatto che c’è. Così potrebbe non essere necessario che lo stato produca panettoni, anche se questo fosse un mercato oligopolistico. Sarebbe necessario emanare una normativa che rende possibile l’IPC. Poi, l’entrata dello stato in alcuni settori, ad esempio quello della telefonia, potrebbe contribuire a creare comportamenti non collusivi anche nel mercato dei panettoni.

*L’autore è professore ordinario di economia politica nell’Università di Siena.

[1] Un mercato si dice contendibile quando vi possono entrare nuove imprese senza sostenere costi irrecuperabili, cioè costi il cui valore non può essere recuperato con l’uscita dell’impresa. Le grandi imprese che operano in mercati non contendibili tendono naturalmente a sviluppare posizioni monopolistiche. Ad esempio, una nuova impresa che volesse entrare nel mercato dei trasporti ferroviari dovrebbe sostenere costi enormi per costruire nuove ferrovie. Se l’impresa volesse uscire dal mercato in un secondo momento (perché si accorge di non fare profitti) non potrebbe recuperare il valore dell’investimento iniziale in quanto non esiste un mercato remunerativo per le ferrovie di seconda mano. In queste condizioni un nuova impresa difficilmente deciderà di entrare nel mercato. Perciò le imprese che già vi operano godono di un privilegio monopolistico in quanto non sono esposte alla contendibilità della propria quota di mercato da parte di potenziali concorrenti.


2 maggio 2009

E' uscito il nuovo libro di Emiliano Brancaccio

Per maggiori informazioni andate qui


7 aprile 2009

Vittorio Longhi : Africa, la crisi picchia, i giovani partono

 

Mentre il governo italiano adotta politiche sempre più restrittive e repressive nei confronti degli immigrati, gli esperti internazionali avvertono che bisogna prepararsi a nuovi, inevitabili esodi dal continente africano, il più colpito dalla recessione economica, e che bisogna riconsiderare le politiche di accoglienza.
«La crisi mondiale sta incidendo pesantemente sull'economia africana e sulle risorse alimentari, con forti aumenti dei prezzi, calo delle esportazioni, difficoltà a trovare investimenti e finanziamenti dall'estero, crollo del mercato del lavoro. Tutto questo, vista l'instabilità sociale e politica in Africa, darà vita a ulteriori conflitti e violazioni dei diritti umani, perciò produrrà nuovi flussi di migranti e di rifugiati». È la premessa di uno studio appena pubblicato dall'Harvard international review, a firma di Arno Tanner, docente di Immigrazione internazionale all'università di Helsinki ed ex senior expert al Consiglio d'Europa.
Tanner descrive alcune delle situazioni in cui la crisi sta avendo gli effetti più drammatici, come in Somalia, dove il prezzo dei cereali è raddoppiato e il valore dello scellino si è dimezzato negli ultimi mesi, rendendo quasi impossibile accedere ai generi di prima necessità per vasti strati di una popolazione già stremata dalla guerra. O come in Egitto, dove il governo ha mandato la polizia con i manganelli e i gas lacrimogeni per fermare le manifestazioni contro il rincaro della farina e impedire gli assalti ai granai. È ovvio che, in mancanza di cibo e lavoro, le tensioni sono destinate ad aumentare, aggravando le condizioni di povertà ed esasperando i conflitti interni. 



Perciò l'unica alternativa è scappare, verso nord, per quei migranti che Tanner descrive come «i rifugiati della crisi economica» e che in Europa non dovrebbero essere trattati indistintamente da irregolari, da «clandestini», ma trovare le stesse forme di protezione riservate ai rifugiati e alle vittime delle crisi umanitarie. «I programmi europei di accoglienza vanno riconsiderati e ampliati per prepararsi alla possibilità di crisi migratorie dall'Africa - spiega -, così come le politiche europee di asilo devono essere pronte a ulteriori flussi, assicurando almeno tutele temporanee». Tra le proposte del professore c'è «l'estensione del mandato dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) o l'istituzione di un'organizzazione mondiale sulla Convenzione di Ginevra, che decida sui diritti dei rifugiati e coordini un sistema adeguato di suddivisione dell'onere, nell'attribuzione delle quote di reinsediamento, basate anche sugli indicatori di ricchezza, come il Pil, dei potenziali paesi di destinazione». Inoltre, Tanner invita a non tagliare gli aiuti e i fondi destinati alla cooperazione internazionale, come invece sta facendo il governo Berlusconi: «Una scelta miope quella dei paesi europei che riducono gli aiuti a causa delle crisi finanziarie interne, perché a lungo andare questo produrrà flussi di migrazione ancora più elevati verso quegli stessi paesi».
Le previsioni e le osservazioni del docente di Helsinki concordano con quanto dichiarato dal vicepresidente della Commissione europea e commissario per Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, dopo l'ultima visita a Lampedusa e a Malta: «L'aggravarsi della crisi e i suoi primi effetti reali in Africa avranno un impatto diretto sulle categorie di popolazione più inclini all'immigrazione», cioè uomini e donne giovani, relativamente istruiti ma senza prospettive.
E in Italia, finora, il persistere dei conflitti africani ha già fatto raddoppiare le domande di asilo. In base agli ultimi dati diffusi dall'Unhcr, dal 2007 al 2008 il numero delle richieste è passato da 14mila a oltre 31mila, facendo raggiungere al nostro paese, per la prima volta, il quarto posto tra le principali destinazioni dei richiedenti, dopo Stati uniti, Canada e Francia.
L'agenzia Onu precisa che due terzi dei 36mila migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2008 hanno presentato domanda d'asilo e la metà ha ottenuto una forma di protezione. I paesi di provenienza sono soprattutto Nigeria, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Costa d'Avorio e Ghana. Tutti luoghi già martoriati da guerre e violenze, che la crisi economica di certo non risparmierà.


3 marzo 2009

Anti-Blanchard : un tentativo di approfondimento

La madre di Carrie, punta dal puntiglio di un povero insetto, sogna un bel lanciatore di coltelli. Le auguriamo maggior fortuna. Passiamo alle argomentazioni svolte dal suo alter-ego. 


Ci si crede api operose, ma ci si scopre vespe fastidiose


1) Laclaire può forse avere ragione nel dire che dal modello di Blanchard non si desume che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la produzione, ma può negare che dal modello di Blanchard si possa desumere che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la domanda?

Eppure sembra che Brancaccio neghi (o limiti) proprio la relazione tra diminuzione dei prezzi ed aumento della quantità domandata:

cioè nella relazione (dimP implica aumZ implica aumY), Laclaire si concentra sulla seconda relazione (aumZ implica aumY), mentre Brancaccio sulla prima relazione (dimP implica aumZ) e quindi non ha bisogno di introdurre la curva dell’offerta per argomentare che la diminuzione dei prezzi non provochi un aumento della domanda e quindi della produzione (il fatto che l’aumento della domanda non provoca necessariamente un aumento della produzione non implica che non ci sia un rapporto altrettanto incerto tra discesa dei prezzi ed aumento della domanda).

Ovviamente la presunta confusione (grave, assai grave!) tra spostamento lungo la curva e spostamento della curva si avrebbe solo se Brancaccio effettivamente dicesse quello che Laclaire gli fa dire, ma probabilmente Brancaccio (come ho tentato di spiegare) non intende approfondire questo punto.

 

2) Il “tutt’altro” a cui accenna Laclaire (la liquidity preference) in realtà è trattato da Brancaccio a pagina 45-46 delle sue dispense, proprio come uno dei problemi relativi al legame tra diminuzione dei prezzi, abbassamento dei tassi d’interesse ed aumento della domanda. Dunque non è vero che la spiegazione keynesiana venga buttata. Anzi, l’idea della AD verticale è proprio l’esemplificazione diagrammatica dell’effetto teorico che molteplici critiche alla concezione neoclassica hanno motivato.

 

3) Quando poi discute dell’accezione di “naturale” nel campo dell’economia, Laclaire cade  a mio parere in un atteggiamento superficiale, definendo il tasso di occupazione naturale come quello oltre il quale una ulteriore espansione produce inflazione. In tal modo l’ulteriore espansione produce inflazione così come una ghiandola secerne un ormone senza evidenziare gli step esistenti tra un fenomeno e l’altro e le scelte economiche consapevoli che determinano l’inflazione stessa.

Che Laclaire giochi a fare l’indiana e faccia retorica  si evidenzia anche dal fatto che, quando riporta un passo di Brancaccio a pagina 54 dell’AntiBlanchard sostituisce “segue mumbo jumbo del perché lo è” alla frase “ciò sta ad intendere, come sappiamo, che a causa della trappola della liquidità e della scarsa sensibilità degli investimenti al tasso d’interesse…”. Tale sostituzione evita a Laclaire di doversi ringoiare l’affermazione che Brancaccio abbia buttato la spiegazione keynesiana in nome di un errore tecnico e non interpretativo (in questo frangente la pretesa di distinguere le due cose è un altro segno della retorica saccente e formalista di Laclaire).

A proposito di tale posizione Laclaire dice che il fatto che l’aumento di P non ha effetto depressivo su domanda e produzione non ha niente a che vedere con la verticalità di AD, in quanto un aumento di P aumenta a sua volta la produzione e perché la domanda è stata aumentata d’imperio con una manovra espansiva. Laclaire dimentica di dire che non è l’aumento di P ad aumentare la produzione, ma lo stesso aumento della domanda causato dalla manovra espansiva, mentre l’aumento di P è successivo all’aumento di domanda e della produzione e sarebbe causato dalla spirale inflattiva. E qui viene verificata la tesi di Brancaccio che l’aumento di P non ha nessun effetto depressivo su domanda e produzione, e non al momento in cui inizia la manovra espansiva come capziosamente sembra far credere Laclaire. L’apparente legame immediato tra Y e P (esemplificato dal diagramma della curva di offerta aggregata AS) passa in realtà (come si desume dalla spiegazione data da Brancaccio a pagina 20)  per l’aumento dell’occupazione necessaria a realizzare la produzione in eccesso, per il rafforzamento dei lavoratori e per l’aumento del salario monetario richiesto. Laclaire invece, misticamente rapita dalla visione del modello, intende tale relazione (intuitiva, a guardare il diagramma) come immediata e questo a mio parere la porta fuori strada.

Laclaire mi pare si confonda anche quando dice che l’aumento di Y è permanente a condizione che l’offerta sia originariamente elastica e non verticale. Essa dimentica che l’AD verticale rappresenta la domanda aggregata e non l’offerta che per Brancaccio può benissimo essere elastica.

 

4) Laclaire poi analizza il caso dell’innalzamento della conflittualità esemplificato da pagina 55 a pagina 57 dell’AntiBlanchard. Qui la sua idolatria per i diagrammi raggiunge il parossismo: Brancaccio dice “di conseguenza la AS trasla in alto…” dove il “di conseguenza” è un modo colloquiale per introdurre la corrispondenza dello scaricamento degli aumenti salariali sui prezzi a livello di diagramma. La sacerdotessa dei modelli (che basta guardarli perché ti parlino, un po’ come la Signora di Lourdes a Bernadette Soubirous) invece prende alla lettera il “di conseguenza” e s’incarta su chi nasce prima, l’uovo o la gallina, dicendo che la traslazione della AS verso l’alto (che, precisa, in realtà è verso sinistra, si badi bene! Ma come fa a fare queste precisazioni? Io direi che si sposta in alto a sinistra, come il grande Partito Comunista…) avviene non quando gli aumenti di W sono scaricati su P, ma quando gli aumenti di W sono superiori a quelli di P. Laclaire illustra anche un ulteriore possibilità per le imprese, cioè quella di contrarre l’offerta ed identifica tale contrazione con lo spostamento di AS, dicendo che, nel caso della spirale inflazionistica, AS non si sposta da nessuna parte perché il caso in cui W aumenta come P è già contenuto nell’aumento di P dovuto all’espansione descritto in precedenza (qui Laclaire dimentica che nel diagramma a pagina 56 la politica espansiva non c’entra niente)

Qui ed in tutta l’argomentazione che segue a me sembra che Laclaire confonda il livello dei prezzi con l’inflazione: se aumentano i salari monetari aumenta anche il livello dei prezzi (sempre che, come argomenta Laclaire, P sia comprensivo di W) e se le imprese scaricano l’aumento di W sui prezzi dei beni prodotti, P (e cioè il livello dei prezzi) aumenta ancora e nessun fenomeno neutralizza tale aumento ( scaricare l’aumento di W sul prezzo dei beni prodotti può al massimo neutralizzare l’effetto dell’aumento di W, ma non scongiurare l’aumento complessivo di P).

Comunque da questa pippa se ne esce solo dicendo che, quale che sia l’aumento del salario monetario,c’è da parte delle imprese uno scarico sui prezzi dei beni prodotti e questo diventa, mantenendo AD verticale, ininfluente per domanda e produzione.

La verticalità di AD, lungi dall’essere una novità irrilevante nella discussione è la traduzione a livello di diagramma sia delle critiche di Keynes e degli economisti post-keynesiani al paradigma neoclassico (v. pag.) sia delle tesi sul carattere non assolutamente esogeno del markup.

Sulla questione del carattere esogeno o endogeno del markup o di altri parametri, Laclaire fa una grande confusione in quanto una volta dice che il parametro ‘z’ è esogeno per Brancaccio, poi una volta corretta, dice che è endogeno. La sua è una lettura superficiale in quanto Brancaccio dice che markup e parametro ‘z’ di conflittualità non debbono più essere considerati entrambi esogeni.

 

5) Alla fine Laclaire ci propina la sua verità: la conflittualità va posta a livello di produzione ed ogni volta che la produzione si contrae o è anelastica ne risentono contemporaneamente salari ed occupazioni. Naturalmente il fatto che AD essendo verticale permetta all’offerta di non contrarsi è per Laclaire del tutto indifferente. In realtà l’offerta aggregata AS è una variabile dipendente da P e da Y, (cioè dal livello dei prezzi e dalla produzione) almeno nel grafico considerato ed a meno che non si voglia accettare la tesi di Brancaccio che i rapporti di forza tra le classi determinino quali variabili siano esogene e quali endogene. Il fatto che le imprese possano contrarre la produzione è proprio in un certo senso la conferma del fatto che il conflitto condiziona le scelte : il sistema delle imprese potrebbe scegliere di diminuire il markup, ma non lo fa e per evitare un rafforzamento dei lavoratori diminuisce la produzione, oppure scatena la spirale inflattiva.

Dire però che il conflitto stia tutto nell’evitare che la produzione si contragga è un assoluta mistificazione e così pure tradurre Marx come uno che agisce a livello di organizzazione sociale della produzione, senza sottolineare che ciò vuol dire mutare i rapporti di proprietà e dare facoltà di decidere come, quando e quanto produrre.

 


2 luglio 2008

La crisi alimentare nel Maghreb

 

L'Algeria rischia di entrare nella zona a «rischio fame» proprio nel momento in cui il boom del prezzo petrolifero ha enormemente arricchito le casse dello stato. I prezzi dei beni di prima necessità continuano ad aumentare nonostante i tentativi del governo di calmierarli, anche perché l'Algeria dipende per il fabbisogno alimentare dalle importazioni. La rendita del petrolio non ha favorito le classi più emarginate e nemmeno la classe media che si è andata impoverendo negli ultimi decenni, esiste uno scarto enorme tra i salari del settore privato e quelli del settore pubblico. A molti giovani - anche quelli che escono dalle università - che non hanno nessuna prospettiva per il futuro, non resta che raccogliere i soldi per tentare di attraversare il Mediterraneo con un mezzo di fortuna. Il punto di raccolta per la partenza di questi harraga (come vengono chiamati in Algeria gli aspiranti emigrati «clandestini») è Annaba, l'approdo è la Sardegna, anche se sanno benissimo che rischiano di essere rispediti a casa immediatamente. Tuttavia ci riproveranno, non rinunceranno al loro sogno, come mi ha spiegato un amico medico che li visita al loro ritorno ad Algeri per accertare le loro condizioni sanitarie.
Disoccupazione, corruzione, clientelismo, crisi alimentare sono i mali che stanno infiammando non solo l'Algeria ma tutto il Maghreb. Le rivolte sociali sono all'ordine del giorno, più degli attacchi terroristici.
Infatti le notizie di attentati non occupano più le aperture delle prime pagine dei giornali algerini. Anche se il terrorismo continua a colpire nonostante il processo di riconciliazione: quello residuale del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) agisce in tono minore ma con quotidiani attacchi contro i militari mentre sporadici sono gli attentati dell'Aqim (al Qaida Maghreb) a volte circondati da notizie confuse e inquietanti. Anche le rivendicazioni (di al Qaeda) sono incontrollabili, a volte le notizie, come è successo qualche giorno fa, sono smentite dal Ministero della difesa e, per aver dato notizie ritenute infondate, due giornalisti algerini che lavorano per l'Afp e la Reuters, si sono visti ritirare il loro accredito dalle autorità. Il sistema algerino è più che mai opaco, come nei momenti più bui.
Perché i giornali algerini sono così cauti? Non sono più gli anni 90 quando la relativa libertà di stampa era un esempio per tutto il mondo arabo. Ora le pene contro la diffamazione sono dure. Quel che più colpisce, come è stato sottolineato da giornalisti nei giorni scorsi, è l'assenza dello stato. Sembra di assistere a una sorta di strategia della tensione. Che serve solo a destabilizzare. La popolazione sfiduciata dal governo non è più disposta a mobilitarsi contro il terrorismo, e gli islamisti non sono più in grado di capitalizzare il disagio sociale diffuso soprattutto tra i giovani (in Algeria il 51% della popolazione ha meno di 25 anni) quindi cercano di propagandare le proprie azioni, vere o false.
In tutto il Maghreb si assiste a esplosioni di rabbia incontenibili visto che finora le rivendicazioni popolari non hanno trovato risposta nei rispettivi governi. Non sembra esserci un coordinamento tra le varie proteste, anche se in Algeria esistono sindacati autonomi, non riconosciuti, ma molti attivi in tutti i campi, soprattutto nella scuola. Sono le condizioni di vita: mancanza di lavoro e prospettive per i giovani, mancata ripartizione delle risorse e corruzione a provocare le proteste. I motivi per le esplosioni di rabbia possono essere le più diverse: a Orano, a fine maggio, il detonatore è stata la retrocessione in serie B della squadra di calcio della più grande città dell'ovest algerino, il Mouloudia. Qualche giorno dopo a Redeyef nel sud della Tunisia, città ricca di fosfati, è stata la disoccupazione, l'aumento del costo della vita, la corruzione e il clientelismo. E poi a Sidi Ifni, nel sud del Marocco, un porto che si affaccia su un mare ricco di pesce, i giovani si sono ribellati per l'esclusione dalle liste per un posto di lavoro. Motivi diversi, ma alla base i problemi sono gli stessi a scatenare la rivolta, repressa allo stesso modo, a volte anche causando vittime.
«Quello che sta succedendo nel nostro paese è la rimessa in causa di un sistema che ha spossessato un popolo del proprio stato, privandolo del diritto alla cittadinanza. Le disillusioni sono amare e la rabbia a fior di pelle», scriveva il Quotidiano d'Orano. Mentre Amari su el Watan in un commento dal titolo «Popolo sordo, Stato muto» sottolineava: «Stranamente, il presidente della repubblica resta in silenzio, assente, muto, come se la situazione non lo riguardasse, lui che non si è rivolto al suo popolo da molto tempo», e non è da Bouteflika comportarsi così, essendo lui abituato ai bagni di folla. Ma il potere logora e il suo populismo non ha più l'appeal dei tempi passati. Però non a caso è ricomparso in pubblico lunedì 16 giugno allo stadio di Blida per consegnare la coppa alla Jsm la squadra di Bejaia (Kabilya) che ha vinto il campionato algerino.
Quell'Unione del Maghreb arabo, che i governi non sono mai riusciti a realizzare a causa delle divisioni storiche (compresa la questione irrisolta dal Sahara occidentale) o diffidenze più recenti, la stanno raggiungendo le proteste che non conoscono frontiere. Anche se la situazione dei vari paesi è diversa il carattere sociale della protesta è lo stesso. È passato mezzo secolo da quel 28 aprile del 1958 quando i leader politici nordafricani, Medhi Ben Barka per il Marocco, Omar Bossouf per l'Algeria e Tayeb M'hiri per la Tunisia, da Tangeri esprimevano la «volontà della maggioranza dei popoli arabi del Maghreb arabo a unire i loro destini».
L'aumento del prezzo del petrolio ha portato molti dollari nelle casse algerine (le riserve sono calcolate in 160 miliardi di dollari). Questo flusso di petrodollari ha permesso all'Algeria di accelerare il processo di modernizzazione e di classificarsi come terza potenza economica in Africa, dopo il Sudafrica e la Nigeria. Grandi investimenti nelle infrastrutture del paese (come l'autostrada est-ovest che collegherà Annaba con Orano) che impiegano però soprattutto tecnici e manodopera straniera, e sono i cinesi a fare la parte del leone. Ci sono poi tre megaprogetti siderurgici a Jijel e Orano e poi petrolchimica, desalinizzazione dell'acqua, produzione di alluminio e cementifici. E ancora il settore immobiliare (già in esplosione) e turistico, urbanizzazione che va ad erodere il territorio della fascia costiera la più fertile del paese. Infine la costruzione di un grande centro di ricerca universitaria che finalmente dovrebbe dare la possibilità ai docenti algerini di fare ricerca. Il centro dovrebbe accogliere ricercatori provenienti da tutta l'Africa, con un ritorno al passato quando l'Algeria era il paese di riferimento rispetto al continente africano. Un altro progetto che invece è stato un po' snobbato dall'Europa è quello della produzione di energia solare con un megapannello nel deserto che avrebbe potuto rappresentare una vera sfida al consumo di petrolio e per di più lanciato proprio da un paese produttore, ma evidentemente toccava troppi interessi. E si sa che sul prezzo del petrolio vi sono molti che speculano e solo una parte del ricavato entra nelle casse dei paesi produttori. Si tratta comunque di ingenti somme che non hanno avuto una ricaduta sociale e soprattutto non hanno migliorato le condizioni di vita degli strati meno abbienti della popolazione andando invece ad alimentare la corruzione e la burocrazia.Un nuovo allarme rischia di innescare una rivolta che ricorda quella del 1988, cosiddetta della semola, dove insieme al pane si chiedeva democrazia e giustizia. Aumentano infatti i prezzi dei beni di prima necessità e si comincia persino a temere la carenza di prodotti alimentari, l'Algeria sta entrando nella «zona rossa», a rischio. Un vecchio problema per l'Algeria che nella sua fase di «socialismo africano» aveva puntato tutto sull'industrializzazione del paese distruggendo l'agricoltura che invece rappresentava una risorsa strategicamente importante.
A drammatizzare la situazione ha contribuito quest'anno la siccità. La produzione cerealicola in alcune regioni dell'ovest algerino ha raggiunto i 4 quintali all'ettaro contro i 12 che si sarebbero ottenuti in condizioni normali. Una produttività comunque bassa rispetto ai paesi vicini e dovuta proprio alla politica agricola. Si tratta della produttività più bassa del bacino mediterraneo.
In Marocco la produzione è di 22 quintali per ettaro per il grano tenero e 16 per quello duro; in Tunisia la produzione media è di 50 q/ha, mentre in Francia può arrivare a 80/100. Nonostante gli investimenti in agricoltura non si sono visti risultati apprezzabili. Siamo ben lontani dall'utopia della rivoluzione agraria che tanto aveva mobilitato i giovani comunisti algerini dopo l'indipendenza.
Il fatto è che non si è mai voluto investire seriamente in un settore che oltre a impiegare manodopera avrebbe potuto garantire una sicurezza per l'Algeria. Che dipende dalle importazioni per il proprio fabbisogno alimentare. Nel 2003 la fattura per l'importazione di cibo era di 2,6 miliardi di dollari, nel 2007 la cifra è quasi raddoppiata aggirandosi sui 5 milioni di dollari. L'Algeria importa grano, latte, burro e altri prodotti agricoli (soprattutto da Francia, Usa e Canada). Quando era a capo del governo Ahmed Ghozali (1991-92) aveva in programma di arrivare a porre fine all'importazione di cereali, ma non ha potuto portare a termine il suo lavoro. Dovremo attendere una nuova «rivolta della semola» perché il governo algerino affronti seriamente il problema?

(Giuliana Sgrena)


29 giugno 2008

Londra critica i biocarburanti

 

Il boom degli agrocarburanti ha avuto un ruolo «significativo» nella scalata mondiale dei prezzi del generi alimentari, che ha provocato penuria e proteste in molte regioni del pianeta. A dirlo, questa volta, è uno studio commissionato dal governo britannico: sarà pubblicato la settimana prossima, ma «The Guardian» ieri ha pubblicato qualche anticipazione. Lo studio afferma che la Gran Bretagna, e l'intera Unione europea, dovranno ripensare la propria politica in merito a quei carburanti che si usa definire «bio» perché sono di origine vegetale: etanolo tratto dalla canna da zucchero, dal mais o dalla barbabietola, diesel prodotto da palma da olio o soia. Da usare miscelati ai carburanti classici, fino a non molto tempo fa sono stati in generale presentati come un'alternativa «ecologica» che avrebbe permesso di diminuire le emissioni inquinanti e quindi combattere il cambiamento del clima, oltre a diminuire la dipendenza dal petrolio. Per la verità già diverse voci avevano sollevato obiezioni serie: sia nel mondo ambientalista, sia tra le organizzazioni rurali di grandi paesi produttori agricoli - dal movimento Sem Terra del Brasile alle campagne per la «giustizia ecologica» in Indonesia, allarmati dall'accelerazione della corsa a deforestare per piantare palma o canna da zucchero - sia anche nel mondo scientifico. E però la generale fiducia negli agrocarburanti ha portato l'Ue a darsi l'obiettivo di introdurre il 5% di carburante di origine vegetale nella miscela di benzine e diesel in commercio entro il 2010. La Gran Bretagna è già passata ai fatti: il governo Brown ne ha fatto un elemento chiave della sua strategia «verde», e dal primo aprile tutta la benzina in vendita nel Regno unito contiene, per legge, almeno il 2,5% di agrocarburante. Il gruppo di esperti presieduto dal professor Ed Gallagher, capo dell'Agenzia per le energie rinnovabili del governo britannico, ha studiato la questione su incarico del ministero dei trasporti, che in febbraio ha chiesto di indagare l'impatto dei biocarburanti. Il gruppo non ha avuto dunque molto tempo, ma pare che non si sia limitato ad acquisire la letteratura scientifica già disponibile. In sostanza il rapporto Gallagher dice che il governo deve indagare molto di più l'impatto degli agrocarburanti sull'uso delle terre e la produzione alimentare, prima di fissare obiettivi obbligatori per il loro uso nei trasporti. Il rapporto non chiude del tutto ai carburanti di origine vegetale. Distingue però tra quelli chiamati «di prima generazione» - che trasformano derrate coltivate come cibo: canna da zucchero, soia, mais e così via, dunque stabiliscono una concorrenza diretta tra uso alimentare e benzina - e la cosiddetta «seconda generazione», per ora sperimentale: cioè il tentativo di trasformare in carburante piante non alimentari e coltivabili su terre marginali, dunque in teoria non in concorrenza con la produzione di cibo. Bisognerà vedere se e come Londra trarrà le conseguenze di questo rapporto. Certo è che la corsa agli agrocarburanti è ormai oggetto di scontri politici poderosi. Oggi un terzo del mais prodotto negli Usa va in etanolo e metà degli oli vegetali dell'Ue vanno in diesel. L'amministrazione Usa ha sostenuto, durante la recente conferenza della Fao, che gli agrocarburanti contano appena per il 3% dei rincari dei prezzi alimentari, ed è quanto ripetono le lobby delle industrie produttrici in grandi pagine di pubblicità sui grandi quotidiani internazionali. Il Fondo monetario internazionale, che pure non è un'associazione ambientalista, parla del 20-30%, altre istituzioni fanno stime ancora più alte. Alla Fao, Stati uniti e Brasile (i due grandi produttori di etanolo e agro-diesel) hanno fatto fuoco e fiamme per impedire che i documenti finali raccomandassero una moratoria sui «bio» carburanti. Eppure in gioco è la sicurezza alimentare del pianeta.

(Marina Forti)


16 giugno 2008

Come si fabbrica la crisi del cibo

 Quando lo scorso anno decine di migliaia di persone in Messico manifestarono contro l'aumento del 60 per cento sul prezzo delle tortillas, molti analisti diedero la colpa ai biocarburanti. Per via delle sovvenzioni governative Usa gli agricoltori americani utilizzavano sempre di più i campi di grano per la produzione dell'etanolo anziché per gli alimenti, e questo fece lievitare il prezzo del frumento. Il fatto che il grano venisse trasformato in biocarburante anziché in tortillas fu senz'altro una delle cause che fecero schizzare i prezzi alle stelle, sebbene la speculazione sul biocarburante richiesta dai mediatori internazionali possa avere avuto un ruolo più determinante.
Uno studio realizzato dalla Fao (delle Nazioni Unite) su quattordici paesi ha rilevato che la quantità di cibo importato tra il 1995 e il 1998 era nettamente superiore al periodo 1990-1994. Il fatto non destò alcuna sorpresa finché uno dei più importanti obiettivi della Convenzione sull'agricoltura del Wto (Organizzazione mondiale del commercio) fu quello di aprire i mercati nei paesi in via di sviluppo così da poter assorbire il surplus di produzione nei paesi del nord. E quindi, come disse nel 1986 il ministro dell'agricoltura americano John Block: «L'idea che i paesi in via di sviluppo si possano sostentare autonomamente è un concetto anacronistico. Essi potrebbero assicurarsi una migliore nutrizione facendo affidamento sui prodotti agricoli americani, che nella maggior parte dei casi hanno un prezzo più basso».
Quello che Block non disse è che il prezzo contenuto dei prodotti americani era determinato dalle sovvenzioni che diventavano ogni anno più corpose nonostante il Wto avesse il compito di controllarle. Dai 367 miliardi di dollari nel 1995, l'ammontare totale delle sovvenzioni all'agricoltura erogate dai governi dei paesi sviluppati è cresciuto fino a raggiungere nel 2004 i 388 miliardi di dollari. Sin dalla fine degli anni Novanta le sovvenzioni hanno inciso sul 40 per cento del valore della produzione agricola nell'Unione Europea e per il 25 per cento negli Stati Uniti. I fautori del libero mercato e i difensori delle esportazioni sottocosto possono apparire su posizioni opposte, ma le politiche che sostengono portano al medesimo risultato: la globalizzazione capitalistica dell'agricoltura.
TRA MONSANTO E CARREFOUR
I paesi in via di sviluppo si stanno via via integrando in un sistema dove la produzione della carne e del grano diretta all'esportazione è dominata da grosse industrie agricole come quelle gestite dalla multinazionale tailandese Cp e dove la tecnologia è continuamente aggiornata dai progressi dell'ingegneria genetica realizzati da ditte come la Monsanto. E l'eliminazione delle barriere tariffarie ed extra tariffarie sta facilitando la nascita di catene di punti vendita di prodotti agricoli a livello mondiale dove i consumatori di ceto medio-alto fanno il gioco di colossi commerciali quali Cargill e Archer Daniels Midland e di ipermercati come Tesco (Inghilterra) e Carrefour (Francia).
Nell'organizzazione di questo mercato globale c'è poco spazio per le centinaia di milioni di poveri che vivono nelle città o nelle campagne. Questi sono confinati in gigantesche favelas di periferia dove si trovano a combattere con costi alimentari spesso molto più alti rispetto a quelli dei supermercati, o vivono in risicate realtà rurali, intrappolati in attività agricole marginali e sempre di più vittime della fame. E così, all'interno di una stessa nazione, la carestia dei ceti emarginati coesiste spesso con la prosperità di quelli integrati nella globalizzazione.
Questo non è semplicemente lo sgretolamento dell'autosufficienza e della sicurezza nel processo dell'alimentazione ma è ciò che l'africanista Deborah Bryceson di Oxford chiama «de-ruralizzazione» - l'eliminazione di una modalità produttiva che fa della realtà rurale un terreno congeniale all'accumulazione intensiva di capitali.
Questa trasformazione rappresenta un trauma per centinaia di milioni di persone, poiché la produzione agricola non è un'attività meramente economica, è uno stile di vita atavico, una cultura spodestata o emarginata, che in India ha spinto i contadini al suicidio. Nello stato dell'Andhra Pradesh, i contadini che si sono suicidati sono aumentati da 233 nel 1998 a 2.600 nel 2002; nel Maharashtra, i suicidi si sono triplicati, da 1.083 nel 1995 a 3.926 nel 2005. Possiamo dire che 150.000 contadini indiani si sono tolti la vita.
Il crollo dei prezzi dovuto al libero mercato e alla perdita del controllo sul grano a favore delle grosse aziende biotecnologiche è parte di un problema complesso. L'attivista della giustizia globale, Vandana Shiva, dice: «Nell'epoca della globalizzazione il coltivatore (o coltivatrice) della terra sta perdendo la sua identità sociale, culturale ed economica di persona che produce.
Un contadino diventa ora un 'consumatore' del costosissimo grano e degli ancora più costosi prodotti chimici venduti da forti multinazionali grazie al potere dei proprietari terrieri e dei finanziatori locali».
La de-ruralizzazione è ad uno stato avanzato in America Latina e in Asia. E se la Banca Mondiale dice il vero, l'Africa sta viaggiando nella stessa direzione. Come fanno giustamente notare la Bryceson e le sue colleghe in un recente articolo del 2008, il rapporto sullo sviluppo mondiale che tratta per esteso l'agricoltura in Africa, nel continente è in corso un progetto di trasformazione dell'agricoltura basata sull'attività rurale ad un'industria agricola su vasta scala. Comunque, come in altri paesi oggi, i banchieri passano da una sfiducia latente a una manifesta opposizione. Al tempo della colonizzazione, negli anni Sessanta, l'Africa era una rete di export alimentare. Oggi importa il 25 per cento del suo fabbisogno; quasi ogni paese rappresenta una rete di importazione alimentare. Fame e carestia sono diventate un fenomeno ricorrente, che negli ultimi tre anni ha visto scoppiare l'emergenza cibo nel Corno d'Africa, nel Sahel e nell'Africa Centrale e Meridionale.
Ad aggravare l'impatto negativo dell'adeguamento strutturale si aggiungevano le inique regole economiche dell'Europa e degli Stati Uniti. La liberalizzazione ha permesso ai paesi europei esportatori di manzo di mandare in rovina gli allevatori dell'Africa occidentale e meridionale. Con le loro sovvenzioni legittimate dal Wto i coltivatori americani misero sul mercato mondiale il cotone a un prezzo che andava dal 20 al 55 per cento del costo di produzione, generando così il fallimento degli agricoltori dei paesi sopra menzionati.
Secondo le stime dell'Oxfam, il numero di africani del sub Sahara che vivevano con meno di un dollaro al giorno era quasi raddoppiato fino a raggiungere i 313 milioni tra il 1981 e il 2001 (il 46 per cento dell'intero continente). Il ruolo che ebbe l'adeguamento strutturale nella creazione della povertà era duro da negare. Come ammise il responsabile dell'economia africana per la Banca Mondiale: «Non pensavamo che i costi umani di questi programmi sarebbero stati così elevati, e che il ritorno economico avrebbe avuto un processo così lento».
UNA STRATEGIA ALTERNATIVA
Le organizzazioni contadine del mondo sono diventate più combattive nella loro resistenza alla globalizzazione dell'industria agricola. E' per la pressione dei coltivatori che i governi del sud del mondo hanno rifiutato un più libero accesso ai loro mercati agricoli ed hanno richiesto un taglio netto alle sovvenzioni all'agricoltura da parte di Stati Uniti ed Europa, facendo sì che Doha Round del Wto mettesse fine alle negoziazioni.
Gli agricoltori hanno creato una rete internazionale; una delle più attive è quella chiamata Via Campesina (strada di campagna). Questa, non solo cerca di far fuori il Wto dal settore agricolo e si oppone ad un modello di agricoltura industriale capitalistica globalizzata; propone anche una nuova strategia di alimentazione alternativa. Che vuol dire innanzi tutto il diritto di un paese a stabilire i termini della propria produzione e consumo di prodotti alimentari, ma soprattutto a mantenere le distanze dalle regole del commercio globale stabilite da istituzioni come il Wto.
Questo significa anche consolidare la forza dei piccoli proprietari terrieri proteggendoli dai danni di un sistema di importazione a basso costo; significa prezzi più convenienti per agricoltori e pescatori; significa l'abolizione di tutte le sovvenzioni dirette e indirette all'esportazione. Significa inoltre l'eliminazione delle sovvenzioni interne che hanno provocato l'insostenibilità del settore agricolo.
La realtà di Via Campesina è anche chiamata a mettere la parola fine al regime dei Trip, che permette alle corporazioni di brevettare le semenze. Via Campesina si oppone all'agrotecnologia basata sull'ingegneria genetica e pretende una riforma agraria. In contrasto ad una monocultura globale integrata, Via Campesina offre la visione di un'economia agricola internazionale composta da varie nazioni che commerciano tra di loro dando priorità al fabbisogno interno del paese .
Considerato una volta la reliquia dell'era preindustriale, ora il mondo contadino rappresentano l'opposizione ad un'agricoltura industriale capitalistica, fatto che lo potrebbe consacrare alla storia. Questo mondo è diventato ciò che Carlo Marx descriveva come «una classe che rappresenta la coscienza politica di un popolo», anche andando contro le sue teorizzazioni che ne pronosticavano la fine. Nella crisi alimentare i contadini sono in prima linea ed hanno alleati e sostenitori. Loro non entrano di nascosto e in punta di piedi nella lotta contro la de-ruralizzazione, i cui sviluppi nel ventunesimo secolo stanno dimostrando che la panacea del capitalismo industriale agricolo è un incubo.
Nella crescente crisi ambientale dove le disfunzioni sociali della vita urbana industrializzata si vanno accumulando e l'industrializzazione dell'agricoltura crea una maggiore precarietà alimentare, le organizzazioni del movimento agricolo hanno una sempre maggiore rilevanza non solo per gli agricoltori ma per tutti coloro che sono minacciati dalle catastrofiche conseguenze che una visione capitalistico-globalizzata potrebbe avere sul settore produttivo, sulla comunità e sulla vita stessa.

(Walden Bello)


13 giugno 2008

Neo-imperialismo di Usa e Ue: il «biofuel» e la crisi alimentare

All'indomani dell'annuncio del governo Usa di aumentare il consumo di etanolo Fidel Castro disse immediatemente - azzeccandoci in pieno - che ciò avrebbe comportato inflazione alimentare ed un ulteriore impoverimento delle masse più misere del terzo mondo. L'inflazione è tale che anche i coltivatori di papaveri per l'oppio afghani stanno seminando cereali.
Questo stato di cose fa risaltare le pessime politiche agricole perseguite sia dagli Usa che dalla Ue, la principale responsabile della marginalizzazione economica dell'agricoltura africana. La Ue si comporta in maniera neo-mperialisica verso l'Africa ricattandola affinchè apra le proprie economie all'importazione di prodotti sia industriali che agricoli. Nel primo caso essa è ormai perdente nei confronti della Cina, nel secondo caso, concernente l'agricoltura, è riuscita, nell' arco degli ultimi tre decenni, a scardinare le coltivazioni di sussistenza africane.
E' stata la confluenza di interessi dell'agro-business europeo con i progetti di industrializzazione, anche in campo agricolo, dei governi africani ad aprire le porte alle esportazione del surplus europeo, schiacciando in tal modo la produzione di sussistenza locale. Per rimetterla in piedi ci vorranno molti anni per cui il continente è completamente esposto all'inflazione dei prezzi agricoli proveniente dall'Europa. Senza aver fatto il salto verso livelli in cui la spesa per alimentazione non supera il 20% del reddito delle famiglie , i paesi poveri soffrono dell'indebolimento dell'agricolutra di sussistenza.
Passiamo al Messico e quindi agli Stati uniti. La politica dell'etanolo inaugurata da Bush ha fatto lievitare i prezzi dei cereali e dunque dei beni alimentari di base in Messico causando anche sommosse. Con la crisi debitoria degli anni '80 il Messico, seguendo le condizioni poste da Fmi e Banca mondiale, ha drasticamente tagliato sussidi e sostegni all'agricoltura nazionale, colpendo soprattutto quella di sussistenza ed aprendosi alle importazioni dagli Usa. Ciò ha prodotto una valanga di importazioni di mais statunitense a basso costo, sussidiato dal governo di Washington, a basso costo che ha creato una profonda deflazione e crisi nella produzione di mais messicano. Lo spostamento del mais Usa verso l'etanolo ha avuto un contraccolpo immediato sul ben più povero vicino. Si tenga presenta che la trasformazione del mais Usa in combustible è un processo molto inefficace sia dal punto di vista dell'uso dell'acqua che in termini di quantità di petrolio. Il procedimento meno costoso è quello connesso alla trasformazione dello zucchero effettuata in Brasile su cui Wasington impone dazi del 25-30%.
L'agricoltura è uno dei rami in cui si perpetua la relazione Nord-Sud che prima si incentrava sull'industria ma che la trasformazione cinese ha ormai indebolito. I beni di base agricoli sono diventati anche strumenti finanziari su cui si costruiscono aspattative speculative. La grande ondata inflazionistica attuale è nata in gran parte dal dimezzamento del raccolto cerealicolo australiano l'anno scorso, destinato prevalentemente all'esportazione. Ciò ha fatto scattare la speculazione sui mercati futuri, sui prezzi del foraggio e via dicendo. I paesi ove vive la maggiornaza della popolazione mondiale che spende l'essenziale del reddito sui prodotti alimentari sono i più colpiti dallo svuotamento del settore di sussistenza.

(Joseph Halevi) 


12 giugno 2008

Intervista al viceministro cubano Regueye

 

Solidarietà, condivisione, multidisciplinarietà. Sono questi i concetti ai cui ricorre più spesso Orlando Regueiye Gual, viceministro cubano per la cooperazione, l'investimento estero e la cooperazione economica internazionale, presente al vertice Fao come responsabile degli organismi economici internazionali nella delegazione cubana al vertice Fao.
Lei rappresenta Cuba nelle relazioni con gli organismi economici internazionali come la Fao, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo e Pma, il Programma mondiale per l'alimentazione. Quale efficacia hanno queste istanze nella crisi del cibo?
Vi sono paesi come Haiti in cui molte persone che non hanno neanche un pasto al giorno assicurato sono obbligate a mangiare la terra per procurarsi i sali minerali che contiene. Il fallimento mondiale delle politiche neoliberiste ha prodotto una deformazione strutturale dell'economia che richiede riforme radicali, basate sullo sviluppo sostenibile. Mandare alimenti è l'equivalente di apporre cerottini su una ferita infetta che richiede una soluzione chirurgica radicale. Il Pma, il programma mondiale alimentare è invece diventato l'ambulanza del sistema delle Nazioni unite. C'è un terremoto, un cataclisma o una carestia? Arriva il Pma, e le telecamere inquadrano la gente che si batte per accaparrarsi i sacchi di riso. E domani? E ieri, cosa si è fatto per prevenire? Le catastrofi non sono esclusivamente colpa della natura. Da anni sento dire che le nazioni sviluppate devono destinare a quelle sottosviluppate lo 0.7 per cento del Prodotto interno lordo. Ma questo aiuto, quando c'è, riguarda un fondo di aiuto allo sviluppo legato al debito estero e alle condizioni di acquiescenza imposte ai governi locali, ed è spesso un modo indiretto per far ritornare i guadagni al paese donatore: si manda uno stuolo di esperti che deve essere assicurato da compagnie facenti capo alla madrepatria, protetti da eserciti privati di medesima provenienza, e via discorrendo. Quando sento un paese europeo dire che destina 15 milioni di euro allo sviluppo, rispondo chiedendogli di calcolare, se vuole, il costo di 50.000 cubani che lavorano all'estero gratuitamente in 70 paesi, oppure quello dei 30.000 studenti, provenienti da 121 paesi, che studiano a Cuba a spese dello stato. Noi pensiamo che l'essere umano sia fondamentale, è questo il nostro aiuto. Non sono, però, fra quelli che considerano incontri come questo della Fao privi di utilità. Se non a prendere decisioni (quanti paesi importanti hanno mandato rappresentanti di peso?) servono a far conoscere il problema.
Nella recente riunione di Caracas i paesi dell'America latina hanno raggiunto una posizione comune?
Ci sono stati vari incontri per discutere della crisi alimentare, prima la conferenza di Brasilia, poi l'iniziativa di un gruppo di paesi, che hanno convocato una riunione a Managua per impulso del presidente del Nicaragua Daniel Ortega, un vertice dei paesi dell'Alba, alternativa bolivariana delle Americhe, e poi la cumbre di Caracas, del Sistema economico latino-americano, il 30. Un'iniziativa lodevole, ma tardiva, perché quasi tutte le delegazioni erano già partite per Roma. Indipendentemente dall'occasione specifica, esiste comunque il riconoscimento dell'urgenza comune. Nella riunione di Managua solo alcuni paesi, come il Salvador o il Costa Rica hanno presentato riserve ad alcuni paragrafi di un testo comune che evidenziavano il legame tra le politiche neoliberiste e la natura della crisi alimentare.
Una delle questioni in gioco riguarda l'uso degli agro-combustibili e degli ogm. Qual è la posizione di Cuba?
Ci sono due versanti del problema: uno è quello degli alimenti, come il mais, usati per riempire i serbatoi e non la pancia delle persone. Come in Messico, dove si deve importare grano sussidiario dagli Stati uniti perché quello che si produce serve agli agro-combustibili. Poi c'è il bio-combustibile che si ricava dalla canna da zucchero, nel cui processo di produzione ci sono molti derivati come gli alcol che possono servire per il rum o per uso medico o utilizzati per i carburanti. Oggi il prezzo dello zucchero, a differenza degli altri alimenti, è rimasto invariato, dunque c'è il rischio che grandi quantità di terreno vengano indirizzati alla produzione di canna da zucchero non tanto per lo zucchero ma per l'etanolo e che possano danneggiare terreni prima dedicati alla produzione di altri tipi di alimenti. Bisogna invece avere una politica razionale, senza inutili guerre di religioni.
Che succede invece oggi nell'industira degli agro-combustibili? Che simultaneamente si stanno sviluppando nuove tecnologie per produrre bio-carburanti a partire da rifiuti vegetali di cellulosa di molte piante. Attenzione, perché chi sta lavorando su questo tema sono grandi multinazionali che possono pagare grandi quantità di denaro per la ricerca e averne l'esclusiva sul mercato. E così, dopo aver distrutto la produzione di mais, produrranno cellulose con le loro tecnologie ad uso esclusivo. Per questo bisogna imporre il diritto alla condivisione dei brevetti e delle licenze, cercare una soluzione integrale.
Altro tema è quello degli ogm, del transgenico. Cuba non ha adottato gli ogm, ma sta facendo ricerca per conto suo.

(Geraldina Colotti)


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