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23 novembre 2009

Anna Maria Merlo : Parigi ritorna all'acqua pubblica, mentre noi la consegneremo alla camorra

 

In Francia la privatizzazione dell'acqua potabile ha già una lunga storia alle spalle. Attualmente, in due grandi città su tre l'acqua è in mano ai privati. Due multinazionali dell'acqua, non a caso, sono francesi: Veolia (ex Générale des Eaux) e Suez. Un terzo gruppo, più piccolo, opera nel settore in Francia, la Saur, filiale di Bouygues, il gigante dei lavori pubblici (proprietario della prima rete tv, Tf1). Ma la grande corsa verso il privato, avviata alla grande negli anni '80, quando i comuni si sono trovati obbligati a far fronte a enormi investimenti per rispettare le nuove norme, più vincolanti, sembra arrivata alla fine. L'esempio viene da Parigi: la giunta del socialista Bertrand Delanoë ha deciso di affidare a un operatore unico, pubblico - Eau de Paris - la gestione dell'insieme del servizio dell'acqua, dalla produzione fino alla distribuzione. Il 1° gennaio 2010 arriveranno a scadenza (anticipata, per volontà del comune) i contratti con i due operatori privati che dall'84 gestivano l'acqua nella capitale, la Compagnie générale des Eaux (filiale di Veolia) per la rive droite e la società Eau et Force (filiale del gruppo Suez) per la rive gauche. Così, tra un mese e mezzo, anche la distribuzione tornerà pubblica, mentre la produzione lo è già da metà maggio di quest'anno. Veolia e Suez, che nell'87 erano entrate nel capitale della società di economia mista Sagep (Società anonima di gestione delle acque di Parigi) e poi erano diventate azioniste di Eau de Paris, sono state escluse dalla nuova società di gestione e produzione, sostituite dalla Caisse des dépôts et consignations, gruppo pubblico per gli investimenti di lungo periodo. Al comune di Parigi spiegano che la rimunicipalizzazione «risponde a obiettivi politici e pragmatici. Politici, perché l'acqua è un bene pubblico, una risorsa che deve essere controllata e preservata attraverso una gestione solidale e responsabile. Pragmatica perché la scelta del comune è al tempo stesso una decisione di gestione, che risponde ad obiettivi di trasparenza, di efficienza del servizio e di stabilizzazione del prezzo dell'acqua». La città di Parigi ha promesso un controllo sul prezzo e assicura che «la totalità dei guadagni della nuova organizzazione verrà reinvestita nel servizio, sia che si tratti di finanziare le infrastrutture che di controllare i costi fatturati all'utente».
È da anni che il consumo d'acqua pro capite diminuisce in Francia. Sia per la maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica contro gli sprechi, ma anche per ragioni di costi: il prezzo medio in Francia, sotto il vento della privatizzazione, è salito a una media di 2,92 euro il metro cubo, contro 0,83 euro in Italia (ma 5,09 euro in Germania). La privatizzazione ha anche portato a grandi sprechi. Un recente calcolo del ministero dell'ecologia, rivelato dal Journal du Dimanche, afferma che, in media, un litro di acqua potabile su 4, non arriva al rubinetto degli utenti, ma si perde per strada, per i difetti delle canalizzazioni. Una percentuale in crescita, salita al 25% in media, mentre solo pochi anni fa i calcoli stabilivano un 20% di perdite. La media nazionale maschera grandi disparità tra città e città. Si va dall'efficienza parigina, dove il 96,5% dell'acqua potabile che circola nella rete arriva agli utenti, al disastro di Nimes, che ne spreca più del 40%: qui la gestione è in mano alla Saur di Bouygues. A Rouen più di 3 litri su 10 si perdono per strada, Avignone (gestione Veolia) ne spreca il 35,5%. Ma Rennes (sempre gestione Veolia) arriva in seconda posizione in Francia per i minori sprechi. A prima vista, la questione del controllo - pubblico o privato - non sembra avere un'incidenza determinante sul tasso di spreco. Ma analizzando più in profondità la questione, il nesso esiste. A Parigi, prima della classe malgrado la presenza dei privati (ma dall'87 in una società a capitale misto), il comune ha negoziato con determinazione degli obiettivi "cifrati" con Veolia e Suez (inoltre, la capitale è un caso unico, grazie alla rete costruita dal prefetto Haussmann a fine '800, facilmente riparabile). Nelle tre grandi città su quattro dove i privati dominano, il comune paga alle società private i metri cubi consumati, senza stabilire quale percentuale sia arrivata ai rubinetti degli utenti e quale sia andata sprecata. Le società private, così, non hanno nessun interesse ad investire per migliorare le canalizzazioni, di cui, per contratto, dovrebbero garantire la manutenzione. A Parigi, Lione, Lille e Bordeuax, per citare solo le principali città, ci sono stati grossi contenziosi nel passato, che hanno portato a rinegoziare i contratti con le società private dell'acqua, per ottenere il rispetto delle clausole di investimento e di manutenzione. 



Di fronte a questi scandali ripetuti e alla polemica sugli sprechi, il governo si sente ora costretto ad intervenire, per rinverdire il volto «ecolo» che Sarkozy intende darsi. La sottosegretaria all'ecologia, Chantal Jouanno, ha ingiunto che «lo spreco deve cessare» e ha fissato un tetto di un 15% massimo di sprechi d'acqua potabile. Il ministero dell'ecologia valuta a 1,5 miliardi di euro il finanziamento necessario per migliorare la rete francese di canalizzazioni.


4 agosto 2008

La privatizzazione del Welfare

 

Il futuro del modello sociale italiano è privato. A fugare ogni dubbio sulle intenzioni del governo Berlusconi in tema di welfare è arrivato ieri il Libro verde del ministro Sacconi. Ventiquattro agili paginette dense di indicazioni - nei prossimi tre mesi oggetto di consultazione con parti sociali e enti locali - e pronte a trasformarsi in un più sintetico Libro bianco entro l'autunno. Sulla base del quale il governo formulerà le proposte in materia di lavoro, salute e politiche sociali per l'intera legislatura.
Conviene partire dalle ultime pagine dove, senza tante tabelle e tabelline di mezzo, si arriva diritti al sodo. Citiamo testualmente. «Il finanziamento dei servizi di protezione sociale è già oggi caratterizzato da un significativo concorso dei soggetti privati. Essi tuttavia vi concorrono spesso in modo disordinato e alla lunga insostenibile... Il principio ispiratore deve essere lo stesso che ha già trovato ampi consensi e qualche positiva realizzazione nel caso del sistema previdenziale». Forse, restando al tema della previdenza complementare, Sacconi non ha letto gli ultimi dati resi noti sul rendimento dei fondi pensione, nettamente inferiori a quelli del Tfr. Cosa persino scontata del resto, date le condizioni comatose dei mercati finanziari. Continuamo a leggere: «A questo proposito appare opportuna una riflessione circa gli strumenti più appropriati per una maggiore diffusione della previdenza complementare e dei fondi sanitari complementari». Pensioni e sanità privatizzate dunque. Gradualmente.
In effetti le indicazioni aiutano a comprendere meglio quanto già palesatosi nel decreto legge che anticipa la manovra finanziaria, approvato dalla camera e ora all'esame del senato. Sulla sanità in particolare, a proposito della quale si dice: «Il criterio della spesa storica, alla base del Fondo sanitario nazionale, risulta sempre più insopportabile per gli equilibri della finanza pubblica e per i cittadini che vivono nelle aree caratterizzate da maggiore efficienza. Essi non sono più disponibili a finanziare a piè di lista l'inefficienza. Ne va della stessa coesione nazionale». Persino «l'ammodernamento e la riconversione della rete ospedaliera si potrebbe soddisfare con il project financing, il leasing immobiliare, le società miste». Si partirà perciò, per quanto riguarda la sanità ma non solo, dal federalismo fiscale, che sarà l'oggetto della finanziaria vera e propria di settembre. L'età pensionabile, una volta entrati a regime gli scalini di Prodi, salirà ulteriormente. E sembra di capire che i coefficienti già previsti dalla legge Dini (ossia il meccanismo di calcolo dell'importo pensionistico nel sistema contributivo) verranno ulteriormente ritoccati.
Ma non si può tirare un sospiro di sollievo neppure quando ci si imbatte nella frase, «a differenza che nel caso di pensioni e sanità, negli altri comparti della spesa sociale non è necessario ridurre la dimensione del pilastro pubblico». Non si può, semplicemente per la ragione che praticamente null'altro rientra nel capitolo welfare. Si riconosce che «deficitarie» sono le tutele per i disoccupati, ma la soluzione prospettata sembra quella di revocare l'indennità a chi rifiuti «un'occasione congrua di lavoro o di riqualificazione professionale». Si riconosce persino che è mancata una specifica politica per la povertà, ma si scopre che sono in pochi coloro per i quali il governo si muoverà (si parla categoricamente di «povertà assoluta»). Con provvedimenti magari del tenore della social card: un euro al giorno per fare la spesa.
E arriviamo alle relazioni industriali, di cui una «moderna» politica di welfare ha bisogno. Tralasciando le parole sulla fine del conflitto e sulla nuova era della «complicità» tra capitale e lavoro, il libro verde parla espressamente di un welfare negoziale gestito dai sindacati. Un sindacato dei servizi, variabile d'impresa esso stesso. In pratica, la Cisl.

(Sara Farolfi)


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22 febbraio 2008

La funzione delle privatizzazioni mondiali

 Se guardiamo ilcalcolo dell'andamento del Pil effettuato sui 176 paesi recensiti dal Fondo monetario ("The Emperor Has No Growth: Declining Economic Growth Rates in the Era of Globalization", di Mark Weisbrot, Robert Naiman e Joyce Kim, Center for Economic Policy Research, Ottobre 2000) vediamo che per l'insieme dei suddetti 176 paesi il Pil procapite è aumentato del 33% nel periodo 'liberista' 1980-'99 contro l'83% del periodo 'dirigista' 1960-'79. Per ciò che riguarda i paesi della periferia, nel periodo 'liberista' l'andamento del Pil procapite è stato negativo per l'Africa subsahariana e per i paesi arabi, mentre era positivo per ambedue le zone nel ventennio 1960-'79. In America latina il Pil per abitante è cresciuto del 75% nel primo ventennio e appena del 6% nell'ultimo. Solo l'Asia orientale, la cui popolazione è per oltre l'80% concentrata in Cina, ha esibito una crescita molte volte superiore a quella del primo ventennio. Così la dinamica dell'idolatrato Pil è in controcorrente rispetto al rallentamento generale proprio nel paese che applica le regole molto a modo suo. Contrariamente alle fandonie vendute da personaggi come Ruggiero.
Benché privo di serie dimensioni qualitative il concetto di Pil - e soprattutto di Pil procapite - è importante per il capitalismo in quanto esprime confusamente la dinamica del reddito su cui si potrebbero realizzare dei profitti. La stagnazione del Pil capitalistico innesca invece un meccanismo in cui i profitti vengono ricercati nella circolazione finanziaria e nella rivalutazione degli attivi finanziari. Questo è il vero senso della privatizzazione globale. Tuttavia tali processi non rilanciano la dinamica del Pil capitalistico, anzi la indeboliscono ulteriormente perché comprimono la domanda globale. Nei centri motori del capitalismo cresce pertanto l'urgenza di accaparrarsi ulteriori fette di reddito corrente e di patrimoni pubblici allo scopo di trasformarli in attivi finanziari. Il processo per cui oggi in Gran Bretagna le tasse dei cittadini vengono spese dal governo per sostenere il valore delle azioni delle ferrovie privatizzate, piuttosto che in investimenti diretti in quel disastrato settore, è lo stesso di quello che ha portato alla crisi delle Aerolineas Argentinas, nel passato una delle più efficienti compagnie del continente sudamericano.
Spesso e volentieri le privatizzazioni disarticolano la funzionalità tecnica delle società. Queste ultime devono soprattutto creare rendite finanziarie invece di rinnovare, mettiamo, i binari. Da sole però non ce la fanno e lo stato deve convogliarvi parte del gettito fiscale erogato dai cittadini. La crisi dell'accumulazione reale apertasi negli anni settanta sta trasformando il capitalismo in un sistema di accumulazione per tributi. Ciò comporta un allontamento degli interessi dei potentati economici dall'accumulazione reale tipo anni sessanta. In questo senso è vero che non vi è più spazio per politiche keynesiane che ipotizzavano una compatibilità fondamentale tra piena occupazione, stato sociale e capitalismo. Inoltre, pur non innescando un meccanismo di accumulazione reale sostenuta, la deflazione permanente - connessa alla valorizzazione finanziaria - sbaraglia il lavoro dipendente, lo trasforma in una miriade di lavori in subappalto e fa balenare ai detentori di ricchezza monetaria la possibilità di eliminare definitivamente le classi sociali antagoniste riducendole a moltitudini disgregate. Mica male!

(Joseph Halevi)


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