.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







20 settembre 2011

Le tesi di Emiliano Brancaccio sulla crisi del debito pubblico europeo

Emiliano Brancaccio, partendo da un punto di vista eterodosso, analizza la crisi del debito pubblico europeo con ben altri esiti rispetto agli economisti del mainstream. Egli parte dal presupposto che sia in corso in Europa una competizione tra capitali, competizione che rischia di smantellare l’assetto dell’UE, assetto sovrastrutturale e quindi del tutto dipendente dalle dinamiche economiche in atto. I capitali tedeschi, detenenti alti tassi di produttività, hanno un alto coefficiente di penetrazione negli altri paesi europei. Questo è il frutto della politica economica tedesca che ha, nel corso dell’ultimo decennio, privilegiato le esportazioni, mantenendo fermi i salari interni. Questa politica ha generato grossi squilibri nelle bilance commerciali di altri paesi europei, quali Spagna, Portogallo e Grecia (Brancaccio inserisce in questo discorso anche l’Italia).

 

 

Il deficit commerciale di questi paesi compromette la crescita di questi ultimi e la mancanza di crescita genera la sfiducia sulla possibilità di questi paesi di rimborsare il proprio debito pubblico. In questo modo gli speculatori vendono titoli di stato di queste nazioni perché puntano sul default del loro debito pubblico e sullo sganciamento dall’unione europea. La crisi del debito pubblico mette in difficoltà anche le banche dei paesi colpiti che hanno tra i loro crediti gli stessi titoli del debito pubblico. Ciò comporta difficoltà nei patrimoni di queste banche che sono viepiù costrette ad aumentare il proprio capitale con il rischio di scalate da parte di capitali stranieri (Brancaccio pensa soprattutto a capitali tedeschi. L’esito finale potrebbe essere una elevata mortalità delle imprese dei paesi periferici ed ad una desertificazione produttiva di questi ultimi.

Brancaccio ha anche ragione a criticare le politiche economiche che, secondo l’ortodossia liberista, dovrebbero contribuire a sanare il debito pubblico a rischio di insolvenza di questi paesi periferici. I prestiti rinviano soltanto il problema e l’austerità, comprimendo i consumi interni, abbassa il reddito nazionale lordo e riduce la capacità di rimborso dei prestiti, scatenando ulteriori crisi di fiducia nei mercati finanziari. Per Brancaccio un possibile rimedio sarebbe lo standard retributivo europeo, cioè una politica che obblighi i paesi dell’UE a garantire una crescita delle retribuzioni almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro in modo da interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra di questa crescita minima dei salari, lo standard retributivo europeo legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. I paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In questo modo se in Germania si aumentano i salari relativi, i lavoratori tedeschi possono aumentare le importazioni e ridurre il disavanzo commerciale delle nazioni europee che esportano verso la Germania. Senza una politica di questo tipo, gli squilibri commerciali rimangono e i salari dei paesi in deficit tenderanno a ridursi con effetti ulteriormente recessivi.

Negli ultimi articoli Brancaccio ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulla circolazione dei capitali e sulla possibilità che questo controllo venga effettuato dai singoli stati membri dell’UE. Brancaccio ha anche criticato il libero-scambismo di sinistra che tende ad escludere tale controllo dalle proprie proposte di politica economica.

Le tesi di Brancaccio sono complessivamente convincenti e tuttavia sono possibili due osservazioni:

1.      Non ha senso per i comunisti dichiararsi libero-scambisti, ma bisogna essere consapevoli, con Marx, che il libero scambio è una delle caratteristiche dell’espansione del capitalismo nel mondo e dunque non si può facilmente rimuovere senza che ci siano conseguenze ancora più conflittuali tra gli Stati. Le politiche protezionistiche hanno maggiore senso quando vogliono tutelare un’industria o un settore produttivo nascente, ma difficilmente possono essere messe in atto in chiave difensiva a tempo indeterminato. Né si può trascurare il fatto che questo tipo di politiche più facilmente si può collegare ad ideologie politiche nazionalistiche e dunque a conseguenze molto meno condivisibili. La strada maestra per la sinistra è, in presenza di circuiti economici e di zone di scambio che travalicano l’ambito nazionale e rendono più difficili politiche economiche tese alla redistribuzione del reddito verso i ceti meno abbienti, quella di rafforzare istituzioni politiche il cui intervento sia possibile a livello più esteso in modo da riattivare il controllo dei capitali a tale livello.  Quindi la sinistra deve lavorare perché sia possibile una politica fiscale europea, uno standard retributivo europeo, la nascita dei titoli di debito pubblico europei, il sistematico investimento pubblico europeo, una imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Ovviamente la difficoltà sta nel fatto che l’assenza di strumenti politici adeguati limiti la possibilità per una forza comunista di incidere nell’elaborazione di riforme politiche di tale estensione. Ma a livello sindacale si può spingere per iniziative sindacali coordinate a livello europeo, in quanto solo se le forze del lavoro si uniscono ad un livello più grande, è possibile un vero contraltare alla libera circolazione dei capitali nel nostro continente e nel mondo. Un altro punto è che un eventuale sganciamento o allentamento dai vincoli europei non può e non deve sfociare in forme di protezionismo angustamente nazionalistiche, che potrebbero avere vita breve (e di questo ne è consapevole lo stesso Brancaccio). Forse da questo punto di vista è più interessante l’ipotesi di Leonardo Amoroso, per il quale potrebbe essere necessaria un’area di Stati europei periferici del mediterraneo, con una moneta comune e la possibilità di più libero scambio all’interno. In questo modo una politica economica più autonoma sarebbe una opzione più forte ed anche più ragionevole.

2.      Un’altra osservazione che può essere fatta sulle tesi di Brancaccio è quella relativa al fatto che la crisi del debito pubblico italiano si possa collegare anch’essa fortemente agli squilibri della bilancia commerciale. Tuttavia tali squilibri non sono marcati come quelli di Portogallo, Spagna e Grecia. Da un lato si deve maggiormente valorizzare il ruolo della speculazione finanziaria che può essere considerata come un bastone volto a costringere gli Stati a ridurre ulteriormente il grado di protezione del lavoro e le politiche di redistribuzione del reddito (in Italia l’obiettivo che si vuole raggiungere è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’emarginazione definitiva della Cgil o la sua normalizzazione ed infine la privatizzazione delle municipalizzate, delle risorse naturali e delle quote azionarie detenute dallo Stato). D’altro canto un criterio da cui deriva la fiducia dei mercati finanziari sulla solvibilità del debito pubblico dei singoli paesi può essere il rapporto tra interessi del debito pubblico e tasso di crescita del Pil: in Grecia ed in Portogallo l’interesse del debito pubblico è eccessivo, mentre per ciò che riguarda l’Italia è il tasso di crescita del Pil ad essere troppo risicato. Ma questa ipotesi andrebbe comunque perfezionata. In realtà infatti l’interesse del debito pubblico si innalza anche per effetto della speculazione per cui tale rapporto non inquadra uno stato di cose reale, ma uno stato di cose costituito dalla speculazione stessa. Le intenzioni degli speculatori sono implicite nell’atteggiamento delle agenzie di valutazione nei confronti degli eurobonds, atteggiamento che nasconde l’avversità pregiudiziale della speculazione verso ogni soluzione che possa favorire un maggior equilibrio economico tra gli Stati membri dell’UE, dal momento che questo equilibrio potrebbe contrastare la svendita del patrimonio pubblico dei paesi periferici e della maggioranza azionaria delle imprese di tali paesi.

 

 

 


8 marzo 2011

Brancaccio e Boldrin : un rutto di Bossi ci seppellirà

La discussione tra Brancaccio e Boldrin si sposta poi  sulla politica economica italiana. Boldrin dice che la nostra crisi è cominciata nel 2000 e, in termini reali, all’inizio degli anni ’90. Nessuno sembra secondo lui essere consapevole della gravità della situazione in quanto l’Italia ormai è un paese in via di sottosviluppo : la produttività del lavoro non cresce da molti anni, la preparazione dei nostri studenti è sempre più scadente, l’intero sistema di servizi pubblici sta collassando ed il Pil procapite italiano di oggi è inferiore a quello del 2000 del 3%. In un sistema del genere non solo le imprese non investono, ma le stesse energie migliori non vedono l’ora di fuggire. Per Boldrin un paese riesce a rimanere sulla frontiera tecnologica e ad evitare il declino solo se riesce a far cooperare al suo interno le energie migliori con la massa dei lavoratori. Le persone altamente competenti, che sono il fattore produttivo più importante, invece se ne vanno e sia la destra che la sinistra sembrano non vedere il problema.

Brancaccio è d’accordo con il fatto che le risorse umane e dei giovani non vengono adeguatamente valorizzate. Uno degli indicatori che evidenzia il carattere bloccato di questa società è l’indice di mobilità intergenerazionale che misura la possibilità che ad es. ha il figlio di un operaio di migliorar e rispetto alla condizione della sua famiglia di origine. C’è da notare però che l’Italia è in coda in questa classifica, assieme però agli Usa e alla Gran Bretagna. Il paese del sogno americano in realtà è anch’esso bloccato in una sperequazione retributiva mai raggiunta da molti anni.

Per quanto riguarda l’Italia, Brancaccio dice che, in termini di crescita del Pil, l’Italia ha fatto peggio di quasi tutti in Europa. La disoccupazione supera quella di Germania ed Inghilterra. A questo proposito Tremonti ha tirato fuori una tesi fantasiosa di tipo liberista secondo la quale, a fronte della crescita dei disoccupati, ci sarebbero in realtà moltissimi posti di lavoro vacanti : basterebbe favorire l’incontro tra gli uni e gli altri per ridurre significativamente il tasso di disoccupazione.

In realtà il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti e quindi pensare che, per ogni lavoratore rimasto a spasso ci sia un posto libero ad attenderlo è evidentemente illusorio. La crisi che ha colpito l’Italia rischia di avere ripercussioni irreversibili sul nostro tessuto produttivo. I tassi di mortalità delle imprese sono estremamente alti e quelli che rimangono non si accorpano e non si centralizzano. Per Brancaccio uno dei problemi principali dell’Italia è il basso grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali. Invece la politica economica italiana tende a recuperare competitività attaccando le condizioni dei lavoratori, strategia che dura da anni ma che non ha minimamente toccato gli enormi problemi strutturali che affliggono la nostra economia.

Boldrin, dopo aver criticato il suo interlocutore sulla tendenza a non fare nomi e cognomi, ma a parlare genericamente di economisti liberisti o socialisti, conviene sul fatto che la disoccupazione italiana non è un problema di mancato incontro tra domanda ed offerta di lavoro, mentre è un problema dell’economia americana nella quale la distribuzione territoriale della disoccupazione è estremamente disomogenea. Boldrin si chiede perché l’Italia ha una produttività così bassa e perché non nascono nuove imprese o perché le imprese straniere non vengono ad investire in Italia. Brancaccio pensa che la causa sia  la leggera riduzione (a dire di Boldrin) delle eccessive rigidità della legislazione italiana sul lavoro. Per Boldrin le cause sono altre e cioè mancanza di una vera concorrenza sui mercati, un eccessivo interventismo dello stato nell’economia, sussidi dati ad imprese improduttive, il degrado progressivo del sistema educativo ed una macchina amministrativa disastrosa.

Brancaccio replica che, per quanto riguarda la situazione statunitense, i liberisti non tengono conto del crollo della domanda effettiva. Inoltre in Italia il crollo dell’indice generale di protezione del lavoro è stato molto consistente (1,68 tra il 1996 ed il 2008 a fronte di una riduzione di 0,97 in Germania ed addirittura un lieve aumento in Francia. Brancaccio precisa anche che la riduzione delle protezioni per i lavoratori non è la causa del declino ma è il rimedio fallimentare che i governi italiani hanno adottato per combattere il declino, la cui causa principale è un grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali relativamente basso rispetto ad altri paesi.

Boldrin, premettendo di non capire la questione della scarsa concentrazione dei capitali, prende lucciole per lanterne quando confonde il carattere periferico (nel senso di marginale) dell’economia italiana, con la collocazione geografica in senso fisico della penisola italiana. Pare ovvio invece che si tratta di collocazione periferica rispetto ad un mercato oppure rispetto ad un circuito economico integrato.

Il fatto comunque che l’Italia abbia pagato più di altri la liberalizzazione del mercato interno, la creazione del mercato unico europeo e l’introduzione dell’euro è per Boldrin una conseguenza della crisi, non un fattore causale. Ma anche qui Boldrin dimostra di non ascoltare il suo interlocutore per il quale è la mancata centralizzazione dei capitali il principale fattore causale. Bisognerebbe riprendere il discorso da lì e costringere l’interlocutore ad approfondire il concetto.

Boldrin aggiunge che non si tratta di protezione dei lavoratori ma di rigidità del mercato del lavoro. L’Italia partiva da un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro e quindi, partendo dai livelli più alti, è facile che la riduzione sia più consistente. Ciò che conta sono le posizioni assolute, cioè quanto è rigido un mercato del lavoro rispetto ad un altro (anche qui Boldrin sbarella, in quanto ciò che conta, ad essere precisi sono le posizioni relative agli indici di protezione del lavoro degli altri paesi e non quelle relative ai propri indici di protezione del passato).

Boldrin dice che in Italia ci sono due mercati del lavoro : uno assurdamente rigido e perfettamente protetto, ma ingessato. L’altro assolutamente selvaggio. L’esistenza del secondo è dovuta al primo. I protetti dell’impiego pubblico e di una certa parte dell’industria privata, generano costi di impresa e costi aggregati di sistema che possono essere sostenuti e compensati solo grazie a quei poveracci del mercato selvaggio, cioè solo grazie allo sfruttamento di tutti coloro che sono costretti a subire una posizione di estrema debolezza sul mercato del lavoro, cioè i giovani e le donne che sono stati costretti a sobbarcarsi il peso di coloro che sono già garantiti per tenere in piedi il sistema. Un esempio di questo sistema patologicamente duale è l’università dove da un lato ci sono i garantiti (professori di ruolo, ricercatori confermati) che sono poco produttivi e dall’altro i precari privi di garanzie e di prospettive che reggono tutto il peso dell’effettivo funzionamento dell’università.

Brancaccio, a proposito della centralizzazione dei capitali, si rifà al dibattito italiano sulla credenza per la quale le piccole dimensioni di impresa costituirebbero un fattore virtuoso, in grado di garantire alle imprese italiane la flessibilità necessaria per competere sui mercati. Secondo Brancaccio questi ragionamenti sono in realtà serviti a fornire una giustificazione per tutti coloro che da questo capitalismo nazionale polverizzato e frazionato sono riusciti a lucrare ampi margini di consenso, chiudendo gli occhi di fronte all’evasione fiscale, al sommerso che contraddistinguono il nostro tessuto produttivo. La questione della centralizzazione dei capitali è rilevante sia per quanto riguarda la storia economica dell’Italia sia con riferimento alle prospettive politiche future, tenendo conto del fatto che ad es. il mondo della piccola e piccolissima impresa costituisce l’ossatura principale del bacino di voti della Lega nord. Prendersela con Tremonti, non tenendo presente gli interessi di cui egli si fa portatore risulta essere alla fine un approccio superficiale.

Per quanto riguarda l’indice di protezione dei lavoratori, Brancaccio incassa il fatto che si è chiarito che non si è trattato di una leggera riduzione (Boldrin, cammin facendo, ha corretto la sua iniziale posizione) ed aggiunge che bisogna spiegare perché mai bisognerebbe ridurre le tutele e quale beneficio per l’occupazione potrebbe derivare da una strategia di questo tipo, visto che finora non ha avuto gli effetti sperati. Brancaccio dice anche che la dualità del mercato del lavoro ormai non esiste più ed il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non ha più efficacia in quanto non può più impedire i licenziamenti individuali.

Boldrin ammette che in Italia c’è una scarsa mobilità sociale, ma sulla questione della struttura industriale polverizzata egli afferma che si tratta di un dato strutturale che ha accompagnato lo sviluppo economico italiano da molti secoli. Associarlo al dibattito politico attuale è un operazione stiracchiata. Bisogna formulare progetti di politica economica a partire da quello che si ha e non da quello che piacerebbe avere. È vero che questo sistema è un bacino elettorale per certe forze politiche, ma in realtà è il sistema delle piccole imprese che ha creato queste forze politiche. Perciò una politica economica realistica non dovrebbe accanirsi contro questo radicato sistema, ma cambiare quello che è possibile cambiare.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, per Boldrin non si tratta solo dell’articolo 18 ma di un intero combinato disposto, fatto di giurisprudenza del lavoro, regolamenti amministrativi, meccanismi contrattuali che rendono una fetta del mercato del lavoro italiano estremamente rigida.

Nel settore pubblico italiano si è dei perfetti intoccabili. La produttività è al minimo. Questo non perché i dipendenti pubblici siano dei cattivoni, ma perché non hanno alcun incentivo a lavorare ed il loro stipendio non dipende dai risultati. Spendiamo una percentuale simile a Svezia o Germania in cambio di servizi pubblici che il mondo intero considera paragonabili a quelli dell’Egitto.

Brancaccio replica che Boldrin sbaglia a considerare la struttura del capitalismo italiano come un dato esogeno, quasi un destino ineluttabile. Ma l’assoluta prevalenza nazionale delle piccole dimensioni di impresa costituisce anche il frutto di una particolare linea di indirizzo politico. Quando si chiude gli occhi sull’evasione fiscale, quando si porta avanti una politica di compressione dei salari è chiaro che si incide in modo significativo sull’evoluzione del tessuto produttivo e sul gradi di organizzazione dei capitali. In questo modo si sono fatti sopravvivere pezzi di capitalismo inefficienti grazie a prebende fiscali, demolizione del sindacato, illegalità.

Inoltre il mercato del lavoro italiano non è rigido e sicuramente lo è meno rispetto ad altri 12 paesi europei. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, il problema non sono i fannulloni, ma sono le politiche economiche che si adottano per combattere questi fenomeni. Brunetta con il blocco delle assunzioni e del turnover spera di risolvere il problema, ma la realtà è più complessa. Con il blocco del turnover l’età media continuerà a salire ed i lavoratori pubblici più anziani sono mediamente meno qualificati e meno motivati dei giovani assunti, i quali invece hanno maggiore dimestichezza con le innovazioni tecnologiche e sarebbero più qualificati. In questo modo il dimagrimento del personale promosso da Brunetta non aumenterà la produttività del settore pubblico, se non nelle sue mere intenzioni.

Boldrin ribatte che non è vero che l’Italia abbia una rigidità del lavoro più bassa rispetto ad altri paesi. Ad es. per quanto riguarda i licenziamenti collettivi l’indice di rigidità dell’Italia è 4,88 rispetto ad una media Ocse del 2,48. In Italia più dell’80% dei dipendenti sono a tempo indeterminato e tutta la riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori che Brancaccio menziona è dovuta all’introduzione dei contratti non a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la centralizzazione dei capitali Boldrin dice che la concentrazione industriale è un punto di arrivo, non di partenza per le industrie. Le imprese innovative nascono piccole e diventano grandi quando hanno successo. La tesi del piccolo è bello nacque in California a causa di realtà che sono diventate Microsoft. Il problema è cosa ha impedito alle nostre imprese di avere successo e di diventare più grandi. Probabilmente è dovuto al fatto che in Italia l’intervento statale ha protetto i grandi gruppi impedendo alle piccole realtà di crescere e svilupparsi.

Per quanto riguarda i rimedi per Boldrin occorre ristrutturare il settore pubblico da cima a fondo, introducendo criteri di tipo privatistico e manageriale nella gestione, stabilendo criteri di produttività con misure oggettive, criteri di produttività che determinano anche il mantenimento del posto di lavoro, soprattutto a livello dirigenziale. In secondo luogo bisogna abolire il Ministero della Pubblica istruzione per trasformarlo in un’agenzia di controllo di qualità, prendere i soldi che spendiamo per l’istruzione e metterli in mano a famiglie e studenti sotto forma di buoni scuola, mentre gli insegnanti di scuola si debbono organizzare in libere cooperative. Bisogna dare agli insegnanti gli incentivi per decidere cosa insegnare e come, prevedendo criteri oggettivi per legare la retribuzione al merito gestiti dagli stessi insegnanti, portando una rivoluzione del merito. Infine per Boldrin va semplificato il sistema fiscale, riducendone la pressione e combattendo l’evasione fiscale senza illudersi che possa guarire il nostro debito (si può recuperare un 10 mld, non i 60 favoleggiati). Bisogna ridurre la tassazione sul reddito e alzare quella su patrimonio e consumi.

Brancaccio replica che sulla rigidità del mercato del lavoro parlano i dati Ocse e liquida così i tentativi di Boldrin di fare distinguo che effettivamente non incidono se non si affronta nel dettaglio il problema dell’attendibilità dell’indice Epl. Per Brancaccio bisogna diminuire il carico delle imposte su redditi bassi e medio-bassi, bisogna ripristinare la centralità del contratto a tempo indeterminato, fissare minimi salariali per legge. La lotta agli sprechi è stata troppo spesso confusa con lo smantellamento del sistema pubblico, mentre invece bisogna meglio investire nel pubblico (l’istruzione, la ricerca,la sanità, l’assistenza). Infine bisogna a livello europeo interrompere il dumping salariale e l’apertura dei mercati andrebbe condizionata al rispetto di determinati standard di lavoro.

 

 

Questo dialogo in parte è stata una occasione sprecata, perché entrambi i contendenti sui punti nodali di differenza hanno finito per glissare.

Ci sono da fare diverse riflessioni. La prima è che nel parlare di mercato duale Boldrin non cita affatto la malavita organizzata. Dunque si trascura quanta sia la percentuale di lavoro sommerso che fa capo alla malavita organizzata e su questa base non si può valutare quanto la perdita di garanzie per il mercato ufficiale del lavoro incida sull’estensione del mercato sommerso. A mio parere, l’incidenza sarà minima ed anzi sposterà verso il basso gli standard complessivi.

La seconda è quanto sommerso esista nel campo dell’istruzione e nel campo del settore pubblico complessivo, visto che le maggiori rigidità del mercato del lavoro si trovano in questi comparti lavorativi. A mio parere, se esistono due mercati del lavoro, uno ufficiale ed un altro sommerso, la loro relazione non è così semplice come la delinea Boldrin, che applica uno schema che forse valeva per i paesi del socialismo reale, ma non per gli Stati a Welfare abbondante.

L’unica sotto-tesi di Boldrin che rimane in piedi è il fatto che il settore pubblico fa pagare molte tasse e dà pochi servizi e questo diventa un costo per le imprese tale da facilitare il mercato sommerso. Il problema però diventa il miglioramento dei servizi erogati e non quello dei tagli o della perdita di garanzie lavorative. La questione fiscale ha anche a che fare con la selezione delle imprese e con la centralizzazione dei capitali, ma di questo parleremo tra poco.

Entrambi gli interlocutori, sempre a questo proposito, non analizzano il fatto che la disparità reddituale e nella dimensione dei fattori produttivi è molto geograficamente connotata e che il trend politico in corso aggraverà fortemente questa situazione critica, con pericoli forti per l’unità nazionale e la coesione sociale. Boldrin su questo ha un atteggiamento ambiguo e cercheremo di spiegare perché. Brancaccio parla della Lega, ma mette in evidenza il suo legame con le piccole imprese e non con quello delle disparità a livello di territorio.

La diminuzione del Pil procapite di cui parla Boldrin si riferisce forse al Pil procapite a parità di potere d’acquisto in relazione al corrispondente indice Usa e non credo che sia del tutto attendibile (il rapporto è con gli Usa 2000 e con gli Usa 2010 ad es., per cui il riferimento non è costante e non ci consente un reale raffronto intertemporale). Secondo questo indice anche la situazione della Francia e del Giappone sarebbero peggiorate. Insomma, per quanto il berlusconismo (questi meravigliosi 17 anni) abbia coinciso con una forte regressione sociale, la valutazione va fatta guardando un maggior numero di indicatori.

Quanto alla questione del mismatch, Brancaccio argomenta bene quando parla del fatto che il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti, mentre Boldrin parla di disomogeneità del quadro statunitense, ma sembra non accorgersi della disomogeneità italiana, sia di genere (la disoccupazione femminile quasi il doppio di quella maschile) sia territoriale, mentre altri autori vedono un mismatch di lungo periodo tra domanda e offerta di lavoro, riconducibile appunto a fattori di natura “strutturale”, tra cui le condizioni dello sviluppo produttivo locale. Anche questa svista di Boldrin è interessante, nell’interpretare l’ideologia alla base delle sue analisi.

Pure per quel che riguarda la produttività, essa andrebbe disaggregata almeno in produttività del capitale e produttività della forza lavoro. Oppure distinguere tra la produttività per occupato e quella per ora lavorata. Inoltre va evidenziato che nel 2000 la produttività italiana per occupato era la terza dell’Europa a 27. Ora è sì molto diminuita, ma comunque la Germania è sotto di noi, mentre al primo posto svetta il Lussemburgo. Se si guarda invece alla produttività per ora lavorata, l’Italia sta sempre sotto Francia e Germania, ma quest’ultima è inferiore alla prima, per quanto il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto della Francia sia molto basso (71,3 con gli Usa = 100) rispetto ad altri paesi.

Che significato hanno dati del genere ? E se sono significativi, va chiarito il dilemma della Germania che con una produttività relativamente così bassa per occupato (senza contare che anche il suo reddito pro capite PPA non è molto brillante rispetto ad altri paesi sviluppati, 76,3 mentre quello del Canada è 84,3, dell’Austria è 81,8 e dell’Australia è 83,7), è ammirata in tutto il mondo per la sua solida economia. Ancora si esige dunque un approfondimento che non c’è, per meglio interpretare la situazione (assoluta e relativa) dei diversi paesi.

Boldrin poi inspiegabilmente mostra di essere più realista del re quando si tratta di mettere mano alla scarsa centralizzazione del capitale, dicendo che si tratta di una tradizione plurisecolare e che bisogna partire con quello che si ha e proporsi quello che si può fare. Anche qui bisogna spiegare questo suo riflesso condizionato. Brancaccio su questo ha con lui gioco facile nel confutarlo ed infatti Boldrin assumerà dopo una posizione almeno degna di discussione.

Altrettanto inspiegabilmente Boldrin dal realismo radicale passa poi ad un delirio utopistico quando parla dell’abolizione del ministero della pubblica istruzione, delle libere cooperative di insegnanti o dei soliti buoni scuola che confondono la formazione con la spesa al supermercato. L’unica base realistica del suo discorso è il fatto che egli si augura che tutti gli insegnanti ed i docenti finiscano per strada, perché è questa pars destruens l’unica opzione realistica congetturabile. Perché tanto realista prima e tanto utopista poi ? Cominceremo con il dire che fa il realista quando la cosa che deve essere realizzata lo lascia almeno indifferente, se non dispiaciuto. Diventa utopista quando immagina di dare bacchettate sulle mani dei docenti garantiti e fannulloni. Si tratta di una regressione infantile.

La sua tesi sulle piccole imprese che diventano grandi è più interessante, ma trascura due fatti :

A)    Lo Stato italiano non ha protetto le grandi imprese, tant’è che il settore chimico fu distrutto, quello automobilistico annaspa e cerca conforto nella pause per andare a cagare e noi in realtà abbiamo ben poche imprese in grado di gareggiare con la grandi imprese transnazionali. Se lo Stato avesse davvero fatto un intervento forte di politica industriale non saremmo a questo punto.  

B)    Le imprese piccole che crescono lo fanno ai danni delle altre. Non tutte diventano grandi. Bisogna distinguere tra piccole imprese, tra quelle residuali appartenenti a settori produttivi a basso valore tecnologico e quelle che invece individuano linee di innovazione tecnologica e che possono sperare di crescere. Il permanere delle prime è una patologia che giustamente Brancaccio censura, mentre le seconde debbono prima o poi affrontare il passaggio della crescita dimensionale se non vogliono rimanere subordinate ad altre grandi imprese che sfruttano il loro slancio iniziale. Lo Stato deve aiutarle mettendo a disposizione infrastrutture efficienti, una formazione di base decente e ben distribuita, regole che aiutino la selezione (per cui il fisco progressivo ed esigente è paradossalmente un test che fa cadere rapidamente i frutti marci) e non aiutando a comprimere salari e diritti. La paura di perdere il posto di lavoro può motivare lo spirito gregario, l’aggressività, l’incapacità di tutelare la propria dignità. Non aiuta la creatività, ma solo gli espedienti. Cose cioè che di cui lo spirito italico si è nutrito anche troppo.

La verità è che Boldrin, date le sue ascendenze culturali (nel senso di cultura materiale, storicamente determinata) non  può non essere un leghista. Egli critica l’alleanza della Lega con Berlusconi, ma non rinnega in cuor suo il modello delle piccole imprese della sua terra d’origine. Perciò egli non parla della cattiva distribuzione territoriale dei fattori produttivi e del reddito, non parla di malavita organizzata, non vede il problema della scarsa centralizzazione dei capitali, non vede la necessità di una robusta protezione del lavoro. Nel profondo del suo cuore di professore esule e raffinato, rugge non lo spirto guerrier  ma il rutto menefreghista di Bossi.

Quanto a Brancaccio ha mantenuto uno sguardo a maglie troppo larghe, ripetendo cose che ha già detto e parlando di vincoli alla circolazione del capitale o standard retributivi. Il tutto però senza politicamente tematizzare quale Europa possa realizzare cose del genere, con quale programma di politica economica europea. In realtà l’ambito d’azione cui sembra pensare è quello nazionale. Un ambito troppo angusto che rischia di rendere angusta la sua riflessione. Inoltre, come molti economisti di sinistra, nell’incoraggiare una maggiore centralizzazione dei capitali sembra trascurare una delle conseguenze più serie delle economie di scala che si realizzerebbero : la disoccupazione tecnologica. Il problema è se questi processi risparmieranno nel medio periodo risorse da investire in modo da creare nuovi posti di lavoro o se alla lunga la riproduzione di questi ultimi risulterà sempre più difficile.

A questo proposito una delle ragioni per cui la produttività italiana è stata a quanto sembra così bassa è quella per cui i sindacati negli anni Novanta hanno accettato compressioni di salari e diritti per evitare un numero eccessivo di fuoriuscite occupazionali. Le imprese hanno accettato una bassa produttività a patto che il basso surplus toccasse interamente a loro. In  questo modo la questione occupazionale è stata rinviata di quasi due decenni, ma non scongiurata. Ora con la crisi è arrivato una sorta di redde rationem. Una proposta come quella di Brancaccio come si atteggia di fronte ai rischi di maggiore disoccupazione tecnologica ? Sarebbe il caso di sviluppare maggiormente una politica economica della riconversione che risponda alle dinamiche delle innovazioni e ci consenta anche di pensare al vincolo ecologico ?

 

 

 

 


15 febbraio 2011

Il dibattito tra Brancaccio e Boldrin : il caso Fiat

Sul numero di dicembre di Micromega  c’è un dibattito tra Emiliano Brancaccio e Michele Boldrin, dibattito che avrebbe dovuto risolvere la questione sorta con la critica che Boldrin fa al documento dei 200 economisti sulla crisi economica. In realtà il dibattito si è poi concentrato anche sulla questione Fiat.

Boldrin dice che Marchionne non ricatta nessuno ed offre ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri diversi da quelli che hanno caratterizzato le elevazioni industriali italiane. Per Boldrin la fiat si comporta come un’impresa privata multinazionale che ha come punto di riferimento il mercato mondiale degli autoveicoli. Marchionne avrebbe messo sul tavolo un progetto imprenditoriale chiaro e trasparente, senza richiesta di sussidi, per il quale è disposta ad assumersi dei rischi. Sta alle altre parti accettare o non accettare l’offerta contrattuale. Il dibattito ideologico che si è scatenato non tiene conto del fatto che il presunto schiavismo che Marchionne proporrebbe è un dato acquisito nel resto del mondo per cui, se la Fiat accettasse le tesi della Fiom, essa non sarebbe competitiva e sarebbe destinata al fallimento.

L’impresa automobilistica non può operare entro la prospettiva angusta di un mercato nazionale.

Brancaccio pure sostiene che non è il caso di applicare un criterio morale nella valutazione della strategia di Marchionne. Tuttavia va precisato che Marchionne aveva stilato una proposta di accordo fondata su 18 turni settimanali incluso il sabato notte, sul controllo biomeccanico di ogni singolo gesto dell’operaio, sulla riduzione drastica delle pause e su una pesante restrizione del diritto di sciopero. Nel momento in cui i no al referendum di Pomigliano hanno sfiorato al 40%, invece di cercare un accordo di compromesso, egli avrebbe cominciato ad esternare dicendo che in termini di efficienza del mercato del lavoro l’Italia si colloca al 118° posto su 139 paesi. Brancaccio però dice che questa classifica non riflette dati oggettivi in quanto rappresenta la mera risultante  di una serie di interviste, metodo di rilevazione che in ambito scientifico verrebbe considerato rozzo. In realtà ci sono misure alternative più rigorose ed uno di questi indicatori è l’Epl, un indice calcolato dall’Oxe che misura il gradi di protezione normativa e contrattuale dei lavoratori ed implicitamente definisce anche il grado di flessibilità del mercato del lavoro. Si tratta di un indice complesso, per molti versi impreciso, che richiede continue correzioni, ma almeno si basa su di una analisi oggettiva delle norme e dei contratti. Se si guarda alle classifiche basate sull’Epl l’Italia non si colloca in coda ma in una posizione intermedia ed in Europa nel 2008 essa rientra tra gli 8 paesi più flessibili con un livello generale di protezione dei lavoratori inferiore a quello di Germania, Francia, Spagna, Polonia.

Boldrin ribadisce che il criterio del giudizio di Brancaccio su Marchionne è politico ed ideologico. Tranne la Fiat nessuna azienda automobilistica investe in Italia. Fiat produce all’estero più della metà della sua produzione totale. Essa in Italia valuta le condizioni necessarie per stare sul mercato ed essere profittevole. In tale ottica essa offre un contratto assolutamente standard nel settore automobilistico mondiale, contratto che si utilizza a Detroit da molti anni. In realtà esiste una maniera di produrre macchine che è la stessa in tutto il mondo e la Fiat sta cercando di introdurlo in Italia.

Brancaccio, dopo aver evidenziato che Boldrin non ha risposto alla questione di quale metodo usare per calcolare la flessibilità del mercato del lavoro, dice che va preso sul serio Marchionne quando minaccia di delocalizzare la produzione e così egli, indipendentemente dalle intenzioni, svolge un ruolo nel dumping salariale e dei diritti che da tempo imperversa a livello mondiale. Questo dumping con la crisi si è inasprito e colpisce paesi come il nostro, caratterizzati da un minore grado di organizzazione interna dei capitali. Ma quando egli calca la mano sul diritto di sciopero, sulle tre pause da dieci minuti piuttosto che sulle due da venti, egli si comporta da manager di un’azienda in crisi che tende ad intervenire solo sul costo del lavoro, evitando di discutere delle inefficienze storiche della Fiat sul versante delle economie di scala, dei costi intermedi, della logistica. Inoltre, di fronte ad una minaccia di delocalizzazione, il governo potrebbe fare qualcosa (appoggiare le imprese contro i lavoratori, dare sussidi alle aziende, ridurre il grado di apertura dei mercati, attivare un programma di investimenti infrastrutturali, nazionalizzare). Invece con la passività del governo Berlusconi, dopo aver perso l’informatica, la chimica, l’aereonautica, qui rischiamo di perdere anche il settore automobilistico. Bisogna tenere presente, dice Brancaccio, che nel mondo sono state prese 23 misure protezionistiche da parte degli Usa, 20 da parte della Cina, 13 da parte della Corea, 12 da parte del Brasile e dell’India, addirittura 60 dalla Russia. Si tratta di barriere doganali, vincoli agli investimenti all’estero, stimoli e consumi ed alle produzioni nazionali. Considerato ad es. che in Corea del Sud l’intera unione europea riesce a vendere non più di 30.000 vetture all’anno, sarebbe il caso di riflettere. Per Samuelson e Krugman i famosi teoremi a favore del libero scambio perdono rilevanza in situazione di disoccupazione.

Boldrin in maniera inconsulta ironizza sul fatto che Brancaccio avrebbe soluzioni che risolverebbero i problemi della Fiat. Per lui la Fiat è un’impresa che deve stare sul mercato, crescere, fare profitti, offrire lavoro e non cercare sussidi. Fiat ritiene che il nuovo piano industriale le permetterà di fare tutto questo e saranno i fatti a dirci se aveva ragione. Chi avrà voglia di accettare i contratti li accetterà, chi no, no. Adesso la fiat dice che, se non riesce a produrre in modo competitivo in Italia, essa deve andare via ed aumentare gli investimenti in Polonia, in Brasile ed in Serbia. Brancaccio avrebbe elencato tutt’una serie di proposte che non c’entrano nulla con la Fiat e sono il prodotto di una profonda conclusione su come funziona il mondo. Ciò che conta non sono le macchine e gli impianti, ma il know-how ingegneristico di progettazione e di disegno, le persone che inventano e disegnano le macchine, chi progetta i motori. Queste persone non possono essere trattenute sul suole nazionale da una qualche misura protezionistica. Dietro il discorso di Brancaccio c’è una visione primitiva di come funzione l’economia, tutta fondata sulla centralità del capitale fisico. La nostra produttività è ferma e la nostra industria fa fatica a restare competitiva. Questi problemi possono essere risolti con la nazionalizzazione delle imprese ?

Brancaccio replica che anche a lui consta che nelle produzioni ad alto valore aggiunto quello che conta è il know-how. Ma se Marchionne si concentra sui 10 minuti di pausa o sulle operazioni biomeccaniche che il singolo operaio deve effettuare per reggere il ritmo della catena, sembra il segno che nemmeno lui valorizza il tema del know-how. Inoltre molti paesi hanno adottato misure protezionistiche ed etichettare questa discussione come residuo di un’ideologia passata sembra un esercizio retorico inutile. A Boldrin che replica che non è vero che per Marchionne il problema stia solo nelle pause degli operai, Brancaccio risponde che se tale problema fosse secondario il confronto con il sindacato non sarebbe andato in stallo già a partire dall’esame di quei punti.

 

 

 E qui termina la questione Fiat. Al mio parere l’errore di Boldrin è quello di prendere in considerazione solo il punto di vista dell’impresa. Il dibattito dovrebbe servire piuttosto a configurare il punto di vista della pubblica opinione e delle istituzioni pubbliche rispetto a questo problema. Bisogna rassegnarsi al libero gioco della domanda e dell’offerta tra lavoratori e sindacati o bisogna in una certa misura intervenire ? Quali vincoli giuridici deve avere la contrattazione ed il suo contenuto ? Sarebbe giusto prendere posizione per gli operai o per l’azienda ? C’è un interesse del sistema Italia a che la situazione si configuri in un modo o in un altro ? Gli economisti dovrebbero aiutarci a configurare questo punto di vista terzo e non a ribadire semplicemente la liceità del comportamento dell’impresa.

Brancaccio da parte sua non articola il rapporto che ci potrebbe essere tra l’indice di protezione dei lavoratori e l’efficienza del mercato del lavoro, sia pur rozzamente misurata dal World Economic Forum. Infatti si potrebbe anche dire che in Italia ad una bassa protezione dei lavoratori non corrisponde una più alta efficienza del mercato del lavoro, per cui si potrebbe meglio argomentare contro l’impostazione di Marchionne tesa almeno in parte a scaricare sui lavoratori e sui loro diritti i problemi dell’azienda.

Per quanto riguarda il protezionismo, bisogna discutere la questione senza posizioni precostituite, sulla base della situazione concreta, degli obiettivi di politica economica che si vogliono raggiungere, sui concreti strumenti che si hanno a disposizione e sulla lucida capacità di previsione degli effetti a breve, medio e lungo termine. Quindi è necessario parlare di singoli strumenti e provvedimenti che si possono adottare, senza ragionare in generale di protezionismo e liberoscambismo.

Quanto alla centralità del capitale fisico o del know-how, c’è da precisare che quest’ultimo si va a collocare dove ci sono gli investimenti e dunque una politica economica deve ragionare sulla quantità e sulla configurazione degli investimenti che vengono fatti sul nostro territorio. Ad es., se un investimento viene fatto a condizioni contrattuali che non sono condivise dai lavoratori, può sembrare anche opportuno che lo stato intervenga perché l’investimento venga fatto senza ridurre eccessivamente il costo del lavoro e garantendo all’impresa risparmi per altra via. Di questo gli economisti dovrebbero discutere. E dunque la centralità del know-how pure si rivela essere, considerata così astrattamente, una questione ideologica.

Più interessante da un punto di vista logico è se la questione ad es. delle pause debba essere considerata tale da portare allo stallo la contrattazione, pur considerando centrale la questione del know-how nelle produzioni ad alto valore aggiunto. Boldrin fa capire che tale questione non è la sola considerata importante da Marchionne. Brancaccio replica che su questa questione vi è stato lo stallo delle trattative. Il punto di vista di Boldrin può essere difeso dicendo che la questione delle pause è necessaria, ma non sufficiente per applicare il piano industriale della Fiat. Perciò sarebbe comprensibile se su tale questione ci fosse uno stallo. Brancaccio a questo proposito dovrebbe dimostrare che, pur facendo vincere la posizione della Fiom, sarebbe possibile elaborare un piano industriale tale da consentire un investimento profittevole per la Fiat. Si dovrebbe cioè dimostrare che l’abbassamento del costo del lavoro ed il maggior sfruttamento dei lavoratori potrebbe essere dannoso, se non per l’azienda, quanto meno per il sistema-paese (in questo caso l’Italia) in cui l’investimento avrebbe luogo, mentre invece potrebbe essere sostituito dall’intervento su altri fattori produttivi senza perdite di utili per l’azienda.

Si potrebbe ad es. dire che per la Fiat sarebbe necessario curare maggiormente il mercato interno e dunque evitare un eccessivo sfruttamento dei lavoratori al fine di permettere l’acquisto di una maggiore quota di prodotto da parte del mercato interno stesso. Un maggiore sfruttamento dei lavoratori potrebbe comportare infatti un aumento della spesa sanitaria e dunque diminuire i consumi per l’acquisto di automobili.  In Italia vengono prodotte 650.000 automobili circa e se ne vendono 2.150.000, mentre in Germania se ne producono 5.527.000 e se ne acquistano 3.090.000. La Fiat ha circa il 32% del mercato interno italiano, mentre la Volkswagen ha il 45% di quello tedesco. Sarebbe il caso di pensarci su e produrre e vendere più auto sul mercato nazionale ?

 

 

 

 

 


22 novembre 2009

Angela Pascucci : Obama e la Cina. Tutti insieme disperatamente

 

Potenza taumaturgica del G2. La conferenza di Copenhagen sul clima, data per spacciata a Singapore, è stata riportata a un'esile vita ieri a Pechino. Il presidente Usa Barack Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao, emersi da due ore e mezzo di incontro sulle sorti dei rispettivi paesi (fatte coincidere con quelle dell'intero pianeta), hanno espresso la volontà di arrivare a dicembre a un'intesa che non sia solo una dichiarazione politica ma un accordo che copra tutti i punti in discussione e che soprattutto «abbia immediati effetti operativi», parole del capo della Casa bianca. Il tanto auspicato accordo vincolante resta morto e sepolto ma da ieri si sono riaffacciate le speranze che a dicembre in Danimarca non si riscaldi ulteriormente l'aria solo con le chiacchiere. Restano le perplessità sul comportamento delle due potenze globali, una in declino l'altra in ascesa e non a caso entrambe in testa alla classifica degli inquinatori globali, che erano state indicate come le maggiori responsabili del flop di Singapore, ma che ieri si sono dilungate in raccomandazioni sulla fisssazione di precisi limiti di emissione e sul finanziamento di piani di aiuto per i paesi in via di sviluppo. 



Quanto a tutto il resto, i due leader mondiali hanno dato lo spettacolo di un doppio monologo scritto dai rispettivi staff, davanti a una affollatissima conferenza stampa convocata solo per ascoltare, essendo che le domande, anche quelle più innocue e precotte, erano state escluse. Ciascuno dei capi di stato ha letto il suo breve intervento. Uno scambio di colpi di fioretto, in realtà, sul comune sfondo dei richiami alla necessità di collaborare. «Viviamo un momento in cui le relazioni fra Usa e Cina non sono mai state così importanti per il nostro avvenire comune» ha detto Obama. Dobbiamo «continuare ad adottare una prospettiva strategica e a lungo termine, aumentare il dialogo e lavorare assieme per costruire un rapporto Usa-Cina positivo, ampio e cooperativo» ha fatto eco Hu.
Ciò non ha impedito al presidente americano di toccare il tasto dello yuan e di un tasso di cambio che nel tempo «tenga conto del mercato» e di affermare che certo gli Stati uniti riconoscono che il Tibet è parte della Cina ma auspicano che Pechino riavvii il dialogo col Dalai Lama. Annunciando subito dopo che Usa e Cina riprenderanno presto il dialogo interrotto sui diritti umani. «E' credo fondamentale degli americani che tutti gli uomini e le donne possiedono certi fondamentali diritti umani» e che questi si applicano «alle minoranze etniche e religiose».
Da parte sua, Hu Jintao, che non ha nemmeno menzionato le questioni valutarie, ha toccato un «suo» tasto dolente quando ha sottolineato come «nelle attuali circostanze, i nostri paesi avrebbero bisogno di opporsi e rifiutare il protezionismo in tutte le sue manifestazioni». Quanto alla politica estera, a ognuno il suo protetto, e la questione del nucleare iraniano, per Pechino, si deve risolvere col negoziato. Tal quale come la Corea del nord.
«Non ci si poteva aspettare che le acque si aprissero e tutto si risolvesse in due giorni e mezzo in Cina» ha dichiarato il portavoce della Casa bianca Robert Gibbs. D'altra parte non si può escludere che il target dei discorsi dei due leader fossero le rispettive audience nazionali. Da una parte i commentatori della Fox che abbaiano dagli schermi attaccando Obama il quale in quesi giorni avrebbe dato, con i suoi toni soft, uno spettacolo di «debolezza». Dall'altra un variegato schieramento cinese che va dai nazionalisti duri e puri a un problematico gruppo di intellettuali e attivisti per i diritti sociali che vede all'opera tutti i giorni il volto più barbaro di questa alleanza col capitale mondiale nelle pieghe più oscure della «fabbrica del mondo». Insieme a una parte di opinionisti cinesi che diffida di un coinvolgimento della Cina a livello più profondo sul teatro dei conflitti globali a fianco degli Stati uniti, adombrando una sorta di «piano» per indebolire la posizione cinese a condizionarne l'azione strategica.
Per ora comunque gli intrecci economici prevalgono. Nel 2005 Robert Zoellick, allora vice segretario di stato oggi presidente della Banca mondiale, affermava «La nostra politica ha avuto un notevole successo: il drago è emerso e si è unito al mondo» e chiedeva alla Cina di diventare un «responsabile stakeholder», qualcosa di più che un'azionista. Il discepolo ha superato il maestro e la la visita di Obama, che oggi chiama Pechino un partner strategico, parla di una relazione Usa-Cina senza precedenti e che nelle sue connessioni sfugge a ogni definizione. Il Quotidiano del popolo in un suo editoriale del 16 novembre la descriveva come una coppia da «gemelli siamesi»: qualunque parte si volesse tagliare, si condannerebbe anche l'altra a soffrire.


29 settembre 2009

Intervista a Brancaccio

 

CRISI, LIBERO SCAMBIO E PROTEZIONISMO.

INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO

 

di Alessandra Lo Fiego

 

 

(versione aggiornata di una intervista pubblicata

su Essere comunisti 13/14, settembre 2009)

 

 

Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?

 

Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile sostituto della “spugna” americana. La situazione per certi versi somiglia al periodo tra le due guerre mondiali, quando la Gran Bretagna venne spodestata dal ruolo di leader monetario del mondo e gli Stati Uniti erano ancora riluttanti a sostituirla. Oggi come allora l’assenza di una leadership monetaria rappresenta un rebus di difficile soluzione, uno dei tipici problemi di coordinamento di fronte ai quali il meccanismo della riproduzione capitalistica entra in crisi. Ciò significa che probabilmente andiamo incontro a una fase caratterizzata da una domanda globale debole, e quindi da una crescita della produzione troppo bassa per indurre le imprese a riassumere i lavoratori licenziati a seguito della recessione. Inoltre, quando la crescita della domanda e della produzione risulta debole, è facile che si verifichi anche disoccupazione tecnologica: cioè aumenta la probabilità che i lavoratori licenziati a causa di mutamenti tecnici e organizzativi non vengano più riassorbiti dal sistema. Per questi motivi, in media e soprattutto nei paesi occidentali potremmo trovarci di fronte ad un periodo non breve di aumento della disoccupazione.

 

Quali potrebbero essere gli sbocchi politici immediati dell’attuale recessione?

 

Non mi sembra realistico scommettere sulla possibilità che le grandi potenze economiche si siedano presto attorno a un tavolo per  costruire assieme una nuova “spugna” del mondo, in grado di sostituire quella americana. Ritengo più probabile che per un po’ di tempo ogni paese cercherà una soluzione “interna” al problema della caduta del commercio mondiale. A questo proposito, finora ha prevalso una strategia più o meno surrettizia di “salto al collo del vicino”. Molti paesi cioè hanno praticato politiche di ulteriore contenimento dei salari e di aumento dei sussidi alle imprese, allo scopo di rendere più competitive le produzioni nazionali e magari di conquistare quote di mercato altrui. Questo tipo di comportamento, scoordinato e conflittuale, può anche dare i suoi frutti nel breve periodo, ma a lungo andare non fa altro che aggravare la crisi globale. Alcuni paesi potrebbero allora tentare di sganciarsi da questa spirale recessiva mondiale per puntare su uno sviluppo più autonomo, maggiormente fondato sulla domanda interna, e quindi meno dipendente dalle esportazioni.

 

I paesi che sceglieranno di puntare sulla domanda interna diventeranno protezionisti?

 

E’ ovvio che se un paese decide di espandere la domanda interna dovrà poi introdurre degli accorgimenti per far sì che la maggior parte di quella espansione si rivolga alla produzione nazionale, anziché a quella estera. Nel mondo qualche segnale in tal senso già ce l’abbiamo.

 

Ma noi come dovremmo giudicare questa tendenza? In polemica con te, Marco Revelli ha sostenuto che il protezionismo potrebbe rivelarsi l’anticamera per nuove tentazioni nazionaliste e guerrafondaie… 

 

Non è il solo. Su Liberazione o sul manifesto capita spesso di trovare “protezionismo” e “fascismo” appaiati, quasi che fossero la stessa cosa. Ma queste sono banalizzazioni pericolose. Trovo che a sinistra sia alquanto diffuso un tremendo equivoco attorno al dilemma tra apertura globale e protezionismo. Probabilmente le incomprensioni nascono dal fatto che molti intellettuali commettono l’errore di considerare l’attuale internazionalismo del capitale come una sorta di erede moderno del vecchio internazionalismo del movimento operaio. Ma la realtà è che si tratta di fenomeni in totale contrasto tra loro. L’internazionalismo del capitale sta ad indicare il grande processo di globalizzazione al quale abbiamo assistito nell’ultimo trentennio, che è consistito nella crescente apertura dei mercati ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di lavoratori. L’internazionalismo operaio promuoveva invece la solidarietà e la fratellanza tra i lavoratori dei diversi paesi, e quindi si basava principalmente sul ripudio della guerra, economica e soprattutto militare. E’ chiaro che siamo di fronte a concetti antagonistici: l’internazionalismo del capitale infatti inasprisce la competizione tra i lavoratori dei vari paesi, e quindi può facilmente compromettere la solidarietà tra di essi. Lo stesso Marx, che protezionista non era, ironizzò sulle tesi di chi confondeva libero scambio, pace e fraternità sostenendo che «chiamare fraternità universale lo sfruttamento a livello cosmopolitico è un’idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia». Trovo quindi errato l’atteggiamento di chi a sinistra difende più o meno consciamente questo tipo di internazionalismo, e magari si esprime contro l’eventualità che si vada verso una fase di minore apertura dei mercati.

 




Stai dicendo che l’eventuale avvio di una fase protezionista potrebbe rappresentare una occasione politica per il movimento dei lavoratori?

 

Non voglio dire che i lavoratori dovrebbero considerare il protezionismo come una infallibile soluzione per i loro mali. Alla luce della esperienza novecentesca sappiamo che una relativa chiusura del mercato interno può esser declinata in vari modi, non tutti necessariamente auspicabili: in alcuni casi può rientrare tra le strategie di aggressione intercapitalistiche che sono tipiche dei tempi di crisi, e può quindi essere accompagnata da una ulteriore azione repressiva sul lavoro; in altri casi può invece ridurre il peso del cosiddetto “vincolo esterno”, e può dunque favorire lo sviluppo delle rivendicazioni sociali. In effetti abbiamo evidenze storiche dell’uno e dell’altro segno. E’ chiaro però che se a sinistra persiste una lettura ingenua della questione dell’apertura o meno dei mercati, difficilmente una eventuale fase di “de-globalizzazione” potrà essere sfruttata a vantaggio degli interessi del lavoro. Sotto questo aspetto l’analisi di Revelli, e di molti altri, mi sembra idealistica, e quindi non in grado di riconoscere i diversi possibili esiti della torsione storica in atto.

 

In Italia un vero dibattito su questi temi, e più in generale sull’indirizzo di politica economica del paese, stenta ad affiorare. L’attenzione sembra più che altro rivolta ai costumi sessuali del premier, e magari lo si lascia indisturbato a smantellare il settore pubblico e a smontare pezzo per pezzo la Costituzione. Quanto è concreto secondo te in questo momento, in Italia, il pericolo di una deriva “post”- democratica?

 

Con il prolungarsi della crisi e con l’aumento conseguente delle tensioni sociali, è possibile che questo governo sia tentato da soluzioni drastiche sul piano istituzionale ed economico, e da un impiego non estemporaneo ma strategico degli strumenti di repressione di cui dispone. Ma la forza di Berlusconi e della sua alleanza non deriva dal suo potenziale anti-democratico (o post-democratico, che dir si voglia). A mio avviso l’attuale destra di governo trae linfa e consensi dalla sua eccezionale capacità di alimentare una continua guerra tra le diverse categorie di lavoratori: privati contro pubblici, precari contro stabili, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, settentrionali contro meridionali, nativi contro immigrati. E’ contro questa tendenza a dividere i lavoratori che bisognerebbe concentrare gli sforzi dell’opposizione. Non mi persuade invece l’idea di contrastare l’esecutivo definendolo semplicemente “nemico” della Costituzione e della democrazia. Dovremmo infatti ricordare che l’attacco alla Costituzione e il restringimento degli spazi di esercizio democratico non nascono certo in questa legislatura. La nostra Carta costituzionale è materialmente incompatibile con gli indirizzi di politica economica e istituzionale di tutti i governi che si sono succeduti da almeno un quindicennio a questa parte. La piena apertura dei mercati e la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, il Trattato di Maastricht, lo smantellamento progressivo dei diritti del lavoro, sono tutti provvedimenti che hanno agito in simbiosi con le controriforme elettorali e con il depotenziamento delle aule parlamentari, e hanno quindi allargato lo squarcio tra la Costituzione formale e la sua attuazione materiale. Pertanto, a chi nell’opposizione sembra propenso a invocare genericamente la difesa della Costituzione repubblicana e ad agitare l’ennesima, consunta bandiera dell’anti-berlusconismo, dovremmo chiedere se piuttosto sia disponibile a costruire una opposizione fondata su concrete proposte di riunificazione del lavoro. Perché è sul bivio tra divisione e coesione dei lavoratori che oggi più che mai si gioca la costruzione di un blocco sociale vincente.       

 

Sotto quali condizioni a tuo avviso si potrebbe tornare a scommettere su una rinnovata coesione tra i lavoratori?

 

Il problema è che in questi anni - anche a causa di scelte nefande da parte delle sinistre al governo - i divari tra le diverse categorie di lavoratori sono effettivamente cresciuti, sia sul versante dei redditi che su quello più generale delle condizioni di lavoro e di vita. Oggi più che in passato sussistono grandi differenze tra i livelli di vita di un dipendente pubblico stabilizzato, di un precario del settore privato e di un immigrato clandestino che lavori sotto la minaccia dell’espulsione. Parlare quindi frettolosamente di “classe”, come se fosse un mantra, una parola taumaturgica, rischia di produrre un effetto di ripulsa, opposto a quello desiderato. Il paradigma marxiano delle “classi sociali” resta a mio avviso analiticamente superiore al paradigma dell’individualismo metodologico, e quindi può tuttora considerarsi fecondo anche sul piano politico. Ma sarebbe sbagliato adoperare la parola “classe” per fini agitatori senza una profonda spiegazione preliminare del suo significato. Per esempio, all’universo frammentato dei lavoratori bisognerebbe in primo luogo comunicare che le sperequazioni tra di essi sono risultate funzionali all’accrescimento di un’altra sperequazione, molto più grande e decisiva: quella tra i lavoratori presi nel loro complesso e i percettori diretti o indiretti di profitti e rendite. Basti pensare agli aumenti di produttività del lavoro: nell’ultimo trentennio, in quasi tutto il mondo, gli incrementi del potenziale produttivo dei lavoratori non sono andati a vantaggio dei dipendenti pubblici, né dei precari, e nemmeno ovviamente degli immigrati. Praticamente tutta la ricchezza aggiuntiva creata dall’aumento di produttività del lavoro è stata assorbita dai redditi da capitale…

 

…ciò nonostante i lavoratori seguitano in molti casi a farsi la guerra tra loro. Quali sono le parole d’ordine attorno alle quali si potrebbe cercare di riunificarli?

 

Comincerei col dire che ad ogni slogan che punti a dividere i lavoratori, se ne dovrebbe contrapporre un altro che miri a compattarli. Prendiamo ad esempio gli slogan della Lega. Sappiamo che questo partito invoca le “gabbie salariali” allo scopo di differenziare maggiormente le retribuzioni tra Nord e Sud, e di rimediare così al fatto che i prezzi al Nord sono un po’ più alti che nel Mezzogiorno. I leghisti sostengono quindi che le “gabbie” servono a eliminare una discriminazione che danneggia i lavoratori settentrionali. Ora, io non sto qui a soffermarmi sulle varie incoerenze della proposta leghista. Mi limito solo a far presente che i divari di prezzo tra una metropoli e una località di provincia possono risultare anche più ampi di quelli tra Nord e Sud, per cui volendo applicare la logica leghista fino in fondo dovremmo immaginare contrattazioni differenziate pure tra città e paesini, tra zone ben collegate e zone isolate, e così via, senza più riuscire a mettere un punto fermo. Ma il punto chiave è che se di discriminazione vogliamo davvero parlare, allora forse dovremmo partire da fenomeni ben più macroscopici, come ad esempio quelli creati dalle leggi di deregolamentazione e di precarizzazione del lavoro che la Lega in questi anni ha sempre sostenuto e promosso. A causa di questo smantellamento del diritto del lavoro, oggi possiamo trovarci in una situazione in cui, per esempio, due lavoratori del Nord lavorano nella stessa azienda, con le stesse identiche qualifiche e le stesse mansioni, e ciò nonostante vengono sottoposti a norme diverse, a contratti diversi, a salari totalmente diversi e persino a padroni diversi. Altro che introduzione delle “gabbie salariali”, dunque. Qui c’è piuttosto da abbattere la gabbia della precarizzazione, che scientificamente divide al suo interno la classe lavoratrice, al Nord come al Sud, e che la Lega ha contribuito in modo decisivo a edificare.

 

Oltre alle gabbie salariali la Lega agita pure la bandiera del blocco dell’immigrazione….

 

Certo, e in questo caso lo scopo è di trarre alimento dalle divisioni tra lavoratori nativi e migranti. La Lega trae enormi consensi da questa strategia. Alcuni ritengono che ciò dipenda da un moto irrazionale identitario dei nativi contro i migranti, i quali verrebbero concepiti come un tipico “caprio espiatorio”, un nemico esterno da annientare. Ciò è senz’altro possibile, ma i dati rivelano che la xenofobia dei lavoratori nativi scaturisce anche dal pericolo concreto, materiale, che gli immigrati alimentino una concorrenza ancor più sfrenata sui salari, sui posti di lavoro, sul welfare e sugli spazi metropolitani. Per motivi dunque non solo identitari ma anche strettamente materiali la linea della Lega è finora risultata vincente, e qualcuno a sinistra sembra essersi rassegnato a subirne la forza dirompente. Al contrario, io credo che la bandiera del blocco dell’immigrazione possa e debba essere efficacemente contrastata issando una bandiera alternativa: quella del blocco dei movimenti di capitale. Bisognerebbe cioè comunicare ai lavoratori nativi che, invece di far la guerra agli immigrati, dovrebbero unirsi con essi attorno all’obiettivo di  impedire al capitale di scorazzare liberamente da un capo all’altro del mondo, a caccia della tassazione più favorevole, dei minimi vincoli ambientali, dei salari più bassi e delle massime opportunità di sfruttamento del lavoro. Talvolta cerco di sintetizzare questo ragionamento affermando che se vogliamo liberare i migranti, allora dobbiamo arrestare i capitali.. Adopero volentieri queste parole d’ordine poiché le considero non solo efficaci nella lotta politica, ma anche istruttive per la sinistra. Dobbiamo infatti capire che se vogliamo davvero riunificare i lavoratori, se per esempio vogliamo costruire un legame sociale tra lavoratori nativi e immigrati, non possiamo più appellarci al buon cuore della gente. Dovremmo invece avanzare proposte precise e credibili, nelle quali gli uni e gli altri possano riconoscersi. Questo è un punto molto importante, poiché vedo che a sinistra troppe volte si pretende di affrontare questi problemi sulla base di un umanesimo ingenuo, secondo cui basterebbe dichiarare che l’altro sono io per stemperare ogni conflitto. Questo “buonismo” è totalmente inadeguato ai tempi di ferro che stiamo attraversando, ed è pure sintomo a mio avviso di una diffusa pigrizia intellettuale e politica. 

 

Mettiamo allora da parte ogni “buonismo”, e interroghiamoci sulla possibilità concreta di riunificare i lavoratori attorno alla parola d’ordine del blocco dei capitali. A questo proposito, non c’è comunque il rischio che il blocco dei movimenti di capitale danneggi i lavoratori dei paesi meno sviluppati, che necessitano di risorse finanziarie esterne per uscire dalla povertà?

 

No. E’ vero piuttosto il contrario. La libera circolazione internazionale dei capitali ha scatenato una competizione senza freni, che aumentando i rischi di attacco speculativo sulle valute ha drasticamente ridimensionato la sovranità politica dei singoli paesi - specie se meno sviluppati - e che ha dato avvio a una lunga e profondissima deflazione salariale mondiale. Da questo vortice recessivo sono riusciti almeno in parte a sottrarsi solo quei paesi che hanno mantenuto qualche forma di relativa chiusura dei loro mercati ai movimenti internazionali di capitale. La Cina è un esempio emblematico, in questo senso.    

 

A seguito della grande recessione in corso si è tornati a parlare, anche nei nostri ambienti, di “crisi finale del capitalismo”. Che ne pensi?

 

L’idea di una “crisi finale del capitale” viene solitamente portata avanti dagli eredi più o meno consapevoli delle correnti bordighiste del marxismo, e in genere si basa sulla “legge” di caduta tendenziale del saggio di profitto. La versione marxiana tradizionale di quella legge non funziona, ma credo sia possibile individuare nuove modalità di riscontro della medesima.  Da un punto di vista politico, tuttavia, il tema della “crisi finale” è delicato. Quando tra i militanti si discute della legge di caduta del profitto, noto che si cade facilmente in un clima “destinale”, che spesso li spinge verso analisi superficiali e fuorvianti. Ai militanti sedotti da questo tipo di discussioni uso dire che il Capitale di Marx non è il Vangelo secondo Giovanni, e che le complicate riflessioni sulla “crisi finale” del capitale sono una cosa un po’ diversa dalle premonizioni sull’Apocalisse. Credo allora che i militanti farebbero meglio a porsi interrogativi più immediati, e in un certo senso più smaliziati. Per esempio, sarebbe ora di analizzare in profondità il rapporto tra i meccanismi di auto-riproduzione del capitalismo e degli apparati ideologici che lo sorreggono da un lato, e i meccanismi di auto-riproduzione dei partiti che si dichiarano anti-capitalisti dall’altro. Se la sopravvivenza delle strutture di questi partiti finisce per dipendere in misura decisiva dalla partecipazione agli organi di governo o di sotto-governo, la definizione stessa di “anti-capitalisti” rischia di diventare un ossimoro, una vera e propria contraddizione in termini. E’ chiaro infatti che sotto condizioni di inesorabile dipendenza “riproduttiva”, la crisi non può mai logicamente assumere il carattere di “occasione storica”. Questa è una questione importante, sulla quale bisognerebbe indagare senza semplificazioni né inutili moralismi, ma anche senza reticenze.

 


14 aprile 2009

Ugo Pagano : scorpacciate di risparmio o digiuno di investimenti ?

Le cause immediate della crisi sono fatte spesso risalire all’assenza di regolamentazione e alla politica espansiva della Fed che, mantenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi, avrebbe provocato un’eccessiva offerta di risparmio. Come è ampiamente spiegato nei noti modelli di selezione avversa, quest’ultima avrebbe, a sua volta, provocato la formazione di un pool di debitori sempre più scadente con le conseguenze che sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Secondo
un articolo dell’Economist dello scorso gennaio un benefico “flow” di risparmio sarebbe diventato una disastrosa “flood” ma l’inondazione sarebbe dovuta più alle “global imbalances” generate all’estero che un frutto endogeno della economia e della politica americana.



In effetti, il governatore Bernanke
sostiene da molto tempo che il ruolo della Fed nell’espansione del credito è stato marginale e che la causa ultima della crisi è stata una scorpacciata di risparmi (saving glut) cui gli Stati Uniti sono stati costretti a causa del massiccio afflusso di risparmi proveniente da altri paesi (v. su questo anche Sergio Cesaratto, www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/).
C’è qualche cosa di simpaticamente infantile nella formulazione della tesi del Governatore della FED. A molti di noi (per quanto mi riguarda, a casa della mamma) capita di attribuire le scorpacciate, e le crisi digestive che esse provocano, all’ottimo e sovra-abbondante cibo che viene cucinato. Il vero limite della tesi di Bernanke non sta tuttavia tanto nell’infantilismo della sua formulazione ma nell’inesattezza dei suoi contenuti. Come mostrano i dati contenuti nel
paper della Banca di Francia di Moec e Frey, negli altri paesi non c’è stata una sovrabbondanza di risparmi ma piuttosto un digiuno d’investimenti. Negli ultimi anni, nel mondo, i risparmi non sono cresciuti. Invece, specialmente al di fuori degli Stati Uniti, sono diminuiti gli investimenti. In altre parole, l’abbondanza di cibo in America sarebbe stata il frutto di un blocco dei sistemi di digestione dei vicini.
Si potrebbe sostenere che, in questa situazione, gli americani dovevano generosamente digerire anche per conto degli altri paesi e fornire loro trasfusioni di cibo pre-digerito. Parte del risparmio assorbito dall’America era infatti iniettato sotto forma d’investimenti diretti nella circolazione dei paesi colpiti dal blocco del loro sistema digerente.
Non è dunque colpa dei vicini se essi non sono riusciti a creare adeguate opportunità d’investimento, per di più intossicando gli americani con la loro inondazione di risparmi?
Il problema è che le lobby legate alle multinazionali americane, facendo pressione per la nuova architettura del commercio internazionale partorita a Marrakesh nel 1994 hanno avuto un ruolo niente affatto marginale nel causare il blocco dei sistemi digestivi dei loro concorrenti.
Partiamo dal 1992 quando George Bush Senior conclude una presidenza piena di successi in politica estera in un quadriennio che vede, fra l’altro, il crollo delle economie socialiste e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Eppure lo slogan “it’s the economy stupid!” basta a fargli perdere le elezioni contro Clinton. La causa non è tanto la crisi congiunturale iniziata nel 90 ma la consolidata percezione che il “modello americano” sia perdente rispetto a quelli alternativi giapponesi e tedeschi. Nel decennio precedente si sono consumati fiumi d’inchiostro per descrivere i miracoli del management giapponese e suggerire i vari modi in cui gli americani avrebbero potuto imitarlo.
Alla fine degli anni 90 il quadro si è capovolto. Gli Stati Uniti (e l’Inghilterra) sono diventati il modello da imitare e gli eroi di ieri (non solo Germania e Giappone ma, dopo la crisi del 97, anche tutte le tigri asiatiche) si affannano a ristrutturare le loro economie sulle orme del cosiddetto modello anglo-americano. Frattanto l’economia cinese ha un rapidissimo sviluppo. Cosa ci porta a questo improvviso rovesciamento della situazione?
La spiegazione potrebbe essere fatta risalire al solito ritornello liberista: solo gli americani (e gli inglesi) avrebbero riscoperto improvvisamente le virtù del mercato, offrendo così numerose opportunità d’investimento precluse ai loro rigidi concorrenti.
E, tuttavia a ben guardare, non sono state le virtù della concorrenza ma i vantaggi del monopolio intellettuale a far riguadagnare rapidamente terreno agli Stati Uniti rispetto alle altre economie occidentali. Infatti, nella prima metà degli anni 90, gli Stati Uniti non hanno più rivali militari e politici globali e possono riorganizzare l’economia mondiale in un modo diverso che valorizzi al massimo la loro leadership scientifica e tecnologica e soprattutto le loro posizioni di monopolio.
Le caratteristiche salienti del nuovo mondo sono contenute nei
TRIPS firmati a Marrakesh il 15 Aprile del 1994. Significativamente, i TRIPS costituiscono l’annesso 1C dell’accordo con cui viene fondato il WTO.
Il preambolo dei TRIPS recita come cosa ovvia che “intellectual property rights are private rights” come tutti gli altri diritti di proprietà privata. Eppure questa ovvietà era sconosciuta a un economista dell’innovazione del calibro di Schumpeter ed è stata recentemente messa in discussione nel bel libro di Boldrin e Levine
Against Intellectual Monopoly. Se il riconoscimento dei diritti di proprietà (inclusi quelli intellettuali) costituiva la base naturale del libero scambio, la ratificazione dei TRIPS non poteva non costituire un annesso degli accordi del WTO e un requisito obbligatorio per accedere al commercio internazionale. Diversamente da tutti i precedenti accordi internazionali relativi alla proprietà intellettuale, l’inclusione dei TRIPS nella costituzione del WTO comportava un efficace meccanismo per far rispettare la proprietà intellettuale. Gli Stati potevano ora essere disciplinati mediante le istituzioni dello stesso WTO e, in casi estremi, si sarebbe potuto limitare l’accesso al commercio internazionale ai “ladri” di proprietà intellettuale.
A dispetto dell’accattivante retorica declamante libero scambio e proprietà privata, gli accordi di Marrakesh introducono surrettiziamente super-tariffe tali da far impallidire il protezionismo più spinto. Con i TRIPS i diritti di proprietà intellettuale diventano dei monopoli globali e cioè, in un certo senso, dei dazi doganali dal valore quasi infinito. Non solo i concorrenti degli altri paesi non possono esportare il bene nel paese del monopolista intellettuale ma hanno anche il divieto di produrlo nel loro stesso paese. Quando alcune multinazionali di qualche paese si organizzano in “patent pools”, la desertificazione economica di quel settore negli altri paesi diventa inevitabile e sembra non lontano dalle passate imposizioni dell’Inghilterra alle sue colonie e in particolare, all’India (Marcello De Cecco,
Money and Empire, Rowman and Littlefield, 1975).
Salvo qualche notevole eccezione come
Krugman abbiamo assistito in questi mesi a un coro di allarmi per i danni di un incombente protezionismo. Si fa notare come uno degli effetti peggiori delle crisi finanziarie sia che esse possono disintegrare il libero scambio. E tuttavia, il rapporto fra i due fenomeni presenta una complessità del tipo problema uovo-gallina che non ammette facili soluzioni.
E’ certamente vero che la crisi sta portando ad atteggiamenti protezionistici e a
ritorni di nazionalismo economico.
E’ però anche vero che il protezionismo, celandosi sotto le sacre vesti dei diritti di proprietà privata, ha contribuito a generare la crisi finanziaria. Esso ha fatto inizialmente solo scemare le opportunità d’investimento fuori dagli Stati Uniti mentre questi ultimi, grazie agli investimenti diretti delle loro multinazionali, hanno per un certo tempo digerito anche per gli altri. Infatti,
come mostrano Moec e Frey la crisi è stata preceduta, prima di tutto, da una caduta degli investimenti fuori dall’America. In parte, questa caduta è stata inizialmente attenuata dagli investimenti diretti delle multinazionali dotate di un’imbattibile ricetta a base di monopolio intellettuale americano e lavoro cinese a basso costo.
Alla caduta degli investimenti degli altri paesi si è poi aggiunto un graduale blocco digestivo delle stesse imprese multinazionali americane. Già nel luglio 2005 l’Economist parlava di un
“corporate savings glut” e nel sottotitolo notava come ormai le grandi corporation, ancora di più delle economie emergenti, fossero diventate i leader mondiali della corsa globale verso la frugalità. Lo stesso articolo faceva poi riferimento al famoso paradosso della frugalità di Keynes secondo cui se tutti vogliono risparmiare dovrà (in assenza d’investimenti) calare il risparmio… anche se passando naturalmente prima per bolle speculative e varie “innovazioni finanziarie” (vedi Marcello De Cecco, www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=449).
In conclusione, se le crisi finanziarie hanno provocato il protezionismo, il superprotezionismo della proprietà intellettuale ha fatto calare gli investimenti. Ciò è avvenuto in due fasi (largamente sovrapposte nel tempo) e secondo due meccanismi.
Nella prima fase, dopo i TRIPS, si è avuto il lancio del modello cino-americano e una corsa a investimenti tesi a consolidare i monopoli intellettuali americani. Mentre si aprivano nuovi spazi per le compagnie americane superdotate di queste “risorse”, si chiudevano molte opportunità d’investimento autonomo per il Giappone e per le ex-tigri asiatiche che non avevano né le dotazioni monopolistiche americane né i bassi costi cinesi. La crisi asiatica del 1997 rappresenta il culmine di questa fase.
Nella seconda fase, secondo i meccanismi descritti nelle note
tragedie degli anti-commons, i monopoli intellettuali mondiali sono diventati troppo pervasivi e hanno cominciato a bloccarsi a vicenda. A questo punto comincia a incepparsi anche il meccanismo d’accumulazione dei grandi “proprietari di conoscenza”.
La caduta degli investimenti ha quindi creato alcune delle condizioni che hanno portano alla crisi finanziaria, e quest’ultima ha a sua volta portato il livello degli investimenti verso nuovi precipizi da cui sarà difficile risalire senza un notevole numero di misure di politica economica. Tra di esse non dovrebbe mancarne una che, coniugando le politiche keynesiane con la capacità della conoscenza di essere usata infinite volte senza deteriorarsi, generi un
supermoltiplicatore degli investimenti. Sostegno alla domanda aggregata e riappropriazione della conoscenza possono costituire due facce di una stessa politica tesa a liberare l’innovazione dalla gabbia del monopolio intellettuale e a fornire più opportunità d’investimento per tutti. 


24 marzo 2009

Ugo Pagano : monopoli intellettuali e caduta degli investimenti

 Salvo qualche notevole eccezione come Krugman abbiamo assistito in questi mesi a un coro di allarmi per i danni di un incombente protezionismo. Si fa notare come uno degli effetti peggiori delle crisi finanziarie sia che esse possono disintegrare il libero scambio. E tuttavia, il rapporto fra i due fenomeni presenta una complessità del tipo problema uovo-gallina che non ammette facili soluzioni.
E’ certamente vero che la crisi sta portando ad atteggiamenti protezionistici e a
ritorni di nazionalismo economico.
E’ però anche vero che il protezionismo, celandosi sotto le sacre vesti dei diritti di proprietà privata, ha contribuito a generare la crisi finanziaria. Esso ha fatto inizialmente solo scemare le opportunità d’investimento fuori dagli Stati Uniti mentre questi ultimi, grazie agli investimenti diretti delle loro multinazionali, hanno per un certo tempo digerito anche per gli altri. Infatti,
come mostrano Moec e Frey la crisi è stata preceduta, prima di tutto, da una caduta degli investimenti fuori dall’America. In parte, questa caduta è stata inizialmente attenuata dagli investimenti diretti delle multinazionali dotate di un’imbattibile ricetta a base di monopolio intellettuale americano e lavoro cinese a basso costo.
Alla caduta degli investimenti degli altri paesi si è poi aggiunto un graduale blocco digestivo delle stesse imprese multinazionali americane. Già nel luglio 2005 l’Economist parlava di un
“corporate savings glut” e nel sottotitolo notava come ormai le grandi corporation, ancora di più delle economie emergenti, fossero diventate i leader mondiali della corsa globale verso la frugalità. Lo stesso articolo faceva poi riferimento al famoso paradosso della frugalità di Keynes secondo cui se tutti vogliono risparmiare dovrà (in assenza d’investimenti) calare il risparmio… anche se passando naturalmente prima per bolle speculative e varie “innovazioni finanziarie” (vedi Marcello De Cecco, www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=449).
In conclusione, se le crisi finanziarie hanno provocato il protezionismo, il superprotezionismo della proprietà intellettuale ha fatto calare gli investimenti. Ciò è avvenuto in due fasi (largamente sovrapposte nel tempo) e secondo due meccanismi.
Nella prima fase, dopo i TRIPS, si è avuto il lancio del modello cino-americano e una corsa a investimenti tesi a consolidare i monopoli intellettuali americani. Mentre si aprivano nuovi spazi per le compagnie americane superdotate di queste “risorse”, si chiudevano molte opportunità d’investimento autonomo per il Giappone e per le ex-tigri asiatiche che non avevano né le dotazioni monopolistiche americane né i bassi costi cinesi. La crisi asiatica del 1997 rappresenta il culmine di questa fase.




Nella seconda fase, secondo i meccanismi descritti nelle note
tragedie degli anti-commons, i monopoli intellettuali mondiali sono diventati troppo pervasivi e hanno cominciato a bloccarsi a vicenda. A questo punto comincia a incepparsi anche il meccanismo d’accumulazione dei grandi “proprietari di conoscenza”.
La caduta degli investimenti ha quindi creato alcune delle condizioni che hanno portano alla crisi finanziaria, e quest’ultima ha a sua volta portato il livello degli investimenti verso nuovi precipizi da cui sarà difficile risalire senza un notevole numero di misure di politica economica. Tra di esse non dovrebbe mancarne una che, coniugando le politiche keynesiane con la capacità della conoscenza di essere usata infinite volte senza deteriorarsi, generi un
supermoltiplicatore degli investimenti. Sostegno alla domanda aggregata e riappropriazione della conoscenza possono costituire due facce di una stessa politica tesa a liberare l’innovazione dalla gabbia del monopolio intellettuale e a fornire più opportunità d’investimento per tutti.


24 marzo 2009

Ugo Pagano : liberismo e proprietà intellettuale

 Partiamo dal 1992 quando George Bush Senior conclude una presidenza piena di successi in politica estera in un quadriennio che vede, fra l’altro, il crollo delle economie socialiste e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Eppure lo slogan “it’s the economy stupid!” basta a fargli perdere le elezioni contro Clinton. La causa non è tanto la crisi congiunturale iniziata nel 90 ma la consolidata percezione che il “modello americano” sia perdente rispetto a quelli alternativi giapponesi e tedeschi. Nel decennio precedente si sono consumati fiumi d’inchiostro per descrivere i miracoli del management giapponese e suggerire i vari modi in cui gli americani avrebbero potuto imitarlo.
Alla fine degli anni 90 il quadro si è capovolto. Gli Stati Uniti (e l’Inghilterra) sono diventati il modello da imitare e gli eroi di ieri (non solo Germania e Giappone ma, dopo la crisi del 97, anche tutte le tigri asiatiche) si affannano a ristrutturare le loro economie sulle orme del cosiddetto modello anglo-americano. Frattanto l’economia cinese ha un rapidissimo sviluppo. Cosa ci porta a questo improvviso rovesciamento della situazione?
La spiegazione potrebbe essere fatta risalire al solito ritornello liberista: solo gli americani (e gli inglesi) avrebbero riscoperto improvvisamente le virtù del mercato, offrendo così numerose opportunità d’investimento precluse ai loro rigidi concorrenti.
E, tuttavia a ben guardare, non sono state le virtù della concorrenza ma i vantaggi del monopolio intellettuale a far riguadagnare rapidamente terreno agli Stati Uniti rispetto alle altre economie occidentali. Infatti, nella prima metà degli anni 90, gli Stati Uniti non hanno più rivali militari e politici globali e possono riorganizzare l’economia mondiale in un modo diverso che valorizzi al massimo la loro leadership scientifica e tecnologica e soprattutto le loro posizioni di monopolio.
Le caratteristiche salienti del nuovo mondo sono contenute nei
TRIPS firmati a Marrakesh il 15 Aprile del 1994. Significativamente, i TRIPS costituiscono l’annesso 1C dell’accordo con cui viene fondato il WTO.
Il preambolo dei TRIPS recita come cosa ovvia che “intellectual property rights are private rights” come tutti gli altri diritti di proprietà privata. Eppure questa ovvietà era sconosciuta a un economista dell’innovazione del calibro di Schumpeter ed è stata recentemente messa in discussione nel bel libro di Boldrin e Levine
Against Intellectual Monopoly. Se il riconoscimento dei diritti di proprietà (inclusi quelli intellettuali) costituiva la base naturale del libero scambio, la ratificazione dei TRIPS non poteva non costituire un annesso degli accordi del WTO e un requisito obbligatorio per accedere al commercio internazionale. Diversamente da tutti i precedenti accordi internazionali relativi alla proprietà intellettuale, l’inclusione dei TRIPS nella costituzione del WTO comportava un efficace meccanismo per far rispettare la proprietà intellettuale. Gli Stati potevano ora essere disciplinati mediante le istituzioni dello stesso WTO e, in casi estremi, si sarebbe potuto limitare l’accesso al commercio internazionale ai “ladri” di proprietà intellettuale.



A dispetto dell’accattivante retorica declamante libero scambio e proprietà privata, gli accordi di Marrakesh introducono surrettiziamente super-tariffe tali da far impallidire il protezionismo più spinto. Con i TRIPS i diritti di proprietà intellettuale diventano dei monopoli globali e cioè, in un certo senso, dei dazi doganali dal valore quasi infinito. Non solo i concorrenti degli altri paesi non possono esportare il bene nel paese del monopolista intellettuale ma hanno anche il divieto di produrlo nel loro stesso paese. Quando alcune multinazionali di qualche paese si organizzano in “patent pools”, la desertificazione economica di quel settore negli altri paesi diventa inevitabile e sembra non lontano dalle passate imposizioni dell’Inghilterra alle sue colonie e in particolare, all’India (Marcello De Cecco,
Money and Empire, Rowman and Littlefield, 1975).


sfoglia     agosto        ottobre
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom