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17 gennaio 2017

La critica di Joseph Halevi al regime siriano

https%//www.academia.edu/30962810/Joseph_Halevi_e_la_questione_siriana --------------------------------------- Quando si assume una posizione determinata nell’ambito della sinistra radicale su problemi relativi alla politica estera senza rifugiarsi su posizioni massimaliste assolutamente sterili anche solo per contribuire all’analisi delle situazioni studiate, si viene sottoposti ad un fuoco di critiche che rispecchiano quell’assoluta inanità politica e culturale che legittima lo stato pietoso che la sinistra ha in questo momento nel nostro paese. Purtroppo anche Joseph Halevi si è unito al pianto greco relativo all’assedio e al bombardamento di Aleppo che si è verificato in questi mesi. L’economista, apprezzato per il suo contributo al dibattito sia su questioni economiche sia su quelle politiche mediorientali ha “deciso” (questo è il termine utilizzato) di interrompere tutti i rapporti con persone o organizzazioni “di sinistra” che non trattano la situazione di Aleppo “per quella che è”. E che è, per Joseph Halevi? “un’operazione di massacro della popolazione civile da parte del regime baathista” e aggiunge che il regime non è nuovo a questo exploit e cita Tell Zaatar e aggiunge “sì proprio sui palestinesi si sono scatenati per primi” oltre che il bombardamento di Hama nel 1982. E dice “Non c’è bisogno di riprodurre virtualmente il defunto schema sovietico secondo cui i regimi nazionalisti arabi sono automaticamente da parte della ragione perché alleati dell’URSS e quindi sotto attacco imperialista ecc., ecc. Su questa base si è passati con estrema leggerezza sopra il massacro di curdi e comunisti in Iraq durante gli anni Sessanta che hanno fatto decine di migliaia di morti e su ulteriori azioni contro i curdi negli anni Ottanta. Il tutto giustificato con l’antimperialismo e via dicendo.” Infine cita come ottimo ed esecrabile esempio di irresponsabilità un articolo di Contropiano e conclude citando come articolo ragionevole quello di Jean Pierre Filiou (professore universitario e consulente del governo Hollande) “Vi sarà un prima e un dopo”. Partiamo da quest’ultimo articolo dove si attribuiscono intenti coloniali alla Russia sottacendo completamente quelli della Francia e di altri paesi europei. Quale ragionevolezza si può pretendere da un atteggiamento del genere, smaccatamente filo-occidentale? Dire che si tratta di un’operazione di massacro della popolazione civile da parte del regime baathista è quanto meno semplicistico. Ormai i soggetti in campo sono molti e diversi e Assad non ha il pieno controllo del suo stesso esercito figurarsi delle forze degli alleati russi e iraniani. Quanto alla popolazione civile si tratta in buona percentuale di popolazione quanto meno armata. Dire che il regime Baath non è nuovo a questi exploit significa mettere sullo stesso piano eventi diversi prodotti da soggetti diversi verso soggetti diversi. A Tell El Zaatar si trattò di una operazione delle forze cristiane libanesi con la copertura siriana (si trattava però di un contingente quasi tutto siriano della Lega Araba che ha avallato il comportamento assunto) contro i palestinesi. Tuttavia, al contrario del massacro di Sabra e Chatila (Shatila), il giornalista Robert Fisk (citato da Halevi a proposito di Hama) ha accusato anche Arafat di aver favorito il massacro ordinando ai palestinesi di sparare verso le milizie che in un primo momento erano venute avanti volendo accettare la resa. Ad Hama invece il bombardamento e il massacro furono successivi ad una insurrezione organizzata dai Fratelli Musulmani che uccisero almeno 300 persone prima che si desse inizio all’intervento. Adesso la Siria è in una guerra civile dove ci sono molti soggetti in conflitto, una guerra civile fomentata dagli Stati imperialisti occidentali. Esecrare semplicemente il regime baathista vuol dire non analizzare bene il contesto. Il punto fondamentale è che per molte analisi le rivoluzioni della Primavera araba non sono state un fatto positivo e ammiccare ad esse come ha fatto buona parte della Sinistra che vorrebbe essere internazionalista è stato un errore politico e storico di notevole importanza. Lo stesso errore che fu fatto da molti di noi che salutarono le rivoluzioni dell’89 con le velleità dei vari forum democratici a Berlino o a Praga. La Sinistra (non i comunisti) sta ancora piangendo per quell’insulso compiacimento. Altro punto essenziale da sottolineare è che una posizione terza sui conflitti in corso d’opera è necessaria quando è possibile dare seguito pratico e politico a questo orientamento, non quando si è meri osservatori dei conflitti. Noi non giudichiamo il regime baathista in sé (se lo facessimo potremmo tutti essere d’accordo ma del tutto fuori da una analisi concreta) ma, come fa anche Nassim Nicholas Taleb, in relazione alle alternative plausibili che sono in campo. E soprattutto in relazione alla propaganda di guerra fatta nei paesi appartenenti al polo imperialista europeo, propaganda di guerra che intendiamo smontare, perché questa è la responsabilità politica che ci assumiamo mentre consideriamo irresponsabile proprio l’atteggiamento di chi, sulla base di un neutralismo pacifista che ha esaurito ormai tutte le possibilità di aggregazione in questa fase storica, tende solo a perpetuare la passività politica che condanna alla marginalità tutti quelli che litigano su chi abbia l’anima più bella. La Siria è un regime autoritario che soffoca nel sangue l’opposizione e le minoranze politiche. E tuttavia le alternative costituiscono un intreccio instabile e altrettanto sanguinoso di ingerenze imperialistiche, interventi dell’esercito e ascesa politica dell’Islam radicale con in aggiunta la perdita della laicità dello Stato, del rispetto per tutte le confessioni religiose e del tentativo (spesso frustrato, clientelare e in arretramento) dell’intervento dello Stato nell’economia e nella società (ad es. nel campo dell’istruzione). Queste sono le alternative in campo. Si tratta di scegliere. Se poi alcuni compagni vogliono in questi paesi lo sviluppo capitalistico neoliberistico con l’annesso pluripartitismo scodinzolante questa può essere anche una opzione da discutere teoricamente, ma BISOGNA DIRLO, non ce la si può cavare con l’internazionalismo a perdere. ----------------------------------------- http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/12/14/aleppo-doppio-standard-occidente-087029 (l’articolo di Contropiano) http://www.rproject.it/?p=6193 (l’articolo di Joseph Halevi) http://www.rproject.it/?p=6189 (l’articolo di Jean Pierre Filiou) https://medium.com/opacity/the-syrian-war-condensed-a-more-rigorous-way-to-look-at-the-conflict-f841404c3b1d#.nvhwngnlz (l’articolo di Nassim Taleb)


12 dicembre 2008

Benedetto Vecchi : due libri sul populismo globale

 

Il populismo, ovvero il nodo scorsoio della democrazia contemporanea. A scioglierlo ci provano in molti, da chi lo ritiene un residuo del passato che sarà rimosso dopo avere adeguatamente riformato le istituzioni politiche in termini di semplificazione e di centralità del potere esecutivo rispetto a quelli legislativo e giudiziario. Oppure, come manifestazione politica di quei paesi poco avvezzi alla democrazia. Letture tuttavia non convincenti.
In primo luogo, perché il populismo mostra tutta la sua radicalità politica non nei paesi dove lo sviluppo economico è più lento, come avveniva in passato in America Latina o in alcune realtà asiatiche, dove partiti e leader esplicitamente populisti facevano le loro fortune. La fine del Novecento ha infatti visto forze populiste conquistare sempre più consensi, arrivando a condizionare la vita politica se non a governare nazioni come la Francia, l'Italia, l'Olanda, l'Austria, gli Stati Uniti e la Russia di Vladimir Putin.
Dunque, un fenomeno politico che non è certo un'ingombrante eredità gettata con volgarità sul presente. Piuttosto va considerato come la forma politica che si misura con i problemi posti dalla crisi del neoliberismo e della globalizzazione. Insomma, una risposta innovativa ai conflitti sociali nei cosiddetti «punti alti» dello sviluppo capitalismo: è questa, infatti, la tesi di studiosi e leader politici affascinati dal discorso populisti. Per sgomberare il campo da equivoci va subito detto che il termine «innovativo» non esprime qui un giudizio, ma solo la constatazione che i partiti e i leader populisti riescono a elaborare analisi e proposte politiche più efficaci di altre, sfruttando al meglio i media e le forme di mobilitazione - dalla vecchia radio all'anziana televisione, alla caotica Internet, dagli sms al fascinoso volantinaggio - preposte alla formazione dell'opinione pubblica.



Le fragili identità
A confrontarsi con questo rovello sono due recenti libri che, sebbene siano nati in ambiti disciplinari e con prospettive diverse, sono tra loro complementari. Si tratta di Populismo globale (Manifestolibri, pp. 191, euro 18) e La ragione populista (Laterza, pp. 300, euro 20). Il primo è di Guido Caldiron, un giornalista e studioso da sempre attento alle evoluzioni della destra radicale europea. Il secondo è del filosofo argentino Ernesto Laclau, che ha dedicato molte opere alla comprensione di come funziona la democrazia sin da quando è salito in cattedra a Oxford su segnalazione dello storico Eric Hobsbawm dopo aver precipitosamente abbandonato il suo paese perché minacciato di morte dai gruppi paramilitari di estrema destra.
La complementarietà dei due saggi è data dal fatto che là dove finisce Caldoron inizia l'analisi di Laclau. Populismo globale è, infatti, è una documentata analisi sull'ascesa dei partiti e leader populisti, mentre La ragione populista definisce le coordinate filosofiche entro le quali si muove la cultura politica populista. Caldiron ne cerca le radici, Laclau evidenzia come l'albero è nel frattempo cresciuto. Entrambi, però, iscrivono il populismo nella sfera politica, cancellandone le basi materiali. Infatti, né Caldiron, né Laclau mettono mai in relazione il fatto che il populismo cresce laddove è presente una composizione sociale della forza-lavoro estremamente articolata e dove la precarietà è la condizione necessaria alla messa al lavoro del sapere, il linguaggio, la conoscenza, la capacità di sviluppare una «autonoma» cooperazione sociale. In altri termini, il populismo ha fortuna nei punti alti dello sviluppo capitalistico.
Guido Caldiron parte dall'elezione a presidente di Nicolas Sarkozy e dalla vittoria elettorale del Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi. Entrambi sono leader populisti, che hanno saputo intercettare gli umori profondi dei rispettivi popoli, articolandoli in un programma politico con al centro la figura dell'individuo proprietario. Inoltre, tanto Sarkozy che Berlusconi hanno saputo creare un clima mediatico che ha posto con forza nell'agenda politica temi e argomenti che componevano il loro programma politico: l'insicurezza sociale, intesa come paura di una messa in discussione del proprio stile di vita; la presenza di nemici interni alla nazione - in Francia la cultura del Sessantotto e la racaille delle periferia, in Italia uno stato-vampiro e i migranti -. Per Caldiron è tuttavia importante comprendere come i temi dell'agenda populista siano stati quelli dei gruppi di estrema destra per i venti anni che hanno preceduto la fine del Novecento.
In nome del futuro
Ciò che colpisce nella ricostruzione di Caldiron dell'ascesa di Nicolas Sarkozy è la traduzione dei temi propri della «destra radicale» in una politica «per bene» fatta dal presidente francese e di come siano stati sapientemente usati all'interno della crisi dei partiti moderati e della destra francese alimentata dalla globalizzazione neoliberista per un ricambio generazionale e culturale di quegli stessi partiti. Con una novità, che rende il populismo contemporaneo radicalmente diverso da quello Novecentesco: le richieste di ordine e disciplina non vengono motivate in nome di un'armonica comunità originaria minacciata dalla modernità, bensì in nome del futuro.
Il popolo evocato da Sarkozy e da Berlusconi ha fatto esperienza della globalizzazione. È il popolo dove i singoli sono rappresentati come tanti imprenditori di se stessi proprietari di un capitale intellettuale e sociale che deve poter essere sfruttato al meglio senza i limiti posti dallo stato sociale. Della triade della rivoluzione francese preferisce infatti la libertà all'eguaglianza e alla fraternità: una libertà, si badi bene, che ha nel il mercato la sua unità di misura. Per questo motivo chi lo vuole rappresentare parla del futuro invece che del passato. A sostegno di questa lettura Caldiron cita il caso di Pim Fortuyn, il leader della destra populista olandese ucciso alcuni anni fa che non ha mai nascosto la sua omosessualità e che ha invocato la tutela dei diritti umani contro gli «indigeni» musulmani presenti o nati in Olanda. In questa particolare accezione, i diritti umani sono il perimetro di una civiltà che non tollera nessuna diversità. Così, l'accesso alla cittadinanza è quindi necessariamente selettivo.
Assistiamo così a un populismo che impugna l'arma dei diritti umani per tenere fuori i nemici dell'Occidente: per i nemici interni, invece, la «tolleranza zero» non è solo una politica dell'ordine pubblico, ma un marchio di fabbrica che non può essere contraffatto. Tesi presenti, ad esempio, nelle prese di posizione di intellettuali come Alain Finkielkraut, Christopher Hitchens, André Glucksmann che, seppur con un passato di sinistra, sono diventati i più strenui difensori della superiorità occidentale. Un ordine del discorso dilagante dopo l'attacco alle Twin Towers, dove la presidenza di George W. Bush ha fatto esplicitamente riferimento allo scontro di civiltà di Samuel Phillips Huntington per legittimare un politica interna decisamente populista.
Se si rimane però all'atlante della galassia populista proposto da Guido Caldiron si rimane colpiti più dalle differenze che dalle ripetizioni che si incontrano mettendo a confronto l'Europa, gli Stati Uniti, la Russia di Putin o l'Iran del presidente Mahmud Ahmadinejad. E rischia di smarrirsi in esso. Ma è proprio questa grande capacità di adattamento a realtà diverse che contraddistingue il populismo contemporaneo da quello del passato.
Il problema è dunque svelare la visione populista del Politico. Per dirla con le parole del filosofo Ernesto Laclau occorre stabilire la sua ontologia, perché il populismo «costruisce» il popolo, attraverso l'evocazione della sua assenza.
Mutanti e flessibili
Il populismo dunque come paradigma del «Politico», ma anche come un modo di organizzare uno Stato che ha preso congedo sia dalla democrazia rappresentativa che dalle alternative ad essa. È infatti uno stato, quello invocato dai populisti contemporanei, che eleva sì un leader al di sopra degli interessi parziali che confliggono nella società, ma stabilisce l'equivalenza, quindi la commensurabilità di un interesse economico, di uno stile di vita con un altro. Non è un caso che Ernesto Laclau utilizzi in maniera innovativa il concetto gramsciano di egemonia per spiegare la costruzione di un significante che abbia la capacità di rappresentare, superandoli, gli antagonismi e le differenze della realtà sociale.
Il popolo è un significante vuoto che va riempito, stabilendo appunto i criteri che stabiliscono la coesistenza e la commensurabilità tra le tante parzialità che compongono la realtà sociale. I populisti sono i traduttori dei diversi idiomi sociali in un linguaggio comune, quello del popolo.
È noto che nelle pratiche politiche populiste c'è il popolo è rappresentato come una «comunità organica di simili» e che occorre cancellare le divisioni introdotte dagli elementi estranei a quella stessa comunità. I populisti, insomma, sono sempre a caccia di nemici interni. Il discorso populista contemporaneo invece non cancella la eterogeneità e le differenze anche di classe, ma le riconduce appunto alla loro parzialità, che possono esistere solo se espresse in un significante universale messo a punto in una data contingenza. In questo testo di Laclau sono forti gli echi degli studi di filosofi come Jacques Ranciere e Alain Badiou quando si sono confrontati con l'impossibilità di pensare la politica al di fuori di una contingenza. Quella che vede la presa di parola di chi è dotato di una facoltà di linguaggio negata dai dominanti, come sostiene Ranciere; o laddove, secondo Badiou quando scrive sulla Comune di Parigi, si interrompe il corso lineare della storia a causa dell'irruzione del conflitto di classe nella scena pubblica. Laclau, invece, ritiene che c'è contingenza quando l'assenza del popolo viene evocata e presentata dal discorso populista. Il populismo è quindi la forma politica che risponde alla crisi della democrazia.
Occorre quindi guardare la «bestia» in volto senza averne paura. Una bestia che non si ritirerà dalla scena pubblica con la crisi del neoliberismo. Il limite dei due libri sta, però, nella rimozione, se non nell'irrilevanza del nesso tra i laboratori della produzione e la dimensione politica. È infatti in quei laboratori che il populismo, in nome dell'individuo proprietario, altro significante universale che attiene alla ragione populista, ha compiuto la prima operazione, traducendo in termini capitalistici le istanze di libertà e di autodeterminazione espresse dalla forza-lavoro. Una traduzione che gli ha dato forza, fino a condizionare l'agenda politica non solo di una nazione, ma di tutto il capitalismo contemporaneo indipendentemente da chi esercita il potere dell'esecutivo.


28 agosto 2008

L'obiettivo di Bush è l'Europa ?

 

Nel marzo di quest'anno, durante la visita a Washington del presidente georgiano Saakashvili, George W. Bush promise che avrebbe fatto di tutto per far entrare subito la Georgia nella Nato. Al vertice Nato di Bucarest (2-4 aprile), Bush ha fortemente premuto in questo senso, non ottenendo però il suo ingresso immediato, perché Germania e Francia si sono opposte, temendo una eccessiva tensione dei rapporti con Mosca.
Gli alleati hanno comunque «accolto favorevolmente le aspirazioni di Georgia e Ucraina a divenire membri dell'Alleanza», dichiarando che già nel prossimo dicembre i due paesi potrebbero entrare nel Map (Membership Action Plan), il programma che prepara l'adesione dei futuri membri. Bush è quindi tornato a Washington con l'impegno degli alleati a far entrare al più presto Georgia e Ucraina nella Nato. Questo, nonostante il chiaro avvertimento di Vladimir Putin, che ha spiegato come la Russia consideri «la formazione di un potente blocco militare ai suoi confini quale una diretta minaccia alla propria sicurezza».
Con l'ingresso di Albania e Croazia, deciso in quello stesso vertice di Bucarest, la Nato si è infatti allargata ulteriormente a est. Il primo allargamento avvenne nel 1999, quando entrarono Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, già membri del Patto di Varsavia; il secondo nel 2004, con l'ingresso di Estonia, Lettonia, Lituania (già facenti parte dell'Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già membri del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Jugoslavia). Tra breve, oltre a Georgia e Ucraina (già parte dell'Urss), dovrebbe entrare nell'Alleanza anche l'ex-repubblica jugoslava di Macedonia, finora trattenuta sulla soglia dal «no» della Grecia.
La Nato ha «invitato» inoltre Bosnia-Erzegovina e Montenegro (già parte della Jugoslavia) a «un dialogo intensificato con l'Alleanza», fase propedeutica all'adesione vera e propria. Come se non bastasse, al vertice di Bucarest i paesi della Nato hanno approvato il «dispiegamento di installazioni statunitensi di difesa missilistica basate in Europa», attraverso cui gli Usa cercano di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia. Questa ha già annunciato che prenderà delle contromisure, adottando «metodi adeguati e asimmetrici».
Dopo il summit di Bucarest, la collaborazione tra Nato e Georgia si è ulteriormente rafforzata. Il 20 giugno, sette settimane prima dell'attacco georgiano all'Ossezia del sud, il leader georgiano Saakashvili ha visitato il quartier generale della Nato a Bruxelles, dove ha incontrato il segretario generale Jaap de Hoop Scheffer. Il 23 luglio, due settimane prima dell'attacco all'Ossezia meridionale, due navi da guerra del Nato Maritime Group 2 (gruppo al comando dell'ammiraglio italiano Giovanni Gumiero) visitavano il porto georgiano di Batumi. Nel frattempo iniziava in Georgia la Immediate Response (Risposta immediata) 2008, esercitazione militare con la partecipazione di truppe di Stati uniti, Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Armenia, durante la quale 1.000 soldati Usa venivano dislocati nella base di Vaziani, a meno di 100 km dal confine con la Russia. Contemporaneamente, in Ucraina, si svolgeva l'annuale esercitazione militare Sea Breeze con truppe statunitensi e di altri dieci paesi della Nato.
A questo punto, con l'attacco georgiano all'Ossezia del sud l'8 agosto - che, direttamente o indirettamente, ha avuto luce verde a Washington e Bruxelles - la corda si è rotta. Ma l'intervento della Russia, che la Nato ha accusato di «sproporzionato uso della forza» (dimenticando di aver bombardato la Serbia nel 1999 con 1.100 aerei per due mesi e mezzo), è stato un atto inatteso oppure previsto, se non addirittura voluto?
Ciò che temono a Washington, e cercano di evitare, è un'Europa che, unendosi e acquistando ulteriore forza economica, potrebbe un giorno rendersi indipendente dalla politica statunitense. Ricreare in Europa un clima da guerra fredda è il modo attraverso cui Washington rafforza la leadership e la presenza militare statunitensi nel nostro continente. Tanto a far da scudo in un nuovo confronto con l'Est sono, ancora una volta, gli alleati europei.

(Manlio Dinucci)


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27 agosto 2008

Ma che diceva la tregua proposta da Sarkozy ?

 

La firma, sull'accordo per mettere fine al conflitto georgiano, c'è. Anzi ce ne sono due, quella apposta dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili venerdi a Tbilisi alla presenza di Condoleeza Rice, e quella siglata dal leader russo Dmitrij Medvedev sulla copia fax inviatagli da Washington dalla stessa Rice, ieri a Sochi. Ma cosa suggellino esattamente, è un piccolo giallo - incerto quanto i tempi del ritiro russo. A sentire Mosca, Medvedev avrebbe siglato un documento diverso da quello accettato da Saakashvili venerdi, dopo 4 ore di colloquio col segretario di Stato Usa. A evidenziarlo è stato ieri il ministro degli esteri russo Lavrov: nel piano firmato dalla Georgia mancherebbe la parte introduttiva, dove è scritto che i principi del documento «sono sostenuti dai presidenti della Russia e della Francia, che invitano le parti a firmare tale documento». Mosca ci teneva molto, anche se poi Medvedev ha finito per dire sì alla versione fax, incoraggiato da Angela Merkel che è andata a trovarlo venerdi sul Mar nero. Il preambolo infatti evidenziava come l'iniziativa di pace fosse frutto anche della diplomazia russa.
Ieri, l'annuncio del sì al piano di pace in 6 punti portato a Mosca giovedi da Sarkozy - i media russi lo chiamano «piano russo-francese» -, è stato accolto con un sospiro di sollievo a occidente. Anche da Washington che lo giudica «un passo che fa ben sperare». Ma non basta a far intravedere la fine della crisi, che al suo nono giorno è sempre più internazionale. Primo quesito: i russi se ne vanno dalla Georgia? Per Mosca, il ritiro «richiederà tempo» (imprecisato), e nelle parole ancora di Lavrov, sarà subordinato a «misure di sicurezza extra» (di che si tratta? non è chiaro), «a causa di problemi causati dai georgiani». la tesi russa è che le proprie truppe siano ancora in giro per la Georgia per garantire la sicurezza dei civili.
Non ci sta Bush, che ieri ha lodato la «giovane democrazia georgiana» e bastonato quella russa: la Russia «deve ritirare le truppe» in modo «rapido». Non parziale, come iniziato ieri in alcune aree e poi stoppato dal generale Novogotsyn con la giusitificazione che i georgiani starebbero ancora operando con «cecchini» e «sabotatori» in Sud Ossezia (mirando tra l'altro al tunnel di Roki, unico collegamento con la Russia); anche a Gori si aspettano cenni da Mosca. Intanto Tbilisi accusava i russi di aver fatto saltare un ponte ferroviario e occupato la città di Khashuri, nodo viario tra la capitale georgiana e il Mar nero. Il comando militare russo con Nogovytsin ieri ha precisato: «i peacekeepers russi non lasceranno mai sudossezia e abkhazia». Per Bush all'opposto, non c'è dubbio che Sud Ossetia e Abkhazia debbano rimanere entro i confini georgiani: «su questo non si discute».
Insomma, quale pace? «Si scordino l'integrità teritoriale georgiana» avvertiva ieri Lavrov. Poco dopo, dall'agenzia France Presse viene fuori una rivelazione che sembra gettare un po' di luce sui temporeggiamenti e i misteriosi movimenti delle truppe russe in terra georgiana. In una lettera inviata a Saakashvili (mostrata ad Afp da un ufficiale), Sarkozy chiarisce che il Punto 5 dell'accordo autorizza le forze di pace russe a effettuare pattugliamenti anche «a qualche chilometro» al di fuori del confine osseto. In territorio georgiano. Escludendo i centri urbani. Le truppe militari federali dovranno ritirarsi invece sulle posizioni del 6 agosto, esattamente come quelle georgiane. Insomma, in attesa dell'arrivo dei peacekeepers internazionali - il cui dispiegamento richiede prima una risoluzione del consiglio di sicurezza Onu - i russi possono «temporaneamente» sconfinare (ma solo con i peacekkepers, almeno in teoria). Il «piano francese» inoltre, non fissa limiti di tempo né di numero per il contingente di pace russo, dice lavrov.
Manovre ad ampio raggio, proprio mentre Varsavia accetta lo scudo Abm degli Usa, e Kiev chiede di essere della partita. Mosca si dice molto preoccupata, ormai con gli Usa la guerra fredda non è più un cliché giornalistico.
Nel frattempo, si pensa alla fisionomia della futura missione di monitoraggio internazionale. Ieri, con una mossa inattesa, il segretario generale dell'Osce, l'organizzazione fino a ieri ritenuta «ostile» da Mosca per il suo lavoro «filo-occidentale» sul territorio ex Urss, ha deciso di inziare il suo viaggio di ricognizione da Vladikavkaz, Nord Ossezia, Russia, per valutare la situazione dei profughi: da Vienna verranno inviati «altri 100 uomini» tra pochi giorni per il mantenimento della pace. E Medvedev si è spinto ad auspicare un maggiore ruolo dell'organizzazione nella soluzione conflitto.
E l'Onu? Ancora fermo, dovrebbe votare una risoluzione per formalizzare il cessate il fuoco nel week end.
Mentre dall'Alto Commissariato per i rifugiati arriva la denuncia: impossibile distribuire gli aiuti umanitari agli oltre 180 mila profughi stimatinella regione, «in preda a un clima di banditismo e illegalità generalizzati».

(Lucia Sgueglia)


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14 agosto 2008

Ma chi vuole la guerra ?

A dispetto del tentativo di mediazione di Sarkozy, Saakashvili gracchia di carri armati verso Tbilisi per essere subito dopo smentito da un membro del suo governo, mentre Bush dice che manderà truppe americane "per motivi umanitari" in Georgia, facendo capire che intende sabotare il tentativo di mediazione europea, a dispetto dell'omaggio ipocrita iniziale.


Obama ha capito che queste tensioni internazionali vanno un po' in culo anche a lui...

L'Europa fa l'asino in mezzo ai suoni, schiacciata tra l'Inghilterra cavallo di Troia (e
terra dell'analfabetismo di ritorno, a dimostrazione dei benefici di un'economia completamente finanziarizzata) e i parvenu dell'est Europa come i clerico-fascisti fratelli Kaczynski.
Questa allegra brigata, insieme alla Russia fascista ed autocratica di Putin, sta preparando il terreno per le guerre di domani.
In tutto questo, i diritti umani sono come i sei personaggi di Pirandello : cercano qualcuno che li possa portare. Ma sono troppo pesanti. E' meglio venderli a qualcuno che li possa utilizzare meglio.


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10 agosto 2008

Putin ha ragione

Avevo già detto che la rivoluzione delle rose era la carota usata dagli Usa per inculare Putin.
Il rapporto dell'Ossezia del Sud con la Georgia è lo stesso esistente tra Serbia e Kosovo. Solo che al Kosovo (figlio della gallina bianca) ponti d'oro,
gli osseti invece debbono spingere senza dolce Euchessina. Che ci siano gli oleodotti per lo mezzo è ovvio. Ma lo è anche per quanto riguarda Serbia e Kosovo. E intanto per mezzo di un Europa imbelle che si nasconde dietro agli Usa invece di fare una seria politica di equilibrio multipolare, unica premessa per una riforma duratura delle Nazioni Unite, rischiamo di mettere ancora la Russia alle corde e di alimentare le frustrazioni e le tensioni internazionali. Intanto in Mauritania hanno fatto un colpo di stato, ma noi non diciamo niente perchè non può essere un pretesto per criticare la Cina



Se ci fosse stato questo sant'uomo, la nativa Georgia non avrebbe mai avuto il problema della Russia e dell'Ossezia. Essa infatti non sarebbe mai esistita. Non si sarebbe alleata con gli Usa. Non avrebbe rotto il cazzo a mezzo mondo.

Ovviamente i mezzi d'informazione del XIX anno dell'era neofascista mondiale (dal presunto glorioso 1989) non mettono affatto in evidenza tutto ciò.
E molti blogger pure attenti (vedi  
Tisbe e Chemako) ci sono cascati come pere.
La concentrazione dei mezzi di informazione sta avendo effetti nefasti.


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6 marzo 2008

L'incognita Medvedev

 Il nostro uomo - il nuovo presidente - è un manager abile, preparato e ambizioso, che dopo una carriera rapidissima naviga ormai da diversi anni nei meandri della politica russa, sempre ai livelli più alti. E' certamente vero, come tutti hanno notato ascoltando i suoi discorsi più recenti, che ha imparato a imitare il modo di parlare di Vladimir Vladimirovic (intonazione, accento, tono di voce e anche figure retoriche). E' vero che ha intorno a sé diversi uomini forti dello staff putiniano come consiglieri e manager elettorali. Sarà vero anche, come è stato scritto (dalla stampa Usa) che «la sua più grande dote è di voler fare quel che dice Putin». Ma si tratta comunque di un uomo con intelligenza, passioni e capacità, e una volta al vertice certamente vorrà applicarvi le proprie qualità - chiunque lo vorrebbe, perché proprio lui no? Sembra un punto di vista un po' stupido e di cortissima portata quello di chi pensa - in primis i due candidati democratici alla presidenza degli Usa, che lo hanno ripetuto varie volte in modo davvero bolso - che siccome Medvedev è stato scelto da Putin, la sua presidenza sarà solo un prolungamento del potere personale di quest'ultimo.
In realtà la formazione del nuovo presidente è stata assai diversa da quella di tutti i suoi predecessori, da Ivan il Terribile in poi: la Russia non ha mai avuto alla sua testa un giovane professore, cresciuto politicamente fuori dal giro dei servizi segreti e in genere dell'ambiente «della forza». Per quanto fedele discepolo di Putin possa essere, Medvedev non è «uno di quelli» e finora, nelle sue esternazioni pubbliche, ha sempre mostrato una personalità assai diversa da quel che prescrive la tradizione del Cremlino, sia per quanto riguarda il proprio essere, sia per quanto attiene alle convinzioni politiche. Non sappiamo perché alla fine Putin abbia scelto proprio lui invece di Sergej Ivanov, per esempio, che appariva altrettanto fedele e sarebbe stato per certi versi una vera fotocopia del presidente uscente: forte, efficiente ed aggressivo, dotato di tutti i link più sicuri con il mondo dei servizi e delle forze armate e dei grandi monopoli. Non sappiamo cioè se abbia prevalso l'idea di aver poi a che fare con un uomo più malleabile e influenzabile o invece proprio quella di avviare un cambiamento di prospettiva per il paese.
Anche la cura riservata dal Cremlino al dopo-elezioni - il posto di premier già riservato al presidente uscente, in particolare - testimonia soprattutto il timore, da parte dell'attuale establishment, che Medvedev possa cambiare troppe cose troppo in fretta, appena arrivato nella stanza dei bottoni: ma è inutile pensare che questa «tutela» possa durare troppo a lungo. La struttura del potere in Russia è tale che anche il primo ministro, per quanto autorevolissimo, può essere rimosso con un gesto dal presidente, e non c'è modo di impedire o rovesciare le decisioni di quest'ultimo se non con qualcosa che somiglierebbe a un colpo di stato. Visto che la stragrande maggioranza dei russi apprezza del putinismo soprattutto la stabilità, un'opzione del genere sarebbe davvero l'extrema ratio.
Al di là di tutte le precauzioni e le tutele programmate, quindi, non è affatto vero che «non cambia nulla»: al contrario, è inevitabile che le redini del paese adesso passino davvero di mano. E la domanda è: che uso ne farà Dima? I problemi che eredita sono numerosi e grossi. Il cancro della guerra strisciante nel Caucaso, per esempio: ogni giorno nelle repubbliche del sud c'è uno stillicidio di agguati, attentati, sequestri e uccisioni, mentre l'economia locale è paralizzata dalla paura e la gente emigra (fugge) verso nord, dove si creano nuovi problemi. La pacificazione della Cecenia e dell'area circostante è solo una illusoria parvenza, resa ancora meno credibile dalle tensioni violente e pericolose che crescono nella regione al di là del confine russo, in Armenia e in Georgia soprattutto. Su tutta questa materia finora Medvedev non ha mai detto una parola.
E poi c'è il necessario rilancio dell'economia nazionale. Oggi tutto si basa sull'export di energia e materie prime da una parte, sul boom edilizio dall'altra. Anche se improbabile oggi come oggi, un calo dei prezzi internazionali di gas e petrolio metterebbe il paese quasi in ginocchio. Per ottenere una messa in moto di tutti i settori dell'economia, soprattutto di quelli che portano occupazione, e per rendere più stabile e forte il mercato interno occorre investire massicciamente nelle infrastrutture, nell'industria e nell'agricoltura (oggi quasi la metà dei prodotti alimentari viene dall'estero). E occorre contemporaneamente alzare il tenore di vita di una larga parte della popolazione oggi esclusa dal mercato quando non relegata in una condizione di assoluta miseria - non solo alzando i redditi (salari e pensioni) ma anche garantendo un buon accesso ai servizi sociali, in primo luogo alla sanità.
Ciò influirebbe positivamente anche su un altro grave problema nazionale, il declino demografico dovuto a un'eccessiva mortalità. Quando si esaminano alcune statistiche russe si resta inorriditi dalla quantità di morti ogni anno per 1) alcool 2) incidenti stradali 3) malattie facilmente curabili 4) incidenti sul lavoro 5) incendi e incidenti domestici. Tutte cause che si potrebbero drasticamente limitare con una politica sviluppo più equilibrata e attenta alle condizioni concrete di vita della popolazione. Oltre a tutto, anche l'impatto sociale (e politico) dell'immigrazione sarebbe meno grave. Questa però non è stata finora la concreta linea putiniana, al di là delle belle parole: l'immenso potere di burocrati e grandi finanzieri, la corruzione sempre a livelli pazzeschi, il peso degli apparati di sicurezza hanno regolarmente impedito che si cambiasse registro, anche se negli ultimi tempi il presidente uscente ha spesso affermato di voler mettere al primo posto tali questioni. Medvedev fin dall'inizio ha puntato tutti i suoi discorsi in questa direzione: ora che è lui ad avere in mano le leve del potere, proverà davvero a cambiare le cose? Non è per niente detto, naturalmente, anzi è chiaro che i meccanismi del potere possono ben obbligare qualsiasi presidente a ripercorrere strade già fatte e ripetere gli errori dei predecessori. Ma forse, al di là del fastidio che si prova nel constatare come la democrazia da queste parti sia un concetto davvero soltanto formale e le elezioni soltanto un modo di rappresentare quel che in realtà è una successione, vale la pena di sperare che qualche novità positiva possa ancora esserci.


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23 febbraio 2008

La borsa del petrolio iraniana : una svolta importante ?

 

Domenica è stata inaugurata a Kish - un'isola iraniana del Golfo Persico - la borsa del petrolio. Nella prima giornata di contrattazioni sono state vendute circa 200 tonnellate di polietilene e oltre alla moneta locale, il rial, sono state accettate come divise sia il rublo che l'euro. E' stato invece rifiutato come moneta di scambio il dollaro statunitense.
Questa rottura la dice lunga su quali siano gli obiettivi di questa nuova borsa: diventare sia una piazza capace di competere con il mercato di Dubai, il centro economico degli Emirati Arabi Uniti, sia anche poter iniziare a offrire un'alternativa allo strapotere degli Usa, soprattutto, al biglietto verde. L'Iran fa parte del cartello dell'Opec e, insieme al Venezuela del presidente Hugo Chavez, si sta battendo affinchè questa organizzazione assuma una posizione radicale contro gli Stati uniti. Da tempo minacciano un aumento del prezzo del petrolio fino a 200 dollari a barile (Venezuela) o, comunque, la possibilità di usare altre monete oltre il dollaro (Venezuela, Iran).
La borsa dell'isola di Kish va incontro ai «desideri» della Russia di Vladimir Putin che partecipa con il 15,2% alle esportazioni mondiali di petrolio e con il 25,8% a quelle di gas; l'Iran - pur possedendo la seconda riserva di gas mondiale dopo la Russia - ancora non riesce a commercializzarlo totalmente. Può solo «contare», con un quota di esportazioni di petrolio pari al 5,8% di tutto il greggio mondiale.
La borsa petrolifera si è realizzata solo dopo l'elezione alla presidenza islamica di Mahmoud Ahmadinejad e, ieri, il principale candidato alle prossime consultazioni presidenziali russe Dimitri Medvedev ha già manifestato l'interesse del suo paese verso questa scelta. «La Russia è ben disposta - ha detto tempestivamente Dimitri Medvedev - a entrare in questa borsa che accetta il rublo come una delle monete utilizzate per la vendita e l'aquisto di petrolio e prodotti petroliferi». Per ora la nuova borsa commercializza solo prodotti petrolchimici, successivamente inizierà a trattare il petrolio.

(il Manifesto)


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8 novembre 2007

Georgia on my ass

Dopo che i sepolcri imbiancati avevano inneggiato alla rivoluzione delle rose la storia ha provveduto a gettare secchiate d'acqua gelata ai bollori degli ideologi pseudo-liberali. Il giornale dei padroni per indorare l'amara pillola di un governo autocratico filo-Usa, pubblica un articolo dove dice che la Georgia cresce al ritmo del 12%. Dunque nemmeno la democrazia può fermare la locomotiva. La realtà è che la rivoluzione delle rose si sta incartando nella contrapposizione (che vedrebbe Mosca pronta ad approfittarne) tra fazioni rivali entrambe caldeggiate da tychoon capitalisti e forse da apparati vari del governo americano (ovviamente i giornali dei padroni non si accorgono di tutto ciò): in tutto questo la democrazia è una mera foglia di fico



Nel frattempo come dice Astrit Dakli di motivi per protestare i georgiani ne hanno in quantità: i tre anni di presidenza Saakashvili hanno visto crescere il reddito, ma in misura anche maggiore i prezzi, per cui la grande maggioranza della popolazione continua ad essere tremendamente povera (basti pensare che come una tantum per alleggerire la tensione crescente il governo giorni fa ha deliberato di dare a tutte le famiglie povere 50 chili di farina e un bonus in denaro di una sessantina di euro). La gente ha visto con molto fastidio crescere a dismisura le spese militari, mentre le infrastrutture civili (rete elettrica e telefonica, riscaldamento, strade, ecc.) restavano in pessime condizioni; peggio ancora per quanto riguarda corruzione e criminalità, dove dei clan si sono semplicemente sostituiti ad altri.
Il tutto a dispetto del 12% di crescita del PIL
Più che di rivoluzione delle rose, si tratta di guerra delle rose, a meno che non si tratti di una manovra che tenda a demonizzare il contendente più debole (la Russia ) di una competizione imperialista per il Caucaso


8 giugno 2007

Divido io scegli tu

Putin: "Posso scegliere io dove mettere i missili ? "
Bush: "Bravo, così sappiamo pure dove esportare la democrazia..."


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