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31 gennaio 2011

La curva di Paulos ci porta fuori strada

John Allen Paulos è un matematico famoso per i suoi volumi di divulgazione scientifica nei quali evidenzia l’impatto sociale dello studio della matematica. In un suo articolo sulle disparità nei test egli cerca di dimostrare che tali disparità non nascondono necessariamente una discriminazione.

Egli dice invita ad immaginare che due gruppi demografici si distinguano in base ad un certo criterio, ad es. la statura. Si ipotizzi pure che le stature dei due gruppi varino seguendo una distribuzione normale oppure a campana.

Allora, sebbene la statura media di un gruppo sia solo leggermente superiore alla statura media dell’altro, le persone del gruppo più alto costituiranno una folta maggioranza tra gli individui molto alti. Allo stesso modo, i membri del gruppo più basso costituiranno una folta maggioranza tra gli individui molto bassi. Ciò è vero anche se la maggior parte dei componenti dei due gruppi è più o meno di statura media.

Così, se il gruppo A presenta un altezza media di m 1,72 ed il gruppo B un altezza media di m 1,70, forse il 90% o più degli individui di altezza superiore ad 1,85 si concentrerà nel gruppo A. In generale le differenze tra i due gruppi appariranno sempre molto accentuate agli estremi.

Paulos poi cambia scenario e fa l’esempio di un gruppo di candidati che fanno domanda di assunzione presso una grande azienda. Alcuni sono messicani ed altri coreani e la società usa un unico test per stabilire quale lavoro proporre a ciascuna persona. Per un qualsiasi motivo si supponga che, benché i punteggi dei due gruppi siano distribuiti normalmente con una variabilità simile, quelli dei messicani siano in media un po’ inferiori a quelli dei coreani.

A questo punto la responsabile dell’ufficio personale osserva le differenze relativamente lievi tra le medie dei gruppi e nota con soddisfazione che le numerose posizioni di medio livello sono occupate sia da messicani sia da coreani. Resta tuttavia sconcertata dalla preponderanza di coreani assegnati alle poche mansioni di livello superiore, quelle che richiedono un punteggio altissimo nel test. Facendo ulteriori indagini, scopre che quasi tutti i detentori delle mansioni di livello inferiore, assegnate a candidati con punteggi molto bassi, sono messicani.

Si può sospettare un atteggiamento razzista, ma il risultato potrebbe anche essere una conseguenza imprevista del modo in cui funziona la distribuzione normale. Paradossalmente, se la responsabile abbassa la soglia per l’ammissione alle posizioni di medio livello, finirà per aumentare la percentuale di messicani nella categoria inferiore.

Il fatto è che i gruppi si differenziano sulla base della storia, degli interessi, dei valori culturali e di molti altri fattori impossibili da districare. Queste differenze costituiscono l’identità del gruppo e consentono di definire “gruppo” un insieme di persone.

Di fronte a tali diversità sociali e storiche, non dovremo dunque stupirci se i punteggi ottenuto dai membri in un test standardizzato si differenziano ancora di più agli estremi della curva di distribuzione. Queste disparità statistiche non sono necessariamente un segnale di razzismo anche se in alcuni casi è vero il contrario. Ci si può e ci si deve domandare se i testi in questione siano idonei a loro scopo, ma non bisogna sorprendersi quando le curve normali si comportano normalmente.

L’unità fondamentale su cui è costruita qualsiasi società liberale è l’individuo, non il gruppo e Paulos crede che le cose dovrebbero rimanere così.

Oltre ad avvalersi di una giustificazione discutibile, i progetti basati su una rigida rappresentazione proporzionale sono per Paulos inattuabili. Lo dimostrerebbe un altro esperimento mentale. Si immagini un azienda (che chiameremo PC) che operi in una comunità composta per il 25% da neri, per il 75% da bianchi, per il 5% da omosessuali e per il 95% da eterosessuali. La PC e la comunità non sanno che solo il 2% dei neri, ma ben il 6% dei bianchi è omosessuale.

Facendo uno sforzo concertato per ottenere una forza-lavoro di mille persone che rifletta equamente la comunità, l’azienda assume 750 bianchi e 250 neri. Tuttavia sarebbero omosessuali solo 5 neri (il 2%) e ben 45 bianchi (il 6%) per un totale di 50 persone, ossia il 5% degli operai nonostante i suoi sforzi la PC potrebbe essere accusata di omofobia dai diopendenti neri, perché sarebbe omosessuale solo il 2% di questo gruppo e non il 5% registrato all’interno della comunità. Allo stesso modo i dipendenti omosessuali potrebbero affermare che l’azienda è razzista, perché sarebbe nero solo il 10% degli assunti e non il 25% riscontrato all’interno della comunità. Gli eterosessuali bianchi avrebbero sicuramente lamentele analoghe.

 

 

Affrontiamo rapidamente questa ultima questione : in realtà in questo caso l’azienda non potrebbe essere accusata di niente in quanto le proporzioni sono state correttamente riprodotte : gli omosessuali neri sono lo 0,5 % della popolazione e gli omosessuali bianchi il 4,5%, ed insieme sono il 5% della popolazione. Gli omosessuali neri sono il 10% della popolazione omosessuale (il 2% del 25% dell’intera popolazione) mentre gli omosessuali bianchi sono il 90%.

Dire perciò che è impossibile attuare una precisa rappresentazione proporzionale della società all’interno di un microcosmo sociale è una bugia.

Più interessante è la tesi sostenuta all’inizio dell’articolo. Il ragionamento di Paulos è matematicamente ineccepibile, ma la sua interpretazione è radicalmente sbagliata.  E tale errore costituisce alla fine una mistificazione. Infatti non è che il sospetto di discriminazione sia una conseguenza forse non voluta di una leggera differenza tra medie. La media infatti è una risultante astratta delle scelte concrete fatte ad es. dai selezionatori all’interno dell’azienda. E questi hanno, nell’esempio concreto, selezionato i lavoratori sulla base di un criterio che potrebbe essere fondatamente sospettato di razzismo, a meno che non riescano a dimostrare che effettivamente i candidati coreani fossero molto più capaci di quelli messicani nel coprire le cariche più alte dell’organigramma.

In realtà è la leggera differenza tra medie ad essere una risultante falsamente rassicurante di una selezione che è stata nei fatti discriminatoria. In pratica, nonostante che, per la maggior parte delle mansioni di livello superiore siano stati selezionati candidati coreani ed a quelle di livello inferiore siano capitati molti candidati messicani, la differenza tra le medie è risultata essere irrilevante.

La morale della favola dunque non è il non trarre deduzioni politicamente impegnative da fenomeni matematici paradossali, quanto piuttosto il rimanere guardinghi e diffidenti anche quando le medie matematiche sembrano garantire una equa distribuzione delle chances. In pratica lievi scostamenti delle medie non implicano l’assenza di discriminazioni.

Alla fine dunque la scienza di Paulos, nella sua finta neutralità, si rivela essere schiava dell’ideologia.

 

 


14 luglio 2009

Stefano Liberti : la guerra tra poveri nelle township

 

Abdallahi ancora trema dalla paura quando pensa alla pallottola che gli ha sfiorato la spalla. «Era tardo pomeriggio. Stavo nel negozio riordinando la merce e ho sentito lo sparo. Subito dopo, ho visto il sangue. Per fortuna mi hanno colpito solo di striscio». Mentre parla, questo ragazzo dal fisico affilato che dalla Somalia meridionale si è trasferito nella township di Gugulethu, a un quarto d'ora di macchina dal centro di Cape Town, abbassa gli occhi a terra. A tratti ansima. E si guarda intorno intimorito. Abdallahi se l'è cavata con una corsa all'ospedale e una bendatura. «Oggi, posso dire che mi è andata bene». Meno bene è andata a due suoi connazionali - Omar Josef e Hazim Amad - rimasti uccisi pochi giorni dopo nell'incendio divampato improvvisamente nel loro negozio alle tre del mattino. I due stavano dormendo come sempre all'interno del locale e sono stati sorpresi dalle fiamme. Vicino ai loro resti inceneriti, sono state trovate un paio di taniche di benzina.
Quelli di Abdallahi, di Omar, di Hazim, non sono casi isolati: a Cape Town, nell'ultimo mese, c'è stata una recrudescenza di attacchi contro gli stranieri, soprattutto di cittadini del martoriato paese del Corno d'Africa. Altri due commercianti somali sono rimati feriti in un assalto a Delft, un quartiere al di là dell'aeroporto, e un negozio sempre gestito da somali è stato dato alle fiamme, questa volta senza provocare vittime, nella gigantesca e derelitta township di Khayelitsha. «Siamo nel mirino di bande organizzate e la polizia non fa nulla per proteggerci», si infervora Hussein Omar, responsabile nella regione del Western Cape della Somali Association of South Africa. «Ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare commercio, teniamo aperti più a lungo i nostri negozi e manteniamo i prezzi più bassi, sempre avendo un profitto».



La guerra per il commercio rischia di rinfiammare le township, dopo l'esplosione di violenza del maggio dell'anno scorso, quando folle inferocite hanno preso d'assalto negozi e case degli immigrati in tutto il Sudafrica, con un bilancio di almeno 62 morti, 150mila sfollati e un numero imprecisato di feriti e di donne stuprate. Una fiamma xenofoba che ha sconvolto il mondo, soprattutto perché scatenata da persone nate e cresciute durante il regime razzista dell'apartheid. «Oggi siamo ancora in pericolo», tuona Omar Hussein, che si divide tra il suo lavoro di tecnico informatico e il ruolo di capo della comunità. «La situazione a Gugulethu è esplosiva. Lo abbiamo detto ripetutamente alla polizia, ma loro non fanno nulla».
Una cultura dell'impunità
Da qualche settimana questa township di Cape Town, che non è neanche tra le più disastrate, è sotto tutti i riflettori. A metà giugno, un uomo non meglio identificato ha recapitato a tutti i commercianti somali del quartiere la fotocopia di una lettera scritta a mano in un inglese approssimativo, in cui dava loro una settimana di tempo per «abbandonare l'area». La lettera con l'ultimatum proveniva dal Gugulethu Business Forum, una sorta di associazione dei commercianti locali, che accusano gli stranieri di essere «disonesti». I somali si sono rivolti alla polizia, che ha cercato di mediare. Ma intanto, a macchia di leopardo, hanno cominciato a verificarsi attacchi contro gli stranieri anche in altre township, e non solo a Cape Town. «Il problema è che si sta sviluppando una vera e propria cultura dell'impunità. Quando i commercianti somali vengono uccisi e la polizia non muove un dito, si diffonde l'idea che chiunque può fare ciò che vuole ai somali e non subirà alcun processo», sottolinea ancora Hussein Omar. La polizia ha classificato tutti gli attacchi contro gli stranieri, avvenuti dopo la fine «ufficiale» dell'ondata di violenze dell'anno scorso come «fatti di criminalità comune». Sia le forze dell'ordine che i politici resistono a pronunciare la parola «xenofobia», temendo un drammatico danno d'immagine proprio nel momento in cui il paese si prepara a ospitare la Coppa del mondo dell'anno prossimo ed è completamente proteso verso il grande evento.
«Loro dicono che sono fatti di cronaca comune, ma intanto non indagano. Nessuno è stato accusato. Noi abbiamo fornito un identikit dell'uomo che ci ha dato la lettera. È conosciuto nel quartiere. Ma la polizia non lo cerca», accusa Abdirrahman Aweys, portavoce dei commercianti somali di Gugulethu. Che aggiunge: «Gli altri venditori ce l'hanno con noi perché siamo più bravi nel fare affari. Ma la cosa più grave è il razzismo della polizia, che ci considera cittadini di serie b». Da quando è partita la lettera ed è scaduto l'ultimatum, per il momento senza ulteriori danni, ci sono stati diversi incontri tra i commercianti somali e quelli locali, anche con la partecipazione delle forze dell'ordine, ma la situazione è rimasta in una specie di stallo.
«La guerra dei prezzi ha fatto esplodere delle tensioni già presenti all'interno del quartiere», afferma Mncedisi Twalo, un attivista locale che ha assunto una funzione di mediazione tra i due gruppi. «Non è la prima volta che si verificano episodi di intolleranza. Già negli anni scorsi la comunità somala è stata presa di mira», racconta Twalo, mentre si prepara a condurre l'ennesimo incontro di mediazione.
Il compromesso mancato
All'interno di un centro sportivo di Gugulethu, una trentina di persone stanno sedute guardandosi in cagnesco. Ai giornalisti è vietato l'ingresso. Da fuori, si sentono discussioni infervorate. Dopo un paio d'ore, esce il commissario e sostiene che «tutto è stato risolto, hanno trovato un accordo». Poi si eclissa senza rispondere alle domande. Passano pochi minuti e si aprono le porte ai media. La tensione è alle stelle. «Abbiamo trovato un compromesso sui prezzi», annuncia Twalo. Poi partono le domande. I commercianti locali sembrano a disagio. Non rispondono. Finché uno di loro sbotta: «Avevate detto che i giornalisti sarebbero rimasti cinque minuti». I media sono invitati a uscire di nuovo. Dopo un po' compare Omar Hussein. Ha la faccia scura, ma l'espressione sicura di chi sa il fatto suo: «Vi dicono bugie per non far esplodere il caso sulla stampa. Temo che sarà difficile trovare un accordo. Ma se pensano di cacciarci, si sbagliano di grosso. Ne abbiamo viste talmente tante in Somalia che quello che accade qui è una barzelletta».


28 maggio 2009

Guido Caldiron : quando la crisi diventa razzismo

 

«I veri responsabili della crisi? Gli ebrei». «Sono la corruzione e l'ingordigia dell'ebreo che hanno messo in ginocchio Wall Street e l'economia americana». «Sono tremila anni che gli ebrei si comportano così, dimostrando di non avere altro Dio fuorché il danaro». «La Sec, la commissione di controllo della Borsa, è imbottita di ebrei complici dei loro amici ebrei farabutti per derubare la nazione». Quando e dove sono state scritte o pronunciate queste frasi: dopo il "Martedì nero" del 29 ottobre 1929 quando "crollò" la borsa valori di New York, a Weimar all'inizio degli anni Trenta, nell'Italia fascista dell'autarchia e delle Leggi razziali? Niente di tutto ciò: questa esplosione di antisemitismo è di oggi, monitorata e raccolta negli Stati Uniti dalle associazioni che si occupano dei fenomeni razzisti e delle azioni dei gruppi della destra radicale. Associazioni che negli ultimi mesi hanno lanciato chiaramente l'allarme: alla crisi finanziaria e alle sue drammatiche conseguenze sociali c'è chi sta rispondendo rispolverando l'intero armamentario del razzismo così come era stato declinato fin dall'inizio del Novecento sia in Europa che negli stessi Stati Uniti.
«Ancora una volta di fronte a un momento di crisi si torna a guardare agli ebrei come ai responsabili dei guai che affliggono la società - spiega a Liberazione Marek Halter, tra le voci più note dell'ebraismo europeo, fondatore nel 1984 a Parigi di "Sos Racisme" - questo accade un po' in tutto il mondo, non solo in Europa e negli Stati Uniti. E' un razzismo che talvolta si maschera di "critica al sistema capitalistico" ma che, come è evidente, nasconde ben altro. E' una storia che conosciamo bene e che sappiamo già dove ha condotto in passato. Di recente mi è capitato perfino che durante un colloquio universitario internazionale un collega si sia rivolto a me dicendomi: "Non ti sembra che gli ebrei si siano approfittati troppo del sistema liberista e si siano arricchiti?". Gli ho risposto che mi sembrava un discorso già sentito, prima che si aprissero le porte di Auschwitz...».
In effetti, già «in Francia, agli inizi del Novecento - ha spiegato Riccardo Calimani in Storia del pregiudizio contro gli ebrei (Mondadori, 2007) -, il movimento antisemita riuscì a coniugare con efficacia il nazionalismo crescente con le esigenze di modernizzazione e di riforma sociale e politica diffuse nei primi decenni del secolo. Questa forma francese di nazionalsocialismo, proiettata verso l'unità nazionale, rifiutava il conflitto di classe, sosteneva, almeno teoricamente, l'integrazione dei diversi gruppi sociali e avversava sia il capitalismo liberale che il socialismo rivoluzionario. Esso apprezzava le idee di gerarchia e di controllo sociale, ma era ostile agli strumenti dell'economia capitalistica, come le banche e la borsa, considerate un'emanazione ebraica, simboli da abbattere. Agli occhi dei seguaci di Drumont gli ebrei erano tutti o dei Rothschild o dei Marx, o capitalisti o rivoluzionari, che puntavano con il loro desiderio sconfinato di potere alla conquista del mondo: erano dei nemici da distruggere. Che il denaro fosse lo zelante Dio di Israele non lo pensavano solo i nazionalsocialisti, ma anche gli utopisti socialisti, da Charles Fourier a Pierrre-Joseph Proudhon».
Così, nell'America del 2009 il razzismo torna a candidarsi a interpretare un malessere sociale diffuso, proponendo dei nemici e dei colpevoli, definiti in base alla cultura o alla religione di appartenenza. L'antisemitismo ritorna inoltre d'attualità dopo anni in cui la polemica contro gli immigrati clandestini ha dominato la scena anche oltre Atlantico. Larry Keller, direttore editoriale del Southern Powerty Low Center di Atlanta, il centro studi antirazzista fondato da Martin Luther King negli anni Sessanta, si è domandato nell'editoriale dell'ultimo numero di Intelligence report (Spring 2009), il quadrimestrale dell'associazione, se «non si finirà per dare la colpa della crisi alle minoranze?». Keller è partito dal clima che si respira nel paese da mesi e si è poi concentrato sull'accusa, rivolta agli organismi bancari federali dall'ultradestra, vale a dire l'aver concesso "troppi prestiti" agli immigrati, in base alla cosiddetta Legge di inserimento comunitario, votata dal Congresso alla fine degli anni Settanta, che incentivava i prestiti e la concessione di mutui alle fasce più basse della popolazione e in particolare agli "ultimi arrivati". Tra i motivi della crisi attuale della finanza americana, i razzisti indicano infatti anche "il peso sostenuto" per aiutare l'integrazione sociale degli immigrati, soprattutto latinos.
Nel suo ultimo rapporto "The Year in Hate" (Un anno d'odio), il Splc ha poi censito in 926 gli "hate group", come vengono definiti negli Stati Uniti i movimenti e i gruppi razzisti o apertamente neonazisti. L'aumento, nell'arco di pochi anni, è stato deciso: nel 2000 simili gruppi si erano fermati a quota 602. Su questa escalation, che si accompagna ad atti di violenza e al moltiplicarsi della propaganda xenofoba, specie in rete, sta pesando ulteriormente il diasagio sociale e le paure causate dalla crisi economica. L'America torna così a respirare il clima che negli anni Ottanta aveva fatto registrare all'estrema destra alcuni successi specie negli Stati rurali del Midwest scossi da una terribile crisi economica: la situazione che era stata all'origine del fenomeno delle Milizie, gruppi paramilitari organizzati su base statale e in chiave anti-establishment. Una situazione descritta da Joel Dyer in Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell'America rurale (Fazi, 2002), che siegava come «mentre le piccole e medie aziende agricole, non più competitive in un sistema di produzione dominato da un pugno di società globali continuano a salire, la rabbia che un tempo provocava tra gli agricoltori un gran numero di suicidi e di violenze familiari trova espressione nelle azioni estreme del movimento che combatte il governo federale». La stessa realtà poi descritta nel 1988 da Constantin Costa Gavras nel film Betrayed (Tradita), interpretato da Tom Berenger e Debra Winger, storia di una agente del Fbi infiltrata nei gruppi dell'estrema destra del Midwest. Dopo la tragedia di Oklahoma City, l'attentato portato a termine da due estremisti vicini all'area delle Milizie che causò oltre 168 vittime il 19 aprile del 1995, l'estrema destra era tornata a essere più che marginale nel panorama politico e sociale americano. Oggi, qualcosa sembra però essere cambiato. E la principale novità è rappresentata dalla crisi.
Il primo segnale di questo nuovo clima era arrivato già ad ottobre con un ampio rapporto redatto dall'Anti Defamation League, la più importante tra le organizzazioni antirazziste sorte nell'ambito dell'ebraismo americano, anche se orientata su posizioni conservatrici. L'Adl aveva pubblicato un rapporto dal titolo "Financial Crisis Sparks Wave of Internet Anti-Semitism" in cui erano elencate una serie di sortite apertamente razziste comparse su siti sia politici che economici: «Internet - segnalavano i responsabili dell'organizzazione che ha il suo quartier generale a New York - si sta riempiendo di segnali di odio che accompagnano ogni nuovo capitolo della crisi economica». Nel suo meeting annuale, che si è svolto a Los Angeles il 21 novembre del 2008 e è stato introdotto dal sindaco democratico della città, Antonio Villaraigosa, figlio di immigrati ispanici, l'organizzazione ha poi ulteriormente definito il pericolo parlando di un "combinato" tra l'elezione del primo afroamericano alla guida del paese, Barak Obama, e il pieno dispiegarsi della più grande crisi economica dai tempi di quella del '29. Per i razzisti americani, organizzati in centinaia e centinaia tra gruppi di attiviti, siti internet e pubblicazioni a circolazione locale ma anche inseriti nel mainstream dell'informazione, gli ebrei tornavano a essere responsabili di tutto: dell'elezione di Obama, "pilotato dalle lobby", come della crisi dei mutui subprimes.
Il riferimento non era casuale e non avrebbe tardato a trovare nuova conferma all'indomani dell'arresto, avvenuto l'11 dicembre del 2008, di Bernie Madoff, ex capo del Nasdaq responsabile di un crack di 50 miliardi di dollari, già tesoriere della Yeshiva University di New York e presidente della Business School di questa università, che è considerata la più prestigiosa istituzione accademica religiosa ebraica d'America. Si calcola, tanto per farsi un'idea delle proporzioni della vicenda, che la dimensione della truffa messa in piedi da Madoff sia almeno tre volte più grande dell'ammanco causato dal crack Parmalat. Proprio Madoff e gli altri protagonisti della finanza ebraica americana sono diventati così i principali bersagli del ritorno di massa dell'antisemitismo nello spazio pubblico statunitense. «Ci deve essere una caverna blindata nel deserto del Negev dove Madoff ha nascosto tutti i soldi rubati all'America per finanziare Israele», è stato scritto su uno dei siti monitorati dall'Adl.
Negli ultimi mesi centinaia «di questi messaggi antisemiti hanno riguardato Lehman Brothers e altri istituti toccati dalla crisi dei subprime e sono stati inviati sui forum dedicati alla finanza», ha spiegato Abraham H. Foxman, direttore dell'Adl. «I messaggi attaccano i giudei in generale - sottolinea Foxman -, alcuni li accusano di controllare il governo e la finanza, di far parte di un ordine mondiale e d'essere di conseguenza responsabili della crisi economica. La storia ci ha insegnato che ogniqualvolta si registra una grossa crisi dell'economia mondiale, c'è una forte ondata di antisemitismo e intolleranza, ed è quello che vediamo in questo momento. I vecchi cliché sugli ebrei e il denaro sono sempre presenti. Come accaduto dopo l'11 settembre, davanti all'incertezza nell'economia e degli avvenimenti mondiali, gli ebrei diventano capro espiatorio». Così su internet sono apparse vere e proprie "liste di ebrei": i nomi di personalità legate all'economia e alla politica americana. Veniamo così informati che sono ebrei il presidente della Fed, Bernanke, come lo era il suo predecessore Greenspan o che una delle principali banche d'affari, la Goldman Sachs, ha nella sua dirigenza molti "cognomi chiaramente israeliti". Insomma, abbastanza, secondo gli antisemiti, per tornare a definire le coordinate del più grande complotto di tutti i tempi: quello che ha per obiettivo il controllo ebraico sull'intero pianeta e che fu pienamente descritto nei Protocolli dei savi anziani di Sion , il falso costruito dalla polizia politica zarista nella Russia dei primi del Novecento.
Lo storico tedesco Wolfgang Benz ha appena riproposto un'analisi dettagliata di quel testo fondativo di buona parte dell'antisemitismo moderno. Nel suo I protocolli dei Savi di Sion. La leggenda del complotto mondiale ebraico , Mimesis (pp. 162, euro 16,00), Benz riflette sia sui successi attuali del documento, «in internet si trovano circa 50mila riferimenti ai Protocolli » che sul loro significato ideologico. «La fantasia secondo la quale forze e potenze dell'oscurità agirebbero dietro le quinte della storia del mondo - spiega il docente dell'Università di Berlino - permette di superare sentimenti di impotenza causati dalle sempre più complesse relazioni globali tra politica ed economia che per i singoli individui diventano sempre più incomprensibili». Così, l'idea che un gruppo di "potenti ebrei" abbia progettato un piano per controllare e sottomere ai propri voleri l'intero pianeta, è stata utilizzata a più riprese da chi aveva fatto del razzismo la sua principale merce politica. «Può essere storicamente interessante sapere che Adolf Hitler, Alfred Rosenberg e Julius Streicher hanno utilizzato i Protocolli come materiale per costruire l'ideologia antisemita nazionalsocialista. Che poi l'americano Henry Ford, il re dell'automobile, durante gli anni Venti del XX secolo abbia utilizzato i Protocolli negli Stati Uniti per imbastire una fanatica propaganda contro "l'ebreo internazionale"», racconta Benz che aggiunge: «Il fatto che verso la metà degli anni Ottanta in Giappone siano state vendute milioni di copie di un libro che predica il mito della cospirazione mondiale ebraica in un paese dove in pratica non ci sono ebrei, e che la chiesa ortodossa russa così come i fondamentalisti islamici si appellino a questa apparente prova della perfidia e della brama di potere degli ebrei, ci insegna che, al di là di qualsiasi analisi filologica, l'uso ideologico dei Protocolli dei Savi di Sion , continua a essere politicamente significativo».
In realtà in molti si sono chiesti se la crisi economica internazionale potrà far riemergere le tentazioni razziste che l'Occidente ha già conosciuto a cavallo del crollo di Wall Street negli anni Venti. Con un rischio in più, quello che i vecchi stereotipi e pregiudizi trovino oggi un terreno fertile nel clima internazionale, nell'evocazione di uno "scontro di civiltà" che tende a rappresentare "le identità" come altrettanti muri. Come ha spiegato Wlodek Goldkorn in La scelta di abramo. Identità ebraiche e postmodernità (Bollati Boringhieri, 2006): «Ammoniva Hannah Arendt che, quando la civiltà entra in crisi, il passato non è in grado di gettare alcuna luce sul futuro. Oggi, siamo in una crisi di civiltà. E gli ebrei, come modello di integrazione riuscita in Occidente, beninteso, dopo la catastrofe nazista (...) sono di nuovo a rischio. Nel recentissimo passato (gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso) la catastrofe della modernità si è rivelata una catastrofe per gli ebrei, togliendo loro i diritti conquistati o concessi dalla modernità. Questa volta forse non arriveremo alla catastrofe (...), ma lo scontro delle civiltà, la guerra postmoderna, sta già togliendo agli ebrei, e a tutti gli esseri umani, uno dei diritti fondamentali assicurati dalla modernità nella sua versione illuminista: il diritto di sciegliersi l'identità». Ma se si pensa a una riedizione del passato, non si è probabilemente in grado di cogliere la sfida rappresentata dal mix inedito costruito in questi ultimi anni. Come ha sottolineato Gabriel Schoenfeld, ne Il ritorno dell'antisemitismo (Lindau, 2005), : «Il razionalismo universale settecentesco percepiva il giudaismo in quanto nemico della sua fede nella ragione; esso sosteneva che la religione della Bibbia ebraica, l'albero da cui nacque il ramo del cristianesimo, era responsabile dell'arbitrario predominio clericale e della supina accettazione europea di una credenza irrazionale. Gli apostoli della tolleranza illuministica non erano affatto tolleranti quando si trattava degli ebrei in carne e ossa: "Nazione di usurai", diceva Kant; vessillifera di una "cecità superstiziosa", secondo il barone d'Holbach. Avendo prodotto diverse sottospecie (la socialista, la populista, la liberale), questo tipo di antisemitismo oggi sta soppiantando la versione destrorsa e si appresta a diventare dominante in Occidente».


3 febbraio 2009

Francesca Marretta intervista John Rees : è possibile incanalare meglio la protesta dei lavoratori britannici ?

 

Centinaia di lavoratori delle centrali nucleari britanniche di Sellafield e Heysham hanno proclamato ieri uno sciopero di ventiquattro ore per protestare contro l'impiego di operai italiani e portoghesi nella raffineria Total di Lindsey. Per comprendere la dinamica in corso nel Regno Unito, in cui operai innalzano cartelli che ricordano al Premier Brown di avere promesso «lavori britannici per lavoratori britannici», con un linguaggio mutuato dall' ultradestra del British National Party, abbiamo parlato con il segretario della Coalizione di sinistra britannica Respect , John Rees. Rees è reduce dall'organizzazione delle proteste di massa a Londra e Glasgow contro la guerra a Gaza.

Perché scioperi con questi slogan?

La promessa fatta da Gordon Brown era di per sè pericolosa e stupida, proprio perchè suscettibile di mettere i lavoratori contro altri lavoratori e infatti ne vediamo i risultati. La questione degli scioperi che si stanno allargando a macchia d'olio in Gran Bretagna è una questione complessa. I lavoratori non ci stanno a farsi etichettare come razzisti. Sul sito web che ha avviato la protesta nel Lincolnshire, dopo le accuse di razzismo è stato avviato un dibattito, in cui si sta discutendo su chi sia e chi dovrebbe essere il vero nemico da combattere. Alcuni lavoratori nei giorni scorsi hanno detto chiaramente di non voler avere nulla a che fare con atteggiamenti razzisti o fascisti. Talvolta le lotte partono in una direzione e poi modificano il percorso. 


"Ma che eredità mi ha lasciato quell'imbecille con il sorriso di George di "George e Mildred"



Ma sono gli stessi scesi in piazza con cartelli su cui era scritto «British Jobs for British people».

Bisogna capire che questo avviene in un contesto di rabbia diffusa per una recessione feroce, in cui i leader dei sindacati non sono in grado di difendere i lavori della gente. Se la leadership sindacale fallisce nella propria missione, è evidente che ci sarà chi inseguirà o si inventerà nuove modalità di lotta.

In cosa hanno sbagliato i leader del sindacato?
 
Se avessero fatto meglio il loro lavoro, organizzando proteste significative contro il padronato, magari tutto questo non sarebbe accaduto. Nel Regno Unito sono andati persi migliaia e migliaia di posti di lavoro. Non hanno organizzato occupazioni o proteste diffuse di analogo tipo. Se il sindacato non guida i lavoratori a combattere contro il nemico giusto, questi ultimi combatteranno quello sbagliato. Del resto mettere i lavoratori gli uni contro gli altri è una vecchia tattica dei capitalisti. I sindacati avrebbero dovuto incidere diversamente sull'attuale governo britannico. Avrebbero dovuto dire a Brown che invece di pompare soldi nel sistema bancario avrebbe dovuto spenderli per salvare posti di lavoro. Le banche sono state salvate, i posti di lavoro, no.

Dopo la breve ripresa di Brown nei mesi scorsi, il Labour è giunto inesorabilmente al capolinea, in visita delle prossime elezioni?

Diciamo che ha raggiunto un declino ulteriore e, se possibile, anche più serio. La destra Tory è di nuovo nettamente in testa nei sondaggi dopo che il Labour aveva vissuto una rimonta per la parentesi del pacchetto anti-crisi. Il punto è che questo governo laburista, come il precedente e quelli Tory, sono governi che favoriscono l'impresa prima del lavoratore.

Dai sondaggi sembra che anche molti lavoratori, non solo i capitani d'industria, voteranno Tory.

I lavoratori votano contro chi gli causa dolore in quel determinato contesto storico. Che è lo stesso motivo per cui in Italia vi ritrovate di nuovo Berlusconi Primo Ministro.

Cosa pensa della legge europea in vigore?

Io credo che provvedimenti che consentono ai lavoratori di avere la libertà di spostarsi per lavorare vadano sempre bene. Al contrario, quelli che lo impediscono fanno male. Se ai lavoratori è impedito di spostarsi per andare a lavorare dove le condizioni offerte sono migliori, i padroni possono permettersi di pagare bassi salari e non garantire condizioni di lavoro decenti, come accade nel mercato del lavoro nel cosiddetto terzo mondo. E questo è un male per tutti i lavoratori. Il problema a mio avviso è la regolamentazione della circolazione dei lavoratori tra Europa e resto del mondo.


6 ottobre 2008

SOS Antiracisme

 Adolf Hitler : "Io credo che sia esagerato definire i campi di sterminio un fenomeno di razzismo. Abbiamo sterminato infatti anche i comunisti tra i quali c'erano decine di tedeschi puri."



Adolf Hitler : "Non credo che l'epiteto 'sporco ebreo' sia un epiteto razzista. L'insulto è contenuto nel termine 'sporco', mica nel termine 'ebreo' "



Adolf Hitler : "Gli Italiani non sono razzisti. Non è scritto nel loro DNA. Per essere razzisti bisogna lavorare sodo. Loro appena hanno dell'immondizia la mandano a noi per incenerirla"


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5 ottobre 2008

Il razzismo c'è

Garantisce Gianfranco Fini.



Per fortuna che ho il mio pusher alla prossima piazzolla di sosta
....


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2 agosto 2008

Intervista a Stefano Rodotà

 

«In un breve lasso di tempo si è consumato in Italia un cambiamento istituzionale e costituzionale di enorme portata. Anche se sia da parte di chi l'ha promosso, sia da parte di chi non è in grado di contrastarlo efficacemente, si tenta di ridurne la rilevanza. Prima continuavano a dire che non bisognava demonizzare Berlusconi, adesso si preoccupano di non rompere le condizioni del dialogo...» Stefano Rodotà esordisce così e lungo un'ora di conversazione non abbasserà la gravità della sua diagnosi.

Si può parlare di un cambio di regime, senza sentirsi rispondere che non c'è il fascismo alle porte?
Quella sul regime mi sembra una disputa nominalistica. Chiamiamolo come ti pare, io registro i fatti. Prima c'è stato un cambiamento del sistema politico indotto dalla legge elettorale. Adesso c'è un'accelerazione evidente della pressione sul sistema costituzionale. Che non incide soltanto, come s'è sempre predicato che si doveva fare, sulla seconda parte della Costituzione: tocca pesantemente la prima. Il principio di uguaglianza è stato violato eclatantemente, e tutto il quadro dei diritti è in discussione.

Ti riferisci al lodo Alfano?
Ovviamente, ma non solo. Mi riferisco al razzismo delle impronte ai bambini rom, alla xenofobia discriminatoria dell'aggravante per i clandestini, alla logica dei tagli in finanziaria che produrrà ulteriori diseguaglianze sociali, all'idea della stratificazione di classe ratificata con la tessera dei poveri. Come diceva...., i princìpi costituzionali non sono dei caciocavalli appesi: per essere effettivi richiedono una strumentazione adeguata. Una finanziaria come quella che stanno votando non è una strumentazione adeguata. E un'altra strumentazione decisiva gliela toglierà la riforma del sistema giudiziario annunciata per l'autunno.

Ma nel discorso corrente il sistema giudiziario non ha niente a che vedere con i diritti, è solo la macchina persecutoria di Silvio Berlusconi...
E invece l'autonomia della magistratura fu voluta dai costituenti - l'hanno ricordato Scalfaro e Andreotti - proprio come garanzia che i diritti delle minoranze non venissero cancellati dalla maggioranza di turno. L'autonomia non garantisce i magistrati, garantisce i cittadini. E mette un limite alla legittimazione politica: dice che la legittimazione popolare non autorizza chi vince le elezioni a mettere le mani sui diritti. L'esatto contrario del discorso di Berlusconi per cui chi vince può fare quello che vuole, e per fare quello che vuole dev'essere immunizzato dall'azione della magistratura. E' un punto cardinale dell'impianto costituzionale, se cade questo scricchiola tutto. La ministra francese della giustizia, aveva provato a fare un discorso simile a quello della destra italiana, ma è stata subito bloccata. In Italia invece gli anticorpi non ci sono, o quelli che ci sono non bastano. Ha ragione Zagrebelsky: o la Costituzione la si rilegittima non a parole ma a partire dai comportamenti dell'opposizione, o decade di fatto. Senonché come ben sappiamo è stata proprio la parte maggioritaria della sinistra ad aprire una breccia alla sua delegittimazione, insistendo per anni su una revisone della seconda parte della Carta che fosse funzionale all'efficienza del sistema politico, invece di verificare che fosse adeguata a rendere effettivi i principi della prima.

A proposito, di recente D'Alema, e con lui 15 fondazioni politico-culturali, ha rilanciato la forma di governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco, con relativa autocritica sugli esiti di presidenzialismo strisciante del bipolarismo forzoso. Tu sarai contento, o no?
Certo che sì, proposi il sistema tedesco, con Aldo Tortorella, già quando si discuteva del Mattarellum. Ben venga questo rilancio oggi. Però, che il bipolarismo portasse agli esiti cui ha portato era prevedibile ed era stato previsto. E che Berlusconi volesse la bicamerale per riformare la giustizia lo si sapeva.
Anche se va ricordato che in alternativa alla bic
amerale Berlusconi agitava l'assemblea costituente...Torniamo a oggi: che margini di intervento ha la corte costituzionale sul lodo Alfano?

E' un'incognita decisiva. Ovunque il ruolo delle corti diventa sempre più decisivo, a cominciare dagli Stati uniti. Prima o poi il lodo Alfano arriverà davanti alla consulta, come pure l'aggravante per i clandestini. E voglio sperare che non si accuserà di faziosità il primo giudice che solleverà una questione di costituzionalità: nell'un caso e nell'altro è ben difficile sostenere che sarebbe «manifestamente infondata». L'appello dei cento costituzionalisti sul lodo Alfano poteva essere letto come un invito al presidente della Repubblica a non firmarlo, ma è comunque un avallo per i giudici a sollevare la questione di costituzionalità.

Ancora sull'uguaglianza. Il Pd ha approvato con argomenti egualitari l'estensione delle impronte digitali a tutti: così si sarebbe evitata la discriminazione contro i Rom. Sei d'accordo?
No: sono stupefatto. Era già successo negli Stati uniti, che parte della cultura democratica usasse l'argomento della generalizzazione dei controlli come garanzia di uguale trattamento: non pensavo che l'onda sarebbe arrivata anche da noi. Sarebbe questa l'uguaglianza, essere tutti controllati e sorvegliati? Qui c'è solo un segno spaventoso di subalternità culturale.

Da presidente del Garante per la privacy hai suonato più volte l'allarme contro la società della sorveglianza. Ma l'hai suonato anche contro l'abuso delle intercettazioni. Ci vuole o no, un freno alle intercettazioni?
E' un problema aperto dal '96, fu Flick a presentare il primo disegno di legge. Nell'ultima legislatura, fra maggioranza e opposizione, di proposte ce ne sono state otto: se si fosse davvero voluto fare una legge equilibrata, la si sarebbe fatta. Ma in realtà quello che oggi vuole il governo non è disciplinare le intercettazioni, ma restringerle, ammettendole solo per pochi reati (fra i quali non quelli finanziari), ridefinendo i criteri di rilevanza e impedendone la pubblicazione fino al dibattimento. Con questi criteri, per dire, non avremmo mai saputo nulla del caso Fazio. Sarebbe una forma di censura sull'opinione pubblica, nonché un gigantesco dispositivo di privatizzazione delle informazioni, consegnate a poche persone che potrebbero farne un uso ricattatorio e segreto. Ci sono altri metodi per disciplinare l'uso delle intercettazioni e per proteggerle: siamo pieni di studi tecnici e giuridici in materia.

Tu sei un europeista convinto, hai contribuito a scrivere la carta europea dei diritti. L'Europa può giocare un ruolo positivo contro questo processo di de-costituzionalizzazione italiano?
Il ruolo dell'Europa è ambivalente. La direttiva sui rimpatri dei clandestini è una direttiva europea. Ma è europeo anche il voto del parlamento di Strasburgo sui Rom: come dire che laddove c'è un residuo di democrazia parlamentare c'è ancora qualche garanzia. La commissione europea va giù dura sui diritti, ma il parlamento quando può la blocca. E se la carta dei diritti diventasse finalmente vincolante, entrerebbe in campo anche la corte europea: a quel punto le direttive sui rimpatri potrebbero essere impugnate.

Insomma, una pluralità di poteri giocherebbe a favore dei diritti?
Sì. E penso chedobbiamo augurarci che il trattato di Lisbona entri in vigore, per la carta dei diritti e per la corte di giustizia. Sono tutte scommesse, intendiamoci, ma di fronte alla stretta che si avverte in ciascun paese europeo - due esempi: in Gran Bretagna hanno portato a 42 i giorni di custodia cautelare senza garanzie; in Svezia vogliono mettere sotto sorveglianza ogni forma di comunicazione elettronica - dobbiamo puntare sull'Unione.

Lavoro: anche lì allarme rosso?
Sì, per il ridimensionamento del ruolo del sindacato e per la messa in discussione del contratto collettivo. Che altro non significa che la dimensione sociale e politica, non individuale, del lavoro. E poi, per le letture tutte in chiave esistenziale che sento dare del precariato, come se non fosse una condizione sociale di massa che richiede politiche sociali all'altezza.

Caso Eluana: come lo leggi?
E' un caso emblematico di come l'ampliamento delle libertà personali comporti un di più di politiche sociali. Il cosiddetto «diritto di morire», altro che essere complice dell'individualismo, della solitudine e del narcisismo come si sostiene, implica forti strategie di solidarietà e di responsabilità: dalle cure palliative alle strutture di sostegno. Dobbiamo rilanciare la dimensione sociale dell'esistenza umana, contro l'individualismo imperante che non dà né uguaglianza né libertà.

(Ida Dominijanni)


23 luglio 2008

Se l'Unione Europea è vuota

 Ci sono momenti in cui siamo così imbarazzati dalle dichiarazioni pubbliche dei leader politici del nostro paese da vergognarci di essere loro connazionali. A me è successo leggendo come ha reagito il ministro degli esteri sloveno quando gli irlandesi hanno votato no al referendum sul Trattato di Lisbona: egli ha dichiarato apertamente che l'unificazione europea è troppo importante per essere lasciata alle persone (comuni) e ai loro referendum. L'élite guarda al futuro e la sa più lunga: se si dovesse seguire la maggioranza, non si otterrebbero mai le grandi trasformazioni, né si imporrebbero le vere visioni. Questa oscena dimostrazione di arroganza ha raggiunto l'apice con l'affermazione seguente: «Se avessimo dovuto aspettare, diciamo così, una iniziativa popolare di qualche tipo, probabilmente oggi francesi e tedeschi si guarderebbero ancora attraverso il mirino dei loro fucili». C'è una certa logica nel fatto che a dirlo sia stato un diplomatico di un piccolo paese: i leader delle grandi potenze non possono permettersi di esplicitare la cinica oscenità del ragionamento su cui poggiano le loro decisioni - solo voci ignorate di piccoli paesi possono farlo impunemente. Qual è stato, allora, il loro ragionamento in questo caso?
Il no irlandese ripete il no francese e quello olandese del 2005 al progetto della Costituzione europea. Esso è stato oggetto di molte interpretazioni, alcune delle quali anche in contraddizione tra loro: il no è stato un'esplosione dell'angusto nazionalismo europeo che teme la globalizzazione incarnata dagli Usa; dietro il no ci sono gli Usa, che temono la competizione dell'Europa unita e preferiscono avere rapporti unilaterali con partner deboli... Tuttavia queste letture ad hoc ignorano un punto più profondo: la ripetizione significa che non siamo di fronte a un fatto accidentale, ma con un'insoddisfazione perdurante negli anni.
Ora, a distanza di un paio di settimane, possiamo vedere dove sta il vero problema: molto più inquietante del no in sé è la reazione dell'élite politica europea. Questa non ha imparato niente dal no del 2005 - semplicemente, non le è arrivato il messaggio. A un meeting che si è tenuto a Bruxelles il 19 giugno i leader dell'Ue, dopo avere pronunciato parole di circostanza sul dovere di «rispettare» le decisioni degli elettori, hanno presto mostrato il loro vero volto, trattando il governo irlandese come un cattivo insegnante che non ha disciplinato ed educato bene i suoi alunni ritardati. Al governo irlandese è stata offerta una seconda chance: quattro mesi per correggere il suo errore e rimettere in riga l'elettorato.
Agli elettori irlandesi non era stata offerta una scelta simmetrica chiara, perché i termini stessi della scelta privilegiavano il sì: l'élite ha proposto loro una scelta che in effetti non era affatto tale - le persone sono state chiamate a ratificare l'inevitabile, il risultato di un expertise illuminato. I media e l'élite politica hanno presentato la scelta come una scelta tra conoscenza e ignoranza, tra expertise e ideologia, tra amministrazione post-politica e vecchie passioni politiche. Comunque, il fatto stesso che il no non fosse sostenuto da una visione politica alternativa coerente è la più forte condanna possibile dell'élite politica: un monumento alla sua incapacità di articolare, di tradurre i desideri e le insoddisfazioni delle persone in una visione politica.
Vale a dire, c'era in questo referendum qualcosa di perturbante: il suo esito era allo stesso tempo atteso e sorprendente - come se noi sapessimo cosa sarebbe successo, ma ciononostante non potessimo davvero credere che potesse succedere. Questa scissione riflette una scissione molto più pericolosa tra i votanti: la maggioranza (della minoranza che si è presa la briga di andare a votare) era contraria, sebbene tutti i partiti parlamentari (ad eccezione dello Sinn Fein) fossero schierati nettamente a favore del trattato. Lo stesso fenomeno si sta verificando in altri paesi, come nel vicino Regno Unito, dove, subito prima di vincere le ultime elezioni politiche, Tony Blair era stato prescelto da un'ampia maggioranza come la persona più odiata del Regno Unito. Questo gap tra la scelta politica esplicita dell'elettore e l'insoddisfazione dello stesso elettore dovrebbe far scattare il campanello d'allarme: la democrazia multipartitica non riesce a catturare lo stato d'animo profondo della popolazione, ossia si sta accumulando un vago risentimento che, in mancanza di una espressione democratica appropriata, può portare solo a scoppi oscuri e «irrazionali». Quando i referendum consegnano un messaggio che mina direttamente il messaggio delle elezioni, abbiamo un elettore diviso che sa molto bene (così egli pensa) che la politica di Tony Blair è l'unica ragionevole, ma nonostante ciò... non lo può soffrire.
La soluzione peggiore è liquidare questo dissenso come una semplice espressione della stupidità provinciale degli elettori comuni, che richiederebbero solo una migliore comunicazione e maggiori spiegazioni. E questo ci riporta all'improvvido ministro degli esteri sloveno. Non solo la sua dichiarazione è sbagliata fattualmente: i grandi conflitti franco-tedeschi non esplosero per le passioni delle persone ordinarie, ma furono decisi dalle élite, alle loro spalle. Essa sbaglia anche nel rappresentare il ruolo delle élite: in una democrazia, il loro ruolo non è solo governare, ma anche convincere la maggioranza della popolazione della giustezza di ciò che vanno facendo, permettendo alle persone di riconoscere nella politica di uno stato le loro aspirazioni più profonde alla giustizia, al benessere, ecc. La scommessa della democrazia è che, come disse Lincoln molto tempo fa, non si può ingannare tutti per sempre: sì, Hitler andò al potere democraticamente (anche se non proprio...), ma nel lungo periodo, nonostante tutte le oscillazioni e le confusioni, bisogna avere fiducia nella maggioranza. È questa scommessa a tenere viva la democrazia - se la facciamo cadere, non stiamo più parlando di democrazia.
Ed è qui che l'élite europea sta miseramente fallendo. Se essa fosse veramente pronta a «rispettare» la decisione degli elettori, dovrebbe accettare il messaggio della persistente sfiducia delle persone: il progetto dell'unità europea, il modo in cui esso è formulato attualmente, è viziato in modo sostanziale. Gli elettori stanno scoprendo la mancanza di una vera visione politica al di là della retorica - il loro messaggio non è anti-europeo, anzi, è una richiesta di più Europa. Il no irlandese è un invito a cominciare un dibattito propriamente politico su che tipo di Europa vogliamo veramente.
In età ormai avanzata, Freud rivolse la famosa domanda Was will das Weib? - Cosa vuole la donna? - ammettendo la sua perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Il pasticcio con la Costituzione europea non testimonia forse lo stesso smarrimento? Cosa vuole l'Europa? Che tipo di Europa vogliamo?

(Slavoj Zizek)


23 luglio 2008

L'Italia era un paese civile

 

Shawky è un nome troppo complicato per un sindacalista che batte i cantieri. Il cognome, Geber, è più facile da pronunciare e da scrivere per italiani, slavi, romeni, albanesi, latinos. Sessanta anni appena compiuti, fisico asciutto, Geber da giovane in Egitto è stato un campioncino di lotta libera. In Italia è stato un pioniere dell'immigrazione. E' arrivato nel 1973, quando a Milano gli egiziani erano «poco più una decina» e si conoscevano tutti. In tasca aveva 90 mila lire e 50 dollari, nella valigia i libri per continuare a studiare. Invece, ha fatto il muratore. E' stato uno dei primi extracomunitari eletti delegati della Fillea, «l'ultima volta con il 97% dei voti». E' diventato il primo funzionario straniero degli edili della Cgil milanese (ora sono sei), dal 2001 segue la zona Sud (Romana, Melegnano, San Giuliano). Geber, quindi, può confrontare l'immigrazione e l'Italia di ieri e di oggi. Il suo bilancio è desolato e desolante. «Io sono sempre andato avanti e indietro in aereo, bastava rinnovare il visto in Egitto ogni sei mesi, dieci minuti in Questura e ti davano il permesso di soggiorno. Ho ancora il primo, scritto a mano, tutto ingiallito. Adesso anche gli egiziani si mettono sui barconi e annegano nel Mediterraneo. Trent'anni fa i vicini di casa alla sera bussavano alla porta. Vieni giù, non stare lì da solo. Ero straniero e mi facevano sentire uno di loro. Se va bene, adesso mi ignorano. L'Italia era un paese civile, non lo è più. Un po' di razzismo c'era anche allora, ma gli italiani da piccoli avevano quasi vergogna a manifestarlo. Ora ne dicono e ne fanno di tutti i colori».
E' la legge dei grandi numeri. La svolta nell'atteggiamento degli italiani, secondo Geber, «c'è stata con le navi cariche di albanesi». Digeriti gli albanesi, nel ruolo dei cattivi sono subentrati i romeni, mentre non si placa la ventata di islamofobia post 11 settembre. «All'improvviso gli italiani, che si vantano di non andare in chiesa, sono diventati cattolicissimi». Nell'edilizia, contenitore di diverse nazionalità, le tensioni sono ancor più aspre. Nei cantieri di Milano ufficialmente il 42% della forza lavoro è immigrata, ma la percentuale quasi raddoppia se si considerano gli irregolari e le partite Iva fasulle. «Ogni nuova ondata d'immigrati viene percepita come una nuova dose di concorrenza sleale». E lo è: nelle migrazioni di ogni epoca gli ultimi arrivati sono sempre stati disposti a lavorare «per meno». La nazionalità non c'entra, c'entra il bisogno. «Gli italiani temono di rimetterci soldi e diritti, tirano su il muro, così ci si odia reciprocamente». Difficile far capire che «tutelando gli ultimi, si tutelano anche gli italiani» in un settore dove le differenze retributive sono enormi. Gli stakanovisti bresciani e bergamaschi, che lavorano 12 ore al giorno e si fanno pagare «a metro», guadagnano 3.500 euro al mese. «Di fronte ai 104 euro d'aumento conquistati con l'ultimo rinnovo contrattuale ti ridono in faccia». Nello stesso tempo, il contratto è un miraggio per le decine di migliaia di lavoratori irregolari e precari, quasi tutti stranieri, che lavorano per 4-5 euro all'ora, taglieggiati dai caporali, che non sono un'appendice patologica ma uno snodo ormai fisiologico della filiera delle costruzioni. «E' sempre lo stesso film. Con una differenza: il caporale straniero è peggio di quello italiano. Essendoci passato, conosce i punti deboli dei connazionali, sa come ricattarli meglio».
Non era un caporale, ma un padroncino che si era messo in proprio solo da cinque giorni Ahmed R., l'ultimo anello della catena di appalti e subappalti nel cantiere di Settimo milanese dove il 13 giugno sono morti due "clandestini" egiziani (vedi box). Pur di non avere personale alle dipendenze le aziende obbligano i lavoratori ad aprire una partita Iva, «dall'oggi al domani, senza avere neppure un secchio e una cazzuola, uno diventa imprenditore di se stesso». E' ovvio che uno così recluterà braccia in nero, con il placet delle imprese capocommessa. Un altro metodo fantasioso per risparmiare su paghe e contributi sono i cocopro. Geber ha visto con i suoi occhi «gente che fa la malta con il contratto a progetto». Dilaga l'epidemia di lavoratori part time, un controsenso in edilizia. Gli addetti inquadrati al terzo livello sono diventati una rarità. Alla Cassa edile di Milano più del 70% degli iscritti è inquadrato al primo livello, quello più basso. «Tutti 'sti palazzoni fatti solo da manovali, una cosa incredibile». L'edilizia è diventato un settore «troppo barbaro», tanto lavoro nero, con l'aggiunta di «mafia e riciclaggio di denaro sporco». Geber conferma che diversi infortuni sul lavoro vengono spacciati per risse o «cadute domestiche». Gente scaricata al pronto soccorso da automobili che sgommano via. O, peggio, «che sparisce nel nulla senza lasciar traccia, càpita anche quello».
Questo quadro fa dire a Geber che se nei cantieri non cambierà qualcosa «nei prossimi tre-quattro anni» per il sindacato la partita sarà chiusa. Aumenterà gli iscritti (a Milano i tesserati stranieri alla Fillea sfiorano i 7 mila), ma avrà sempre meno potere. Alla previsione non rosea per il sindacato Geber aggiunge le ammaccature per la catastrofe della sinistra e i moccoli all'indirizzo di Veltroni. E' un nostro fratello nella sconfitta. Nello stesso tempo, la sua è una storia d'immigrazione «di successo».
Riannodiamo il filo con un Geber ragazzino, «stregato da Nasser», primogenito di una famiglia contadina della regione di El Monofia. Sempre i voti più alti a scuola, dalla IV elementare alla gioia dello studio deve sommare la fatica nei campi. A 14 anni lo assumono in una fabbrica tessile dove fa il lavoratore-studente. Si sposa giovane e quando nel 1973 decide - contro il volere paterno - di venire in Italia per «migliorare» lascia al paese la moglie con due figli (che negli anni successivi diventeranno quattro). A Milano il primo lavoro che trova è al luna park delle Varesine. Quando gli mettono in mano il secchio per lavare le macchinine dell'autopista gli viene da piangere, «non mi conosceva nessuno, eppure mi nascondevo per la vergogna». Resiste un po', a 130 mila lire al mese. Dalla manciata di connazionali che allora formavano la «comunità» egiziana a Milano viene a sapere che in edilizia «si guadagna almeno il doppio». Si butta. Passano cinque anni, cambia tre imprese e lo fanno «sparire» due volte per «nasconderlo» al sindacato», prima di realizzare che non è «davvero» assunto. «Me ne accorgo un Natale quando agli altri danno un assegno e a me no». Riesce a farsi assumere con tutti i crismi al terzo livello. Nel 1984, quando chiede i contributi arretrati per gli anni in nero, il padrone non glieli dà e minaccia di fargli passare «un brutto quarto d'ora». Si rivolge al sindacato (non ha ancora ben chiara la differenza tra le varie sigle, opterà per la Cgil quando gli diranno che «sta con il Pci»). A lui basterebbero poche centinaia di mila lire, ne fa una questione di principio non di soldi. Il sindacalista invece gli impartisce la prima lezione: «Aspettiamo, la mossa deve farla il padrone». Che offre 3 milioni e mezzo. «Aspettiamo». Dopo una settimana, i milioni diventano 5. «Aspettiamo». Vertenza chiusa dopo 10 giorni a 7 milioni. «Allora il sindacato ci sa fare, mi sono detto».
La lezione Geber la metterà a frutto nella lunga esperienza di delegato nell'impresa Manara, dove tutti i dipendenti erano italiani. «Hanno visto che non mediavo sui diritti, non avevo né paura, né vergogna. Se mancava una lira, facevo casino. Le cose tutto sommato nella mia azienda andavano piuttosto bene». Nel 2001 quando Geber diventa funzionario di zona della Fillea scopre che negli altri cantieri «c'è da mettersi le mani nei capelli». E' tentato di tornare nella sua azienda, «poi ho resistito, per orgoglio, per puntiglio, per non sentirmi egoista». Cinque anni di vita così, per nulla da travet, con 300 cantieri da seguire nell'arco di un anno, lavoro di sportello pure al sabato mattina, separano Geber dalla pensione.
E' stata un pendolo la sua vita, divisa tra Italia ed Egitto, dove la moglie è tornata dopo una breve parentesi a Milano. «Qui per lei le case erano troppo piccole e c'era troppo freddo, in tutti i sensi». Geber si sente «al 50% italiano e al 50% egiziano». Al paese ha costruito una casa, «ci ho messo dieci anni», non ha ancora deciso se andrà a viverci da pensionato. «I ritmi in Egitto sono diversi, non mi ci trovo più. Non sopporto che gli emigrati che tornano siano considerati dei ricchi che devono spendere e spandere». A Milano Geber sta con uno dei figli. Laureato in sociologia, fa il capomagazziniere da sei anni, dice sempre che è l'ultimo e poi tornerà in Egitto. «Resterà qui. Farà come me. Gli è presa la malattia». Nonostante sia peggiorata, l'Italia merita ancora di farci su una malattia.

(Manuela Cartosio)


20 luglio 2008

Perchè gli italiani si riscoprono razzisti

 

Un incidente di percorso, uno scherzo del destino. Al più, un'incauta concessione all'alleato tedesco. Questo sono tuttora le leggi razziste promulgate settant'anni fa dallo Stato italiano nella imperturbabile coscienza di noi italiani, per natura «brava gente». Dovrebbero venire qui da tutto il mondo a studiare questo caso di riuscitissima autoassoluzione generale. Questo miracolo di rimozione collettiva. Nulla appare più infondato della tesi che afferma l'estraneità del razzismo alla storia nazionale. È vero il contrario. Le leggi antiebraiche volute da Mussolini rientrano a pieno titolo nella storia patria, al pari del fascismo, variante italica della «rivoluzione conservatrice». Il regime le promulgò, nel tripudio di folle acclamanti, poco dopo aver divulgato il Manifesto della razza e all'indomani di un «censimento» degli ebrei propedeutico alla persecuzione. Giustamente la storiografia si chiede perché proprio allora, e si divide. Ma è bene chiarire che il razzismo (non solo antisemita) è consustanziale al fascismo, è una sua espressione spontanea e necessaria.
Dominio e gerarchia; esclusione dell'«altro» e subordinazione degli «inferiori»: sono queste le basi ideologiche del fascismo. Il che, tradotto in pratica, significa: nazionalismo aggressivo e imperialismo verso l'esterno; eugenetica, mixofobia e maschilismo all'interno. Del resto, le leggi del '38 non furono le prime norme razziste del regime. Due anni prima erano stati varati i regolamenti contro la naturalizzazione dei «meticci»; nel '37, le leggi contro il «madamato». Ma già negli anni Venti il regime compie un giro di vite contro «devianza» e marginalità, percepite come eversive e distoniche rispetto alla nazionalizzazione delle masse.
A sua volta il razzismo fascista non nasce dal nulla. In tutta Europa il razzismo è un corollario della modernizzazione. Patologico ma non accidentale. Regressivo ma non residuale. La stilizzazione della delinquenza e dell'alterità (follia, alcolismo, prostituzione, brigantaggio, accattonaggio, nomadismo, omosessualità) è cruciale nella costruzione delle tradizioni. Da questo punto di vista lo straniero, il diverso, l'ebreo, il negro, lo zingaro - e, da noi, il meridionale - sono eroi della modernità. Lo sono anche le donne, nella misura in cui il maschio ariano è il paradigma della perfezione, rispetto al quale ogni condizione è definita per carenza.
Non c'è normalità senza «devianza» (che il nazismo chiama «asocialità»). E tutte le figure razzizzate sono parti di uno stesso insieme, come intuì il Bassani de Gli occhiali d'oro, dove il vecchio Fadigati, medico «pederasta», rivela al giovane «israelita» che la loro situazione è in fondo la medesima: in quanto «diversi» sono entrambi segmenti del confine, in pari misura utili alla definizione della norma, quindi uguali nella comune alterità. Per questo la modernizzazione alimenta l'antisemitismo. L'ebreo è l'«altro» per antonomasia: quando si assimila perché si infiltra; quando preserva le proprie tradizioni perché rompe l'omogeneità del corpo collettivo. L'Italia non fa eccezione in tutto questo. Anzi, è un contesto ideale, grazie alla robusta eredità dell'antigiudaismo medievale, che risuona nelle crociate antisemite della Civiltà cattolica e di padre Gemelli. Non stupisce quindi lo zelo persecutorio della burocrazia alle prese con le leggi del '38. Né l'assenza di manifestazioni di dissenso da parte della nostra «brava gente». Tutt'altro. Si capisce bene la caccia ai ruoli lasciati dagli ebrei nelle istituzioni, a cominciare dall'Università. Dove tanti «insigni studiosi» si distinsero in una gara che illustrò l'accademia italiana. L'offensiva razzista del fascismo coinvolse anche gli «zingari», «eterni randagi privi di senso morale» frutto di «mutazioni regressive». Si invocarono misure che in Germania avrebbero condotto allo sterminio di mezzo milione di Zigeuner. Finché nel settembre del '40 il capo della polizia Bocchini ne dispose la deportazione nei campi di concentramento di Teramo, Campobasso e Perdasdefogu.
Veniamo a noi. Se tenessimo presente questo quadro rinunciando alla favola della nostra refrattarietà al razzismo, avremmo qualche strumento in più per capire quanto avviene ai nostri giorni e, forse, per correre ai ripari. Il nostro disorientamento nasce dalla rimozione, che a sua volta innesca un contrappasso: il passato persiste tanto più tenace (e genera coazioni a ripetere) a misura della sua mancata elaborazione. Pesa, sullo sfondo, l'incompiuta defascistizzazione, la scelta di non fare una nostra Norimberga e di tenere ben sigillati gli «armadi della vergogna». Per cui l'omaggio alle vittime della Shoah dev'essere prontamente compensato da un «ricordo» delle foibe costruito sulla negazione delle atrocità commesse dai fascisti sul confine orientale e in Jugoslavia. Ha indubbiamente ragione il presidente della Camera quando sostiene che la sua elezione sancisce la «piena legittimazione della cultura della destra». Ma ha ragione anche Moni Ovadia nell'osservare che se l'attivismo razzista di Maroni fosse espresso da un ministro tedesco, in Germania si scatenerebbe un putiferio.
Del resto, se oggi scopriamo il razzismo dello Stato sui polpastrelli dei bambini rom, dovremmo anche chiederci quanto razzismo c'è nella pretesa che le nostre siano guerre giuste e «umanitarie». Noi, l'Occidente, contro i non civilizzati: barbari tagliatori di teste, selvaggi che «infestano» il pianeta, animali. Ma forse siamo a un salto di qualità. Sul versante dei destinatari, in primo luogo. Schediamo i rom coinvolgendone il corpo affinché si scolpisca nell'immaginario collettivo che la «difesa della società» non sente ragioni, non riconosce diritti. Ma gli «zingari» incarnano il nomadismo metropolitano, sono una potente metafora della precarietà e dello sradicamento. Se negli Stati Uniti le baraccopoli ospitano nuovi poveri travolti dai subprime, la campana suona per tutti.
Siamo a un passaggio di fase nelle pratiche istituzionali. Non ci si lasci ingannare dalla faccia «banale» del ministro. Le schede del «censimento» etnico sono un buon test sulla maturità del processo. Ci riportano dalle parti di Vichy per misurare il tasso di pubblico gradimento. Difatti il salto è soprattutto nel contesto sociale. Vent'anni di campagne razziste, complice un'informazione forcaiola, hanno spianato il terreno. L'insicurezza e la paura l'hanno ben concimato. Oggi l'ethos collettivo è un calibrato mix di egoismo, indifferenza e intolleranza. I sondaggi confortano: il 70% degli italiani approva le misure; oltre il 60% ne esclude la connotazione razzista. È un sentimento liberatorio quello che i numeri attestano. Finalmente si può dire chiaro e forte quanto ieri si sussurrava tra amici, con qualche vergogna. Ma il prezzo di questa libertà è un nuovo carico di oblio. Il ritorno alla persecuzione degli zingari non segnala soltanto che siamo fuori dal cono d'ombra del secondo conflitto mondiale, sgravati dalla sua ingombrante eredità. Dice che abbiamo cancellato anche il ricordo della nostra emigrazione e delle umiliazioni inflitte ai nostri padri, macaroni e dago. Non abbiamo più le pezze al culo, siamo sommersi da suv e cellulari. Siamo pieni di paure, ma ricchi e perciò liberi. Pronti a goderci, dopo 70 anni, nuovi entusiasmanti riti sacrificali.

(Alberto Burgio)


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