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22 aprile 2009

Antonella Stirati : la condizione economica dei lavoratori

 

Negli ultimi mesi, sempre più spesso i media ci rimandano l’immagine di una classe lavoratrice impoverita, che stenta ad arrivare alla “quarta settimana”, o forse ormai anche alla terza. Un’indagine svolta dalla Fiom nel corso del 2007 attraverso un ampio questionario a cui hanno risposto ben 100.000 lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico[1] ci dà un quadro della loro situazione economica – una situazione che può considerarsi rappresentativa di una condizione complessiva del mondo del lavoro dipendente.

Retribuzioni mensili nette
Le retribuzioni sono al netto di imposte e contributi e comprendono la parte aggiuntiva del salario contrattata in azienda (contrattazione di secondo livello) più eventuali premi e retribuzione aggiuntiva per straordinari e lavoro su turni normalmente svolti. I valori medi per vari sotto-insiemi sono riportati nella tabella 1.
Un terzo circa di tutti gli intervistati (operai e impiegati insieme) ha un reddito mensile compreso tra i 900 e i 1100 euro mensili. La grande maggioranza non supera i 1300 euro, e rimangono per il 75% sotto a questa retribuzione anche coloro che dichiarano di svolgere regolarmente lavoro straordinario, con 44 ore di lavoro settimanali.

I lavoratori precari (che sono il 9% degli intervistati) guadagnano in media 200 euro al mese meno dei lavoratori stabili, e differenze significative nella retribuzione sussistono anche a parità di età (cioè: non guadagnano di meno solo perché sono giovani). Le lavoratrici (che sono complessivamente circa il 20% degli intervistati) sono anch’esse fortemente penalizzate, con un reddito medio che rimane più basso di quello maschile anche a parità di orario di lavoro e di anzianità di lavoro. Tra i lavoratori intervistati invece non si hanno differenze di retribuzione media nelle diverse aree del paese.

Redditi familiari e condizioni di povertà
I valori medi del reddito familiare netto mensile per vari sottoinsiemi degli intervistati sono riportati nella tabella 2 qui sotto. Si hanno differenze significative tra operai e impiegati e tra i nuclei familiari meridionali e il resto del paese. Ma soprattutto, è basso - 2080 euro - il reddito medio familiare dell’insieme degli intervistati che hanno famiglie con figli conviventi, cioè le famiglie con tre o più componenti. E infatti una proporzione significativa delle famiglie con figli a carico percepisce un reddito familiare netto che è inferiore alla soglia di povertà relativa[2] stimata dall’Istat per l’anno 2006: il 14% delle famiglie con tre componenti ha un reddito inferiore alla soglia di 1280 euro mensili, ed il 22,5% delle famiglie con quattro componenti (che sono circa la metà delle famiglie con figli) ha un reddito inferiore a 1580 euro. Va anche considerato che la soglia stimata dall’Istat è molto al di sotto della soglia minima di reddito familiare “dignitoso” soggettivamente percepita dalle famiglie italiane, che è invece intorno ai 2400 euro mensili (Isae, la povertà soggettiva in Italia e in Europa, Roma 2007).

Nel Sud l’incidenza della povertà relativa è molto più elevata: complessivamente il 34,5% delle famiglie con tre componenti e il 47% di quelle a quattro componenti hanno un reddito inferiore alla la soglia di povertà. Ciò è legato alla maggiore diffusione di famiglie mono-reddito, che sono infatti ben il 53% in questa area del paese, contro la media nazionale che risulta dall’indagine, comunque alta, del 28%.

Spese per la casa
A fronte di redditi familiari bassi, le spese per la casa sono elevate. Infatti, nonostante la maggioranza degli intervistati (circa l’80%) viva in una casa di proprietà, una parte consistente sta ancora pagando un mutuo. Le rate mensili superano i trecento euro, e in moltissimi casi (v. Tabella 3), i 600.
Per chi paga l’affitto, le spese per l’abitazione rappresentano più di un quinto del reddito familiare complessivo in ben l’80% delle famiglie (cioè più di 400 euro mensili se prendiamo come riferimento il reddito familiare medio); Tra queste, una quota rilevante paga per l’affitto più di un terzo del reddito familiare (cioè più di 600 euro mensili con riferimento al reddito familiare medio).

Complessivamente il 63,6% degli intervistati sostiene spese per mutuo o affitto, con una spesa mensile generalmente molto onerosa.

Il rischio di perdere il lavoro
Nell’anno precedente l’intervista il 9% di tutti gli intervistati, e il 20% dei lavoratori meridionali, ha avuto un periodo di cassa integrazione. Inoltre, il 30% degli intervistati con contratto a tempo indeterminato (cioè, esclusi i lavoratori precari) ha dichiarato di considerare a rischio la propria occupazione nei due anni successiv i - segno di una crisi grave già in atto, prima degli effetti della crisi finaziaria internazionale.

Un quadro d’insieme
I dati appena visti confermano il quadro di un impoverimento del mondo del lavoro dipendente e in particolare, ma non solo, degli operai. Mostrano che i rischi di povertà riguardano non solo i giovani o i precari ma, tra i lavoratori su cui si è svolta l’indagine, i lavoratori con figli, anche quando hanno un lavoro stabile.
Fino a che punto la situazione descritta può considerarsi rappresentativa della società italiana?
In Italia i lavoratori dipendenti sono quasi 19 milioni. Di questi, più di due terzi sono lavoratori dipendenti nel settore privato, prevalentemente occupati nell’industria e costruzioni (5 milioni e mezzo) e nel commercio, ristorazione, trasporti (quasi 4 milioni). Il rimanente terzo del lavoro dipendente è occupato nel settore pubblico. Le retribuzioni medie (riportate ora al lordo di imposte e contributi a carico del lavoratore) in questi settori sono tra loro molto simili (v. Tabella 4). Il settore con retribuzioni mediamente più alte (30% in più che nell’industria) è quello della pubblica amministrazione, che è il comparto meglio retribuito del settore pubblico. Una differenza che tuttavia scompare se il confronto viene effettuato a parità di mansione/qualifica dei lavoratori[3]. Il lavoro dipendente complessivo è in aumento dagli anni ‘70 ad oggi, sia nella componente pubblica che in quella privata, mentre il lavoro autonomo, che conta complessivamente sei milioni di occupati, di cui una parte sappiamo essere di fatto subordinati, come i collaboratori (stimati a circa mezzo milione nel 2006), è in costante riduzione dagli anni settanta ad oggi.

I dati dell’indagine descrivono quindi una situazione reddituale assolutamente pervasiva nella società italiana. Anzi, va piuttosto sottolineato che essi peccano per eccesso, piuttosto che per difetto - in quanto provengono da un settore con una forte presenza sindacale, ed in cui le imprese di piccole dimensioni sono meno presenti che nella economia nazionale. Ad esempio, registriamo qui una presenza di premi di risultato contrattati in azienda pari all’80%, il doppio della media nazionale[4].
La situazione economica dei lavoratori qui descritta deriva da tendenze di lunga data, e parte dai cambiamenti nella distribuzione iniziati negli anni ‘80. Da allora tanto i salari reali contrattati che le retribuzioni di fatto sono cresciuti sistematicamente, in media, meno della produttività. La questione salariale non è quindi il frutto della recente stagnazione della produttività, e va affrontata come problema di redistribuzione del reddito dai gruppi sociali che negli ultimi decenni si sono progressivamente arricchiti verso il lavoro dipendente.

[1] Garibaldo e Ribecchi (a cura di) Metalmeccanic@, Meta Edizioni, 2008
[2]
La soglia di povertà relativa è definita come pari alla metà della spesa media per consumi nel paese di un nucleo familiare di ampiezza equivalente
[3]
L. Tronti, Pubblico e Privato nelle Retribuzioni, Lavoce.info, 2006; www.lavoce.info/articoli/pagina2492.html
[4]
Banca d’Italia, Relazione annuale, 2007; www.bancaditalia.it


21 aprile 2009

Stefano Perri : distribuzione del reddito e diseguaglianza. L'Italia e gli altri

Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.

Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.

In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.

Vediamo come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni, seguendo il recente rapporto dell’OCSE Growing unequal?[1] e confrontando la situazione Italiana con quella di altri paesi sviluppati: la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli USA. L’Italia sembra essere il paese che riesce a cumulare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più negative dei paesi anglosassoni e di quelli del continente europeo. Queste note si riferiscono alla evoluzione della distribuzione del reddito precedente la crisi. Proprio per questo motivo mettono in evidenza alcune delle sue cause fondamentali.

L’aumento della diseguaglianza a partire dalla metà degli anni 70 è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Come si può vedere dal grafico che segue questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo molto più pronunciato in Italia[2].

Come conseguenza in Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006[3].

La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente. Sono state infatti all’opera anche altre cause, principalmente l’andamento del differenziale nelle retribuzioni del lavoro e l’effetto dei trasferimenti del reddito da parte dello stato alle famiglie e della tassazione, cioè il ruolo dello stato nel modificare il reddito disponibile delle famiglie rispetto al reddito di mercato.

La diseguaglianza nella distribuzione del reddito è rappresentata dall’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. Germania e Francia hanno invece un indice Gini inferiore alla media, cioè sono paesi con una distribuzione del reddito notevolmente più egalitaria.

Negli ultimi venti anni la crescita dell’indice Gini è stata molto alta in Italia (inferiore solo a quella degli USA tra i paesi confrontati)[4].

E’ interessante per comprendere come si manifesta la diseguaglianza, confrontare i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Come si vede dai grafici, questo confronto mette in luce in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

Vale la pena soffermarsi anche su uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, che svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni.

Vediamo ora come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.

Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. Guardando anche gli altri paesi dell’ Unione Europea, i cui dati non sono riportati nel grafico, l’Italia si situa in effetti agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico[5]. Occorrerà capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato relativamente agli altri paesi europei sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani. Quello che è certo è che la politica economica, sia in relazione agli obiettivi più immediati di stimolo della domanda aggregata, sia in relazione alla correzione delle cause strutturali della crisi globale e di quella del nostro paese in particolare, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato.

Il rapporto dell’OCSE cerca anche di stimare l’impatto dei servizi pubblici, principalmente relativi alla sanità e all’istruzione, sulla distribuzione del reddito.

Anche in questo caso l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico in Italia si rivela superiore a quella dei paesi anglosassoni, ma ora risulta inferiore alla media dei paesi OCSE oltre che alla Francia e alla Germania. Anche in questo caso, guardando anche agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia si situa agli ultimi posti. Si capisce come una politica di tagli indiscriminati come quella prevista dalla finanziaria per l’istruzione, non può che aggravare una situazione già molto preoccupante.

I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite (che si presentano spesso collegati tra loro). Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. L’Italia, in questo quadro, ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale progressiva e redistributiva, sia in funzione di stimolo alla domanda aggregata nell’immediato, sia come condizione per un processo equilibrato di sviluppo nel lungo periodo.


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