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25 agosto 2010

Sismondi e Marx : la crisi come fine e come passaggio

Interessante è la tesi per cui Marx vede la fine del capitalismo come passaggio ad un altro tipo di società mentre in Sismondi c’è solo il senso della fine, ma non c’è il presentimento di un nuovo inizio. Tale differenza di atteggiamenti può anche avere un aspetto psicologico, ma quel che si vuole qui evidenziare è la sua valenza epistemologica. Perché si possa parlare di passaggio e non di semplice fine, si deve avere una teoria sui soggetti che trasformeranno la società e una capacità di individuare gli istituti che anticipano e prefigurano tale passaggio.

 

 

 

Se la prima elaborazione è stata fatta sia pure con esiti controversi a livello sociologico (la classe operaia) e politico (il Partito), la seconda è stata sviluppata molto meno. Chi in un certo senso ha tentato una analisi di questo tipo è stato Giovanni Mazzetti, che più che un economista è un filosofo delle scienze sociali ed ha reinterpretato gli istituti del Welfare e la politica economica keynesiana come uno stato intermedio della transizione al socialismo. Chi scrive invece pensa di aver individuato nel reddito di cittadinanza un altro filo rosso che ci consenta di guardare un itinerario possibile. La storia del socialismo reale invece sembra essere una sorta di teratologia della transizione.


6 aprile 2009

Roberto Ciccarelli intervista Isabelle Sommier : una generazione tradita

 Milleuristes spagnoli, «generazione mille euro» italiana, quella dei «650 euro» greca e, ancora, il Cpe in Francia nel 2005. Sono i volti della stessa crisi sociale che ha investito l'Europa ben prima di quella finanziaria. Una condizione che, ormai, apparenta gli studenti universitari con i precari quarantenni. Quelli che ieri erano in piazza a Londra e Berlino, Parigi e Roma. Già nel 2006, un rapporto Eurostat rivelava che il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni si era attestato in questi paesi intorno al 23 per cento. Ne è seguito un drastico allungamento del periodo di formazione ed una massificazione di impieghi al ribasso, come ha rivelato la recente inchiesta Almalaurea in Italia. Il risultato, osserva Isabelle Sommier, direttrice del Centre de recherches en sciences politiques della Sorbona, «è un diffuso sentimento di tradimento. Esiste in Europa un'intera generazione che si sente vittima di una promessa non mantenuta quando gli viene proposto un lavoro senza rapporto con la propria formazione». 



A Roma per una serie di incontri seminariali (e ieri al corteo per osservare da vicino il movimento italiano), Isabelle Sommier si è da sempre occupata del legame tra le proteste politiche e i movimenti sociali in Italia e in Europa. Un recente bilancio l'ha tratto nel suo ultimo libro La Violence révolutionnaire (Presses de Sciences-Po, 2008). «La disillusione è tanto più forte in quei paesi, come la Francia e l'Italia - dice - che hanno vissuto in pochi anni un salto tra la generazione dei genitori e quella dei figli iper-alfabetizzati. Questa generazione sente di avere perso l'indipendenza che i genitori hanno attribuito al sapere gratuito».

È questa la ragione della radicalizzazione dello scontro sociale in Francia come in Grecia?

Quando non si hanno sbocchi sul futuro, questo è il minimo. Bisogna dire, però, che è solo un'esigua minoranza che attribuisce a questi scontri un significato politico. La maggioranza, come in Grecia, si radicalizza per esasperazione. Sono presi dal fuoco dell'azione. In Francia ci sono gli stessi ingredienti, salvo la corruzione politica e sociale che non è delle stesse dimensioni. La radice però è comune: non esistono più mediazioni politiche a disposizione di questa generazione.

Quanto conta in questo processo la dissoluzione della sinistra?
I suoi militanti sono sociologicamente distanti dalle nuove generazioni. Questa dissoluzione non può essere attribuita solo alla mancanza di un lavoro politico sul territorio. I socialisti francesi sono il partito dei ceti medi. La crisi ha investito questa base sociale, ma loro sono troppo presi dai propri giochi interni per accorgersene. Le dico soltanto che è stata la Medef (la Confindustria francese, ndr) a chiedermi di fare un seminario sulla precarietà, non loro. Per la sinistra, la lotta contro la precarietà è poco più di uno slogan. Sembra essere più interessata al mandato parlamentare.
 
Pensa che il problema sia culturale?
Proprio così. La sinistra ha una cultura che non comprende ciò che Robert Castel ha definito désaffiliation sociale, cioè l'assenza della garanzia di un lavoro permanente che produce isolamento sociale. Con questo non voglio dire che la zona di vulnerabilità sociale sia unica per tutti. Esiste una forte separazione tra i movimenti di cui parliamo, ad esempio quello che da sette settimane sta mobilitando le università francesi, e i banliueusards. Non è raro vedere questi giovani aggredire gli studenti per derubarli durante le manifestazioni.

Come si spiega la crescita del Nouveau parti anticapitaliste (Npa) di Olivier Besancenot, dato all'8-10 per cento alle prossime europee?

Si spiega con il fatto che in Francia non c'è stata la cesura con i movimenti degli anni Settanta come in Italia. Sono storie diverse, ma per me questo è un elemento significativo. L'Npa rappresenta un'area militante, sindacale, culturale di origine maoista e libertaria che, a partire dalla crisi del '68 francese, è riuscita a radicarsi nei movimenti, penso a quello dei senzatetto, dei sans papiers e ad una serie di associazioni dei precari. Forte è anche la presenza nel sindacalismo di base attivo sin dagli anni Ottanta. A differenza dei socialisti e dei comunisti, questa area ha dimostrato una sensibilità per i cambiamenti sociali. Parliamo di una realtà consolidata che è diventata nel tempo una scuola politica. Molti socialisti, come Henri Weber, hanno iniziato da qui. La figura di Besancenot è il simbolo della nuova generazione: un laureato dequalificato che ha un master e fa il postino. Una parte del suo consenso viene dai trentenni che si riconoscono nella sua situazione e criticano la mancanza di un ricambio generazionale ostacolato da chi è andato al potere con il '68.

La Cgil ha mostrato timide aperture rispetto al movimento dell'Onda che ha riportato l'attenzione su questi problemi in Italia. Qual è il rapporto tra il sindacato, i partiti e i movimenti in Francia?

Di comunicazione. Lo si è visto nelle lotte contro il Cpe, contro la riforma universitaria e nello sciopero generale della settimana scorsa. Ricordo però, quando sono nate le prime associazioni dei precari, nei primi anni Novanta, la Cgt sostenne che non erano rappresentative. Dopo il movimento degli stagisti del 2005 l'atteggiamento è cambiato. La Cgt ha attivato comitati per i disoccupati, ha assistito i sans papiers nella ristorazione. Ha dovuto rispondere alla concorrenza dei sindacati di base.


18 marzo 2009

Guglielmo Forges Davanzati e Andrea Pacella : il problema della povertà

 Il “capitalismo compassionevole” – la filosofia che, in ultima analisi, ispira questi interventi – è un topos degli esecutivi di Destra e, in quanto tale, non sorprende la natura e l’entità di queste misure. Si resta, invece, perplessi quando si apprende che questa linea – ovvero la sostanziale inazione - viene rivestita di scientificità. Andrea Garnero, recentemente e sulle colonne on-line della voce.info, suggerisce di non introdurre in Italia il reddito minimo, criticando a riguardo il RMI francese, adducendo la duplice motivazione che ciò incentiverebbe il lavoro nero e l’evasione fiscale e costituirebbe un aggravio insostenibile per le finanze pubbliche. A ciò aggiunge che il reddito minimo costituisce un disincentivo al lavoro. La prima motivazione potrebbe avere semmai un fondamento se letta a contrario: è proprio laddove i lavoratori inoccupati non dispongono di redditi non da lavoro, sono costretti ad accettare posti di lavoro irregolari. La seconda motivazione è, soprattutto oggi, del tutto inconsistente, alla luce del sostanziale venir meno dei vincoli di Maastricht e del Patto di Stabilità, nonché delle numerose dimostrazioni teorico-empiriche dell’assenza di stringenti criteri scientifici che possano legittimare politiche di pareggio di bilancio[2]. A ciò si può aggiungere che, anche nel tendenziale rispetto dei parametri di Maastricht, risorse aggiuntive per far fronte al problema potrebbero essere ricavate da più efficaci azioni di contrasto all’evasione fiscale, che l’Agenzia delle Entrate stima nell’ordine dei 250 miliardi di euro (circa il 20% del PIL), dei quali sono stati recuperati, nel 2007, solo 6 miliardi.



Appare allora chiaro che la reale motivazione che sottende questi argomenti sta nel fatto che l’erogazione di un reddito minimo – qualunque sia la modalità con la quale viene concepito – ha il duplice effetto di accrescere il salario di riserva, aumentando, per questa via, il potere contrattuale dei lavoratori, e di disincentivare non la ricerca di lavoro in quanto tale, ma la ricerca di un’occupazione con mansioni non coerenti con le qualificazioni acquisite.
Per contro, se si conviene che la crisi in atto è una crisi da bassi salari[3], ciò che occorrerebbe fare è semmai muoversi nella direzione opposta rispetto a quanto si sta facendo in Italia, e rispetto a quanto suggerito da Garnero, con azioni finalizzate ad accrescere le retribuzioni in termini reali, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi più bassi con maggiore propensione al consumo. Con una specificazione rilevante. La pura erogazione di un sussidio in moneta può rivelarsi inefficace per questo obiettivo, in condizioni nelle quali le imprese – soprattutto mediante strategie finalizzate ad accrescere la concentrazione industriale – possono accrescere i prezzi. Il che non solo non è da escludere, ma è anche verosimile, dal momento che l’aumento dei salari reali – per una struttura di mercato data e in assenza di incrementi di produttività – riduce i margini di profitto. In tal senso, l’introduzione di un reddito minimo può dar luogo a esiti inflazionistici, se le imprese sono in grado di neutralizzare per questa via il rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori[4]. Per l’obiettivo di contrasto alla povertà, questa considerazione porta a ritenere preferibile – rispetto all’erogazione monetaria - la fornitura diretta di beni e servizi da parte dell’operatore pubblico, proprio perché offre ai beneficiari la certezza del miglioramento delle loro condizioni materiali di vita. Il che –
come è stato suggerito su questa rivista - potrebbe essere realizzato mediante misure di ridistribuzione del reddito che garantiscano una maggiore produzione di beni e servizi pubblici mediante la tassazione dei redditi più alti, in primo luogo colpendo i profitti derivanti dalle speculazioni finanziarie


10 marzo 2009

Giovanni Mazzetti : la costrizione al lavoro

Durante la fine del XV secolo e per tutto il XVI, fu necessario emanare numerose leggi per reprimere l'evoluzione spontanea verso il vagabondaggio. Lo scopo era quello di costringere la gran massa ad accettare un lavoro salariato, anche se non ne sentiva il bisogno : in Inghilterra sotto Edoardo VI venne emanato uno statuto che stabiliva che, se qualcuno di colore che erano privi dei propri mezzi di vita avesse rifiutato di lavorare e avesse preferito mendicare, avrebbe dovuto essere aggiudicato come schiavo a chi l'avesse denunciato.
Per un lungo periodo di tempo, dunque, i nostri antenati sono stati costretti a praticare quel rapporto di vendita della propria capacità di lavorare che non erano in grado di porre in essere volontariamente. Solo più tardi, quando la produzione capitalistica si è definitivamente affermata, è possibile rilevare l'esistenza di una classe operaia che per educazione, tradizione,abitudine, ha cominciato a riconoscere come leggi naturali ed ovvie le esigenze di questo modo di produzione ed ha sperimentato eventualmente una "libertà" nella "scelta" di un lavoro. 



I componenti di questa classe hanno cioè dovuto giungere a considerare la costrizione al lavoro come un qualcosa di connaturato alla loro stessa esistenza normale come individui. E solo così hanno potuto praticare quel rapporto che non avevano e non avrebbero scelto, come loro rapporto. D'altra parte, quanto il lavoro salariato sia un'attività libera è ben evidenziato dall'esperienza richiamata da Marx nei Manoscritti del 1844, là dove sottolinea che la forza lavoro si riferisce al lavoro vivo come ad un lavoro estraneo e se il capitale volesse pagarla senza farla lavorare, essa accetterebbe volentieri l'affare


3 dicembre 2008

Intervista a Chiara Saraceno : bisogna costituire un reddito minimo per i più poveri

 

Professoressa Saraceno, il bonus alle famiglie aiuterà davvero a combattere la povertà?

E' un bene che il governo si sia accorto che la povertà esiste, ma credo che il bonus incoraggerà semplicemente le famiglie a risparmiare mentre questa misura ha come obiettivo, immagino, il rilancio dei consumi. In tempi difficili come questi, le famiglie temono la recessione e dunque metteranno da parte il bonus o lo useranno per pagare qualche debito.

Non così con la social card o "carta acquisti", concepita per fare la spesa e pagare le bollette.

La social card è un embrione di reddito minimo e dunque va nella direzione giusta, ma non si capisce perché venga limitata unicamente agli anziani e alle famiglie con bambini al di sotto dei tre anni come se soltanto queste persone avessero bisogno di aiuto economico. Voglio dire che servono interventi strutturali, misure buone per tutti a prescindere dall'età anagrafica o dalla condizione famigliare e questo vale anche per gli ammortizzatori sociali per i lavoratori atipici: questo Paese ha bisogno di un reddito minimo garantito per i bisognosi e una indennità di disoccupazione, e non importa se si proviene da un contratto atipico o meno.



Il governo ha pensato anche a chi deve pagare il mutuo a tasso variabile: lo Stato si accollerà la parte della rata che eccede il 4%. Criticabile?

Purtroppo è come l'Ici, una misura che sostiene anche chi non ne ha bisogno. Pur apprezzando lo sforzo del governo, avrei concentrato l'aiuto alle famiglie più povere tenendo conto che molte non riescono nemmeno a pagare l'affitto. Con questo aiuto per i mutui, in realtà il governo sta trasferendo soldi alle banche. Così come trovo ingiusto prolungare la detrazione degli straordinari: siamo in periodo di licenziamenti e cassintegrazioni e l'industria non si troverà dunque di fronte a molte richieste di straordinario. Tanto più che molte persone, penso alle donne con famiglia, non si possono permettere di fare un orario più lungo. Bisognerebbe restituire ai lavoratori il fiscal drag, poiché all'aumento nominale della busta paga non corrisponde un maggiore potere d'acquisto.

Tremonti dice che non si sono soldi, ha persino cancellato l'idea di detassare le tredicesime.

Insisto, meglio poche misure concentrate nei settori più deboli piuttosto che una pioggia di piccoli aiuti.

Tornando al bonus per le famiglie, non le sembra che escludano a priori i single senza figli e dunque i giovani, spesso precari?

Certo, questa misura non spingerà certo i ragazzi ad uscire di casa. Sceglieranno di rimanere con mamma e papà, magari per raggiungere i requisiti per ottenere il bonus. E nemmeno servirà a incentivare le nascite il prestito a tasso agevolato alle famiglie con nuove nascite, visto che un bimbo è un costo prolungato nel tempo. Mentre accolgo positivamente il blocco o la riduzione delle tariffe per le forniture di gas ed elettricità, e il blocco delle tariffe per i pendolari del treno e dell'autostrada.

Il governo spiega che social card e bonus sono strumenti adottati in molti Paesi. Il welfare può esistere anche in questo modo?

La social card esiste in molti Paesi, ma viene nascosta una verità fondamentale e cioè che nell'Europa a 15 soltanto l'Italia e la Grecia non prevedono l'indennità di disoccupazione a prescindere. Purtroppo pare che anche questa volta il governo abbia concepito un provvedimento ad hoc, limitato nel tempo, perdendo ancora una volta l'occasione di intervenire seriamente riformando il welfare. Ripeto, destinare piccoli aiuti di volta in volta a categorie diverse, siano gli anziani o le famiglie con bambini molto piccoli, non serve a combattere la povertà.


30 marzo 2008

Luttwak : burocrazia e leadership

Per Luttwak l'espansione della moderna burocrazia determina una distinzione tra l'apparato permanente dello Stato e la sua leadership politica.
E' desiderabile tale distinzione ? E perchè ?
E' deprecabile ? E come ovviare ad essa ?



Personalmente ritengo che la burocrazia debba essere subordinata alla dirigenza politica di uno Stato : il reddito di cittadinanza darebbe la possibilità di licenziare un impiegato pubblico che dovrebbe essere pagato ben più di un impiegato privato, ma che dovrebbe essere controllato sulla base del suo contributo al benessere della cittadinanza che è utente dei servizi dello Stato.
L'amministrazione dovrebbe essere legata al destino della dirigenza politica che la produce ex-novo ad ogni tornata elettorale. L'impiego pubblico dovrebbe avere gli stessi caratteri di straordinarietà della rappresentanza politica. Non si tratta di un lavoro come un altro e la mobilità dovrebbe essere totale


20 marzo 2008

Ad ognuno il suo mestiere (ovvero strane omonimìe)

Sergio Cofferati, omonimo del più noto segretario generale della Cgil di qualche anno fa, ha rievocato la figura del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse anni orsono, dicendo che "Marco Biagi e' stato ucciso da un folle disegno che aveva l'obiettivo di interrompere quel processo di modernizzazione e di valorizzazione delle relazioni e dei rapporti sui quali molti avevano lavorato prima di lui e sui quali lui aveva impegnato una parte importante della sua attivita' professionale e politica". Cofferati ha continuato dicendo che "Il professor Biagi e' stato ucciso dalle Brigate Rosse nel mentre svolgeva incarichi importanti per il suo Paese e per il Governo. Il professor Biagi si occupava della ricerca di soluzioni delicate, importanti ed impegnative, di regolazione dei rapporti tra i grandi soggetti di rappresentanza economica e sociale, tra il Governo e i suoi naturali interlocutori. Rapporti diventati ancor piu' importanti nel tempo per le dinamiche accentuate costantemente dalla globalizzazione nelle relazioni che si determinano tra i Paesi e tra le dimensioni sovranazionali. Un lavoro di grande delicatezza, nel quale era indispensabile l'equilibrio, la capacita' professionale, la precisione nella ricerca delle scelte di volta in volta piu' opportune e piu' efficaci".



Un piccolo quiz : l'uomo nella fotografia è il sindaco Cofferati o il sindacalista Cofferati ?

Come potete ben vedere, come succede nelle rievocazioni, il sindaco Cofferati non ha detto un cazzo. Alla fine cosa abbia fatto Biagi è un mistero. Ma lo comprendiamo : deve essere pur difficile essere l'omonimo di un sindacalista che ha organizzato una delle più grandi manifestazioni sindacali contro proprio la legge che portava forse impropriamente lo stesso nome del giuslavorista ucciso (si tratterà di un altro caso di omonimia). Uno dei due Cofferati (non so più nemmeno io se il sindacalista o il sindaco) scrisse un libro dal titolo "Ad ognuno il suo mestiere". Forse in questo libro, inneggiante nel titolo alla specializzazione del lavoro, si sosteneva la tesi che ognuno deve fare il suo mestiere ma il politico deve passare in rassegna tutte le professioni. Nel passare da un mestiere all'altro il soggetto per andare bene probabilmente avrebbe dovuto dimenticare completamente ciò che aveva detto e fatto nel mestiere precedente : un po' come nelle reincarnazioni della religione indù. Se questa è la tesi del libro però c'è una critica che andrebbe fatta : in questo delicato passaggio tra un mestiere ed un altro, perchè non si cambia anche il nome (un po' come fanno i monaci quando prendono il saio) ? Almeno così la palingenesi sarebbe stata completa e noi avremmo avuto una chiara spiegazione di cosa stava facendo il Professor Biagi di così importante per il nostro paese. Invece purtroppo ce lo dovremo far spiegare da Walter Veltroni, dal Professor Ichino e da Professor Giavazzi. Sperando che il primo, che addirittura condivide nello stesso istante più mestieri, non faccia la solita grossa, contraddittoria confusione e ci prenda per il culo per l'ennesima volta.


16 marzo 2008

Europa e reddito di cittadinanza

 L'Europa si allarga e nello stesso tempo si appiattisce. Il peso del libero mercato si fa avvertire sempre di più alle spese dei processi di democratizzazione. Questo sviluppo distorto è particolarmente evidente in due ambiti rispetto ai quali l'Unione europea stenta ad esprimersi con una voce unica: la politica estera e le politiche pubbliche. Per quanto riguarda la politica estera, tutto ciò che riguarda gli aiuti allo sviluppo e le politiche verso il Sud del mondo viene deciso dagli stati nazionali, seguendo logiche post-coloniali e a seconda degli interessi particolari dei paesi membri nelle ex-colonie. L'altro ambito dove l'Unione europea si rivela debole è quello delle politiche sociali, incluse le politiche fiscali e del mercato del lavoro.
In questo ambito, i principi fondativi dell'Unione non le permettono di interferire con la sovranità degli stati membri. Tutte le politiche che riguardano il mercato del lavoro, come la gestione della disoccupazione, la salute, l'immigrazione, l'assistenza sociale vengono lasciate agli stati nazionali. Questo è un paradosso perché molti problemi di questo genere sono diventati più urgenti e difficili da risolvere a livello nazionale proprio a causa del processo d'integrazione europeo. L'Europa provoca danni che poi lascia risolvere agli stati nazionali.
Il terzo problema è invece quello del deficit democratico e la mancata esistenza di un meccanismo che riesca a rendere trasparenti le tre istituzioni fondanti l'Unione europea: la Banca centrale, la Corte di giustizia e la Commissione. Ancora più grave è il fatto che l'Unione europea interferisce con la democrazia nazionale: la gran parte di quello che i legislatori sono tenuti a fare viene deciso a livello della Commissione portando al discredito istituzionale dei parlamenti nazionali.
Uno degli effetti collaterali degli interventi militari in Afghanistan e in Iraq è stata la distruzione di ogni autorità morale e plausibilità di leadership a livello internazionale. Il conseguente vuoto politico richiede di essere colmato da una forza che eserciti un'egemonia positiva e sottolinei l'importanza di rispettare i diritti umani e l'ordinamento internazionale. Molti pensano che l'Unione europea potrebbe sostituire gli Stati Uniti in questo senso, appellandosi a un universalismo cosmopolita. Ma anche quando l'Unione europea riesce ad incidere negli affari internazionali lo fa sulla base di alleanze ad hoc tra gli stati membri, come per esempio nel caso della troika che guida i negoziati con l'Iran sulla questione nucleare. Si tratta di un caso estremo di geometria variabile e non di un'Europa che parla con una voce comune.
Alcuni sostenitori del processo dell'integrazione europea come Jürgen Habermas sono perciò giunti alla conclusione che sia importante rafforzare il ruolo degli stati membri più importanti e che una volta che questi avranno adottato una costituzione europea con mandato popolare gli altri si uniranno. Ma si tratta di una speculazione molto ottimista: l'argomento contrario è che se si formano alleanze tra stati membri come la Germania e la Francia agli altri mancherà la motivazione di aggiungersi e vorranno al contrario ostruire il processo per punire le presunzioni dirigiste di questi attori. La spinta degli stati meno importanti potrebbe perciò non essere quella di imitare il modello ma di opporvisi.
Abbiamo già assistito a uno scenario simile nel 2003 quando divenne chiaro che la Germania e la Francia non avrebbero sostenuto l'impresa bellica degli Stati Uniti in Iraq mentre la reazione di molti paesi dell'Est fu quella di ribadire il sostegno agli Usa. Anche le manifestazioni di protesta contro la guerra nel 2003 furono più un affare che coinvolse la sola Europa occidentale che un simbolo dell'affermazione dell'identità comune europea. Il problema è dunque che manca una sfera pubblica europea che trascenda i confini tra stati nazionali e sia in grado di confrontarsi con la Commissione europea in quanto tale. 
Una parte del problema è di origine storica. Quando gli «euforici» ci invitano ad osservare la storia dell'integrazione degli Stati Uniti, valorizzandone lo sviluppo in direzione federale, e di riflettere sulle analogie con l'Europa commettono un errore di valutazione. Si pensi per esempio alla situazione linguistica. L'Unione europea ha 23 lingue e questo non facilita affatto la creazione di una sfera pubblica unica. Quando Habermas risponde a questo argomento ricordando come l'inglese stia diventando di fatto la prima seconda lingua europea non si accorge che questo è solo vero a livello delle èlites ma non tocca quello che dovrebbe costituire il futuro popolo europeo. Un'altra parte del problema è che i membri dell'Unione europea hanno alle spalle una storia disastrosa di guerre tra loro. Questa storia non è stata dimenticata da parte delle popolazioni e la mancata fiducia che ne risulta porta stati piccoli e medi a voler mantenere una politica estera indipendente da quella dei loro vicini più potenti.
La terza ragione è istituzionale e ha a che fare con la vecchia controversia tra chi favorisce l'allargamento e chi favorisce l'approfondimento del processo d'integrazione. Molta politica estera della Gran Bretagna per esempio va nella direzione dell'allargamento ma alle spese dell'integrazione delle politiche sociali. E anche le discussioni sull'allargamento o la necessità di includere Ucraina e Turchia non tengono in considerazione una regione molto importante: quella dei Balcani occidentali. Gli stati deboli o falliti in questa regione sono tenuti a bada con la promessa dell'integrazione, ma abbiamo anche assistito alla nascita di due nuove entità politiche come il Montenegro e il Kosovo nella forma di quasi protettorati degli Stati Uniti, senza che l'Unione europea manifesti una qualche volontà politica autonoma
La sinistra in Europa è abituata a pensare secondo una logica «nazionale». La situazione è particolarmente complessa nel caso della sinistra britannica, che non ha mai considerato l'integrazione europea come una risorsa. Nell'Europa continentale, nonostante l'esito negativo dei referendum sulla costituzione europea in Francia e Olanda, la percezione dell'Ue come una forza che potrebbe servire scopi sociali è più diffusa. Il risultato di quei referendum dovrebbe essere interpretato come un voto non contro l'Europa ma contro determinate politiche dei governi nazionali. Ciò detto, è necessario rendersi conto che anche una sinistra come quella tedesca, per esempio, non sostiene in maniera inequivocabile il rafforzamento del ruolo dell'Unione europea.
La ragione è che l'Europa viene percepita sia come non-democratica che come una minaccia per la democrazia nazionale. Questo giudizio naturalmente ha dei limiti, ma le ambiguità ci sono. A partire dall'introduzione dell'euro i governi nazionali non hanno più a disposizione le risorse fiscali per contrastare determinate politiche economiche a cui i governi di sinistra un tempo facevano ricorso.
Ancora più serio è il fatto che non esiste una sinistra europea convincente, eccezion fatta per qualche coalizione ad hoc e qualche intellettuale che se ne fa portavoce. Non ci sono partiti politici a sinistra del centro, non ci sono sindacati europei di peso, non c'è neanche una sfera pubblica in cui esprimere rivendicazioni sull'Europa sociale. Manca un anello istituzionale importante e finché questa situazione non cambia il dialogo continuerà a svolgersi a livello personalistico e di èlites senza mai coinvolgere le discussioni sulle politiche nazionali. Nonostante qualche lodevole iniziativa per costituire una versione della sinistra Europea non è stato fatto alcun passo sostanziale nella direzione dei contenuti: nessuna agenda, nessuna proposizione programmatica. Si tratta più delle fasi iniziali di un percorso di ricerca che della vera e propria condivisione di una piattaforma politica.
Il mercato unico europeo e l'integrazione finanziaria hanno rafforzato l'egemonia delle dottrine del libero mercato e diffuso floride promesse sulla scomparsa della disoccupazione e l'aumento generale di benessere. L'esperienza dimostra invece che qualsiasi tentato progresso in materia di giustizia e protezione sociale a livello nazionale si ritorce contro chi tenta di attuarlo. L'integrazione europea è un meccanismo che punisce lo sviluppo sociale. I sindacati a Colonia sanno che se non moderano le loro rivendicazioni salariali perderanno posti di lavoro perché questi saranno dislocati a Liegi.
Un tempo i sindacati che coesistevano con istituzioni socialdemocratiche erano in grado di fare pressioni sui governi ed ottenevano qualcosa in cambio, che fossero pensionamenti anticipati oppure formazione occasionale. Ora la situazione è diversa, se non ci si comporta in modo moderato si viene puniti dal mercato e la mancata moderazione non viene apprezzata neanche dai governi. La maggioranza della popolazione europea si sente minacciata dal processo d'integrazione ed ha buoni motivi per esserlo. Aumenta il senso di insicurezza: sulla casa, il lavoro, la sanità, il futuro delle nuove generazioni. Occorre una forza politica che possa servire fini europei. Occorre una convergenza di piattaforme su scala europea. I datori di lavoro sono più organizzati in questa direzione. 
La questione della politica di classe in Europa deve essere in qualche modo rivisitata. Molte persone percepiscono la loro situazione non più come legata a una problematica di distribuzione del reddito tra capitale e lavoro o di differenza tra quelli che controllano le risorse e quelli che ne sono dipendenti. Il nuovo paradigma è invece sicurezza verso insicurezza. Questo significa che il conflitto sociale non nasce più dal lavoro salariato ma dalla precarietà. Colpisce il fatto che la destra politica sia stata in grado di comprendere la novità di questa questione dal punto di vista programmatico meglio della sinistra.
In effetti, la destra nazionalista di vari paesi, tra cui l'Austria, l'Olanda, la Polonia, o la Danimarca, è stata in grado di rivolgersi ai precari e di ottenere i voti di gruppi come i lavoratori temporanei, i piccoli imprenditori, le ragazze madri con una serie di parole chiave in grado di fare appello al loro senso di insicurezza: la fobia degli stranieri, le barriere doganali, i limiti dell'integrazione europea. La sinistra europea finora non è stata in grado di affrontare il discorso della precarietà con un discorso alternativo plausibile. È necessario che la sinistra riesca ad elaborare un programma per la promozione della sicurezza economica come diritto di cittadinanza a livello europeo. Se la sinistra alternativa e i verdi non riescono a convergere su una simile piattaforma per il reddito minimo e ad ottenere garanzie sociali di qualche genere c'è il rischio che i sostenitori del libero mercato formino una duratura alleanza elettorale con la destra protezionista radicale. La sinistra deve cioè far propria una concezione universalistica delle politiche sociali, legata però a un concetto di cittadinanza europea anziché nazionale. È dunque necessario lavorare di più su questo concetto del reddito minimo come diritto di cittadinanza inteso in senso europeo, il quale riesca ad affrontare il problema della precarietà come fenomeno di massa non limitato alla dimensione nazionale.

(Claus Offe)


14 febbraio 2008

I perchè della precarietà (risposta ad Etienne64)

  Etienne64, che è del mestiere, ha fatto le seguenti osservazioni sulla questione del precariato :

1)  Chi crea ricchezza sono le imprese e senza di quelle tutti fanno la fame. Sicché, massacrare in continuazione le imprese genera sicuramente un effetto deleterio: la volontà delle imprese di scappare. E oggi scappare dove si sta più in pace è senz'altro possibile e conveniente.
La Treu, sostanzialmente, a parte il lavoro interinale (uno dei miti più sbugiardati degli ultimi 10 anni) si era limitata a porre rimedio ad alcuna situazioni grottesche che andavano solo a favore dei lestofanti (per tutte, la conversione del contratto a termine per sfondamento di un giorno).

2) Il vero problema della flessibilità non è l'aspetto strettamente economico, ma quello di adattare il contratto di lavoro ad una specifica relata lavorativa. Gli è che il modello dell'operaio che lavora nella grande fabbrica manifatturiera è stato invece assunto a modello per ogni possibile rapporto di lavoro, dimenticando il fatto fondamentale che, invece, un sacco di gente lavora in contesti sostanzialmente irriducibili alla fabbrica di automobili. Prestare attenzione alle istanze padronali su questo aspetto non è sol furbizia tattica: è intelligenza delle cose.

3) Gli imprenditori non assumono perché costa meno. Gli imprenditori assumo il personale che serve alle loro imprese. Ovviamente, se riescono a risparmiare sono più contenti, ma il problema primario è quello organizzativo. E la prassi assai diffusa dei superminimi anche piuttosto cicci ne è la prova: se un lavoratore vale, sono anche disposto a pagarlo.
Sono i politici che sperano di ottenere consenso adottando degli strumenti che a loro dire dovrebbero determinare un aumento di occupazione.
Le istanze dei padroni possono essere intelligenti per entrambi. Una flessibilizzazione dell'orario può essere conveniente ad entrambe le parti del rapporto. Dipende come è congegnata.
In realtà, chi dimostra la sua insipienza oggi è solo e soltanto il sindacato.

4) La storia dei contratti a termine è l'esempio lampante. La 368 è, per il padronato una legge pericolossisima: quando venne fuori tutti i commenti segnalarono la pericolosità della clausola generale: come sarebbe stata interpretata dalla giurisprudenza?
Il sindacato, però, invece di attaccare come avrebbe potuto (e dovuto) fare è da 7 anni che si lagna della perfidia berlusconiana, ma non spinge nessuno ad agire, anche a fronte di contratti a termine macroscopicamente illegittimi. Infatti, mentre la 230/62 ha riempito i repertori, sulla 368 c'é pochissima giurisprudenza.
Il sindacato ha fatto un bel discorso "politico" (e uso il termine nel senso deteriore) invece di studiare quello che gente come Alleva (giusto per indicare uno ben vicino alla CGIL) scriveva.


5) La storia del precariato poi è l'altra meravigliosa bufala. La Biagi, alla fine, ha semplicemente cercato di riempire alcune nicchie di mercato che con il modello standard di rapporto non venivano fuori grandi cose. Così, l'abolito lavoro a chiamata: solo in casi eccezionali un datore di lavoro può essere interessato a pagare a una persona il 20% (o più) della retribuzione per tenerlo là, in stand by. Però è vero che in taluni casi può essere interessante sia per il alvoratore, sia per il datore di lavoro avere questa opportunità. Alla fine, un mezzuccio che forse avrebbe potuto aumentare diqualche milionesimo di punto l'occupazione. Si presta ad abusi? Si forse. Ma ad evitare abusi ci dovrebbe essere il sindacato.

6) Ancora nel 1970, Persiani notava che il sindacato è necessariamente ambiguo: perché se deve essere rivendicazionista nei confronti della base, i veri vantaggi li ritrae solo dalla contrattazione.
Ora, negare questa natura ambigua è negare la realtà. E limitarsi, per ragioni ormonali, alla pura rivendicazione porta solo a creare una centrale di consenso, non un soggetto efficente. Il fatto che tanta gente strappa la tessera del sindacato e vota Forza Italia deve far riflettere. E dare semplicemnete dei coglioni a chi fa questo significa non voler capire perché ci sono certi moti sociali. Il che non significa approvarli. Ma il prosciutto sugli occhi e negare che certe cose stanno succedendo non serve a niente




Il problema è che se si parte dal concetto che i creatori di ricchezza sono le imprese non andiamo molto lontano. Finiamo semplicemente per dialogare e contrattare con esse da una posizione di debolezza. In realtà la creazione di ricchezza è il risultato di più fattori e quelli decisivi sono i lavoratori. E dunque si deve tenere conto di tutti gli attori in gioco.
Quale che sia il modello di impresa, la precarietà (o flessibilità che dir si voglia) non mi pare una risposta moderna e costruttiva ai problemi specifici che ogni impresa può avere. Mi pare un ritorno indietro, che può essere fatto da qualsiasi sistema paese e che (come ha detto lo stesso Etienne) non provoca un aumento di occupazione degno di questo nome (e del resto l'articolo di Barncaccio lo evidenzia abbastanza)
La flessibilizzazione del tempo di lavoro può essere indirizzata verso l'uso maggiore del part time, ma in primo luogo deve essere una flessibilità agita da entrambi i lati del contratto di lavoro, non deve comportare in maniera nascosta ulteriore sfruttamento della forza-lavoro che non deve dare lo stesso prodotto a tempo di lavoro diversamente organizzato
Non si capisce in che senso la clausola generale della 368/2001 sia pericolosa per il padronato e sarebbe interessante approfondire.
Ma dire che la Biagi serviva solo a riempire qualche nicchia, trascura il fatto che la Biagi intendeva rivedere complessivamente il mercato del lavoro e se non lo ha fatto completamente è stato anche perchè il sindacato per quanto subalterno alla cultura politica che l'aveva creata, ha cercato di indebolirla in sede di contratti collettivi nazionali (è il caso del credito)
Da questo punto di vista il lavoro a chiamata era uno strumento pessimo in quanto non condizionava solo l'orario di lavoro, ma anche i periodi di non-lavoro di uno dei contraenti costituendo un fattore di rigidità oltre che di limitazione della libertà (in pratica si diceva al lavoratore : "attento alle scelte che fai quando non lavori perchè devi essere sempre disponibile nei miei confronti anche se ti dò solo un'elemosina"). Naturalmente è sempre meglio che niente, ma anche la schiavitù è meglio di niente, perchè almeno ti danno da mangiare.
Quanto all'ambiguità del sindacato, è l'ambiguità tra le aspettative che si creano quando si intraprende una lotta ed i risultati conseguiti alla fine della lotta stessa. Questa dialettica tra aspettative e risultati è inevitabile e spesso per ottenere risultati decorosi c'è bisogno di una lotta ad oltranza e di aspettative degne di questo nome. Il contratto non è il compromesso fissato prima della vertenza nelle menti dei gruppi dirigenti. Quando è così non è solo una sconfitta (che è sempre possibile), ma è una resa, una manipolazione della soggettività dei propri rappresentati. C'è il rischio nella vertenza, non certo il rischio di soggettività che non tengono conto dei bisogni materiali dei lavoratori, ma il rischio che ci si assume e che si condivide quando non si vuole arretrare oltre un certo punto perchè si presume, con un certo grado di plausibilità, che oltre non c'è la ritirata dignitosa, ma un piano inclinato.
Infine c'è la possibilità  a mio parere di rapporti più flessibili. Questo però solo a patto di introdurre un paracadute sociale generale come il reddito di cittadinanza. Senza una rete di sicurezza di questo tipo, la felssibilità si traduce quasi sempre in precarietà.

 

 


18 dicembre 2007

Italia e Danimarca

In un post precedente dove citavo la critica di Emiliano Brancaccio al Prof Ichino in un articolo di "Liberazione" di qualche tempo fa c'è stata una piccola discussione dove il buon Titollo ha così esposto le sue tesi : "1) fra Italia e DK ci in primo luogo differenze sostanziali nella struttura produttiva ed educativa, che non sono elementi indipendenti dal design giuslavoristico che si vuole scegliere. In secondo luogo in Italia il mercato del lavoro presenta diseguaglianze (per età, sesso, regione, durata, livelli di tutela, livelli di legalità) che la DK non ha. Di solito a problemi diversi si risponde con strumenti diversi. Già questo basterebbe per mettere in soffitta la flexsecurity.

2) La flexsecurity, by definition, è una combinazione di elevata flessibilità in entrata/uscita dal lavoro ed elevata protezione sociale. Io ho solamente chiesto se è davvero auspicabile avere una società in cui gli individui sono obbligati a saltare da un lavoro ad un altro, secondo il giudizio insindacabile delle imprese e dal mercato, due variabili fuori dal controllo democratico (le scelte strategiche di una azienda vengono prese dal suo management, non dal Parlamento o dai lavoratori che vi sono occupati). E' una questione di filosofia sociale.

3) non capisco questo continuo richiamo al reddito di cittadinanza, che è un provvedimento che non c'entra nulla con il lavoro: esso è solo un reddito monetario a cui hanno diritto tutti i cittadini che non hanno altre forme di guadagno (reddito da lavoro, indennità di disoccupazione di breve o lunga durata, borsa di studio, ...), indipendentemente dalla propria condizione di ex-lavoratore. In Italia ci sono le suore, i preti e il volontariato (ovvero la generosa carità) a prendersi in carico gli indigenti. Nei Paesi civili è la società, attraverso lo Stato, a farsi carico di queste situazioni di difficoltà (ovvero la solidarietà sociale) per permettere a ciascuno di essere considerato un cittadino come tutti gli altri. Riassunto con uno slogan, in Italia si aiuta chi resta indietro, in Scandinavia si lavora affinchè nessuno resti indietro.


Poi ha aggiunto : "Ammetto di essere un po' retrò e di faticare a sintonizzarmi su questa logica compensativa che sta facendo proseliti pure in aree politiche impensabili. Da buon socialdemocratico ho sempre pensato che il compito dello Stato fosse quello di far lavorare più persone possibili e nelle migliori condizioni (Piena e buona occupazione, si diceva). Il fatto che questo compito sia stato ormai quasi completamente delegato al mercato (credo con la convinzione, assai ideologica, che il mercato sia una istituzione in grado di allocare sempre in modo ottimale le risorse) dà l'idea della regressione politico-culturale che si è avuta negli ultimi 20 anni.
Non giova all'Italia il fatto di avere un partito sedicente riformista che ormai da tempo si è consegnato al nemico, senza condizioni. Ma nemmeno una sedicente sinistra radicale che da anni ha impostato un dibattito sugli strumenti (art.18, legge Biagi, ...) invece che sugli obiettivi, finendo per ritagliarsi il non-piacevole ruolo di retroguardia politica. Il fatto che le opinioni più eterodosse provengano da Luciano Gallino o Paolo Leon, due che marxisti non lo sono mai stati e che provengono dalla sinistra liberale d'ispirazione anglosassone, la dice lunga sulla disastrosa situazione in cui versa il dibattito politico italiano.
"






Credo che sia giusto e opportuno rispondere a questa provocazione intellettuale :
A) Inizialmente una precisazione : non intendo propagandare la flexicurity danese, anche perchè ho ospitato una citazione di un economista che è perplesso proprio sulla possibilità di importare un modello del genere. E tuttavia ho sostenuto più volte l'opportunità di adottare il reddito di cittadinanza e di essere disposto in cambio di una ricezione a livello costituzionale di tale strumento a cedere sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma questo non mi sembra in maniera immediata l'adozione di un modello di flexicurity sul tipo di quello danese.

B) Oltre all'articolo 18 in Italia, quali sono gli strumenti che impediscano o controllino la facoltà delle imprese di assumere e licenziare ? Cioè, per il tuo auspicio di filosofia sociale c'è un esempio attuale o un progetto di politica economica che lo renda concreto ?  La politica della piena occupazione quali concrete possibilità ha di farsi strada se non rendendo più precario e/o mal pagato il lavoro ?

C) Quando si parla di reddito di cittadinanza non ci si rende conto che esso è una famiglia di strumenti o meglio una famiglia di diverse ipotesi, per cui definirlo in maniera schematica (perchè si condivide la definizione di uno o di un altro) non contribuisce granchè alla discussione. Per una trattazione più completa rinvio al mio articolo sulla Rivista telematica "Crisieconflitti", dove ipotizzo (ma lo ha fatto il giuslavorista Bronzini prima di me) che il reddito di cittadinanza possa essere la componente minima di una più ampia famiglia di redditi quali indennità di disoccupazione e pensioni.

D) Affidare l'aiuto gli indigenti a Chiesa e volontariato ti sembra una soluzione sostenibile nel lungo periodo ? Ma allora perchè ci si lamenta del fatto che la Chiesa pretenda (ed abbia conforto dalla maggioranza delle forze politiche) di mettere bocca in quelle che la cultura laica considera scelte personali degli individui ? Se la Chiesa gestisce una così larga parte dei processi di riproduzione sociale perchè negarle la valenza di soggetto politico ed istituzionale, perchè a coloro che aiuta essa non può chiedere esplicitamente un'adesione ideologico-politica che riguardi anche gli stili di vita ? Il reddito di cittadinanza potrebbe invece essere uno strumento per rimodulare lo Stato sociale e per affrancare l'assistenza dall'oligopolio di marca religiosa.

E) Se negli Stati scandinavi, come tu stesso dici è lo Stato a farsi carico delle situazioni di difficoltà, anche in Scandinavia si aiuta chi è rimasto indietro, non è che si riduca tutto alla politica attiva del lavoro. Il problema è chi e come lo si fa.  Certo, negli ultimi 20 anni c'è stato un arretramento, ma c'è anche una oggettiva difficoltà di riprodurre il lavoro salariato anche nelle forme legate all'intervento dello Stato (su questo ti rimando agli scritti di Giovanni Mazzetti)

F) Cosa più importante, non condivido del tutto il fatto che si metta il lavoro al centro della società e si consideri la solidarietà un momento di elemosina o di aiuto condizionato al più rapido reinserimento lavorativo. Perciò credo che il reddito di cittadinanza vada reinterpretato e collegato anche alla scelta del non-lavoro. Non lo faccio solo sulla scia delle teorie legate al Negri e/o al Settantasette, ma sulla base della critica fatta da Marx al programma di Gotha. E non è un caso che Oskar Lange abbia elaborato una tesi (che rientra nella famiglia delle ipotesi sul reddito di cittadinanza) che poi è stata fatta propria dal keynesiano Meade.

G) Quanto alla questione dell'insistenza sugli strumenti e non sugli obiettivi, io sono del parere che la questione degli strumenti sia la questione di come si riescano a conciliare diversi obiettivi e diversi valori e dunque non è fuorviante rispetto alla discussione sugli obiettivi stessi. Sarebbe interessante sapere come tu ritenga che si possano perseguire gli stessi obiettivi attraverso diversi strumenti.


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