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28 settembre 2011

Lettera alla Cgil : c'entra qualcosa il referendum ?

Un’altra ipotesi inquietante circa l’attacco speculativo ai titoli del debito italiano lega tale attacco all’esito referendario. Il giorno 17/6/2011 l’agenzia Moody’s mise sotto osservazione il rating tricolore in vista di un possibile downgrade. Le ragioni addotte erano una perdita di consenso del governo che non aveva avuto il via libera degli elettori sulle scelte circa il nucleare e l’acqua pubblica, oltre che l’incertezza circa la realizzazione di riforme tese ad aumentare la produttività e a diminuire la rigidità del mercato del lavoro (quest’ultimo è un mantra costante per l’Italia e, come al solito, mira a noi). È molto probabile che, nel caso dell’Italia, l’oligopolio finanziario mondiale, ansioso di investire nella distribuzione privatizzata dell’acqua e di speculare sugli improbabili investimenti a lungo termine sul nucleare, abbia mal incassato la scelta democratica dei cittadini italiani ed abbia cercato di raggiungere gli stessi obiettivi (se non obiettivi più ambiziosi) attraverso questi attacchi speculativi.

 

 

L’Fmi si associava a questo giudizio sottolineando maggiormente la scarsa crescita, ma metteva in collegamento quest’ultima con politiche eccessivamente restrittive. Questo lato del ragionamento non a caso è stato lasciato sospeso tranne che nel ridurre le imposte alle imprese. Ora già si parla di privatizzazioni corpose (vedi la recente proposta di Lamberto Dini). A questa tesi qualcuno potrebbe obiettare che in realtà la crisi del debito degli ultimi tre mesi ha riguardato anche altri paesi (Portogallo e Irlanda in particolare), ma, mentre prima l’Italia sembrava essere ancora lontana da un attacco speculativo, ad un certo punto la situazione è precipitata e questo si può collegare all’ipotesi in oggetto.

 

 


10 giugno 2011

Acqua privata e aumento dei prezzi

La propaganda ideologica volta a favorire la privatizzazione dei servizi idrici si basa su alcuni argomenti che possiamo così riassumere : il mondo si trova di fronte ad una probabile e drammatica crisi idrica. Questa crisi non è causata da una scarsità assoluta di acqua, ma da una scarsità relativa all’efficienza della distribuzione di questo bene. Poiché nei decenni scorsi nella maggior parte degli stati  la distribuzione dell’acqua era regolata dal settore pubblico, è il settore pubblico e la sua inefficienza la causa principale della crisi idrica mondiale. Perché si ponga rimedio a tale situazione, è necessario affidare la distribuzione dell’acqua ad imprese private che aumentino le tariffe, permettano una diminuzione degli sprechi ed investano i profitti per il miglioramento delle infrastrutture legate alla distribuzione.

Seppure parte del ragionamento sia condivisibile, non si vede perché l’impresa privata sia più adatta per ridurre gli sprechi e per investire nel miglioramento degli impianti. Resta cioè sospetto il fatto che l’ingresso di privati in questo settore debba coincidere con l’aumento delle tariffe, quasi che quest’ultimo sia propedeutico più all’aumento dei profitti del capitale privato che non all’aumento di investimenti necessari per migliorare la rete di distribuzione o le capacità di estrazione di quello che è ormai considerato l’oro azzurro.

 

 

Va detto che le crisi idriche in realtà non si riescono ad attribuire in maniera univoca alla gestione pubblica o privatistica delle reti. Il ragionamento che ci fa preferire la proprietà pubblica anche delle reti di distribuzione è questa : quale che sia la necessità di aumentare le tariffe, queste dovranno sopportare, nel caso l’affidamento sia a soggetti privati, un ulteriore aumento equivalente al profitto che queste imprese private vorranno conseguire. In secondo luogo se l’utente o il cliente è l’ente pubblico che prima si occupava direttamente della distribuzione idrica, tutti i problemi che riguardavano il suo intervento diretto (corruzione, ragioni di consenso, indifferenza verso i risultati) potrebbero trasportarsi tal quali a livello della valutazione della qualità gestionale del soggetto privato che lo sostituirebbe : in pratica un ente pubblico che sia cliente di un impresa che gestisca la rete idrica potrebbe tranquillamente rimanere indifferente verso l’inefficienza eventuale di tale impresa. In terzo luogo la stessa opinione pubblica, mentre per ragioni populiste potrebbe essere spietata nel giudicare il comportamento di un ente pubblico nella gestione di una rete idrica, sarebbe invece molto più comprensiva nei confronti di un impresa privata, in quanto questa tra le altre cose avrebbe come obiettivo primario la valorizzazione del capitale investito.

In realtà i problemi relativi alle crisi idriche hanno ragioni molteplici e complesse. È ovvio che ci sarà bisogno di un utilizzo più oculato delle risorse idriche e questo utilizzo potrebbe essere legato all’aumento delle tariffe. Tuttavia questo aumento deve essere articolato in modo da non trascurare il fatto che alcuni degli utilizzi dell’acqua sono legati a diritti fondamentali dell’essere umano, come quello alla vita ed alla salute.

Dunque gli aumenti devono riguardare non tanto il consumo individuale e familiare dell’acqua, ma soprattutto il consumo per scopi industriali, dal momento che le imprese, molto più delle famiglie, possono organizzare la loro produzione in modo da diminuire gli sprechi delle risorse naturali utilizzate. In secondo luogo bisogna rendersi conto che i costi della distribuzione idrica non possono, in linea di principio prima che di fatto, essere sopportati dalle sole tariffe, ma vanno integrati  dal ricorso alla fiscalità generale, soprattutto per quel che riguarda l’uso dell’acqua volto a soddisfare quei diritti fondamentali di cui abbiamo parlato prima.

Assolutamente inaccettabili le considerazioni di un certo Novello Papafava per il quale sarebbe meglio alzare i prezzi piuttosto che limitare alcuni utilizzi dell’acqua, quando l’innalzamento dei prezzi sarebbe lo strumento indiscriminato per conseguire  proprio la diminuzione dei consumi. Nel caso però dell’aumento dei prezzi, alcuni potrebbero ugualmente sprecare mentre altri potrebbero limitare consumi più legati ai diritti di cui sopra, con conseguente aumento dell’inefficienza e dell’ingiustizia sociale. Più condivisibile la linea tedesca che si è tradotta, senza privatizzare la gestione della rete idrica, in un aumento delle tariffe ed in un razionamento dei consumi.

 

 


8 giugno 2011

La forma (logica) dell'acqua

Sul blog di Noise from Amerika si può leggere un post sul referendum sull’acqua. All’interno dei commenti a questo post si è ad un certo punto avvitata una discussione sulla natura dei beni pubblici e sull’appartenenza dell’acqua potabile a questa categoria. Ovviamente la discussione non poteva assumere un tono civile, dato il carattere uterino di alcuni dei partecipanti alla discussione stessa.

A parte un commento sarcastico al fatto che una discussione col professor Boldrin dopo poche battute si riduce alla solita disputa tra guappi su chi ce l’ha più lungo (il curriculum naturalmente), la questione presenta un certo interesse, in quanto nella definizione dei beni pubblici si possono nascondere strategie ideologiche tese a favorire, in nome del libero mercato, il capitale privato nell’ingresso a beni che sono di rilevanza collettiva.

Prima di affrontare però questo problema, due note sul post di Sandro Brusco che probabilmente non aveva intenzione di sollevare questo vespaio. Brusco giustamente nota che l’acqua è un bene scarso ed, in quanto tale, avente rilevanza economica. Questo però non vuol dire che essa debba essere una merce, ma vuol dire solo che la sua gestione deve essere consapevole del carattere non illimitato della disponibilità del bene. Tuttavia Brusco ha detto anche una solenne sciocchezza, equiparando un bene come l’acqua con un bene come il pane (egli argomenta che, dal momento che le panetterie sono gestite da privati, non si vede perché anche l’acqua non possa essere distribuita da imprese private), quando l’utilità dell’acqua ed il suo carattere indispensabile è molto maggiore di quella del pane, che è solo uno degli alimenti ed è perfettamente sostituibile nella dieta. Inoltre fare riferimento (come fa il libro pubblicizzato da Brusco e tradotto da Giannino) alle economie ed agli Stati dei paesi in via di sviluppo è una strategia troppo superficiale per argomentare sul ruolo dello Stato nella  gestione dell’acqua. Dire che “Il libro è incentrato sulla politica della gestione dell'acqua nei paesi in via di sviluppo, che al momento è praticamente solo pubblica. È anche in buona misura fallimentare, risultando sia inefficiente dal punto di vista tecnologico (un notevole ammontare di acqua viene sprecato) sia profondamente ingiusta dal punto di vista distributivo (i poveri sono quelli che più frequentemente pagano le inefficienze della distribuzione)” significa fare una semplificazione fuorviante. I problemi legati all’acqua nei Pvs sono problemi complessi che hanno cause spesso legate all’attività estrattiva ed industriale di imprese private.

La definizione di bene pubblico, così come è trattata nella letteratura specialistica, nasconde invece una operazione ideologica. Il primo tassello di questa operazione è quello solito con cui gli scienziati  in genere generano l’equivoco tra la dimensione nel sapere specialistico e quella del linguaggio comune. L’operazione consiste nel prendere un termine di uso comune e di dargli un senso almeno parzialmente diverso. Come ad es. dimostra Frege in un suo scritto, l’operazione è fatta in maniera assolutamente irresponsabile e indifferente alle conseguenze che possono generarsi. Una di queste è la possibilità che persone mediamente istruite possano riflettere sul contenuto di una scienza incoraggiati dall’utilizzo di termini di uso comune. Il problema è che però queste persone intendono tali termini nel senso che viene loro comunemente attribuito. Il risultato spesso è che le tesi sostenute all’interno di quella scienza che utilizza questi termini risultano spesso contro intuitive e questo causa malintesi e corto circuiti nella comunicazione tra scienziati ed il resto del corpo sociale. Ma in questo caso l’operazione non ha solo questo effetto collaterale, come si può vedere dal fatto che uno dei partecipanti alla discussione del post suddetto sia stato mortificato dal Pico della Mirandola di turno.

Per evidenziare questa strategia ideologica bisogna in primo luogo osservare che nel caso del termine “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” almeno nel linguaggio comune in Europa attiene alla dimensione in cui interviene lo stato oppure le c.d. “istituzioni pubbliche” a causa della rilevanza etico-politica dei beni o delle situazioni considerate. Inserire  il termine “bene pubblico” in un contesto semantico del genere può portare perciò a malintesi. Questi consistono soprattutto nel fatto che l’ambito più ristretto cui si riferisce il termine tecnicamente interpretato si sostituisce surrettiziamente all’ambito semantico più esteso cui si riferisce il termine nell’uso comune. In questo modo si induce l’ascoltatore a considerare i beni pubblici definiti dalla letteratura specialistica come i soli beni pubblici che debbano essere necessariamente tutelati dalle pubbliche istituzioni, a meno che non si introducano ipotesi aggiuntive. Infatti nella definizione specialistica di “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” non si riferisce a quei beni che vengono considerati collettivamente rilevanti dalla comunità dei cittadini, ma da quei beni di cui è inutile o impossibile appropriarsi e che, per questo motivo, vengono demandati alla gestione delle istituzioni pubbliche. In questa prospettiva lo stato prima facie diventa l’agenzia che si occupa in senso residuale di quei beni di cui i privati non possono fare uso per arricchirsi. Ovviamente questo processo non è deducibile dalle tesi della letteratura specialistica che ha operato questa definizione di “bene pubblico”. Dunque apparentemente gli intellettuali che hanno svolto questa operazione hanno la coscienza pulita. Ma l’effetto psicologico e ideologico di questa operazione lo si può riconoscere sia nel dibattito accademico esistente intorno a questi problemi, sia proprio nella spiacevole discussione generata da questo malinteso nella discussione del post suddetto. Gli economisti e i giuristi di impostazione liberista infatti spesso giocano sull’ambiguità : da un lato essi sostengono che le loro definizioni sono quelle più libere da intrusioni ideologiche o etiche, d’altro canto essi usano quelle definizioni per sostenere la loro posizione ideologica ed etico-politica che impedisce allo stato di occuparsi di molte attività economiche in nome della proprietà e della libertà d’impresa. La presunta neutralità teorica diventa non-intervento pratico (con tutti i rischi di connivenza e di omissione che questo comporta).

Che questo paradigma abbia successo è dato dal fatto che anche economisti liberal accettino queste definizioni ed il ruolo residuale dello Stato che da esse deriva. Non serve a nulla assicurare che lo Stato non si debba occupare solo dei beni pubblici, in quanto la manovra ideologica consiste nel rendere più difficile argomentare sulla necessità che lo Stato si debba occupare di certe questioni.

Ma anche se vogliamo fare astrazione da questa ipotetica funzione ideologica che la definizione specialistica di “bene pubblico” dovrebbe svolgere, non possiamo fare a meno di notare che tale definizione presenta alcuni problemi di carattere analitico. Si dice infatti che bene pubblico è un bene che riunisca in sé le due caratteristiche della non-escludibilità nel consumo e della non-rivalità nel consumo. Ma cosa s’intende con queste due proprietà ? E quali sono gli esempi di beni di questo tipo ? In realtà la definizione di queste due proprietà nella letteratura specialistica spesso non è unica, in quanto, dietro una apparente equivalenza, si nascondono differenze che andrebbero concettualmente ricomposte. Per quanto riguarda ad es. la non-escludibilità essa si tradurrebbe nel fatto che l’esclusione di un consumatore addizionale dal godimento del bene è impossibile. Altri però parlano semplicemente del fatto che è impossibile escludere dal godimento del bene un consumatore qualsiasi (in realtà probabilmente quest’ultima definizione è costituita da quella precedente più la proprietà della non-rivalità). Come esempi di non-escludibilità si elencano le boe luminose come ausilio della navigazione, la difesa nazionale, l’illuminazione stradale, il controllo dell’inquinamento e la diffusione radiotelevisiva. Il problema è che l’accezione de facto del termine “impossibile” (necessaria perché la definizione rimanga pura rispetto ad istanze etico-politiche) non permette di ricomprendere all’interno della definizione nessun bene, in quanto tale impossibilità potrebbe essere continuamente messa in discussione nel corso del tempo, ma anche a seconda dei desideri, delle aspettative e della tenacia dei soggetti che si potrebbero candidare all’appropriazione di tali beni. Nel caso della diffusione radiotelevisiva, si potrebbero scoraggiare gli utenti che non pagano sequestrando l’apparecchio televisivo. Nel caso del trasporto pubblico si potrebbero comminare ammende a tappeto per un lasso di tempo pianificato. E la convenienza economica di questi provvedimenti potrebbe essere variabile. Nel caso della difesa nazionale si potrebbe provvedere a difendere più una parte del territorio che non un’altra (per ragioni diverse e con giustificazioni più o meno condivisibili) ed in questo caso non sarebbe così automatico il fatto che il bene sia fruito in modo paritario da tutti. Si potrebbero escludere interi rioni dalla fruizione dell’illuminazione stradale. Alcuni possono ragionare sull’escludibilità a partire dal momento precedente l’accensione dei lampioni, altri a partire dal momento immediatamente successivo. Spesso il bene viene considerato astraendo dalle sue modalità di erogazione, altre volte invece viene considerato a valle del sistema che lo eroga. Questa molteplicità di prospettive genera una certa confusione e denota il fatto che la definizione proposta ha qualche problema abbastanza rivelante da renderla inefficace ad orientare le scelte politiche dei cittadini e dei loro rappresentanti.

Per quanto riguarda invece la non-rivalità nel consumo essa viene definita o come la possibilità di godimento del bene da parte di un consumatore addizionale a costo zero, oppure come la possibilità di tale godimento senza che il godimento di un altro venga compromesso, oppure ancora come l’impossibilità di tale gioco competitivo nel momento in cui il bene (o più correttamente il servizio) viene erogato. Queste definizioni sono equivalenti tra loro solo attraverso ipotesi aggiuntive e questo è un problema teorico ulteriore. Alla fine non è un caso che all’interno della categoria dei beni pubblici puri si rischi di non trovare neanche un tipo di bene. La letteratura probabilmente include la difesa nazionale solo per il pregiudizio ideologico secondo il quale la concezione liberal-minimalista considera le truppe anti-sommossa come un residuo statuale ineliminabile atto a garantire l’incolumità della proprietà privata. A guardia del bidone vuoto dei beni pubblici rimane imperturbabile il principe di Windisch-Graetz.

 

A parere di chi scrive, per evitare queste problematiche derivanti dal ricorso a troppo oscillanti criteri di fatto, bisogna ridefinire il concetto di bene pubblico ricomprendendo in esso le istanze etico-politiche utopisticamente escluse e riconciliando l’uso comune del termine con quello della letteratura specialistica. Si può tentare tale definizione dicendo che bene pubblico è un bene non-escludibile de iure. Questo nel senso che il bene venga considerato correlato necessario di un diritto soggettivo e dunque vada assicurato a tutti, tenendo conto della sua scarsità. Questo evita di dover sempre aggiornare l’elenco dei beni che rientrano in questa categoria a causa del progresso tecnologico. Tale aggiornamento può seguire il ritmo più ragionevole (si spera) del dibattito pubblico e della trasformazione del corredo dei valori condivisi da una o più comunità. Dalla proprietà della non-escludibilità può derivare anche quello della non-rivalità, nel senso che, dal momento che viene assicurato a tutti, non è possibile una sua ulteriore fruizione che escluda alcuno degli aventi diritto. Naturalmente, essendo queste proprietà garantite de iure, da un lato l’intervento dello stato non è residuale ma è un impegno in positivo, volto ad assicurare e migliorare la fruizione del bene pubblico da parte di tutti gli aventi diritto. D’altro canto si può spiegare il fatto che tale accessibilità de facto non sia sempre e nella stessa misura garantita. Inoltre questa definizione sancisce che i beni pubblici economici non possono essere definiti all’interno di una presunta scienza economica avalutativa e si inserisce all’interno di una filosofia (o di una teoria) del diritto e della politica che forniscono i vincoli e i limiti che delineano il campo all’interno del quale si può costituire una politica economica. Al massimo l’economia può definire dei beni che vengano collettivamente fruiti, senza però che tale modalità sia tale da portare ad una definizione di “bene pubblico”, dal momento che il termine “pubblico” ha un riferimento di tipo giuridico e normativo difficilmente trascurabile.

 Dunque, applicando questa tesi alla questione dell’acqua, si può concludere che, per quanto questa non sia un bene pubblico nei termini della letteratura pseudo-scientifica (tale proprio perché presume ideologicamente di poter fare a meno dell’istanza etico-politica nel costruire le proprie definizioni), essa è un bene pubblico in quanto la sua erogazione garantisce l’esercizio del diritto alla vita ed alla salute dei cittadini. Qualcuno a questo proposito dice che l’acqua potabile sia un bene escludibile anche perché si può far ricorso all’acqua piovana o a quella imbottigliata. Tuttavia la modalità di erogazione legata agli acquedotti ed ai sistemi di depurazione è probabilmente quella più adatta a garantire la non-rivalità del bene e la sua fruizione genuinamente collettiva. 

 

 


9 maggio 2011

Cosa è successo alla Bertone ?

Molto turbamento all’interno delle organizzazioni che cercano di rappresentare le forze lavoratrici ha generato la decisione della Fiom di appoggiare il sì al referendum alla Bertone.

Questa decisione ha motivato molte critiche, ma in realtà bisogna analizzare la situazione in tutta la sua complessità : c’è in atto contemporaneamente un ricatto sempre più stringente da parte del padronato (Fiat in particolare) nei confronti dei lavoratori e una scomposizione interna alla Cgil ed alla stessa Fiom a seguito di questo ricatto.

Nel caso della Bertone, gli operai da tempo non lavoravano ed inoltre, se l’esito del referendum fosse stato negativo, non solo non ci sarebbero stati gli investimenti preventivati, ma quegli operai sarebbero stati quasi immediatamente licenziati. Per questo motivo la Rsu della Bertone, già forse schierata contro la linea del segretario Landini, ha percepito la reale possibilità che la Fiom, pur avendo il 65% di iscritti, avrebbe perso il referendum se si fosse opposta al ricatto di Marchionne. Senza contare il fatto che non ci sarebbero stati più né operai, né Rsu.

 

 

Di fronte a questa difficilissima situazione Landini ha dovuto opporre una strategia complessa al punto da risultare in un certo senso gesuitica e, si spera, machiavellica. Si è trattato cioè di dare a Marchionne mano libera, mantenendo però come interlocutore chi mano libera non è disposto a concedere nei fatti. Marchionne cioè si troverà di fronte un interlocutore che tenderà a svuotare la concessione a lui fatta del suo significato. Al tempo stesso Landini vuole testare la corrispondenza tra l’atteggiamento moderato della Rsu di Grugliasco e la reale volontà dei lavoratori. Perciò egli ha probabilmente imposto che le Rsu della Cgil debbano dimettersi costringendo a nuove elezioni anche gli altri sindacati. La scommessa è che si verifichi o la sconfessione dei quadri moderati o una sconfitta più pesante degli altri sindacati, o addirittura entrambe le cose. Naturalmente potrebbe verificarsi una combinazione che indebolisca ancor più la Fiom, ma l’alternativa era la completa sparizione sia del lavoro che della rappresentanza.

La Fiom si trova a gestire quello che è il limite difficilmente valicabile delle organizzazioni sindacali e cioè quello di trovarsi nel mezzo tra le esigenze democratiche di rappresentazione della base e le esigenze politiche di trovare una sintesi che permetta il conseguimento dell’interesse generale dei lavoratori. Nei periodi di crisi tale collegamento viene messo in questione radicalmente e si realizzano spesso tendenze centrifughe e distruttive alle quali il sindacato non può opporre se non strategie problematiche e rischiose. Solo la costituzione di un soggetto politico, che abbia la forza di imporre il contesto nel quale il conflitto sindacale si può gestire, consentirà di evitare al sindacato scelte così onerose.

Se fino ad ora il sindacato è riuscito a svolgere opera di supplenza rispetto ai partiti, ciò è stato perché la condizione dei lavoratori era ancora complessivamente omogenea. Ma questo presupposto rischia di non sussistere per molto ancora ed allora la nascita di un soggetto politico forte che rappresenti le istanze del lavoro diventa una necessità.

 

 

 


10 marzo 2010

Alfiero Grandi : il nucleare è una fregatura

L’Italia ha perso il treno del nucleare o ha avuto la fortuna di non prenderlo ?
C’è chi pensa che con il referendum del 1987 l’Italia abbia perso un treno, anche se deve riconoscere che è stata la conseguenza del voto della grande maggioranza delle italiane e degli italiani.
E’ giusto ironizzare sulla strategia nuclearista del governo che vorrebbe riprendere il treno (per usare la metafora) del nucleare senza correre tanto forte da recuperare quello che viene ritenuto un ritardo, mettendo quindi in campo una strategia politica complessa, dall’industria all’Università, alla dipendenza per tecnologie e uranio dall’estero. Infatti il governo ha deciso procedure accentrate per decidere i siti e la loro militarizzazione, come dire con le buone o con le cattive le centrali si faranno.
E’ giusto ironizzare su un governo che vuole “risparmiare” sull’Agenzia per la sicurezza che dovrebbe controllare – per garantire la salute dei cittadini e l’ambiente - sia la scelta dei siti nucleari che le complesse e delicate procedure costruttive delle nuove centrali, per non parlare dello smaltimento delle scorie radioattive e dello smantellamento delle centrali, comprese quelle esistenti fino al 1987.
E’ giusto ironizzare sulla presunta convenienza dei costi dell’energia elettrica che deriverebbe dalle centrali nucleari, quando è ormai chiaro che le energie da fonti rinnovabili sono già in alcuni casi più convenienti (il kilowattora prodotto da idroelettrico ed eolico costa già meno) e in altri settori potrebbero diventarlo prima dell’entrata in funzione delle nuove centrali, sempre che il governo desista dall’insana scelta di tagliare gli incentivi al solare, ecc.
Del resto, la voce dal sen fuggita dell’ad dell’Enel, capofila della lobby nuclearista italiana, ha chiarito che condizione per provare a convincere i finanziatori a starci è la garanzia tariffaria, cioè una decisione presa oggi per i prossimi 30/40 anni. In altre parole, i cittadini dovranno garantire attraverso la bolletta gli investitori. Alla faccia della sicumera con cui viene detto che il nucleare farà costare meno l’energia elettrica.


Infatti, se vengono calcolati tutti i costi veri e cioè almeno 7 miliardi di euro per costruire un Epr, assicurazioni, interessi, risarcimenti per le disgraziate popolazioni coinvolte, ritardi, smantellamento delle centrali e poi gestione delle scorie - alcune delle quali saranno radioattive per centinaia di migliaia di anni - non esiste possibilità di produrre l’energia elettrica con il nucleare a prezzi più convenienti delle altre fonti.
Mit docet. Non a caso Obama deve offrire un aiuto pubblico ai costruttori. Aiuto di cui presto si parlerà anche in Italia, se la scelta del governo dovesse procedere.
Ma il punto vero è a monte: perchè mai l’Italia dovrebbe rincorrere questo treno ?
Tanto più che le Alpi costituiscono una non disprezzabile barriera naturale per proteggere, almeno in parte, dai (frequenti) incidenti altrui, visto che la centrale nucleare più vicina è a 200 km dal confine.
L’Italia sta rincorrendo con ritardo e fatica altri paesi nello sviluppo delle fonti rinnovabili di energia ed ha potenzialità enormi grazie anche alla collocazione geografica. I prudenti dicono che si potrebbero creare 100mila posti di lavoro nelle rinnovabili, altri più entusiasti 250mila (letto su 24 ore) soprattutto se ci decidessimo a prendere il treno (questo sì) di costruire da soli almeno parte delle relative tecnologie e magari di sviluppare la ricerca in sede nazionale.
Il nucleare serve solo a produrre elettricità mentre l’Italia deve puntare al 20% di risparmio di tutta l’energia, così al 20% di fonti rinnovabili e a diminuire del 20% l’emissione di CO2, entro il 2020 pena multe salatissime e il nucleare - se malauguratamente realizzato – porterebbe un modesto contributo del 5% solo dal 2020. Dov’è la convenienza economica a insitere su una teconologia vecchia e pericolosa ? Dov’è l’orizzonte europeo e mondiale dell’Italia in questa scelta ?
Su tutto naturalmente deve prevalere la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Che patto generazionale è mai quello che lascia alle future generazioni per centinaia, migliaia di anni (in alcuni casi per periodi tanto lunghi che è perfino difficile immaginare) le conseguenze di un sistema energetico che durerà, una volta costruito, 50 o al massimo 60 anni ? Il gioco non vale la candela.
Chi non ci crede si informi presso l’Agenzia francese per la sicurezza, che se ne intende, e gli chieda quanto sono preoccupati non solo della qualità costruttiva del calcestruzzo protettivo (il ricordo va alla tragedia dell’Abruzzo), delle opere meccaniche mal eseguite, del programma informatico per la sicurezza che ha portato le Agenzie per la sicurezza di Inghilterra, Francia, Finlandia a chiedere di rifarlo da capo, ma anche del possibile smarrimento della memoria nei secoli a venire che fa correre il rischio che scorie e materiali radioattivi dopo qualche generazione vengano trattati con ignoranza.
La verità è che questo governo, colpito da sindrome neofaraonica, vorrebbe lasciare memoria di sè con 2 opere costose, inutili e pericolose come il Ponte sullo stretto (guardare la cartina del pericolo sismico nella zona) e le centrali nucleari, per di più entrambe affrontate senza alcun riguardo per i contraccolpi sul territorio, sulla salute, sulla sicurezza e infine per l’evidente antieconomicità.
L’Italia non ha risorse da buttare, deve garantire la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Se il ricorso delle Regioni alla Corte Costituzionale bloccherà tutto bene, altrimenti non resterà altra via che chiedere alle italiane e agli italiani come la pensano. I candidati alle regionali della destra non sono vocati al suicidio, hanno letto i sondaggi e tra Scaiola e i voti hanno preferito rincorrere questi ultimi. Forse sono opportunisti ma in fondo fanno capire cosa pensa l’opinione pubblica.


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27 maggio 2009

Facciamo fallire il referendum sulle elezioni

 

Il 21 giugno saremo chiamati a votare, ancora una volta, su referendum elettorali. Certo, condividiamo il diffuso giudizio negativo sulle leggi vigenti per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Queste leggi espropriano le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Oggi non sono gli elettori e le elettrici a scegliere i parlamentari, questi sono nominati dai capi-partito.
L'attuale sistema elettorale andrebbe trasformato radicalmente, per assicurare alle Assemblee elettive il pluralismo delle forze politiche e la massima rappresentatività del popolo italiano.
A tutt'altro, invece, mirano i quesiti del referendum del 21 giugno, che non riguardano il sistema delle liste bloccate e dunque le confermano. Il vero risultato giuridico del referendum sarebbe quello di consegnare il paese al solo partito che avesse un voto in più di ciascun altro, attribuendogli più della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento: con appena il 30 per cento o il 20 per cento dei voti avrebbe il 54per cento dei seggi alla Camera. Inoltre dal Senato sarebbero escluse tutte le liste che non raggiungessero l'8 per cento.
Con la vittoria dei sì, si avrebbero un premio di maggioranza e una soglia di sbarramento enormi, senza precedenti nella storia istituzionale italiana e in quella di ogni paese civile.
Con tre quesiti, che modificano ben 67 punti delle due leggi elettorali, oscuri nella formulazione ma chiari nella finalità di manipolare il sistema di voto, si vuole imporre il bipartitismo coatto, al di là dell'effettiva volontà dei cittadini.
Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale.
Con la vittoria dei sì, sarebbe confermato un sistema che trasforma una minoranza elettorale in stragrande maggioranza parlamentare (tale da poter agevolmente cambiare la Costituzione a suo piacimento), e che ingigantisce il potere del capo di tale arbitraria maggioranza.
Un siffatto sistema elettorale viola la Costituzione, e deve essere rifiutato: il referendum deve fallire, attraverso la non partecipazione al voto o il rifiuto della scheda, per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e.

Per adesioni scrivere all'indirizzo:
fs.russo@tiscali.it

*** Associazione No al referendum elettorale: Gianni Ferrara, Pietro Adami, Cesare, Gaetano Azzariti, Francesco Bilancia, Claudio De Fiores, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Orazio Licandro, Enzo Marzo, Mario Montefusco, Francesco Pardi, Alba Paolini, Gianluigi Pegolo, Pino Quartana, Franco Russo, Giovanni Russo-Spena, Cesare Salvi, Lorenza Carlassare, Mario Dogliani, Roberto La Macchia, Mattia Stella, Massimo Villone, Paola Massocci, Domenico Giuliva, Andrea Aiazzi, Bruno Mastellone, Sergio Pastore, Luigi Galloni


17 aprile 2009

Forza Lega !

Stavolta sostengo la Lega nel suo ostruzionismo, nella sua difesa del particulare che sa almeno di corretta percezione dei propri interessi. E hanno torto i radicaloidi referendari, portatori d'acqua spesso in malafede delle forze politiche egemoni. A partire dalla necessità di scegliere i propri rappresentanti (ma è questa la democrazia ?), presupponendo erroneamente di poterne valutare l'affidabilità, alla fine si stanno facendo gli interessi di una riforma bipartitica del sistema elettorale. Si dirà, ma se il popolo italiano decide con il referendum in questo senso ? 



Ma allora, se il 55% degli Italiani (ma fosse pure il 70-80%),stabilisce che il restante 45 o 20 avrà più problemi nel farsi rappresentare in Parlamento, siamo di fronte ad una democrazia, o ad una dittatura della maggioranza ?


3 febbraio 2008

Col referendum dalla padella alla brace

Le leggi elettorali,  anche se non sono di rango costituzionale, concorrono a determinare la "costituzione materiale", delineando la fisionomia del sistema politico, sia per quanto riguarda l'esercizio concreto della rappresentanza, sia per quanto riguarda la forma di governo.

Non v'è dubbio che l'originario assetto della democrazia costituzionale, come concepito nella Costituzione del 47, sia stato profondamente sfigurato dalla riforma della legge elettorale in senso maggioritario, introdotta a seguito dello sciagurato referendum Segni del 18 aprile 1993, a cui la Corte costituzionale si arrese con una infelice decisione (n. 32/1993).

Dopo che il nostro paese ha sperimentato per tre legislature un sistema elettorale prevalentemente maggioritario (c.d. Mattarellum), anche le persone più semplici che nel 1993 approvarono il referendum sull'onda dei miti e delle suggestioni diffuse, a piene mani, dai mass media, si sono rese conto che questo sistema, che ha introdotto una sorta di "bipolarismo coatto", producendo una artefatta rarefazione della rappresentanza sociale, non ha certo diminuito il numero dei partiti, né il potere delle loro burocrazie, né la loro litigiosità, né ha avvicinato i cittadini ai loro rappresentanti. Anzi ha favorito la torsione oligarchica del sistema politico, favorendo il congedo delle classi popolari dalla politica.

Con l'approvazione, nella passata legislatura di una nuova legge elettorale apparentemente proporzionale (la legge n. 270 del 2005), con premio di maggioranza, il c.d. "porcellum", è stato portato a compimento il processo di involuzione oligarchica dell'ordinamento politico, avviato con il maggioritario, espropriando gli elettori della benché minima possibilità di concorrere a determinare la composizione della rappresentanza politica in Parlamento.

(...)

In questa situazione così compromessa, è mai possibile che il referendum Guzzetta possa fare ulteriori danni? Purtroppo è così.

Questo referendum, utilizzando la tecnica manipolativa (di dubbia ammissibilità costituzionale) già adoperata dai precedenti referendum Segni, non si limita ad abrogare qualche parte della legge Calderoli, ma delinea un nuovo sistema elettorale, che si differenzia da quello attuale su una questione fondamentale. Esso prevede che il premio di maggioranza, tanto alla Camera quanto al Senato, non sia attribuito alla coalizione che raccoglie il maggior numero di voti, bensì alla singola lista che raccolga anche un voto in più rispetto ad ogni altra lista.

E' bene rilevare che un sistema elettorale del genere non esiste in alcun ordinamento di democrazia occidentale, ma non è inusitato nel nostro paese. Esso assomiglia, infatti, come si possono assomigliare due gocce d'acqua, al sistema elettorale introdotto con la Legge 18 novembre 1923, n. 2444, più nota come legge "Acerbo", dal nome del Vice Presidente del Consiglio del primo Governo Mussolini. La legge Acerbo era una legge elettorale proporzionale che prevedeva l'assegnazione di un forte premio di maggioranza alla lista che avesse ottenuto il maggior numero di voti su base nazionale, rispetto ad ogni altra lista.

Le uniche differenze sono date dal fatto che la legge "Acerbo" prevedeva un premio di maggioranza schiacciante (75%), mentre la legge "Guzzetta" prevede un premio di maggioranza più contenuto (54%). Prevedeva, inoltre una soglia minima (il 25%) dei voti validi e lasciava agli elettori la possibilità di esprimere un voto di preferenza, garanzie che non esistono nella legge "Guzzetta".

La legge Acerbo è stato lo snodo tecnico, preliminare ma indispensabile, per l'instaurazione della dittatura fascista. Con essa, infatti, Mussolini ottenne due risultati importanti, aggredì il pluralismo politico, facendo scomparire nel listone presentato alle elezioni del 5 aprile 1924, ogni altra identità o formazione politica che potesse fargli concorrenza, e rese irrilevante la presenza in Parlamento dei suoi oppositori, introducendo una sorta di dittatura della maggioranza. Il passo successivo per la trasformazione in regime avvenne con le leggi speciali del 1925, che non ci sarebbero potute essere se la Camera dei deputati avesse avuto una composizione rispettosa del pluralismo politico. La legge "Guzzetta" otterrebbe lo stesso effetto di quasi cancellare il pluralismo politico e di consentire al Capo del partito beneficiato dal premio di maggioranza, che molto probabilmente sarebbe Berlusconi, di poter controllare il Parlamento e quindi di esercitare il potere di Governo, senza subire condizionamenti da parte né di alleati, né di avversari. Insomma l'obiettivo già perseguito con la riforma costituzionale del Polo di instaurare un "premierato forte", con un solo uomo al comando, verrebbe raggiunto, non attraverso la strada diretta della demolizione della Costituzione repubblicana, praticata con insuccesso nella passata legislatura, ma attraverso il metodo indiretto utilizzato, con successo, dal cav. Benito Mussolini.


(Domenico Gallo)


12 ottobre 2007

Dopo tutto, una bella giornata...

 

Si tirano in ballo le grandi fabbriche, si è certi di colossali brogli, si dice che il sindacato è ormai corrotto. Non nego che si tratta di sentimenti e di tesi con un fondamento forte nella realtà.
Le grandi fabbriche sono luoghi dove la discussione democratica è più consolidata, dove la coscienza di classe è più salda. Le elezioni hanno avuto un'organizzazione approssimativa, tale cioè da permettere tranquillamente i brogli. Questi ultimi avrebbero avuto una motivazione politica forte e lo spirito gregario interno alle organizzazioni sindacali forse avrebbe permesso fenomeni del genere.

Tuttavia dobbiamo prendere atto che il lavoro dipendente è composito e disperso e che lo stesso è il sindacato, dove convivono strutture ormai usurate con realtà ancora vive. Il sindacato in questi anni è stata l’unica vera casamatta che ha frenato almeno in parte la voglia matta di destrutturare il mercato del lavoro (la difesa dell’articolo 18 per quanto isolata da un contesto di lotte più complessive è stata comunque una battaglia importante). Il sindacato è stato il vero interlocutore politico ed ha supplito ad una sostanziale incapacità delle forze politiche (tranne in parte Rifondazione comunista) di difendere (da posizioni meno difficili) lo Stato sociale sia pure imperfetto che ci ritroviamo.

Naturalmente per sindacato intendo la Cgil e non Cisl e Uil che sono ormai alla ricerca di un ruolo neo-corporativo all’interno di un modello di relazioni sociali non più conflittuale, ma fondamentalmente consociativo. Non nego che anche la Cgil avrà forse un’ulteriore involuzione. Non nego che forse ce ne andremo tutti, chi prima e chi dopo, alla spicciolata. Ma se all’epoca della nascita del Pds, ero molto più ottimista sulla nascita di un nuovo Partito comunista (e lo sono ancora perché credo che debba nascere un nuovo Partito comunista oltre la Sinistra Unita), non ho avuto altrettanto ottimismo nel pensare ad un nuovo sindacato a sinistra della Cgil. Ci vorrà tempo perché le defezioni trovino uno spazio unitario ed una struttura organizzata in grado di conquistare sul campo l’autorevolezza e l’incidenza per essere un polo rilevante nel mercato del lavoro. La crisi del sindacato si affronta con una nuova analisi della fase che a mio parere passa per la lotta politica per il reddito di cittadinanza e la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, lotta che precede la riconfigurazione degli scopi e della struttura del sindacato.

Al tempo stesso è difficile pensare ad una serie di brogli tale da falsificare l’intero risultato della consultazione. La verità è che i lavoratori hanno ascoltato solo una campana, ma allora il problema non sono i brogli, ma le regole della democrazia interna dell’organizzazione sindacale. Ed un altro fattore che non vogliamo prendere in considerazione è il fatto che grosse fette del mondo del lavoro ormai si accontentano di obiettivi minimali, è molto più attenta agli aumenti salariali che a lotte unitarie per i diritti e per il mantenimento di una certa omogeneità di trattamento. La scomposizione della forza lavoro ha portato in un circolo vizioso alla progressiva perdita dell’unità soggettiva delle classi lavoratrici.

Per questi motivi ritengo che il voto rispecchi, magari in termini non così netti, la volontà dei lavoratori e dei pensionati (la vera materia oscura del sindacato).

Tuttavia ritengo che la partita non sia chiusa : i partiti della Sinistra radicale possono ancora, con la manifestazione del 20 Ottobre, mobilitare lavoratori precari e le parti più consapevoli della classe lavoratrice e tentare di forzare politicamente la situazione. Ma soprattutto queste iniziative possono contribuire a mettere all’ordine del giorno la nascita di un nuovo partito comunista che riprenda le istanze migliori di Rifondazione e soprattutto integri una rielaborazione continua dell’analisi ed un rinnovamento continuo delle pratiche di lotta e di costituzione di soggettività politica.




Personalmente ho vissuto bene la giornata del referendum : avevamo un’organizzazione che faceva cagare (l’assemblea si era fatta solo a Napoli e chiederla sulla piazza avrebbe generato problemi burocratici insuperabili) Sulle schede avrei potuto scrivere la Divina Commedia. Di urne c’erano al massimo quelle cinerarie dei precedenti direttori d’agenzia. Ma per me era tutta poesia : i colleghi mi sfottevano, ma poi si fidavano di me ed io, anima bella, non avevo bisogno di imbrogliare nessuno. Non ho nemmeno fatto la propaganda per il no. Ho sunteggiato una ventina di pagine di documenti ed interviste in un A4 di una paginetta e mezza con su scritto “Ragioni per il sì” (che erano molte : come facevi a sintetizzare l’aumento dell’indennità di disoccupazione con i gradini per andare in pensione ?) e “Ragioni per il no” (che erano di meno, perché non erano dettagliatamente elencate in un protocollo). E su quei fogli abbiamo ragionato : chi mi diceva che avevo messo un sacco di ragioni per il sì e poi si meravigliava che votavo No, chi era consigliere comunale della Margherita e votava No perché è deluso dal sindacato, chi si asteneva perché era tutto inutile, chi voleva che il sindacato si prendesse la responsabilità e non facesse votare nessuno (ed io a spiegare che il sovrano non dorme tra un’elezione ed un’altra), chi è apprendista e vede il bicchiere mezzo vuoto ma poi ha votato sì. Eppure c’è stata una discussione ed anche nella polemica che c’è stata c’è stata passione ed un momento di dialogo sincero, cosa che non vedevo da tempo. Alla fine il risultato assolutamente spontaneo è stato 11 no, 6 sì, 4 schede bianche. Sono stato contento, anche perché non ho dato la linea a nessuno. Mi criticano sempre perché invece di dire quello che bisogna fare, io, da vero amante dell’imperativo ipotetico, comincio con il dire : “Ci sono quattro alternative…”. Forse non sono un polso fermo, prendo decisioni solo in caso di calamità naturali (il buco del culo è il sensore più pieno di terminazioni nervose esistente in natura). Ma io credo che sia una iattura sia la solitudine del capo sia il dare la linea a qualcuno (manco fosse dare l’osso al cane). Penso che un cosiddetto dirigente sia colui che in possesso di un maggior numero di informazioni le metta subito in comune e faccia da catalizzatore della discussione pubblica a cui deve seguire una decisione consapevole e condivisa. Magari così non potremo mai dire “Cittadini, io vi ho compreso…”. Ma almeno avremo una speranza che siano i cittadini a comprendere qualche volta quello che noi diciamo. E soprattutto che in una riunione politica non  ci sia più qualcuno che tiri le conclusioni. Ma che le conclusioni scendano sui convenuti come lo Spirito Santo. Almeno non dovremo sorbirci interventi da un’ora con la bava alla bocca o la piscia a chiusura ermetica.

 

 

 


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permalink | inviato da pensatoio il 12/10/2007 alle 22:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


10 luglio 2007

Coincidentia oppositorum

Parte della base reazionaria del partito democratico (che si inerpica come la mala pianta anche in Kilombo, vedi i vari Pierpieroni, Marioemario, Abele) avrebbe voluto che Veltroni avesse preso una decisione forte a favore del referendum.
A parte il fatto che  è cosa degna di un paese del terzo mondo quale siamo sottostare al ricatto dei referendari che propongono Colgate alla salmonella semplicemente perchè abbiamo già una legge elettorale che è peggio del tartaro, c'è da dire che Veltroni non può agire diversamente da come agisce : poichè la sua elezione a segretario del partito democratico è stata già decisa nella maniera degna della tradizione peronista, va da sè che egli sarà il candidato a premier del centrosinistra alle prossime elezioni e dunque dovrà sintetizzare tutte le istanze della futura coalizione. Il buon Water pur fregandosene dei piccoli partiti alla sua sinistra, deve tenere conto dei partitini alla sua destra (vedi Mastella, l'Udc che non si sa mai), altrimenti come potrà fare un governo di centro, ben visto dalla Chiesa, dalla Uil, da Confindustria etc etc ?
Poichè la sintesi è impossibile, perchè la base reazionaria del partito democratico vuole tutto e il contrario di tutto, allora l'unica forma politica possibile per il buon Water è la coincidentia oppositorum, l'affastellamento puro e semplice di tutte le riserve mentali della sua base, di cui ha dato il primo esempio : io non firmo, ma vi sostengo.
img529/7853/veltronidb2.jpg
Una dichiarazione degna di un premier : il centro come vuoto pneumatico, lo Spirito che va di qua, va di là, e sta sempre immobile allo stesso posto...


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