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1 dicembre 2010

Giovanni Mazzetti : non sempre si pensa ciò che si fa (il comunismo come prassi)

L’instaurarsi del comunismo si presenta come un processo di modificazione del contesto sociale attraverso il quale gli uomini acquisiscono una capacità di agire in una forma nella quale il fare è sempre più posto come un’espressione coerente del loro volere o del loro sapere riflessi. Il che non significa che esso produca proprio i risultati da essi auspicati, ragion per cui essi debbono di volta in volta farsi guidare da quei risultati, per modificare continuamente la loro azione e i loro stessi scopi.

E’ proprio nei termini indicati che Marx definisce nell’Ideologia tedesca, l’agire comunista del cui bisogno si fa portatore. Esso “si distingue da tutti i movimenti sinora esistiti in quanto rovescia la base di tutti i rapporti di produzione e le forme di relazione sinora esistite e per la prima volta tratta coscientemente tutti i presupposti della vita cresciuti naturalmente come creazione degli uomini sinora esistiti, li spoglia del loro carattere naturale e li assoggetta al potere degli individui uniti

 

 

L e forme della coscienza attraverso le quali gli uomini si rappresentavano ciò che stavano facendo non sempre sono state coerenti con ciò che essi realmente facevano. E’ cioè ricorrentemente accaduto che una forma di coscienza che era stata prodotta per conquistare un rapporto adeguato alle circostanze che si erano nel frattempo instaurate, tendeva poi a cristallizzarsi. Questa cristallizzazione impediva agli uomini di compiere quei passi che sarebbero stati corrispondenti ai nuovi problemi che stavano nel frattempo emergendo e che costituivano una manifestazione del loro sviluppo

 

 


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1 marzo 2010

Giudizio e conoscenza in Schlick

 

La conoscenza come riconoscimento e relazione

 

Schlick dice che conoscere un oggetto vuol dire ritrovare in esso un altro oggetto e la locuzione “in esso” ha un senso figurato. Per comprendere rettamente questo senso, si deve esaminare più da vicino il rapporto tra il concetto che designa l’oggetto e il concetto di come tale oggetto venga conosciuto.

Schlick dice che “Io conosco A come (in quanto) B” equivale a “Io conosco A che è B”.

Oppure “Io conosco che la luce è un processo di oscillazione” vuol dire

I concetti A (luce) e B (processo di oscillazione) designano un solo e medesimo oggetto ed il fenomeno può essere designato sia con il concetto di luce che con quello di processo di oscillazione” . Egli aggiunge che, a tal proposito, si può lasciar stare il caso irrilevante della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici (stessa origine, stessa definizione, stesso nome) come nel caso “La luce è la luce

Schlick continua dicendo che sussiste la possibilità che i due concetti, sin dall’inizio, sono diventati segni dello stesso oggetto in forza di una stipulazione arbitraria. E fa l’esempio di

La causa per cui due sostanze si combinano violentemente l’una con l’altra è la loro forte affinità chimica”. In questo enunciato i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica” designano una sola e medesima cosa. Il concetto di affinità chimica non aveva una sua precedente definizione e non era già noto altrimenti da altre enunciazioni. Per cui il giudizio era solo una definizione e non conteneva alcuna conoscenza.

Schlick fa un altro esempio :

La causa dell’azione attrattiva esercitata dall’ambra è l’elettricità”. In questo caso si pretende di spiegare un qualche fenomeno per mezzo di una qualitas occulta e così si ottiene semplicemente di designare la stessa cosa in due modi diversi.

Schlick dice che invece la conoscenza effettiva si ha quando due concetti designano lo stesso oggetto, non solo in virtù delle loro definizioni, ma in forza di nessi eterogenei. Si tratta cioè di due concetti definiti in modo diverso, per poi trovare oggetti che cadono in entrambi i loro domini. Si tratta di nessi reali (individuati attraverso l’osservazione) o nessi concettuali (individuati attraverso un’analisi successiva). Quest’ultima è la conoscenza di tipo matematico.

La conoscenza è scoperta della relazione tra oggetti e come tale viene designata da un giudizio (che però non deve essere né falso, né tautologico, né definitorio)

 

 

La distinzione convenzionale tra definizioni e giudizi

 

Schlick poi espone una tesi molto interessante : egli dice che la differenza tra definizioni e giudizi non definitori (assiomi e teoremi) è relativa dal punto di vista logico. Ciò non contraddice la natura della conoscenza giacchè questa relatività non è tale dal punto di vista storico : infatti se un giudizio  contenga o no una conoscenza dipende da quello che sapevamo prima che fosse emesso quel giudizio. Egli fa il seguente esempio :

se un oggetto, che noi designiamo con il segno x, ci è sempre stato noto attraverso le proprietà A e B,ed in seguito accertiamo che esso possiede anche le proprietà C e D, allora il giudizio “x possiede le proprietà C e D” contiene una conoscenza (sintetica). Questo giudizio però sarebbe solo una definizione se x ci fosse sempre stato dato attraverso le proprietà C e D.

Schlick precisa che all’inizio il termine “x” significa un concetto che è diverso nei due casi (prima è A, B ; nel secondo è C,D) e solo in seguito risulta chiaro che designa un solo oggetto. A tal proposito si può fare l’esempio di un bambino che in una notte buia conosce per la prima volta la neve con il tatto (fredda) e poi la mattina la vede con la vista (bianca) ed ottiene nuova conoscenza.

Schlick dice poi un’altra cosa interessantissima : quando però una scienza diventa una struttura armonizzata e compiuta non è più la successione casuale (temporale) delle esperienze a determinare cose sia definizione e cosa sia conoscenza. Le definizioni saranno i giudizi  che risolvono un concetto in maniera tale da costruire con esse il più alto numero possibile di concetti, riducendo i concetti di tutti gli oggetti al minor numero possibile di concetti-base.

Schlick parla dunque di conoscenza come di eguaglianza tra oggetti e di corrispondente identificazione di concetti. Lotze, Munstenberg e Meyerson pure hanno sostenuto che l’essenza del giudizio è una posizione di identità, ma tale identità per Schlick non è una tautologia.

Egli continua dicendo che, nel caso della neve, da un lato, c’è un’impressione visiva “x è bianca”,dall’altro un’impressione tattile “x1 è fredda”. All’inizio x ed x1  non sono lo stesso, ma nemmeno ci troviamo di fronte a due tautologie, come dice Lotze quando dice “S è S” e “P è P”, giacchè “x è bianca” non è una mera identità, ma una copula, cioè una sussunzione.

 

 

Lo spazio, il tempo e l’identità degli oggetti

 

Schlick poi parla della tesi di Benno Erdmann sulla subordinazione di un concetto ad un altro  secondo il contenuto. Il giudizio sarebbe la subordinazione di un oggetto nel contenuto di un altro, basata sull’uguaglianza di contenuto delle componenti materiali. Schlick obietta che, poiché contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono, la teoria della subordinazione equivale alla teoria della sussunzione per cui il giudizio è l’asserzione dell’appartenenza di un soggetto ad una classe.

Schlick poi esamina il problema di come identificare o eguagliare gli oggetti (x ed x1) designati dal pronome dimostrativo in “Questo è bianco” e “Questo è freddo”, tenendo presente che “bianco” non è “freddo”. Secondo alcuni (ad es. Herbart) tale identità la possiamo statuire solo riferendo “bianco” e “freddo” ad un oggetto secondo una logica cosa/proprietà e sostanza/attributo. Ma Schlick, come Lotze, rifiuta come metafisica questa impostazione. In realtà, dice Schlick, le proprietà vengono riunite in un aggregato e la base per formare questo aggregato sta nel presentarsi di queste qualità nel medesimo luogo ed al medesimo tempo e dunque l’identità statuita nel giudizio è l’identità di un punto spazio-temporale. La posizione nello spazio oggettivo ascritta alla neve può essere a sua volta definita mediante l’aggregato costituito dalla posizione del “bianco” nello spazio soggettivo della vista e da quello del “freddo” nello spazio soggettivo del tatto.

Schlick si pone poi il problema di come da una mera identità spazio-temporale possa già per noi venir fuori un’identità dell’oggetto. Cose che si presentano sempre insieme nel medesimo luogo ed al medesimo tempo non le possiamo semplicemente porre come identiche. Schlick aggiunge che indubbiamente noi abbiamo il diritto di compendiarle in una unità e di principio siamo liberi di compendiare attraverso il pensiero elementi qualsiasi, anche estremamente distanti nello spazio e nel tempo, semplicemente convenendo che alla totalità di questi elementi venga coordinato un concetto. Schlick continua dicendo che una tale unificazione non ha senso o scopo, se non là dove ci sia un motivo per farla, altrimenti mancherebbe al nuovo concetto ogni possibilità di impiego. Egli ipotizza che il motivo più forte è dato da una persistente coincidenza spazio-temporale ed articola il suo ragionamento dicendo che nella realtà sensibile spazio e tempo sono i grandi unificatori e separatori, e tutte le determinazioni con cui circoscriviamo e distinguiamo un oggetto del mondo esterno come individuo rispetto ad altri individui, consistono in definitiva di specificazioni di spazio e tempo.

Schlick fa l’esempio per cui supponiamo che più elementi A, B e C (ciascuno distinguibile dagli altri)  compaiono sempre in questo modo : quando c’è A, ci sono anche B e C, mentre B e C compaiono spesso senza A. Ora ABC viene considerato un’unità e l’elemento A ci apparirà l’essenziale dell’oggetto, mentre B e C appariranno proprietà che l’oggetto ha in comune con altre.

 

 

La localizzazione spazio-temporale

 

Schlick dice che l’analisi qui delineata va distinta dalla risoluzione positivistica di un corpo in un complesso di elementi (Mach). Infatti, dice Schlick

  • L’oggetto di cui parliamo non necessariamente deve essere un corpo, ma può essere un processo, uno stato
  • Si è usata la parola “elemento” nello stesso ampio senso della parola “oggetto”.
  • Non si è ancora affermato che un oggetto corporeo è nient’altro che un complesso di elementi. Anzi, la questione di come si debba pensare il rapporto di un oggetto con le sue proprietà resta completamente aperta. Qui si intendeva solo richiamare l’attenzione sull’indubbio diritto che si ha di designare collettivamente attraverso un concetto cose che sempre si presentano insieme.

Tale analisi, dice Schlick, può essere riproposta per qualsiasi tipo di conoscenza di oggetti del mondo sensibile. Infatti tutto nel mondo esterno è in un determinato luogo ed in un determinato tempo. Ritrovare una cosa in un’altra vuol dire assegnare ad ambedue il medesimo luogo nel medesimo tempo. Anche nella storia per Schlick c’è questa localizzazione spazio-temporale di quel che accade nell’umanità. L’identificazione nella maggioranza dei giudizi storici consiste nel fatto che l’autore di una determinata impresa viene identificato ad una determinata persona che appare anche altrove. E’ attraverso le personalità dei portatori dell’evento storico che principalmente si interconnettono gli avvenimenti storici stessi.

Schlick poi dice che nelle discipline esatte la conoscenza è più profonda : l’identificazione non è solo una posizione spazio temporale o un individuo che permane nel tempo, ma una legiformità : il calore ad es. è un movimento di molecole perché il suo comportamento può essere descritto attraverso le stesse identiche leggi che riguardano il comportamento di uno sciame di particelle in rapido movimento. Schlick poi parla della volontà che sarebbe una sequenza di rappresentazioni e sentimenti identificata solo attraverso coordinate temporali.

 

 

L’identità e la relazione

 

Schlick dice che la possibilità di identificazione, basilare per l’edificio della conoscenza, si presenta laddove l’oggetto è dato attraverso relazioni con altri oggetti. In tal caso conoscere significa ritrovare un solo e medesimo oggetto quale membro di diverse relazioni.

Schlick fa questo esempio :

dato un oggetto O, definito per noi dalla relazione R1 con un oggetto noto A1,

noi troviamo che lo stesso oggetto O sta con un altro oggetto A2 nella relazione R2.

Nel caso in cui O è un vissuto immediato di coscienza, l’oggetto è dato direttamente e non attraverso relazioni e conoscerlo vuol dire trovare che questo O è anche membro di una relazione R con A.

Schlick fa anche un altro esempio :

nell’enunciato “Un raggio luminoso è costituito da onde elettriche”, il concetto “raggio luminoso” non designa un vissuto d’esperienza e può essere osservato solo nel senso che i corpi posti sul suo cammino (es. granellini di polvere) vengono illuminati e che un occhio colpito dal raggio luminoso ha una sensazione di luce. Dunque esso può essere conosciuto solo attraverso la relazione (ad es. di causalità) con oggetti che possono magari essere osservati

Schlick conclude che non sussiste il minimo impedimento che i due oggetti “causa dell’illuminazione = raggio luminoso” e “onda elettrica” siano posti come identici tra loro perché una stessa cosa può avere certe relazioni con certe cose ed altre relazioni con altre cose.

Schlick però poi precisa che un oggetto A che sta con un altro oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non può stare nello stesso preciso complesso di relazioni con un terzo soggetto C (a meno che questo non sia lo stesso che B). Date tre cose A, B e K (ad es. due oggetti ed una relazione), due qualsiasi di esse determinano già da sempre univocamente la terza.

Infatti, precisa Schlick, la relazione “maggiore di…” può sussistere tra i numeri F e G ed anche tra F e H, ma “maggiore di…” è una classe di relazioni. Se invece la relazione è “maggiore di…in relazione del valore D”, allora G ed H (se F in tutti e due i casi è il primo termine della relazione) sono lo stesso identico numero. Schlick conclude che una cosa può avere relazioni uguali con cose diverse solo finchè tali relazioni non sono specificate sino all’ultimo dettaglio.

Schlick poi argomenta che la neve è sì causa sia del freddo che del bianco, però la relazione causale non è la stessa nei due casi, giacché i due processi causali sono processi naturali differenti. Le due cause non sono identiche ed in “La neve è bianca” non c’è un’identità del tipo “La luce consiste di onde elettriche”. Infatti in quest’ultimo giudizio il concetto di luce è definito come termine di una relazione causale. E per il motivo qui esposto la descrizione scientifica è lo stesso di una spiegazione causale.

 

 

Identità, sussunzione e concetti puri

 

Schlick poi dice che l’essenza dell’identificazione la si può percepire con la massima chiarezza nel caso di giudizi che si riferiscono a puri concetti.. Ogni conoscenza puramente concettuale consiste nella dimostrazione che un concetto definito attraverso gli assiomi (che statuiscono certe relazioni) compare al tempo stesso come membro di altre relazioni determinate. La piena identità (es. 2x2 = 2+2) si ha quando il concetto è determinato completamente da ciascuno dei due termini. Se però uno dei complessi non è sufficiente a dare una determinazione univoca, allora ha luogo un’identificazione parziale chiamata sussunzione. Schlick a tal proposito fa l’esempio di 2 = Ö4 dove Ö4, oltre il concetto ‘2’, contiene anche il concetto ‘(-2)’.

Egli conclude che ogni problema matematico la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è nient’altro che la richiesta di esprimere un certo concetto che è dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni. Schlick fa l’esempio per cui trovare le radici di un’equazione ad un’incognita vuol dire rappresentare i numeri definiti da quella equazione come una somma di numeri interi e frazionari (anche con infiniti membri).

Schlick dice poi che l’interesse della scienza empirica è per l’universale e dunque le identificazioni in questo campo sono quasi sempre sussunzioni (la x è una Y).

Un giudizio come “La luce gialla del calore delle D-linee dello spettro è un processo di oscillazione elettrica di circa 509 bilioni di periodi al secondo” descrive un’identità completa e dunque reversibile. Tale giudizio però per Schlick non è fondamentale come “La luce consiste di onde elettriche”.

Obiettivo delle scienze empiriche è quello di rendere perfettamente determinato l’individuale. In questo caso, dice Schlick, il concetto che fa da predicato (es. WASP) è un’intersezione di più concetti generali (White, Anglosaxon, Protestant). Tale determinazione dettagliata utilizza determinazioni quantitative perché niente come i numeri determina con precisione campi di concetti.

In sintesi la tesi di Schlick sul rapporto tra giudizio e conoscenza è la seguente :

  • Ogni giudizio designa uno stato di fatto
  • Se lo fa con un segno nuovo il giudizio è in realtà una definizione
  • Se tutti i segni sono già noti, il giudizio costituisce una conoscenza
  • Designare un oggetto per mezzo di concetti già coordinati ad altri oggetti è lecito solo se prima in quell’oggetto sono stati ri-trovati questi oggetti (e questo è il conoscere).
  • Il concetto coordinato all’oggetto che viene conosciuto sta con i concetti con cui l’oggetto viene conosciuto in relazioni di sussunzione.

 

 

 

 

 

 

“Io conosco A come B”

 

La prima osservazione da fare è : cos’è per un empirista un senso figurato ? Io credo che l’uso di alcune forme retoriche sia difficile da spiegare per un empirista radicale, perché egli proprio non riflette sulle condizioni di possibilità della relazione semiotica stessa e sulle sue ulteriori articolazioni.

In secondo luogo l’equivalenza tra “Io conosco A come (in quanto) B” e “Io conosco A che è B” non è assoluta come sembra. Quando dico “Io conosco A come (in quanto) B”, si esplica l’idea che ci siamo fatti di A, o ancor meglio l’idea che ci siamo fatti di A con il sentito dire, senza cioè nemmeno prendere una posizione precisa (del tipo “Io ritengo che A è B”).

Quando dico “Io conosco (so) che A è B” si fa riferimento al grado di stabilità di una conoscenza, o al grado di consapevolezza di uno stato di cose. Esso può voler dire “Sono certo che A è B” oppure “Sono consapevole che A è B”.

Naturalmente bisogna vedere come suona in tedesco (la lingua di Schlick) “Io conosco A come B”.

Anche nel caso della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici, è possibile che ci troviamo non di fronte a due concetti, ma a due occorrenze dello stesso nome e dello stesso concetto.

A proposito dell’identità tra i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica”, quest’ultima è qualcosa di ben preciso e non si risolve solo nell’essere la causa dell’attrazione violenta. Dunque, dire che la causa è l’affinità chimica vuol dire aprire le porte ad un ulteriore descrizione che deve portare ulteriore conoscenza. Se poi l’affinità chimica si risolvesse nell’essere causa dell’attrazione violenta, essa sarebbe un mero nome per tale causa e solo in questo contesto si potrebbe parlare di definizione. Così però non si sarebbe di fronte a due concetti, ma ad un nome (“affinità chimica”) e ad una descrizione (“causa dell’attrazione violenta”). Naturalmente la distinzione tra nome (spesso un segno singolo) e descrizione/concetto non è assoluta. Entrambi sono segni della stessa realtà di cui uno viene eletto ad interpretante (la descrizione) dell’altro (il nome).

La qualità occulta di cui parla Schlick è come la virtus dormitiva di Moliere, ma comunque quel nome misterioso è un segno che va poi s-viluppato, un passaggio verso spiegazioni successive. Quindi non bisogna del tutto censurare l’uso di termini che non hanno un significato assolutamente chiaro. Essi sono propedeutici ad una ulteriore attività di chiarificazione concettuale.

 

L’esempio della neve

 

Sembra che per Schlick la vera conoscenza sia dunque una sorpresa, una novità che sovverte il senso comune. Inoltre non si capisce se per Schlick la conoscenza matematica, notando nessi concettuali prima non rilevati, sia o meno una conoscenza sintetica.

Schlick giustamente ritiene che la natura analitica o sintetica dei giudizi sia relativa allo stato delle conoscenze acquisite.

Nell’esempio fatto da Schlick del bambino che fa esperienza tattile e visiva della neve, in entrambe le esperienze vi è nuova conoscenza : la prima è quella che in un determinato contesto (ad es. il giardino di casa di notte) vi è qualcosa di freddo al tatto, poi questo qualcosa di freddo lo si chiama “neve”, poi vi è la seconda conoscenza (ottenuta il mattino dopo) per cui questo qualcosa di freddo (la neve) è di colore bianco.

Sempre relativamente a questa esperienza, il freddo avvertito dal bambino è quella sensazione precisa di freddo (tale da poter essere ricordata) : può una sensazione essere un predicato ? Schlick non si sofferma sulla costituzione della classe dei vari sense-data “freddo”. Per cui se il bambino non ha avuto altre sensazioni di freddo oltre quella, “x è freddo” prima di essere una predicazione, risulta essere una vera e propria identità (come “S è S” di Lotze). O meglio c’è un qualcosa che si risolve nella sensazione con cui appare al soggetto percipiente.

 

Sostanza/attributo e Tutto/parte

 

La tesi poi di Schlick per cui contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono non tiene conto della differenza tra intensione (che è il concetto) ed estensione che sarà rilevata da Carnap.

La relazione sostanza/attributo equivale al rapporto totalità/parte tra l’intero (aggregato) e la proprietà presa in considerazione. Ma come parlare di medesimo luogo e medesimo tempo se non rispetto all’aggregazione di queste qualità ? Far dipendere l’aggregazione da una presunta convergenza spazio-temporale significa rovesciare il ragionamento. In realtà in questo caso il Tutto (oggetto metafisico) è la condizione di possibilità della sintesi conoscitiva che unifica “bianco” e “freddo” nel giudizio “Ciò che è bianco  è anche freddo”. Già nel solo primo giudizio “Questo è freddo” si è costituita una sostanza, e tale sostanza è l’insieme, prima implicito e potenziale (reso semplicemente dall’indicale), poi sempre più articolato, delle qualità in esame. Esso perciò è il soggetto logico delle successive proposizioni conoscitive (“Questo freddo è anche bianco”). Naturalmente le proposizioni successive dipenderanno dal coincidere delle varie sensazioni, ma questo coincidere non è l’aggregato arbitrariamente sincronico, ma una lineare attribuzione di qualità ad un soggetto già costituito che è il segno della oggettività della nostra scoperta : noi scopriamo progressivamente le proprietà di un insieme esistente.

 

 

La libertà di compendio del pensiero

 

Quanto al diritto ed alla libertà di compendiare elementi qualsiasi attraverso il pensiero, Schlick non si domanda da dove si desume questa libertà, come viene giustificato questo diritto. Come cioè il pensiero può coordinare un concetto ed unificare in tal modo elementi così estremamente distanti dal punto di vista spazio-temporale. Questo è il mistero della concezione meramente aggregazionistica della sostanza, mistero che Schlick nel suo empirismo radicalmente ingenuo non prova nemmeno a spiegare. Tale mistero si può spiegare solo cambiando metafisica (da quella aristotelica del soggetto e del predicato a quella monista del rapporto tra il Tutto e la parte), ma non uscendo dalla metafisica, altrimenti sparirebbe il livello concettuale di spiegazione.

Quando Schlick dice che una tale unificazione non ha senso se non là dove ci sia motivo di farla, egli subordina la sortita di un aggregato a motivazioni puramente pragmatiche per cui si spiega il fine di un operazione mentale, ma non il come né le condizioni di possibilità di tale operazione.

Da un lato Schlick parla di libertà di aggregare elementi spazio-temporalmente dispersi, dall’altro dice che il criterio di aggregazione è la contiguità e la coincidenza spazio-temporale. Ma allora che fine fanno la libertà ed il diritto così proclamati, dal momento che è il contesto empirico a scandire i processi di aggregazione ?

Quando Schlick fa l’esempio dei tre elementi (uno dei quali essenziale) è un peccato che egli non ci faccia un esempio più concreto : perché in tal caso l’elemento essenziale sarebbe la sostanza (la parte residua dell’aggregato), mentre gli altri due elementi sarebbero semplicemente le proprietà prese in considerazione in un dato momento. Perciò la tesi di Schlick (derivata dall’empirismo inglese), per cui a noi sembra che ci sia solo un individuo, prima di essere accettata va verificata con un esempio più concreto di proprietà essenziale, giacchè un elemento dominante riproporrebbe l’idea di sostanza anche a livello di elementi dell’aggregato.

 

 

 

 

Il problema dell’oggetto come coincidenza spazio-temporale

 

Quanto al fatto che l’oggetto non debba essere necessariamente un corpo, ci si può domandare in che senso un processo si distingue da un corpo o da uno stato di cose. Inoltre se la nozione volgare di oggetto sembra più vicina a quella di corpo, in che senso sarebbero da considerare oggetti anche processi e stati di cose ? Anche in essi c’è una coincidenza spazio-temporale di proprietà ? O nel definirli c’è una maggiore libertà effettiva ? Qual è il criterio per vedere cosa è una base e cosa invece un costrutto ?

Schlick ad un certo punto fa marcia indietro e parla del diritto che abbiamo di designare collettivamente, pur senza fondarlo (anzi, insistendo sulla natura puramente aggregazionistica della sostanza, tale diritto sembra per lo più un arbitrio). Sintomaticamente Schlick aggiunge che ad un’analisi più rigorosa (ma perché più rigorosa ?) l’identità dell’oggetto e del punto spazio-temporale sembra svanire. Ma allora l’impressione di arbitrio (e non di diritto) si rafforza e il tentativo di costituire l’oggetto si rivela fallimentare. Schlick in questo caso è come chi promette di costruire un edificio senza struttura metallica e poi sconsolato ammette che l’edificio si è disgregato. Il tutto senza pagare pegno.

Schlick non definisce più il giudizio da un punto di vista logico, ma lo riduce alla registrazione (o alla costituzione) di una coincidenza empirica. Ma per quanto riguarda i giudizi logico-matematici ? Schlick dice che il giudizio non ha alcuna fondazione, ma è solo il risultato di una coincidenza spazio-temporale di qualità. Cosa siano spazio e tempo e cosa siano le coincidenze spazio-temporali non lo si dice e magari per spiegarle ci si dovrebbe rifare agli oggetti innescando un ovvio circolo vizioso. Nell’applicare questa concezione alla filosofia della storia Schlick considera quest’ultima una mera sequenza di date, di fatti : una visione più  primitiva di quella di Carnap, che era più consapevole relativamente alle scienze umane. Ma se la storia è fatta di eventi che in maniera discontinua popolano il corso del tempo, dove è più la contiguità spazio-temporale, dove la localizzazione nello stesso spazio-tempo ?

Nelle discipline esatte, dove la conoscenza è più profonda, Schlick introduce improvvisamente un livello di analisi molto più complesso, con molti postulati nascosti in più di quello precedente (relativo alla storia) : cos’è infatti il comportamento del calore ? Che c’entra l’isomorfismo strutturale tra le leggi di due fenomeni con la coincidenza spazio-temporale di qualità ? Cos’è una legge ? Schlick insomma introduce nel discorso concetti indeducibili dal contesto precedente (quello cioè dell’attribuzione di una proprietà ad un soggetto e del legame tra due proprietà coincidenti).

La spiegazione fisiologica della sensazione di luce operata da Schlick risulta problematica : infatti che un’onda elettrica possa essere causa del vissuto luminoso è solamente una supposizione di un legame aleatorio. Il fatto che un oggetto A, che sta con un oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non possa stare nello stesso complesso di relazioni con un oggetto C, non è una verità logica ma solo un assunto metodologico e pragmatico.

Nell’esempio fatto da Schlick dove, date tre cose, due qualsiasi di esse determinano già sempre univocamente la terza, in realtà la suddetta relazione non è così ovvia : infatti se A è Caio e K è la relazione “padre di…”, non si sa se la terza B (che chiameremo Tizio) sia il padre o il figlio di Caio, a meno che A non sia “Caio padre di…” o K non sia la relazione “padre di Caio”.

Nell’universo dei numeri ovviamente l’assunto metodologico di cui abbiamo parlato prima è effettivamente una verità logica, ma questo perché la sostanza del numero è la sua funzione, per cui due numeri tra loro indiscernibili sono in realtà lo stesso numero, mentre nel caso degli oggetti reali, due oggetti indiscernibili per quel che riguarda le loro intrinseche proprietà non è detto che siano lo stesso oggetto.

 

 

 

 

Descrizione e spiegazione

 

Schlick poi sbaglia nel dire che “La neve è bianca” sia un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche” (intendendo quest’ultima come relazione causale). Infatti anche la neve può essere intesa in termini di relazione causale se la s’intende come il concetto prodotto dall’identità “Questo che di freddo è un che di bianco”. Per cui in “La neve è bianca” già “la neve” contiene in sé la relazione causale con il freddo. In questo caso “la neve” ha lo stesso statuto de “Il colore” e “la luce”. Sono cioè degli oggetti cosali, che indicano realtà di per sé esistenti nello spazio e nel tempo. Il giudizio invece “Questo che di freddo è un che di bianco” non è effettivamente come “La luce consiste di onde elettriche”, ma questa differenza non vale nel caso di “La neve è bianca”.

Inoltre, seppure la genesi della sensazione di “bianco” sia diversa da quella di “freddo”, non ci troviamo di fronte ad un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche”, dal momento che anche l’accesso sensoriale alla luce è del tutto diverso da quello che si ha nel risolvere empiricamente il concetto “onde elettriche”. Dunque la differenza qualora ci sia va diversamente descritta.

Inoltre “La luce è onde elettriche” si può considerare in due sensi. Schlick lo considera un rapporto tra due concetti astratti (nessuno dei due sarebbe un vissuto di esperienza). Ma se invece “luce” si considera come un fenomeno empirico (risolvendolo nella sensazione ricevuta dal soggetto) , allora si tratterebbe di un’identificazione tra un fenomeno empirico e la sua causa (onde elettriche). In realtà dire, come fa Schlick,  la luce è causa” è un che di pleonastico, una mediazione inutile tra il piano fenomenico (le sensazioni luminose) e quello della causa  (le onde elettriche). Sarebbe come aggiungere, alla sensazione di calore ed al movimento degli atomi, il flogisto che medierebbe tra questi due termini. L’equivalenza di Schlick tra la spiegazione scientifica e la spiegazione causale però sarebbe in realtà per Whitehead e Husserl una concretizzazione malposta, dal momento che anche il rapporto tra onde elettriche e sensazione luminosa sarebbe difficile da concepire in termini causali (e nessuno pseudo-concetto intermedio, come abbiamo visto, potrebbe facilitarci l’operazione)

 

 

Concetti puri e scienza empirica

 

Inoltre il fatto che l’essenza dell’identità per Schlick la si può percepire con la massima chiarezza nel caso dei concetti puri è in contraddizione con i presupposti empiristici già espressi per cui l’identità equivale ad una coincidenza spazio-temporale di qualità.

La tesi di Schlick, per cui Ö4 può essere sia (+2) sia (-2) e dunque l’equivalenza è in realtà parziale e dunque si tratta di una sussunzione, va integrata ammettendo che la relazione di “radice quadrata di…” è come la relazione “multiplo di…”, per cui si tratta di una relazione che si può avere con più individui. Un’altra possibilità è quella di distinguere a livello simbolico la radice quadrata di 4 equivalente a (+2) e la radice quadrata di 4 equivalente a (-2).

Se per Schlick un problema matematico, la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è che la richiesta di esprimere un certo concetto, dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni, allora forse trovare ad es. le radici di un equazione significa trovare un numero che sia il plesso delle relazioni costituenti la parte nota dell’equazione. Tuttavia con alcune specie di numeri (tipo i numeri relativi), la soluzione non è più univoca ma comprende più possibili risultati. Cioè anche nel mondo dei numeri l’univocità dei termini viene subordinata alle relazioni nelle quali essi sono coinvolti.

L’interesse della scienza empirica non è, come pensa Schlick, nella ricerca dell’universale e dunque le identificazioni in questo campo non sono sussunzioni. L’identità scientifica è in realtà una riduzione per cui diversi fenomeni sono ricondotti ad un solo livello di realtà.

Anche nel caso dettagliato della luce gialla intesa come processo di oscillazione elettrico, la locuzione “circa 509 bilioni di periodi al secondo” indica comunque una certa imprecisione del concetto. Inoltre la problematicità dell’equivalenza è data anche dal fatto che non si può dire che il processo di oscillazione sia il colore giallo. Naturalmente l’approssimazione all’esattezza è il presupposto del grande potere esercitato dalla tecnologia, potere che legittima la pretesa conoscitiva delle scienze. Infatti quando Schlick dice che obbiettivo delle scienze empiriche è di rendere perfettamente determinato ciò che è individuale, oltre a somigliare alla pretesa di Hegel di dedurre anche la penna con cui scriveva, rende perfettamente l’idea della scienza come sapere che vuole essere anche potere. Tale esattezza però ha come conseguenza la difficoltà di tradurre la scienza nei linguaggi storicamente comuni e l’allontanamento della scienza stessa da quel mondo fenomenologicamente inteso  a cui essa si vorrebbe relazionare sistematicamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


9 febbraio 2010

Concetti e giudizi in Moritz Schlick

 

I concetti in funzione dei giudizi

 

Schlick dice che la definizione implicita comporta la riduzione dei concetti ai giudizi, in quanto i concetti sono definiti in base ai giudizi nei quali sono inseriti. Poiché in ogni giudizio compaiono concetti, il giudizio stesso determina i concetti e concetti e giudizi sono quindi tra loro correlativi. Per Schlick i concetti ci sono affinché ci siano i giudizi : seppure l’uomo designa oggetti per mezzo di concetti, egli fa questo solo per poter pensare e parlare su di essi, per poter emettere giudizi. Come i concetti  sono segni per oggetti, così i giudizi sono segni per le relazioni tra oggetti.  Schlick fa l’esempio di “La neve è fredda”, dove il bambino mette in rapporto la neve (bianca, fioccosa) e l’esser-freddo.

Schlick precisa che i giudizi designano non tanto una relazione, quanto il sussistere di tale relazione, il fatto che la relazione tra gli oggetti ha luogo. Egli aggiunge che, per designare una relazione come tale, non c’è bisogno di un giudizio ma è sufficiente un concetto (ad es. “simultaneità” o “diversità”), ma che certi oggetti siano di fatto simultanei o diversi lo si può esprimere solo con un giudizio. Schlick a tal proposito cita Stuart Mill quando dice che bisogna distinguere tra un certo ordine e l’indicazione che quest’ordine è un fatto attuale. L’essenza del giudicare consiste in una presa di posizione del soggetto giudicante. Il giudizio è il segno per uno stato di fatto ed uno stato di fatto può essere anche uno stato di fatto concettuale (es. 2x2 = 4) per cui c’è differenza tra “2x2 = 4 (giudizio) e “l’uguaglianza di ‘2x2’ e ‘4’” (concetto).

 

 

Le tesi di Brentano

 

Schlick giudica complicata ed artificiosa la tesi di Brentano secondo la quale la forma originaria del giudizio sia la proposizione esistenziale per cui “Un uomo è malato” è riducibile a “Esiste un uomo malato” oppure “La luce è un processo di oscillazione elettrica” è riducibile a “Non c’è luce che non sia un processo di oscillazione elettrica”. Egli inoltre critica Brentano per il fatto che vuole ridurre anche le proposizioni relazionali a proposizioni con un unico soggetto logico che viene riconosciuto o respinto. A tal proposito egli dice che le categorie di riconoscimento e rifiuto sono psicologistiche.

Schlick dice inoltre che nemmeno quei giudizi che sono manifestatamente proposizioni esistenziali possono essere considerati come giudizi costituiti da un solo soggetto logico (come giudizi non relazionali). Ad es. si prenda

A)    Il mondo è

B)    Il mondo è grande

Schlick afferma che chi pensa che (A) è costituita di un solo membro, in contrapposizione a (B), confonde semplicemente due significati diversi della parola “è” , dove in (A) “è” vuol dire “ha esistenza” (oppure “è reale”). Dunque in (A) oltre il concetto di “mondo”, c’è anche quello di “esistenza” o di “realtà”. Ogni proposizione esistenziale ha come senso di asserire che l’oggetto designato dal concetto è un oggetto reale  e perciò i giudizi esistenziali designano una specifica relazione di un concetto con la realtà.

 

 

 

 

 

 

 

L’esistenza dei concetti e la contraddizione

 

Schlick poi dice che nei giudizi in ambito puramente concettuale, l’esistenza ha un senso diverso che nelle proposizioni sul reale. Quando un giudizio afferma di un concetto che esso esiste, questo non significa altro che tale concetto non contiene contraddizioni. Il matematico ad es. ha dimostrato l’esistenza di un oggetto non appena è riuscito a mostrare che esso è definito senza contraddizione. Ciò vale per tutti i concetti puri che sono determinati attraverso definizioni implicite, le quali non sono soggette ad altra condizione che quella di essere esenti da contraddizioni.

Schlick continua dicendo che è ovvio però che la contraddizione non sia altro che una relazione tra giudizi e consiste nella compresenza di due affermazioni opposte riguardo allo stesso oggetto. Diventa chiaro che, nel caso dei concetti, la loro esistenza significa il sussistere di una relazione tra i giudizi che li definiscono. Schlick puntualizza che, anche nel caso di altre tesi, dove si distingue tra incontraddittorietà ed esistenza, comunque si tratta di relazioni tra più membri. Dunque ogni giudizio è costituito da più di un termine.

 

 

Critica del monismo logico

 

Schlick poi dice che, chi intende sostenere che certi giudizi, come quelli impersonali (tipo “Piove!”), sono costituiti da un solo termine, ebbene confonde il piano linguistico con quello logico.

Il linguaggio ovviamente è libero di esprimere anche le relazioni più complicate in una forma abbreviata. Ma ciò non deve portare a fallacie. Infatti tali brevi proposizioni, nonostante la forma semplice, designano uno stato di fatto complesso (“nevica” equivale ad es. a “cadono fiocchi di neve”).

Dunque per Schlick ogni giudizio è segno per un fatto ed un fatto comprende sempre almeno due oggetti ed una relazione tra di essi.

Egli poi dice che, affinché da un giudizio si possa vedere a quale stato di fatto sia coordinato, occorre che in esso siano contenuti segni specifici per i differenti membri dello stato di fatto e per le relazioni tra di essi. Dunque devono comparire almeno due concetti come rappresentanti dei due membri della relazione nonché un terzo segno che stia ad indicare la relazione stessa tra i due.

 

 

I concetti e i giudizi nella rete della conoscenza

 

Schlick poi disegna una interessante interrelazione tra concetti e giudizi : i concetti da un lato sono legati tra loro attraverso i giudizi, ma anche i giudizi sono legati tra loro attraverso i concetti, dal momento che un concetto che compare in una pluralità di giudizi stabilisce una relazione tra di essi.

Schlick afferma anche che ogni concetto deve ricorrere in più giudizi differenti se vuole avere un senso ed una funzione. Se infatti un concetto si presentasse solo in un unico asserto, questo non potrebbe essere che la sua definizione, altrimenti dovrebbe essere definito da altri giudizi, contraddicendo l’assunto. Ma cosa sarebbe un concetto che comparisse solo nella sua definizione ?

Dunque ogni concetto costituisce un punto in cui una serie di giudizi (tutti quelli in cui esso ricorre) si incontrano e, come un giunto li tiene tutti insieme : i sistemi della scienza formano una rete in cui i concetti rappresentano i nodi (i centri relazionali di giudizi) ed i giudizi i fili.

Schlick poi spiega l’essenzialismo aristotelico, dicendo che le definizioni di un concetto sono quei giudizi che lo mettono in contatto con i concetti che gli sono più vicini (a tal proposito egli cita Riehl che dice che la differenza tra concetto e definizione è la differenza tra potenza ed atto).

Egli aggiunge però che si devono comunque annoverare le definizioni tra i giudizi, giacché ad es. la scelta in matematica di considerare definizioni certi teoremi è una scelta pratica e convenzionale. Una volta in matematica si consideravano assiomi le proposizioni che apparivano più evidenti, mentre oggi si parte anche da assiomi meno evidenti che magari consentono delle semplificazioni.

Schlick applica questa distinzione sfumata tra definizione e conoscenza ulteriore anche alle scienze della natura e della realtà, dicendo che, quando diventano note altre proprietà di oggetti reali, i concetti relativi a tali oggetti diventano sempre più ricchi di contenuto nonostante i termini siano più fissi e costanti. La differenza tra definizioni e giudizi conoscitivi è magari storica perché il concetto di un oggetto è sempre definito inizialmente con quelle proprietà o relazioni attraverso le quali l’oggetto è stato originariamente scoperto. Schlick aggiunge (anticipando forse la teoria del mutamento di paradigma di Kuhn) che, con il procedere della ricerca scientifica, avviene spesso che, in un secondo momento, quello stesso oggetto, venga determinato in tutt’altro modo, cosicché le vecchie definizioni ora appaiono come giudizi derivati.

Schlick conclude giustamente che la conoscenza è costituita dall’interconnessione strutturale di concetti e giudizi e la sua possibilità consiste dall’essere i concetti collegati tra loro attraverso i giudizi

 



 

Tra concetti e giudizi un rapporto più articolato

 

Ma se i concetti sono riducibili a giudizi, vuol dire che la semantica è riducibile a sintassi ? Siamo di fronte ai presupposti di un riduzionismo computazionale ?

In realtà se il rapporto sintattico tra proposizioni non è turbato dalla semantica dei termini, comunque il significato della singola proposizione è relato al significato dei singoli termini (saturazione della funzione proposizionale).

Nel dire poi che l’uomo designa oggetti per mezzo di concetti e lo fa solo per emettere giudizi, Schlick fa l’errore di confondere i concetti con i meri segni con i quali l’uomo riporta le cose all’interno del linguaggio. I concetti infatti non sono segni di oggetti, se per oggetti si intendono i dati dei sensi, ma al massimo sono la versione intensionale delle classi.

Quanto alla tesi di Schlick per cui i giudizi sono segni per le relazioni tra oggetti, c’è da dire che anche alcuni concetti sono, a loro volta, segni di relazioni tra concetti (che a loro volta designano oggetti). Ad es. il concetto “neve” può ben essere la relazione tra i concetti “bianco” + “fioccoso” + “caduto dal cielo”. Perciò forse molti concetti sono l’unificazione in un solo termine di precedenti giudizi (attraverso le descrizioni di tipo russelliano).

 

 

Giudizi e asserzioni

 

Sulla tesi del giudizio come unione o separazione di rappresentazioni c’è da dire che, quando J.S. Mill afferma che una connessione di rappresentazioni non fa un giudizio, qui  si sovrappongono due cose : la concezione del giudizio come unificazione e la concezione del giudizio come asserzione aleticamente orientata. Naturalmente questa sovrapposizione si può rivelare un legame più profondo e coerente, se s’intende l’unificazione come sintesi che segna un passaggio di stato (un novum ) tra un enunciato morto (fatto di parti molteplici e scollegate tra di  loro) ed un’asserzione viva (con un significato unitario). Perciò il giudizio, inteso come unificazione, produce un’asserzione aleticamente orientata (Mill a tal proposito ha ragione a dire che il di più del giudizio è un problema metafisico intricato).

L’autocorrezione di Schlick relativamente alla natura del giudizio, inteso non più come designazione di una relazione, ma come segno dell’esserci effettivo della relazione stessa, è però rappresentata in maniera ambigua : altro è la saturazione di relazioni tipo xRy con oggetti più concreti ed altro è la differenza tra una proposizione asserita ed una messa tra virgolette.

Schlick ha ragione nel dire che l’oggetto di asserzione può sussistere anche a livello ideale : tale posizione è propedeutica a quella dell’esistenza di L-verità. Ma in questa tesi di Schlick c’è pure l’assimilazione di una L-verità ad una descrizione, cosa che rimanda ad un’ontologia della logica che forse non va d’accordo con l’attuale concetto di tautologia.

Nel dire che c’è differenza tra “2x2 = 4 e  il concetto di uguaglianza tra “4 e “2x2”, Schlick si ricollega alla nozione fregeana di asserzione. Ma quest’asserzione non può limitarsi ad essere una tonalità emotiva, un punto esclamativo ? E questa differenza si può considerare analoga a quella humeana tra impressioni ed idee ?

 

 

Le proposizioni esistenziali

 

Quanto alla tesi di Brentano, Schlick non si accorge che Brentano in un certo senso anticipa la tecnica logica di Russell delle descrizioni definite, caratterizzate da una proposizione esistenziale il cui soggetto è una variabile, per cui “un uomo è malato” diventa “esiste un x tale che x = uomo malato”, mentre “tutti gli uomini sono mortali” è riducibile ad una proposizione esistenziale attraverso la congiunzione rappresentata dal quantificatore universale (che si può ritradurre in

n-quantificatori esistenziali).

Piuttosto Brentano pensa che alcune proposizioni (tipo l’universale affermativo) siano riducibili ad un esistenziale  negativo, mentre invece l’universale affermativo è un insieme di esistenziali affermativi e ad essi è riducibile (la tecnica russelliana forse in questo ci può aiutare). L’intuizione di Brentano ci porta alla possibilità di fondare ontologicamente la dimensione apriorica dell’asserzione e dunque di interpretare quest’ultima come il fatto che la condizione di pensabilità di qualsiasi proposizione è il suo radicarsi nella dimensione transfenomenica dell’Essere : tutto ciò che si pensa deve avere uno statuto ontologico minimo e deve, in qualche accezione,  esistere. Quindi l’errore di Brentano sarebbe solo di non riportare tutti i giudizi a proposizioni esistenziali positive.

Schlick sbaglia a dire anche che affermazione e negazione siano psicologistiche. Infatti esse sono categorie logiche e sono perfettamente equivalenti a riconoscimento e rifiuto. La tesi di Brentano dell’unico soggetto logico si collega alla logica aristotelica della sostanza ed alla critica di Bradley alla teoria delle relazioni esterne (almeno così come è interpretata tale critica dalla ricostruzione polemica di B. Russell).

 

 

L’esistenza e il predicato

 

Alle obiezioni di Schlick circa la tesi di Brentano vale la pena fare le seguenti osservazioni :

  • Schlick sovrainterpreta Brentano ed alla fine critica una posizione che è solo una finzione di Schlick stesso. Brentano dice semplicemente che qualsiasi proposizione implica un giudizio esistenziale o meglio l’esistenza o l’inesistenza ad un dato livello ontologico del soggetto  della proposizione stessa. Perciò al massimo si può dire che Brentano dimostri che si possa ridurre una proposizione del tipo “S è P” in una del tipo “esiste un SP”. E Schlick può a sua volta rispondere che al tempo stesso “esiste un SP” si può tradurre in “S è P”. ma questo non implica la confutazione di Brentano, se non di quello pensato solo da Schlick.
  • Il mondo è grande” è pure traducibile monisticamente in “Esiste un mondo grande” in cui “mondo grande” è un unico soggetto.
  • La traduzione di Schlick di “Il mondo è” in “Il mondo è reale” si può al massimo concepire come una dialettica relazione tra una identità (“Esiste ciò che esiste”, giacchè il mondo è “ciò che esiste”) ed una differenza (dal momento che i due termini di una identità sono anche due termini di una differenza). Ma da un altro punto di vista dicendo che “Il mondo è” sia traducibile in “Il mondo è reale”, Schlick cerca di assecondare la tesi dell’esistenza come contingenza. Ma l’argomento di Brentano (la traducibilità di ogni proposizione in una proposizione esistenziale) evidenzia proprio il fatto che l’esistenza non è un predicato contingente, ma il fondamento della pensabilità di un soggetto logico, per cui “A non è reale” è una contraddizione dialettica che va superata nella proposizione “A è (reale)”.
  • Dire quindi che “Esiste SP” equivale a “S è P(esistente)” è un paralogismo che parte dal considerare l’esistenza un predicato. La critica di Kant alla prova ontologica invece apre la strada alla soluzione ontologica di Brentano, o meglio alla ontologia radicale di Meinong.

 

 

Pluralismo logico e monismo ontologico

 

La tesi poi di Schlick sulla esistenza logica (intesa come non-contraddittorietà) si presta alle seguenti considerazioni :

    1. Schlick si accanisce contro la pseudo-tesi dei monisti per cui ci sarebbe un unico soggetto logico delle proposizioni. Mentre invece il monismo sostiene che i soggetti logici possono essere molteplici, ma sono parti dell’unica Realtà ontologica, la quale viene intuita attraverso le deficienze del linguaggio, così ben evidenziate ad es. da Bradley
    2. La molteplicità di soggetti logici che Schlick cerca disperatamente di evidenziare è una molteplicità non di relazioni esterne, ma di relazioni interne tra un tutto e le sue parti. Lo stesso Schlick dice che l’esistenza dei concetti significa la compresenza e dunque la relazione reciproca tra i giudizi che li definiscono.
    3. Altro è dire che l’esistenza di un oggetto matematico si dimostra con la sua non-contraddittorietà, altro è dire che la sua esistenza sia la sua non-contraddittorietà.
    4. Se la contraddittorietà è in un certo senso per Schlick la compresenza di due proposizioni, la non contraddizione è la negazione di tale compresenza e dunque dovrebbe confermare addirittura una concezione monista dello stesso soggetto logico. A meno che non si argomenti rigorosamente sul principio di non contraddizione come filtro tra compresenze lecite ed illecite. Ma la mera accettazione del principio di non contraddizione è un argomentazione in tal senso ?

 

 

La struttura ambigua del fatto e il ruolo delle definizioni nella rete dei concetti

 

Schlick inoltre, analizzando “nevica” (che sarebbe composta in realtà), non argomenta sul perché l’enunciato composto dovrebbe essere basico (e più fondamentale) rispetto a quello monoterministico. Inoltre egli non spiega perché il linguaggio ha la possibilità di esprimere in forma monoterministica relazioni più complicate. Una ricerca del genere sarebbe troppo per la  faziosità dell’empirismo.

Schlick inoltre non argomenta neppure sul perché un fatto deve comprendere sempre due oggetti ed una relazione tra di essi. Analizzando il presunto isomorfismo tra linguaggio e realtà, egli fa anticipazioni impegnative sulla realtà che dovrebbero ispirare la struttura del linguaggio descrittivo, ma così incoraggia il circolo vizioso nel quale il linguaggio raffigura la realtà e poi si uniforma a tale raffigurazione.

Poi Schlick nel domandarsi retoricamente cosa sarebbe un concetto che comparirebbe solo nella sua definizione, dimentica che ci sono i concetti tautologici che hanno una struttura circolare, ma che si usano pur senza essere menzionati nella costituzione di tutti gli altri concetti (concetti del genere possono essere Il Pensiero di pensiero aristotelico e il Concetto hegeliano). Oltre tutto Schlick nella sua epistemologia riproduce il relazionismo che nega ontologicamente nella sua furia antimetafisica.

Quanto al carattere relativo della definizione e delle conoscenze che da questa dipendono, forse le definizioni nella rete della conoscenza descrivono quell’insieme di proprietà attraverso le quali si può dedurre e collegare il maggior numero delle altre  proprietà di un oggetto. Sarebbero una sorta di insieme che fa da snodo verso tutte le altre proprietà che sarebbero altrimenti in un certo senso divise ed inattingibili tra loro.


11 dicembre 2007

Marx e la misura : cosa succede su una bilancia ?

 

La prima peculiarità che colpisce nella considerazione della forma di equivalente è che il valore d’uso diventa forma fenomenica del suo contrario, del valore. La forma naturale della merce diventa forma di valore. Ma questo quid pro quo si verifica per una merce B soltanto all’intermo del rapporto di valore nel quale una qualsiasi altra merce A entra con essa e solo entro questa relazione. Poiché nessuna merce può riferirsi a se stessa come equivalente, né quindi può fare della sua propria pelle naturale l’espressione del suo proprio valore, essa si deve riferire ad altra merce come equivalente, ossia deve fare della pelle naturale di un’altra merce la propria forma di valore.

Ciò ci sarà reso evidente dall’esempio di una misura, conveniente ai corpi di merci come corpi di merci, cioè come valori d’uso : un pan di zucchero, poiché è un corpo, è pesante e quindi ha peso, ma non si può vedere o toccare il peso di nessun pan di zucchero. Prendiamo vari pezzi di ferro, il cui peso sia stato prima stabilito. La forma corporea del ferro, considerata di per sé, non è certo forma fenomenica della gravità più di quanto sia quella del pan di zucchero. Eppure, per esprimere il pan di zucchero come gravità, noi lo poniamo in un rapporto di peso con il ferro. In questo rapporto il ferro vale come un corpo che non rappresenta null’altro che gravità. Quindi quantità di ferro servono solo come misura di peso della zucchero e rappresentano nei confronti del corpo zuccherino pura forma fenomenica di gravità.

Il ferro rappresenta questa parte solo all’interno di questo rapporto nel quale lo zucchero, o qualunque altro corpo, del quale si deve trovare il peso, entra con esso. Se le due cose non avessero gravità, esse non potrebbero entrare in tale rapporto e quindi l’una non potrebbe servire come espressione della gravità dell’altra. Se le gettiamo entrambe sul piatto della bilancia, vediamo effettivamente che esse come gravità sono la stessa cosa e che quindi in una determinata proporzione sono dello stesso peso. Come il corpo ferro come misura di peso nei confronti del pan di zucchero rappresenta solo gravità, così nella nostra espressione di valore, il corpo abito nei confronti della tela rappresenta solo valore.

Ma qui l’analogia finisce : nell’espressione di peso del pan di zucchero il ferro rappresenta una proprietà naturale comune ad entrambi i corpi, la loro gravità, mentre l’abito nell’espressione di valore della tela rappresenta una proprietà sovrannaturale di entrambe le cose : il loro valore, qualcosa di puramente sociale. Mentre la forma relativa di valore di una merce (ad es. della tela) esprime il suo essere valore  come qualcosa del tutto differente dal suo corpo e dalle sue proprietà, ad es. come eguale ad abito, questa stessa espressione indica che in essa si cela un rapporto sociale. Per la forma di equivalente vale l’inverso. Essa consiste proprio nel fatto che un corpo di merce come l’abito, questa cosa così com’è, tale e quale, esprime valore, cioè possiede per natura forma di valore. Certo questo vale solo all’interno del rapporto di valore, nel quale la merce tela è riferita come equivalente alla merce abito. Queste determinazioni della riflessione sono in genere una cosa strana. Ad es. un dato uomo è re solo perché altri uomini si comportano come sudditi nei suoi confronti. Viceversa essi credono di essere sudditi perché egli è re.

Ma poiché le proprietà di una cosa non sorgono dal suo rapporto con altre cose, ma anzi si limitano ad agire in tale rapporto, anche l’abito sembra  possedere per natura la sua forma di equivalente, la sua proprietà di immediata scambiabilità, quanto la sua proprietà di essere pesante o tener caldo. Di qui viene il carattere enigmatico della forma di equivalente, carattere che non colpisce lo sguardo borghese prima che questa forma gli si presenti di fronte, bella e finita, nel denaro. Allora egli cerca di eliminare a forza di spiegazioni il carattere mistico dell’oro e dell’argento, surrogando loro merci meno abbaglianti e recitando compiaciuto il catalogo di tutto il volgo di merci che a suo tempo ha rappresentato la parte dell’equivalente di merci. E non ha la minima idea che già la più elementare espressione di valore (venti braccia di tela = un abito) ci dà da risolvere l’enigma della forma di equivalente.

 

 




Qui Marx però forse esagera quando presenta la forma di equivalente come il fatto che il valore d’uso si faccia fenomeno del valore di scambio, giacchè nella locuzione “un abito” , “un” non sta per un abito qualsiasi o un determinato abito, ma per “numero 1 abiti” ed è il numero 1 (che nasconde nella propria apparente compattezza il lavoro necessario per fare un abito) a svolgere questa funzione di supporto e di nascondimento. Naturalmente si tratta sempre di “1 abito” e non di “1 pagaia”, ma il valore d’uso qui c’entra poco : si tratta sempre di “1 x il lavoro necessario a produrre ‘1 abito’ ”. Forse Marx intende dire che il valore di scambio è qui cristallizzato nel prodotto, nella merce, ma  questa infatti rimane come merce, cioè come cristallizzazione del valore di scambio e non valore d’uso. Il legame tra valore d’uso e valore di scambio va qui ancora trovato.

Quanto al fatto che nessuna merce si possa comparare con se stessa ( e nessun oggetto possa essere misurato da se stesso), Marx evidenzia come lo scambio presupponga l’identità nella diversità e cioè la comparazione, il rapporto e dunque come il mondo delle merci si presti molto alla dialettica ed al rapporto tra segni (forse su questo Ferruccio Rossi Landi e Jean Baudrillard ci potranno dire altre cose). In questa comparazione c’è in nuce l’universale metamorfosi di tutte le cose in tutte le cose e forse il mercato è il luogo dove questa metamorfosi si attua, almeno dal punto di vista semiotico (statico e non dinamico)

Nell’esempio fatto da Marx sul rapporto di peso tra pan di zucchero e ferro, si evince benissimo che il ferro non è valore d’uso, ma unità di misura del peso (esso cioè è considerato solo in quanto pesante). Il corpo dell’oggetto, sia esso abito o ferro, non è valore d’uso, ma da esso si astrae solo il valore nel primo caso ed il peso (la gravità) nel secondo.

Al tempo stesso Marx distingue tra la gravità che corrisponde a proprietà naturali ed oggettive delle cose e dei loro rapporti e il valore che è una relazione dovuta solo ai rapporti sociali esistenti tra gli uomini. Egli però trascura da un lato il fatto che le proprietà dei corpi collegate alla gravità sono astratte dai corpi stessi e quindi rimandano all’attività conoscitiva degli uomini, mentre d’altro canto non sembra tener conto del fatto che dietro il valore di scambio c’è comunque (secondo la sua stessa teoria) il lavoro e cioè un’interazione materiale tra uomo e il suo ambiente. Perciò la differenza tra scienze naturali e sociali e tra gli oggetti di questa scienze è stata maggiormente sfumata nel corso del Ventesimo secolo e il marxismo nuovo deve riflettere su questa evoluzione.

Tuttavia Marx vede che nel rapporto di valore sembra difficile trovare una proprietà comune che riguardi le merci nel loro corpo, nella loro oggettualità data e dunque sembra interpretare tale rapporto come qualcosa di legato ad un rapporto diverso tra due altri fenomeni della società (cioè i lavori necessari per produrre l’una e l’altra cosa). Mentre cioè il rapporto tra pan di zucchero e ferro si spiega sulla base di un rapporto tra due proprietà astraibili direttamente da essi, il rapporto di valore tra tela e abito si spiega facendo riferimento al rapporto tra due processi che non sono immediatamente rintracciabili negli oggetti considerati, ma la cui relazione ha bisogno di un rapporto sociale per diventare effettiva. Il rapporto tra pan di zucchero e ferro è diretto mentre quello tra tela e abito passa per il rapporto tra uomini. Non è del tutto vero (come abbiamo già detto), ma almeno abbiamo inteso il passo di Marx.

Marx alla fine prende in giro il pensiero borghese che vede solo nella moneta e nell’oro il mistero, mentre il mistero è già in ogni tipo di scambio e di comparazione. Il mistero, aggiungeremmo noi, è nel segno.

 

 


6 novembre 2007

Marx e il valore come relazione

 

Tutto quello che ci diceva l’analisi del valore della merce ce lo dice ora la tela stessa, appena entrata in comunicazione con un’altra merce e cioè l’abito. Per dire che il lavoro nella sua qualità astratta di lavoro umano costituisce il suo proprio valore, essa dice che l’abito in quanto equivalente ad essa, cioè in quanto è valore, consiste dello stesso lavoro che la tela. Per dire che la sua oggettività sublime di valore è differente dal suo corpo di traliccio, essa dice che il valore ha l’aspetto di un abito e che quindi essa stessa, la tela, come cosa di valore assomiglia all’abito. Il verbo “valere” è un verbo comparativo (Parigi vale bene una Messa), così come pure il tedesco Wertsein.

Dunque mediante il rapporto di valore la forma naturale della merce B diventa forma di valore della merce A, ossia il corpo della merce B diventa lo specchio di valore della merce A. La merce A riferendosi alla merce B come corpo di valore, come materializzazione di lavoro umano fa del valore d’uso B materiale della sua espressione di valore. Il valore  della merce A, così espresso nel valore d’uso della merce B, ha la forma del valore relativo.

In un certo modo all’uomo succede come alla merce. Dal momento che l’uomo non viene al mondo con uno specchio, né da filosofo fichtiano (Io sono io) egli in un primo momento si rispecchia in un altro uomo. L’uomo Pietro si riferisce a se stesso come ad un uomo solo mediante la relazione all’uomo Paolo come proprio simile. Ma così anche Paolo in carne ed ossa, nella sua corporeità paolina, conta per lui come forma fenomenica del genus uomo.



 

 

Per Marx il valore è una relazione che è prima di tutto tra merci. Ciò è possibile in quanto le merci hanno una sostanza comune che è il lavoro. Il fatto che una merce sia misura di altra merce è la prima manifestazione della loro sostanza comune. Anche qui la metafora marxiana è bella ed illuminante : anche l’uomo cerca inizialmente di prendere consapevolezza di sé mediante l’altro uomo. Lo scambio che è in primo luogo una comparazione è l’analogo più povero del rapporto intersoggettivo, o meglio è un rapporto intersoggettivo povero e inconsapevole. Forse la transizione ad un altro modo di produzione è anche la storia di questa presa di consapevolezza.

 

 

 

 

 

 


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