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1 aprile 2011

Homer sum : Darwin e la solidarietà per i più deboli

Tra i popoli primitivi erano essenziali, per la sopravvivenza del gruppo, le virtù che dispiegano effetti sociali. Infatti solo quei popoli che, attraverso la selezione naturale, svilupparono speciali inclinazioni all’aiuto reciproco, superarono le difficoltà dell’ambiente. I filosofi sociali delle classi di proprietari e di industriali della fine del 1800, propugnatori di una legge della giungla a spiegazione del progresso, trovarono un sostegno nella teoria darwiniana secondo la quale riescono a sopravvivere gli animali da preda e non quelli socievoli. Darwin, pur ammettendo che l’abitudine umana di proteggere i deboli e gli inetti tende a propagarne le caratteristiche negative a danno della specie del suo complesso, l’uomo non può soffocare la sua compassione per essi e, se noi dovessimo intenzionalmente trascurare i deboli, ciò produrrebbe soltanto un vantaggio effimero con un immenso male presente.

 

 

 In realtà, a parte le sue abilità, l’uomo è riuscito a sopravvivere all’intero di una natura spesso ostile, proprio per questa sua tendenza cooperativa, tendenza che spesso era tutt’altro che pacifica, dal momento che consisteva nell’unirsi per cacciare una preda, per razziare un accampamento. Non sempre cioè tendenze cooperative ed aggressività sono separate. Spesso la tendenza cooperativa è soltanto tra membri di un gruppo (tra i quali c’è, se non la pace, almeno una tregua) e serve per cementare il gruppo e per esercitare violenza su altri soggetti.

L’etica invece è proprio la tendenza a superare l’ambito chiuso di un gruppo ed a stabilire relazioni e comunanze con gruppi esterni al proprio.

Quanto alla tendenza a proteggere i deboli, è perché questi svolgevano comunque un ruolo essenziale all’interno della società : i vecchi potevano fornire informazioni e schemi di comportamento utili ai più giovani. Invece i bambini erano coloro che assicuravano la sopravvivenza del gruppo stesso nel lungo periodo. Inoltre la difesa dei deboli garantiva i più forti del fatto che sarebbero stati tutelati quando sarebbero diventati deboli anch’essi.

In una società dell’assistenza come la nostra, persone che fisicamente sono del tutto dipendenti dagli altri, quali Stephen Hawking, dal punto di vista culturale danno un contributo che viene comunemente ritenuto di grande utilità. Una società basata sull’abbandono dei deboli avrebbe perduto una risorsa fondamentale per il suo progresso. 

 

 

 


31 marzo 2011

Homer sum : Darwin e il senso morale dell'uomo

Darwin passa a trattare del senso morale dell’uomo, il quale, pur non mancando negli animali, serve a distinguerlo da essi. Il senso morale scaturisce dagli istinti sociali che sono comuni a molti animali e costituiscono probabilmente lo sviluppo dei vincoli affettivi che legano genitori e figli e sono necessari alla sopravvivenza di quegli animali che raggiungono molto tardi una condizione di autosufficienza. Gli istinti sociali possono essere visti all’opera in certe specie animali quando vengono appostate sentinelle per segnalare il pericolo alla comunità e gli individui agiscono di concerto per difenderla o per attaccare i nemici e la preda.

Secondo Darwin, qualsiasi animale dotato di istinti sociali non potrebbe fare a meno di sviluppare un senso morale, appena raggiungesse il livello intellettuale dell’uomo. Questo senso morale avrebbe assunto la forma dettata dai problemi di adattamento proposti dall’ambiente senza riflettere necessariamente il senso morale umano. Se gli uomini fossero allevati nelle identiche condizioni delle api di alveare, certamente le nostre femmine non sposate (come le api operaie) riterrebbero loro dovere sociale uccidere le proprie figlie. E nessuno si sentirebbe tenuto ad intervenire.

 

 

In realtà il senso morale è la proiezione di quei rapporti esistenti all’interno del nucleo familiare su di un’area sociale più estesa (ad es. la tribù, il villaggio, la città, la nazione, il mondo).

Per Darwin l’etica è un complesso di regole che consente ad una comunità di specie di adattarsi all’ambiente circostante. Tale interpretazione è rispettosa dell’etimologia della parola “etica, morale” che significa “uso, consuetudine”. Ma l’evoluzione dell’etica è quella di estendere progressivamente il proprio ambito di riferimento e dunque spesso consiste nel superamento delle abitudini consolidate, della sfida fatta da soggetti consapevoli agli istinti quando questi tendono a vincolarne i comportamenti, a mortificare l’immaginazione e la capacità dei soggetti di progettare il futuro.

 


30 marzo 2011

Homer sum : Darwin e la religione

Darwin dice che, se la religione include la credenza in poteri incorporei, allora gli animali hanno in comune con l’uomo questo attributo. Egli adduce esempi di animali sconvolti dal verificarsi di un certo evento quando era assente la causa ad essi familiare (ad es. il movimento di un parasole a causa della brezza) ed attribuisce la loro agitazione alla credenza che causa dell’evento sia un qualche agente vivente strano ed invisibile. La convinzione che gli oggetti naturali siano animati da agenti viventi ed invisibili fu detenuta da Darwin diffusa in tutte le razze meno civili. Egli era convinto che lo sviluppo naturale di questa credenza culminasse nella creazione di uno o più Dei con attributi che riflettevano le concezioni, i valori e le attitudini di quelle società. I complessi elementi della devozione religiosa, quali la pietà, la sottomissione ad un potere saltato, il senso di dipendenza, il timore e la venerazione, la gratitudine e la speranza nascono nell’esperienza umana dall’ambiente naturale e sociale. Nuovamente Darwin pone l’accento sulla relazione che lega l’uomo agli animali, scoprendo che gli stessi elementi della devozione si riscontrano ad es. nella relazione tra cane e padrone.

 

 

In realtà, poiché molti fenomeni naturali sembrano non avere un soggetto visibile che li compia, risvegliano nell’uomo (e forse nell’animale) la credenza che tale soggetto che causa questi fenomeni sia invisibile o non sia collocato sulla Terra. Si pensi ad es. alla pioggia ed a tutte le precipitazioni atmosferiche, oppure alle maree, alle inondazioni dei fiumi, al mutare delle stagioni, alla nascita ed alla crescita delle piante, al sorgere e al tramontare degli astri. Quindi non si tratta di fenomeni particolari o eccentrici, ma della grande maggioranza dei fenomeni naturali che accadono davanti agli occhi tutti i giorni. La religione è, almeno in una delle sue manifestazioni, il primo tentativo di spiegare questi fenomeni e di controllarne gli effetti.

Quanto alla similarità tra gli Dei ed altri esseri umani, è probabile che essa sia dovuta al fatto che, non potendo controllare alcune forze naturali con le loro capacità, gli esseri umani primitivi pensassero di poterle utilizzare a loro vantaggio, immaginando che i soggetti che le detengono siano simili ad altri esseri umani e quindi passibili di preghiera, adulazione, richiesta di scambio

 


14 febbraio 2009

Deborah Ardilli : Simone Weil e la fabbrica come macchina di conformismo

 

Gli anniversari comportano sempre un confronto diretto con la fatidica questione di ciò che è vivo e ciò che è morto di un autore e della sua epoca.
Gli esiti mistici dell'ultima Weil potranno lecitamente offrire più di uno spunto a quanti vorranno trarne ispirazione. Il fondamento metafisico-religioso trova puntuali rispondenze politiche nella risoluzione paternalistico-autoritaria (se non francamente reazionaria) a cui l'autrice dell'Enracinement affida le principali questioni che l'hanno impegnata nel corso della sua breve esistenza: come ricondurre al controllo cosciente degli individui forze sociali che minacciano di regredire al livello di natura indomata? Come subordinare l'esistenza collettiva al rispetto incondizionato dovuto a ogni singolo essere umano? Problemi enormi, giganteschi. Ai quali Weil ritiene di poter rispondere, a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, involgendosi in una cupa attitudine antimoderna, scagliandosi contro ogni conato emancipativo orientato alla trasformazione del mondo, affermando categoricamente l'impossibilità di accedere alla verità se non dischiudendo le porte all'ordine trascendente della grazia. Simili premesse non sono ovviamente senza rilevanti conseguenze sul piano pratico. Di qui discendono, per menzionarne soltanto alcune, l'asserita insolubilità storica della contraddizione tra il desiderio umano di giustizia e la sua realizzazione; l'esigenza di riportare ordine nell'Europa sconvolta da due conflitti mondiali restituendo al sovrannaturale il compito di legittimare l'autorità politica; lo svolgimento teorico-politico di una tematica del «radicamento» percorsa dal paradosso di demandare alla preservazione di inviolabili gerarchie sociali la traduzione dell'obbligo di rispetto verso l'«essere umano in quanto tale».
La cristallizzazione religiosa di una certa «meravigliosa volontà di inanità» — come la definì Georges Bataille — non caratterizza però l'intero arco evolutivo dell'autrice dei Cahiers. Essa è piuttosto indice di una discontinuità, senza pregiudicare fin dall'inizio un percorso determinato a portare la filosofia «verso il concreto» attraverso l'impegno diretto nel movimento operaio.
La docente di filosofia diplomata all'Ecole Normale di Parigi, nel 1931, fa il proprio debutto in qualità di militante sindacale. Risale a quell'anno un articolo intitolato Réflexions concernant la crise économique in cui Weil (contrariamente allo stereotipo che la vuole interessata soltanto ai problemi della riorganizzazione tecnica del lavoro) sottolinea con vigore il significato politico di tale collocazione, affermando che «non si deve assolutamente tentare di porre rimedio alla crisi, azione che potrebbe essere condotta solo con il consenso e sotto il dominio della classe dirigente». Al contrario, «bisogna unicamente organizzare senza indugio la lotta. Il regime, al grado di decomposizione a cui è giunto, può sussistere solo se la mancanza di unione, la carenza di organizzazione, l'assenza di concezioni chiare mantengono la classe lavoratrice nel suo attuale stato di debolezza». 



A motivare la scelta di campo concorrono diverse ragioni. A una fortissima tensione morale, si affianca una motivazione di natura più propriamente epistemologica, direttamente connessa all'idea che «il segreto della condizione umana» possa trovarsi «soltanto nell'azione con la quale l'uomo ricrea la sua vita: il lavoro». Non è questa la sede per indagare quale rapporto con Marx, destinato anch'esso a spezzarsi nel volgere di pochi anni, ispiri l'indagine della giovane Weil. Basti qui osservare che, laddove nel lavoro viene individuato il punto di mediazione razionale tra soggetto e mondo, dire "condizione umana" non è cosa diversa dal dire "struttura sociale". E coniugare al tempo presente il discorso che ha per oggetto la struttura sociale implica logicamente parlare di "condizione operaia", posto che «in tutte le altre forme di schiavitù, la schiavitù è nelle circostanze», mentre solo nelle condizioni dello sviluppo moderno essa «è trasferita nel lavoro stesso».
In pieno clima esistenzialista, Simone Weil preserva la propria autonomia teorica evitando di attribuire il malheur che grava sulla componente operaia della popolazione alla transitoria contingenza dell'esistere. L'oppressione è un fatto, un'oggettiva relazione storica tra il soggetto lavoratore e i concreti presupposti del suo operare. Riconoscere questo dato di fatto significa allora adoperarsi a elaborare quella «scienza della sventura» di cui Fernand Pelloutier, a cavallo tra XIX e XX secolo, aveva lamentato l'assenza nella tradizione teorica del movimento operaio francese.
Lungi dall'essere all'origine di una «meravigliosa volontà di inanità», una simile diagnosi arriva a incrociare il tema della rottura rivoluzionaria precisamente nella misura in cui l'oggetto di questa «scienza della sventura» coincide potenzialmente con il suo soggetto. Per dirla con Simone Weil, occorre arrivare al grado estremo di asservimento del lavoro vivo al lavoro morto affinchè i lavoratori «comincino a prendere coscienza della condizione disumana a loro inflitta».
Si badi: "cominciano", non "automaticamente acquistano". Nessuna fede superstiziosa in uno spontaneismo rivoluzionario generato dalle cose stesse potrebbe animare una pensatrice convinta che la rivoluzione sia un «compito metodico» in cui giocano un ruolo imprescindibile l'educazione di massa e l'unificazione organizzativa, in forme non burocratiche, della classe lavoratrice.
Si è spesso addebitata alla discesa negli inferi della vita di fabbrica - nei nove mesi che, tra il 1934 e il 1935, la filosofa trascorre come addetta alle presse negli stabilimenti dell'Alshtom, della Carnaud e della Renault - l'erosione degli ideali giovanili e il conseguente abbandono della prospettiva rivoluzionaria. È forse più corretto dire che l'esperienza di fabbrica produce una drammatica conferma sperimentale delle intuizioni già abbozzate in sede teorica. In quella vera e propria officina antropologica che sono i luoghi della produzione, Weil non verifica soltanto il degrado provocato dalla separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Riscopre pure le ragioni che l'avevano indotta a diffidare di troppo facili automatismi. I centri della produzione non sono soltanto la sede deputata all'estrazione del plusvalore, ma anche formidabili macchine egemoniche per assimilare la mentalità del dominato a quella del dominante. Sono i luoghi in cui, davanti al licenziamento di un'operaia, le colleghe apprendono come scolarette che «bisogna essere più coscienziose quando ci si deve guadagnar la vita». Oggi, quando pare ormai essere divenuta una questione di bon ton intellettuale negare l'esistenza stessa di una condizione operaia, rileggere Simone Weil — tutta Simone Weil — sarà un buon antidoto per non dimenticare la differenza che passa tra la «scienza» e la «mistica» della sventura.


10 febbraio 2009

Tonino Bucci : Simone Weil, la mistica, l'operaista

 

Simone Weil è una figura di confine che non si presta alle letture di circostanze. Il centenario della sua nascita è passato in sordina forse a causa della difficoltà di racchiudere in una definizione sbrigativa l'arco della riflessione di questa filosofa, nata a Parigi da una famiglia di ebrei benestanti e laici, destinata a passare nel corso della sua biografia per esperienze e svolte filosofiche spesso in contrasto tra loro. Almeno in apparenza. Poco più che ventenne inizia a insegnare filosofia nei licei. Alle spalle ha una tesi intitolata Scienza e percezione in Cartesio, eppure a dispetto del suo cartesianismo si convince che il rapporto tra l'uomo e la natura non sia soltanto un rapporto di pura conoscenza, di rispecchiamento e contemplazione, ma anche un'attività: il lavoro per l'appunto. Non è soltanto un impulso teorico a muovere la giovane Weil, anzi si può dire che da questo interesse sarà condizionata la sua vita. Si avvicina, lei benestante, lei docente di liceo, al sindacalismo rivoluzionario. Si impegna nella pratica e nella teoria. Scrive un articolo di riflessione sulla devastante crisi del '29 e sulle prospettive di rivoluzione della classe lavoratrice. Passeranno pochi anni quando abbandonerà persino l'insegnamento per andare a sperimentare di persona il lavoro nella fabbrica moderna. Dura nove mesi il suo apprendistato alla pressa e alla fresa in diversi stabilimenti tra i quali la Renault.
Però c'è anche un'altra Simone Weil, l'ex sindacalista che mette da parte Marx, che si abbandona al pessimismo più cupo, che non intravede più vie d'uscita dall'hitlerismo che incombe su tutta Europa, che rigetta del tutto la prospettiva della rivoluzione, che nel comunismo vede soltanto propaganda e massificazione. E' la Simone Weil della "svolta mistica", la pensatrice del trascendente che valorizza tutte le religioni come unico accesso di fede alla verità, quella che respinge in blocco la modernità ormai percepita come un complesso di forze autoritarie e oppressive che abitano la società di massa. Come a conclusione di un percorso l'ultimo scritto della filosofa - che muore di tubercolosi in un sanatorio a soli 34 anni - sarà un duro pamphlet contro i partiti. Al male della politica c'è solo un rimedio, l'amore per il soprannaturale. Non c'è scampo al pessimismo, agli occhi di Weil i partiti sono soltanto organizzazioni dogmatiche e totalitarie, agenzie di una propaganda di massa che ottunde le menti.



Ma nella filosofia di Weil c'è anche un'altra traccia. Non tutto è preordinato alla chiusura di ogni spazio politico in nome semplicemente del primato del trascendente. Non che lo sguardo alla religione non sia predominante, non che si possa negare la svolta mistica negli ultimi anni di Weil, non che la trascendenza e l'apertura a questa della fede non rappresentino l'unica possibilità di salvezza. Gli ultimi scritti della filosofa non danno adito a dubbi: nel sociale non c'è alcuna via alla soluzione della sofferenza umana. Epperò il discorso cambia a seconda di dove cade l'accento nella gerarchia logica del ragionamento. La cosiddetta svolta mistica e l'appello al trascendente - a un divino che è presente in nucleo in tutte le confessioni religiose - non sono il punto iniziale del discorso di Weil, ma l'approdo di un percorso che molto risente del fallimento di un'opzione iniziale. Si è molto discusso sulle ragioni che indussero Simone Weil ad abbandonare l'impegno sindacale e il rapporto teorico col marxismo. Di solito si è voluto vedere nell'impatto con il lavoro di fabbrica a cui personalmente si sottopose la causa del crollo di illusioni "giovanili" come se l'atteggiamento passivo osservato negli operai avesse bruscamente mandato a monte l'ingenua aspettativa di una rivoluzione imminente in Europa. Non fu proprio così, anche se difficilmente si può sottovalutare il trauma subìto nel periodo di lavoro alla pressa. Il bilancio è fallimentare, lo dimostrano le parole scritte in presa diretta dalla stessa Simone Weil in una lettera indirizzata a un'amica che vale la pena riportare per esteso. «Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto anche dire che tutte le ragioni esteriori (che prima credevo interiori), sulle quali poggiava a mio parere il sentimento della mia dignità, il rispetto di me stessa, sono state infrante radicalmente in due o tre settimane sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non penso che abbia provocato in me movimenti di rivolta. No, al contrario ha provocato ciò che meno mi sarei aspettata da me - la docilità. Una docilità da bestia da soma rassegnata. Mi sembrava di esser nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini». In queste parole c'è non tanto lo smacco di giovanili ardori dovuto al primo contatto con una realtà che non dovrebbe risultare del tutto sconosciuta a una filosofa-sindacalista, già erudita sull'esistenza dello sfruttamento del lavoro, quanto la crisi della convinzione che dallo sfruttamento si possa uscire con la politica e l'organizzazione.
L'esperienza della fabbrica non rivela nulla di nuovo a Weil, anzi le riconferma l'urgenza del tema principale della sua filosofia che è la sofferenza umana in questo mondo e il desiderio di libertà. La novità semmai è che mentre fino a questo momento la società sembra il luogo dove cercare la chiave di soluzione alla sofferenza del lavoratore, ora i meccanismi sociali - della moderna società di massa - assumono un profilo minaccioso, repressivo, autoritario dal quale l'essere umano non può attendersi alcuna salvezza. Insomma, non è la brutalità del lavoro di fabbrica a spiazzare Simone Weil, ma la scoperta che non esiste automatismo fra quella brutalità e la formazione di un impulso di ribellione da parte degli operai o, detto in termini canonici, di una coscienza di classe rivoluzionaria. L'aspettativa sino a questo momento riposta nella politica - come azione organizzata di una classe che prende coscienza di uno sfruttamento oggettivo - lascia il posto a una sfiducia nella politica, alla percezione di una crisi epocale della modernità. L'approdo al misticismo forse è già inscritto nei toni cupi della riflessione di Weil sul proprio tempo. Ma se il ripiegamento sulla trascendenza smentisce il progetto originario di una filosofia del concreto, se il rifiuto dell'azione politica dà adito piuttosto a un pensiero conservatore, nondimeno nella svolta mistica c'è anche una lucida analisi della crisi della politica nella società di massa. Per quanto la critica di Weil alla modernità possa rivelarsi, alla fine del tragitto, una filosofia dell'antimodernità, non c'è motivo di trascurarne il versante critico. C'è uno scritto a cavallo di questa svolta che testimonia la disperata denuncia dell'involuzione autoritaria dell'Europa, un saggio critico composto tra il '39 e il '40 dal titolo L'Iliade, o il poema della forza . Sono gli sventurati della storia, gli operai delle moderne fabbriche o i troiani sconfitti e destinati alla schiavitù, i protagonisti di questa riflessione, vittime che si rendono conto dell'impossibilità di sfuggire al brutale dominio della forza - di un forza che si presenta nel proprio tempo con il profilo minaccioso dell'hitlerismo. Il desiderio di libertà lascia il posto alla reificazione, tendenza inesorabile della moderna società di massa. Sventurati sono coloro che «senza morire sono diventati delle cose per tutto il corso della loro vita». C'è ancora, in queste parole, un residuo della Weil critica dello sfruttamento di fabbrica che riduce gli operai a mezzi, a cose. Ma la vittoria dell'hitlerismo fa ormai passare in primo piano l'ineluttabilità della crisi di civiltà giuridica in Europa. E' vero, Simone Weil troverà rifugio nella trascendenza, in una prospettiva antimoderna lungo la quale non può essere seguita. Ma persino nel suo misticismo si intravede un antidoto ad altre fascinazioni, altre seduzioni, molto più pericolose e inquietanti, come quella, ad esempio, esercitata dal suo contemporaneo Carl Schmitt, il giurista e filosofo politico compromesso col nazismo, che alla crisi del diritto risponderà con l'esaltazione del völkisch , del populismo, dell'identitarismo di razza. Di antidoti contro simili tentazioni ce n'è sempre un disperato bisogno.


18 dicembre 2007

Simboli : l'Abisso

 

Il termine Abisso vuol dire “voragine senza fondo” dal greco abiuthos (a-byuthos = senza-fondo).

Si intende in genere empiricamente un apertura sul terreno, ma anche in mare, di cui non si riesce a vedere il fondo ed in cui si può cadere o da cui può emergere qualsiasi cosa, sia essa buona o cattiva.

Dunque esso è origine (da cui si emerge) e fine (in cui si precipita), indeterminato (in quanto non è visibile il suo fondo), smisurato (in quanto non si riesce a misurare) indifferenziato (in quanto le cose che si originano da esso sono della natura più varia e diversificata, buone e cattive, belle e brutte).

Esso simboleggia l’origine, la fine, Dio, ma anche il Male in quanto informe e indeterminato ed  il Caos primigenio, l’Apeiron, origine infinita, indeterminata e onnicomprensiva (e dunque Totalità) di tutto ciò che esiste.




Presso i Sumeri probabilmente è l’Apsu, il Dio che è fonte di tutte le acque sotterranee ed è Tiamat, l’acqua oceanica e caotica da cui Marduk, l’ordinatore, uccidendola ricava il cosmo attraverso un procedimento di divisione.

Babilonia è la città che forse meglio di tutte rappresenta il caos e la sua domesticazione, giacchè è Bab-ilu (porta del Dio, quasi il buco da cui Dio appare) ed è anche Babele (confusione di lingue), ma in essa svetta lo ziqqurat E-temen-an-ki (la casa del recinto o del fondamento del Cielo e della Terra), il luogo in cui il Caos (origine ed unione indifferenziata del Cielo e della Terra) viene delimitato e catturato.

L’Abisso simboleggia la tenebra in cui è sospeso il mondo creato da Jahvè

L’Abisso simboleggia il Caos greco, che prima di essere confusione, è Xasma (apertura, bocca), ma anche l’Informe cui alludono i Vangeli apocrifi, l’informe della nascita e della fine, l’Archetipo materno, la smisuratezza eraclitea dell’anima e dunque l’immensità dell’Inconscio

Infine nella filosofia prima Meister Eckart e poi Jakob Bohme intuiscono l’ambivalenza di questo simbolo e parlano di Grund Ab-grund (Il Fondamento senza fondo) come simbolo di Dio, metafora che verrà sviluppata in tutta la sua potenza dal secondo Schelling contro il Panlogismo hegeliano.


30 ottobre 2007

L'esibizione della riservatezza

Nicholas Sarkozy, dopo aver finto l'amore con Cecilia durante l'intera campagna elettorale, dopo aver coperto con la sua separazione le agitazioni e gli scioperi dei ferrovieri, finge di scandalizzarsi per la domanda di una giornalista, come se il grosso del lavoro non fosse opera sua. E' ovvio che lo fa per esibire la sua riservatezza, così come si fotografa con intento morboso un morto pietosamente coperto da un lenzuolo. Sotto i riflettori qualsiasi gesto di pudore ha la forma di un ammiccamento. 




Peccato che Sarkozy sia così goffamente squadrato (anche nel fisico) per poter accennare a qualcosa. Ogni sua strategia di comunicazione sembra un pugno "telefonato". Ogni sorpresa rovinata dai colpi di bastone di un annunciatore di palazzo.
La Francia di Sarkozy ha una vaga somiglianza con Auguste Comte : vorrebbe dire qualcosa di nuovo, ma appena apre bocca riepiloga come in un rituale una infinita serie di tic e di anticaglie.


22 maggio 2005

Berlusconi e i referendum

Caro Montag,
ma sei sicuro che Berlusconi stia con qualcuno in questa confusa battaglia?
Confusa sì, perchè piena di vischiosità
fatta da donne che vogliono figli naturali contro una religione che incoraggia  a fare figli naturali
e che si trova di fronte al paradosso di figli naturali fatta grazie alle biotecnologie...
a Berlusca non frega niente di queste cose, mentre ad essere impegnati sono i cattolici trasversalmente diffusi in tutti gli schieramenti.
Un referendum così vischioso che mi porta a stare con i cattolici...
a me un antiabortista perchè eticamente materialista: che confusione!


22 maggio 2005

Perchè pur essendo comunista non andrò a votare al referendum cap.1

Con chi si va a votare?
Con i radicali, cioè con i fondamentalisti del mercato
con quelli che esplicitamente si fanno finanziare da privati e dunque si fanno portavoce dei privati e del mercato, con coloro che sono pacifisti e siedono sui cannoni dei carrarmati Usa.
Certo 30 anni fa erano progressivi, ma ora?
Certo c'è il clericalismo, ma loro non sono rappresentanti di una religione della libertà di compravendita?
E' libertà la loro?


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