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30 maggio 2009

Roberto Romano, Sergio Ferrari : lo strano aumento degli occupati in ricerca e sviluppo

 Il 24 novembre 2008 l’Istat ha pubblicato l’indagine annuale “La Ricerca e Sviluppo in Italia nel 2006” da cui si osserva un forte incremento del numero dei ricercatori, unitamente a un più contenuto aumento della spesa in ricerca in sviluppo. La crescita del numero degli addetti alla ricerca è pari a 17,1%, mentre la spesa in R&S passa da 1,10% a 1,14% del Pil tra il 2005 e il 2006, con un tasso di crescita pari al 3,6%. Con un incremento relativamente modesto della spesa in R&S si è aumentato il flusso in entrata di nuovi ricercatori. Inoltre, occorre sottolineare che nello stesso periodo il numero degli addetti totali nel sistema delle imprese era diminuito. Nel settore della ricerca la questione è diversa: c’è un aumento dell’occupazione del 17,1% con una crescita della spesa del 3,6%, cioè i nuovi addetti alla ricerca costerebbero molto meno dei precedenti. La struttura produttiva italiana, pur necessitando di nuovi investimenti in ricerca e sviluppo, con difficoltà potrebbe assorbire un aumento del numero dei ricercatori pari al 17%, soprattutto se ciò si realizza nell’arco dello stesso anno.

Questo “prezioso” aumento degli addetti merita, quindi, un approfondimento. L’Istat suggerisce un’interpretazione sull’aumento degli addetti alla ricerca: “la consistenza della spesa per R&S intra-muros delle imprese (nel 2006) è stata influenzata dalla diffusione tra le imprese italiane dell’accesso al beneficio della deduzione dalla base imponibile irap dei costi sostenuti per il personale addetto alla R&S (inclusi consulenti e collaboratori)”.

Di solito gli interventi fiscali a sostegno dello sviluppo hanno un impatto economico molto modesto o comunque non equivalente alle mancate entrate, ma in questo caso la riduzione del costo del lavoro per la ricerca e sviluppo ha fatto miracoli. Questa misura avrebbe trasformato l’indole delle imprese italiane. Tutte si sarebbero improvvisamente impegnate a fare ricerca. Se fosse vero l’effetto “registrato” dall’Istat di questa misura fiscale, si confuterebbe la tesi dell’inefficacia del fisco come strumento di sostegno alla crescita economica. Il credito di imposta realizzato dal governo Prodi sarebbe, quindi, del tutto positivo, anche se in quegli anni e, soprattutto, negli anni successivi il paese ha continuato a crescere meno della media dei paesi europei, con una bilancia tecnologica strutturalmente in passivo.

In realtà, il provvedimento potrebbe aver favorito l’elusione fiscale. L’Istat afferma che “nel 2006 gli addetti alla R&S nelle imprese (in unità equivalenti a tempo pieno) sono aumentati di ben 9357 unità rispetto all’anno precedente. I ricercatori, in particolare, sono aumentati di 2067 unità (7,4 per cento). Ciò ha determinato un incremento assai rilevante della attività di R&S presso le imprese con meno di 100 addetti. In particolare per le imprese con meno di 50 addetti è stato stimato un incremento di spesa per R&S intra-muros, tra il 2005 e il 2006, del 27,1 % con un aumento del personale di ricerca del 60,2 per cento. Per le imprese con 50-99 addetti, tali incrementi sono pari al 60 % per la spesa e al 90,5% per il personale”.

Si tratta di incrementi record, inimmaginabili nemmeno nei paesi scandinavi. Il nostro sistema industriale è in genere un po’ ottuso in materia di ricerca. Difficile credere che il nostro modello d’impresa abbia scoperto un nuovo modello di sviluppo proprio alla vigilia della grande crisi. Se così fosse avrebbe compiuto un salto epocale nella specializzazione produttiva, e senza dare nell’occhio avrebbe cambiato il paese in un paio di anni.

Un’altra ipotesi sostiene che le nostre imprese, per “intercettare” gli sconti fiscali concessi dal governo tramite l’irap, sono state più attente a compilare i questionari Istat e hanno fatto emergere l’esistenza di addetti alla ricerca precedentemente non segnalati.

Se le agevolazioni fiscali hanno “modificato” la rilevazione statistica per la ricerca e sviluppo, potrebbe essere accaduto anche per altri interventi. Ad esempio se l’Italia ha degli investimenti fissi lordi in rapporto al pil pari a quelli fatti dalla media dei paesi europei, ma allo stesso tempo ha una crescita del Pil più basso di almeno 0,8 punti, due possono essere le spiegazioni: la prima è legata alla bassa produttività degli investimenti; la seconda è legata al fatto che alcuni di questi investimenti siano fittizi, più che altro determinati da vantaggi fiscali. Sia nel primo caso e sia nel secondo la situazione sarebbe grave. E se fossero vere in quote variabili entrambe le interpretazioni, cosa possibile, la situazione sarebbe ancor peggiore.



Da Economiaepolitica.it


24 novembre 2007

Sinistra : andiamo al sodo

 

Niente di meglio se non un articolo di Luigi Cavallaro per capire qual è il compito della sinistra italiana in questa fase : oltre le diatribe sulla cosa rossa, Cavallaro prende spunto  dal Quinto Rapporto dell'Enea, "L'Italia nella competizione tecnologica internazionale", da poco edito da FrancoAngeli e dice che dal punto di vista della specializzazione tecnologica, si possono distinguere almeno tre aree: un'Europa del Nord e scandinava, fortemente competitiva a causa di una dinamica sostenuta della spesa in ricerca e sviluppo, un'Europa centrale (coincidente essenzialmente con la Francia e la Germania), apprezzabilmente competitiva ma più equilibrata nella distribuzione delle specializzazioni tecnologiche, e un'Europa del Sud (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia), caratterizzata da estrema debolezza tecnologica e crescenti deficit dei saldi commerciali.




La perdita di competitività del nostro Paese
, continua Cavallaro,  nell'industria manifatturiera non ha accennato a ridursi, aggravando lo squilibrio fra la crescita delle esportazioni e quella, assai più sostenuta, delle importazioni.
E non perdiamo solo nei settori high-tech, ma anche in quelli a medio-bassa tecnologia, a conferma che non ci può essere alcun recupero competitivo in questi ultimi fintanto che il sistema economico resta arretrato nei primi.
Nessuna meraviglia, dunque, se nel 2005 la variazione degli investimenti fissi lordi è stata in Italia non solo inferiore a quella europea, ma anche negativa: è piuttosto l'implicazione necessaria delle tendenze di fondo del nostro sistema produttivo, in cui l'effetto cumulato della minore spesa in ricerca e sviluppo ammonta, negli ultimi sei anni, a oltre cinque punti di Pil, l'80% dei quali attribuibili - è bene sottolinearlo - alla minor spesa delle imprese
.

Cavallaro fa anche un piccolo excursus  e dice che durante gli anni '80 e fino alla prima metà degli anni '90, le ripetute svalutazioni della lira hanno consentito alle imprese di azzerare lo svantaggio competitivo accumulato con l'estero. Ma dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con l'ingresso del nostro Paese prima nella banda ristretta e poi nella moneta unica, il giochetto è diventato impossibile e l'unico rimedio che si è trovato è stata la precarizzazione del lavoro, in modo da recuperare sul versante del suo costo d'uso i margini di profitto erosi dalla minore competitività dei nostri prodotti.

Si è innescata così una spirale perversa e potenzialmente senza fine: non c'è riduzione dei costi che possa reggere alla morsa dell'apprezzamento dell'euro, da un lato, e dei salari da fame dei paesi emergenti, dall'altro. E se non si aggredisce il perverso intreccio fra un sistema di imprese gestito su base familistica e votato alla nicchia o alle rendite da monopolio e una congerie di politiche pubbliche sostanzialmente accomodanti (a cominciare dai finanziamenti a pioggia), ci si ritroverà volenti o nolenti a stare al governo solamente per contrattare quanta e quale precarietà infliggere al lavoro salariato. Prova ne sia che, dopo essere state gratificate dieci anni fa dal pacchetto Treu, quattro anni fa dalla legge 30 e un anno fa dalla riduzione del cuneo fiscale, le nostre imprese, per bocca dei giornali di cui sono proprietarie, hanno plaudito all'ennesima "prova di responsabilità" del sindacato confederale, che - novello Pangloss - ha sottoscritto e perfino rivendicato un accordo che detassa gli straordinari e renderà possibile perpetuare ad libitum i contratti a termine. Il tutto mentre negli ultimi cinque anni le retribuzioni medie dei lavoratori sono scese di dieci punti percentuali, come emerso dalla ricerca dell'Ires-Cgil di cui dava notizia questo giornale il 20 novembre scorso.

Cavallaro riassume anche tutta la rassegnazione rabbiosa di molti che a sinistra sopportano i luoghi comuni del neocentrismo e termina dicendo che precarizzazione del lavoro e compressione salariale, conviene rimarcarlo, sono semplici equivalenti funzionali delle svalutazioni competitive, come tali destinate ad essere vanificate in tempi sempre più brevi per essere rimpiazzate da nuove e analoghe richieste. A sostegno delle quali, naturalmente, ci verranno spacciate per analisi incontrovertibili le stesse identiche chiacchiere che da un pezzo si leggono sui giornali e si odono nei salotti televisivi. Eminenti professori spiegheranno che la colpa della nostra specializzazione produttiva è della scarsa formazione dei nostri lavoratori (come se un ingegnere nucleare potesse trovare un posto di lavoro in una società dedita alla pastorizia). Illustri esperti pontificherano sulla necessità di privatizzare quel poco che è rimasto in mano pubblica e ridurre a tappe forzate il nostro debito (come se non si potesse puntare sulla stabilizzazione del debito pubblico in rapporto al Pil e destinare il sovrappiù di risorse così ottenuto ad interventi di politica industriale volti a modernizzare la nostra struttura produttiva). Autorevoli sindacalisti magnificheranno i vantaggi della riduzione delle tasse ai lavoratori (come se cento euro in più di busta paga potessero ripagarli dei servizi pubblici che bisognerà tagliare per finanziare lo sgravio fiscale). E illuminati editorialisti elogeranno tutto ciò come sinonimo di svecchiamento culturale e capacità di innovazione politica.

Il dibattito a sinistra è come organizzare una base (che c’è e ce lo ha detto la manifestazione del 20 Ottobre) ed elaborare una strategia sociale collegate a questa analisi.  


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