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1 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Schmidt e Kautsky

Schmidt critica Tugan : la sua teoria infatti implica che se in una sfera si è prodotto troppo, nelle altre si è prodotto troppo poco in relazione alla domanda effettiva. Tutto dipenderebbe dall’assenza di un piano nella distribuzione degli investimenti tra i vari settori della produzione. Se le proporzioni fossero rispettate produzione e consumo sarebbero sempre in equilibrio. Schmidt dice che Tugan non considera che, anche quando il capitale si distribuisse proporzionalmente tra i vari settori della produzione, resterebbe sempre da dimostrare che, all’aumento della produzione complessiva possa corrispondere un’eguale aumento della domanda effettiva e quindi del consumo. Il punto essenziale nella spiegazione delle crisi invece è da ricercare proprio nel sottoconsumo. Con la loro opposizione ad aumenti salariali, i capitalisti tendono a mantenere il potere d’acquisto delle masse al livello più basso possibile, mentre aumentando sempre di più i loro propri redditi, essi aumentano anche la massa del capitale che è in cerca di investimenti produttivi. In queste circostanze, non potendo la capacità di consumo delle masse tenere il passo con l’accumulazione, la vendita delle merci diventa sempre più difficile : con il risultato che l’intensificarsi della concorrenza determina una crescente pressione sui prezzi ed una progressiva diminuzione del saggio medio di profitto. Così il capitalismo si avvia a diventare, anche per la maggioranza degli imprenditori privati, sempre più svantaggioso e rischioso, mentre al contempo peggioreranno le condizioni dei lavoratori e si ingrosseranno i ranghi dell’esercito industriale di riserva. Le masse lavoratrici potranno essere capaci tramite la lotta sindacale e politica di aumentare il loro reddito e quindi la domanda di consumo, così da invertire la tendenza fondamentale del capitalismo. Tale organizzazione può eliminare alle radici gli squilibri che danno origine alle crisi.

 

 

Per Kautsky le crisi sono condannate a diventare sempre più estese ed acute. Saranno possibili nuove scoperte di materie prime o grandi innovazioni tecnologiche, ma è comunque vicino il momento in cui il mercato mondiale non potrà più espandersi al passo con lo sviluppo delle forze produttive della società. Dunque la sovrapproduzione sarà un fenomeno generalizzato e che condurrà ad una stagnazione generale. La continuazione della produzione capitalistica sarà possibile anche in queste condizioni, ma sarà divenuta talmente insostenibile per le masse della popolazione che queste saranno costrette a cercare una via d’uscita dalla miseria generale nella rivoluzione. Crisi, conflitti, catastrofi di tutte le specie saranno per Kautskij la serie di eventi che il corso dello sviluppo prospetterà per i prossimi decenni.

 

 


31 agosto 2010

Il capitalismo e la crisi : Marx e Tugan Baranovskij

Marx, affrontando il problema della riproduzione e circolazione del capitale complessivo sociale, rileva che mentre nell’esaminare la produzione del valore e il valore dei prodotti del capitale in quanto capitale individuale, la forma naturale del prodotto-merce era del tutto indifferente per l’analisi (era lo stesso sia che fossero macchine sia che fosse grano), questo modo di esposizione non è più sufficiente quando si consideri il capitale complessivo sociale ed il suo prodotto-valore. In tal caso la ritrasformazione di una parte del valore dei prodotti in capitale, il passaggio di un’altra parte nel consumo individuale, sia della classe capitalistica che della classe operaia, costituisce un movimenti che non è solo sostituzione di valore, ma sostituzione di materia e perciò è determinato tanto dal rapporto reciproco delle parti costitutive di valore del prodotto sociale, quanto dal loro valore d’uso. Questo problema consiste nello stabilire come i principali rami della produzione sociale possono trovarsi in accordo tra loro, non solo dal punto di vista del valore dei loro prodotti, ma anche del loro valore d’uso o figura materiale, così da poter reintegrare e ricostituire, attraverso lo scambio reciproco tutte le condizione soggettive ed oggettive per la ripetizione e continuazione del processo produttivo. Tale compito fu svolto da Marx attraverso i famosi schemi della riproduzione semplice ed allargata, dove, operate alcune riduzioni e semplificazioni essenziali, si mostra come i due settori essenziali della riproduzione (dei mezzi di produzione e dei mezzi di consumo) possano sostituire e rinnovare i loro fattori attraverso lo scambio del loro prodotto. Nel valutare il significato di questi schemi bisogna sempre ricordare che Marx si muove tra due opzioni parimenti astratte e cioè quella delle critiche del capitalismo che ne dimostrano l’impossibilità e quella dell’economia classica che spiegando il funzionamento del sistema ne dimostra l’eternità. La prima opzione è rappresentata dalla legge degli sbocchi di Say, la seconda da Sismondi e dai populisti russi. Marx invece, mentre rileva le contraddizioni del capitale, rileva anche come questo sistema crei tuttavia la forma entro la quale esse si possono muovere : il che significa da una parte che lo sviluppo di quelle contraddizioni si traduce nell’esistenza stessa del sistema e dall’altra che questa esistenza procede a sua volta riproponendo, seppure a livelli sempre più alti, le contraddizioni stesse che le sono connaturate. È un fatto che, come gli schemi della riproduzione dimostrano la possibilità del sistema di esistere e funzionare, realizzando il plusvalore prodotto, così la riproduzione allargata del capitale complessivo sociale e lo sviluppo del sistema siano anche lo sviluppo e la riproduzione allargata di tutte le contraddizioni.

 

 

 

Questa premessa permette di capire l’importanza di Tugan-Baranovskij sugli sviluppi del marxismo. La sua teoria non è altro che una interpretazione degli schemi marxiani sulla riproduzione fatta allo scopo di dimostrare che il sistema può realizzare il plusvalore e quindi svilupparsi e che, poiché la realizzazione del plusvalore è possibile, gli squilibri e le crisi del sistema debbono intendersi come semplici sproporzioni per cui sarebbero false sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, sia la teoria del sottoconsumo. Tutti i mali del sistema si riducono a semplici sproporzioni, in cui il sistema incorre costantemente in conseguenza della sua anarchia, ma che altrettanto costantemente esso supera e corregge, senza incontrare mai limiti strutturali che pongano un termine al suo sviluppo indefinito. Tutto dipende dall’assenza di un piano nella distribuzione degli investimenti. Le crisi derivano da sproporzioni nel senso che alla sovrapproduzione in un ramo fa riscontro la sottoproduzione in un altro, oppure all’eccesso dell’offerta sulla domanda in un caso, quello della domanda sull’offerta nell’altro. Ma poiché se in una sfera si è prodotto troppo, nelle altre si è prodotto troppo poco in relazione alla domanda effettiva, è chiaro che questo plus e questo minus di produzione si compenserebbero tra loro, se le proporzioni negli investimenti fossero rispettate e che complessivamente per Tugan produzione e consumo, offerta e domanda sono sempre in equilibrio tra loro. Al fondo della teoria di Tugan c’è lo stesso equilibrio metafisico tra compratore e venditore di Mill e Say. Lenin usò Tugan contro i populisti i quali sostenevano che il capitalismo non potesse realizzare il plusvalore sul mercato interno, mentre Tugan dimostrava come il capitale potesse realizzare il plusvalore pur senza mercati esteri ed anche in condizioni di grave arretratezza del consumo popolare. Tugan influenzò anche Hilferding ed Otto Bauer nel senso che indusse a leggere gli schemi di Marx sulla riproduzione in modo tale da ricavarne non solo l’esclusione dal marxismo di qualsiasi teoria del crollo, ma anche la dimostrazione della possibilità di uno sviluppo illimitato del capitalismo stesso.

Lenin successivamente cercò di integrare il sotto consumo all’interno della spiegazione della crisi sulla base del concetto di sproporzione.

 


30 agosto 2010

Il capitalismo e la crisi : Bernstein e Cunow

Per Bernstein è vano attendersi la crisi generale del capitalismo.  La teoria di Marx è incompleta e contraddittoria, in quanto egli critica il sottoconsumismo di Rodbertus, ma alla fine elabora una teoria sottoconsumistica. In primo luogo non vi è alcun segno che possa far prevedere una catastrofe imminente  del sistema. In secondo luogo le crisi non si sono aggravate ma si sono fatte più rare e meno acute. Di contro lo sviluppo del credito, l’ampliamento dei mezzi di comunicazione e la formazione di cartelli e trust hanno moltiplicato gli strumenti di autoregolazione e di controllo a disposizione del capitalismo. La stagione tempestosa del capitalismo è ormai alle spalle e le folli esplosioni di speculazione commerciale sono fenomeni caratteristici solo degli albori dell’era capitalistica. Quanto più vecchio è un ramo di produzione dell’industria moderna, tanto più il momento speculativo cessa di svolgere un ruolo determinante, giacchè si fa più preciso il controllo ed il calcolo delle oscillazioni del mercato. Lo squilibrio tra domanda ed offerta e la conseguente sovrapproduzione sono mali curabili : la diffusione della democrazia, le lotte per le riforme e le battaglie sindacali ridurranno le differenze sociali eliminando alle basi stesse lo squilibrio tra produzione e consumo che è all’origine delle crisi. Per Bernstein la nazione tedesca ha raggiunto una posizione in cui i diritti della minoranza proprietaria hanno cessato di costituire un ostacolo al progresso sociale, in quanto non esiste più una tendenza irreversibile alla pauperizzazione del proletariato. Bernstein accetta l’imperialismo e ritiene che l’ipotesi secondo cui l’espansione coloniale disturberebbe la realizzazione del socialismo si basa in fondo sull’idea superata che una tale realizzazione dipenda dal metodico restringimento del cerchio dei ricchi e dalla miseria crescente dei poveri. Egli addirittura arriva a dire che una civiltà superiore può far valere in ultima analisi un diritto superiore. È possibile dunque costruire gradualmente il socialismo basandosi sui vantaggi che un paese industriale può trarre dalla colonizzazione (mentre Marx diceva che quel popolo che ne opprime un altro non può essere a sua volta un popolo libero).

 

 

Cunow invece dice che lo sviluppo capitalistico è destinato a sfociare in una grave crisi economica che si allargherà in una crisi generale della società, fino a concludersi con l’avvento al potere del proletariato. Non è possibile dire se questa crisi assumerà le forme di una lunga stagnazione economica o di una guerra imperialista, ma essa sarà comunque inevitabile. Bernstein fa l’errore di dare valore assoluto ad una fase relativamente tranquilla dello sviluppo capitalistico. Ciò che Bernstein non ha capito è che tale andamento è essenzialmente dipeso dalla situazione di privilegio e di monopolio in cui l’industria inglese si è venuta a trovare sul mercato mondiale. Ma sotto i colpi della grande industria tedesca ed americana il monopolio inglese sta andando in pezzi e il capitalismo entra nella fase finale della concorrenza spietata tra i grandi stati industriali per l’accaparramento dei restanti mercati di sbocco.

 

 


2 agosto 2008

Intervista a Stefano Rodotà

 

«In un breve lasso di tempo si è consumato in Italia un cambiamento istituzionale e costituzionale di enorme portata. Anche se sia da parte di chi l'ha promosso, sia da parte di chi non è in grado di contrastarlo efficacemente, si tenta di ridurne la rilevanza. Prima continuavano a dire che non bisognava demonizzare Berlusconi, adesso si preoccupano di non rompere le condizioni del dialogo...» Stefano Rodotà esordisce così e lungo un'ora di conversazione non abbasserà la gravità della sua diagnosi.

Si può parlare di un cambio di regime, senza sentirsi rispondere che non c'è il fascismo alle porte?
Quella sul regime mi sembra una disputa nominalistica. Chiamiamolo come ti pare, io registro i fatti. Prima c'è stato un cambiamento del sistema politico indotto dalla legge elettorale. Adesso c'è un'accelerazione evidente della pressione sul sistema costituzionale. Che non incide soltanto, come s'è sempre predicato che si doveva fare, sulla seconda parte della Costituzione: tocca pesantemente la prima. Il principio di uguaglianza è stato violato eclatantemente, e tutto il quadro dei diritti è in discussione.

Ti riferisci al lodo Alfano?
Ovviamente, ma non solo. Mi riferisco al razzismo delle impronte ai bambini rom, alla xenofobia discriminatoria dell'aggravante per i clandestini, alla logica dei tagli in finanziaria che produrrà ulteriori diseguaglianze sociali, all'idea della stratificazione di classe ratificata con la tessera dei poveri. Come diceva...., i princìpi costituzionali non sono dei caciocavalli appesi: per essere effettivi richiedono una strumentazione adeguata. Una finanziaria come quella che stanno votando non è una strumentazione adeguata. E un'altra strumentazione decisiva gliela toglierà la riforma del sistema giudiziario annunciata per l'autunno.

Ma nel discorso corrente il sistema giudiziario non ha niente a che vedere con i diritti, è solo la macchina persecutoria di Silvio Berlusconi...
E invece l'autonomia della magistratura fu voluta dai costituenti - l'hanno ricordato Scalfaro e Andreotti - proprio come garanzia che i diritti delle minoranze non venissero cancellati dalla maggioranza di turno. L'autonomia non garantisce i magistrati, garantisce i cittadini. E mette un limite alla legittimazione politica: dice che la legittimazione popolare non autorizza chi vince le elezioni a mettere le mani sui diritti. L'esatto contrario del discorso di Berlusconi per cui chi vince può fare quello che vuole, e per fare quello che vuole dev'essere immunizzato dall'azione della magistratura. E' un punto cardinale dell'impianto costituzionale, se cade questo scricchiola tutto. La ministra francese della giustizia, aveva provato a fare un discorso simile a quello della destra italiana, ma è stata subito bloccata. In Italia invece gli anticorpi non ci sono, o quelli che ci sono non bastano. Ha ragione Zagrebelsky: o la Costituzione la si rilegittima non a parole ma a partire dai comportamenti dell'opposizione, o decade di fatto. Senonché come ben sappiamo è stata proprio la parte maggioritaria della sinistra ad aprire una breccia alla sua delegittimazione, insistendo per anni su una revisone della seconda parte della Carta che fosse funzionale all'efficienza del sistema politico, invece di verificare che fosse adeguata a rendere effettivi i principi della prima.

A proposito, di recente D'Alema, e con lui 15 fondazioni politico-culturali, ha rilanciato la forma di governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco, con relativa autocritica sugli esiti di presidenzialismo strisciante del bipolarismo forzoso. Tu sarai contento, o no?
Certo che sì, proposi il sistema tedesco, con Aldo Tortorella, già quando si discuteva del Mattarellum. Ben venga questo rilancio oggi. Però, che il bipolarismo portasse agli esiti cui ha portato era prevedibile ed era stato previsto. E che Berlusconi volesse la bicamerale per riformare la giustizia lo si sapeva.
Anche se va ricordato che in alternativa alla bic
amerale Berlusconi agitava l'assemblea costituente...Torniamo a oggi: che margini di intervento ha la corte costituzionale sul lodo Alfano?

E' un'incognita decisiva. Ovunque il ruolo delle corti diventa sempre più decisivo, a cominciare dagli Stati uniti. Prima o poi il lodo Alfano arriverà davanti alla consulta, come pure l'aggravante per i clandestini. E voglio sperare che non si accuserà di faziosità il primo giudice che solleverà una questione di costituzionalità: nell'un caso e nell'altro è ben difficile sostenere che sarebbe «manifestamente infondata». L'appello dei cento costituzionalisti sul lodo Alfano poteva essere letto come un invito al presidente della Repubblica a non firmarlo, ma è comunque un avallo per i giudici a sollevare la questione di costituzionalità.

Ancora sull'uguaglianza. Il Pd ha approvato con argomenti egualitari l'estensione delle impronte digitali a tutti: così si sarebbe evitata la discriminazione contro i Rom. Sei d'accordo?
No: sono stupefatto. Era già successo negli Stati uniti, che parte della cultura democratica usasse l'argomento della generalizzazione dei controlli come garanzia di uguale trattamento: non pensavo che l'onda sarebbe arrivata anche da noi. Sarebbe questa l'uguaglianza, essere tutti controllati e sorvegliati? Qui c'è solo un segno spaventoso di subalternità culturale.

Da presidente del Garante per la privacy hai suonato più volte l'allarme contro la società della sorveglianza. Ma l'hai suonato anche contro l'abuso delle intercettazioni. Ci vuole o no, un freno alle intercettazioni?
E' un problema aperto dal '96, fu Flick a presentare il primo disegno di legge. Nell'ultima legislatura, fra maggioranza e opposizione, di proposte ce ne sono state otto: se si fosse davvero voluto fare una legge equilibrata, la si sarebbe fatta. Ma in realtà quello che oggi vuole il governo non è disciplinare le intercettazioni, ma restringerle, ammettendole solo per pochi reati (fra i quali non quelli finanziari), ridefinendo i criteri di rilevanza e impedendone la pubblicazione fino al dibattimento. Con questi criteri, per dire, non avremmo mai saputo nulla del caso Fazio. Sarebbe una forma di censura sull'opinione pubblica, nonché un gigantesco dispositivo di privatizzazione delle informazioni, consegnate a poche persone che potrebbero farne un uso ricattatorio e segreto. Ci sono altri metodi per disciplinare l'uso delle intercettazioni e per proteggerle: siamo pieni di studi tecnici e giuridici in materia.

Tu sei un europeista convinto, hai contribuito a scrivere la carta europea dei diritti. L'Europa può giocare un ruolo positivo contro questo processo di de-costituzionalizzazione italiano?
Il ruolo dell'Europa è ambivalente. La direttiva sui rimpatri dei clandestini è una direttiva europea. Ma è europeo anche il voto del parlamento di Strasburgo sui Rom: come dire che laddove c'è un residuo di democrazia parlamentare c'è ancora qualche garanzia. La commissione europea va giù dura sui diritti, ma il parlamento quando può la blocca. E se la carta dei diritti diventasse finalmente vincolante, entrerebbe in campo anche la corte europea: a quel punto le direttive sui rimpatri potrebbero essere impugnate.

Insomma, una pluralità di poteri giocherebbe a favore dei diritti?
Sì. E penso chedobbiamo augurarci che il trattato di Lisbona entri in vigore, per la carta dei diritti e per la corte di giustizia. Sono tutte scommesse, intendiamoci, ma di fronte alla stretta che si avverte in ciascun paese europeo - due esempi: in Gran Bretagna hanno portato a 42 i giorni di custodia cautelare senza garanzie; in Svezia vogliono mettere sotto sorveglianza ogni forma di comunicazione elettronica - dobbiamo puntare sull'Unione.

Lavoro: anche lì allarme rosso?
Sì, per il ridimensionamento del ruolo del sindacato e per la messa in discussione del contratto collettivo. Che altro non significa che la dimensione sociale e politica, non individuale, del lavoro. E poi, per le letture tutte in chiave esistenziale che sento dare del precariato, come se non fosse una condizione sociale di massa che richiede politiche sociali all'altezza.

Caso Eluana: come lo leggi?
E' un caso emblematico di come l'ampliamento delle libertà personali comporti un di più di politiche sociali. Il cosiddetto «diritto di morire», altro che essere complice dell'individualismo, della solitudine e del narcisismo come si sostiene, implica forti strategie di solidarietà e di responsabilità: dalle cure palliative alle strutture di sostegno. Dobbiamo rilanciare la dimensione sociale dell'esistenza umana, contro l'individualismo imperante che non dà né uguaglianza né libertà.

(Ida Dominijanni)


20 luglio 2008

Le riforme costituzionali

 

La ragione per cui molti costituzionalisti democratici sono spesso accusati di «conservatorismo» - bene che vada «nobile» - rispetto alle molteplici richieste di modifiche istituzionali sta nella loro consapevolezza della posta in gioco. Le iniziative finalizzate a trasformare nel profondo l'assetto della nostra Repubblica hanno posto spesso i costituzionalisti dinnanzi all'alternativa fra abbandonare il rigore della propria disciplina per seguire il «nuovo» che avanza, o farsi paladini delle ragioni del costituzionalismo democratico. Il referendum del 2006, che ha respinto «l'assalto alla Costituzione» del centro-destra, sembrava aver dato ragione alle preoccupazioni espresse nei confronti delle spregiudicate politiche di riforma costituzionale delle maggiori forze politiche del paese.
Quel referendum avrebbe dovuto definitivamente chiudere la stagione "costituente".
Ciò non è accaduto: un po' per improntitudine, un po' perché un ceto politico in crisi di rappresentanza tende naturalmente a ricercare una legittimazione puramente istituzionale che le permetta in ogni caso di governare. Ecco allora che anche questa legislatura si vuole «costituente». Ai costituzionalisti, anche questa volta, credo sia affidato il compito di sostenere le ragioni della democrazia pluralista in un ambiente politico poco preoccupato di alzare lo sguardo oltre la mitica «governabilità purchessia».
Rispetto al recente passato alcuni fatti devono essere presi in considerazione. Anzitutto le mutate condizioni politiche seguite alle ultime elezioni. La fragilità della passata maggioranza di centrosinistra, che ha reso impossibile governare, rappresentava però un vantaggio, apparentemente paradossale, per coloro che volevano impegnarsi a riformare il sistema istituzionale. Essendo massima l'incertezza politica si operava in una situazione assimilabile a quella che molti costituzionalisti ritengono essenziale per la riforma delle regole del gioco: il «velo di ignoranza» che impedisce ai competitori politici di pensare alle riforme esclusivamente in base alle proprie convenienze particolari. «Apparente paradosso» che pure ha permesso all'inconcludente passata legislatura di produrre un apprezzato progetto di riforma costituzionale.
Semplificazione?
Con le ultime elezioni non solo è caduto il «velo di ignoranza», ma è cambiato l'intero sistema politico. Siamo all'alba forse di un nuovo regime politico, certamente di nuove forme della democrazia. Quale regime e quali forme è presto per dire, ma sin d'ora pare indiscutibile un fatto: la semplificazione bipolare del sistema della rappresentanza politica, con la conseguente scomparsa delle tradizioni storiche e culturali egemoni nel «secolo breve». E' un bene? Dal punto di vista della «governabilità purchessia» può essere, dal punto di vista di un fautore della democrazia pluralista appare invece evidente l'impoverimento politico e sociale che tale svolta di sistema impone. Da quest'ultimo punto di vista (che è quello disegnato dal costituzionalismo del secondo dopoguerra in Europa occidentale), oggi il problema principale diventa garantire la ricchezza delle diverse espressioni di pensiero, anche di quelle che non trovano più una rappresentanza politica ed istituzionale.
Entro questo quadro dunque si apre il «dialogo» sulle riforme. La richiesta principale, tanto dall'attuale maggioranza quanto dall'attuale opposizione, sembra sia quella di rafforzare il governo. Un obiettivo condivisibile? Se si trattasse della razionalizzazione della nostra forma di governo parlamentare in base al «modello tedesco» tante volte discusso, non si potrebbe - per l'ennesima volta - che riaffermarne l'utilità e avvertire che con il governo deve anche pensarsi a rafforzare l'altro organo titolare dell'indirizzo politico: il parlamento. Aspetto quest'ultimo che viene costantemente dimenticato.
Ma non è questo il contesto in cui si muovono i soggetti protagonisti dell'attuale fase politica. Da un lato, infatti, l'obiettivo del centro-destra (neppure più mitigato dall'alleanza con Casini) è stato definito con precisione dalla riforma costituzionale approvata da Berlusconi, pur respinta dalla maggioranza del corpo elettorale, mai però rinnegata dai suoi fautori che oggi hanno l'occasione per un ritorno al passato. Si tratta del minaccioso «premierato assoluto», forma di governo «unica al mondo» (Leopoldo Elia), modello costituzionale ritagliato in base alla convinzione che al solo governo e a chi lo presiede, liberato da controlli sociali e da ogni contrappeso istituzionale, spetta l'onere di definire la politica nazionale. Una filosofia che è espressione tipica dell'epoca in cui viviamo (il tempo del caimano), ma che si contrappone al principio fondamentale della divisione della sovranità che la modernità ha imposto e il costituzionalismo ha teso a realizzare. Un obiettivo di riforma costituzionale «incostituzionale».
Neppure dall'altro lato dello schieramento politico i precedenti appaiono rassicurare. Le affermazioni «strategiche» a favore del modello semipresidenziale francese lasciano inquieti. Il sistema istituzionale della Quinta Repubblica si caratterizza infatti per un'eccessiva concentrazione dei poteri in capo al presidente della Repubblica (vero "monarca repubblicano") e per una sostanziale irrilevanza politica dell'organo parlamentare. Un presidente governante che può trovare un limite solo nel caso - eccezionale - di formazione di una diversa maggioranza politica che lo obblighi a dar vita ad un governo di «coabitazione». Forse un sistema politico congeniale alla visione bipolare a vocazione maggioritaria dell'attuale gruppo dirigente del partito democratico, ciò nondimeno dannoso per le ragioni essenziali della democrazia pluralista.
La domanda fondamentale
Il «dialogo» sulle riforme costituzionali appare dunque caratterizzato dall'assenza di un orizzonte cui possa collegarsi una visione condivisibile di sviluppo della nostra forma di governo. Le prospettive che si contendono il campo paiono volere semplicemente consolidare i processi politici in corso, ciascuna secondo gli interessi dei due schieramenti maggiori. Nessuno sembra porsi la domanda fondamentale: quale è l'idea di democrazia che giustifica la revisione dei rapporti che reggono una comunità politica. Un interrogativo che imporrebbe di sbilanciarsi sul futuro, non solo su quello immediato, non solo sui rapporti tra l'attuale maggioranza e l'attuale opposizione, non unicamente in vista di un prossimo - peraltro forse solo illusorio - successo elettorale.
Si tratterebbe di chiarire se la strada della semplificazione del sistema, della progressiva riduzione della complessità sociale, della progressiva anestitizzazione del conflitto sociale, sia congeniale con i valori del pluralismo che una matura democrazia hanno sino ad ora preteso. Una prospettiva plurale della società multiculturale che i processi di mondializzazione delle politiche sembrano dovere accentuare nei prossimi anni e che politiche miopi hanno teso a non considerare; inanellando un fallimento dopo l'altro e ritrovandosi sempre al punto di partenza, con problemi irrisolti di governabilità delle società che ostinatamente si dimostrano irriducibili alla semplificazione. Prendere coscienza che la governabilità nelle democrazie pluraliste contemporanee può coniugarsi solo con la complessità delle moderne società, senza dover sacrificare la multiforme articolazione politica e diversità culturale, costituirebbe il vero presupposto di ogni discussione di riforma della nostra forma di governo e del sistema costituzionale complessivo.

(Stefano Azzariti)


5 dicembre 2007

Cosa vuole Bertinotti ?

Con  l'intervista a Repubblica Bertinotti sembrerebbe aver ascoltato la sofferenza del popolo di sinistra ed essere sceso in campo per difenderne le ragioni. Il modo in cui lo fa è però strano : un ragionamento del tutto soggettivistico, irrealistico e fuori contesto : il richiamo a Lombardi (che tradisce il suo radicasocialismo), quello a Donat Cattin (quasi fossimo negli anni Ottanta), le speranze che riponeva in questo governo (che lui invece sa benissimo esser nato zoppo), il diritto ad andare all'opposizione (dopo aver logorato il partito in un'improbabile tira e molla), la difesa dei contratti nazionali (che questo governo non prenderà mai). Poi appoggia riforme elettorali ed istituzionali, fingendosi di non chiedersi in quale direzione andranno.




Sembrerebbe qualcosa di ancor più fumoso del solito, lui che invece a volte centra i problemi e non ne elenca di già noti (come faceva stancamente il vecchio Ingrao). Voglio allora pensare che il contenuto dell'intervista sia del tutto pretestuoso ed invece sia importante l'atto e il tono. In questo caso si vedrebbe almeno un tentativo disperato ma razionale di giocare qualche carta :
a Prodi, che facendosi fintamente garante dei piccoli partiti e dell'intera coalizione, vuole condannare la sinistra ad accettare i ricatti dei piccoli peones del centro, Bertinotti fa capire che il garante della sinistra è lui, il demiurgo della Cosa Rossa a cui la sopravvivenza di questo governo importa fino ad un certo punto. A Veltroni, che in nome del riformismo fa inciuci e riduce le conquiste liberali e democratiche ottenute dalla classe lavoratrice in questo paese, Bertinotti fa capire (e Veltroni ha reagito male) che può dare una piccola accelerata a tutto l'ambaradan e portare il paese sull'orlo delle elezioni anticipate senza riforme e con Berlusconi che rinserra il centro destra per prendersi il governo e buona notte. Il tutto per fare prendere respiro a Rifondazione, ridurre l'emorragia di consensi, preparare meglio la nascita della Cosa Rossa, in modo da giungere preparati e più compatti il giorno dopo la riforma elettorale. Chissà che ne pensa Dini....


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