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7 marzo 2011

Krugmanite : l'ipocrisia del mainstream sul Nordafrica

In realtà le analisi fatte da Eichengreen, Rodrik, Rogoff e Krugman rivelano solo l’ipocrisia del mainstream degli economisti. Da un lato essi non possono esimersi dal riscontrare che il problema è nella distribuzione del reddito, dall’altro sembrano considerare questa redistribuzione come un fatto che ha origini solo all’interno di questi paesi, senza contare le azioni dei paesi più ricchi e capitalisticamente avanzati del pianeta.

La sintesi neoclassica vuole venderci ancora le sue ricette : vu' cumprà ?

 

Krugman è addirittura ridicolo in questo doppio registro. In un articolo spiega che gli investimenti provenienti da paesi con una più debole domanda interna cercano i paesi in via di sviluppo, dall’altro lato nega che la politica della Fed c’entri qualcosa con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari in questi paesi e se la prende, come Don Ferrante, con le stelle, il clima e la Cina che non vuole svalutare.

Rogoff parla di lavoratori qualificati che trovano lavoro e lavoratori meno qualificati che lo perdono, ma non spiega perché la quantità di lavoratori qualificati e competitivi sia così irrisoria rispetto al resto. Tutti constatano i fenomeni, ma pochi si fermano a cogliere le relazioni sociali esistenti tra di essi. Non è un caso.

Tutti stanno con i pantaloni in mano, ma si ostinano a correre nella direzione di prima. Hanno troppa paura che qualcuno tiri il guinzaglio con forza e li faccia stramazzare

 


27 febbraio 2011

Le rivoluzioni dell'Africa settentrionale secondo Rodrik, Rogoff e Krugman

Secondo Eichengreen le agitazioni in Tunisia ed in Egitto riflettono il fallimento da parte di governi nella distribuzione della ricchezza. Dal 1999 le due nazioni sono cresciute ad un ritmo di circa il 5% annuo. Tuttavia i benefici derivati dalla crescita non sono arrivati ai giovani insoddisfatti. La quota dei lavoratori al di sotto dei 30 anni è molto elevata il che implica prospettive molto più limitate da un punto di vista economico. A causa di un settore manifatturiero sottosviluppato, gran parte dei giovani lavoratori con scarse competenze e basso livello di educazione è forzato a ripiegare sul settore informale.

 

Dani Rodrik mette invece in evidenza il fatto che la Tunisia è posizionata al sesto posto tra 135 paesi in termini di miglioramento dell’Indice di sviluppo umano (Isu), mentre l’Egitto si è piazzato al 14° posto. Egitto e Tunisia hanno eccelso soprattutto su istruzione e sanità. L’aspettativa di vita della Tunisia (età media 74 anni) prevale su quella di Ungheria ed Estonia. Il 69% dei bambini egiziani va a scuola e lo stato in tutte e due paesi ha fornito servizi sociali e distribuito su vasta scala i benefici della crescita economica. Eppure alla fine non è bastato. Non sempre i miglioramenti economici sono ricompensati con la popolarità politica. Inoltre le buone politiche economiche non sempre coincidono con la buona politica. Tunisia ed Egitto (come molti altri paesi del medio oriente) sono rimasti paesi autoritari, governati da gruppi dirigenti corrotti e clientelari. Il governo egiziano si è posizionato al 111° posto su 180 paesi per quanto riguarda la corruzione.

Infine una rapida crescita economica non compra da solo la stabilità politica, fino a che non si consenta alle istituzioni politiche di svilupparsi e maturare rapidamente. La stessa crescita economica genera mobilitazione economica e sociale, cioè fonte primaria di instabilità politica.

Rodrik cita Huntington che dice che il cambiamento economico e sociale sviluppa la coscienza politica, ne moltiplica le richieste e ne amplia la partecipazione. Aggiungendo i social media (come Facebook e Twitter) le forze destabilizzanti azionate dal rapido cambiamento economico possono diventare enormi. Queste forze assumono maggiore potenza quando si amplia il gap tra mobilitazione sociale e qualità delle istituzioni politiche. La risposta alle richieste dal basso è un misto di compromesso, reazione e rappresentanza. Quando le istituzioni sono sottosviluppate, esse eludono queste richieste nella speranza che svaniscano da sole o che siano insabbiate dai miglioramenti economici. Questo modello si è dimostrato molto fragile.

Non è detto per Rodrik che un regime politico in grado di gestire queste pressioni dal basso sia democratico nel senso occidentale del termine. Basti pensare a sistemi politici che non agiscono mediante libere elezioni e con partiti politici concorrenti. Alcuni potrebbero fare riferimento a Singapore come esempio di regime autoritario durevole di fronte ad un rapido cambiamento economico. Ma l’unico tipo di sistema politico andato a buon fine nel lungo periodo è quello associato alle democrazie occidentali.

Sia Eichengreen che Rodrik parlano poi della Cina, e non è un caso.

Rogoff dice che la disuguaglianza in termini di reddito, ricchezza ed opportunità è probabilmente più elevata ora all’interno di ogni paese, rispetto a qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio. Le società per azioni hanno le tasche piene di denaro dal momento che il loro impulso all’efficienza continua a produrre enormi profitti. Ma la percentuale di lavoratori sta calando, a causa dell’alto tasso di disoccupazione, della riduzione delle ore lavorative e dei salari stagnanti.

I gradi di disuguaglianza tra i vari paesi stanno diminuendo, grazie alla costante e robusta crescita dei mercati emergenti. Tuttavia la maggior parte delle persone non guarda ai cittadini di paesi lontani, ma solo al proprio vicino.

I mercati azionari si sono ripresi, molti paesi vedono una impennata dei prezzi relativi agli immobili privati o commerciali. Il rialzo dei prezzi per le materia prime sta portando enormi entrate ai proprietari di miniere e campi petroliferi, proprio nel momento in cui i rincari degli alimenti base stanno scatenando rivolte alimentari e rivoluzioni su vasta scala.

A tormentare numerosi lavoratori poco qualificati c’è una elevata e prolungata disoccupazione. In Spagna la disoccupazione supera il 20% e non serve che i governi adottino misure di austerity.

Dati i livelli di debito pubblico registrati numerosi paesi, sono pochi i governi che possono operare una nuova redistribuzione dei redditi. Ad es. paesi come il Brasile hanno già livelli così alti di trasferimenti dai ricchi ai poveri che ulteriori manovre comprometterebbero la stabilità fiscale e la credibilità anti-inflazione. Paesi come Cina e Russia avrebbero maggiore libertà di azione per la redistribuzione, ma sono molto cauti per paura di destabilizzare la crescita.

Le cause della crescente disuguaglianza all’interno dei diversi paesi sono comprensibili : viviamo in un’era in cui la globalizzazione espande i mercati per gli individui supertalentuosi ma è in contrasto con il reddito dei lavoratori ordinari.  La competizione tra i paesi in fatto di individui qualificati e settori proficui costringe i governi a stabilire elevate aliquote fiscali per i ricchi. La mobilità sociale è ostacolata dal fatto che i ricchi mandano i figli in scuole private, mentre i poveri non possono permettersi nemmeno di mandare i figli a scuola.

Marx ha previsto che il capitalismo non avrebbe potuto sostenersi politicamente all’infinito, ma, contrariamente alle sue previsioni, il capitalismo ha sviluppato standard di vista sempre più alti per oltre un secolo, mentre i tentativi di attuare sistemi radicalmente diversi sono venuti a mancare.

Eppure con una disuguaglianza del genere, la situazione è vulnerabile e l’instabilità può esprimersi ovunque. Quaranta anni fa le rivolte civili e le manifestazioni di massa scossero il mondo sviluppato, dando vita a riforme sociali e politiche di ampio respiro.

Rogoff si chiede come si manifesterà il cambiamento e che forma assumerà alla fine il nuovo patto sociale e ritiene che è difficile ipotizzare che il processo sarà pacifico e democratico.

L’unico punto chiaro è che la disuguaglianza non è solo una questione a lungo termine. I timori sull’impatto della disuguaglianza tra i redditi stanno già frenando al politica fiscale e monetaria sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, i quali tentano di liberarsi delle politiche superespansive adottate durante la crisi finanziaria.

Rogoff conclude che la capacità dei paesi di gestire le crescenti tensioni sociali generate dalla profonda disuguaglianza separerà i vincitori ed i perdenti nel prossimo ciclo di globalizzazione. La disuguaglianza sarà la maggiore incognita durante il prossimo decennio di crescita globale.

Per Krugman si potrebbe stabilire un parallelo tra l’insurrezione egiziana e la rivoluzione popolare che travolse Marcos nelle Filippine nel 1986. In entrambi i casi, la gente è scesa in piazza contro un dittatore che era stato per molto tempo alleato degli Stati Uniti ed era stata mobilitata, più che da un’ideologia specifica, dalla corruzione percepita del governo. Le Filippine non sono diventate la Svezia, ma comunque liberarsi di Marcos fu una cosa buona. Molti commentatori hanno paragonato la situazione agli eventi che nel 1998 misero fine alla dittatura di Suharto in Indonesia. Ma per Krugman c’è una differenza fondamentale tra le rivolte in Indonesia e nelle Filippine  e quella in Egitto. Nei primi due casi le crisi politiche fecero seguito a gravi crisi economiche : Marcos cadde vittima della crisi del debito latino americano degli anni ’80. Suharto fu travolto dalla crisi finanziaria asiatica del 1998. Invece negli ultimi anni l’Egitto ha registrato una buona crescita, ma i frutti di questa crescita non sono arrivati agli strati più poveri e la disoccupazione giovanile è un problema enorme. Forse la morale della storia è che il prodotto interno lordo non spiega mai tutto.

 


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