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25 marzo 2009

Rossana Rossanda : Un'economia senza controllo e indirizzo: e siamo andati in mille pezzi

 

Che si tratti di una crisi "nel" capitalismo o, come pensa Immanuel Wallerstein, "del" capitalismo le sinistre non sembrano opporvi né una propria diagnosi né un'alternativa. Chiedono per il lavoro dipendente un aumento dei salari e per la disoccupazione più ammortizzatori sociali. E qui si fermano: non sono in grado di esigere che si sfondi il patto di stabilità, né che si tassino robustamente i ceti medioalti. Non solo perché hanno davanti per lo più governi di destra, ma perché è anche loro la persuasione che tassare i più abbienti ridurrebbe gli investimenti nella produzione. Come se da oltre un ventennio non fosse in atto una diversione dei profitti dalla produzione alla finanza, la cui "creatività" è stata agevolata dallo sparire dei controlli sugli scambi e dalla totale liberalizzazione del mercato, che si sarebbe riequilibrato da solo. La tesi di una oggettività delle "leggi economiche", sulle quali ogni intervento del politico sarebbe dannoso, si era aperta un varco nel Pci degli anni sessanta, e dopo l'ondata del 68 si sarebbe affermata con quell'inatteso «la produzione è un bene in sé» di Berlinguer, per poi trionfare infine nel 1989. Risultato: nei primi anni 2000 i redditi da lavoro e pensioni erano scesi di dieci punti nella composizione della ricchezza rispetto agli anni '70. Le banche hanno facilitato i prestiti per l'immobiliare a ceti mediobassi, già diminuiti nella possibilità di rimborsare i crediti. Oggi, a bolle esplose, istituti di credito e di assicurazione falliti, calo precipitoso dell'occupazione e dei Pil, né governi né media sono in grado di dirci a quale composizione del reddito siamo. Nel solo dicembre gli Stati Uniti hanno perduto quasi settecentomila impieghi, e la previsione della Cgil di perderne cinquecentomila in Europa appare già superata dai dati spagnoli, francesi e tedeschi. La domanda è paurosamente ridotta per il declino degli acquisti e la serrata del credito. Il sistema è ingrippato. Non è paradossale che il maggior tentativo di regolamentazione venga dal presidente degli Stati Uniti, che dell'intervento pubblico non fa un tabù, né si preclude, iniettando liquidità ad alcuni colossi del credito e dell'industria, una partecipazione pubblica alla loro futura gestione, che tassa i redditi più alti per estendere a tutti l'assistenza sanitaria e aiuta chi si è indebitato per un'abitazione? E promuove una redistribuzione del reddito e delle chances simile al New Deal, che ha preceduto il keynesismo vincente in Europa dopo il 1945. L'Europa non si accorda su nulla del genere, iceberg neoliberista in un oceano surriscaldato dalla crisi. 



Sinistre incluse. La proletarizzazione non è mai stata così vasta e mai così percepibile, sotto la pressione del modello di consumo e dell'informazione, delle inuguaglianze e dei bisogni. La base sociale della sinistra è cresciuta, ma è caduta la fiducia che un cambiamento di sistema sia augurabile e possibile. Perché? Sarebbe ora di chiederselo. Un primo punto è che nessuna delle sinistre ha fatto un esame della implosione dell'Urss, sulla cui esistenza si era appoggiata, né si interroga perché nulla abbiano lasciato dietro di sé i "socialismi" reali, velocemente trasformati in capitalismi selvaggi e autoritari dove ha retto un impianto statale o selvaggi e straccioni dove non ha retto. E' una colossale rimozione, che rende difficile il reimpianto d'una alternativa sulle masse annichilite dal crollo dell'idea comunista, che ha abbattuto non solo il comunismo, già in cattivo stato, ma anche lo stato sociale ("assistenziale"). Rimozione che è alla base di tutti i progetti di Trattato della Ue, che cadono non appena sottoposti a un referendum. Perciò l'Italia, quali che siano i governi, non ve li sottopone affatto. Ma più oltre, le sinistre europee si sono convinte, in quel passaggio, che esistono delle leggi oggettive dell'economia per cui ogni intervento politico sarebbe velleitario e dannoso. E' una tesi che si è fatta strada nel Pci fin dagli anni '60 e '70 e ha avuto appoggi anche dall'estrema sinistra. C'è del vero in questo procedere del capitalismo, ma ne è venuto che i meccanismi economici appaiono indecifrabili, perfino ai grandi operatori, cui i segnali della recente catastrofe erano del tutto sfuggiti. I flussi essenziali del vivere e del produrre, gli equilibri e gli squilibri sono determinati da una centralità sempre più astratta, in un mondo che patisce inuguaglianze crescenti e una imprevedibilità data per fatale. La sfera politica non ne sa e non ne può nulla, la rivoluzione è una pericolosa velleità, una regolamentazione sarebbe impossibile. E'qui la radice della degenerazione della sfera politica: consentendo al deprivarsi di ogni indirizzo e controllo dell'economia, si è sclerotizzata in casta autoreferenziale, sempre meno capace di intendere quella "società civile" che dovrebbe rappresentare.
Non che questa sia atona. Scombussolata dal dichiarato venir meno di una visione della storia come conflitto fra le classi e dal tonfo del liberismo che le era stato opposto, non manca di sofferenze e insofferenze. Riflessioni e analisi su parti di sé, rifiuti del sistema e abbozzi di un altro modo di vivere e produrre si sono moltiplicati. Maria Luisa Boccia ne ha steso la mappa più persuasiva, sottolineandone la frammentazione e incomunicabilità per la mancanza di nessi che non siano recepiti come artificiosamente sovrapposti. Di questa frammentazione sono esemplari due concetti radicali e polarmente distanti come il femminismo, le cui origini vanno ben oltre il sistema capitalistico, e l'ecologismo, che si forma a una certa soglia del suo sviluppo. Anche il "lavoro" ne è diventato un aspetto, perché, scollegato dal modo di produzione capitalistico, non appare che come oppressione di una certa categoria sociale, gli "operai", e generazionale, i precari. Essi stessi si vedono così quando si iscrivono al sindacato ma votano per la Lega, un partito che sperano protezionista e che addita il migrante come una minaccia per loro. In questo quadro anche un "partito del lavoro" non sarebbe diverso da un sindacato.
Così, alle convulsioni del capitale, le cui origini sfuggono e i cui sviluppi sarebbero imprevedibili, si accompagna la convulsione di soggettività incomunicanti. Il concetto gramsciano di blocco storico delle forze di cambiamento, che si svincolava dal semplicismo d'una centralità operaia intesa sotto un profilo meramente sociologico, è inutilizzabile fuori da ogni tentativo di interpretazione, per problematica che sia, d'una società complessa. La tesi postmoderna delle "grandi narrazioni" e dell'effimero ha reso uguali di segno arcaismi, fondamentalismi, individualismi, relativismi e differenzialismi ridotti al "cujius regio ejius religio," negazioni di un senso condiviso che riesca a cogliere interessi e diritti comuni in un rivolgimento che domanda meticciato di uomini e di idee. La stessa vicenda di Rifondazione comunista ha riflesso non tanto la "crisi della forma partito", grimaldello che apre tutte le porte e nessuna, quanto la incapacità di tener assieme le figure e i soggetti che si divincolano in un capitalismo maturo fino all'infracidimento: "lavoro" da una parte, "soggettività diverse" dall'altra, entrambi incapaci, nella loro separazione, di misurarsi con il tema cruciale del modo di produzione. Non credo che se ne uscirà senza sbrogliare questi nodi.


31 gennaio 2009

Rossana Rossanda : la promessa di Obama (ovvero il caso Battisti)

Messaggio direttamente a Caio : la locuzione "Il caso Battisti" è dovuta alla promessa che ho fatto ad una ragazza che mi piace molto di mettere proprio oggi un post sul caso Battisti 

La «Lettera provocatoria» (in Passaggio Obama , Ediesse) di Mario Tronti agli amici del Centro riforma dello Stato contro le aspettative messianiche poste in Barack Obama mi sembra indirizzata più al Partito democratico italiano che al nuovo presidente degli Stati uniti. Obama infatti non si presenta per quel che non è, ha giurato sulla Costituzione del suo paese, si propone di riportarlo al prestigio perduto senza guerra e rimettendone in vigore i diritti politici, non si professa né comunista, né socialista, né socialdemocratico - parole che negli Stati uniti non hanno gran senso. E' un democratico americano che una sola cosa promette: di cambiare la linea di politica interna ed estera di George W. Bush. 




La potrà cambiare come e quanto un eletto del Partito democratico la può cambiare, cioè dentro un sistema capitalistico dove il mercato, parole sue, è imbattibile, ed è l'unico che gli Stati uniti conoscono e cui aspirano. E' molto? E' poco? Non è poco. Il capitalismo ha più facce, nessuna amabile, ma da diversi anni, come scrive Paul Krugman, ne presenta una delle peggiori. Che non è nata con Bush, si è affermata con Reagan. L'asse ne è stato un liberismo selvaggio, già fallito quando lo predicava von Hajek, ma ripredicato da Milton Friedman e dai suoi Chicago Boys, seguiti con entusiasmo dal Fondo monetario internazionale, dalle Banche centrali nonché dai trattati della nuova Europa. Lo aveva inaugurato Thatcher nel 1974, con la disfatta dei laburisti, e il crollo dei «socialismi reali» nel 1989 ha indotto ad aderirvi, confusi e pentiti, i partiti che ancora si chiamavano comunisti. E con questo è andato a pezzi quel che restava del «capitalismo benevolo» di marca rooseveltiana e più tardi keynesiana. L'arretramento delle condizioni di vita e della coscienza di sé da parte delle classi subalterne è stato grande, il salto tecnologico che poteva liberarle le ha schiacciate e precarizzate, le loro rappresentanze si sono indebolite e quel che in Europa si intendeva per democrazia - non solo votare ogni quattro o cinque anni ma contrattare salari e essere titolari di diritti di un'altra idea di società si è andato spappolando. Se nel secondo dopoguerra gli stati dell'occidente europeo avevano cercato di gestire il conflitto fra le classi, dalla metà dei '70 in poi, e precipitosamente con l'89, ne hanno disconosciuto fin l'esistenza. Produrre, come ebbe a dire perfino Berlinguer, diventava un valore in sé. Su questo Bush ha poi innestato la «guerra infinita», appoggiandone la gestione interna sul Patriot Act (del quale, detto per inciso, soltanto il manifesto si è accorto subito). Anche l'Unione europea si è fatta su questa filosofia, e quando Bush ha messo sotto i piedi i bei principi dei quali essa ammantava i vincoli di stabilità, concorrenza e competitività, si è dichiarata tutta americana (Francia esclusa). Quel che è accaduto, facilitando il successo di Obama, è che teoria e pratica liberista hanno deragliato con fracassso. Non sono state le sinistre, la classe operaia o le moltitudini a sbalzarle dai binari, ma l'ipertrofia della finanza - perdipiù virtuale quella su cui si è potuto puntare a profitti impensabili negli investimenti produttivi di beni materiali o immateriali. E' cresciuta la speculazione, il denaro diventava merce in grado di moltiplicarsi sul nulla, su crediti inesigibili, sui titoli «tossici» che banche e assicurazioni, dopo aver succhiato al di là di ogni limite i consumatori, si sono rimpallate per anni, prima di dover dichiarare di colpo, nel 2008, una bancarotta di dimensioni inimmaginabili. Ora gli stati attingono ai fondi pubblici, che saranno pagati dai contribuenti, per salvare le banche. Le grandi imprese, a partire dall'automobile, cui vengono meno i consumatori, ne chiedono anch'essi l'aiuto. Quello che pareva una bestemmia, dall'oggi al domani è diventato benefico e sollecitato dalla schiera degli economisti già liberisti. Soprattutto se dato gratis, senza contropartita, salvo nel Regno unito e forse negli Usa. Se a questo crollo della finanza, cui seguono a decine di migliaia, fra poco milioni di licenziamenti e una disoccupazione crescente, Obama riuscirà a metter un freno e ristabilire dei controlli, sarà un bene. Non è detto che ci riesca, ma certo non sono in grado di farvi fronte la classe operaia o le masse, senza più né una memoria né un'organizzazione che non vacilli. Anche se Obama riuscirà a mettere fine alla guerra sarà un bene, e non è detto che ci riesca per l'odio seminato nel Medio Oriente e l'ingiustizia assoluta mantenuta da quarant'anni nel conflitto fra Israele e i palestinesi. Per duro che sia riconoscerlo, c'è una dipendenza dalla potenza militare e ancora economica degli Stati Uniti, e un loro anche parziale mutamento di rotta riapre certi margini. Vorrà tentarlo, Barack Hussein Obama? Riuscirà? Tronti ne dubita e in ogni caso non gli basta. Nel dubitare esagera. Quella cui Obama ha dato voce è una rivoluzione simbolica, la sola che pare possibile ai nostri tempi anche a molti suoi interlocutori del Crs e le rivoluzioni simboliche sono comunque meno difficili di quelle che investono alle radici gli assetti di proprietà e di potere, cui peraltro sono necessarie. Quegli Usa che ora hanno intronizzato Obama avevano votato a piene mani il secondo mandato di Bush, a orrori e menzogne della sua guerra già noti. E' stato necessario che qualcuno svegliasse quel circa 16 per cento di cittadini in più dal sonno astensionista, forse l'eccesso dei morti d'una guerra troppo «infinita», certo un candidato più forte di quanto era stato Kerry e sarebbe stata la sola Hillary. Le prime mosse di Obama hanno confermato, nella chiusura immediata di Guantanamo, di fatto del Patriot Act, e nel mettere il negoziato al di sopra e prima della guerra, che non è un nero sbianchettato. Lo dice anche la chiamiamola così - prudenza dell'Europa e lo spiazzamento non solo di Berlusconi - ha ragione Dominijanni - ma di Sarkozy, per non dire dell'inquietudine di Israele, affrettatasi a lanciare e chiudere la razzia su Gaza finché erano ancora in carica Bush e i suoi. Altro è dire che il passaggio a un capitalismo meno guerrafondaio, più somigliante al «compromesso socialdemocratico», non basta: non basta a Tronti e neanche a me. Ma non è al presidente degli Stati uniti che affiderei una rivoluzione. A me Obama preme perché il suo effetto nella smorta Europa sarà forse di riaggregare le forze di quel vecchio e nuovo proletariato che oggi è preso alla gola ed appare schiacciato. Diversamente da Tronti, io non credo che il massimo di incertezza, sfruttamento e oppressione alimenti di più, se mai l'ha alimentata, una coscienza rivoluzionaria. Al più delle rivolte, che per gli stati sono un problema di ordine pubblico. Né i movimenti sono in grado di sostituire una forza organizzata e capace di egemonia. Essa mi sembra tutta da ricostruire. Come Tronti e, aggiungerei, Rita Di Leo, sono una novecentesca spero non del tutto impagliata: è una definizione che non si vuole affatto scortese di uno degli interlocutori, Mattia Diletti, della «Lettera provocatoria». E' che fra di noi c'è un lessico comune, cambiato nei più giovani. Un paesaggio dice cose diverse se guardato da un geologo, un agronomo, un possidente, un contadino, un pittore. In questi trent'anni gli sguardi sono cambiati più del paesaggio. Non sarebbe grave se non si affrettassero ad escludersi, anzi. Fra Mario Tronti e me, divisi sulla natura dell'agente di un mutamento di fondo dei rapporti sociali, è comune l'attenzione ai rapporti di proprietà dei mezzi di produzione, come ordinatori non unici ma primi di una società. Per i più giovani non è così. Ma di questo varrebbe la pena di discutere.


22 novembre 2007

Il frontismo : una coazione a ripetere

Personalmente sono d'accordo con il fatto che i tre partiti della sinistra radicale si debbano unire.
Con questo processo si otterrebbero due risultati : il primo un compattamento di una sinistra socialdemocratica che  risponda sia in termini elettorali che in termini politici alla deriva blairiana del Partito democratico, il secondo una fine dell'equivoco Rifondazione che ormai non è più un partito comunista e perciò deve ufficializzare la sua posizione e consentire la nascita di una nuova formazione politica che si ispiri al programma di ricerca iniziato da Karl Marx.
Ma la pochezza della Sinistra radicale rischia di mistificare il processo in corso : da un lato Rossanda , sia pure con il suo stile inimitabile, dà intellettualisticamente già per scontata la nascita della Cosa Rossa (e si presta perciò alla risposta furbina di Giordano) e declina il compito di tale forza politica alla generica lotta alla mercificazione ed alla cultura americana ( e devo ammettere mio malgrado che la lotta alla mercificazione senza la restante analisi e la pars costruens del marxismo si presta anche all'ambiguità ed all' equivoco)



D'altro lato il politicante Giordano alla richiesta di una risposta alta in termini progettuali e culturali, replica assicurando la disponibilità alla formazione di un partito che annacqui in un frontismo vuoto la specificità di quella che doveva essere Rifondazione (prima del pensiero unico bertinottiano). Eppure, come già detto, la risposta di Giordano ha le sue radici nel frontismo difensivo ed emergenziale che è l'eterno limite politico della stessa Rossanda. La banalità di Giordano è solo un sottoprodotto degli errori dei padri nobili del comunismo italiano.
E senza una rivisitazione paziente e sistematica del programma di ricerca marxiano si rischiano di ripetere vecchi errori credendo che siano nuovi


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