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10 settembre 2010

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 

 

 

 

 

A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.


9 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Sweezy, Sternberg e Baran secondo Denis

Sweezy, Sternberg e Baran mettono in evidenza il fatto che l’evoluzione dei paesi capitalistici progrediti non può essere più studiata isolatamente, dato che fa parte di un processo mondiale i cui diversi momenti vanno presi in considerazione simultaneamente. La fondamentale contraddizione interna della produzione capitalistica porta all’espansione, all’interazione sistematica ed al conflitto verso la realtà esterna. Quest’ultima poi conduce ad una ristrutturazione della situazione interna la quale viene liberando le forze che spingono verso un nuovo ordine mondiale. Sternberg rifiuta la concezione di Hilferding, ripresa da Lenin, che definisce l’imperialismo come una conseguenza dello sviluppo dei monopoli. Egli dice infatti che la spinta imperialistica si manifestò in Inghilterra ed in Francia molto tempo prima che si potesse constatare una concentrazione monopolistica appena considerevole.

 

 

L’appoggio fornito dagli imperialisti europei alle feudalità locali ed all’azienda artigianale non potrà più durare a lungo in Asia. È estremamente improbabile che in questa parte del mondo una lunga fase di capitalismo liberale conduca l’economia dallo stadio feudale e precapitalistico a quello delle grandi aziende monopolistiche e dei colossali concentramenti finanziari. Tutto porta invece a ritenere che in parecchi paesi asiatici l’alleanza dell’imperialismo con la feudalità sarà spezzata a vantaggio di un sistema economico che darà di colpo allo stato un compito decisivo nello sviluppo e nella modernizzazione sia dell’industria che dell’agricoltura. Baran dimostra che l’imperialismo ha ingenerato il sottosviluppo e che le regioni arretrate non possono colmare il divario che le separa da quelle progredite nel quadro del modo capitalistico di produzione. Le prime infatti continuano ad essere dominate dalle seconde che le riducono a strumenti del proprio arricchimento e della propria potenza.

Sweezy sembra anche lui ammettere che nel periodo del capitalismo concorrenziale i mercati esteri non abbiano assolto ad una funzione essenziale nello sviluppo economico europeo. La sua teoria si basa sull’idea che, nel corso dello sviluppo capitalistico, il risparmio della classe borghese tenda a costituire una parte sempre più grande del reddito nazionale, poiché i profitti hanno la tendenza ad aumentare più rapidamente dei salari e poiché quindi si manifesta nei capitalisti la propensione a risparmiare una aliquota sempre più cospicua dei loro redditi. Ma allora, se tutto il risparmio si investe, non può non accadere che l’investimento cresca più celermente del consumo effettivo. Se poi le tecniche produttive non si modificano, la produzione di beni di consumo aumenta ogni anno nella stessa percentuale dell’investimento. La produzione dei beni di consumo dunque cresce più rapidamente del consumo effettivo e la conseguenza inevitabile è la crisi. Denis obietta che non sembra effettivamente possibile sostenere che la produzione di beni di consumo cresca necessariamente allo stesso ritmo degli investimenti. Sostenendo questa tesi si trascurerebbe il fatto che le nuove attrezzature possono essere utilizzate per fabbricare degli altri beni di produzione supplementari e non dei beni di consumo. Certo non sarebbe possibile sostenere che un simile processo potrebbe proseguire all’indefinito, dice Denis, a meno di non ricadere nell’errore di Tugan Baranovskij. Tuttavia sembra necessario sottolineare che, per spiegare realmente il ciclo, bisogna poter dimostrare sia perché, durante un certo tempo, si verifichi effettivamente nell’economia capitalistica un processo di produzione d’attrezzature per la produzione d’attrezzature sia perché poi questo stesso processo s’interrompa. Secondo Denis Sweezy non risponde né alla prima, né alla seconda questione ed in realtà non potrebbe rispondervi se al centro dell’analisi non si mette il principio (affermato da Malthus e Luxemburg) secondo il quale il processo della produzione capitalistica rimane subordinato ad uno sviluppo preliminare dei suoi sbocchi.

Secondo Denis bisogna ammettere che ogni espansione capitalistica è dovuta in origine all’azione di un fattore esterno che crea una nuova domanda di prodotti e suscita una prima ondata di investimenti. Se questa prima ondata è abbastanza forte l’investimento supera il risparmio normale e la domanda globale di prodotti è superiore all’offerta globale di maniera che ne risultino sollecitati nuovi investimenti. L’azione del fattore esterno viene così moltiplicata e si sviluppa un processo di generale espansione di cui non sono sempre evidenti i legami con la causa reale che lo ha provocato. Tuttavia dopo un certo tempo la propensione ad investire non può non diminuire fortemente negli ambienti industriali, dato che cresce rapidamente la massa degli investimenti in via di realizzazione. D’altra parte poiché anche il risparmio normale aumenta rapidamente, giunge ben presto un momento in cui tale risparmio diviene più grande dell’investimento. È proprio a questo punto che si spezza e s’interrompe il processo di espansione.

Nel corso dell’ultimo secolo i più importanti fattori esterni dell’espansione sono stati da un lato la penetrazione del commercio e del capitalismo in nuove zone del mondo e dall’altro lato specialmente negli Stati Uniti, lo sfruttamento di nuove terre fertili su larghe estensioni. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di decolonizzazione sommato con l’aiuto ai paesi arretrati, ha determinato di nuovo in questi ultimi paesi un rapido incremento della domanda di beni industriali. Si è aggiunto a ciò l’incremento della spesa pubblica e delle spese militari. Si ritiene che si possa spiegare così il fatto che lo sviluppo economico dei paesi capitalistici progrediti (divenuto assai più lento tra le due guerre mondiali) abbia potuto riprendere ad un ritmo sostenuto.

I tre economisti qui studiati secondo Denis non prendono in sufficiente considerazione la necessità di principio che esistano preliminarmente degli sbocchi. Baran dice che, allargando il mercato per i prodotti di imprese private il commercio estero può determinare un aumento della produzione e degli investimenti che in caso contrario non si sarebbe mai verificato. Delle condizioni di un commercio equilibrato per Baran l’effetto del commercio estero sul complesso dell’economia è meno certo, poiché l’espansione delle industrie esportatrici può venire pienamente compensata da una contrazione delle industrie colpite dall’importazione di beni sui loro mercati. Ma Denis obietta che, nel caso di rapporti commerciali con le regioni sottosviluppate, il commercio anche squilibrato o persino deficitario dal punto di vista delle zone industriali è non di meno un potente fattore di sviluppo, dato che queste zone stesse importano delle materie prime e delle derrate agricole, le quali non esercitano alcuna concorrenza sulla loro produzione nazionale. Baran a tal proposito dice che il significato del commercio estero come fattore dinamico, come fonte di un movimento che aiuta l’economia capitalistica ad uscire fuori da una situazione data, sta innanzitutto nel fatto che esso dà origine al meccanismo dell’esportazione di capitali. Sternberg invece non ha minimizzato l’importanza degli sbocchi esterni secondo Denis, ma li avrebbe considerati solo una valvola di scarico della produzione capitalistica sovrabbondante. Denis ritiene invece che in mancanza di occasioni esterne di investimento non si sarebbe mai avuto sviluppo della produzione capitalistica.

 


9 settembre 2010

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.

 

 

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

 


8 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : il problema del capitalismo in Russia

Contro i populisti Lenin affermò che la Russia avrebbe inevitabilmente seguito la stessa via che era stata percorsa dai paesi occidentali ed infatti si poteva già constatare lo sviluppo di un’industria capitalistica e di una forte penetrazione del capitalismo nelle campagne. Per quanto tal tesi fosse giusta,  essa conduceva Lenin a sottovalutare fortemente il problema del ruolo degli sbocchi esterni nel processo di crescita delle economie capitalistiche. In realtà il capitalismo russo era in larga misura un capitalismo importato : analogo a quello che si sviluppa normalmente nei territori delle colonie. La molla dello sviluppo capitalistico in Russia era l’introduzione massiccia di capitali stranieri all’interno del paese. I capitalisti degli altri paesi investivano direttamente i propri capitali in determinati settori redditizi (ad es. le miniere e l’industria metallurgica) e questo bastava a creare un potere d’acquisto addizionale che si riversava sui mercati e conduceva progressivamente alla rottura del modo tradizionale di produzione.

 

 

Che sia possibile un certo sviluppo capitalistico in regioni economicamente arretrate (come effetto dell’importazione di capitali stranieri) non contraddice in alcun modo la tesi secondo cui nei paesi dominanti il capitalismo si sviluppa sulla base della conquista di mercati esterni. Nel 1915 Bucharin si oppose apertamente alla tesi della necessità dei mercati esteri per lo sviluppo del capitalismo. Egli sostiene che la ricerca di tali mercati deriva soltanto dal fatto che un allargamento del mercato consente una produzione su scala più grande e dunque una diminuzione dei costi non che un conseguente aumento dei profitti. Non si deve intendere però questa legge della produzione di massa nel senso che l’espansione al di là delle frontiere nazionali sia in qualche modo una necessità assoluta. Bucharin ammette che l’imperialismo porta ad un aumento dei salari nei paesi economicamente progrediti per alcuni strati della classe operaia. Ma egli spiega un tale fenomeno dicendo che i capitalisti possono aumentare i salari grazie ai sovrapprofitti che essi realizzano con le loro vendite all’estero. Una tale spiegazione,  usuale negli ambienti marxisti, è inadeguata in quanto il rialzo dei salari si spiega con l’enorme sviluppo della produttività del lavoro e del reddito nazionale, determinato dalla conquista dei mercati esteri. Inoltre per Bucharin l’imperialismo eleva sì i salari nelle regioni progredite, ma conduce alla guerra tra le grandi potenze e le conseguenze di un simile conflitto non possono non restituire al proletariato dei paesi avanzati le sue convinzioni rivoluzionarie. Questa convinzione si è rivelata però erronea, in quanto dopo le due guerre mondiali, la capacità di produzione dei paesi sviluppati si è rapidamente ricostituita ed il livello di vita si è ristabilito dopo alcuni anni, per cui le guerre non hanno portato a situazioni rivoluzionarie. Per Lenin invece il fenomeno imperialistico è connesso all’azione dei monopoli, alla supremazia delle banche sull’industria ed all’esportazione dei capitali. Nel periodo della libera concorrenza, l’investimento dei capitali non solleva problemi, poiché ogni capitalista si fa posto sul mercato a danno dei suoi vicini. Ma nella fase dei monopoli e del dominio delle banche un procedimento simile risulta compromesso e da ciò derivano le enormi eccedenze di capitali e l’imperialismo.

 

 


16 marzo 2010

Manlo Dinucci e Tommaso Di Francesco :Obama torna sotto lo Scudo

Ormai è certo: gli Stati uniti installeranno in Europa un nuovo «scudo» antimissili. Si chiarisce dunque che il presidente Obama ha rinunciato al piano Bush, ma ne vara uno suo e anche questo fortemente contrastato dalla Russia. Come sono andate le cose, lo ha spiegato sul New York Times il segretario alla difesa Robert Gates, passato dall'amministrazione Bush a quella Obama. Fu lui, nel dicembre 2006, a raccomandare che gli Usa installassero 10 missili intercettori in Polonia e un megaradar nella Repubblica Ceca. Sempre lui, nel settembre 2009, ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma solo per sostituirlo con uno «più adatto». Precisando: «Stiamo rafforzando, non cancellando, la difesa missilistica in Europa».


Nella prima fase, completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra. Nella seconda, operativa verso il 2015, installeranno una versione potenziata di questo missile, con base a terra, nell'Europa centrale e meridionale. Romania e Bulgaria si sono già messe a disposizione. In Polonia è in corso l'installazione di una batteria di missili Patriot, gestita da una squadra di 100 soldati Usa, nella città baltica di Morag, a circa 50 km dal confine con la Russia. Arriveranno quindi gli Sm-3 a bordo di navi Usa, dislocate nel Mar Baltico e, successivamente, i missili potenziati con base a terra. Il radar fisso, che avrebbe dovuto essere installato nella Repubblica ceca, verrà sostituito da un più efficiente sistema basato su aerei, satelliti e sensori terrestri. Anche l'Italia, con tutta probabilità, ospiterà missili e componenti dello «scudo» Usa. Lo conferma indirettamente lo stesso Gates, quando parla della loro installazione nell'Europa meridionale. L'Italia ha aderito allo «scudo» con un accordo sottoscritto dal governo Prodi nel febbraio 2007.
Lo «scudo» antimissili che gli Usa vogliono installare in Europa è un sistema difensivo od offensivo? Basta pensare a due antichi guerrieri che s'affrontano, uno armato di spada, l'altro di spada e scudo. Il secondo è avvantaggiato, può attaccare e colpire parando con lo scudo i colpi. Se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzare uno «scudo» antimissili affidabile, disporrebbero di un sistema non di difesa ma di offesa: sarebbero in grado di lanciare un first strike contro un paese dotato anch'esso di armi nucleari, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare l'eventuale rappresaglia. Proprio per questo Usa e Urss avevano stipulato nel 1972 il Trattato Abm che proibiva tali sistemi, ma l'amministrazione Bush lo affossò nel 2002. Ora Obama ha annunciato l'intenzione di ridurre l'arsenale nucleare Usa negoziando un nuovo trattato Start con la Russia, ma ha ribadito che gli Usa manterranno un «sicuro ed efficiente deterrente nucleare». Eppure, solo poche settimane fa, sei paesi europei, tra cui Belgio e Germania hanno chiesto agli Usa di smantellare le atomiche americane dall'Europa. È questa la risposta? E, secondo gli analisti del New York Times, la strategia che verrà enunciata nel prossimo Nuclear Posture Review prevede il ricorso al first strike, anche contro paesi non dotati di armi nucleari ma che abbiano armi chimiche o biologiche.
A Washington ripetono che lo «scudo» in Europa non è contro la Russia, ma fronteggerà la minaccia iraniana. Per Mosca invece è l'acquisizione americana di un decisivo vantaggio strategico. È infatti chiaro che il nuovo piano prevede un numero maggiore di missili dislocati ancora più a ridosso del territorio russo. Inoltre, saranno gli Usa a controllarli, nessuno potrà sapere se sono intercettori o missili per l'attacco nucleare. E ora, con i nuovi sistemi aviotrasportati e satellitari, il Pentagono potrà monitorare il territorio russo molto più efficacemente. Lo «scudo», che la Russia intende contrastare con «metodi adeguati e asimmetrici», non servirà quindi - come dichiara Gates - a proteggere il territorio europeo, in cui sono dislocati 80mila soldati Usa, creando una «Europa più sicura». Viceversa provocherà nuove tensioni, giustificando un ulteriore rafforzamento della presenza militare Usa in Europa.


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29 maggio 2009

Stefano Rizzo : le difficoltà di Obama in politica estera

 

Un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi risultati. Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia o i rapporti con Cuba. Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontra in Afghanistan e nel vicino Pakistan. E nelle insidiose acque della Palestina.

Tempo addietro, rivolgendosi a coloro che si aspettavano rapidi e sostanziosi cambiamenti nella politica estera americana, Barack Obama dichiarò che un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando sicuramente Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ordini per spostare la nave su una diversa rotta, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi concreti risultati.

Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia e nelle acque limitrofe del mar Nero, che rientrano nella ripresa della guerra fredda nei confronti della Russia iniziata da George Bush. Le manovre furono programmate come risposta, o risposta alla risposta, nei confronti della Russia, che qualche mese prima aveva annunciato manovre navali congiunte con il Venezuela di Ugo Chavez in acque che gli Stati Uniti considerano di loro stretta pertinenza fin dal lontano 1823, dai tempi cioè della Dottrina Monroe. Specularmente è esattamente quello che pensano i russi del mar Nero e di un'area geografica che l'Impero russo prima, l'Unione sovietica poi, la Russia di Putin alla fine, considerano parte della zona esclusiva di influenza russa.

Nel suo incontro del G20 a Londra con Vladimir Putin Obama aveva annunciato che le relazioni russo-americane sarebbero ripartite da zero ("dobbiamo premer il bottone del reset" - disse). Ma evidentemente i comandi dei computer sono più veloci di quelli delle navi da guerra e le manovre georgiane-statunitensi, che tanto hanno innervosito la Russia, aumentando il nervosismo per lo scudo missilistico in Polonia-Repubblica ceca e per altre provocazioni "minori", si sono tenute.
Con la conseguenza che il sempre imprevedibile (e irresponsabile) presidente georgiano Sakashvili per aumentare la tensione tra lo storico egemone russo e il suo nuovo protettore americano non ha trovato di meglio che diffondere con grande fanfara la notizia di un presunto colpo di stato ai suoi danni che sarebbe stato orchestrato dai servizi segreti russi per "destabilizzare la Georgia". Gli americani non ci hanno creduto molto e in ogni caso hanno fatto finta di niente.

Lo stesso discorso vale per Cuba. Le aperture diplomatiche di Obama sono innegabili, anche se sono state ricevute in modo contraddittorio dai due fratelli Castro, con Raul (che sarebbe il presidente in carica) che ha mostrato di apprezzarle, mentre Fidel (che non avrebbe incarichi di governo) che le ha respinte con sdegno. Ma intanto la corazzata americana proseguiva il suo corso e la settimana dopo il dipartimento di stato confermava, per l'ennesima volta, l'inclusione di Cuba tra i paesi che sponsorizzano il terrorismo.
Una inclusione che non ha mai avuto alcuna giustificazione concreta, ma risale all'animosità tra i due paesi dopo la rivoluzione castrista del 1959, e precisamente al fatto che negli anni seguenti Cuba aveva dato rifugio ad esponenti delle Pantere nere e di altri gruppi "sovversivi" nordamericani e che negli anni ‘80 aveva sostenuto i movimenti di guerriglia marxista in America centrale. (Del resto anche Cuba considera - con qualche ragione dopo il tentativo di invasione della Baia dei porci e i molti attentati contro la vita di Fidel Castro -- gli Stati Uniti uno stato terrorista.)

Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontrerà in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In quella regione la strategia politico-militare è tracciata già da molti anni (dall'invasione di fine 2001): liberare l'Afghanistan dai talebani puntando sulla presidenza di Hamid Karzai e sostenere il Pakistan come argine contro il fondamentalismo islamico, sostenendo qualsiasi leader che dimostri la capacità di controllare il paese. Chiaramente sia la politica sia la strategia militare elaborate dalla precedente amministrazione americana sono fallite: i talebani sono all'offensiva, controllano larga parte del territorio, mentre il governo Karzai si è dimostrato del tutto inefficace a contrastarli (oltre che particolarmente corrotto nell'amministrazione interna).
Obama non ha potuto fare altro fin qui che continuare quella politica, mandando più soldati e ordinando di intensificare le operazioni militari in tutto il paese per cercare di puntellare il traballante governo Karzai. Allo stesso tempo il neopresidente ha fatto trapelare il suo scontento per come stanno andando le cose e si è rifiutato di appoggiare esplicitamente Hamid Karzi nelle prossime elezioni presidenziali. Se, come è probabile, non ci saranno clamorosi risultati positivi di questa "surge" afgana (sul modello che ha portato ad una relativa stabilità in Iraq), Obama dovrà però presto cambiare rotta, in Afghanistan come in Pakistan, dove il governo di Ali Zardari sembra incapace di fermare l'offensiva talebana che minaccia di impossessarsi del piccolo ma pericolosissimo arsenale nucleare pakistano.

Le acque in cui si sta dimostrando più insidioso manovrare la corazzata americana sono quelle, da decenni tempestose, della Palestina, intesa come Israele e Cisgiordania. La politica di Bush era stata per otto anni di acritico appoggio a qualsiasi azione del governo israeliano: dalla continuazione degli insediamenti nei territori occupati, alla guerra del Libano dell'estate 2006, alla guerra contro Gaza di fine 2008. La riproposizione, stanca e tardiva, della soluzione "due popoli - due stati" nella Conferenza di Annapolis del novembre scorso, non aveva prodotto alcun risultato, eccetto, appunto, il brutale assalto israeliano a Gaza.

Da qui la necessità di un cambiamento di rotta, che tuttavia oggi si presenta ancora più difficile, non solo per le prevedibili resistenze interne, ma soprattutto per il fatto che il nuovo governo israeliano sembra avere abbandonato del tutto l'intenzione di consentire la nascita di uno stato palestinese e subordina adesso la sua creazione alla "soluzione del problema iraniano". Ora, non c'è dubbio che l'Iran rappresenti una minaccia, non tanto per le sue inesistenti armi nucleari, quanto per il suo viscerale antisemitismo e per l'influenza che esercita su tutto il Medioriente attraverso il sostegno ad Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah (come anche agli sciiti del Bahrein). Una minaccia che viene denunciata esplicitamente da Israele, ma è avvertita anche dai paesi arabi (sunniti) della regione, primo fra tutti l'Arabia saudita.

Per Obama la difficoltà principale nei colloqui di questa settimana con Shimon Peres e in quelli ancora più impegnativi la settimana prossima con Benjamin Netaniahu sarà fare capire al governo israeliano che deve impegnarsi davvero in una soluzione di pace, senza allo stesso tempo dare l'impressione di ritirare il sostegno tradizionale degli Stati Uniti verso lo stato di Israele. Obama ha bisogno per questo della collaborazione dell'Iran e della Siria (quest'ultima cancellata dalla lista degli stati terroristici - suscitando le proteste di Israele), senza allo stesso tempo incoraggiare le spinte egemoniche di questi due paesi nella regione.
Una manovra complessa, come complesso è tutto ciò che avviene in Medioriente, che metterà a dura prova l'abilità di un comandante deciso a cambiare rotta come sicuramente è Barack Obama. Soprattutto ci vorrà tempo.


26 maggio 2009

Silvana Cappuccio : la vergogna del lavoro forzato

 

Percepiscono salari da fame, vengono fatti lavorare in condizioni inumane, sono ricattati e spesso privati anche dei documenti di identità, hanno alloggi di emergenza, si arrangiano con cibo di risulta: sono gli schiavi dei nostri tempi, spesso donne e uomini che lasciano le loro terre alla ricerca di una vita migliore, che invece si imbattono in pezzi di mondo forte del proprio cinismo che dalla loro disperazione trae vantaggio. "Il costo della coercizione" è il titolo dell'ultimo rapporto globale dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) sul lavoro forzato, che quantifica in 21 miliardi di dollari il costo finanziario di questo scempio, al netto dei costi delle vittime dello sfruttamento sessuale a scopi commerciali. E' un documento che traccia un inquietante quadro di condizioni estreme, di sfruttamento e approfittamento, in cui versano tantissimi uomini, donne e bambini, in situazioni diverse per tipo, luogo e modalità. E a cui ancora una volta sono tanto più pesantemente esposti i soggetti più vulnerabili, come i migranti, i giovani ed i gruppi con minore protezione sociale. Tra questi, sono le donne le più colpite.
Africa, Asia, America latina, Europa: in tutto il mondo si diramano canali di lavoro forzato, le cui caratteristiche assumono delle moderne forme di schiavitù, in agricoltura, nel lavoro domestico, nel traffico di persone.
Di quanto accade in Africa, se ne parla e sa poco. Alcuni governi preferiscono continuare a tentare di minimizzare. Ma adesso, in piena era di comunicazioni globali, è difficile nascondere. Solo pochi mesi fa il governo britannico ha censurato il comportamento dell'azienda Afrimex che utilizzava lavoro forzato e minorile nelle miniere di una zona devastata dalla guerra nella Repubblica Democratica del Congo. Il governo del Niger afferma che si tratta di "esagerazioni", ma i gruppi organizzati della società civile denunciano diffuse pratiche di schiavitù. Ancora di recente la Corte di giustizia della comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale, riferendosi a una donna che era stata tenuta schiava per quasi dieci anni prima di essere rilasciata dal suo "padrone", ha trovato il Niger in piena violazione delle leggi nazionali e degli obblighi internazionali sulla tutela dalla schiavitù. Il nord ed il sud del Ghana sono pieni di aree in cui i migranti, soprattutto giovani donne, sono soggetti ad abusi. Il Kenya è un paese chiave per la tratta internazionale di persone destinate al lavoro forzato e alla prostituzione, e anche internamente c'è un traffico di ragazzine e giovani donne che lasciano le zone rurali per le città per finire nei lavori domestici o come prostitute.
In Asia ci sono tre aspetti di particolare preoccupazione: il lavoro forzato per debiti che è ancora molto diffuso, nonostante esistano consolidati meccanismi per trovare, liberare e riabilitare chi ne finisce vittima e un'ampia legislazione in materia che lo proibisce e punisce. Anche qui si stratta soprattutto di migranti. Questo meccanismo si è purtroppo diffuso in settori come il tessile, la lavorazione del riso ed altri come le fornaci di mattoni e le cave di pietra che sono in espansione. Il secondo elemento riguarda l'ampia incidenza di traffico sia di bambini che di adulti, a scopi di sfruttamento sia sessuale che al lavoro. Il terzo è la persistenza del lavoro forzato imposto dallo Stato e da istituzioni pubbliche, come succede a Myanmar. La regione asiatica conosce poi gli imponenti flussi di migrazioni dalle campagne nelle città, che comportano dei movimenti di forza lavoro in grande scala in Cina e India. In Cina esiste il lavoro forzato nelle prigioni, insieme con la violenza fisica e le minacce ed altre forme di coercizione. Lì i lavoratori sono sottoposti a condizioni di lavoro spesso a grande rischio per la loro salute e la loro sicurezza, come nelle miniere e in ore di lavoro straordinario senza limiti.
L'America latina è, dopo l'Asia, la seconda area geografica per numero di addetti al lavoro forzato, che qui è specialmente connotato da fenomeni di disuguaglianza e discriminazione, particolarmente verso gli indigeni.
Si sono riscontrate forme di lavoro forzato in regioni remote e dove c'è stata deforestazione così come in una serie di settori industriali come il carbone, la ghisa, il legname e diverse produzioni agricole. Ci sono state delle iniziative, anche da parte di paesi importanti come il Perù ed il Brasile, per aggredire ed arginare il lavoro forzato, ma comunque rimane ancora molto da fare. Il rapporto dell'Oil indica come prioritaria la necessità di un ampio insieme di misure e programmi per ridurre la povertà combattendo la discriminazione e promuovendo i diritti degli indigeni, oltre che migliorando lo status dei più indigenti nelle aree urbane.
In Europa secondo il rapporto il lavoro forzato lo si considera quasi sempre connesso ai processi di immigrazione irregolare. La Federazione russa ed altri Stati della Comunità di stati indipendenti hanno fatto delle ricerche, da cui emerge come la tratta delle persone sia sempre più finalizzata al lavoro forzato piuttosto che allo sfruttamento sessuale.
Stati Uniti e Canada conoscono bene il lavoro forzato che riguarda gli immigrati nel lavoro domestico, in agricoltura ed altri settori economici. Alcune di queste situazioni riguardano gli immigrati "irregolari", ma molte altre scaturiscono invece da flussi ufficiali che vengono gestiti da intermediari senza scrupoli, pronti a far scattare ricatti e debiti.
La Confederazione sindacale internazionale ha accolto positivamente la pubblicazione di questo rapporto che fa luce su aspetti su cui è fondamentale l'impegno dei governi e delle parti sociali. Le Global Unions, cioè i sindacati di categoria a livello internazionale, hanno costituito un'alleanza finalizzata a intensificare il loro ruolo e a sviluppare una politica su questo tema. A questo proposito, Neil Kearney, segretario generale della federazione internazionale dei tessili, ribadisce che «i grandi marchi internazionali e i circuiti di vendita dominano l'industria, sono quindi loro ad avere la chiave di volta per fermare il vortice infernale del traffico e del lavoro forzato nell'industria. Devono adottare senza ulteriori indugi degli strumenti atti a spezzare le catene di questa schiavitù».


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28 agosto 2008

L'obiettivo di Bush è l'Europa ?

 

Nel marzo di quest'anno, durante la visita a Washington del presidente georgiano Saakashvili, George W. Bush promise che avrebbe fatto di tutto per far entrare subito la Georgia nella Nato. Al vertice Nato di Bucarest (2-4 aprile), Bush ha fortemente premuto in questo senso, non ottenendo però il suo ingresso immediato, perché Germania e Francia si sono opposte, temendo una eccessiva tensione dei rapporti con Mosca.
Gli alleati hanno comunque «accolto favorevolmente le aspirazioni di Georgia e Ucraina a divenire membri dell'Alleanza», dichiarando che già nel prossimo dicembre i due paesi potrebbero entrare nel Map (Membership Action Plan), il programma che prepara l'adesione dei futuri membri. Bush è quindi tornato a Washington con l'impegno degli alleati a far entrare al più presto Georgia e Ucraina nella Nato. Questo, nonostante il chiaro avvertimento di Vladimir Putin, che ha spiegato come la Russia consideri «la formazione di un potente blocco militare ai suoi confini quale una diretta minaccia alla propria sicurezza».
Con l'ingresso di Albania e Croazia, deciso in quello stesso vertice di Bucarest, la Nato si è infatti allargata ulteriormente a est. Il primo allargamento avvenne nel 1999, quando entrarono Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, già membri del Patto di Varsavia; il secondo nel 2004, con l'ingresso di Estonia, Lettonia, Lituania (già facenti parte dell'Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già membri del Patto di Varsavia); Slovenia (già parte della Jugoslavia). Tra breve, oltre a Georgia e Ucraina (già parte dell'Urss), dovrebbe entrare nell'Alleanza anche l'ex-repubblica jugoslava di Macedonia, finora trattenuta sulla soglia dal «no» della Grecia.
La Nato ha «invitato» inoltre Bosnia-Erzegovina e Montenegro (già parte della Jugoslavia) a «un dialogo intensificato con l'Alleanza», fase propedeutica all'adesione vera e propria. Come se non bastasse, al vertice di Bucarest i paesi della Nato hanno approvato il «dispiegamento di installazioni statunitensi di difesa missilistica basate in Europa», attraverso cui gli Usa cercano di acquisire un ulteriore vantaggio strategico sulla Russia. Questa ha già annunciato che prenderà delle contromisure, adottando «metodi adeguati e asimmetrici».
Dopo il summit di Bucarest, la collaborazione tra Nato e Georgia si è ulteriormente rafforzata. Il 20 giugno, sette settimane prima dell'attacco georgiano all'Ossezia del sud, il leader georgiano Saakashvili ha visitato il quartier generale della Nato a Bruxelles, dove ha incontrato il segretario generale Jaap de Hoop Scheffer. Il 23 luglio, due settimane prima dell'attacco all'Ossezia meridionale, due navi da guerra del Nato Maritime Group 2 (gruppo al comando dell'ammiraglio italiano Giovanni Gumiero) visitavano il porto georgiano di Batumi. Nel frattempo iniziava in Georgia la Immediate Response (Risposta immediata) 2008, esercitazione militare con la partecipazione di truppe di Stati uniti, Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Armenia, durante la quale 1.000 soldati Usa venivano dislocati nella base di Vaziani, a meno di 100 km dal confine con la Russia. Contemporaneamente, in Ucraina, si svolgeva l'annuale esercitazione militare Sea Breeze con truppe statunitensi e di altri dieci paesi della Nato.
A questo punto, con l'attacco georgiano all'Ossezia del sud l'8 agosto - che, direttamente o indirettamente, ha avuto luce verde a Washington e Bruxelles - la corda si è rotta. Ma l'intervento della Russia, che la Nato ha accusato di «sproporzionato uso della forza» (dimenticando di aver bombardato la Serbia nel 1999 con 1.100 aerei per due mesi e mezzo), è stato un atto inatteso oppure previsto, se non addirittura voluto?
Ciò che temono a Washington, e cercano di evitare, è un'Europa che, unendosi e acquistando ulteriore forza economica, potrebbe un giorno rendersi indipendente dalla politica statunitense. Ricreare in Europa un clima da guerra fredda è il modo attraverso cui Washington rafforza la leadership e la presenza militare statunitensi nel nostro continente. Tanto a far da scudo in un nuovo confronto con l'Est sono, ancora una volta, gli alleati europei.

(Manlio Dinucci)


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27 agosto 2008

Ma che diceva la tregua proposta da Sarkozy ?

 

La firma, sull'accordo per mettere fine al conflitto georgiano, c'è. Anzi ce ne sono due, quella apposta dal presidente georgiano Mikhail Saakashvili venerdi a Tbilisi alla presenza di Condoleeza Rice, e quella siglata dal leader russo Dmitrij Medvedev sulla copia fax inviatagli da Washington dalla stessa Rice, ieri a Sochi. Ma cosa suggellino esattamente, è un piccolo giallo - incerto quanto i tempi del ritiro russo. A sentire Mosca, Medvedev avrebbe siglato un documento diverso da quello accettato da Saakashvili venerdi, dopo 4 ore di colloquio col segretario di Stato Usa. A evidenziarlo è stato ieri il ministro degli esteri russo Lavrov: nel piano firmato dalla Georgia mancherebbe la parte introduttiva, dove è scritto che i principi del documento «sono sostenuti dai presidenti della Russia e della Francia, che invitano le parti a firmare tale documento». Mosca ci teneva molto, anche se poi Medvedev ha finito per dire sì alla versione fax, incoraggiato da Angela Merkel che è andata a trovarlo venerdi sul Mar nero. Il preambolo infatti evidenziava come l'iniziativa di pace fosse frutto anche della diplomazia russa.
Ieri, l'annuncio del sì al piano di pace in 6 punti portato a Mosca giovedi da Sarkozy - i media russi lo chiamano «piano russo-francese» -, è stato accolto con un sospiro di sollievo a occidente. Anche da Washington che lo giudica «un passo che fa ben sperare». Ma non basta a far intravedere la fine della crisi, che al suo nono giorno è sempre più internazionale. Primo quesito: i russi se ne vanno dalla Georgia? Per Mosca, il ritiro «richiederà tempo» (imprecisato), e nelle parole ancora di Lavrov, sarà subordinato a «misure di sicurezza extra» (di che si tratta? non è chiaro), «a causa di problemi causati dai georgiani». la tesi russa è che le proprie truppe siano ancora in giro per la Georgia per garantire la sicurezza dei civili.
Non ci sta Bush, che ieri ha lodato la «giovane democrazia georgiana» e bastonato quella russa: la Russia «deve ritirare le truppe» in modo «rapido». Non parziale, come iniziato ieri in alcune aree e poi stoppato dal generale Novogotsyn con la giusitificazione che i georgiani starebbero ancora operando con «cecchini» e «sabotatori» in Sud Ossezia (mirando tra l'altro al tunnel di Roki, unico collegamento con la Russia); anche a Gori si aspettano cenni da Mosca. Intanto Tbilisi accusava i russi di aver fatto saltare un ponte ferroviario e occupato la città di Khashuri, nodo viario tra la capitale georgiana e il Mar nero. Il comando militare russo con Nogovytsin ieri ha precisato: «i peacekeepers russi non lasceranno mai sudossezia e abkhazia». Per Bush all'opposto, non c'è dubbio che Sud Ossetia e Abkhazia debbano rimanere entro i confini georgiani: «su questo non si discute».
Insomma, quale pace? «Si scordino l'integrità teritoriale georgiana» avvertiva ieri Lavrov. Poco dopo, dall'agenzia France Presse viene fuori una rivelazione che sembra gettare un po' di luce sui temporeggiamenti e i misteriosi movimenti delle truppe russe in terra georgiana. In una lettera inviata a Saakashvili (mostrata ad Afp da un ufficiale), Sarkozy chiarisce che il Punto 5 dell'accordo autorizza le forze di pace russe a effettuare pattugliamenti anche «a qualche chilometro» al di fuori del confine osseto. In territorio georgiano. Escludendo i centri urbani. Le truppe militari federali dovranno ritirarsi invece sulle posizioni del 6 agosto, esattamente come quelle georgiane. Insomma, in attesa dell'arrivo dei peacekeepers internazionali - il cui dispiegamento richiede prima una risoluzione del consiglio di sicurezza Onu - i russi possono «temporaneamente» sconfinare (ma solo con i peacekkepers, almeno in teoria). Il «piano francese» inoltre, non fissa limiti di tempo né di numero per il contingente di pace russo, dice lavrov.
Manovre ad ampio raggio, proprio mentre Varsavia accetta lo scudo Abm degli Usa, e Kiev chiede di essere della partita. Mosca si dice molto preoccupata, ormai con gli Usa la guerra fredda non è più un cliché giornalistico.
Nel frattempo, si pensa alla fisionomia della futura missione di monitoraggio internazionale. Ieri, con una mossa inattesa, il segretario generale dell'Osce, l'organizzazione fino a ieri ritenuta «ostile» da Mosca per il suo lavoro «filo-occidentale» sul territorio ex Urss, ha deciso di inziare il suo viaggio di ricognizione da Vladikavkaz, Nord Ossezia, Russia, per valutare la situazione dei profughi: da Vienna verranno inviati «altri 100 uomini» tra pochi giorni per il mantenimento della pace. E Medvedev si è spinto ad auspicare un maggiore ruolo dell'organizzazione nella soluzione conflitto.
E l'Onu? Ancora fermo, dovrebbe votare una risoluzione per formalizzare il cessate il fuoco nel week end.
Mentre dall'Alto Commissariato per i rifugiati arriva la denuncia: impossibile distribuire gli aiuti umanitari agli oltre 180 mila profughi stimatinella regione, «in preda a un clima di banditismo e illegalità generalizzati».

(Lucia Sgueglia)


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14 agosto 2008

Ma chi vuole la guerra ?

A dispetto del tentativo di mediazione di Sarkozy, Saakashvili gracchia di carri armati verso Tbilisi per essere subito dopo smentito da un membro del suo governo, mentre Bush dice che manderà truppe americane "per motivi umanitari" in Georgia, facendo capire che intende sabotare il tentativo di mediazione europea, a dispetto dell'omaggio ipocrita iniziale.


Obama ha capito che queste tensioni internazionali vanno un po' in culo anche a lui...

L'Europa fa l'asino in mezzo ai suoni, schiacciata tra l'Inghilterra cavallo di Troia (e
terra dell'analfabetismo di ritorno, a dimostrazione dei benefici di un'economia completamente finanziarizzata) e i parvenu dell'est Europa come i clerico-fascisti fratelli Kaczynski.
Questa allegra brigata, insieme alla Russia fascista ed autocratica di Putin, sta preparando il terreno per le guerre di domani.
In tutto questo, i diritti umani sono come i sei personaggi di Pirandello : cercano qualcuno che li possa portare. Ma sono troppo pesanti. E' meglio venderli a qualcuno che li possa utilizzare meglio.


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