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9 maggio 2011

Illogica logica : carattere dialettico del modus ponens

Qui dobbiamo allora distinguere tra l’implicazione (che ha la natura logica e metalinguistica di una relazione platonica tra gli oggetti) e il succedersi sistematico tra P e Q. Altro è dire (P implica Q) che è una relazione ideale (ontologica e metalinguistica), altro è dire (Se P allora Q) che è una legge naturale, altro è dire (quando P, allora Q) che è la descrizione di un legame tra due fenomeni, legame che fenomenologicamente però può essere solo temporale.

Naturalmente la sinteticità del ragionamento ha il suo punto di snodo nella verità di un enunciato atomico (una asserzione) e quindi nella registrazione di un dato esogeno (spesso empirico) e dall’analisi del modus ponens si evince come P abbia uno statuto ambiguo in quanto a volte sembra essere tematizzata senza presupporne il valore di verità (una proposizione che può essere vera o falsa), ma in questo contesto diventa quasi una asserzione.

Naturalmente c’è un modo anche più neutro di enunciarla e cioè “(P implica Q e P) implicano Q”, mentre la rilevanza di P è meglio rappresentata da “Se P allora Q, ma P, dunque Q”. Qui l’avversativa mette in evidenza l’asserzione di P.

In realtà si tratta del livello diverso in cui si trova P nella premessa maggiore e nella premessa minore : nella premessa maggiore P non è asserita, ma è il termine metalinguistico di una relazione logica tra proposizioni. Nella premessa minore P è un enunciato atomico che è dunque asserito (scrivere un enunciato atomico è asserirlo almeno in un certo universo di discorso).

 

Inoltre va detto che nella struttura del modus ponens possiamo trovare diverse connessioni :

  • L’implicazione tra P e Q nella prima premessa
  • La congiunzione tra la prima e la seconda premessa
  • La relazione (congiunzione) tra P e Q nella conclusione
  • La relazione tautologica tra premesse e conclusione

La relazione tautologica cosa permette di fare ? Cosa conserva ?

Attraverso la relazione contingente (congiunzione) tra le due premesse, permette di affermare la verità della conclusione (sintetica) e al tempo stesso di portare la relazione ideale tra i due dati contenuti nella prima premessa (P e Q), relazione ideale che sussiste anche qualora le due proposizioni siano entrambe false, ad un livello superiore (sin-tetica), effettivo, asserendo la verità di entrambe le proposizioni (“…,ma P, allora Q !”).

Ontologicamente si può dire che l’emergere di una nuova conoscenza presuppone una effettiva relazione tra dati : il nuovo, la genesi è una riunificazione. La creazione (Q) è la conseguenza di una relazione necessaria e di un dato originario.

 

La creazione è il riconoscimento che c’è un dato (P) che non dipende da noi. Che c’è un dato che hanno fatto altri e che noi dobbiamo accettare per inserirci nell’ordine sociale (la ger-archia).

 

 

 

 


4 maggio 2011

Illogica logica : cose rende sintetica l'argomentazione ?

Gli Stoici dicono che la connessione (sunemmenon) che inizia con la congiunzione (sumpeplegmenon) dei due dati (lemmata) da cui parte l’argomento (il collegamento, il logos), perché l’argomento sia sintetico (sunaktikos) e porti entrambi i dati ad un livello superiore, deve essere sana (ughies)

Malatesta dice che la traduzione esatta è “Gli argomenti sono conclusivi quando la connessione, che comincia con la congiunzione delle premesse dell’argomento e finisce con la sua conclusione, è sana

 

 

Cosa si intende ?

Riprendiamo l’interpretazione operata in precedenza : la sanità è essenzialmente guarigione, cioè non qualcosa di originario e dato, ma qualcosa di riconquistato. La connessione è la riunione di qualcosa che era stato diviso : il logos è ratio cioè unità articolata, quantità distribuita. Essa non nega la divisione, ma  la supera in una unità più alta.

Perché ciò avvenga, questa connessione deve essere ughies, e cioè simile a qualcosa di umido (ug- da cui ug-ros, liquido, fluido, arrendevole), qualcosa che si piega, ma non si spezza, qualcosa di elastico, di duttile, che  puoi anche torcere, che supera tutti gli stress, che si trasforma ma senza morire. Qualcosa di vivo e che, essendo vivo e umido, è fecondo e così genera la conoscenza.

 

La traduzione a mio parere è “(Gli argomenti) conducono insieme (i dati da un livello ad un altro superiore), qualora la connessione iniziata con la relazione logica congiungente i dati iniziali e terminata con l’informazione aggiuntiva, sia articolatamente integra”.

A partire da questa traduzione, si potrebbe dire che il discorso sia diverso da quello che immagina Malatesta. Si potrebbe dire che la frase voglia dire che gli argomenti sono sintetici (e cioè portino le premesse ad un livello superiore) nella misura in cui la connessione iniziata con l’implicazione dei dati iniziali (P e Q) costituente la premessa maggiore e terminata con l’informazione aggiuntiva sia articolatamente, fluidamente unitaria. O addirittura che gli argomenti siano com-positivi (sintetici) qualora la relazione iniziata/indicata/prefigurata (nel senso di “che all’inizio è la relazione logica…”) con la relazione logica tra i dati iniziali P e Q termini integra (fluida, senza ostacoli che la possano separare) nell’informazione aggiuntiva (nel senso che viene riaffermata ad un livello diverso). In altri termini il ragionamento è sintetico quando l’implicazione logica e metalinguistica tra P e Q si riproduce a livello reale. Il ragionamento è sintetico quando l’implicazione tra P e Q implica a sua volta che quando c’è P ci sia anche Q.

 

Tuttavia questa interpretazione non è molto coerente con altre proposizioni tradotte da Malatesta.

Ad es. “il sopradetto discorso è sintetico, poiché per mezzo di esso, alla congiunzione dei dati “E’ giorno, e se è giorno, c’è luce”è attaccata (segue) “c’è luce” in questa struttura connettiva “E’ giorno, e se è giorno, c’è luce, (dunque c’è luce)

Malatesta erroneamente fa precedere anche “emerà estì” da “ei”(se), ma in realtà “dunque” non è preceduto da una protasi (si dice “se…allora”, ma non “se…dunque”). “Dunque” è preceduto da una asserzione (ad es. “Cogito. Ergo(dunque) sum”).

In realtà “Se p allora q” e “p, dunque q” sono equivalenti. O meglio la seconda proposizione è un caso particolare della prima (il caso in cui la premessa è asserita come vera).

Un altro brano tradotto da Malatesta è il seguente : “degli argomenti sintetici, alcuni poi sono veri ed altri non veri, e sono veri qualora, non solo la struttura connettiva (il sillogismo) costituita dalla congiunzione delle premesse (dati) sia integra, ma anche qualora la conclusione,  rimanga vera attraverso la congiunzione delle sue premesse, congiunzione che è l’antecedente nella struttura inferenziale

Malatesta a mio parere sbaglia nel dire che sia la conclusione che la congiunzione delle premesse siano soggetti grammaticali, dal momento che il verbo è al singolare e si riferisce solo alla conclusione (sunperasma = con-limitazione, con-clusione, finire insieme in…, intrecciarsi per cui ognuno dei fili blocca l’altro come in un nodo, producendo l’ornamento che è il cosmo)

 

In realtà il modus ponens può essere visto anche come un’equivalenza ?

In realtà no, in quanto Q potrebbe essere vero anche se la congiunzione delle premesse fosse falsa

(se cioè almeno una delle premesse fosse falsa). A meno che anche la premessa maggiore sia trasformata in un equivalenza materiale per cui EKEpqpq. In questo caso se è falsa una delle premesse è falsa anche la conclusione.

In caso contrario Q può essere solo asserito come vero, ma non come falso. O si potrebbe dire che la non verità di Q non equivale alla sua falsità. In questo caso però si ammetterebbero  eccezioni al terzo escluso e magari avremmo a che fare con una logica epistemica, con valori decimali (frazionari) di verità (probabilità).

In realtà si dovrebbe dire che il modus ponens è una proposizione molecolare sempre logicamente vera (tautologia) per cui è indifferente il valore di verità degli enunciati atomici che la compongono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


3 maggio 2011

Illogica logica : se è giorno, c'è luce

 

Malatesta fa tre esempi :  

  • 1) Se c’è giorno, c’è luce. 2) Ma è giorno. 3) Dunque c’è luce.
  • A) Se c’è notte, c’è tenebra. B) Ma è notte. C) Dunque c’è tenebra
  • I) Se c’è giorno, c’è luce. B) Ma nella piazze si vendono granaglie C) dunque Dione passeggia.

Nel primo esempio, (1) e (2) sono le premesse, (3) è la conclusione

Così vale anche per gli altri esempi

Poniamo che questo argomenti, vengano fatti di giorno

Nel primo caso l’argomento è conclusivo (sunaktikos) e vero (alethes), cioè corretto e fondato.

Per Mates “corretto” è “sound” o “valid” o “correct

Per Copi “corretto” è “valid” e “fondato” è “sound

Nel secondo caso, l’argomento è conclusivo ma non è vero, corretto, ma infondato

Nel terzo caso l’argomento è inconclusivo, cioè scorretto ed il valore di verità di premesse e conclusione non ha alcuna valenza.

 

 

La prima considerazione da fare è che la tautologia può essere considerata una sorta di meccanismo che trasmette la verità dalle premesse alla conclusione. Dunque se le premesse sono vere e l’argomento è corretto, è vera anche la conclusione. Tuttavia la verità di premesse e conclusione non garantisce sulla correttezza dell’argomentazione. Accettando questa visione algoritmica, non esiste argomento vero, ma solo un argomento corretto, indifferente ai valori di verità delle proposizioni che saturano le sue variabili proposizionali.

Ovviamente si può interpretare l’argomentazione tautologica (il modus ponens in questo caso) in senso atemporale come una proposizione molecolare sempre vera, sempre che siano rispettate le regole di costruzione dello schema (ad es. se nella premessa maggiore le variabili sono P e Q e P è l’antecedente e q il conseguente, allora nella premessa minore deve apparire P e nelle conclusioni Q.

In secondo luogo, gli esempi possono essere anche in numero maggiore, per tentare di esaurire tutte le possibilità :

  • 1) Se c’è giorno, c’è luce. 2) Ma è giorno. 3) Dunque c’è luce.
  • A) Se c’è notte, c’è tenebra. B) Ma è notte. C) Dunque c’è tenebra
  • D) Se c’è notte, c’è tenebra. E) Ma è giorno. F) Dunque c’è tenebra
  • G) Se c’è notte, c’è luce. H) Ma è notte. I) Dunque c’è luce
  • L) Se c’è notte, c’è luce. M) Ma è giorno. N) Dunque c’è luce
  • O) Se c’è notte, c’è tenebra. R) Ma nelle piazze vendono granaglie S) Dunque c’è tenebra
  • T) Se c’è notte, c’è tenebra U) Ma è notte. V) Dunque Dione passeggia.
  • I) Se c’è giorno, c’è luce. II) Ma nella piazze si vendono granaglie III) dunque Dione passeggia.

 

La prima cosa da fare è stabilire il valore di verità delle due premesse (non possiamo limitarci a dire se sia giorno o no). In secondo luogo bisogna ricordare che il modus ponens è una forma particolare di implicazione, con una proposizione molecolare come antecedente e un enunciato atomico come conseguente. La proposizione molecolare è formata a sua volta dalla congiunzione di un’altra proposizione molecolare (una implicazione) e un enunciato atomico.

Presupporremo che sia giorno e che se c’è giorno, c’è luce e se c’è notte, c’è tenebra.

Ora l’unica cosa che interessa è la correttezza dell’argomento, correttezza che è il caso particolare di una verità logica. Ossia, l’argomento (poiché è un’implicazione) è logicamente non vero (sarebbe logicamente falso se fosse contraddittorio) se e solo se l’antecedente (ossia la congiunzione delle due premesse) fosse vero e il conseguente fosse falso (si verifica nel caso la premessa minore sia semanticamente slegata dalla premessa maggiore, riguardi cioè una variabile proposizionale non compresa nella premessa maggiore). Ma noi non sappiamo quale sia il valore di verità del conseguente ed anzi vogliamo che esso sia assicurato dalla congiunzione delle premesse, per cui si presuppone (a torto o a ragione ?) che la premessa maggiore sia sempre vera, mentre la premessa minore (la verità di fatto) rimanga contingente.

(QUI C’E BISOGNO DI ULTERIORE RIFLESSIONE)

Comunque, negli esempi fatti, l’argomentazione è corretta nei casi 1-2-3, A-B-C, G-H-I. Non è corretta negli altri casi.

In 1-2-3 è vera la conclusione (3), mentre in A-B-C non è vera la conclusione (C).

In G-H-I  è vera la conclusione (I), ma tale ultima verità è contingente rispetto alla correttezza dell’argomentazione, o meglio tale verità è spiegata dal fatto che una implicazione è comunque L-vera se l’antecedente è falsa e la conseguente è vera. In questo caso però la verità della conseguente non deriva dalla verità dell’antecedente (che infatti è falso).

In A-B-C non è vera la premessa minore (B), mentre, in G-H-I, non è vera nè la premessa maggiore G, né la premessa minore H.

In D-E-F, entrambe le premesse sono vere, ma l’argomento non è corretto in quanto le due premesse non condividono alcuna variabile proposizionale, e dunque la conseguente può non essere vera.

In L-M-N, l’argomento non è corretto per quanto siano vere sia la premessa minore che la conclusione, e la non correttezza dell’argomento non è data dalla falsità della premessa maggiore, ma dall’assoluta mancanza di rapporto tra premessa maggiore e premessa minore : lo stato di cose descritto dalla premessa minore non ha niente a che fare con l’antecedente interno alla premessa maggiore.

In T-U-V, la conclusione è del tutto priva di rapporto con le premesse, mentre in I-II-III sia la premessa minore che la conclusione sono del tutto staccate dalla premessa maggiore e non c’è niente che garantisca che ci sia un rapporto tra di esse.

Ovviamente tale analisi su enunciati in linguaggio naturale presuppone che non tutti gli argomenti sono del tipo modus ponens (altrimenti sarebbero sempre logicamente veri), ma sono caratterizzati da una struttura logica costituita da una congiunzione di premesse e da una conclusione, da un antecedente per forza molecolare e da un conseguente che può essere atomico.

L’argomentazione è corretta (sound) e dunque valida (L-vera), sintetica (sunaktikos), dal momento che conduce insieme le due variabili P e Q riunificandole ad un livello superiore di quello della premessa maggiore.

 

 

La conclusione Q è fondata e dunque vera  (F-vera) (gli enunciati atomici possono essere solo F-veri).

Se la conclusione invece è falsa, essa può essere infondata (essendo le premesse false) anche se l’argomento fosse valido.

Anche una conclusione vera potrebbe essere infondata, sia perché l’argomento potrebbe essere non corretto, sia perché l’argomento, pur essendo corretto, ha entrambe le  premesse false e dunque non è la ragione della verità della conclusione.

 Questo per quel che riguarda la struttura interna del modus ponens

 

 Per quel che riguarda le sue premesse invece, la premessa maggiore descrive una relazione universale e necessaria tra due proposizioni, almeno in parte equivalente ad un sillogismo con la premessa maggiore universale. Dunque si tratta di una proposizione metafisica, almeno secondo l’empirismo che si rifà ad Hume. Mentre la seconda premessa è una verità di fatto.   Ciò dimostra che la scienza in un certo senso è permessa da una intersezione tra la metafisica e le osservazioni empiriche. 

Ed in realtà la filosofia antica non ha mai tematizzato il criterio di verità proprio della logica, ma ha considerato la logica sempre e solo uno strumento di indagine e di organizzazione della conoscenza, di conservazione dell’informazione. Tramite la premessa minore, la verifica è sempre ulteriore ed esterna al discorso (anche se progressivamente internalizzata) e solo tramite essa si dà scienza (episteme).

Per loro CKCpqpq non può mai essere L-vero, ma solo apportatore di conoscenza, compositivo (sunapticos), in quanto conduce sempre ad una nuova informazione. Forse la verità logica compare solo in Leibniz e Hume, anche se differentemente interpretata e viene definitivamente delineata nella sua sterilità da Wittgenstein.

 

 

 

 


30 marzo 2011

Hegel e la scienza del Diritto

La scienza del Diritto è parte della filosofia. Deve quindi svolgere, dal concetto, l’idea come quella che è la ragione di un oggetto. Oppure, il che è lo stesso, essa scienza deve essere spettatrice del peculiare immanente svolgimento della cosa stessa. Come parte, essa ha un dato punto di partenza, che è il risultato e la verità di ciò che precede e di ciò che ne costituisce la cosiddetta dimostrazione.

Il concetto del diritto, quindi, conforme al suo divenire, resta fuori dalla scienza del diritto. La sua deduzione è qui presupposta ed esso deve ammettersi come dato.

 

 

 

Hegel, pur ammettendo la scienza del Diritto come parte della filosofia, afferma giustamente che il concetto del Diritto è un dato in essa, un presupposto che forse è la filosofia stessa a dover dedurre, e non la scienza del diritto che su di esso si basa.

Dunque l’hegelismo può prevedere che la filosofia deduca i concetti fondanti le singole scienze positive, mentre queste ultime hanno tali concetti fondanti come dati, in maniera assiomatica.

Da qui l’impossibilità per le scienze (non per gli scienziati che potrebbero, in linea di principio, filosofare) di riflettere su se stesse. Di qui forse una apparente separazione tra filosofia e scienza, in quanto non v’è continuità tra le due dimensioni,occupando la filosofia un livello meta-scientifico.

Il fatto però che il presupposto di ogni singola scienza non possa essere sottoposto a verifica sperimentale e/o empirica, ma solo alla elaborazione filosofica, espone ogni scienza al rischio della ideologia, non tanto relativamente alle nozioni che essa elabora, quanto all’essenza ed allo scopo immanente alla singola scienza stessa.

 

 


29 marzo 2011

Illogica logica : Aristotele e la logica formale

Malatesta dice che Aristotele ha inventato la logica formale e l’assiomatica.

Aristotele sarà imitato da Euclide (assiomatizzazione della geometria), Newton (assiomatizzazione della meccanica) Clausius (assiomatizzazione della termodinamica) Peano (assiomatizzazione della matematica) Woodger (biologia).

 

 

Sarebbe più corretto dire che ha iniziato il processo di formalizzazione della logica, ma la sua non è una logica del tutto formalizzata.

Dal punto di vista dell’assiomatica ha fatto di più, perché se gli assiomi sono i sillogismi perfetti, allora gli assiomi sono tautologie logicamente vere a priori ed il sistema che ne viene fuori è anch’esso logicamente vero, mentre altri sistemi assiomatici che non hanno tautologie per assiomi sono veri solo nella loro struttura inferenziale, ma non sono necessariamente vere anche le loro conclusioni (i teoremi), il cui valore di verità dipende dal valore di verità degli assiomi.

 

 


28 marzo 2011

Illogica logica : la natura della logica

Malatesta si pone il problema di cosa sia la logica, se si tratta di una scienza o di una tecnica, e se sia una scienza deontologica o descrittiva.

 

 

In realtà le diverse opzioni non sono alternative : una scienza descrive relazioni del tipo

se … allora” che possono diventare tecniche nel momento in cui la conseguenza logica diventa un fine pratico da realizzare.

Al tempo stesso la logica descrive strutture idealmente sussistenti che diventano criteri normativi per l’elaborazione di ciò che è dato empiricamente.

Dato un livello ideale di riflessione ed un livello materiale di azione, il primo, una volta descritto, diventa criterio e schema tecnico per la trasformazione del secondo.

La differenza è tra logica pura (descrizione ideale) e logica applicata (inserimento dei dati nello schema logico).

Ad es. lo schema inferenziale “CKpCpqq”, oggetto ideale della logica è criterio e schema tecnico con cui si connettono le proposizioni date “Se piove, prendo l’ombrello” e “Piove” in modo da generare “Prendo l’ombrello”.

 

 

 

 

 

 


7 febbraio 2011

Gli ingegni minuti arrivano sempre secondi

Armando Massarenti, nella sua recensione del libro di Lucio Russo  «Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia», Feltrinelli, Milano, ricorda che il termine “ingegni minuti”era stato coniato da Giovanni Battista Vico ed apostrofa quest’ultimo come un campione del nostro antiscientifico spirito nazionale.

Come al solito, la verve polemica ha prodotto un dorato momento di superficialità. Nella sua autobiografia infatti Vico aveva evidenziato un problema di apprendimento delle scienze esatte da parte di chi era più avvezzo ad usare concetti universali.  Leggendo lo scritto di Vico ci si rende conto che la sua posizione era molto articolata, che i suoi interlocutori erano strettamente legati al periodo storico in cui scriveva, e che la questione sollevata si inseriva in un problema di didattica della matematica che riguardava l’opportunità di utilizzare le figure geometriche o di iniziare immediatamente con la versione analitica della geometria. Lo spirito antiscientifico dunque c’entra ben poco. Più di un secolo dopo Frege riconoscerà la natura problematica dell’insegnamento delle matematiche, proprio dicendo che, per evitare che i ragazzi si annoino, era necessario cercare di sfrondare dalla matematica alcuni aspetti di eccessivo rigore logico. Dobbiamo pensare che anche Frege fosse un esponente dello spirito antiscientifico ?

 

Anche l’accanimento con cui si accusa Croce di aver fatto danno alla formazione scientifica delle nuove generazioni a seguito della sua polemica con Enriques ci sembra francamente una esagerazione. Croce non era laureato né aveva un ruolo nelle università italiane. La sua polemica con il positivismo ed il pragmatismo era tesa a salvaguardare l’autonomia del sapere filosofico da quello delle scienze. Senza dubbio la sua sottovalutazione del sapere scientifico è stata un errore, ma non si può pensare che le conseguenze di questo errore siano state così devastanti. Inoltre le sue riflessioni erano comunque frutto di un tentativo continuo di aggiornamento e non a caso il collegamento delle scienze con il momento economico dello Spirito sono stati il frutto di una sua personale lettura del pensiero di Mach.

Del resto collegare all’egemonia di un pensiero slegato a quello della scienza il triste destino del sapere scientifico nell’ambito di una nazione è pure una operazione piuttosto superficiale. In Francia Bergson prima e Sartre poi hanno esercitato un’ influenza fortissima sulla pubblica opinione, ma ugualmente lo studio delle scienze è stato considerato primario all’interno del sistema scolastico francese. Ugualmente in Germania l’hegelismo prima ed Heidegger poi hanno spesso dominato la scena, ma non hanno impedito lo sviluppo di una tradizione forte di studi scientifici.

Il problema non è questo o quel pensatore, questo o quel momento storico ma una serie di processi economici e sociali che possono portare un paese al vertice o al declino. E del resto questa è proprio la tesi del libro di Russo e Santoni.

In Italia la tendenza delle imprese a far ricadere sui salari i problemi della propria competitività internazionale ha evitato in larga parte le innovazioni tecnologiche che avrebbero potuto stimolare lo studio sistematico e capillare delle scienze all’interno del nostro paese. Il fatto che anche lo stato non abbia sufficientemente investito nella ricerca è invece il risultato di una gestione politica tesa più al consenso elettorale di breve periodo che non a porre i presupposti naturali e culturali per lo sviluppo a lungo termine della povera patria.

 

 


14 dicembre 2010

Mazzetti : davanti agli occhi

Marx dice che, se non trovassimo occultate nella società così com’è le condizioni ed i rapporti per una società superiore, i nostri tentativi di trasformazione non sarebbero altro che sforzi donchisciotteschi. Il comunismo trova quindi le sue vere radici, il suo principio propulsore, non fuori dal capitalismo, bensì dentro di esso ed è un prodotto di questo modo di vita.

 

 

E’ all’interno di questo modo di esistenza che si sviluppano dei rapporti di produzione e dei bisogni tali che premono verso il suo superamento e la sua trasformazione. Marx dice che, a misura che la storia progredisce, i socialisti e i comunisti non hanno più bisogno di rincorrere le chimere di una scienza rigeneratrice, non debbono più cercare la scienza nel loro spirito, devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portatori.


13 dicembre 2010

Keynes da un punto di vista marxista

Le conseguenze paradigmatiche della rivoluzione marginalista

 

La rivoluzione marginalista ha consumato una cesura storica tale per cui il pensiero dell’economia classica non viene più insegnato né tematizzato nei corsi universitari di economia politica, a meno che non lo si faccia con intento polemico o filologico. Per Marx a questo si aggiunge la valenza politica del suo pensiero, per cui fare riferimento a lui diventa compromettente per il docente che lo fa, dal momento che egli è etichettato, segnato, costretto in qualche modo ad essere considerato parziale e tendenzioso.

Questa vicenda ha portato ad una differenza di lessico, di metodologie e di stili tra l’economia classica e marxiana e l’economia neoclassica da non consentire  nemmeno parzialmente una unificazione scientifica. Da un alto questa può essere una ricchezza (la pluralità di paradigmi), dall’altro un problema (la loro incommensurabilità).

Keynes però ha smosso un po’ le acque, dal momento che analizzando le situazioni di squilibrio e di crisi ha in maniera a volte dissimulata descritto i fenomeni dell’economia riprendendo alcune intuizioni. Quello che si farà allora in questa sede è di analizzare alcuni temi della storia del pensiero economico più recente anche alla luce della riflessione marxista.

 

 

 

Necessaria una riflessione più approfondita sulla natura della moneta

 

La prima considerazione da fare è che in realtà, al contrario della riflessione marxista, in quella contemporanea non vi è una adeguata riflessione sul mistero della moneta, della sua insorgenza nella storia, delle sue proprietà ontologiche, sulla sua creazione da parte delle autorità monetarie.

Ciò non vuol dire che non siano stati scritti libri sulla moneta, ma ogni testo ha colto ed enfatizzato un lato della questione, senza articolare l’analisi in tutti i suoi aspetti.

Senza una riflessione il più possibile completa su un tema come questo non è possibile dare un quadro vero del ciclo economico. Anzi, si incorre spesso in tesi apodittiche come quella di Robertson per cui le imprese possono accedere illimitatamente al credito, quando invece si tratta di un accesso più facile rispetto ad altri soggetti sociali, ma il termine “illimitato” viene usato qui in maniera solo enfatica. Ecco, qui il marxismo ci può aiutare a seguire il ruolo della moneta nella storia, la sua evoluzione al mutare del contesto, la sua strutturale ma dinamica, ambiguità.

 

 

 

Plusvalore e conseguenze inflattive dell’espansione del credito

 

La tesi di Robertson sugli effetti inflattivi del maggior credito alle imprese per investimenti si collega al problema marxiano dell’estrazione di plusvalore. Anche quando apparentemente l’imprenditore abbia dato salari alti ai propri lavoratori e non li abbia eccessivamente sfruttati, la tendenza ad accumulare capitali si esercita in modo tale da rendere questi salari più bassi attraverso l’inflazione. Un liberista direbbe che il problema sono gli alti salari che hanno costretto l’imprenditore a cercare fondi altrove, ma ciò sarebbe vero se l’investimento fosse sempre pari all’eccesso di massa salariale erogato. In realtà il problema è sempre l’anarchia tipica del capitalismo e la corsa all’accumulazione che il carattere individuale ed opaco delle decisioni di investimento comporta. Questa corsa, come Keynes argomenterà, ha effetti imprevedibili e la sua caoticità è la fonte delle crisi successive.

E tuttavia l’indipendenza dell’investimento dal risparmio è solo il velo della lotta di classe attraverso l’inflazione : il capitale non solo si svincola dalla esigenza di redistribuzione, ma la sanziona.

 

 

 

 

 

Keynes e Marx

 

Anche Keynes poi ammette che il movimento dei prezzi comunque permette di vendere tutte le merci poste sul mercato. Questo naturalmente non impedisce la crisi di sottoconsumo, in quanto in questo modo la merce non viene venduta al suo valore. Il sottoconsumo non è la tesi per cui materialmente le merci rimangono a chi le ha prodotte, ma la tesi per cui la realizzazione del valore non si verifica. Questo sembrano non capire i liberisti che criticano la teoria del sottoconsumo.

Keynes senza apparentemente studiare Marx riprende alcuni temi marxiani : Da questa esposizione di Napoleoni del pensiero di Marx c’è l’intuizione fondamentale dei concetti keynesiani di trappola della liquidità (“La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare”)  

e del ruolo delle aspettative delle imprese nella determinazione degli investimenti (“Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione)”).

Inoltre quando Keynes separa le decisioni di risparmio da quelle degli investimenti rielabora l’intuizione di Tugan Baranovskij del carattere anarchico perché atomizzato della produzione capitalistica. E quando dice che quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore tenderà ad essere il divario tra la sua produzione effettiva e quella potenziale e tanto più palesi e stridenti saranno i difetti del sistema economico, egli determina in una sua specificazione la tesi marxiana per cui all’aumento delle forze produttive corrisponde una crisi crescente dei rapporti di produzione.

Infine l’attenzione di Keynes sull’efficienza marginale di capitale e sulla sua curva decrescente ricorda molto la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto. Anche l’individuazione dei fattori antagonistici alla progressiva caduta dell’efficienza marginale del capitale (incremento demografico, guerre, progresso tecnologico) ricordano molto Marx. E anche il rapporto tra la curva di tale efficienza marginale e il tasso di interesse.

Keynes però ha evidenziato ad es. le differenti propensioni al consumo legate al reddito e questo è un argomento decisivo per criticare la tesi di Tugan Baranovskij per cui la crisi di sottoconsumo si risolve con un certo grado di investimento. C’è una parte di risparmio che non viene investita né consumata, ma viene tenuta in forma liquida. E questa diventando più grande può essere un fattore di crisi. Inoltre Keynes, come dice Joan Robinson, attacca proprio la relazione necessaria tra risparmi e profitti che sembra accettata anche da Marx. Ma, a mio parere, per farlo deve essere approfondita la natura della moneta nella sua forma di moneta di credito e forse qui va studiata l’interpretazione che di Marx dà Graziani.

Queste novità radicali del keynesismo hanno avuto anche come conseguenza il fatto che le critiche a Keynes e il declino della sua influenza dovuto ai processi storici in corso siano state condivise da parte del marxismo in quanto questo consente una semplificazione del quadro analitico (la fine di ipotetiche terze vie), per quanto con effetti al momento catastrofici per la classe operaia, dal momento che manca (con il crollo del socialismo reale) una credibile teoria della transizione.

 

 

 

 

Il risparmio come fattore di indebolimento della lotta di classe

 

Uno dei fenomeni che ha interessato le società opulente a partire dalla seconda guerra mondiale è stata la possibilità di risparmio da parte anche di frazioni della classe lavoratrice.

Questo è legato alle tesi di Strachey e di Lenin. Quest’ultimo ci spiega (anticipatamente) la tesi di Strachey dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda. Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Strachey per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

La formazione di risparmi individuali più capillarmente diffusi è stato uno dei fattori di corruzione della classe lavoratrice e della formazione di un ceto medio che ha introiettato le aspirazioni e le correlate paure legate alla detenzione di capitale e dunque ha fatto in modo che ad es. nell’attuale crisi la priorità più che l’erogazione di servizi sociali e di sussidi fosse il salvataggio delle banche, in quanto depositarie dei sogni e dell’immaginazione del risparmiatore medio, garanti del fatto che all’interno del flusso caotico dei capitali rimanga qualcosa di identificabile come proprio, nel mentre i processi economici ti tolgono il terreno da sotto i piedi. Tutto sommato, un mercato di capitali serve a farti nutrire speranze e paure sino in punto di morte e a farti morire sognando guadagni o perdite future, magari in nome dell’affetto per i figli come Papà Goriot o Papà Grandet nell’opera di Balzac.

 

 

 

Il risparmio come consumo futuro

 

Tra i critici di Keynes c’è von Hayek per il quale il risparmio è in realtà consumo futuro. Questa osservazione è per certi versi giusta, ma nel caso di von Hayek è fuorviante in quanto dilaziona soltanto l’equilibrio, non tenendo presente il fatto che tale dilazione non finisce in un punto determinato del tempo futuro, né dunque esclude che i punti in cui si verifica risparmio senza contestuale investimento si possano addensare in determinate fasi temporali e dare luogo a crisi più forti.

In realtà l’approccio di questi liberisti è ideologico in quanto tende a trasmettere un atteggiamento identico verso tutti i momenti recessivi quali che siano, ma non si traduce in pratiche razionali e scientificamente fondate. La complessità diventa una ragione per riesumare le vecchie buone abitudini e non una ragione per passare ad un livello superiore di conoscenza e di prassi. In alcune sue versioni le vecchie buone abitudini vengono declinate con formalismi dal sapore genialoide, ma alla fine si traducono in uno slogan, un proverbio che può confermare l’uditorio o l’elettorato nella propria esistenza, lasciandolo alla fine più fesso di prima.

Inoltre dire come fa Hayek, che il sistema monetario si deve adeguare al sistema reale presuppone che si possa conoscere il sistema reale. Lo schema invece è quello dove il sistema monetario, non per esigenze di pianificazione, ma per esigenza di profitto, cerca di anticipare le svolte dell’economia reale. La produzione di moneta diventa la produzione di una merce come le altre e dunque soggetta all’imprevedibilità delle scelte di produzione.

 

 

 

 

 

 

 

Pastori e greggi

 

Per quanto riguarda il carattere atomistico delle scelte di investimento, c’è da dire che, con il passare del tempo, la molteplicità dei soggetti decisori provoca l’imprevedibilità dell’evoluzione economica per la maggior parte degli operatori, ma tale molteplicità ha solo le briciole del mercato, che è invece è dominato dalle corporations che cercano con alterne vicende di controllare il mercato. Il gregge è falsamente libero, nel senso che soggettivamente si sente libero, ma le sue decisioni non hanno impatto sul mondo esterno, per cui è costretto “per convenienza” a seguire le decisioni dei pastori. Le scelte dei pastori invece hanno ragioni e finalità necessariamente occulte. Sono arcana imperii.

Inoltre come dice Keynes, gli investimenti finanziari non rappresentano un atto di fiducia razionale nel destino di una impresa, ma una scommessa con ritorno più a breve possibile sul fatto che un titolo sia appetito da tutta la platea degli investitori. Alla fine i pastori con la loro enorme movimentazione fanno una sorta di  proposta influente e il gregge si accoda. La decisione di merito non c’è o la si fa in pochi, il gregge si succhia le informazioni che i pastori permettono di diffondere ed elaborare e si comporta di conseguenza. In questo caso si creano le condizioni per cui la nostra influenza potenziale sullo stato dell’economia è nulla, legata a coloro che ci forniscono le informazioni e la loro interpretazione. La vicenda reale di un’impresa viene anticipata e distorta molto tempo prima dalle aspettative indotte che si hanno su di essa. Per cui anche il destino di una impresa viene affidato al capriccio del mercato finanziario a cui essa risponde diventando essa stessa operatore più o meno grande di questo mercato.

Il risultato è l’interessante paradosso descritto da Keynes nella sua metafora del concorso di bellezza, ma si tratta di un paradosso che rispecchia la situazione del gregge e molto poco quella dei pastori. Il paradosso però mantiene un interesse : il conformismo va verso una sorta di iperbole che conferma come il ruolo e le interazioni tra soggetti condizionano la percezione stessa della realtà. Si potesse rovesciare in positivo, probabilmente ci troveremmo con strumenti cognitivi che consentirebbero alla classe di sbrogliare molti dei nodi in cui il movimento operaio si è trovato nel corso della sua storia. Inoltre Questo è anche un modo per cominciare a demistificare l’ideologia che cerca di strutturare l’economia come se fosse una scienza oggettiva e non una prassi intersoggettiva

 

 

 

Keynes e il ruolo degli investimenti

 

Altri limiti dell’impostazione keynesiana sono l’eccessiva enfasi sul ruolo degli investimenti, quando l’incremento degli investimenti spesso risulta in un economia di mercato, per l’irrazionalità sostanziale delle motivazioni che li pongono in essere, solo un tentativo di eludere la crisi di sottoconsumo determinata dallo sfruttamento e dalla diversa propensione al consumo delle classi dominanti rispetto al proletariato.

Keynes dice che un incremento degli investimenti diventa un potente stimolo alla domanda, ma non tiene conto che specularmente esso diventa uno stimolo ancor più forte alla produzione (aumentando la capacità produttiva che, dati gli attuali rapporti di produzione, deve essere messa in opera) e dunque, se esso volesse pur essere una soluzione della crisi, ne diventa in realtà solo una dilazione che rende alla fine la crisi più forte e più gravida di conseguenze.

La fase di eccesso di investimenti è dovuta in realtà alla tendenza a massimizzare il profitto da parte di chi inizialmente regge la competizione del mercato (e con ciò comprendiamo sia i fattori esogeni tanto amati da Denis sia quelli più endogeni di chi riesce a vincere la competizione e a mobilizzare più capitali). La crisi scatta quando tutti questi investimenti si rivelano improduttivi per la minore capacità di consumo legata all’estrazione di plusvalore ed alla conseguenze della lotta di classe scatenata dal capitale (riduzioni salariali, disoccupazione etc)

 

Keynes e la distribuzione del reddito

 

Altro limite di Keynes è il fatto che egli, nonostante molte sue dichiarazioni, cerca di slegare la spesa pubblica (attraverso il debito pubblico) dalla questione della redistribuzione del reddito.

Keynes non ha fatto della distribuzione del reddito un fattore determinante dell'occupazione nella General Theory.

Questo sembra contraddire però la sua stessa consapevolezza che se la propensione a consumare non è molto inferiore all’unità, un incremento relativamente piccolo dell’investimento porterà ad una occupazione piena. Se invece la propensione marginale a consumare non è molto superiore a zero, potrà essere necessario un forte incremento dell’investimento per produrre un’occupazione piena. Nel primo caso la disoccupazione involontaria sarebbe una malattia facilmente guaribile, benché atta a dare disturbi se lasciata svilupparsi. Nel secondo caso può essere meno variabile ma capace di sterilizzarsi ad un basso livello senza spostarsi nonostante gli stimoli. Dunque una cattiva distribuzione del reddito può produrre una disoccupazione più refrattaria, con i soggetti che percepiscono più alti redditi che sono meno propensi al consumo.

Dunque, perché gli stimoli all’economia abbiano effetto sull’occupazione, c’è bisogno di una manovra che redistribuisca il reddito in modo da aumentare la propensione al consumo. La redistribuzione del reddito, lungi dall’essere il risultato delle manovre monetarie, diventa il presupposto perché le politiche di stimolo possano ottenere gli effetti desiderati (questa potrebbe essere una lezione per tutti i liberal che si limitano a manovre monetarie e si prestano inevitabilmente alle critiche dei seguaci di Friedman).

 

 

Keynes e la direzione degli investimenti

 

Keynes ragiona però come se la natura oligopolistica del mercato non sia una eventualità più che probabile e dunque accetta la natura pluralistica delle decisioni di investimento, non solo dal punto di vista descrittivo, ma anche da quello prescrittivo, per cui egli

nega che lo Stato possa occuparsi della direzione che debbano avere gli investimenti (questa posizione è messa forse in questione solo negli ultimi anni). Questo è un limite della sua riflessione che si ripercuote su molti dei suoi epigoni. Da un lato fa pensare che la sua strategia sia tesa solo ad evitare una crisi ad una economia capitalistica, quando invece un maggior controllo ed indirizzo degli investimenti può preparare il terreno a trasformazioni più radicali e rivoluzionarie. Dall’altro lato può portare ad una spesa assolutamente cieca ed in continuo aumento, mancando il vaglio di un controllo più razionale della stessa e dunque associarsi ad un regime politico qualunque (nazista, clientelare) ed essere travolta assieme al regime nel quale sia stata applicata. Mentre il controllo cosciente degli investimenti aumenta il grado di responsabilità politica dei governi, l’interpretazione puramente quantitativa della spesa pubblica deresponsabilizza i governi e li rende schiavi della conquista del consenso puramente a fini elettoralistici.

Infine Keynes ritiene idealisticamente che l’abolizione dello standard aureo sopprimerà ogni lotta per la conquista degli sbocchi e liquiderà le cause economiche delle guerre, ma Denis ha giustamente evidenziato che la matrice delle guerre è più complessa e a conferma va detto semplicemente che nel 1931 il gold standard fu sospeso e nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale.

 

 


31 agosto 2010

I limiti metodologici del leninismo

Certo, trasformare la crisi in una rivoluzione è compito della classe : questo però non vuol dire che tutta l’analisi diventi politica. L’errore del leninismo è stato quello per cui la necessità dell’azione politica per il compimento della rivoluzione si sia trasformata nella sufficienza dell’azione politica per il compimento della rivoluzione : da qui la rivoluzione contro il Capitale della quale Gramsci fu tanto entusiasta, nel suo temperamento idealista. In Lenin l’insuperabilità del dato è la ragione per cui al dato va contrapposto un altro dato, altrettanto irriducibile, altrettanto inconcusso e reificato. Lenin commette l’errore di concepire il trapasso dalla crisi alla rivoluzione come un atto politico idealisticamente considerato e dunque in maniera astratta. Invece era necessario combinare l’esigenza di accelerazione con quella di attenuazione degli effetti collaterali della lotta di classe.

 

 

Ed al tempo stesso era necessario trovare un programma politico più rispettoso della situazione concreta e nel contempo meno violento. Lenin concepisce il salto politico come un fiat e con intenti troppo radicali e astratti. Con il leninismo la teoria si sposta dall’analisi economica alla pratica politica soggettivistica, al machiavellismo, alla politica interstatuale, alla politica della guerra. C’è bisogno di una analisi della sovrastruttura politica e culturale (dell’intero ciclo di riproduzione sociale) che abbia la stessa ricchezza e complessità di quella fatta da Marx nel campo delle forze e dei rapporti di produzione.


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