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20 maggio 2009

Francesco Piccioni : Cai è un modello contro i diritti del lavoro

Ritardi, manutenzione incerta, disservizi, carenza di organico. Alitalia torna in prima pagina, ma con i conti - spiega il socio di riferimento, Jean-Cyril Spinetta, presidente di air France - «al di sopra delle attese». Ne parliamo con Paolo Maras, segretario nazionale dell'SdL-trasporto aereo, steward ora in cassa integrazione.

Quanti problemi ha la «nuova» Alitalia?
Che si faccia il bilancio dei primi 100 giorni è doveroso, ma era già noto che i problemi principali - ritardi, inefficienze, organici e condizioni del lavoro - fossero irrisolti. Non a caso avevamo sempre detto che attraverso questa operazione non passa solo la trasformazione da Alitalia a Cai, ma un treno micidiale addosso a diritti, conquiste, condizioni di lavoro. E anche una visione diversa da quella di una compagnia di bandiera, che presuppone comunque un interesse dello Stato nel garantire servizi ai cittadini. Oggi vediamo anche Formigoni e Castelli strapparsi i capelli per Malpensa, dove non funzione più nulla e i passeggeri rimangono a terra. Certo, se gli organici sono insufficienti, sia a bordo che a terra, succede questo.

Eppure si era detto che si voleva creare una compagnia grande, forte e «italiana».
Fin dall'inizio l'obiettivo era di tenere bassissimi i costi e il personale ridotto all'osso, confezionando un pacchetto appetibile per il migliore offerente. Che in Cai sappiamo essere «mister 25%», ovvero Air France. Che ora dice - traduco - «come fate a ottenere risultati superiori alle aspettative»? In Francia sequestrano i manager, qui avete distrutto sindacato e lavoratori e nessuno dice niente...



Previsioni fosche per i vostri colleghi francesi...
Appunto. In secondo luogo, Spinetta ha sollevato la politica italiana e il governo (quello che diceva «ai francesi, mai») da ogni responsabilità per la cattiva gestione precedente alla vendita. L'unico «colpevole» è stato trovato nel sindacato. Tutti, senza eccezione. Noi siamo convinti che il peggio debba ancora arrivare. Il «problema Alitalia» non c'è più, come la monnezza napoletana. Ma se si pensa che deve ancora la fusione effettiva tra le cinque aziende che compongono oggi la nuova Alitalia, è facile prevedere nuovi «esuberi» causati da queste sinergie.

Ma se già ora nell'«operativo» gli addetti sono pochi...
Se una macchina che ha bisogno di quattro assistenti di volo la fai partire con soltanto due, la legge della «sinergia» funziona anche in quel caso. I numeri delle assunzioni fatte sono fortemente squilibrati rispetto agli stessi impegni iniziali. Gli assistenti di volo - a quattro mesi dalla partenza - sono sotto organico di oltre 400 unità. Si parla ora di 190 assunzioni, che non coprono le necessità.

Le politiche del trasporto dipendono sempre più dalle scelte europee. Come si fa a tenere il punto del conflitto senza una qualche sponda politica?
La vicenda Alitalia è andata come è andata proprio perché c'è una desertificazione della politica. C'è necessità di riportare competenze vere, non ideologiche - insomma esperienze vissute, «sapere di che si parla» - dentro certe istituzioni. Per esempio, credo che la scelta di Andrea Cavola, mio compagno di lotte per oltre 20 anni - di candidarsi come indipendente con Rifondazione, sia assolutamente giusta. La sensazione di questi anni è che non importa quanto tu abbia ragione, quanti lavoratori hai dietro; tutto il sistema - anche l'informazione, con poche eccezioni - si muove a tutela degli interessi del «grande capitale». Basta vedere il ruolo politico-mediatico del ministro Matteoli: di scioperi nel trasporto non si parla più, nemmeno a livello di annuncio, perché ogni giornalista sa che tanto lui li vieta sempre, con la precettazione.


21 marzo 2009

Roberto Croce :il piano confindustriale di riassetto dei diritti sociali

 

E’ un filo rosso (anzi nerissimo) quello che lega il recente disegno di legge delega finalizzato a introdurre rigorose (e incostituzionali) limitazioni al diritto di sciopero nei settori e nelle attività che incidono sul diritto alla mobilità e alla libera circolazione delle persone e il recente accordo quadro del 22 gennaio 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto tra Governo e parti sociali senza la firma della Cgil.
Senza più alcun pudore derivante dalla diversità dei ruoli, la filosofia dell’esecutivo e quella di Confindustria sono esplicitamente orientate verso i medesimi obiettivi, ossia: realizzare la totale subalternità dei diritti dei lavoratori alle esigenze dell’impresa e mettere al bando, criminalizzandolo, il conflitto capitale/lavoro.
In quest’ottica, affinché l’eutanasia del conflitto sia totale, non è sufficiente che il sindacato diventi una agenzia neocorporativa di servizi, è altresì necessario neutralizzare le forme di autotutela e di lotta sindacale che storicamente i lavoratori hanno conquistato. Da qui l’attacco al diritto di sciopero contenuto nei documenti in questione.
Il paragrafo 18 dell’accordo quadro prevede infatti che “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita”.
Regole siffatte, a ben vedere, possono avere rilevanza giuridica solo se introdotte mediante un’apposita legge, secondo quanto previsto dall’art. 40 della Costituzione. Anche perché lo sciopero costituisce un diritto individuale del lavoratore che va esercitato collettivamente e cioè insieme ad un numero più o meno consistente di altri prestatori di lavoro. Sulla base del diritto attualmente vigente, non è concepibile che un qualunque sindacato possa avere il potere esclusivo di proclamare lo sciopero e perciò di decidere quando si possa legittimamente scioperare.



In questo contesto – proprio con la finalità di colmare il vuoto di fonte legislativa in materia di limitazioni al diritto di sciopero – è intervenuto l’esecutivo che, a supporto e sostegno dei piani di confindustriali, ha elaborato un disegno di legge delega volto a regolamentare e prevenire i conflitti collettivi con riferimento – si badi bene – non solo al settore dei trasporti, bensì, più in generale, alla materia della libera circolazione delle persone e della mobilità.
Gli aspetti più inquietanti e liberticidi del disegno di legge delega sono:
a) la soglia di sbarramento al 50% della rappresentanza sindacale per proclamare uno sciopero oppure, per chi non arriva a tale soglia, la possibilità col 20% della rappresentanza di dare vita a un referendum preventivo che porterà allo sciopero solo se raggiungerà il 30% dei consensi;
b) la previsione per via contrattuale dell’istituto dello sciopero virtuale;
c) la previsione per via contrattuale della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero dei singoli lavoratori;
d) l’introduzione di un “congruo anticipo” per le revoche degli scioperi;
e) il divieto generale – e qui si riporta testualmente – “di forme di protesta o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione”. Il che conferma l’intenzione della maggioranza di andare, in materia di limitazioni al diritto di sciopero, molto al di là del settore di trasporti propriamente inteso, coinvolgendo anche altri settori o attività che direttamente oppure solo indirettamente incidono sul diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione;
e) il potenziamento del sistema sanzionatorio sia sotto forma di rivalutazione dell’entità economica delle sanzioni nei confronti di sindacati e lavoratori e sia mediante l’introduzione di nuove fattispecie di illeciti amministrativi con riferimento alle condotte dei lavoratori;
f) la trasformazione della commissione di garanzia per l’attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero nell’ambito dei servizi pubblici essenziali in un organismo – denominato “Commissione per le relazioni di lavoro” - che di fatto sarà un gendarme con funzioni sanzionatorie e di controllo dei lavoratori e dei sindacati.
Quello a cui stiamo assistendo è il compimento dell’ennesima tappa di un processo di costruzione di un nuovo regime, contrassegnato dal prevalere di esplicite logiche securitarie, poliziesche e liberticide.
In particolare, nell’ambito delle relazioni sindacali e dei rapporti di lavoro, siamo di fronte al tentativo più organico fin qui elaborato dal padronato italiano (con la complicità del governo e di alcuni sindacati) di modificare alla radice gli assetti delle relazioni industriali così come si sono sviluppati, sotto l’ombrello della Costituzione repubblicana, dal dopoguerra ad oggi, così risolvendo in proprio favore gli esiti del conflitto capitale/lavoro.


28 febbraio 2009

Fabio Sebastiani : le reazioni dei delegati sindacali

 

«Ancora costrizioni? Basta, non ne possiamo più». Davanti all'ennesimo attacco al lavoro e ai lavoratori non resta che registrare tanto sconforto. La reazione dei delegati dei vari settori (trasporti, sanità, commercio, manifattura) al provvedimenti dell'esecutivo sul diritto di sciopero è unanime: «Non credano che la gente poi non cerchi comunque un modo per protestare, perché la misura è davvero colma». Articolo 18, pensioni, mercato del lavoro, accordo separato sui modelli contrattuali: è questo il lungo rosario di spine collezionato in pochi anni dal centrodestra. Anche chi non è sindacalizzato e guarda alle organizzazioni sindacali con una certa diffidenza alla fine si sente circondato e cerca una reazione.
«Se lo sciopero diventa un'arma spuntata - dice Ugo Bolognesi, Rsu della Fiom a Mirafiori - non è più un'arma. Spesso fare sciopero ha senso per l'efficacia che l'azione ha». «Prima bastava un fischio, adesso ci vuole la carta bollata». «Così è un modo per restringere ancor di più i diritti e le libertà dei lavoratori che a questo punto non hanno nemmeno più il diritto di protestare», aggiunge. 




Per Ugo, non è un caso che tirano fuori adesso questa restrizione, «perché gli tornerà utile per fermare le forme di resistenza che potrebbero nascere sull'accordo separato».
«I lavoratori ne parlano e sono sdegnati. Si parte dai trasporti ma hanno capito benissimo che verrà esteso alle altre categorie», dice Beppe Costa, anche lui delegato a Mirafiori. «Il messaggio è che si stanno preparando a una riforma totale sul lavoro», aggiunge. «Anche perché è quella la direzione di Confidnustria», dice a sua volta Carlo Carelli, Rsu dei Chimici della Cgil. «Una qualche forma di regolamentazione è già scritta nel contratto della nostra categoria - aggiunge - e si chiama procedura di raffreddamento». Il raffreddamento è stato introdotto con l'ultimo accordo di categoria e prevede una "sospensione" di quindici giorni prima della dichiarazione di sciopero vera e propria. Se dopo la prima settimana non si trova una soluzione va all'ufficio provinciale di conciliazione. «L'attacco è generalizzato - aggiunge Carlo - gli spazi di democrazia vengono sempre più limitati. Siamo costretti a difenderci nelle pieghe delle regole con iniziative di singoli reparti». Anche per Carlo, comunque, è chiaro che «Confindustria sta avanzando alla grande». «Per noi il diritto di sciopero è l'unico elemento tangibile di democrazia». «Spesso lo sciopero ha un valore generale - conclude - e, per esempio, serve per attirare investimenti e quindi spronare l'azienda alla crescita».
Roberto d'Agostino è un rappresentante sindacale della sigla Sindacato dei lavoratori, e lavora nel trasporto pubblico a Roma.
«Ho già difficoltà ad accettare la 146 che sta già regolamentando il diritto di sciopero spuntandolo in nome di un misteriorso diritto di circolazione». «La verità è che non blocchiamo la produzione - aggiunge - ma disagi per alcune categorie più deboli. Di fatto facciamo uno sciopero che non dà fastidio a nessuno. Lo sciopero è un'arma spuntata». Roberto parla poi della piaga delle esternalizzazioni in cui le aziende prendono comunque i soldi dal Comune e in caso di sciopero risparmino sui dipendenti. «Inasprire ancora non serve alla cittadinanza. E' un'arma per far tacere ogni forma di denuncia da parte dei lavoratori», continua. «Il timore è che questa dittatura troverà il sisostegno di alcuni sindacati che già erano d'accordo con gli scioperi virtuali», dice.
L'umore dei lavoraotri? A un'azione di protesta costretta dentro mille regole i lavoratori individuano sempre più lo sciopero senza regole. Questo l'abbiamo detto più volte alle controparti. Quando dichiariamo lo sciopero nessuno ci segue. Ci seguono quando blocchiamo i depositi. La legge è un incentivo a trovare le forme estreme di lotta. Sono degli incoscienti. Non si rendono conto che c'è una situazione nel mondo del lavoro che è vicina all'esasperazione. Eliminano anche la minima forma di sfogo».
«In particolare nella Sanità - dice Mauro Menghi, delegato della Fp-Cgil - la regolamentazione è piuttosto rigida. E se vogliono dare unan stretta ulteriore vuol dire che stanno mettendo in campo uno strumento devastante per la vita democratica del Paese». «L'autorizzazione allo sciopero vuol dire scoraggiarlo fin dall'inizio - aggiunge - e non è un caso che arriva adesso, quando la Cgil sta cercando di difendersi da un attacco senza precedenti». «I lavoratori da quel po' che hanno capito avvertono che è in atto un intervento repressivo». Come già avvenne con il decreto antifannulloni, «che nessuno ha capito». «O meglio hanno capito che diventa più facile e demagogico colpire i lavoratori e non i poteri forti che continuano a curare i loro interessi».
Umberto Longo è un delegato della Cai-Alitalia. «Se davvero vogliono introdurre un'altra regolamentazione alla fine il risultato sarà quello di dare più potere alle aziende, mentre il lavoratore deve essere libero di esprimere il proprio malcontento», dice. In questo modo gli scioperi non si faranno più. E queste regole avranno l'effetto di incattivire i lavoratori e basta».
Per Roland Caramelle, rappresentante sindacale della Filcams-Cgil (Commercio), «il periodo dello scontro si sta avvicinando perché c'è molto malcontento tra i lavoratori». «Questo è un attacco anticostituzionale. Uno dei tanti», il cuij scopo è quello di «limitare e depotenziare il conflitto espresso dai lavoratori», aggiunge. «Il provvedimento, però, rischia di essere un boomerang perché la gente fa sciopero per avere efficacia e visibilità, e se non ci sarà più lo sciopero sceglierà altre proteste, tipo la disobbedienza civile».


25 febbraio 2009

Piergiovanni Alleva : l'anno zero dei diritti sindacali ?

 

Con la firma di un accordo separato sul sistema contrattuale, il diritto sindacale e le relazioni industriali precipitano allo «anno zero» perché le regole ufficiose e le condizioni sostanziali che hanno consentito loro di funzionare per diversi decenni si sono dissolte.
2. Il nostro sistema si è sempre retto su un'ambigua «doppia verità»: vi è la verità giuridico-formale, secondo cui i sindacati rappresentano solo i loro iscritti e stipulano contratti collettivi che valgono solo per loro, cosicché non hanno alcun motivo di preoccuparsi di quello che vogliono gli altri lavoratori iscritti a sindacati diversi, che faranno, se vi riescono, contratti che ritengano migliori.
Dall'altro lato vi è la verità socio-economica che dimostra come la regola giuridica ora ricordata si riduca a una pura ipocrisia, perché nella realtà i datori di lavoro firmano un solo accordo o contratto collettivo «con chi ci sta» tra i diversi sindacati operanti in un settore, e poi lo applicano a tutti i lavoratori anche non iscritti. Questi non hanno alcuna voce in capitolo perché non sono formalmente rappresentati dai sindacati firmatari: possono solo, individualmente, accettare o rifiutare ciò che a loro viene «spiattellato» dal datore di lavoro dopo l'accordo, e, per lo più, tra il poco e il niente, è umano rassegnarsi al poco.
Ci si può chiedere come un sistema così apertamente antidemocratico, che addirittura rischia di premiare sindacati molto «accomodanti», possa aver resistito per tanti anni. La risposta è che fino a tempi recenti è esistita un'unità di azione rivendicativa tra i maggiori sindacati confederali, e che questo ha fornito una legittimazione sostanziale al sistema, perché la parte datoriale stipulava quell'unico contratto collettivo con sindacati che rappresentavano la maggioranza dei lavoratori. Questo era il presupposto di fatto che consentiva la coesistenza delle «due verità».
3. Ora quel presupposto è caduto, le due verità si divaricano, e l'insopportabilità del sistema basato esclusivamente su quelle regole formali è più che evidente. Per altro verso, l'accordo separato ha posto problemi di contenuti, comportando un depotenziamento della contrattazione collettiva nazionale e aziendale con programmato svilimento dei salari, con vincoli e sanzioni in caso di rivendicazioni «eterodosse».
4. A questo punto, la prima risposta politico-giuridica è quella di «prender sul serio» la regola formale dell'efficacia limitata dei contratti collettivi separati, e indurre i lavoratori a rifiutare l'applicazione «in estensione». Essi in definitiva, visti i contenuti, non faranno che sottrarsi a ulteriori peggioramenti, e potranno richiedere in giudizio adeguamenti salariali per altre vie (art. 36 Cost.). 


5. Ma la risposta prospettica è quella della costruzione di un nuovo sistema, a partire da questa constatazione: è necessario votare, a tutti i livelli, perché possa esser pesato e quantificato il potere e il diritto-dovere dei sindacati di rappresentare gli interessi dei lavoratori, secondo i canoni della democrazia rappresentativa. Il criterio costruttivo portante del nuovo sistema è quello già introdotto (con non pochi limiti) nel pubblico impiego: si voti in tutti i luoghi di lavoro per eleggere i rappresentanti aziendali e questi risultati elettorali serviranno anche a conferire al sindacato nazionale la sua percentuale di potere rappresentativo in sede di contrattazione nazionale in modo che si possa dare sostanza a una regola maggioritaria nella stipula contrattuale.
6. E' fondamentale che possa votare anche quel 53 per cento di lavoratori che opera nelle piccole imprese con meno di sedici addetti, nelle quali ancora oggi, per legge, è impossibile costruire Rsa ed Rsu, e quindi che si creino, allo scopo, «bacini rappresentativi» interaziendali. Anche la rappresentatività delle Confederazioni (oltre che dei sindacati di categoria) può essere misurata elettoralmente, per la elezione di un riformato Cnel, o per quella degli organi di controllo di grandi enti previdenziali. L'allargamento della base della rappresentanza è il primo decisivo passo per l'estensione della contrattazione aziendale o di secondo livello, perché essa non resti come è oggi un optional riservato al 20-25 per cento soltanto dei lavoratori italiani.
7. Occorre, poi, che la contrattazione aziendale possa avere un respiro ampio, e, dunque, il criterio di raccordo con la contrattazione nazionale sia quello di una generalità di competenza salvo che la contrattazione nazionale riservi espressamente a sé alcune materie. Il che è esattamente il contrario di quanto prevede l'accordo separato il quale proclama di voler estendere e potenziare la contrattazione aziendale, ma in realtà fissa regole che direttamente e indirettamente la soffocano.
8. La contrattazione aziendale o territoriale può essere incentivata con l'istituzione di specifici elementi retributivi. Ancora una volta l'accordo separato ha costituito un esempio negativo, prevedendo agevolazioni fiscali e contributive anche per voci retributive contrattati individualmente, e che queste possano riassorbire eventuali indennità di «mancata contrattazione di secondo livello» se previste dal contratto nazionale. In tal modo la contrattazione aziendale invece che incentivata sarà di fatto sostituita da accordi individuali.
Le incentivazioni efficaci sono ad esempio un'indennità di «mancata contrattazione di secondo livello», a patto che non sia in alcun modo riassorbibile da aumenti individuali, e non dia luogo, in sé, a alcuna agevolazione fiscale o contributiva. Tali agevolazioni, devono esser riservate solo ai trattamenti pattuiti aziendalmente e territorialmente a livello collettivo, in modo che questi vengano preferiti, sia dai lavoratori che dai datori all'«indennità di mancata contrattazione», e che dunque, la contrattazione di secondo livello si faccia effettivamente.
9. Una volta costruito un sistema di contrattazione collettiva su base democratica e rappresentativa, articolato su due livelli, ad esso, andrebbe raccordato, con previsione legislativa, il precetto costituzionale dell'articolo 36 della Costituzione, così da ottenere una garanzia universale di trattamento retributivo effettivamente adeguato che sarebbe sotto ogni aspetto migliore di qualsiasi altro Smig (salario minimo garantito) o similare istituto di garanzia salariale previsto da legislazioni di altri paesi.
10. Infine l'apporto imprescindibile della democrazia diretta potrebbe essere disciplinato come necessità di approvazione referendaria dell'ipotesi di accordo prima della sua definitiva firma, così generalizzando le esperienze migliori di democrazia sindacale, quelle cioè che hanno configurato il consenso dei lavoratori interessati come condizione sospensiva dell'efficacia dell'accordo, e non come ratifica successiva.
11. Non bisogna temere che manchino le condizioni politiche per questa riforma, perché l'esistenza delle condizioni dipende a sua volta dalla capacità di non deflettere dalla contestazione con ogni mezzo, politico e giuridico della ingiustizia, ipocrisia e antidemocraticità del sistema attuale, o di ciò che esso è diventato.


13 febbraio 2009

Tra cassa integrazione e nuovi contratti. Piccole tragiche storie

 

Giulio è in cassa integrazione a 43 anni, con 21 anni di anzianità e tre figli. In 600 sono finiti in cig senza avere i requisiti per la pensione. Forse il primo mese non vedranno una lira, la regione Lazio sta cercando di sopperire con un mutuo. «Lavoravo già da anni quando è nata Air One e ora i precari di Alitalia fanno 12 giorni di corso per passare sugli aerei della compagnia di Toto mentre io sto a casa perché non vogliono pagarmi due soli giorni di formazione per rimettermi sul lungo raggio».




Cassa integrazione e nuovi contratti individuali. Un calvario senza tutela sindacale con il governo che fa il tifo per il padrone. Come si svolgono le cose lo racconta Irene, 48 anni, da 20 in azienda, famiglia monoreddito, due figlie al liceo e un mutuo da pagare: nel 1998, per il rinnovo contrattuale, i dipendenti dovettero accettare 26 milioni di lire in azioni con l'obbligo di tenerle per due anni, allo scadere non valevano più nulla e le banche pretesero il rientro dai prestiti dati con le cedole in garanzia. A gennaio viene convocata per firmare il nuovo contratto, assunta ma solo per tre mesi, poi c'è la cig, è troppo anziana per restare in servizio. Difficile inventarsi un futuro quando la depressione ti stringe la gola, scrive una lettera al personale. Mentre è in servizio la convocano di nuovo ma si rifiutano di dirle il perché. In fila, tra colleghi in lacrime e l'angoscia che sale, le ordinano di consegnare il contratto a un'impiegata pena l'espulsione dalla fila. Rifiuta, insistono, chiede di vedere il responsabile: sguardi ai limiti dell'insulto, il tagliagole di turno le comunica che non sono tenuti a dirle niente e di fare come le viene detto. Dopo due ore di coda, arriva nella stanza: una scrivania per Alitalia e una per Air One, sommersi e salvati, senza avvocati a consigliare, le consegnano il nuovo contratto dopo averlo confrontato con quello firmato in precedenza. Tutto qui.
Un segreto inutile da tenere solo per vederla scoppiare in lacrime, un piccolo sfoggio di potere per mostrare chi comanda, serve a chiarire che non si possono chiede cose come riposi fissi o l'applicazione della legge 104 del 2003, per l'esenzione dei genitori dal lavoro notturno e chissà quali altre tutele finite nel cestino. Per scoprirlo bisogna scaricare il contratto da internet, la Cai fornisce i link e alcune faq (frequently asked questions), stile ebay.


12 febbraio 2009

Sara Farolfi :Indesit mette a rischio 600 posti di lavoro. E scatta lo sciopero

 

Per ora è un'«ipotesi», ma non per questo fa meno paura. La Indesit, multinazionale italiana dell'elettrodomestico, ha annunciato ieri ai sindacati del settore la possibilità di chiusura per lo stabilimento di None nel torinese dove lavorano 600 persone, in gran parte giovani e donne, molti dei quali monoreddito. Una bomba sociale per un territorio, la provincia di Torino, già terremotato da chiusure e cassa integrazione. Per tutta risposta i sindacati (Fiom, Fim e Uilm) hanno proclamato due ore sciopero nei 7 stabilimenti italiani del gruppo - dove lavorano complessivamente 5 mila persone - mentre il prossimo incontro azienda e sindacati è stato fissato per il 24 febbraio.



La multinazionale - l'unica italiana, nel settore degli elettrodomestici - guidata da Vittorio Merloni (fratello di Antonio, titolare della Antonio Merloni, l'azienda in crisi strutturale che sta terremotando il marchigiano a suon di cassa integrazione) starebbe valutando l'ipotesi di spostare la produzione di lavastoviglie - oggi a None - nello stabilimento di Radonisko in Polonia, avviato a fine 2008. Una delocalizzazione bella e buona alla ricerca di costi più bassi, in un settore, quello degli elettrodomestici, dove i processi di «ricollocazione produttiva» non sono certo una novità, avviati dalle grandi multinazionali (Whirpool, Electrolux, Candy...) già da diversi anni. In gran parte le produzioni sono state spostate proprio in Polonia, che perciò oggi si presenta come uno dei paesi nell'est Europa con la maggiore capacità produttiva e con una consistente rete di fornitura. La stessa Indesit occupa lì circa 2000 lavoratori.
L'elettrodomestico - che nel paese dà lavoro ad almeno 150 mila persone, considerando anche la componentistica - è in crisi nera. Non si tratta di numeri da automobile certo, ma il calo di mercato (e non solo per Indesit) si è fatto sentire, in misura di un 15 - 20% secondo la Fiom. In una crisi generalizzata però, che porterà al ricorso alla cassa integrazione per tutti gli stabilimenti italiani del gruppo, «la produzione di lavastoviglie è proprio quella meno in sofferenza», dice Maurizio Landini (Fiom). Frigoriferi e lavatrici hanno un mercato più stabile, trattandosi di elettrodomestici «di sostituzione» - che si comprano cioè più raramente, in sostituzione di ciò che è vecchio o non funziona più e che non per caso più di altri sono stati oggetto di delocalizzazioni - mentre la lavastoviglie è un prodotto che gli addetti ai lavori pensano in potenziale crescita: «Perciò chiudere lo stabilimento di None, l'unico italiano dove si producono lavastoviglie, è un controsenso», spiega Landini. Senza considerare il fatto che il gruppo - che nel 2007 ha registrato un fatturato pari a oltre 3 miliardi di euro, producendo più di 15 milioni di apparecchiature elettrodomestiche, 7 milioni delle quali negli stabilimenti italiani - non ha mai chiuso (nè pensato di farlo) stabilimenti in Italia.
«Colpisce che l'annuncio arrivi proprio in un momento di crisi in cui da parte degli imprenditori dovrebbe esserci un sostegno all'economia del paese - commenta il segretario della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - Il territorio torinese, già gravato dalla crisi dell'auto e dalla cassa integrazione, non può sopportare la chiusura di uno stabilimento di queste dimensioni, soprattutto se diversificato dall'auto e con un prodotto innovativo».
«E' necessario che il gruppo confermi le scelte di politica industriale fatte in questi anni e punti alla qualificazione dei prodotti e dei processi, alla valorizzazione delle competenze e degli stabilimenti in essere e alla difesa dell'occupazione», scrivono nel comunicato unitario Fiom, Fim e Uilm.


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permalink | inviato da pensatoio il 12/2/2009 alle 21:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


25 dicembre 2008

Forza fannulloni ! Un intervista di Loris Campetti al segretario della Cgil Funzione pubblica

 

«Io dico che l'adesione allo sciopero generale del 12 è stata straordinaria. E' un segnale di fiducia e una speranza di rappresentanza affidata alla Cgil, da utilizzare per rovesciare il clima determinato dalla mancata risposta politica all'emergenza sociale provocata dalla crisi».
Così dice Carlo Podda, segretario generale della Funzione pubblica Cgil, che denuncia l'oscuramento mediatico dello sciopero. Iniziamo da qui l'intervista, alla vigilia del direttivo nazionale della Cgil che dovrà dare una sua valutazione sullo sciopero e decidere come dare una continuità alle iniziative di lotta.

A leggere i giornali e a guardare la tv, si direbbe che lo sciopero del 12 è stato ben misera cosa.
Prima, durante e dopo lo sciopero le maggiori testate giornalistiche e televisive hanno scelto la linea del silenzio, o al massimo hanno minimizzato l'evento.

Io dico che che nell'industria l'adesione è stata molto alta. Così come nei settori pubblici che seguo io, in particolare nella sanità, pur avendo i lavoratori appena effettuato uno sciopero di categoria e in alcuni casi, come a Brescia dove era stato proclamato uno sciopero provinciale, erano alla terza fermata in un mese. A ogni fermata, 100 euro andati in fumo. Eppure, abbiamo registrato adesioni del 60-70% in settori in cui gli scioperi anche unitari non sono mai stati plebiscitari. Eppure i lavoratori pubblici vivono una situazione difficile, segnalata anche in tante assemblee di preparazione dello sciopero. Non perché non condividano le ragioni della nostra protesta ma per il processo di vera e propria destrutturazione dell'organizzazione e degli stessi servizi pubblici. All'interno, questi processi si accompagnano al taglio delle buste paga per chi ha un contratto stabile e all'espulsione di decine di migliaia di precari. All'esterno, si assiste alla caduta della qualità e della quantità dei servizi pubblici ai cittadini.

Cosa vi chiedono i lavoratori?

Di non essere lasciati soli. Vogliono capire se facciamo sul serio o se invece finiremo per fermarci a mezza strada, mentre la crisi economica precipita provocando un'emergenza sociale.

E come si spiega la vostra scelta di indire uno sciopero e una manifestazione nazionale a Roma insieme ai metalmeccanici della Fiom, il 13 febbraio?

Non è una decisione di oggi, è maturata da tempo. Ha a che fare con la scelta di non lasciare soli i lavoratori che rappresentiamo di fronte al rischio di un'involuzione autoritaria. Come Fp-Cgil abbiamo fatto molte iniziative, presidi, scioperi territoriali. Abbiamo raccolto le firme contro l'accordo separato siglato da Cisl e Uil. Lo sciopero nazionale era stato convocato per il 12 dicembre e poi soltanto sospeso quando la Cgil ha giustamento deciso di farne un momento di lotta generale. Noi abbiamo delle specificità di categoria, abbiamo a che fare con una valanga di accordi separati. Lo sai che la Cisl da sola, senza neanche la Uil, ha firmato un accordo osceno con le case di cura cattoliche che scavalca il contratto nazionale? Abbiamo fatto un volantino listato a lutto per denunciare che è stato ucciso il contratto nazionale. Ci sono settori in cui Cisl e Uil raccolgono oltre il 50% dei consensi, come i ministeri e le agenzie fiscali, negli altri comparti in cui tenteranno di applicare accordi separati dovranno fare i conti con noi. Aggiungo che proprio mentre si rende indispensabile il rafforzamento della rete di protezione pubblica, questa rete si smaglia e si indebolisce. Noi parliamo di arresti domiciliari per il lavoratore malato, dopo gli ultimi provvedimenti del ministro Brunetta che impedisce alle persone in mutua persino di ritirare il certificato medico. E si vuole estendere tale scriteriato criterio anche ai lavoratori privati. Stanno facendo di tutto, governo e organizzazioni padronali, per mettere i lavoratori pubblici contro quelli privati. Ecco le ragioni per cui abbiamo deciso di scioperare insieme ai metalmeccanici.

Eppure, questa vostra scelta ha fatto discutere in confederazione...

Voglio ricordare che nel direttivo della Cgil del 23-24 giugno è stato votato all'unanimità un impegno a fermare il tentativo di isolare i dipendenti pubblici. Aggiungo che a chiunque ci avesse offerto un'alleanza avremmo risposto positivamente. La Fiom, generosamente, si è fatta avanti nonostante esistano problemi di rapporti tra lavoratori pubblici e lavoratori privati e nonostante il fatto che su alcune questioni le posizioni della Fp e della Fiom non siano coincidenti. C'è una cosa fondamentale che ci unisce: pensiamo che a lavoratori diversi debbano essere garantiti uguali diritti. Ti sembra poco?

Dunque, nessuna prova di forza in Cgil?
E nessuna pretesa di autosufficienza o di autonomia. Noi come categoria abbiamo fatto una scelta netta di mobilitazione, obbligatoria se vogliamo onorare il consenso che abbiamo raccolto tra i lavoratori, come conferma la crescita della Fp-Cgil anche nel tesseramento, pur non avendo oggettivamente strappato risultati significativi anche a causa delle scelte separate di Cisl e Uil. La Cgil, dal canto suo, deve definire ruolo e compiti in questa fase segnata dalla crisi e dalle risposte sbagliate del governo, per sostenere scelte di politica economica e sociale all'altezza, sapendo che ancora pende sulla testa dei lavoratori il tentativo di modificare in peggio il sistema contrattuale. Sarà il direttivo della Cgil a fare le scelte di sua competenza. Qualora fossero tali e talmente forti da comprendere tutte le categorie, in un momento di riunificazione delle lotte che non può non seguire una fase di articolazione, ne prenderemmo volentieri atto.

Al di là dell'imbarazzo del Pd nei confronti della Cgil, mi sembra che in generale l'opposizione non costituisca una sponda politica.

La politica, non da oggi, fatica a farsi carico dei problemi concreti dei lavoratori. La disaffezione nei confronti della politica non è che la logica conseguenza. Se crolla la percentuale dei votanti, è un segnale soprattutto rivolto alla sinistra. Manca una risposta alla crisi economica e alle sue conseguenze sociali, sia da parte dell'opposizione parlamentatre che della sinistra extraparlamentare. Da tempo sosteniamo che si perde troppo tempo a discutere di alleanze e se ne utilizza troppo poco a definire i contenuti di un programma di sinistra. Un sindacato che si vuole confederale ha bisogno di una sponda politica. Oggi non c'è, e questo ci apre un problema serio. E lo apre ai lavoratori che percepiscono e ricambiano la distanza della politica.


21 dicembre 2008

Roberto Farneti :Alitalia fa fuori donne in gravidanza, sindacalisti e portatori di handicap

 

Altro che «patrioti», come li chiama il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per i cassintegrati e gli ex precari dell'Alitalia, Roberto Colaninno e soci non sono altro che dei "Cai...mani". Sciacalli che, non appena fiutato l'affare, si sono gettati sulla carcassa della ex compagnia di bandiera con l'unico scopo di divorarne gli ultimi brandelli di carne. In attesa di poter consegnare le chiavi della Nuova Alitalia allo "straniero", Air France o Lufthansa che sia.
Un'altra cosa che agli italiani non viene detta è che per compiere questa "patriottica" operazione, la Cai non ha esitato a gettare in mezzo alla strada la bellezza di diecimila persone, scelte senza nemmeno rispettare i criteri che di norma si seguono in questi casi. «Con una discriminazione pesantissima, Cai tiene fuori dall'azienda tutti i portatori di handicap, le donne in gravidanza, i part-time, quanti avevano una situazione familiare pesante. Non è stato tenuto conto dell'anzianità aziendale e vengono operate discriminazioni nei confronti di chi è sindacalizzato». A denunciarlo è Andrea Cavola, segretario nazionale Sdl, il primo a parlare all'assemblea indetta da SdL, Anpac e Up all'aeroporto di Fiumicino. Circa quattrocento lavoratori Alitalia si sono riuniti ieri mattina nel piazzale davanti al varco equipaggi insieme alle sigle del cosiddetto "Fronte del no" per gridare la loro rabbia e per discutere di come dare inizio a un percorso di lotta. Presenti all'iniziativa il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, il presidente dell'Idv, Antonio Di Pietro, il senatore Idv, Stefano Pedica, l'assessora della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ed il presidente della Commissione Trasporti regionale Enrico Luciani.



Al termine dell'assemblea è anche partito un corteo che ha attraversato l'aerostazione partenze dei voli internazionali. In testa, un gruppo di hostess e steward con il viso coperto da una maschera bianca trasportano uno striscione con la scritta "CAIncellati". Una delle manifestanti in prima fila grida rivolta ai colleghi: «E' scandaloso: donne con figli minori e portatori di handicap che vengono trasferiti da Roma a Catania o a Milano. Dove è il ministro delle Pari Opportunita?».
La "mattanza" non ha risparmiato lo stesso Cavola, fatto fuori dall'azienda malgrado 31 anni di servizio e una figura professionale presente nella nuova Alitalia. «Il governo, le istituzioni nazionali e locali - urla il sindacalista rivolto ai colleghi che lo ascoltano sul piazzale - devono prendere atto che c'è un problema sociale grave: faremo ricorsi di natura legale contro queste discriminazioni e contro accordi che sono fuori dalla legge». Il dirigente di SdL ha quindi accusato, tra gli applausi dei presenti, Cgil, Cisl e Uil, di aver accondisceso ad «una operazione scellerata ed odiosa, nei confronti della quale a poco valgono i timidi tentativi di prendere ora qualche distanza».
Molto applauditi anche gli interventi di Ferrero e Di Pietro. «L'unico modo per farci sentire che il problema Alitalia non è chiuso - ragiona il segretario del Prc - è di farsi vedere. Occorre fare manifestazioni sotto il comune di Roma per chiedere al sindaco cosa sta facendo, davanti a Palazzo Chigi per ricordare le promesse di Berlusconi, e davanti al Parlamento». La proposta di Ferrero è quella di «mettere in piedi un coordinamento per iniziative di lotta non violenta ma visibili al centro di Roma, solo così la categoria potrà rimanere unita tra chi è stato per ora messo fuori e chi è costretto a subire in silenzio le condizioni di assunzione che gli sono state imposte».
Anche per Di Pietro «la vicenda Alitalia non finisce qui». Occorre «un'azione di protesta forte ed unitaria, mentre in galera deve finire chi ha portato la compagnia nelle attuali condizioni. Una grande protesta - aggiunge l'ex magistrato - che deve essere rivolta anche nei confronti di quei sindacati che hanno accettato di sedersi al tavolo con un padrone e non con un datore di lavoro». Qualcuno gli ricorda «le colpe e le responsabilità di Veltroni». «Lo dite a me? - replica Di Pietro - lo sa bene».
Sul piazzale i lavoratori danno sfogo alla loro amarezza. Dopo 18 anni di onorato servizio come assistente di volo, Elena ha ricevuto il benservito: cassa integrazione per 4 anni più 3 di mobilità. «Ho 43 anni, quando questi 7 anni scadranno rischio di ritrovarmi disoccupata. Ho anche una laurea, ma alla mia età chi mi prende? E poi ho sempre fatto questo lavoro...». Il marito di Elena, pilota, rischia addirittura il licenziamento: è uno degli 11 lavoratori sospesi dal commissario Fantozzi a seguito dei disagi che si sono verificati durante il cosiddetto "sciopero bianco".
«Per te Alitalia finisce qui»: anche l'hostess Susy, 38 anni, ha ricevuto la famigerata lettera, malgrado 17 anni di anzianità aziendale. «Mio marito è un pilota, gli è stato detto: "O vai a Milano o perdi il posto". Abbiamo due figli, ci ritroviamo in una situazione drammatica. E c'è persino chi sta peggio».
Il dramma di Andrea è lo stesso di altri 800 assistenti di volo precari. Sulla testa indossa una fascia nera con su scritto "Precario con famiglia": «Da 8 anni - racconta - mi rinnovano il contratto ogni 5 mesi. L'ultimo è scaduto il 30 novembre. A 34 anni mi ritrovo con niente in mano, una moglie precaria part-time che prende 600 euro al mese e una figlia. Da gennaio in poi non so come farò a pagare il mutuo».
Si fa avanti un lavoratore. Il nome non lo dice ma ha 42 anni ed è un operaio della verniciatura: «Dopo vent'anni di servizio mi ha chiamato il capo e mi ha dato una bella letterina. Ho moglie e figlio a casa. Ci sono persone con 7, 8 anni di anzianità che invece non sono state toccate. Come si spiega?».


29 novembre 2008

Sulla presunta abolizione dell'articolo 2112

All'apparizione di questo articolo di Francesco Piccioni sul mio blog, c'è stata una sdegnata reazione di Etienne 64 (che è del mestiere) il quale ha obiettato che la deroga all'articolo 2112 del Codice Civile è già presente nel'articolo 47 comma 5 della legge 428, dove si dice che con l'accordo sindacale si deroga all'art 2112 c.c. allorchè si tratti di trasferimento di azienda in regime di amministrazione straordinaria. 




Ho cercato disperatamente lumi sulla questione leggendo articoli in rete e sono giunto alla seguente conclusione : 
qui si dice che l'emendamento in questione recita :
"
All’articolo 56 del decreto legislativo 8 luglio 1999 n. 270 [nuova disciplina dell'amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, a norma dell'articolo 1 della L. 30 luglio 1998 n. 274] è aggiunto il seguente:
“3-bis. Le operazioni di cui ai commi 1 e 2 ["cessione dei complessi aziendali"] effettuate in attuazione dell’articolo 27 non costituiscono comunque trasferimento di azienda, di ramo o di parti dell’azienda ai sensi dell’articolo 2112 del codice civile
”.
Dato ciò, se ne deduce che le aziende in regime di amministrazione straordinaria che recuperino l'equilibrio economico delle attivita' imprenditoriali tramite la cessione dei complessi aziendali, non operino perciò trasferimento d'azienda ai sensi dell'articolo 2112 c.c.
In questo caso esse sono sottratte anche alla legge 428 del 1990 (che regola comunque quelli che sono trasferimenti d'azienda),
quando questa prevede che la deroga si attua purchè vengano attivate le procedure di informazione e di consultazione e venga raggiunto un accordo circa il mantenimento anche parziale dell'occupazione.
Seppure nell'articolo di Piccioni ci siano errori e genericità, dunque la novità dell'emendamento del governo è comunque a mio parere gravida di conseguenze negative per i lavoratori.


2 agosto 2008

Le ali tagliate

 

Lo disegnano ancora tutto vestito da mago, ma di prodigi non ne fa più. Al massimo qualche gioco delle tre carte giudiziarie. Di miracoli mai neppure l'ombra. Il «salvataggio dell'Alitalia» targato Berlusconi - tanto pomposamente annunciato a partire dall'ultima campagna elettorale - rischia perciò di diventare il format di una lunga serie di interventi disastrosi in campo industriale.
Se saranno confermate le linee fondamentali del «piano» descritto ieri da Repubblica (e dal nostro giornale già un paio di mesi fa), con sostanziale bolla ministeriale di Scajola, avremo una compagnia di bandiera piccolissima, alcune migliaia di lavoratori licenziati o esternalizzati, una possibile legge-truffa ad hoc e un buco nei conti pubblici un po' più ampio del previsto.
La legge Marzano (sul commissariamento delle imprese in crisi, già applicata nel caso Parmalat) prevede infatti uno stop temporaneo nell'attività aziendale e la cessione ai creditori di ogni euro ricavato dalla vendita di parte degli asset. Lo stop se lo può permettere una fabbrica, non un compagnia aerea. Una modifica della legge che permetta di cedere il «ramo buono» dell'azienda, per poi recuperare alcune delle attività migliori mentre alla ditta «vecchia» restano tutti i debiti, si configura come una truffa verso i creditori. A meno che questi non vengano poi risarciti dal ministero dell'economia (possessore del 49,9% del pacchetto azionario), aprendo un nuovo contenzioso con la Ue, pronta a ravvisarvi una nuova forma di «aiuti di stato».
L'indispensabile rinnovamento della flotta con velivoli meno assetati di cherosene verrebbe realizzato incorporando quella di AirOne (opzioni future comprese). Ma per far volare 150 aerei in tutto, secondo le regole internazionali, si può alleggerire l'attuale personale di volo di oltre 4.000 unità. Quello di terra verrebbe di fatto azzerato, con una quota consistente «esternalizzata» nella statale Fintecna, che comincerebbe così a correre a sua volta verso il collasso.
Come e peggio dell'osteggiatissimo piano proposto da Air France. Con un doppio vantaggio, però: l'annichilimento del sindacato (tutti: professionali, confederali, di base) e la sostituzione dei contratti di lavoro attualmente in essere con altri certamente più «evanescenti».
Non sembra perciò un caso che la famosa «cordata italiana» che va prendendo forma somigli così tanto a un idealtipo dell'imprenditoria italiana e delle sue tare: un obolo o poco più per entrare richiesto ai «capitani per niente coraggiosi», mentre la parte del leone - si fa per dire - spetta alla banca di Corrado Passera. Con i primi pronti a rivendere - guadagnandoci - non appena effettuato il «risanamento» e la seconda più che preparata a «redistribuire il rischio» con qualche cartolarizzazione in stile credit default swap.
Un ceto imprenditoriale siffatto e il maghetto di Arcore si corrispondono quasi alla perfezione.


(Francesco Piccioni)


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