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6 marzo 2009

Maurizio Pagliassotti : la manifestazione di Torino

 

"Torino is olvueis on de muv", ovvero non sta mai ferma, declamava orgogliosamente anglofono uno slogan olimpico di tre anni fa. Bei tempi. Quando i fasti olimpici post industriali, post Fiat, post operai, post tutto dovevano seppellire quelli che oggi invece marciano e manifestano con cadenza settimanale per le vie di Torino, i lavoratori. Bandiere rosse sotto l'Unione industriale durante la settimana, bandiere rosse al sabato in corteo per la città. Lo schema ormai è fisso.
Ieri è stato il giorno dalla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil. Un serpentone umano, aperto dallo striscione "Contro la crisi una soluzione c'è: lavoro e contratti", ha camminato silenzioso da piazza Vittorio a piazza Castello. Due chilometri con poca musica, pochissimi studenti. Serrande dei negozi alzate e commercianti sulla porta con le braccia conserte a guardare: «Siamo preoccupati anche noi, è tutto fermo. C'è un contagio in corso».
Un corteo fatto di lavoratori con storie tutte dure, tutte: «Devi scriverla la vicenda della nostra fabbrica perché è urgente e nessuno ci ascolta, devi venire da noi a vedere!». Gli striscioni che si susseguono, sostenuti da molte mani, recano nomi di fasti industriali: Bertone, Pininfarina, Sandretto, Indesit, Ages, Cabind, Dayco, Skf... Un lungo elenco metalmeccanico interrotto da qualche chimico, Rai, Funzione pubblica, Benetton, De Agostini-Utet e persino due cioccolatai: Streglia e Caffarel. Per ogni striscione rosso con scritta gialla dalle cinque alle duecento persone dietro: sessantamila, dicono gli organizzatori.
Bandiere di partito presenti: solo quelle di Rifondazione. Bandiere del sindacato presenti: solo quelle della Cgil ovviamente, ma a differenza delle volte precedenti l'assenza delle altre organizzazioni sindacali è totale. La Cgil, insomma, è in piazza da sola: un elemento, questo, sottolineato dal segretario regionale Vincenzo Scudiere, secondo il quale «altre organizzazioni stanno assecondando il disegno del governo che tenta di isolare la Cgil. Manifestazioni come questa dimostrano però che la Cgil non è isolata». «Al centro di iniziative come queste continua a esserci il lavoro e la difesa dell'occupazione - sottolinea Agostino Megale della segreteria nazionale Cgil - E' evidente che se il ministro del Lavoro e il governo in una situazione come l'attuale pensano di poter agire con un disegno di legge delega che altera o modifica il diritto di sciopero, noi ci opporremo anche perché, come Cgil, insieme agli altri sindacati confederali, siamo sempre stati contro gli scioperi corporativi, che procurano disagi ai cittadini e che mettono l'uno contro l'altro».
«Cassa integrazione a zero ore, licenziamento, mobilità; cento, duecento, seicento a casa...»; le testimonianze ruotano intorno a poche parole per uno schema che è sempre lo stesso: il direttore del personale che convoca o manda una lettera e tutti a casa per un po', talvolta per sempre. Che fare? C'è la proposta del segretario del Prc Paolo Ferrero (presente ieri al corteo), la più banale che possa esistere: tassare rendite e alti redditi per redistribuire un po' di soldi (Obama, avete presente?). Una proposta che, ancora, non fa breccia nel sindacato, men che meno nel Pd; e non parliamo di ConfGoverno. Dice il segretario del Prc: «Dagli Stati Uniti giunge finalmente una notizia che parla di giustizia. In poche parole, si tassano gli straricchi per dare a chi si trova in stato di necessità. Se si facesse la stessa cosa qua da noi, si potrebbe sostenere il consumo attraverso una redistribuzione della ricchezza centrata sugli ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro. Ma in Italia, con questo governo di estrema destra e questa finta opposizione, è impossibile pensare a questo. D'altronde nella manovra economica ombra scritta da Bersani non c'è parola su questo».
Giusto lì vicino c'è il solito banchetto, organizzato dal comitato regionale di Rifondazione, che vende pane a un euro al chilo: è preso d'assalto. Tutt'altro che una bella scena. Conclude poi Ferrero: «Rifondazione Comunista propone poi un pacchetto di lavori pubblici incentrato su ristrutturazione delle scuole italiane, tutte, e ricerca. Rifondazione boccia, perché dannosi e inutili, buchi nelle montagne e ponti». Rimando alla Tav esplicito, che da queste parti, fra pochi mesi, vedrà di nuovo un duro conflitto, tra l'altro su un territorio, la val Susa, già devastato da una crisi economica scoppiata all'improvviso e un po' artificiosa a detta di molti.
Assenti, come detto, Cisl e Uil, «i nuovi uffici di collocamento», come li apostrofano molti lavoratori in corteo. «A Torino sfilano i lavoratori che sentono la crisi - commenta il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - E' un problema per Cisl e Uil che non sono qua e che dovrebbero ascoltare di più i lavoratori. Da parte della Cgil è stata una prova di forza non indifferente».
Presente, invece, qualche esponente del Pd. Ci sono l'ex ministro Cesare Damiano (Pd), Antonio Boccuzzi, l'operaio scampato al rogo della ThyssenKrupp, e la senatrice Magda Negri: «Sono qui a Torino alla marcia della Cgil come sarei in qualsiasi analoga manifestazione della Cisl o della Uil». «Il problema è che Cisl e Uil manifestazioni e scioperi non ne fanno, anzi firmano gli accordi separati con il governo» commentano, dandosi di gomito, due lavoratori poco distanti.
La settimana che arriva sarà nuovamente bollente. Martedì processo ThyssenKrupp, mercoledì manifestazione Fiat più alcune occupazioni sparse sul territorio che potrebbero entrare in una fase di duro conflitto, anche con le forze dell'ordine.


6 marzo 2009

Fabio Sebastiani : la lotta dei lavoratori Tenaris

 Riconoscimento del Consiglio sindacale del gruppo, avvio del negoziato per un accordo quadro e formazione dei comitati salute-ambiente. Sembra una piattaforma "anni '60", in realtà è il punto più avanzato di rivendicazione che i lavoratori sono riusciti a tessere a livello mondiale nel gruppo Tenaris, una delle poche multinazionali del settore siderurgico. Appoggiati dalla Fism, il sindacato mondiale dei metalmeccanici, i vari rappresentanti dei lavoratori hanno lanciato il guanto di sfida direttamente all'amministratore delegato Paolo Rocca. La Tenaris, che ha stabilimenti oltre che in Italia, in Argentina, Canada, Brasile, Romania e Stati Uniti, ha rispedito al mittente le richieste, ma le tute blu non si sono fatte scoraggiare e per il 3 marzo hanno organizzato una "Giornata globale di azione Tenaris". Una iniziativa il cui tema sarà "Risposte globali a crisi globale". A Bergamo, presso la Dalmine, pezzo italiano di Tenaris, interverrà anche il vice-segretario della Fism Fernando Lopes.
Il Comitato dei lavoratori, che si è riunito pochi mesi fa a Calgary in Canada, ha discusso la situazione di crisi economica e finanziaria internazionale. Ed ha deciso che non ha alcuna intenzione di pagarne le conseguenze. Anche perché l'azienda fa utili a palate. «Il Comitato è cosciente che i prodotti realizzati dai lavoratori, in buona misura - si legge in un loro documento - sono direttamente collegati con il petrolio». Il petrolio, come altre commodities, sta diminuendo il suo prezzo di mercato. Di conseguenza, Tenaris vedrà diminuire i suoi margini di guadagno e il volume di vendita dei suoi prodotti. «Ciò in nessun modo - proseguono i lavoratori - non metterà a rischio la sua solidità economica». Il Comitato ha chiesto quindi a Tenaris di non trasferire la crisi ai suoi lavoratori. 



«E' chiaro che i lavoratori di Tenaris, diretti o terziarizzati - si legge ancora - in nessuna forma sono stati causa di questa situazione. Il loro sforzo quotidiano ha permesso a Tenaris di crescere e di beneficiare del periodo d'espansione finanziaria. Adesso, sarebbe inaccettabile che Tenaris volesse trasferire la crisi ai lavoratori che nulla hanno a vedere con la sua esplosione. Tenaris ha un fatturato annuale di 10 miliardi di dollari e 23.500 dipendenti. Quest'anno, il gruppo ha chiuso il 2008 con ricavi netti in crescita del 21% a 12,131 miliardi di dollari, un risultato operativo di 3,02 miliardi di dollari (+2%) e un utile che sale a 2,275 miliardi di dollari con un aumento del 10%. Non sembra quindi passarsela troppo male. «La crisi finanziaria internazionale è parte del rischio imprenditoriale e come tale deve essere assunto dall'impresa», scrivono i lavoratori. Le norme accettate dagli imprenditori del mondo nell'OCSE (l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) stabiliscono impegni sociali vincolanti «che non devono essere violati in situazioni di crisi». Il Comitato Sindacale Mondiale dei Lavoratori Tenaris chiede all'Azienda di comportarsi «in accordo con questi impegni internazionali».
«I peggiori timori del Comitato si stanno verificando», concludono i lavoratori. Molti lavoratori con contratto a tempo determinato in Argentina hanno visto i loro contratti annullati. Lavoratori permanenti in Canada sono stati sospesi dall'attività. Lavoratori in Romania stanno ricevendo il 75% del loro salario per i giorni non lavorati nel primo trimestre per il calo di produzione. Lavoratori permanenti in Italia sono in cassa integrazione a rotazione e i lavoratori a tempo determinato si sono visti rinviare l'assunzione a tempo indeterminato.
Tenaris è il primo produttore in Italia di tubi d'acciaio senza saldature per l'industria energetica, automobilistica e meccanica, con una capacità produttiva annua di 950.000 tonnellate di prodotti finiti, oltre 3.000 dipendenti e 5 stabilimenti.


4 marzo 2009

Adriana Pollice : Pomigliano, fabbrica modello ora in lotta contro la chiusura

 

Un fitto incrocio di svincoli autostradali avviluppa la cittadella napoletana dell'automobile di Pomigliano d'Arco, un paese nel paese, 6 kmq circondati da varchi e cartelli, incuneati nei comprensori di Casalnuovo, Acerra e Pomigliano. I cinquemila dipendenti diretti Fiat hanno già fatto 19 settimane di cassa integrazione, da settembre a oggi. Torneranno a lavorare dal 9 al 16 marzo e poi di nuovo in cassa fino al 19 aprile. Il tempo libero lo passano a Roma, a presidiare la sede del governo per vigilare che agli incentivi statali sulla rottamazione sia legata la salvaguardia degli stabilimenti italiani; al Festival di Sanremo per raccontare a un paese sempre più distratto che a rischiare di perdere il lavoro sono loro ma anche altri come loro, circa 60 mila posti nel settore secondo le stime dell'amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne; a chiedere ai signori del Lingotto il piano industriale, promesso e mai messo su carta, rimandato a dicembre 2009 causa crisi. E a protestare: il 5 febbraio sono stati caricati dalla polizia mentre sfilavano in corteo sull'Asse mediano che collega la fabbrica ai paesi intorno, l'altro ieri sono tornati in piazza perché se chiude la fabbrica l'intera economia di Pomigliano andrà in ginocchio.
Se si considera l'indotto di primo livello, infatti, a ruotare intorno alla produzione auto sono circa 10 mila occupati, ma se si considerano anche le piccole e piccolissime imprese, non solo del settore metalmeccanico ma anche chimico e dei servizi, si arriva a 30mila. A rischio, ad esempio, sono i lavoratori Lear di Caivano che producono i sedili delle Alfa, in cassa integrazione i 900 dipendenti della sede avellinese della Denso, fornitori Fiat per climatizzatori e moduli raffreddamento motore. Alla Fma di Pratola Serra sulla graticola sono in duemila: costruiscono motori, nel 2008 ne hanno sfornati 350mila, quest'anno sono già a meno 100mila con il venir meno della commessa Gm per i propulsori da montare sulle Opel. «La situazione produttiva degli stabilimenti campani della Fiat - spiega Giuseppe Morsa - non è molto diversa. Infatti a Pomigliano nell'anno in corso si è lavorato per una settimana e alla Fma sono state solo due le settimane di lavoro. Anche l'effetto incentivi, per ora, non ha avuto nessun effetto da noi». Mercoledì scorso il governatore Bassolino ha partecipato all'incontro con i sindacati e il sindaco di Pomigliano, promettendo un filo diretto con il ministro delle attività produttive Claudio Scajola e con il presidente Napolitano, obiettivo farne un caso nazionale, obbligando il governo a spostare risorse al sud.



«Si sono mobilitati tutti - racconta Stefano Birotti, rsu della Fiom di Pomigliano - dai negozianti alle parrocchie. Nelle scorse settimana, i preti alla fine di ogni messa hanno letto un nostro comunicato stampa». Hanno lavorato solo quattro settimane dal ritorno dalle ferie, guadagnano 760 euro al mese, che la regione Campania ha deciso di integrare con ulteriori 200 euro, attraverso l'investimento di 20 milioni nella formazione. «Prima c'era la sindrome della quarta settimana, ora facciamo i salti mortali per arrivare alla terza», raccontano. A Pomigliano si fanno automobili dagli anni '70, quando si sfornavano le Alfasud e l'intervento dello stato nell'economia non era una bestemmia. «È lo stabilimento più esposto - spiega Maurizio Mascoli, segretario generale della Fiom campana - quello a maggior rischio chiusura». Oggi si producono Alfa 147, modello vecchio a fine corsa, la 159 e il Gt, tutti di fascia alta e quindi più colpiti dal calo delle vendite, anche perché esclusi dagli incentivi alla rottamazione a causa delle emissioni troppo alte. C'è la crisi, ma il provvedimento tampone del governo un po' di fiato l'ha dato a Melfi, dove si fanno gli straordinari per produrre la grande Punto con motore ibrido, oppure a Termini Imerese e a Mirafiori dove lavorano la Mito e la Multipla. A Pomigliano doveva arrivare la nuova 149, un miraggio durato poco: sembrava fosse stata dirottata a Cassino ma poi ci si è messa la globalizzazione.
La Fiat, infatti, sbarca negli Usa grazie all'accordo siglato con Chrysler: «La penetrazione del mercato americano avverrà con i modelli Alfa, e in particolare proprio con la nuova 149 - spiega Mascoli - realizzata sulle stesse piattaforme delle 147 e 159, solo che la produzione sarà avviata direttamente negli stabilimenti Chrysler, lasciando la Campania senza prospettive». Non solo States, gli stabilimenti brasiliani producono a pieno ritmo, come la fabbrica in Polonia, mentre la Fiat si avvia ad aprire anche in Serbia e, pare, in Turchia. A rendere più esplicite le intenzioni del gruppo le stesse parole di Marchionne: «Nei cinque stabilimenti italiani si producono 630mila automobili, in Polonia 400mila in uno solo». Una questione di competitività.
Un argomento un po' sospetto. Lo stabilimento di Pomigliano, infatti, ha riaperto i battenti da un anno. Il Lingotto alla fine del 2007 lo chiuse per tre mesi per un radicale ammodernamento e una un periodo di formazione intensiva dei dipendenti, un investimento da 110 milioni di euro, se si considerano anche i mancati guadagni. «Da primi della classe eravamo diventati degli incapaci - racconta Birotti - Nel 2003, quando la Fiat era sull'orlo del collasso, eravamo gli unici a vendere con l'Alfa 156 e 147, che vinsero il premio come auto dell'anno. Poi arriva Marchionne e ci dice che non sappiamo fare il nostro lavoro». L'azienda comincia a lamentare «condizioni ambientali» che rendono impossibile la produzione, diffusa indisciplina tra gli operai, scarsa competenza, oltre a macchinari obsoleti, e decidere di chiudere tutto per riprogrammare la struttura secondo il modello giapponese basato sulla filosofia produttiva della Toyota. Pomigliano doveva diventare una cittadella felice, lavoratori competenti alla catena di montaggio a sfornare modelli di lusso in piena armonia con la direzione, un magazine e un canale Tv interno per sfogare un po' di creatività repressa, come insegna Berlusconi, e persino spazi aggregativi per le famiglie la domenica, dove invitare personaggi di successo per spronare alla scalata sociale: «Noi lavoratori la sfida l'abbiamo vinta - spiega Birotti - e persino Hajime Yamashina, l'esperto chiamato dal Giappone, ha certificato che la nostra produzione era all'altezza degli obiettivi. La linea di montaggio, la finizione, gli spogliatoi o la mensa sono stati ammodernati ma la lastrosaldatura, ad esempio, resta da fare». La televisione, il giornale e i fuochi d'artificio sono stati accantonati, alcune zone sono state recintate e tra gli operai si stanno diffondendo voci secondo cui la struttura potrebbe essere messa in vendita un pezzo per volta, come il grattacielo degli uffici che si dice sarebbe nelle mire della Pirelli. «La Fiat oggi ha una produzione diffusa sul territorio nazionale - commenta ancora Mascoli - potrebbe quindi decidere di sfruttare la crisi per chiudere la maggior parte degli stabilimenti, soprattutto al sud, per puntare sulla delocalizzazione. Chiediamo da mesi di discutere con Marchionne, ma è sempre in America e questo è un altro brutto segnale».
La Fiom chiede al governo un vero piano anticrisi. Al primo punto l'aumento dell'indennità di cassa integrazione dal 65% all'80% del salario, esteso anche ai lavoratori atipici a partire dagli apprendisti, di cui se ne contano 300 a Pomigliano e 1.428 in tutto il gruppo Fiat, ma anche alle piccole imprese dell'indotto dove sono già partiti i licenziamenti in massa senza alcuna copertura, alla Sevel ad esempio si sono già bruciati mille posti. Una misura di sostegno al reddito che va ampliata nel tempo. La legge prevede che si possa ricorrere alla cassa ordinaria fino a un massimo di 52 settimane su 104, un anno su due, e con intervalli che dimostrino l'esistenza di una crisi congiunturale e non strutturale, altrimenti scatta la cassa integrazione straordinaria. «La crisi durerà per tutto il 2009 - spiega Massimo Brancato - e si farà sentire anche nel 2010. Bisogna aumentare le settimane di cassa ordinaria per evitare che Fiat ricorra poi a quella straordinaria, anticamera della mobilità». Sostegno alle imprese attraverso il credito agevolato per nuovi investimenti, ma anche impegni precisi sul piano industriale, che punti sugli stabilimenti italiani per la ricerca e la messa in produzione di modelli innovativi ecosostenibili. Attività formative da tenere in sede, finanziate dagli enti locali, ma anche sviluppo dei centri di ricerca come l'Elasis di Pomigliano, dove hanno già presentato progetti di ricerca che potrebbero vedere la partecipazione regionale.


4 marzo 2009

Luciano Gallino : ora c'è da aver paura

 

A questo punto, professore, dobbiamo davvero avere paura?

Penso proprio di sì. Quella della limitazione del diritto di sciopero è una strada che si sa dove comincia ma non si sa dove finisce. Anzi, lo sappiamo benissimo. Il governo comincia con i trasporti, poi passerà a tutti i servizi di pubblica utilità, poi al pubblico impiego e alla fine, per coerenza, la valanga investirà il settore privato.


L'obiettivo è inseguito da tempo. Perché ora si accelera?

Da un governo di destra c'era da aspettarselo. Crisi e disoccupazione oscurano l'orizzonte, il timore di perdere il posto di lavoro e un reddito per quanto minimo viene prima di tutto, lascia poco spazio alle battaglie per i diritti, per quanto sacrosanti. Il momento è buono per affondare il colpo. E' stato scelto con cura. E poi dobbiamo ammetterlo: molti italiani sono favorevoli a limitare il diritto di sciopero, almeno nei trasporti. Non servono i sondaggi per saperlo. Un sacco di persone sono d'accordo con le peggiori cose attuate o progettate da Berlusconi. Questo è il nostro problema.



Il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è già stato limitato da due leggi. C'era proprio bisogno di una terza?

Ci si poteva accontentare di qualche ritocco, di una manutenzione ordinaria, di un aggiornamento. Invece qui siamo al giro di vite e molto stretto. E' vero che siamo ancora all'inizio dell'iter, ma l'inizio è pessimo. L'articolo 40 della Costituzione è sibillino. Dice che il diritto di sciopero «si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano». Se le leggi sono ultrarestrittive, come risulta dai paletti messi dal ministro Sacconi, ne consegue un drastico ridimensionamento del diritto di sciopero come fin qui esercitato nel nostro paese.


Questa è una legge antisciopero e, insieme, una legge contro la Cgil.

Non c'è dubbio che la Cgil è sotto tiro. Il segretario Epifani ha preso una posizione netta. Cisl e Uil sono più che disponibili. Però bisognerà vedere come si evolverà la situazione. L'ingordigia del governo è così grossa che persino Cisl e Uil potrebbero essere costrette a rivedere le loro posizioni.


Il ministro Sacconi, bontà sua, sostiene d'aver optato per la legge delega per valorizzare i contributi delle parti sociali.

E' vero il contrario. Una legge delega è una scatola vuota dove il governo può metterci quel che vuole.


Il ddl-delega approvato ieri dal consiglio dei ministri contiene leggere modifiche rispetto al testo anticipato dai giornali. In meglio o un peggio?

La sostanza non cambia. Non è certo una miglioria dire che "basterà" il 20% della rappresentanza per indire un referendum in cui almeno il 30% dei lavoratori dovrà approvare lo sciopero.


I referendum su accordi e contratti sono discrezionali, quelli sugli scioperi diventeranno obbligatori.

Con l'aggravante che per ottemperare alle macchinose procedure i tempi per fare uno sciopero diventeranno biblici.


Cose che succedono in un paese dove l'opposizione non c'è.

Se nemmeno una legge antisciopero riuscirà a imporre un minimo di unità ai pezzi sparsi delle sinistre, siamo davvero messi male.


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