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28 marzo 2011

La vicenda del Parini e il rapporto tra insegnanti e genitori

La vicenda del Parini fa venire in mente le seguenti considerazioni :

·         Da un lato molti genitori considerano un titolo di studio come un salvacondotto da sgraffignare a tutti costi e non come il risultato di una formazione felicemente acquisita. Inoltre hanno bisogno di difendere i figli per non compromettere la propria immagine verginale di educatori indefessi. Infine vogliono per forza dimostrare di essere più competenti degli insegnanti, in quanto, sulla base del praticume di cui tutti sono docenti, pensano di avere la pietra filosofale.

·         Dall’altro lato molti insegnanti non si aggiornano, non curano la comunicazione con i genitori come si deve e pensano di potersela sempre cavare con frasi buone per tutte le stagioni (“E’ distratto”, “E’ intelligente ma non si applica”). Inoltre pensano di non dover rendere conto del proprio sapere al neofita (e non sopportano dunque il contraddittorio), mentre è proprio questo che debbono fare ogni giorno, perché questo dà realmente la misura delle loro competenze. Un sapere che non si comunica forse non si è mai veramente formato.

·         Molti manager delle scuole fanno sempre una mediazione di bassissimo profilo. Invece di operare un compromesso, mantenendo la barra dritta verso il fine istituzionale di fornire una formazione decente ai propri studenti, essi fanno sintesi guardando ai soldi che la propria scuola deve incassare. Con questa finalità di corto respiro, essi sono compiacenti versi i genitori e sono reticenti verso i professori che magari hanno commesso errori, riproducendo così i mali esistenti.

·         La situazione che si è creata è il frutto soprattutto del saccheggio che si sta facendo della scuola pubblica. In pratica è una guerra tra poveri che non si accorgono che faranno la fine dei capponi di Renzo Tramaglino.

 

Che fare ? Rilanciare la vocazione pubblica della scuola che, prima di fornire lavoratori, deve formare cittadini istruiti e consapevoli dei valori della vita associata. Su questa base rendere il confronto tra i soggetti che vivono l’esperienza scolastica come una opportunità di miglioramento della propria vita quotidiana e non come una tenzone che serva a confermare i vari attori nel proprio satollo autocompiacimento. Il docente deve essere un pubblico funzionario ben pagato e con responsabilità consistenti che vengano scontate nel caso non si sia all’altezza.

 


12 marzo 2010

Cinzia Gubbini : obbligo scolastico addio. Nasce l'apprendista per legge

E' legge. Appena sarà stipulato l'accordo quadro con le regioni, in Italia tornerà la possibilità di andare a lavorare a 15 anni. Nella pioggia di novità contenute nel disegno di legge 1167 B (il cosiddetto «collegato al lavoro») approvato l'altro ieri al Senato, viene anche stabilito senza colpo ferire che l'obbligo scolastico terminata la terza media può essere assolto attraverso il contratto di apprendistato. Che, giuridicamente, è niente di più e niente di meno di un contratto di lavoro.
Anche in questo caso, nello spirito dell'intera partita del collegato, niente viene fatto alla luce del sole. Si confondono le acque. Si traveste il lupo da agnello. L'incipit del comma 6 dell'articolo 48 dice tutto: «stante l'obbligo di istruzione...» e continua facendo riferimento alla famosa norma introdotta dal centrosinistra nella prima finanziaria del governo Prodi: l'innalzamento a 16 anni dell'obbligo scolastico. Della serie: tranquilli, non cambia nulla. Invece cambia tutto. Perché l'apprendistato non può in nulla essere equiparato a un percorso di formazione. E' un contratto di lavoro, che prevede anche la formazione, ma che viene definito dai singoli contratti di categoria. Anzi, dopo la (famigerata) legge Treu, che quanto meno introduceva l'obbligo alla formazione esterna all'azienda - ambizione che, va detto, non è mai decollata, sia perché le regioni deputate a questo compito hanno pochi soldi, sia perché le aziende se ne disinteressano - la politica del lavoro ha operato ai fianchi di questo istituto. La legge Biagi riformando l'istituto dell'apprendistato ha tolto l'obbligo della formazione esterna. E anche un recente regolamento del governo vira verso il concetto di «azienda formatrice»: non c'è bisogno che l'apprendista affini le sue capacità anche attraverso un percorso di studio. Basta quello che si impara a bottega. E il riferimento alla «bottega» non è casuale. Quale lavoro, infatti, si può immaginare per un ragazzino o una ragazzina di 15 anni? Certo non entreranno nelle stanze dei bottoni delle aziende, certo non andranno a imparare il mestiere del professionista. Parrucchiere, estetiste, operai. A nulla più possono aspirare i ragazzi che non vanno troppo d'accordo con i libri. Una tragica conferma di quanto rilevato con preoccupazione giusto l'altro ieri dall'Ocse: in Italia il reddito è influenzato dal lavoro dei genitori. Dalla propria condizione di origine non ci si riesce ad emancipare. La scelta del governo, tra l'altro, evidenzia anche una visione molto «old style» del mercato del lavoro: oggi come oggi bisogna studiare anche per diventare una brava estetista e una brava parrucchiera, altro che «azienda formatrice»


Il centrodestra nel periodo delle polemiche dopo l'annuncio del provvedimento, ha sempre rispedito le accuse al mittente. Sostenendo che questo nuovo percorso servirà, semplicemente, a contrastare la dispersione scolastica. Il disegno di legge, infatti, contiene anche una delega con cui si promette di riformare l'apprendistato. Quando e come, però, non è dato sapere.
«E' una scelta classista, scellerata e autolesionista», denuncia la senatrice del Pd Mariangela Bastico, che in aula ha chiesto invano risposte alla maggioranza sul futuro dell'apprendistato e sul senso di questa norma, senza mai ottenere alcuna risposta. «Con questa norma il governo - continua la senatrice - si appropria di un anno di diritto all'istruzione sottraendolo ai ragazzi, abbassa a 15 anni l'età di ingresso al lavoro, riduce le opportunità di futuro e blocca la mobilità sociale». Tra l'altro Bastico ricorda uno studio della Banca d'Italia secondo cui investire sull'istruzione ha una resa del 7%, addirittura dell'8% al sud. Insomma, che spendere soldi sull'istruzione sia un investimento non è solo un modo di dire.
Ma ovviamente la posizione della maggioranza è che si sta parlando a tutti gli effetti di formazione, tanto che non viene abrogata la norma approvata nella finanziaria del centrosinistra che - oltre a innalzare l'obbligo scolastico - innalzava anche l'età minima per l'ingresso al lavoro a 16 anni. Di questa scarsa chiarezza si preoccupa il sindacato: «Abbiamo rilevato - osserva Maria Brigida della Cgil Flc - come negando che l'apprendistato è un contratto di lavoro si rischia di fare peggio: legalizzare lo sfruttamento dei minorenni». Ma c'è anche un altro aspetto da rilevare: «La determinazione del governo in questo campo è formidabile, e dimostra una consolidata visione del mondo. Conoscono benissimo l'importanza della conoscenza e della formazione. Solo che deve essere appannaggio del famoso 20% della società: non è un diritto di tutti».


8 marzo 2010

Matteo Bosco Bortolaso : California, sì al pubblico no ai tagli

«Obama, salva la nostra istruzione!». Il manifesto - un lenzuolo bianco con una scritta nera - sfila per le strade di downtown Los Angeles, non troppo lontano da Hollywood, dove tutto è pronto per gli Oscar. Studenti e professori hanno proclamato giornate di «sciopero» e di «azione» per difendere scuole e università finite sotto la scure dei tagli. Il bilancio in rosso della California non ha risparmiato nessuno: dall'università di Berkeley, patria delle rivolte del '68, alle scuole elementari dei poverissimi sobborghi di San Francisco.


Le manifestazioni (nella foto ap quella a Sacramento), iniziate a metà settimana nel Golden State, si sono estese in altre parti degli Stati Uniti. Sono state in gran parte pacifiche, anche se circa 150 persone sono state arrestate sulla superstrada 880 ad Oakland. Uno dei manifestanti è rimasto gravemente ferito. La polizia sostiene che abbia azzardato un salto troppo pericoloso. A Santa Cruz, la città del surf, gli studenti hanno bloccato l'accesso a un campus universitario. A Davis, non lontano da Sacramento, che è la capitale della California, alcuni manifestanti hanno tentato di paralizzare un'altra superstrada, ma sono stati bloccati dalla polizia armata di pepper spray.
Le proteste sono arrivate anche all'Università dello Stato del Wisconsin, nella città di Milwaukee, dove alcuni manifestati hanno gettato pezzi di ghiaccio contro i responsabili del campus. Sono seguiti sedici arresti. Le manifestazioni principali, comunque, si sono concentrate in California. La più grande è stata ospitata proprio dalla capitale, Sacramento, dove oltre mille persone hanno sfilato al suono dei tamburi.
Il bilancio statale della California, uno degli Stati più colpiti dalla crisi, è a corto di 20 miliardi di dollari. I fondi sempre più scarsi hanno portato a licenziamenti o stipendi più bassi per gli insegnanti. Come se non bastasse, lo scorso autunno è arrivato l'aumento della retta: la University of California, ad esempio, ha accresciuto del 32% le tasse, già costosissime come nel resto degli Stati Uniti. Le classi, all'opposto, sono diminuite. Alla California State University di Long Beach, i manifestanti denunciavano un taglio del 13% dei corsi. «Paghiamo di più e abbiamo di meno» ripetevano gli studenti arrabbiati.
Pure il governatore «terminator», Arnold Schwarzenegger, all'ultimo anno del suo mandato, ha ammesso che le scuole e gli atenei del Golden State sono «in condizioni terribili» e che sono necessari «più soldi». Soldi che, a parere di Alberto Torrico, leader democratico autore di una clamorosa proposta, dovrebbero arrivare da «una tassa ai petrolieri» per strappare il 12,5% dei loro profitti. Secondo le stime di Torrico, il balzello porterebbe alle casse californiane due miliardi di dollari che darebbero nuova linfa vitale all'istruzione della Costa Ovest. Un provvedimento del genere, comunque, avrebbe bisogno di due terzi dei voti del parlamento di Sacramento. E non tutti i politici della California hanno intenzione di far arrabbiare i petrolieri.


24 giugno 2009

Laura Chies : l'istruzione italiana invischiata nella trappola della conoscenza

 In questi ultimi mesi il dibattito sull’istruzione in Italia si articola su due grandi temi: la qualità dei risultati (scarsa) e la dimensione della spesa (eccessiva). Tale dibattito è stato stimolato dalla pubblicazione di rapporti che illustrano il mondo dell’istruzione con l’ausilio di numerosi indicatori e confronti internazionali. La pubblicazione di libri scandalistici, pamphlet informativi, articoli scientifici ha coinvolto molti economisti e sociologi, i quali hanno spiegato compitamente dimensione e caratteristiche del problema. L’intervento più sconcertante è stato però quello del Governo italiano che ha deciso a priori tagli alla spesa pubblica e al personale, giustificandoli poi, a qualche mese di distanza, con motivi riconducibili alla scarsa produttività didattica e scientifica delle nostre scuole e università. Il dato negativo sulla qualità dell’istruzione italiana è inserito in un quadro mondiale che vede le capacità di apprendimento dei giovani arretrare ovunque tra i paesi avanzati dell’OCSE, ma che colpisce in modo particolare l’Italia, che parte da posizioni di retroguardia. Il punto dolente è proprio questo. Perché l’Italia si trova quasi sempre in coda alle classifiche dei paesi avanzati, quando l’argomento è lo stato dell’istruzione e soprattutto della conoscenza? La risposta che si può suggerire è che il coordinamento istituzionale è assolutamente deficitario. Ognuno degli attori in gioco (il sistema politico, quello dell’istruzione, quello delle imprese e il sistema sociale) sembra agire sulla base di finalità indipendenti, se non addirittura contrapposte. Guardando all’istruzione dal punto di vista di un economista, la scelta dell’investimento in istruzione ha un unico obiettivo, quello di migliorare le prospettive di reddito e di favorire l’aumento del livello di sviluppo umano ed economico. Leggendo invece le analisi condotte dal Governo e quelle che derivano dalle indagini sulle preferenze delle imprese nelle assunzioni, il livello dell’istruzione degli individui non risulta essere un investimento altamente produttivo, ma solo un aggravio di costi. Il coordinamento tra mondo dell’istruzione e quello della produzione pubblica o privata che sia, appare molto labile. La scarsa valorizzazione del capitale umano nazionale è evidente nel settore privato, quando si analizza l’indagine Excelsior di Unioncamere sulle esigenze occupazionali delle imprese. Gli imprenditori, infatti, non ritengono l’istruzione una caratteristica importante sia ai fini della selezione del personale, che per gli scopi della produzione. Il 60% delle imprese considera il titolo di studio poco o per nulla importante al fine della scelta del candidato idoneo all’assunzione, mentre nelle previsioni delle piccole imprese (il 95% circa del totale delle imprese italiane) l’assunzione di un laureato è un evento che tocca solo il 5% del totale del turnover annuo. Se il settore privato non premia l’istruzione, quello pubblico e quello delle “libere professioni” usa la laurea come una sorta di barriera all’entrata, dato il valore legale della stessa, più che come utile strumento di segnalazione di capacità individuali. Le famiglie, infine, costituiscono il luogo più alto di coordinamento tra gli incentivi misurati in termini di salari relativi dell’istruzione, che provengono dal sistema della produzione, e incentivi privati all’incremento della capacità di apprendimento come strumento di emancipazione sociale. Entrambi i segnali risultano distorti in Italia e il risultato è un livello di spesa delle famiglie modesto, anche se sconta il fatto che la spesa per l’istruzione primaria e secondaria è per lo più spesa dello Stato e non delle famiglie, che in totale ammonta comunque a poco più dello 0.5% del PIL (vedi Tavola sottostante).

Il risultato è più soddisfacente se visto in termini quantitativi, infatti, il livello dell’istruzione aumenta tra gli italiani e i laureati costituiscono poco meno di un terzo degli occupati, ma è la popolazione in età lavorativa compresa tra i 25 e 64 anni ad essere ancora poco scolarizzata (solo il 13% è in possesso di una laurea, contro una media OCSE del 27% e UE del 24%) che male si attaglia ad un sistema di produzione di frontiera tecnologica proprio degli altri paesi avanzati [1], in cui l’istruzione specialistica è il fattore chiave. Un Paese come il nostro nel quale i costi del coordinamento istituzionale sono elevati e in cui i risultati della formazione sono modesti, non può che presentare un sistema di istruzione prevalente di tipo generico e non specialistico, proprio dei paesi avanzati. L’Italia non è in grado quindi di sfruttare quei vantaggi di produttività attribuibili ai lavoratori con profili di specializzazione elevati che compensano la scarsa produttività dei lavoratori manuali. Il problema reale è che questi lavoratori altamente specializzati sono troppo pochi e gli incentivi individuali troppo ridotti per promuovere un vero cambiamento del sistema. Il fatto più grave è che gli attori principali politici, economici e sociali non riescano ad avere una visione unica del problema rappresentato dal debole legame tra produttività e capitale umano e che offrano come soluzione la riduzione della spesa, sperando che in una situazione di scarsità di risorse passa emergere spontaneamente un equilibrio economico migliore. Il risultato del mancato coordinamento è preoccupante. Se nel 1997 potevamo affermare con soddisfazione di aver raggiunto e superato il livello di reddito pro capite medio dell’Europa a 27 Paesi di ben 19 punti, oggi le previsioni Eurostat ci pongono in netto svantaggio rispetto agli altri partner (vedi grafico) sia rispetto alla variazione del PIL pro capite (-17,8% tra il 1997 e il 2008), sia rispetto al valore di parità. Fatto 100 il valore di parità UE a 27 Paesi l’Italia segna oggi un misero 97,8.


15 febbraio 2009

Enrica Rigo : la scuola oggi attraverso le riflessioni di W.E.B. Du Bois

 

In un saggio del 1903 sul ruolo dell'educazione per il riscatto della «razza Negra» W.E.B. Du Bois scriveva: «Formeremo uomini solo se assumiamo a oggetto del lavoro nelle scuole la condizione stessa degli esseri umani - l'intelligenza, la sostanziale solidarietà, la conoscenza del mondo e le relazioni che gli uomini intrattengono con esso - è questo il curricolo di quell'Alta Formazione su cui si devono costruire le fondamenta di una vita reale» (The Talented Tenth, in The Negro Problem, New York 1903). La presa di posizione dell'intellettuale e leader afroamericano è accompagnata da un'instancabile polemica contro qualunque ruolo salvifico del lavoro, implicito nell'opposta visione impersonificata dall'altro leader nero a lui contemporaneo, Booker T. Washington, secondo la quale agli studenti dovrebbe essere insegnato «come guadagnarsi da vivere» (da Up to Slavery pubblicato originariamente da Washington nel 1901). Per nulla invecchiata, la riflessione di Du Bois è anzi profondamente in sintonia con l'Onda del movimento che dalla scuola all'università ha investito, tra Settembre e Dicembre, l'intero sistema formativo italiano criticando proprio quel nesso tra formazione e mondo del lavoro che più di un decennio di riforme ha tentato di far passare come desiderabile, oltre che come ineluttabile necessità.



Diritti transitori
Prendere come spunto di riflessione la polemica tra Du Bois e Washington consente di tematizzare entro uno schema coerente anche un'altra proposta che ha impegnato le cronache durante le ultime settimane, ovvero quella di istituire classi «ponte» per i bambini immigrati nelle scuole primarie, e di discuterla entro la questione più generale dell'accesso degli stranieri ai diritti di cittadinanza e, in particolare, all'istruzione. Nella mozione approvata in parlamento su proposta della Lega Nord - e ingannevolmente ammantata di ragionevolezza politica da una relazione introduttiva imbottita di dati - salta agli occhi la definizione della misura quale politica di «discriminazione transitoria positiva». Senza approfondire nel merito l'abuso con il quale viene utilizzata l'espressione discriminazione positiva (che pur con delle ambivalenze affonda le sue radici nella storia del movimento per i diritti civili americano e nella tradizione della Critical Race Theory) è proprio l'aggettivo «transitoria» che appare paradigmatico e inquietante. A essere considerata transitoria non è infatti la discriminazione, che se fosse introdotta perdurerebbe ovviamente a lungo, ma una condizione intrinseca alle migrazioni stesse per cui i migranti sono sempre visti come titolari di diritti pro tempore.
Nel caso specifico, l'introduzione di un canale di accesso parallelo e subalterno all'istruzione pubblica sarebbe addirittura giustificata da una duplice condizione transitoria: quella di essere immigrati e per giunta bambini. Questa transitorietà «destinata a protrarsi indefinitamente» - per utilizzare la bella espressione del sociologo algerino Abdelmalek Sayad - è carica di conseguenze sul piano politico, dal momento che ciò di cui si è espropriati quando si viene inchiodati alla contingenza presente è esattamente la possibilità di scegliere il proprio futuro, come non a caso denuncia anche uno degli slogan del movimento dei mesi scorsi.

Stanziali per legge
Questo approccio alle migrazioni acquisisce un significato ulteriore se si considerano alcune linee di tendenza che emergono dalle più recenti politiche europee e che puntano a realizzare un modello che la Commissione definisce come circular migration (una serie di articoli sull'argomento sono reperibili nel sito www.carim.org/circularmigration). Non si tratta più della «transitorietà» con la quale è stata gestita in molti paesi europei la manodopera immigrata nel dopoguerra, per cui i «lavoratori ospiti» erano incentivati a rientrare nei paesi di provenienza una volta soddisfatto il fabbisogno di forza lavoro; tanto meno siamo di fronte a una transitorietà che conduce virtuosamente verso la cittadinanza. Una delle specificità del sistema della Blue card che la Commissione europea vorrebbe introdurre per gestire a livello comunitario la manodopera immigrata «altamente qualificata», e che la differenzia, per esempio, dalla Green card statunitense, è esattamente quella di non dare accesso alla cittadinanza né, almeno in prima battuta, alla residenza permanente.
A ben guardare, è proprio in questo dispositivo, pensato per attrarre tecnici e ingegneri formati in paesi di economie emergenti come quella di Cina o India, che si possono scorgere caratteristiche specifiche e esiti politici di una formazione improntata a «rispondere in modo effettivo e puntuale alla domanda fluttuante di lavoratori immigrati altamente qualificati (ed a compensare le carenze di competenze attuali e future)» (si vedano la relazione alla proposta di direttiva comunitaria e i lavori della High Level Conference on Legal Immigration tenutasi a Lisbona nel settembre 2007). Il «premio» che i lavoratori altamente qualificati ottengono con la Blue card è costituito, infatti, da un alto grado di flessibilità e mobilità fisica nello spazio europeo, coniugata all'immobilità del proprio status giuridico - e quindi sociale - di fronte ai diritti di cittadinanza. In altre parole, l'artificiosa temporalità imposta dall'ordinamento giuridico alle migrazioni acquisisce, in questo contesto, il significato di gestione duratura del transito e della circolazione di manodopera attraverso un dispositivo che differenzia permanentemente l'accesso dei migranti ai diritti. Nessuno stupore, quindi, che tra gli obbrobri giuridici già sperimentati dal sistema possa essere concepita anche una «discriminazione transitoria positiva» di cui i bambini dei migranti porteranno addosso i segni in permanenza.
Prima di tornare alle splendide pagine di Du Bois sull'eccellenza che sola può salvare e far progredire le razze, è opportuno introdurre un ulteriore elemento di riflessione. Per ottenere la Blue card, oltre a una formazione altamente qualificata testimoniata da un diploma riconosciuto, sarà necessario presentare un contratto di lavoro con una retribuzione prevista di almeno tre volte superiore al salario minimo. Ma che cosa accadrebbe se un illuminato liberale, convinto assertore dell'autonomia contrattuale, decidesse di assumere come badante un'astrofisica laureatasi in un'università dell'Unione Sovietica o come giardiniere un raffinato linguista formatosi in qualche paese del Medio Oriente e di pagarli il triplo del salario minimo? Simili casi non sono certo previsti dalla direttiva che, prevedendo accessi separati alla mobilità, si illude di poter ignorare e liquidare come una massa indifferenziata di cittadini «illegali» i migranti vivono e lavorano qui ricevendo anche meno del salario minimo.

Adulatori della mediocrità
La domanda è certo posta in modo provocatorio, ma è contro l'incapacità di vedere l'eccellenza che Du Bois dirige il suo sarcasmo più feroce: ovvero, contro «I ciechi adulatori della Mediocrità che gridano allarmati: queste sono eccezioni, guardate qui morte, disastri e crimine - sono loro la regola compiaciuta!». Ed è sempre l'autore del classico manifesto nero The Souls of Black Folk (New York 1903) a ribattere che è stata proprio la stupidità di una nazione che ha sistematicamente umiliato i talenti ad avere fatto della mediocrità la regola. Una stupidità simile a quella per cui nelle università italiane il numero di stranieri iscritti è pari al 2,2 %, contro una media Ocse superiore al 7,5 % e che in paesi come Inghilterra e Germania raggiunge punte percentuali a due cifre. Un dato, questo, senza dubbio da imputare alle incredibili difficoltà delle procedure per ottenere un visto per studio o per convertire un permesso di soggiorno per studio in lavoro, ma specchio, altresì, dell'inadeguatezza di un'offerta formativa che pur blaterando di flussi di capitale si ostina a chiudere gli occhi di fronte a quelli umani. E ancora, la stessa stupidità che mentre è intenta a proporre accessi subalterni all'istruzione primaria non si accorge che le occupazioni e le mobilitazioni nelle scuole hanno coinvolto istituti dove l'incidenza dei bambini stranieri è altissima, e dove le loro famiglie sono impegnate, accanto alle altre, in difesa della scuola pubblica. Perché, scrive ancora Du Bois: «Non abbiamo diritto a stare in disparte in silenzio mentre si gettano i semi di un raccolto di disastro per i nostri bambini, neri e bianchi».


12 febbraio 2009

Tonino Bucci : intervista a Edoardo Sanguineti. Confindustria, scuola e meritocrazia

 

Addio ugualitarismo, viva la meritocrazia. Questo sarebbe lo slogan più efficace per riassumere il condensato filosofico di un inserto pubblicato sul giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore. «Appare tramontata un'idea egualitaristica sul lavoro: nei suoi confronti primeggia nettamente un orientamento volto a garantire pari opportunità a tutti in fase di partenza, poi però ciascuno deve darsi da fare autonomamente. Gli fa eco un atteggiamento meritocratico, mentre una visione egualitarista sul lavoro raccoglie poco più della metà dei consensi». Queste righe accompagnavano a titolo di commento i risultati di un sondaggio sui lavoratori dipendenti e sulla rappresentazione che questi hanno della loro professione (rapporto nazionale della Fondazione Nord Est). E, accanto all'essaltazione del merito e alla rottura delle tutele, non poteva mancare un attacco alla rappresentanza sindacale, dipinta come uno degli aspetti più vischiosi al cambiamento. Ci sono, in questi rapidi cenni, i capisaldi di una filosofia aziendalista, l'unica che le classi dirigenti mostrano d'avere dinanzi alla crisi economica. Si può riassumere così: dal collasso dell'economia reale si esce soltanto smantellando il sistema di regole e tutele universali dei lavoratori, a partire dal contratto nazionale. Come se una volta eliminata l'uguaglianza dei diritti potessero liberarsi i meriti personali. D'incanto si sprigionerebbe la creatività dei lavoratori e la produttività schizzerebbe in alto. "Meritocrazia" è una brutta bestia. E' la parola magica che ha accompagnato tutte le controriforme degli ultimi anni. Non a caso, anche la cosiddetta "riforma" della scuola trova la giustificazione ideologica nel voler smantellare un'università che non "premia i migliori". E quale sarebbe una scuola meritocratica? Una scuola dove per uno che passa, un altro non ce la fa. Una scuola improntata, per l'appunto, al modello azienda e a uno schema di competizione che si risolve in un gioco a somma zero: io vinco se tu perdi. La meritocrazia - che sia riferita al mondo del lavoro o a quello scolastico è lo stesso - è tutta ripiegata sulla dimensione individuale dove la misura del proprio successo è determinato dalla sconfitta altrui e viceversa. E' il contrario della cooperazione, tanto del sapere come impresa collettiva quanto del lavoro come opera sociale. Sta di fatto che negli ultimi anni la parola "meritocrazia" ha scavato nell'immaginario ed è entrata nel senso comune come l'unica ricetta possibile a un paese come l'Italia notoriamente afflitto da clientelismi e corporazioni. A Edoardo Sanguineti, scrittore, critico letterario e intellettuale storico della sinistra italiana, abbiamo chiesto di tracciare un percorso tra i termini della questioni, a partire dalla crisi economica e dall'invisibilità del lavoro per arrivare alla trasformazione delle università in fondazioni private.



Ogni volta che spunta una controriforma - si tratti dello smantellamento della scuola o delle tutele contrattuali del lavoro - salta fuori la filosofia della meritocrazia. E anche nel senso comune è passata l'idea che l'ugualitarismo, cioè la garanzia di diritti universali, sia sinonimo di piattume e depressione. Ma è proprio questa la via d'uscita alla crisi economica?

E' un vecchio problema. Il diritto formale borghese è fondato su questo principio: la legge sia uguale per tutti e poi vinca il migliore. Se vivessimo nel paese della cuccagna o in uno Stato dove non ci fossero distinzioni di classi, potremmo anche starci. Ma il guaio del diritto formale è proprio quello di prescindere dalle divisioni sociali ed economiche che in ultima istanza decidono delle nostre esistenze concrete. Se davvero tutti partissero alla pari la legge funzionerebbe splendidamente. Ma se invece c'è una parte della società che può permettersi di mandare i figli a frequentare l'università all'estero e un'altra no, se una parte può curarsi nelle migliori cliniche e all'altra questa possibilità è preclusa e via così di esempio in esempio, è evidente che c'è una condizione di ingiustizia. Sarebbe molto bello, per restare in tema di università, se tutti gli atenei funzionassero sul modello della Normale di Pisa. Lì si accede per concorso, quindi in base al merito. La Normale è un vero campus, si ha diritto a vitto e alloggio e si ha la possibilità di frequentare con agio tutti i corsi. Ma altra cosa è la trasformazione degli atenei in fondazioni private in concorrenza tra loro - che mi pare il principio ispiratore della riforma universitaria. La libertà di uno studente di scegliere l'università migliore è una libertà solo formale, sulla carta. Non tutti possono permettersi di andare a studiare in un'altra città e di sostenere il costo di una stanza vista la speculazione degli affitti nelle città universitarie. Si può filosofeggiare quanto si vuole sul merito e sulla bellezza delle fondazioni private, ma se non hai una famiglia che ti sostenga alle spalle non c'è nessuna libertà di scegliere l'università migliore.

Questa meritocrazia assomiglia molto alla competitività modello aziendale. Qualcuno vince perché c'è un altro che perde. E' la ricetta confindustriale: mettere i lavoratori in guerra tra loro. Non è così?

Abbiamo una Costituzione fondata sul lavoro che tutela chi produce. Ci stiamo allontanando da quella Carta. Si capisce che Confindustria invochi in nome degli interessi imprenditoriali il criterio del merito ma questo non è possibile in una situazione di ineguaglianze sociali. In questa società cominciano a essere in dubbio persino i diritti fondamentali a partire da quello della casa. Per anni le banche hanno comprato pezzi intere di città e hanno prestato denaro con molta disinvoltura fino al punto di strangolare le persone con l'innalzamento dei tassi dei mutui. Il risultato è la concentrazione della ricchezza nelle mani delle banche. Si può dire, senza forzature, che tutta la nazione sia ormai improntata al modello aziendale. L'azienda-Italia, per l'appunto. Ma la meritocrazia che sta al fondo di questa mitologia della produttività è il contrario della concorrenzialità. E', piuttosto, la via maestra al monopolio e alla concentrazione. Da un lato, calano gli investimenti e chiudono le fabbriche, dall'altro, aumentano gli sportelli bancari.

La crisi non è solo finanziaria ma colpisce anche l'economia reale. Scomparirà la decantata società dei ceti medi?

Sarà che sono un vecchio materialista storico ma mi pare che si restringe la base sociale della piccola borghesia. Il conflitto si restringe fra una élite di iperricchi e una massa di sventurati in difficoltà. La globalizzazione ha esportato in tutti i paesi precariato e instabilità dell'esistenza. Tutto il resto è mitologia. Tra questi due poli la piccola borghesia è schiacciata ed è destinata a sparire assieme a tutte le fantasie su una ipotetica terza forza. Non dimentichiamo che da questo gruppo sociale sono venuti in gran parte gli insegnanti delle scuole, di quelle elementari e medie soprattutto. La crisi della scuola è legata anche alla crisi d'identità di ceti medi e piccola borghesia. Anche quelli che una volta si chiamavano colletti bianchi non possono chiamarsi fuori dall'insicurezza generale. Anche un direttore di banca può essere spedito da un momento all'altro a dirigere una filiale in un'altra città abbandonando patria e famiglia. E se non accetta entra in esubero.

Nel senso comune è passata l'idea che l'uguaglianza opprime la libertà e impedisce a chi è creativo di emergere. Basta con le tutele per tutti i lavoratori e basta con la scuola uguale per tutti. Non è questo il messaggio predominante?

Continuo a fare riferimento alla Costituzione. L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. A me piace dire che il lavoro è la condizione centrale nella vita di ognuno. Fin da bambini compiamo un lavoro gigantesco per passare dalla condizione "naturale" a una condizione sociale che è la premessa per l'integrazione nella vita produttiva. Oggi l'etica del lavoro e l'universalismo dei diritti sono messi a dura prova. Quel che accade nella scuola è sintomatico. Pensiamo alla spinta del Vaticano perché lo Stato finanzi scuole private cattoliche. E' una filosofia che contraddice il principio costituzionale di una una scuola pubblica per tutti indipendentemente da provenienze sociali e culturali. E' come se proponessimo scuole elementari comuniste o rivendicassimo la presenza di insegnanti comunisti. Sempre per rimanere sul terreno dell'istruzione, un altro elemento che smantella il sistema dell'ugualitarismo è il conflitto tra dimensione nazionale e istanza regionalistica. D'accordo che le scuole abbiano l'autonomia di decidere il calendario di apertura e chiusura in base a esigenze locali, ma altra cosa è modificare i programmi nazionali. C'è una parcellizzazione dell'insegnamento, una regressione alle storie locali, si inventano genealogie che risalgono all'età della pietra. A tutto questo si aggiunge la precarizzazione degli insegnanti.

Da un lato c'è l'esaltazione dell'inglese, dall'altro andiamo verso una scuola chiusa sul localismo e le piccole patrie. Nella circolare Gelmini che sta per arrivare negli istituti scopriamo che scompare la seconda lingua comunitaria.Come sarà la scuola del futuro?

Mio dio, dove troveremmo tutti questi insegnanti per l'inglese? E poi quale inglese, quello che si parla in Australia o in Canada? Abbiamo già tante difficoltà per stabilire qual è l'italiano, se sia quello della televisione o degli sms o che altro. C'è poi questa visione utopica che sarebbero le famiglie a dover scegliere l'orario e se vogliono l'insegnante unico o no. Ma la verità è che le loro richieste non potranno essere garantite perché gli istituti non hanno né personale né risorse a sufficienza. A prevalere, al di là dei principi dichiarati, saranno i tagli. La crisi economica comincia a far sentire gli effetti anche a partire dalla scuola. E nella società si scatenerà una corsa al lavoro, quale che sia, non importa quanto bassa sarà la retribuzione. Questo significa che non vengono privilegiati i lavori qualificati o creativi, come ci raccontano. Un laureato, quando va bene, si accontenta di fare il custode in un museo. Magari in attesa di vincere un dottorato di ricerca. In questa situazione si sceglie di disinvestire e smantellare scuole e università. Questo sistema economico non ha bisogno di formare laureati. Il peggio è che queste politiche si ammantano del termine "riforma" che un tempo era una parola di sinistra. I conservatori oggi si presentano come innovatori.


4 febbraio 2009

Salvo Intravaja : niente più fondi per i corsi di recupero, le scuole nel caos

 

Corsi di recupero nel caos e alle famiglie non resta che rivolgersi ai professori privati. A pochi giorni dall´avvio delle attività che dovrebbero consentire agli studenti delle superiori di recuperare le insufficienze rimediate nel primo quadrimestre, i presidi non sanno che pesci prendere. Mancano i soldi per pagare eventuali insegnanti esterni e le risorse per quelli interni sono insufficienti.
In provincia di Milano i capi d´istituto hanno chiesto lumi al dirigente dell´Ufficio scolastico provinciale (l´ex provveditorato agli studi) sentendosi rispondere che «al momento non c´è nessuna certezza». Il consiglio che arriva dal provveditorato è di svolgere i corsi interrompendo le lezioni. «Una soluzione ragionevole e già adottata in molte scuole - dice Antonio Lupacchino, il dirigente dell´Ufficio scolastico milanese - è fare i corsi al mattino, sospendendo per una settimana l´attività didattica. In questo modo i presidi non hanno da pagare ore di straordinario agli insegnanti». Ma non sempre la soluzione è praticabile perché occorre garantire almeno duecento giorni di lezione.
In difficoltà un po´ tutti i dirigenti scolastici della penisola, da Milano a Palermo. «La legge sui corsi di recupero è rimasta - dichiara polemicamente Roberto Tripodi, presidente dell´Associazione delle scuole autonome della Sicilia - ma quest´anno non è stata finanziata». Le scuole, dopo gli scrutini del primo quadrimestre, hanno l´obbligo di organizzare corsi di recupero per tutti i ragazzi che hanno riportato insufficienze in una o più materie ma i fondi scarseggiano. «Per evitare ricorsi da parte delle famiglie - continua Tripodi - ci sono due alternative: utilizzare i finanziamenti Idei, cioè quelli degli Interventi didattici educativi ed integrativi, che sono insufficienti, o interrompere le normali attività didattiche. Ma in questo caso cosa fanno i ragazzi che non hanno materie da recuperare?». Per oggi, annuncia Francesco Scrima, leader della Cisl scuola, nel corso del tavolo tecnico che si svolgerà al ministero».
Qualche giorno fa, i segretari (i direttori dei servizi amministrativi) delle scuole piacentine hanno denunciato «la gravissima situazione finanziaria ed economica in cui versano gli istituti della provincia». In un ampio documento i segretari della provincia di Piacenza segnalano una serie di «problemi aperti urgenti», tra i quali proprio il finanziamento per il corrente anno scolastico dei corsi di recupero. «Il problema esiste e assume particolare rilevanza proprio in questi giorni» spiega Giorgio Rembado, presidente dell´Associazione nazionale presidi. I capi d´istituto, senza sapere quanto potranno spendere per pagare i docenti a 50 euro l´ora, devono trovare la soluzione a numerosi quesiti.
Quanti corsi di recupero sarà possibile attivare? Per quali materie e per quante ore? E ancora: con quali risorse si dovranno eventualmente pagare i docenti esterni, se i professori della stessa scuola non intendono svolgere i corsi di recupero pomeridiani? La norma prescrive corsi di almeno 15 ore, ma la realtà sarà probabilmente un´altra. E rivolgersi ai prof privati può costare alle famiglie dai 15 ai 50 euro l´ora.
Nel 2008, le scuole hanno sfruttato un finanziamento di 240 milioni. Quest´anno, anche conteggiando il budget erogato con il fondo d´istituto (800 euro a docente), mancano all´appello 58 milioni.


Che speranze abbiamo con queste quadrumani ?

La Uil scuola ha inviato una lettera al ministro dell´Istruzione, Mariastella Gelmini, per sapere su quali risorse è possibile contare «al fine di consentire un´attenta programmazione dei corsi di recupero», scrive il segretario, Massimo Di Menna. «Oltre agli alunni che riportano insufficienze - rilancia Piero Bernocchi dei Cobas - in realtà a essere in difficoltà sono proprio le scuole che, come al solito, devono gestire fondi che sono scarsi in relazione alle reali esigenze». Anche per questa ragione, il prossimo 12 febbraio la Flc Cgil organizzerà un sit-in davanti la sede del ministero.
I corsi di recupero furono lanciati nel 2007 dall´ex ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni. Nell´anno 2007/2008 dopo il primo quadrimestre furono due milioni gli studenti che riportarono insufficienze nella pagella del primo quadrimestre. Ma il totale delle materie insufficienti, con in testa matematica e inglese, toccò quota 8 milioni: in media quattro a testa.


13 dicembre 2008

Enzo Modugno : la macchina delle conoscenze. Riflessione sui saperi e la scuola

 

A ogni ondata di lotte per l'istruzione riaffiorano le questioni sulla natura delle conoscenze: chi le produce, chi se ne appropria, «che fare». Con almeno tre linee interpretative.
La prima - dovuta ai nostalgici del fordismo che ritengono che il capitale non sia cambiato - ripropone la rivendicazione tradizionale dei partiti di sinistra che è sopravvissuta come richiesta della formazione una volta fornita dalla riforma Gentile, ma estesa a tutti con la scuola pubblica. È la linea di qualche partito e di qualche sindacato anche di base della scuola. Equivale alla pretesa di quei socialisti francesi dell'800 che volevano far diventare tutti capitalisti. La seconda non è altro che positivismo informatico: teorici della moltitudine e mediologi postmodernisti che hanno creduto nelle capacità liberatorie delle nuove tecnologie, e che considerano perciò il nuovo capitale come puro dominio, ormai senza alcuna funzione nella produzione. Credono cioè che le tecnologie informatiche non siano macchine capitalistiche ma strumenti dell'«intellettualità diffusa». L'economia sarebbe diventata, come credeva Foucault, bioeconomia: quindi niente più macchine perché è il cervello umano che è diventato capitale fisso. E quindi concludono, romanticamente, che sono diventati produttivi tutti i viventi.
Queste due prime posizioni dunque ritengono che sia possibile appropriarsi del sapere nella forma in cui si trova. La terza interpretazione invece, che qui si vorrebbe argomentare, critica il sapere alla radice. Perché, reificato nel corso di un lungo processo storico, il sapere è stato portato all'esterno, separato dal cervello umano, identificato con la matematica, cristallizzato in un apparato materiale: e è diventato infine mezzo di produzione e prodotto di una nuova forma di capitale. Liberare il sapere dai limiti del cervello umano è la specialità di questo nuovo capitale: le conoscenze infatti abbandonano l'ambito ristretto del lavoro intellettuale di cui erano il dominio, talmente fuse che in realtà non circolavano; ora invece, prodotte e utilizzate da grandi masse di lavoratori mentali dequalificati, possono circolare sul mercato mondiale, diventano il nuovo valore di scambio, si generalizzano. 



Quest'ultima posizione ha radici in Marx e nella filosofia del '900. La critica del sapere, che da Husserl a Heidegger, da Lukàcs a Korsch, da Sartre alla Scuola di Francoforte poteva sembrare una deduzione trascendentale, era in realtà una deduzione empirica. Perché se, come ha scritto Marx, ciò che muove le menti dei filosofi muove anche le ferrovie, nel nostro caso l'analisi del sapere reificato coincideva con l'analisi della produzione capitalistica di conoscenze che allora si stava preparando. E quando questa ha cominciato a affermarsi, la critica dei filosofi è diventata critica di massa del sapere almeno a partire dal '68. Questo sapere reificato, matematizzato, mercificato, pietrificato era diventato una macchina capitalistica, e non ci si può riappropriare di un sapere così ridotto, diventato un dispositivo di dominio messo a punto per estorcere plusvalore. Per questo il «rifiuto del sapere» ha determinato i comportamenti più radicali nelle lotte, nei movimenti collettivi e negli atteggiamenti quotidiani.


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28 ottobre 2008

Le tre piaghe dell'Università : tagli, mercato e baroni

 

Studenti, dottorandi e lavoratori dell'università hanno almeno tre ottime ragioni per protestare. Il governo taglia fondi nonostante l'Italia sia il paese Ocse che investe meno nell'università. Il sistema non funziona, non produce laureati. In più, è viziato dai privilegi e dal nepotismo dei baroni. E il mercato italiano non investe in ricerca, produce disoccupazione intellettuale e condanna gli studenti alla precarietà.
Contro il governo
La spesa totale per le università in Italia nel 2005 ammontava a 16.700 milioni di euro. Lo stato contribuisce per il 67%, le tasse degli studenti per l'11,7%, altri enti pubblici e privati per il 35%. Le famiglie investono nell'educazione universitaria 1.379 milioni di euro (+35% dal 2000 al 2005), 380 milioni nel caso delle università private (+40%). La spesa media di iscrizione è 730 euro per le statali e 3 mila per le private. La spesa universitaria in rapporto al Pil è pari allo 0,9%, rispetto a una media dei paesi Ocse dell'1,3. Si tratta della più bassa d'Europa. Mentre in Corea il rapporto è pari al 2,4%, in Canada al 2,8% e negli Usa al 2,9%. Anche rispetto alla spesa pubblica totale, l'Italia è ultima con solo l'1,6% destinato all'università (media Ue 2,8%). Per ogni studente italiano lo Stato investe 8.026 dollari, contro una media Ocse pari a 11.512. I tagli Tremonti-Gelmini non fanno che aggravare pesantamente la situazione.
Solo per il taglio dell'Ici, all'università arriveranno 467 milioni in meno. Nel giro di 5 anni il governo prevede una riduzione del fondo di finanziamento ordinario alle università pari all'1,5 miliardi su un totale di 7,4 miliardi (-10,3%). Si passerà da 63,5 milioni di tagli nel 2009 fino a tagli di 455 milioni nel 2013. Inoltre è bloccato il turn over delle assunzioni. Solo il 20% del risparmio dovuto ai pensionamenti potrà essere reinvestito in assunzioni: un'assunzione ogni 5 pensionamenti. Eppure in Italia i professori non sono tanti, 29 studenti per ogni docente, contro una media Ue di 16,4. La manovra del governo è una mazzata mortale per gli atenei italiani che rischiano il fallimento. Paradossalmente non basterebbe neppure aumentare le rette. Per legge le tasse non possono superare il 20% del fondo di finanziamento ordinario, e siccome il governo taglia proprio questo fondo, taglia anche il potenziale aumento delle tasse.



Contro i baroni
Se ne parla pochissimo: i professori universitari hanno un privilegio raro che li accomuna a parlamentari, magistrati e alti gradi dell'esercito (d'altronde in parlamento ci sono molti prof). Il loro stipendio non è regolato da un contratto nazionale di lavoro ma aumenta in modo automatico ogni due anni. Non importa se il datore di lavoro, ovvero lo stato, abbia più o meno disponibilità, o se l'università produca bene o male. Loro, comunque, hanno il diritto di guadagnare di più. Un docente dopo 15 anni di carriera guadagna una media di 29.287 euro all'anno contro una media Ocse di 37.832 e un media Ue di 38.217 (un prof tedesco arriva fino a 50.119 euro l'anno), ma mentre un lavoratore italiano «non accademico», oltre a guadagnare meno di un pari grado tedesco deve sottostare alla contrattazione, gli stipendi dei prof lievitano motu proprio. E' proprio questo meccanismo a far saltare il banco. Gli stipendi infatti costituiscono ben l'88% del fondo ordinario elargito dallo Stato. Con i tagli questa percentuale è destinata ad arrivare fino al 90%-100%. Un docente ordinario della Statale di Milano guadagna in media 3.654 euro al mese, un associato 2.660 euro al mese, un ricercatore 1.838 euro (ma parte da 1.00 euro). Gli scatti per i prof salgono dell'8% ogni due anni nei primi anni di carriera, del 6% dopo qualche anno, e del 2,5% a fine carriera. A questi va aggiunto un aumento annuo medio del 2,5-3%. Il governo non intende più farsene carico e li scarica sui bilanci degli atenei. Lo slogan più riuscito degli studenti in protesta è «La vostra crisi non la pagheremo noi»: di certo la crisi non la pagheranno i loro professori. Mentre le retribuzioni dei prof salgono per magia, i lavoratori non docenti solo da un mese possono usufruire del contratto firmato nel 2006 e il governo già gli riduce lo stipendio tagliando i compensi accessori del 10%.
Gelmini, inoltre, ha rinviato sine die la costituzione della «Agenzia nazionale della valutazione dell'università e della ricerca» progettata ma non realizzata dall'ex ministro Mussi. Significa che i prof potranno continuare a lavorare senza controllo, e senza alcun controllo saranno anche le modalità di reclutamento dei giovani in una situazione di concorsi spesso viziati da nepotismo. E i tagli colpiscono in modo indiscriminato senza tenere conto delle differenze tra atenei e senza nessuna valutazione della proliferazione spesso sconsiderata dei corsi. Un ordinario ha l'obbligo di dedicare 350 ore alla didattica all'anno, 250 ore se non è a tempo pieno, ma in questo caso può fare anche altri lavori come professionista. E' vero che poi esiste, o esisterebbe, il lavoro di ricerca (secondo un criterio fissato dalla Ue un prof lavora in tutto fino a 1512 ore l'anno) ma, in assenza di meccanismi di valutazione, tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli.
Il risultato è che la produttività dell'università italiana è pessima. Nonostante 305 mila nuovi immatricolati, per un totale di 1 milione e 130 mila iscritti, l'Italia è l'ultima in Europa per numero di laureati con solo il 13% nella fascia di età tra 24 e 65 anni (media Ue 24%; Usa 38%, Giappone 41%). Rispetto all'Europa siamo sotto di 3,5 milioni di laureati. Il 20% degli immatricolati abbandona al primo anno. Il 50% non arriva alla laurea. Anche se da quando esiste la laurea breve le cose sono leggermente migliorate, i fuori corso nel 2006 erano ancora il 66% dei laureati. E l'università italiana attrae solo l'1,7% di alunni stranieri (contro l'11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l'8% della Francia). I sistemi di reclutamento hanno formato una classe docente, vecchia e maschia. L'università italiana è l'ultima in Europa per il numero di donne docenti (solo il 32%) che scende fino al 17% nel caso dei professori ordinari. Mentre ben il 55% dei prof ha più di 50 anni e gli ordinari sopra i 60 anni sono il 45%. E' vero che i nostri laureati sono più bravi degli studenti stranieri e i nostri dottorandi fanno ottima figura all'estero. E anche per quanto la ricerca l'Italia vanta ottimi esempi. Ma il sistema nel suo complesso è in pessime condizioni. Il governo se ne fa scudo, non fa nulla per migliorarlo (la riforma annunciata dalla Gelmini finora è un mistero). Il gioco è semplice, accentuare tutti i possibili difetti dell'università pubblica per giustificare il taglio delle risorse e premiare le università private.
Studenti, ricercatori e personale tecnico sono circondati da un parte dai privilegi della casta e dall'altra dai tagli del governo.
Contro il mercato
Dietro i difetti degli accademici si nasconde un sistema economico che non obbliga l'università a migliorarsi perché non la ritiene utile. Il mercato italiano non richiede laureati. Il tasso di disoccupazione tra 25 e 64 anni è più alto della media Ue per i laureati mentre è più basso per i diplomati. L'Italia è l'unico paese europeo in cui i disoccupati laureati sono più dei loro pari-età diplomati. A un anno dalla laurea solo il 53% trova lavoro (per un guadagno medio di 1000 euro) e ben il 48% è precario, mentre a cinque anni dalla laurea trova lavoro l'85%, con un stipendio medio di soli 1.300 euro e ben il 17% è ancora precario. Rimane forte il meccanismo ereditario e classista delle professioni: il 44% degli architetti ha un figlio laureato in architettura, il 42% dei giuristi ha un figlio laureato in giurisprudenza, il 41% vale per i farmacisti, il 39% per medici e ingegneri. Non solo. Il sistema industriale, inoltre, non attrae fondi privati. Si tratta di un sistema di piccole e medie imprese che continua a preferire la produzione di prodotti a basso valore aggiunto che non richiedono sviluppo tecnologico. Si preferisce risparmiare sul costo del lavoro, piuttosto che investire in ricerca, istruzione e università. «Pensare che siano i privati a salvare le casse degli atenei, significa non vedere la realtà del nostro sistema produttivo - spiegano gli amministratori di un ateneo - i privati qui non li vedi neppure in fotografia». Significa che per cambiare l'università, non basta opporsi ai tagli di Tremonti e alla casta dei professori, ma addirittura bisogna cambiare il mercato.
Contro tutti
Tanti giovani che in questi giorni protestano hanno mille altre ragioni per non gradire il mondo che gli viene servito, dall'ambiente, alla guerra, dalla casa alla famiglia. Che se ne rendano conto o meno, per cambiare l'università bisogna cambiare questo mondo. Il '68 è servito? No, manca lo scontro generazionale. Il '68 è un fantasma che aleggia sulle teste degli studenti esponendoli alla sensazione del dejà vu e alla coazione a ripetere gesta di altri tempi. Rimane il feticcio di una generazione che fu ribelle e che ora o è saltata sul carro del vincitore o pretende che già a venti anni ci si debba sentire vecchi, sconfitti e rassegnati. Ma anche le crisi di coscienza del secolo scorso non le dovrebbero pagare gli studenti. 0'9% È la quota del Pil
che l'Italia spende per l'università: la più bassa dei paesi Ocse. E Tremonti vuole tagliare un altro miliardo e mezzo in cinque anni

(Giorgio Salvetti)


25 ottobre 2008

Salva l'Italia

Ne sono sicuro. Quello di Veltroni sarà oggi un grande successo.
Water avrà il suo bagno di folla.



Ecco, mo' ci ho pure er coperchio...


Ma, trattandosi di Water, più che di un bagno di folla, si tratterà di un grande sciacquone.
E l'acqua, nonostante eretici scienziati, non serba memoria.
Altrimenti come si sopporterebbe la prossima ondata di merda ?


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