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27 gennaio 2009

Giada Valdannini : Zigeunerlager, il campo dei rom

 La furia nazista non risparmiò neppure loro. Sono oltre 500mila i rom uccisi nei campi di sterminio. Ancor prima che Auschwitz venisse liberato, l'eccidio dei figli del vento era già compiuto. La notte del 31 luglio 1944 si conclude lo sterminio della comunità romanì e all'alba del nuovo giorno, non un solo rom viene trovato vivo nello Zigeunerlager, l'area deputata al loro massacro.
Un genocidio pianificato, su cui il silenzio della storiografia pesa come un macigno. Per vari decenni è calato il sipario sulla carneficina dei rom, un autentico Olocausto dimenticato. In pochi hanno riconosciuto loro la tragedia razziale, mentre per taluni si è trattato di una forma di "prevenzione", anche motivata. Sta di fatto che, a oltre 60 anni di distanza, questa pesante rimozione continua a indignare il mondo romanò. E mentre qualcuno sostiene che dietro al mancato riconoscimento si nasconda il problema del risarcimento delle vittime, altri addossano ai sopravvissuti l'incapacità di testimoniare. Contro tutto ciò si sta battendo la Romani Union, l'organismo non territoriale che rappresenta i rom all'Onu. 



La persecuzione di epoca nazista non fu la prima a colpire i rom. Durante l'arco della loro migrazione, dalla natia India al cuore d'Europa, sono molti gli Stati "ospitanti" che mettono a ferro e fuoco le carovane, mentre la Chiesa di Roma li avvia al patibolo con l'accusa di stregoneria. Nonostante ciò, la strage nazista resta senza dubbio di immani proporzioni, ricordando da vicino la Shoah ebraica. I rom, come gli ebrei, vengono uccisi perché considerati una "razza inferiore", indegna di esistere. Ma in più, il Terzo Reich li vuole morti perché «geneticamente furfanti e inclini al nomadismo». Così avviene che in paesi come la Norvegia sopravvive appena qualche famiglia.
Tutto inizia nei primi anni del potere hitleriano, ma già prima dell'avvento del nazismo una legislazione sui rom tenta di controllare e identificare "quest'ibrido zigano". All'epoca della Germania guglielmina e nella Repubblica di Weimar i rom sono costretti al lavoro e privati della libertà di movimento. Già in questi anni, sono numerosi i medici e gli scienziati che si mettono al servizio del Reich per arginare la "piaga zingara". Ma è nel '34 che cominciano gli esperimenti sui rom, quando il ministero degli Interni tedesco inizia a finanziare i centri di igiene razziale e ricerca genetica. E' a quel punto che si affacciano sulla scena le figure inquietanti di Robert Ritter e Josef Mengele, due medici legati a doppio filo allo sterminio dei rom. Di lì a poco viene creato l'Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara e la strada verso Auschwitz è spianata. Nel frattempo tutte le romnià (donne rom) vengono sterilizzate con iniezioni intrauterine di sostanze formaldeidi. Qualche anno dopo, a Buchenwald, gli uomini saranno utilizzati per esperimenti sul freddo e sul tifo, inoculando loro la malattia per poi studiare le reazioni fino alla morte. Procedura che ricalca la concezione dello psichiatra Ritter secondo cui: «La questione zingara potrà considerarsi risolta solo quando il grosso di questi ibridi zigani, asociali e fannulloni (…) sarà radunato in campi di concentramento e costretto al lavoro, e quando l'ulteriore aumento di queste popolazioni sarà impedito». Gli studi di Mengele vertono invece sui gemelli e sui nani. L'ordine impartito al suo assistente, il dottor Nyiszli, è quello di «togliere tutti gli organi di possibile interesse scientifico. (…) Quelli interessanti per l'Istituto di antropologia di Berlino- Dahlem, fissati in alcol e spediti». Cosa che i direttori dell'Istituto apprezzano particolarmente ringraziando «vivacemente il dottor Mengele per il materiale raro e prezioso».
Sebbene i rom non siano esplicitamente menzionati nelle leggi razziali di Norimberga, sono compresi tra i "sangue misto e degenerato" e condotti al massacro. E' con l'intervento di Himmler che la situazione precipita. Il braccio destro di Hitler farà redigere la prima vera legge contro la loro comunità dal titolo: "Lotta alla piaga zingara" e nel 1936 viene spiccato il primo mandato di cattura contro il popolo senza terra. A centinaia sono stipati sui treni della morte, direzione Dachau, Malthausen, Buchenwald e Belzec. Ma ormai, la creazione dello Zigeunerlager è vicina. Entra in funzione nel 1938 e non cessa la sua attività prima di aver sterminato migliaia di rom. Comprende 32 baracche, due blocchi cucina e quattordici edifici in muratura. Una volta entrati, i rom vengono marchiati, rasati a zero, fotografati e lasciati a morire di fame, malattie e freddo. Non prima di esser stati contrassegnati col triangolo nero degli "asociali", affiancato dalla lettera Z di "Zigeuner" (zingaro).
Nel 1943, le cose cambiano. Himmler stesso visita il "campo zigano" e una volta "girato in lungo e in largo, (…) viste le baracche sovraffollate, i malati colpiti da epidemie", dà "l'ordine di annientarli". Un medico ebreo, prigioniero di Auschwitz, racconta: «L'ora dell'annientamento è suonata anche per loro. La procedura è la stessa applicata per il campo ceco. Prima di tutto divieto di uscire dalle baracche. Poi le Ss e i cani poliziotto che li costringono a allinearsi. (…) Li convincono che li stanno portando in un altro campo. Il blocco degli zingari si fa muto. Si ode solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattono di continuo ». L'ultimo rintocco, prima della morte, è scoccato anche per loro. E a oltre mezzo secolo dal processo di Norimberga, risuonano ancora le parole di Mengele al suo assistente: «Lo sterminio, amico mio, continua sempre, sempre!».


21 giugno 2008

Primo Levi : l'alba come dissoluzione

L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. 




Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, ed ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo i ricordi buoni delle nostre case.
Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria.

(Primo Levi)


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19 giugno 2008

Primo Levi : la quotidianità eternata

Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero il bagaglio, e all'alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto ? Se dovessero uccidervi domani con il vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare ?

(Primo Levi)




Oggi il Parlamento Europeo ha votato una delibera che prevede la detenzione nei centri di permanenza temporanea e l'allontamento coercitivo anche per i minori clandestinamente immigrati.
E questo perchè ci si sente insicuri. E quando si starà certemente male che faremo ? I bambini li squarteremo e ce li mangeremo ?
Oh sì, ci ricorderemo di questo giorno. Quando i nostri concittadini che hanno caldeggiato tutto questo saranno umiliati, come furono umiliati gli italiani alla fine della seconda guerra mondiale.


30 maggio 2008

Primo Levi : estetica ed etica

Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza comeogni passione ed ogni collera siano ormai spente, e come l'atto di giustizia non rappresenti che un triste dovere verso la società, tale da poter accompagnarsi a pietà verso la vittima da parte dello stesso giustiziere. Si evita perciò al condannato ogni cura estranea, gli si concede la solitudine e, ove lo si desideri, ogni conforto spirituale, si procura insomma che egli non senta intorno a sè l'odio o l'arbitrio, ma la necessità e la giustizia e, insieme con la punizione,il perdono.
Ma a noi questo non fu concesso, perchè eravamo troppi, ed il tempo era poco, e poi, finalmente, di che cosa avremmo dovuto pentirci, e di che cosa venir perdonati ? Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare sino all'annunzio definitivo ; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvèes di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno.
Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito.



L'ultima frase di questo brano è l'estetico che è forse semplicemente l'etica che non sbraca, che ha pudore di rivelarsi. E questo suo pudore è la bellezza.


27 gennaio 2008

La memoria in un libro : "L'industria dell'Olocausto" di Norman Finkelstein

 Da: La penna che graffia: "Oggi, più che mai, la memoria storica dell’Olocausto sembra in pericolo: quella dei sopravvissuti attaccata dal tempo, quella storica vilipesa da ogni parte. Certamente i libri paiono in grado di porre un argine a questo fenomeno di erosione, e senza immaginare un mondo come quello di Bradbury, dove alla mente dell’uomo è affidata la tutela di libri ormai distrutti, credo che la nostra memoria possa offrirci un prezioso aiuto e contribuire a costruire un piccolo catalogo dei migliori libri che narrano di questa incommensurabile tragedia. Inizierò ad inserirne uno io, e a chiedere lo stesso sforzo ad alcuni amici, cui sarà demandato il compito di trasmetterlo ad altri. Da parte mia cercherò di andare a recuperare le varie segnalazioni in modo di offrire un quadro il più completo possibile. Quindi, visto l’approssimarsi del “Giorno della Memoria”, se è possibile, chiedo agli amici nominati di ricopiare questa introduzione sul loro blog in modo che possa fungere da indice, e di aggiungere un titolo in coda agli altri titoli. Ovviamente, il contributo di tutti è ben accetto, anche senza una segnalazione da parte di qualcuno."

Sarà contestabile ma il libro che scelgo è quello di Norman Finkelstein "L'industria dell'Olocausto", una denuncia dello sfruttamento della vicenda dell'Olocausto a fini economici e politici, anche da parte di alcune comunità ebraiche soprattutto americane.
Il libro è contestabile e contestabilissimo
Tuttavia apre un campo di indagini storiche e di riflessione politica.
Per quanto riguarda quest'ultima mi permetto di dire alcune cose :
1) Bisogna evitare l'errore di Elie Wiesel e di altri che considerano l'Olocausto degli Ebrei come un fatto insuperato e quasi insuperabile. Ci sono genocidi altrettanto cruenti e orridi che devono essere studiati ed approfonditi . La memoria deve essere estesa, non ridotta.
2) Bisogna evitare che attorno ai morti si costituisca una forma di sfruttamento. Colui che è considerato il rappresentante del morto è spesso il detentore del potere, un medium, un facente funzioni. Il fare nostra la memoria può evitare che solo alcuni la usino per le loro convenienze.
3) Bisogna evitare che la memoria ottunda i sensi e il senso del presente. E il presente ci evidenzia che proprio lo Stato che si arroga l'eredità delle vittime dell'Olocausto esercita una politica oppressiva e spesso omicida nei confronti della popolazione palestinese. Chiunque celebri la Giornata della Memoria dovrebbe denunciare questa tragica contraddizione. 


28 maggio 2005

Guerra e genocidio secondo Flores

 trionfi della violenza nel XX secolo
Tra guerre e genocidi il secolo trascorso è il più sanguinario che la storia abbia conosciuto. Un panorama agghiacciante e articolato che Marcello Flores ricostruisce nel suo saggio edito da Feltrinelli con il titolo Tutta la violenza di un secolo
SIMON LEVIS SULLAM
«Si calcola, in sintesi, che nel corso del Novecento le persone uccise in atti di violenza di massa siano state tra i cento e i centocinquanta milioni (qualcuno propone addirittura la cifra di duecento)». Con questa agghiacciante contabilità prende avvio la riflessione di Marcello Flores in Tutta la violenza di un secolo, recentemente edito da Feltrinelli (pp. 206, 13 euro). Il Novecento è considerato uno dei secoli più violenti della storia: i numeri da cui Flores prende le mosse rinsaldano questa convinzione, basti pensare alle guerre del secolo scorso, che «rappresentano il 95% dei morti nelle guerre degli ultimi tre secoli», ai milioni di morti dei regimi totalitari, a quelli dei massacri coloniali e post-coloniali. Ma l'analisi proposta dallo storico non è, naturalmente, solo quantitativa, e procede rapidamente a scomporre in dieci sintetici quadri il problema della violenza politica, militare, di stato ed etnica che ha martoriato il secolo, proponendone una sorta di antropologia politica, saldamente fondata su basi storiche e costantemente incalzata da interrogativi etici. Flores prende le mosse dalle forme, dagli obiettivi e dai contesti della violenza, passando per un confronto tra guerre e genocidi e per un'analisi dei loro rapporti, fino ad interrogarsi sui responsabili della violenza e sulle diverse modalità di partecipazione ad essa. Giunge quindi al problema della giustizia, della memoria e anche della negazione della violenza, e infine ai possibili perdoni e alla riconciliazione. Ma la riflessione non si conclude su questo punto, articolato del resto in forma interrogativa, bensì sulla questione delle responsabilità dell'Occidente e degli stati democratici rispetto alla violenza. Responsabilità troppo spesso attribuite ad altri: altre culture e religioni, altre forme politiche; e immaginate come estranee alla democrazia. Ma in cui tanta parte - parte centrale e decisiva - ha avuto invece l'Occidente civilizzato, culturalmente più avanzato e teconologicamente progredito.

È il paradosso che, del resto, sta dietro alla distruzione degli ebrei d'Europa nella Shoah - vertice della violenza del secolo - a partire dai perversi rapporti tra «modernità e olocausto» (già studiati in un magistrale saggio di Zygmunt Bauman); ma anche alla violenza coloniale che inaugura il Novecento con la guerra anglo-boera in Sudafrica o il massacro degli Herero da parte tedesca nel 1904. In forme diverse questo paradosso si ritrova nelle guerre che, come già in Corea e in Vietnam cinquanta o quaranta anni fa, hanno preteso di «esportare la democrazia» nei Balcani o nel sud-est asiatico e nel medio oriente, ormai nel nuovo secolo.

Lo storico non si accontenta dunque di attribuire le cause della violenza alla natura umana e ai suoi istinti; ancor meno accetta di ricondurle a specifiche tradizioni culturali o religiose. Studia di volta in volta i contesti specifici delle violenze, ne ricostruisce a ritroso le tappe della genesi e della loro evoluzione, individua e scompone un insieme di motivazioni in parte strutturali in parte contingenti, stabilisce responsabilità molteplici e gradi diversi di implicazione. Nell'analisi di Flores ha un ruolo centrale l'elemento politico, anche nei contesti dove sembrano prevalere fattori religiosi o etnici: come in India all'indomani dell'indipendenza, nella ex Jugoslavia della «pulizia etnica», nel Ruanda del genocidio dei Tutsi. L'obiettivo della strage o del genocidio è, secondo Flores, comunque politico, e la «ragione politica presiede in ogni caso alla decisione di usare la violenza, e quasi sempre anche alle forme con cui colpisce le sue vittime». Fondamentale è, in questi processi che conducono alla violenza e alla guerra, l'individuazione - spesso la «costruzione» e l'«invenzione» - di un «nemico»: l'obiettivo da sconfiggere per la conquista territoriale o l'egemonia politica o economica.

Il «nemico» costituisce infatti un fattore di coesione per il gruppo, di mobilitazione delle masse e di legittimazione del potere e, naturalmente, della violenza. Secondo l'autore di Tutta la violenza di un secolo, «è l'intreccio tra la creazione di un clima favorevole alla criminalizzazione del nemico e un fatto concreto capace di suscitare allarme e timore, a fare da detonatore alla scelta politica [della violenza] già compiuta e predisposta dai governi e dalle autorità civili e militari». Partendo dall'analisi classica del totalitarismo dovuta ai politologi di Harvard Friederich e Brzezinski, ma anche dall'interpretazione del processo di civilizzazione del sociologo tedesco Norbert Elias, Flores enfatizza la centralità del monopolio della violenza acquisito dagli Stati (e da «minoranze radicali» alla guida di essi), ricordando che «i tre quarti almeno delle morti del XX secolo» si devono ai totalitarismi fascisti e comunisti, ma non dimenticando la parte avuta dagli Stati liberali. Nelle guerre coloniali e imperiali, dall'Indocina all'Algeria per la Francia, all'India per l'Inghilterra; e prima di allora nelle guerre «giuste» per la democrazia dei conflitti mondiali e di tanti altri che seguiranno fino ad oggi. La violenza, del resto, non è affatto un problema specifico dei contesti culturalmente o socioeconomicamente arretrati, perché è potenzialmente presente in tutte le civiltà e in tutte le fasi del loro sviluppo.

Pagine particolarmente dense sono dedicate ai rapporti tra guerra e «genocidio», termine creato nel corso della seconda guerra mondiale dal giurista ebreo americano Lemkin per tentare di definire la Shoah mentre essa si stava ancora consumando. Tuttavia, gli storici estendono questa categoria anche a esperienze come quella degli Armeni nella prima guerra mondiale o del Ruanda negli anni Novanta. Una costante di queste vicende su cui spesso non si riflette, perché apparentemente estrinseca, è l'indifferenza generalizzata della comunità internazionale che faceva da cornice. L'indifferenza morale contò per altri versi anche nell'atteggiamento dei carnefici, fosse essa il frutto di una fedeltà nazionale o etnica, o dell'obbedienza all'autorità. Secondo Flores, nel rapporto spesso fondamentale tra guerra e genocidio (la prima ne costituisce il contesto ideale quando non necessario), il genocidio appartiene alla «logica» estrema della violenza come «limite» verso cui la guerra inevitabilmente tende quando abbia alla base «una forte impronta nazionalistica, una rivendicazione identitaria assoluta» o «un carattere etnico marcatamente esibito».

Nelle conclusioni, Flores lascia tra l'altro la parola allo storico americano Charles Maier, che in un suo «bilancio storico alla fine del Novecento» aveva individuato nel XX secolo due storie parallele: «lo scontro titanico tra ideologie collettive omicide, ormai giunte al termine, e il dramma persistente dello sviluppo globale e della diseguaglianza». Dimostrando con la sua indagine e le sue riflessioni che non esistono risposte univoche di fronte alla violenza contemporanea, e che lo storico può offrire i suoi strumenti anche per la comprensione delle maggiori tragedie del secolo, delle manifestazioni più irrazionali e perverse dell'animo umano tradotte in azioni collettive omicide, dell'intreccio tra disegni ideologici, progetti di dominio e potere, guerre teconologiche o arcaiche (come, apparentemente, il «genocidio del machete» in Ruanda).

Gli strumenti dello storico stanno in particolare nell'illuminazione dei contesti, nella moltiplicazione delle cause, persino nell'identificazione con le «ragioni» dei perpetratori, cioè nello scandaglio anche emotivo delle «presunte o parziali verità, percepite come reali da un intreccio distorto di bisogno identitario e di interessi materiali». Infine, nella comparazione delle forme, degli obiettivi, e delle modalità della violenza attraverso il tempo e lo spazio. Ciò in cui questi strumenti consistono è, in definitiva, un esercizio e un intreccio della ragione, dell'immaginazione e delle emozioni dello studioso e dell'uomo.



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