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21 maggio 2009

Sara Farolfi : intervista a Dante De Angelis sulla sicurezza dei treni

È diventato, suo malgrado, un po' un simbolo delle questioni della sicurezza nelle ferrovie. Tanto che i ferrovieri dell'Assemblea nazionale - organismo trasversale che raccoglie iscritti a tutte le sigle sindacali - hanno indetto 24 ore di sciopero (dalle 21 di ieri alle 21 di oggi) per la sua riassunzione. Dante De Angelis è stato licenziato il giorno di ferragosto, per avere denunciato lo «spezzamento» di un Eurostar (Etr 500) nella stazione centrale di Milano il 14 luglio scorso: «La goccia che ha fatto traboccare il vaso - dice lui - L'ultimo di una serie di episodi che, dopo decine di segnalazioni, mi ha fatto sentire legittimato a una dichiarazione pubblica».

A che punto è la vertenza che ti riguarda?

Ufficialmente sono ancora «licenziato», l'8 giugno ci sarà la prima udienza della mia causa. I rapporti con l'azienda si sono interrotti a gennaio, quando mi hanno chiesto di ritrattare quanto avevo detto. Mi chiedevano di dire che gli Eurostar non hanno problemi di manutenzione, che gli spezzamenti si sono verificati per errori del personale, che comunque tutto era stato risolto e che loro, le ferrovie, avevano avuto sempre la massima cura nel rapporto con gli rls. Sarei stato disposto a ingoiare qualche rospo per rientrare al lavoro, ma quella era un'umiliazione. Non solo mia, ma di tutti i ferrovieri.
 
C'è un problema di manutenzione, e dunque di sicurezza, nelle ferrovie italiane?

Dopo i due Eurostar spezzati a Milano, la procura ha aperto un'inchiesta, che poi è stata archiviata: nel fascicolo però si indicava la causa degli spezzamenti in operazioni improprie del personale e si diceva che sarebbe stato compito dell'azienda impedire tali operazioni. L'azienda invece, complice il silenzio stampa sulla vicenda, ne ha approfittato per dire, «ecco, avevi torto». Anche la procura di Orvieto ha aperto un fascicolo su una serie di incidenti che fortunatamente non hanno avuto conseguenze sulle persone - treni che hanno preso fuoco o che hanno perso pezzi in corsa - verificatisi a pendolini sulla tratta direttissima Roma-Firenze, dove i treni corrono velocissimi: in quel frangente come rls abbiamo deciso di ridurre la velocità delle vetture, da 250 a 160 chilometri all'ora, cosa che ha fatto imbufalire l'azienda. Nel fascicolo della procura di Orvieto si fa riferimento a lacune nella manutenzione. Perciò quando si è spezzato quel treno a Milano, è stato un po' come la goccia che ha fatto traboccare il vaso: l'azienda non voleva rompiscatole, il sindacato faceva interventi non efficaci e noi ci siamo mossi. Anche perchè su altre questioni avevamo ottenuto dei risultati: nel caso delle «porte killer» siamo riusciti a far mettere in sicurezza una parte dei treni. Un quarto dei treni resta scoperto, e solo negli ultimi quattro mesi due persone sono morte e tre sono rimaste mutilate.

Oltre al tuo caso, qual'è l'atteggiamento dell'azienda nei confronti di chi è tenuto a occuparsi di sicurezza?

Nelle ultime settimane l'azienda ha messo in moto un attacco a tutti gli rls. Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di Bologna è stato costretto alle dimissioni per avere scritto una lettera a parlamentari, a Firenze l'azienda non riconosce l'rls perchè è convinta che si tratti di una persona che darà fastidio, e si potrebbe continuare. L'intenzione è quella di scoraggiare chiunque voglia fare il delegato.

Ti hanno accusato di fare campagna elettorale per una tua candidatura al parlamento europeo...

La proposta mi è stata fatta da Prc e Pdci, ma vi ho rinunciato.


1 maggio 2009

Una strana concezione dei costi

Festeggeremo il Primo Maggio facendo delle considerazioni su di un commento di Etienne 64 all'articolo di Guglielmo Forges Davanzati qui postato sul lavoro nero.
Etienne dice in sostanza che la semplificazione fatta nel Libro Unico importa un calo della possibilità di beccare gente in nero ma un minor costo di gestione della posizione lavorativa. E poichè il lavoro in nero non viene impedito da un registro in più o in meno, ma il registro in più nell'aumentare i costi di gestione del personale diventa un piccolo disincentivo ad assumere altra gente, allora sarebbe preferibile la soluzione proposta dal Libro Unico voluto da Sacconi.



A me l'argomento non sembra cogente. Fatta salva la tesi per cui mantenere un registro in più avrebbe un incidenza sulle assunzioni (ma in tal caso andrebbe fatto qualche conticino), ci sono tanti adempimenti che potrebbero essere messi in un fondo per assumere nuovo personale (e anche questa è un eventualità non una sicurezza), ma non per questo questi adempimenti vanno sempre cancellati (sarebbe come dire che se mangiassimo meno di 1000 calorie al giorno, potremmo comprarci la seconda casa). Poi dire che un registro in più non incide sul lavoro nero, quando un registro in meno diminuisce la possibilità di beccare gente in nero è un ragionamento che desta qualche perplessità. Il problema è che questo tipo di ragionamento viene continuamente fatto nel Mezzogiorno d'Italia (dove gli adempimenti spesso non si sa nemmeno cosa siano), che forse non a caso è un territorio con un tasso molto alto di disoccupazione.


26 aprile 2009

Roberto Croce : la sicurezza sul lavoro come bene disponibile

 A pochi mesi dall’entrata in vigore di un provvedimento così articolato e complesso come il nuovo Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81) è possibile procedere a un primo bilancio sul suo stato di attuazione.
Al di là dei tanti proclami e delle tante buone dichiarazioni di principio, è possibile così scoprire come la materia che doveva costituire il nodo centrale delle nuove misure previste in tema di salute e sicurezza sul lavoro, ossia la valutazione dei rischi, sia rimasta ad oggi pressoché inattuata.



La gravità di tale circostanza non potrà sfuggire ove si rifletta sul fatto che mediante la valutazione dei riscDecreto legge n. 207 del 31.12.2008 hi, il datore di lavoro individua le caratteristiche della propria realtà organizzativa e produttiva al fine di scegliere le misure idonee a costruire un modello di prevenzione adatto a garantire la sicurezza e la tutela dei propri lavoratori e di quanti, a vario titolo, intervengono od operano nell’ambito del contesto organizzativo aziendale.
Non è un caso che “la valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” compaia al primo posto nell’elenco delle misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro previste dall’art. 15 del nuovo Testo Unico.
Nonostante l’assoluta rilevanza della materia in questione (o, forse, sarebbe più esatto dire a causa della sua indiscussa centralità), l’art. 306 del decreto legislativo n. 81, in deroga al principio generale di immediata efficacia dell’intero Testo Unico, aveva rinviato l’efficacia delle norme riguardanti l’attività di valutazione dei rischi (e delle relative disposizioni sanzionatorie) al decorso del termine di 90 giorni dalla data di pubblicazione della Gazzetta Ufficiale.
Ma la storia dei rinvii, purtroppo, non finisce qua.
E infatti, su pressione delle lobbies imprenditoriali presenti in maniera trasversale nel Parlamento, il comma 2 bis dell’art. 4 della legge 2 agosto 2008 n. 129 (intitolata “Conversione di legge, con modificazioni, del decreto legge 3 giugno 2008 n. 97, recante disposizioni urgenti in materia di monitoraggio e trasparenza del meccanismo di allocazione della spesa pubblica nonché in materia fiscale di proroga dei termini”) ha disposto un ulteriore differimento dell’efficacia delle disposizioni in tema di valutazione dei rischi al 1 gennaio 2009.
A pochi giorni dallo scadere della fatidica data, il governo di centrodestra è intervenuto nuovamente sulla materia con l’art. 32 del Decreto legge n. 207 del 31.12.2008 (intitolato “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti”) concedendo alle imprese un ulteriore differimento del termine in questione fino al 16 maggio 2009 “con riferimento alle disposizioni di cui all’art. 28, commi 1 e 2 del medesimo decreto legislativo, concernenti la valutazione dello stress lavoro-correlato e la data certa” del documento di valutazione dei rischi.
Quest’ultimo aspetto del rinvio è particolarmente grave e insidioso.
E’, infatti, evidente che concedere una proroga fino al 16 maggio 2009 per ciò che concerne la “data certa” del documento da elaborare a conclusione dell’attività di valutazione dei rischi equivale a concedere alle imprese (fino a tale data) una fin troppo agevole “via di fuga” dall’adempimento tout court dell’obbligo di aggiornare ed integrare il documento di valutazione dei rischi secondo le nuove prescrizioni introdotte dagli artt. 28 e ss. del Testo Unico.
La certezza della data del documento è componente essenziale della garanzia di svolgimento dell’attività di valutazione dei rischi.
Il differimento al 16 maggio 2009 disposto dall’art. 32 del Decreto Legge n. 207 ha, inoltre, riguardato la disposizione che vieta le visite mediche “in fase preassuntiva” nonché la disposizione che obbliga le imprese alla comunicazione all’Inail o all’Ipsema dei dati, per fini statistici e informativi, relativi agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro di almeno un giorno, mentre, a fini assicurativi, delle informazioni relative agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza dal lavoro superiore a tre giorni.
Dal sintetico quadro fin qui esposto, la desolante conclusione a cui si può giungere è la seguente: una materia di rilievo costituzionale (art. 32 Cost.) quale la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro è stata sistematicamente declassata a bene “disponibile”, a mero oggetto di scambio e di mediazione con le imprese, le cui potenti lobbies sono state persino in grado di congelare l’efficacia di una importante riforma legislativa per quasi un anno.
Non può, infatti, sfuggire ad alcuno che, così facendo, lo Stato ha garantito (e sta continuando a farlo) alle imprese per l’arco di un intero anno l’assenza di controlli da parte degli organismi ispettivi competenti in una materia così delicata quale la “valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza” dei lavoratori.
Per avere una idea della gravità delle omissioni qui denunciate è sufficiente riflettere sul numero degli infortuni e dei morti sul lavoro nel nostro paese dall’inizio del 2008 fino al 22 dicembre: 1.027 morti, 1.027.436 infortuni, 25.685 invalidi (fonte dati: articolo 21).
Siamo di fronte a una guerra “a bassa intensità” che ha ucciso oltre 8.000 lavoratori dal 2001 a oggi e che comporta un costo sociale di circa 42 miliardi di euro l’anno (pari al 3% del Pil).
Ora, invece di potenziare le misure di prevenzione e di vigilanza, lo Stato ha deciso di ritirarsi dalla scena per un anno proprio nella materia che doveva costituire uno dei nodi centrali delle nuove misure previste in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
Si tratta a nostro giudizio di concessioni gravi innanzitutto dal punto di vista delle loro implicazioni culturali. Si direbbe, riflettendo su tali produzioni legislative, che la sicurezza del lavoro sia materia sulla quale, in un’ottica di scambio, sia possibile chiudere gli occhi o (quantomeno) stare a temporeggiare.
Che nell’anno di grazia 2009, nel bel mezzo di una ennesima recrudescenza delle morti bianche, si accordi tolleranza nell’adeguamento alle norme poste a presidio della salute e della sicurezza dei lavoratori è cosa indegna di un paese civile.
La non conversione in legge da parte del Parlamento dell’art. 32 del potrebbe essere un modo (sia pur tardivo) per rimediare.


25 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : il lato nero del profitto

Il Ministro Sacconi dichiara, in ogni occasione possibile, che il lavoro nero va contrastato con tutti gli strumenti possibili, in primo luogo con l’attività di vigilanza e repressione. Si tratta dello stesso Ministro che ha voluto il Libro Unico del Lavoro, di cui al decreto-legge n. 112/2008, il cui primo obiettivo consiste nel ‘semplificare’ l’attività d’impresa, mediante due principali dispositivi. In primo luogo, si esonerano le imprese dal tenere la documentazione necessaria a comprovare la regolarità delle assunzioni nel caso in cui esse abbiano più sedi operative, rendendo obbligatoria la disponibilità dei registri nella sola sede legale. In secondo luogo, si dispone che se un ispettore riscontra manodopera non regolare, ma se l’imprenditore “non mostra la volontà di occultarla”, non è possibile comminare una sanzione. Non soltanto si è in presenza di norme che oggettivamente favoriscono il ricorso al lavoro nero, ma si è di fronte a una inversione di tendenza – difficilmente giustificabile - rispetto a quanto si è cercato di fare nel recente passato, soprattutto per impulso della CGIL, mediante l’adozione di “indici di congruità” finalizzati a quantificare l’impiego ‘normale’ di forza-lavoro in relazione al fatturato aziendale, con interventi di sanzionamento per deviazioni significative da tali valori, che hanno dato buon esito laddove sono stati sperimentati. Nel corso degli ultimi anni, si è potuto riscontrare il simultaneo aumento delle dimensioni dell’economia sommersa, in Europa e in Italia, e dei profitti. Il Fondo monetario internazionale stima che, nell’Unione europea, sono circa 20 milioni gli individui coinvolti in attività irregolari, che in Italia una percentuale di lavoratori oscillante fra il 30 e il 48% si colloca in segmenti di mercato ‘nascosti’ e che tale percentuale è di molto aumentata nel corso dell’ultimo decennio. Disaggregando il dato, si rileva, su fonte CENSIS, che il tasso di irregolarità si assesta intorno al 20% nel Mezzogiorno, in aumento rispetto ai primi anni 2000, a fronte di una media del 9% al Nord, dove subisce una pur lieve flessione.  Al tempo stesso, la BCE registra che i profitti complessivi in Europa sono aumentati dai circa 7 milioni di euro nel 1999 ai quasi 13.000 milioni nel 2007. Paiono sufficienti questi dati per destituire di fondamenta la tesi liberista secondo la quale l’intera economia sommersa costituisce causa di concorrenza sleale nei confronti dell’economia regolare e, dunque, comprime i profitti delle imprese che rispettano la normativa vigente. Ciò può portare a ritenere il sommerso – o almeno una sua porzione significativa – come semmai funzionale alla riproduzione capitalistica, per diverse ragioni. In primo luogo, soprattutto tramite esternalizzazioni, le imprese formalmente regolari riescono ad approvvigionarsi a più bassi prezzi di prodotti intermedi; il che consente loro di ridurre i costi di produzione, acquisendo quote di mercato a danno delle potenziali concorrenti, e soprattutto, delle imprese concorrenti formalmente e sostanzialmente regolari. In secondo luogo, data l’inesistenza di vincoli di orario di lavoro nell’economia sommersa, le imprese che operano in quel contesto riescono a ottenere ritmi di produzione superiori alle imprese che fronteggiano tali vincoli e, dunque, possono produrre in tempi più brevi e consentire alle imprese formalmente regolari di vendere prima delle proprie concorrenti, acquisendo – anche per questa via – quote di mercato e profitti. Si può anche notare che il crescente ricorso all’economia sommersa è strettamente connesso all’intensificazione dei processi concorrenziali, quantomeno nel senso che l’aumento dell’intensità competitiva – in larga misura derivante dall’accelerazione dei movimenti internazionali di capitale - stimola la crescente necessità di farvi fronte mediante l’acquisizione di profitti di breve periodo.

 

Vi è di più. Per quanto specificamente attiene al sommerso da seconda busta paga, in un’economia nella quale è significativamente elevata la trasmissione di informazioni, e nella quale dunque gli effetti di emulazione giocano un ruolo non secondario, l’aumento delle disuguaglianze – caratteristica delle economie OCSE almeno dell’ultimo trentennio – connesso all’ostentazione dei consumi, tende a generare un aumento dei consumi desiderati da parte dei ceti meno abbienti, il cui soddisfacimento si rende possibile per il fatto che le imprese irregolari hanno costantemente necessità di forza-lavoro da sottopagare.
L’Italia e, ancor più il Mezzogiorno, sperimentano una crescita delle dimensioni dell’economia sommersa maggiore rispetto alla media OCSE. Se è osservabile che il sommerso ha natura pro-ciclica, la variabilità delle sue dimensioni rispetto al PIL si spiega essenzialmente alla luce dei diversi modelli di sviluppo, nel senso che le economie che competono mediante strategie di compressione dei costi di produzione - ed è il caso dell’Italia - sono quelle nelle quali è vitale disporre di un bacino di manodopera da utilizzare in modo irregolare. E tali strategie sono strettamente associate alle piccole dimensioni aziendali. Può essere sufficiente ricordare, a riguardo, che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il 95% delle imprese meridionali occupa meno di 9 dipendenti. Letta in questa prospettiva, la tesi che vede nel sommerso meridionale un segno di ‘vivacità imprenditoriale’ – così che si ritiene che non debba essere contrastato – getta luce sul fatto che il sottosalario pagato ai lavoratori irregolari è comunque una componente della domanda interna e, per questa via, contribuisce alla realizzazione monetaria dei profitti, quantomeno di entità maggiore rispetto al caso in cui il sommerso venga significativamente ridimensionato. Si tratta di una tesi che, se ben maschera le ragioni strutturali che rendono il sommerso funzionale alla riproduzione del sistema, presenta seri vizi logici e che, messa alla prova dei fatti (vedi i contratti di riallineamento), si è rivelata fallimentare. Innanzitutto, non si capirebbe per quale ragione le imprese irregolari, in un futuro che non è dato prevedere, intraprendano più o meno spontaneamente un processo di regolarizzazione, dal momento che il mercato non dispone di meccanismi endogeni tali da rendere conveniente l’emersione spontanea. In secondo luogo, questa tesi regge sulla proposizione implicita - per nulla neutrale sul piano etico-politico - secondo la quale è preferibile tollerare l’ingiustizia oggi per avere (forse) maggiore crescita economica domani, piuttosto che sanzionare ciò che oggi è illecito.
Non è un fatto nuovo che, nei periodi di recessione, le imprese cerchino di recuperare i propri margini di profitto avvalendosi di ogni possibile strategia, anche violando le più elementari regole formali e morali. E’ semmai un fatto abbastanza nuovo, e allarmante, che il nostro Governo non solo le lasci fare, ma crei i presupposti normativi perché l’irresponsabilità sociale d’impresa diventi la norma.


24 aprile 2009

Luciano Del Sette : un caso di cantiere selvaggio

 

Questa è una piccola ma eloquente storia di mala edilizia, simile a tante che ogni giorno vanno in scena nei cantieri delle città. Storie che si aprono e si chiudono in alto, lungo le facciate dei palazzi, sopra la testa della gente che cammina per strada e non può vederle, e se magari anche le vedesse, non ci farebbe caso. Storie a volte ancora più nascoste dalle reti davanti ai tubi Innocenti e alle passerelle di legno, tese per arginare la polvere e i detriti dei calcinacci. Questa è una piccola storia di mala edilizia, mascherata dietro i cartelli previsti dalla legge, l'impianto antifurto, la recinzione di plastica rossa che delimita l'area dei lavori. E resa ancor più incredibile e spudorata dal luogo in cui si è appena svolta: il centro storico di Torino.
L'indirizzo è via Cavour 7-9, a pochi metri da via Lagrange, ripavimentata e pedonalizzata di fresco per farne la nuova regina dello shopping nella capitale sabauda. La casa è un edificio d'epoca brutalmente e forse abusivamente sopraelevato di due piani negli anni '70 del secolo scorso. Due piani che nulla hanno a che vedere con le architetture originali: un lungo balcone grigio su cui affaccia una fila di porte a vetri e, sotto il tetto, una serie di finestre altrettanto grigie. Proprio il tetto deve aver creato non piccoli problemi al condominio, visto che, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, è stato necessario provvedere a ripararlo. L'accesso al tetto da parte degli operai dell'impresa incaricata è possibile soltanto montando un'impalcatura esterna: strutture fatte di tubolari, su cui poggiano lunghe passerelle fatte di assi di legno con alle spalle molti pesi sopportati negli anni. Cinque piani di impalcatura, che raggiungono almeno una quindicina di metri di altezza da terra. È un intervento abbastanza rapido, affidato a un piccolo gruppo di operai. Visto così, il cantiere sembra in perfetta regola: recinzione protetta sul marciapiede, cartello che indica le attrezzature obbligatorie per chi lavora (dal casco alla cintura di sicurezza, passando per le calzature e i guanti protettivi), segnali di divieto di accesso ai non addetti ai lavori. 



Alla voce "Soccorsi di urgenza" lo spazio per il relativo numero di telefono è però rimasto in bianco. Anche il cartello dei responsabili dell'intervento risulta a norma, con i cognomi del progettista, del direttore dei lavori, dell'assistente tecnico. Il responsabile della sicurezza viene indicato nell'architetto Rossetto. Due giorni fa, finiti i lavori, si cominciano a smantellare le impalcature. E due giorni fa, l'autore di questa cronaca apre la finestra di un appartamento al terzo piano, proprio davanti al cantiere, a pochi metri di distanza. Apre la finestra e rimane impietrito. Uno degli operai sta smontando, in alto, al quinto livello, i tubolari di ferro. Li sbullona con una grossa chiave inglese, li appoggia sulle assi traballanti e sconnesse delle passerelle, e quando ne ha radunato un numero sufficiente, li lega a una fune che sale e scende grazie a una carrucola. Tutto questo avviene senza che l'operaio indossi il casco e senza alcuna imbragatura che lo assicuri nel caso in cui un gesto brusco o un imprevisto gli possano far perdere l'equilibrio. A terra, un collega (anche lui senza casco) raccoglie il carico, che cala oscillando pericolosamente, e potrebbe benissimo precipitare sulla testa dei passanti prima di arrivare a destinazione. Ma c'è di più, molto di più. Basta uno sguardo appena attento per notare la totale mancanza di scalette per accedere ai vari livelli delle impalcature. E allora, come si fa? Si fa così, anzi lo fa l'operaio addetto allo smontaggio: una volta sbullonate le strutture di un livello, si aggrappa a un tubolare verticale e scende al livello inferiore. Qui, appoggia i piedi su un tubolare orizzontale, sotto c'è il vuoto, e fa scivolare dall'alto le assi per allestire una nuova e precaria passerella.
Alle sei del pomeriggio l'operaio, che ha iniziato il turno alle nove, è arrivato dal quinto al terzo livello. Sulla sua faccia e nei suoi gesti rallentati si legge tutta la fatica di un lavoro svolto in condizioni tali da rendere fatale anche il più piccolo errore. Un segmento di tubolare, con i suoi raccordi, è rimasto incastrato tra le colonne di un balcone, non vuole saperne di venire via. E allora bisogna impugnare con più forza la grossa chiave inglese, farla lavorare con una mano, mentre l'altra cerca un appiglio che dia un minimo di sicurezza. Ci vogliono cinque minuti buoni perché il problema si risolva. Cinque minuti, e poi a casa, ben lontano dalla centralissima via Cavour. Ieri mattina, alle nove, il cantiere ha riaperto. Chi scrive era già affacciato alla finestra, la macchina fotografica pronta. L'operaio, lo stesso del giorno prima, è arrivato. Ha indossato i guanti protettivi, il casco non c'era. Ha buttato uno sguardo verso l'alto, si è aggrappato a un tubolare dell'impalcatura e ha cominciato a salire. Poi, più su, mettendo i piedi sulla ringhiera di un balcone, si è issato a forza di gambe e di braccia fino a raggiungere la passerella di assi di legno al terzo livello. E ha ripreso il suo lavoro.
Capelli neri e ricci, pelle scura, baffi e barba corta, il suono delle poche parole scambiate con il collega tre livelli più sotto, dicevano senza ombra di dubbio che era un nordafricano. Con buone probabilità lavoratore irregolare quanto il cantiere aperto in una via della Torino chic. Ma questo, e altro ancora, bisognerebbe chiederlo all'architetto Rossotto: secondo il cartello, ma soltanto secondo il cartello, responsabile di una sicurezza che, nelle vie delle città, dove i cantieri di restauro sono all'ordine di ogni giorno, diventa una dichiarazione formale, una regola che si può fare a meno di non rispettare. La regola, quando si muore di lavoro magari cadendo da un'impalcatura, è quella della tragica fatalità.


24 aprile 2009

Guglielmo Forges Davanzati : quando le morti bianche non sono un problema

 L’Italia è il Paese europeo nel quale si muore di più sul lavoro. L’ultimo rapporto Censis segnala che il numero di incidenti sul lavoro è, nel nostro Paese, il doppio della Francia e il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Se si escludono i cosiddetti infortuni “in itinere” (ad esempio quelli avvenuti nel tragitto casa-luogo di lavoro), sebbene non siano rilevati in modo omogeneo in tutti i Paesi europei, si registrano – nell’ultimo anno - 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia. E si tratta di un problema strutturale. Al 2004, l’Eurostat riporta che, in termini assoluti, l’Italia fa registrare 944 vittime contro le 804 della Germania; l’Italia conta un numero di vittime sul lavoro in rapporto alla popolazione per centomila residenti pari 1,62 contro una media UE dello 0,97; in termini di occupati si calcola una percentuale di 4,21 vittime contro il valore medio europeo del 2,24 per centomila lavoratori. Recenti ricerche condotte presso l’Università del Sannio, in particolare da Emiliano Brancaccio e Domenico Suppa, hanno messo in evidenza che le ‘vittime per unità di prodotto’ ammontano, in termini percentuali, allo 0,68 in Italia a fronte dello 0,36 in Germania. Eppure, a fronte di questa evidenza, autorevoli esponenti di Confindustria continuano a sostenere che la numerosità degli incidenti sarebbe in Italia circa uguale a quella registrata in Germania.



Alcuni esponenti del Governo, e non pochi commentatori vicini a Confindustria, ritengono che gli infortuni siano responsabilità dei lavoratori, poco attenti a utilizzare le misure di sicurezza che pure le imprese mettono a loro disposizione. E le recenti campagne televisive del Governo riflettono esattamente questa impostazione, rendendo esplicito che la causa delle morti bianche sta nella scarsa informazione dei lavoratori sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza, assumendo che questi esistano e siano efficaci. E’ una congettura piuttosto singolare, almeno nel senso che attribuisce ai lavoratori un’attitudine masochistica, o una propensione al rischio talmente alta da mettere a repentaglio la propria salute per un presunto eccesso di fedeltà all’azienda. A ben vedere, e come è stato mostrato, fra gli altri, da Riccardo Realfonzo sulle colonne del Corriere della sera, l’elevato numero di incidenti in Italia deriva dal fatto che la struttura produttiva delle nostre imprese è tipicamente associata all’utilizzo di tecnologie di retroguardia. E’ ben noto che le imprese italiane – di dimensioni medio-piccole - cercano di fronteggiare la concorrenza internazionale comprimendo i costi di produzione, a fronte del fatto che le proprie concorrenti competono innovando. Comprimere i costi significa ridurre i salari nella misura del possibile, avvalersi di lavoro precario, ridurre le spese di formazione, ricorrere al lavoro irregolare e, non da ultimo, accrescere l’intensità del lavoro mediante l’accelerazione dei tempi di produzione. Ora, appare del tutto evidente che in prima istanza accelerare i tempi di produzione, con tecnologie di retroguardia, non può non determinare un aumento della probabilità di incidenti. In più, la precarizzazione del lavoro, che ‘disciplina’ gli occupati mediante la minaccia di licenziamento, contribuisce certamente ad aggravare il problema: se il rinnovo del contratto è subordinato a un elevato rendimento, è chiaro che l’intensità del lavoro tende ad aumentare. Ma l’aumento dell’intensità del lavoro – nelle condizioni date – può significare, e – come si è visto – significa, ulteriore aumento della probabilità di incidenti.

Occorre poi prendere atto che la sequenza di effetti che porta agli infortuni non parte dalle politiche aziendali di compressione dei costi. Queste ultime, a loro volta, sono state accentuate – negli ultimi anni - dagli indirizzi restrittivi delle politiche fiscali e monetarie, in ambito nazionale ed europeo. In primo luogo, gli elevati tassi di interesse – per effetto delle scelte ‘conservatrici’ della BCE – e il razionamento del credito, soprattutto nel Mezzogiorno, accrescendo le passività finanziarie delle imprese e/o riducendo la possibilità di espandersi, incentivano, di fatto, il ricorso alla precarizzazione, al lavoro irregolare e all’aumento dell’intensità del lavoro, in una condizione nella quale – è necessario ribadirlo - la propensione a innovare è sostanzialmente nulla. In secondo luogo, le politiche fiscali restrittive, riducendo la domanda interna, costringono ulteriormente le imprese a ricorrere a strategie di compressione dei costi per mantenere almeno inalterati i propri margini di profitto. Se il neoliberismo – pur rivisto e corretto alla luce della crisi in atto - riconosce la necessità di una maggiore regolamentazione dei mercati, non può ancora rimuovere il tabu delle politiche fiscali espansive: così come non può rimuovere i tabu della regolamentazione del mercato del lavoro, della lotta al sommerso, delle azioni di contrasto alle morti bianche. In questo contesto, non appare singolare la proposta del Ministro Castelli di escludere dal computo delle ‘morti bianche’ quelle che non si verificano direttamente in azienda, ma che, per esempio, si determinano per spostamenti durante la giornata lavorativa. Per lui non vale l’obiezione che si tratta comunque di erogazione di forza-lavoro: a rigor di logica, se l’argomento di Castelli fosse accettato, la morte di un operaio inattivo ma presente sul luogo di lavoro non sarebbe un incidente sul lavoro. Per Castelli, come per Confindustria, non sono più gli incidenti sul lavoro a costituire un problema: lo è semmai la metodologia utilizzata per calcolarli. Il funereo rimpallo di cifre che ne deriva – o soltanto il semplice tacere - serve a evitare di ‘legare le mani’ alle imprese, lasciandole così libere di non investire sulla sicurezza sul lavoro, e – cosa di non poco conto - a ridurre le spese per gli indennizzi.


18 febbraio 2009

Scandaloso : intervista a Dante De Angelis

 

Dante De Angelis, macchinista e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Il 24 gennaio scorso un treno Eurostar in marcia sulla linea Napoli-Roma si è spezzato in due parti. Si è rotto, cioè, uno dei ganci che tiene unite le carrozze. Solo per caso non ci sono state conseguenze per i viaggiatori.

Quando lo hai saputo, che hai pensato?

Ho avuto la conferma che l'azienda è concentrata più sull'accanimento disciplinare nei miei confronti che sulla soluzione di problemi veri.

Sei stato licenziato il 15 agosto scorso per alcune semplici dichiarazioni. Cosa avrai mai detto di tanto grave?

Nel luglio scorso si sono spezzati altri due treni ETR 500 in manovra nella stazione di Milano. In occasione del primo spezzamento, rammentai che da sei mesi capitavano incidenti a treni Eurostar. Incidenti anche molto più seri dello spezzamento, avvenuti in velocità, con gente a bordo e di cui non si riusciva a venire a capo. Ho posto il dubbio che tra le cause di questi incidenti ci potessero essere problemi di manutenzione, usura o progettazione.



Adesso Trenitalia per riassumerti chiede una ritrattazione pubblica. Una sorta di "abiura", di stampo medioevale. Come rispondi?

Alla luce di quello che è successo il 24 gennaio, sarebbe una specie di barzelletta se ora dicessi che mi sono sbagliato e che non è vero che ci sono problemi ai treni Eurostar. Da soggetto debole nel confronto con l'azienda, avendo a cuore il mio posto di lavoro, sono anche disposto a fare delle precisazioni. Ma solo sulle cose che sono alla base della lettera di contestazione. Non posso fare ritrattazioni di frasi che non ho detto o di fatti che sono davanti agli occhi di tutti.

L'azienda, da noi interpellata, non parla di "abiura" ma di ristabilimento della verità.

Verità? Non è forse vero che quegli incidenti sono realmente accaduti? Che ci sono delle inchieste in corso? Ce la dicesse Trenitalia qual è la verità sugli spezzamenti.

A proposito dell'ultimo incidente, quello di Anagni, Ezio Gallori, macchinista in pensione, ha osservato che «accreditare la rottura di un gancio all'uso di un segnale di emergenza», come ha fatto Trenitalia, «è un'offesa al comune buon senso e alla nostra esperienza». Sei d'accordo?

Dico che se il parabrezza di una autobus salta a seguito di una frenata brusca, non si può dare la colpa alla frenata, perché si tratta di un evento prevedibile e fisiologico.

Insomma, come dice Gallori, «i ganci dei treni non si devono rompere per nessuna ragione».

Esatto.

Forse Trenitalia vorrebbe che voi Rls segnalaste eventuali problemi di sicurezza non con interviste pubbliche, ma con degli esposti interni. Ciò al fine di tutelare l'immagine dell'azienda.

Ma è ciò che facciamo normalmente. Purtroppo non ci danno retta. Abbiamo fatto decine e decine di segnalazioni senza ottenere risposte. E allora quando succedono cose gravi, io sento il dovere come delegato alla sicurezza e come cittadino di usare tutti gli strumenti che ho a disposizione: prima il sollecito interno, poi la segnalazione alle autorità competenti e in certi casi, perché no, anche la denuncia pubblica.

Intanto però da quasi 6 mesi sei senza stipendio, oltretutto con una famiglia da mantenere. Come se ne esce? Immagino tu abbia presentato ricorso alla magistratura.

Sì ho fatto ricorso. Nelle prossime ore dovrebbe essere fissata l'udienza, probabilmente per l'estate prossima. Chiaro, vivo una situazione di disagio. Perciò ringrazio i miei compagni di lavoro, il coordinamento dei macchinisti uniti, che mi stanno sostenendo, oltre che sindacalmente, anche materialmente.


29 agosto 2008

Negli incidenti ferroviari l'elemento centrale è la manutenzione

 

Alfredo Zallocco è un ingegnere, responsabile da 10 anni del servizio medicina del lavoro presso l'Asl di Prato; prima lavorava nel mitico «privato». Si occupa di igiene e sicurezza e svolge indagini tecniche finalizzate a prevenire gli incidenti.
Quand'è che hai incontrato le Fs?
In un primo momento quando mi sono occupato dell'apertura accidentale di porte, con infortuni mortali di passeggeri e capitreno. Qui a Prato c'è stato il primo processo - con condanna in primo grado di alcuni dirigenti di Trenitalia per omicidio colposo - per le porte che non rimanevano chiuse.
La causa è stata individuata?
Apparentemente, una mancata manutenzione del sistema che doveva bloccare la porta. In seguito mi sono occupato anche del «vigilante» (il «pedale a uomo morto» contestato dai macchinisti, ndr). E abbiamo ottenuto la modifica sulle motrici in transito sulle tratte di nostra competenza.
Cosa avevate stabilito in quel caso?
Che quel sistema era vecchio e violava le norme in termini di stress e fatica del lavoratore, mentre c'erano sistemi diversi, più moderni.
In base alla tua esperienza professionale, quanto incide la manutenzione sugli incidenti?
E' l'elemento centrale negli infortuni mortali praticamente in tutti i settori produttivi. Miete vittime tra i lavoratori che la fanno; per esempio nelle ristrutturazioni edili, tra gli antennisti, sulle linee ferroviarie, o nelle imprese esterne negli impianti siderurgici, come a Taranto. Nel tessile, fino a pochi anni fa, si moriva facendo manutenzione senza fermare le macchine, per non diminuire il profitto; e si rimaneva spesso stritolati. Ma un'alta quota si verifica tra i lavoratori vittime di mancata o non corretta manutenzione, come nel caso della Thyssen Krupp.
Ma uccide anche i passeggeri...
E' un problema generale. Uno può scegliere quale auto usare, e nell'industria automobilistica c'è molta più attenzione per le tecnologie della sicurezza; mentre dove non si può scegliere - come i treni - c'è molta meno attenzione da parte delle aziende. E i lavoratori sono certamente gli ultimi cui si presta attenzione.
Sembra che anche in Fs gli incidenti aumentino. Cosa è cambiato?
Le metodologie di Fs hanno per molti anni garantito a questo paese un livello di sicurezza tra i più alti in Europa. Con la terziarizzazione del lavoro si va a un sempre minor controllo delle procedure da parte delle imprese che prendono gli appalti. Qui il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori diventa fondamentale.
Gli «esternalizzati» conoscono meno l'ambiente di lavoro in cui operano?
Magari lo conoscono perfettamente, ma sono più soggetti al ricatto. Il tempo è denaro, e quando lo si accorcia si rischia di perdere la vita. Dovunque c'è terziarizzazione, il lavoro non è sicuro. Nell'edilizia, il lavoro in nero comporta l'impossibilità di contrastare un datore di lavoro che ti chiede di muoverti in condizioni pericolose.
Nonostante le nuove tecnologie, sembra che in Fs si muoia di più.
Più che i grandi ritrovati tecnologici, c'erano da sempre procedure che nella loro semplicità sfioravano la perfezione. Se si riparava una linea di binari gli operai avevano «avvisatori» a monte e a valle, delegati solo a questo compito. Coi subcontratti può darsi che queste procedure non vengano rispettate appieno. Succede anche coi lavori autostradali, come si è visto di recente. In questi settori si vuole risparmiare soprattutto sul personale.
Quale strada bisognerebbe seguire?
Bisogna dare ascolto ai lavoratori, che sono i veri esperti di come funziona ogni sistema, o ai tecnici che stanno alla macchina. I ferrovieri sono tra i lavoratori più attaccati al loro mestiere e sanno dire chiaro quali sono i problemi. Poi però vanno risolti. Si sta preparando - con i delegati alla sicurezza - un convegno nazionale sui problemi della manutenzione. In quell'occasione dovranno essere i lavoratori a parlare. Loro sanno perché si muore così tanto. Sono loro che hanno usato la macchina e sanno com'è nella realtà.


(Francesco Piccioni)


26 agosto 2008

Abbandonato da Dio e dagli uomini

Gianni Alemanno ha detto che i turisti olandesi sono stati imprudenti a pernottare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini. 



Non c'è posto che un fassista non abbia esplorato e riportato sotto l'ala protettrice della Patria...

Ecco, io penso che questa sia una frase sensata da parte di un amico della coppia o da qualunque buon uomo non abbia una carica istituzionale che preveda il controllo del territorio, quello conservato da Dio e pure quello abbandonato. Perchè forse Dio può abbandonare qualche pezzo del comune di Roma, ma la sovranità e l'attività amministrativa e di polizia non sono collant : non prevedono buchi o smagliature se non in casi eccezionali, soprattutto se sulla questione sicurezza proprio Gianni Alemanno ha ridotto i coglioni di tutti gli elettori romani in striscioline sottilissime, evidenziandone la duttilità.
Proprio per questo mi immagino il ritorno dei malcapitati turisti in Olanda, dove un amico dirà loro "Siete stati proprio imprudenti a sostare in quel posto abbandonato da Dio e dagli uomini..e con quel sindaco poi...chi pensate possa proteggere quel pover'uomo ? ".
Ecco, detta così sta proprio bene.


20 luglio 2008

Perchè gli italiani si riscoprono razzisti

 

Un incidente di percorso, uno scherzo del destino. Al più, un'incauta concessione all'alleato tedesco. Questo sono tuttora le leggi razziste promulgate settant'anni fa dallo Stato italiano nella imperturbabile coscienza di noi italiani, per natura «brava gente». Dovrebbero venire qui da tutto il mondo a studiare questo caso di riuscitissima autoassoluzione generale. Questo miracolo di rimozione collettiva. Nulla appare più infondato della tesi che afferma l'estraneità del razzismo alla storia nazionale. È vero il contrario. Le leggi antiebraiche volute da Mussolini rientrano a pieno titolo nella storia patria, al pari del fascismo, variante italica della «rivoluzione conservatrice». Il regime le promulgò, nel tripudio di folle acclamanti, poco dopo aver divulgato il Manifesto della razza e all'indomani di un «censimento» degli ebrei propedeutico alla persecuzione. Giustamente la storiografia si chiede perché proprio allora, e si divide. Ma è bene chiarire che il razzismo (non solo antisemita) è consustanziale al fascismo, è una sua espressione spontanea e necessaria.
Dominio e gerarchia; esclusione dell'«altro» e subordinazione degli «inferiori»: sono queste le basi ideologiche del fascismo. Il che, tradotto in pratica, significa: nazionalismo aggressivo e imperialismo verso l'esterno; eugenetica, mixofobia e maschilismo all'interno. Del resto, le leggi del '38 non furono le prime norme razziste del regime. Due anni prima erano stati varati i regolamenti contro la naturalizzazione dei «meticci»; nel '37, le leggi contro il «madamato». Ma già negli anni Venti il regime compie un giro di vite contro «devianza» e marginalità, percepite come eversive e distoniche rispetto alla nazionalizzazione delle masse.
A sua volta il razzismo fascista non nasce dal nulla. In tutta Europa il razzismo è un corollario della modernizzazione. Patologico ma non accidentale. Regressivo ma non residuale. La stilizzazione della delinquenza e dell'alterità (follia, alcolismo, prostituzione, brigantaggio, accattonaggio, nomadismo, omosessualità) è cruciale nella costruzione delle tradizioni. Da questo punto di vista lo straniero, il diverso, l'ebreo, il negro, lo zingaro - e, da noi, il meridionale - sono eroi della modernità. Lo sono anche le donne, nella misura in cui il maschio ariano è il paradigma della perfezione, rispetto al quale ogni condizione è definita per carenza.
Non c'è normalità senza «devianza» (che il nazismo chiama «asocialità»). E tutte le figure razzizzate sono parti di uno stesso insieme, come intuì il Bassani de Gli occhiali d'oro, dove il vecchio Fadigati, medico «pederasta», rivela al giovane «israelita» che la loro situazione è in fondo la medesima: in quanto «diversi» sono entrambi segmenti del confine, in pari misura utili alla definizione della norma, quindi uguali nella comune alterità. Per questo la modernizzazione alimenta l'antisemitismo. L'ebreo è l'«altro» per antonomasia: quando si assimila perché si infiltra; quando preserva le proprie tradizioni perché rompe l'omogeneità del corpo collettivo. L'Italia non fa eccezione in tutto questo. Anzi, è un contesto ideale, grazie alla robusta eredità dell'antigiudaismo medievale, che risuona nelle crociate antisemite della Civiltà cattolica e di padre Gemelli. Non stupisce quindi lo zelo persecutorio della burocrazia alle prese con le leggi del '38. Né l'assenza di manifestazioni di dissenso da parte della nostra «brava gente». Tutt'altro. Si capisce bene la caccia ai ruoli lasciati dagli ebrei nelle istituzioni, a cominciare dall'Università. Dove tanti «insigni studiosi» si distinsero in una gara che illustrò l'accademia italiana. L'offensiva razzista del fascismo coinvolse anche gli «zingari», «eterni randagi privi di senso morale» frutto di «mutazioni regressive». Si invocarono misure che in Germania avrebbero condotto allo sterminio di mezzo milione di Zigeuner. Finché nel settembre del '40 il capo della polizia Bocchini ne dispose la deportazione nei campi di concentramento di Teramo, Campobasso e Perdasdefogu.
Veniamo a noi. Se tenessimo presente questo quadro rinunciando alla favola della nostra refrattarietà al razzismo, avremmo qualche strumento in più per capire quanto avviene ai nostri giorni e, forse, per correre ai ripari. Il nostro disorientamento nasce dalla rimozione, che a sua volta innesca un contrappasso: il passato persiste tanto più tenace (e genera coazioni a ripetere) a misura della sua mancata elaborazione. Pesa, sullo sfondo, l'incompiuta defascistizzazione, la scelta di non fare una nostra Norimberga e di tenere ben sigillati gli «armadi della vergogna». Per cui l'omaggio alle vittime della Shoah dev'essere prontamente compensato da un «ricordo» delle foibe costruito sulla negazione delle atrocità commesse dai fascisti sul confine orientale e in Jugoslavia. Ha indubbiamente ragione il presidente della Camera quando sostiene che la sua elezione sancisce la «piena legittimazione della cultura della destra». Ma ha ragione anche Moni Ovadia nell'osservare che se l'attivismo razzista di Maroni fosse espresso da un ministro tedesco, in Germania si scatenerebbe un putiferio.
Del resto, se oggi scopriamo il razzismo dello Stato sui polpastrelli dei bambini rom, dovremmo anche chiederci quanto razzismo c'è nella pretesa che le nostre siano guerre giuste e «umanitarie». Noi, l'Occidente, contro i non civilizzati: barbari tagliatori di teste, selvaggi che «infestano» il pianeta, animali. Ma forse siamo a un salto di qualità. Sul versante dei destinatari, in primo luogo. Schediamo i rom coinvolgendone il corpo affinché si scolpisca nell'immaginario collettivo che la «difesa della società» non sente ragioni, non riconosce diritti. Ma gli «zingari» incarnano il nomadismo metropolitano, sono una potente metafora della precarietà e dello sradicamento. Se negli Stati Uniti le baraccopoli ospitano nuovi poveri travolti dai subprime, la campana suona per tutti.
Siamo a un passaggio di fase nelle pratiche istituzionali. Non ci si lasci ingannare dalla faccia «banale» del ministro. Le schede del «censimento» etnico sono un buon test sulla maturità del processo. Ci riportano dalle parti di Vichy per misurare il tasso di pubblico gradimento. Difatti il salto è soprattutto nel contesto sociale. Vent'anni di campagne razziste, complice un'informazione forcaiola, hanno spianato il terreno. L'insicurezza e la paura l'hanno ben concimato. Oggi l'ethos collettivo è un calibrato mix di egoismo, indifferenza e intolleranza. I sondaggi confortano: il 70% degli italiani approva le misure; oltre il 60% ne esclude la connotazione razzista. È un sentimento liberatorio quello che i numeri attestano. Finalmente si può dire chiaro e forte quanto ieri si sussurrava tra amici, con qualche vergogna. Ma il prezzo di questa libertà è un nuovo carico di oblio. Il ritorno alla persecuzione degli zingari non segnala soltanto che siamo fuori dal cono d'ombra del secondo conflitto mondiale, sgravati dalla sua ingombrante eredità. Dice che abbiamo cancellato anche il ricordo della nostra emigrazione e delle umiliazioni inflitte ai nostri padri, macaroni e dago. Non abbiamo più le pezze al culo, siamo sommersi da suv e cellulari. Siamo pieni di paure, ma ricchi e perciò liberi. Pronti a goderci, dopo 70 anni, nuovi entusiasmanti riti sacrificali.

(Alberto Burgio)


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