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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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22 marzo 2011

Non esiste disoccupazione volontaria

La teoria neoclassica parla di disoccupazione volontaria in quanto i lavoratori  giudicavano la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario, o perché in seguito ad accordi i lavoratori decidevano limitando così la concorrenza di non accettare salari al di sotto di un limite prefissato. In entrambi i casi la disoccupazione era definibile come volontaria. Infatti sarebbe stato sufficiente valutare in modo diverso la disutilità del lavoro oppure abbassare il livello minimo contrattuale, per indurre un aumento della domanda di lavoro degli imprenditori e ridurre così la disoccupazione ad un minimo trascurabile derivante dagli attriti connessi al ricambio di manodopera.

 

 

In realtà il primo caso (la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario) è un caso quasi impossibile in quanto il salario non dovrebbe nemmeno garantire quel pacchetto di beni necessario alla riproduzione della forza lavoro. Dunque si tratta di un’ ipotesi puramente immaginaria. E anche nel caso in cui il salario non garantisce tale pacchetto, comunque il disoccupato tende a lavorare in cambio di una parte di salario sufficiente (ripromettendosi di procurarsi in altro modo quel che manca). Solo se il disoccupato ha un’altra fonte di reddito o si riesce a procurare in altra maniera il pacchetto di beni necessario alla sua riproduzione, allora si ha un rifiuto del lavoro. In questo caso però non ci sarebbe disoccupazione ma inoccupazione oppure lavoro nero. In entrambi i casi ci troviamo di fronte comunque ad un problema sociale consistente in una inadeguata domanda (il lavoro mero è meno remunerato) e in una illegalità del mercato del lavoro.

Più realistica è l’ipotesi degli accordi con cui non si accettano salari al di sotto di un minimo prefissato. Ma parlare di volontarietà in questo caso è un marchiano errore logico. La disoccupazione volontaria presuppone la volontarietà di chi rimane disoccupato e non quella dei lavoratori che non accettano un salario minore di un limite prefissato.

E pure dire che si tratti dei lavoratori garantiti che non consentono l’ingresso dei disoccupati non è del tutto corretto. Infatti l’occupazione è il risultato del rapporto tra il livello salariale e il fondo salari disponibile. Se il livello salariale dipende dalla volontà dei lavoratori, il fondo salariale disponibile dipende dalla volontà dei datori di lavoro. Sbaglia quindi a questo proposito anche Keynes quando dice che il volume dell’occupazione dipenda solo da un certo livello dei salari reali. Egli considera, così dicendo, il fondo salari disponibile come un valore dato incontrovertibilmente, mentre dipende dalle scelte di investimento dell’imprenditore e dalla composizione organica di capitale che quest’ultimo vuole impostare.

 

 


15 luglio 2009

Antonella Stirati : contenuti e rischi sulla riforma della contrattazione

 Il 15 aprile Uil e Cisl, ma non la Cgil, hanno sottoscritto un accordo per l’attuazione delle linee di riforma della contrattazione già da tempo in discussione e indicate in un documento sottoscritto nel gennaio scorso. Vediamo gli elementi di novità di questo accordo rispetto a quello del 1993, che ha finora regolato la contrattazione tra le parti, per poi riflettere su alcuni dei suoi possibili effetti sul salario reale e produttività.

I principali contenuti dell’accordo

Quadro generale

Come già nell’accordo del 1993, si prevedono due livelli di contrattazione, uno nazionale ed uno aziendale oppure territoriale, ma viene ora stabilito che non si possa contrattare sulla stessa materia in entrambi i livelli.
La durata di validità dei contratti viene portata da due a tre anni per entrambi i livelli di contrattazione. Durante il periodo di discussione sul rinnovo, per una durata di sette mesi, è prevista una “tregua” sindacale e non dovranno essere indetti scioperi. La stessa norma si applica, per un periodo di tre mesi, nella fase di rinnovo dei contratti aziendali.
E’ prevista la derogabilità da quanto stabilito nel contratto nazionale in aree territoriali interessate da crisi aziendali o per finalità di sviluppo economico delle aree stesse.
Spetterà inoltre alla contrattazione collettiva definire forme di bilateralità volte al funzionamento di servizi integrativi del Welfare, che saranno incentivate da benefici fiscali – in altri termini, potranno essere costituiti enti aziendali e sindacali per la gestione, ad esempio, di fondi pensione integrativi o altri servizi.

Adeguamento dei salari all’inflazione

Questo aspetto rimane affidato alla contrattazione nazionale, come già in precedenza. Il riferimento non sarà più però all’inflazione programmata, ma alla inflazione prevista elaborata da un “soggetto terzo di riconosciuta autorevolezza e affidabilità” sulla base dell’andamento dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo (IPCA), depurato dall’andamento dei prezzi dei beni energetici. Tale inflazione prevista verrà applicata non alla retribuzione di fatto dei lavoratori, ma ad un valore computato sulla base dei salari contrattuali.
Lo stesso “soggetto terzo” dovrà verificare allo scadere del contratto l’entità della eventuale differenza tra inflazione prevista ed effettiva. Se tale differenza è “significativa” e quindi dovrà essere recuperata, verrà deciso da un “Comitato paritetico interconfederale”. L’eventuale recupero si applicherà ai soli minimi tabellari.

Contrattazione di secondo livello

Già l’accordo del 1993 prevedeva che la contrattazione a livello aziendale dovesse consentire di contrattare incrementi del salario reale legati a incrementi della produttività. La contrattazione aziendale ha però sinora riguardato solo una minoranza di imprese, per lo più di grandi dimensioni. Questo accordo si propone di incentivare ed estendere il ricorso alla contrattazione aziendale attraverso benefici fiscali e contributivi sulla parte del salario contrattata in azienda, a condizione che questa sia costituita da un premio variabile e agganciato ad un qualche indicatore della produttività, redditività, o efficienza dell’impresa stessa.
Per i lavoratori che allo scadere del contratto non avranno ottenuto alcun reddito aggiuntivo rispetto al salario contrattuale il contratto collettivo nazionale dovrà prevedere un importo “di garanzia retributiva” che verrà corrisposto al termine del periodo di vigenza del contratto.



Quali sono le possibili conseguenze del nuovo quadro di regole contrattuali?

Dal punto di vista del quadro generale che si prospetta gli aspetti che suscitano preoccupazione sono la sospensione del diritto di sciopero nella fase di rinnovo del contratto; la derogabilità da quanto previsto dal contratto collettivo, con la possibilità che accordi locali causino uno scivolamento generalizzato al ribasso dei salari rispetto al contratto collettivo nazionale; la gestione congiunta di servizi, che secondo alcuni potrebbe prefigurare un cambiamento della natura e funzione del sindacato stesso.
Per quanto riguarda il recupero dell’inflazione, il cambiamento dell’indice è volto a fornire una stima più realistica dell’andamento dei prezzi, ma non sembra di grande impatto: a marzo 2009 l’IPCA è 108,4, mentre l’indice sinora utilizzato (FOI), è 107,7 (con base 2005=100). Un elemento positivo può essere visto nella sostituzione dell’inflazione programmata – che appunto programmaticamente è stata inferiore a quella effettiva – con l’inflazione prevista. Questa viene però depurata dagli effetti delle variazioni dei prezzi dei beni energetici. Così, la perdita di potere di acquisto e l’onere di evitare che aumenti del prezzo dei beni energetici si traducano in inflazione ricadono per intero sui lavoratori: nessun vincolo analogo infatti viene prospettato per quanto concerne l’aumento di prezzi e tariffe. Gli incrementi legati all’inflazione prevista e il recupero di eventuali divergenze tra questa e l’inflazione effettiva non vengono applicati all’intera retribuzione ma alla sola parte corrispondente a valori contrattuali. Il recupero della differenza non è garantito e avviene con ritardo, dato l’allungamento del periodo di validità dei contratti. Complessivamente quindi, l’accordo non garantisce la difesa del potere d’acquisto dei lavoratori (cfr anche
l’articolo di Roccella del 19 dicembre 2008).
La presenza di benefici fiscali e contributivi tende a favorire il secondo livello di contrattazione in alternativa a quella nazionale - anche se è difficile dire in che misura possa davvero estenderlo a una platea molto ampia di lavoratori, vista anche la piccola dimensione delle imprese italiane. I benefici fiscali hanno però un prezzo in termini di perdita di progressività e di volume delle entrate fiscali e contributive (e quindi possono preludere a successivi tagli delle prestazioni pubbliche) senza che vi siano reali garanzie che essi vadano davvero a beneficiare anche i lavoratori. Infatti, se prima un incremento di salario effettivo netto di, poniamo, 50 euro ne costava all’impresa 90 al lordo del cuneo fiscale, con le nuove regole non c’è alcun motivo di escludere che l’impresa decida di erogare, ed i lavoratori riescano ad ottenere, solo ed esattamente lo stesso incremento netto di 50 euro, ma senza (o con minori) costi aggiuntivi per l’impresa. Si promette ai lavoratori un alleggerimento fiscale sui salari (di cui ci sarebbe grande bisogno), ma in realtà, per il modo in cui esso è disegnato, ai lavoratori potrebbero, alla fine, toccare soltanto i tagli della spesa pubblica.
La prevalenza del livello di contrattazione aziendale poi tende a determinare un aumento delle differenze tra lavoratori, con un peggioramento relativo delle condizioni dei lavoratori più deboli senza con ciò favorire un miglioramento assoluto di quelle degli altri[1]. Inoltre, insieme alla norma sulla derogabilità, rende la capacità contrattuale dei lavoratori estremamente vulnerabile a condizioni sfavorevoli, come l’elevata e crescente disoccupazione che vedremo nel prossimo futuro, mentre l’elemento di “garanzia retributiva” previsto dal contratto collettivo nazionale, appare inadeguato (su questo punto si rinvia
all’articolo di Roccella).
Colpisce poi molto che l’accordo vincoli “il salario di produttività” ad essere contrattato in azienda e a configurarsi come premio variabile. Perché la logica economica sottostante a questo è in stridente contrasto con gli obiettivi che si dice di voler perseguire.
L’aumento di produttività che è davvero rilevante per la competitività delle imprese (che si afferma di voler promuovere) è un aumento che possiamo definire strutturale, legato cioè a innovazioni tecniche e organizzative, o di qualità del prodotto. Agganciare il salario a tali cambiamenti strutturali significa stabilire incrementi permanenti del salario reale ad essi collegati. Ed è infatti proprio questo tipo di legame tra salario e produttività, da realizzare a livello settoriale o aggregato, non di singola azienda, che è stato spesso proposto da autorevoli economisti[2], in quanto rappresenta allo stesso tempo un incentivo per i lavoratori a collaborare ai processi innovativi e un elemento di equità distributiva, e favorisce l’equilibrio tra produzione e domanda di beni a livello macroeconomico. Ma se il legame salari-produttività si realizza a livello di singola azienda gli effetti sono perversi, in quanto ciò consente alle imprese meno innovative di restare sul mercato grazie alla possibilità di pagare salari più bassi, invece che essere costrette dalla concorrenza ad adeguarsi agli standards delle imprese più efficienti.
Insistere sul carattere aziendale e variabile del premio implica una logica volta a collegare i salari alle variazioni cicliche della produttività dovute alle fluttuazioni della domanda dei prodotti, oppure alle variazioni di produttività dovute ad una intensificazione dell’impegno e dei ritmi di lavoro a parità di tecnologia utilizzata. Tutto ciò con la conseguenza di spostare, del tutto impropriamente, dall’impresa ai lavoratori i rischi legati alle fluttuazioni cicliche e l’onere di migliorare la competitività.
Il nuovo sistema di regole non appare quindi in grado di perseguire i suoi obiettivi dichiarati, e cioè di creare le condizioni per l’aumento dei salari reali e della competitività delle imprese, e sembra piuttosto che, se si affermasse, potrebbe determinare effetti esattamente contrari.


10 giugno 2009

Crisi dell'auto : sindacati mondiali a confronto

 

Di nome si chiamano Fiom, Ig-Metal, Uaw, Cnm-Cut. Il cognome è uguale per tutti: metalmeccanici. Questi sindacati si trovano a fare i conti con lo stesso problema, la grande crisi, a partire da quella dell'auto che è assai speciale. Anche quando saranno passati gli effetti devastanti sull'economia e sul lavoro dell'esplosione della bolla finanziaria, resterà il problema della sovraproduzione di macchine: la capacità di sfornare automobili dalle linee di montaggio supera ampiamente la domanda. Insieme, la crescita di una cultura ambientale nei mercati maturi (e saturi) contribuisce a mandare in pensione i propulsori tradizionali. Nel breve termine vivrà chi sarà stato in grado di produrre 6 milioni di vetture l'anno, nel medio chi avrà fatto la rivoluzione tecnologica per rispondere alla mutata domanda.
Il rischio reale è che anche nei sindacati dell'auto si affermi l'egoismo sociale. E' forte la tentazione di applicare l'antico adagio della guerra tra poveri: mors tua vita mea. Ci sono sindacati con una tradizione partecipativa, fortemente integrati nel sistema paese, fino a fare blocco con le imprese e i governi, o una parte (quella socialdemocratica) della politica. Spesso la logica, giusta, di salvaguardia dei propri stabilimenti, fa il paio con gli atteggiamenti protezionistici, che si incrociano con il rivendicato domininio tedesco in Europa e nel mondo nel settore manifatturiero. E' il caso della potente Ig-Metal tedesca che svolge un ruolo importate nella partita aperta dal fallimento della General Motors e dalla conseguente necessità per la cancelliera Merckel di salvare la Opel, o meglio l'occupazione e gli stabilimenti in Germania. In più, il rapporto storico del sindacato metalmeccanico tedesco con la Spd lo colloca tra i tifosi di un'alleanza con l'austro-canadese-russa Magna. Della Fiat, la Ig-Metal non si fida nel lungo periodo. E alche la multinazionale Gm preferisce l'altro attore, ma a fine mese arriverà la resa dei conti con il governo Usa e il pallino passerà in mano a Obama, che con Marchionne ha stretto un forte solidalizio, passato attraverso la Chrysler.




Negli incontri «bilaterali», i dirigenti della Uaw hanno fornito i particolari della vendita della Chrysler alla Fiat, i cui costi sono ricaduti in gran parte sui lavoratori. Il fondo sindacale, raccontano, è stato costretto ad accettare i dicktat di Obama che ha imposto la trasformazione del debito in azioni dell'azienda, «prendere o lasciare», il 55% di proprietà ma un solo rappresentante nel Cda, contro i tre della Fiat con il solo 20% delle azioni in tasca. Così come è stato imposto da Obama un impegno a non utilizzare l'arma dello sciopero fino al 2015: «Noi avevamo proposto una moratoria fino al 2011».
Non poteva esserci occasione migliore del congresso della Federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici, per un confronto tra i soggetti coinvolti nelle trattative avviate dallo scatenato Marchionne. Oggi sarà proposta dal segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, membro dell'esecutivo del Fism, una risoluzione che impegna le organizzazioni sindacali dei paesi interessati dai processi di accorpamento a preparare una giornata di iniziative in tutto il mondo. Un modo per avviare un percorso opposto a quello che spinge al conflitto tra i lavoratori dei diversi paesi, in cui sarebbero ovviamente i più deboli, a partire da quelli del sud del mondo, seguitando con quelli che hanno un governo latitante come il nostro, a pagare le conseguenze dei processi in atto.
Ieri, al congresso della Fism in corso a Goteborg, in Svezia, è stato votato il nuovo gruppo dirigente. Dopo un serrato confronto tra la Ig-Metal - forte del sostegno dei sindacati est-europei, del Giappone e del nord Europa, per un totale di 6 milioni di voti, cioè di iscritti - i sindacati dell'Europa meridionale e del sud del mondo - Italia, Spagna, Francia, Brasile e Latinoamerica, Asia e Sudafrica, forti di due milioni di voti - e i sindacati inglesi e in parte americani - per un totale di 1,7 milioni di voti - è stato trovato un accordo: sono stati eletti presidente un tedesco (come sempre) Bertold Huber, segretario generale lo scandinavo Jyrki Raina e vice il brasiliano Fernando Lopez. E' già qualcosa.
Oggi la discussione al congresso si fa politica. Al centro del confronto, i rapporti tra i sindacati dei paesi forti e quelli del sud del mondo; il rapporto con le multinazionali; il modello sindacale. Lo scontro è tra il modello partecipativo incentrato sulla presenza nei cda e quello incentrato sul conflitto.


23 maggio 2009

Orsola Casagrande : il violento Primo Maggio in Turchia

 

Dopo trentadue anni di divieti i lavoratori sono tornati a celebrare il primo maggio in piazza Taksim. In realtà il prefetto di Istanbul Muammer Guler aveva confermato il divieto di manifestare. Ma i lavoratori e i sindacati fin dalle prime ore del mattino si sono riversati a Taksim. Immediatamente la polizia ha attaccato i manifestanti che si dirigevano verso il centro della città. Idranti, blindati e manganelli. Ventincinquemila poliziotti schierati per impedire ai lavoratori di celebrare la loro festa in quella piazza così densa di significati dove nel 1977 trentasei persone persero la vita, uccise proprio durante le celebrazioni del primo maggio. Le immagini delle bandiere rosse che sventolano in piazza fanno venire i brividi. Così come la violenza spietata delle forze di sicurezza. Centootto le persone arrestate, moltissimi i feriti. Scontri pesanti che hanno avuto luogo nelle stradine laterali che portano a Taksim, ma anche in altre città della Turchia. A Diyarbakir, in Kurdistan, pesante il bilancio della manifestazione dei lavoratori. Una violenza che va ad aggiungersi a quella ormai costante che da dopo le elezioni amministrative del 29 marzo (che hanno registrato il successo del kurdo Dtp) non si è mai fermata. 



Le forze dell'ordine in questi giorni sono sotto i riflettori per la morte di un giovane di appena sedici anni, rimasto ucciso durante una operazione «antiterrorrismo» proprio a Istanbul, nel quartiere di Bostanci. Un militante di un gruppo di sinistra legato al Pkk è stato ucciso dopo uno scontro a fuoco durato cinque ore. Oltre a lui sono morti un poliziotto e il giovane passante. Per il prefetto Guler, l'operazione «è stata un successo». Nel confermare il divieto a manifestare a Taksim, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan aveva ribadito che la richiesta dei sindacati era «irragionevole. «La piazza - aveva detto - non è adatta a manifestazioni di massa». Durissimi i commenti dei sindacati al nuovo rifiuto. Sami Evren, presidente di Kesk (lavoratori del pubblico impiego) ha sottolineato che «ormai la discussione sulle celebrazioni del primo maggio sono state ridotte a discussioni sugli scontri che puntualmente si verificano. Questa è diventata politica dello stato che continua deliberatamente a ignorare le richieste dei lavoratori». Quanto alle obiezioni sull'inadeguatezza di piazza Taksim, Evren ha ricordato che il cinque aprile scorso la piazza è stata concessa per una manifestazione della polizia. Migliaia di poliziotti si sono concentrati nella centralissima piazza cittadina. «Ma naturalmente - ha concluso Evren - quando la richiesta è dei lavoratori, la risposta è un'altra». La crisi economica intanto continua a pesare sulla già non brillante economia turca. E in più in queste ultime settimane si sono nuovamente intensificati i bombardamenti nel Kurdistan iracheno e in quello turco. Ankara nonostante le pressioni (seppure timide) da più parti per una soluzione negoziata alla questione kurda, continua a bombardare e a parlare il solo linguaggio della guerra. E questo, naturalmente, in termini economici costa. La guerra infatti si mangia una fetta consistente del budget della difesa. Il primo maggio per il governo è stato giorno di lavoro: Erdogan infatti ha annunciato il suo rimpasto di governo. Il consulente speciale del premier, Ahmet Davutoglu, è stato nominato ministro degli esteri.
Quest'anno sulla festa dei lavoratori e sulla repressione nei confronti del sindacato e di chi cerca di organizzarsi grava anche una nuova importante sentenza della Corte europea per i diritti umani. Il 21 aprile scorso infatti la Corte ha condannato la Turchia per comportamenti anti-sindacali. Diversi lavoratori erano stati vittime di provvedimenti disciplinari dopo che avevano comunque aderito e partecipato a uno sciopero di ventiquattro ore indetto dal sindacato Kesk.


18 maggio 2009

Emiliano Brancaccio : la beffa di Marchionne

 

La grande stampa, il governo e i vertici del partito democratico hanno salutato con euforia le recenti operazioni espansioniste della Fiat su scala globale. Oggi l’approdo nel mercato statunitense tramite l’intesa con Chrysler, e forse domani la conquista di Opel in Germania, sono stati interpretati come sintomi di quella italica capacità di “aggredire i mercati esteri” che è stata in questi giorni rimarcata dal presidente del Consiglio e da molti altri. I lavoratori tuttavia non dovrebbero lasciarsi ingannare da questa pioggia improvvisa di lustrini tricolore. La realtà infatti è che la Fiat ha acquisito il controllo strategico di Chrysler sotto la condizione che i sindacati americani accettassero un accordo capestro: congelamento dei salari, scatto degli straordinari solo oltre le 40 ore settimanali, cancellazione delle vacanze di Pasqua e di altre festività per due anni, pericoloso acquisto di una gran massa di azioni Chrysler da parte del fondo pensione dei dipendenti, e completa rinuncia agli scioperi fino al 2015. Massimo Giannini su Repubblica ha parlato di una soluzione responsabile e non ideologica da parte delle rappresentanze sindacali statunitensi. Ma sarebbe più onesta definirla una resa senza condizioni, che peserà non poco sulla localizzazione dei licenziamenti da un lato e dall’altro dell’Atlantico e che dunque costituirà un enorme problema per i sindacati italiani. Siamo insomma di fronte all’ennesimo episodio di quel generale processo di inasprimento della guerra tra lavoratori che sta sempre più caratterizzando l’evoluzione della crisi economica in corso.




Alla intensificazione del conflitto internazionale tra lavoratori la nuova strategia economica degli Stati Uniti contribuisce in misura significativa. Infatti, il ruolo dell’economia americana risulta oggi totalmente ribaltato rispetto agli anni passati. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti agivano da spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano gli americani lo compravano, e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso però l’America si ripresenta sulla scena internazionale in una veste opposta e feroce. Con i sindacati in ginocchio, il cambio del dollaro sempre più favorevole e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro. Con questa storica mutazione di ruolo da parte degli americani, il capitalismo globale in crisi si tramuta dunque in un gigantesco “beggar my neighbour”, lo spietato gioco delle carte in cui lo scopo di ognuno è di vincere saltando al collo del vicino. Degli effetti di questo gioco ci accorgeremo presto anche in Italia. Infatti, dopo avere incassato la resa dei lavoratori americani, Marchionne non esiterà a imporre pesanti ristrutturazioni nel nostro paese. La grande stampa parlerà anche in quel caso della necessità di un atto responsabile da parte dei sindacati? C’è da temerlo.

            Per i lavoratori italiani non vi è dunque alcun motivo per partecipare all’allegro revival nazionalista che è montato in questi giorni attorno ai colpi messi a segno dalla Fiat. Piuttosto, essi dovrebbero augurarsi che emerga presto un’alternativa di classe alla guerra mondiale tra lavoratori che la crisi capitalistica e la connessa fine dell’egemonia americana stanno alimentando. Questa alternativa si costruisce recuperando consapevolezza di un fatto evidente ma troppo a lungo dimenticato: il libero scambio dei capitali e delle merci può andare contro gli interessi della classe lavoratrice e dello stesso internazionalismo operaio. La questione allora non è se si debba o meno discutere di protezionismo. Il problema è di dare una declinazione di classe al tipo di barriere ai movimenti di merci e di capitali che si dovranno per forza introdurre se si vorrà evitare l’abisso di una competizione salariale planetaria e senza freni. In questo senso, sono maturi i tempi per esigere un blocco dei trasferimenti di capitale verso quei paesi che pretendono di affrontare la crisi puntando sull’abbattimento dei salari e sul peggioramento delle condizioni di lavoro. Nel silenzio assordante dei partiti del socialismo europeo, la sinistra europea farà bene a battere un colpo.


6 aprile 2009

Roberto Ciccarelli intervista Isabelle Sommier : una generazione tradita

 Milleuristes spagnoli, «generazione mille euro» italiana, quella dei «650 euro» greca e, ancora, il Cpe in Francia nel 2005. Sono i volti della stessa crisi sociale che ha investito l'Europa ben prima di quella finanziaria. Una condizione che, ormai, apparenta gli studenti universitari con i precari quarantenni. Quelli che ieri erano in piazza a Londra e Berlino, Parigi e Roma. Già nel 2006, un rapporto Eurostat rivelava che il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni si era attestato in questi paesi intorno al 23 per cento. Ne è seguito un drastico allungamento del periodo di formazione ed una massificazione di impieghi al ribasso, come ha rivelato la recente inchiesta Almalaurea in Italia. Il risultato, osserva Isabelle Sommier, direttrice del Centre de recherches en sciences politiques della Sorbona, «è un diffuso sentimento di tradimento. Esiste in Europa un'intera generazione che si sente vittima di una promessa non mantenuta quando gli viene proposto un lavoro senza rapporto con la propria formazione». 



A Roma per una serie di incontri seminariali (e ieri al corteo per osservare da vicino il movimento italiano), Isabelle Sommier si è da sempre occupata del legame tra le proteste politiche e i movimenti sociali in Italia e in Europa. Un recente bilancio l'ha tratto nel suo ultimo libro La Violence révolutionnaire (Presses de Sciences-Po, 2008). «La disillusione è tanto più forte in quei paesi, come la Francia e l'Italia - dice - che hanno vissuto in pochi anni un salto tra la generazione dei genitori e quella dei figli iper-alfabetizzati. Questa generazione sente di avere perso l'indipendenza che i genitori hanno attribuito al sapere gratuito».

È questa la ragione della radicalizzazione dello scontro sociale in Francia come in Grecia?

Quando non si hanno sbocchi sul futuro, questo è il minimo. Bisogna dire, però, che è solo un'esigua minoranza che attribuisce a questi scontri un significato politico. La maggioranza, come in Grecia, si radicalizza per esasperazione. Sono presi dal fuoco dell'azione. In Francia ci sono gli stessi ingredienti, salvo la corruzione politica e sociale che non è delle stesse dimensioni. La radice però è comune: non esistono più mediazioni politiche a disposizione di questa generazione.

Quanto conta in questo processo la dissoluzione della sinistra?
I suoi militanti sono sociologicamente distanti dalle nuove generazioni. Questa dissoluzione non può essere attribuita solo alla mancanza di un lavoro politico sul territorio. I socialisti francesi sono il partito dei ceti medi. La crisi ha investito questa base sociale, ma loro sono troppo presi dai propri giochi interni per accorgersene. Le dico soltanto che è stata la Medef (la Confindustria francese, ndr) a chiedermi di fare un seminario sulla precarietà, non loro. Per la sinistra, la lotta contro la precarietà è poco più di uno slogan. Sembra essere più interessata al mandato parlamentare.
 
Pensa che il problema sia culturale?
Proprio così. La sinistra ha una cultura che non comprende ciò che Robert Castel ha definito désaffiliation sociale, cioè l'assenza della garanzia di un lavoro permanente che produce isolamento sociale. Con questo non voglio dire che la zona di vulnerabilità sociale sia unica per tutti. Esiste una forte separazione tra i movimenti di cui parliamo, ad esempio quello che da sette settimane sta mobilitando le università francesi, e i banliueusards. Non è raro vedere questi giovani aggredire gli studenti per derubarli durante le manifestazioni.

Come si spiega la crescita del Nouveau parti anticapitaliste (Npa) di Olivier Besancenot, dato all'8-10 per cento alle prossime europee?

Si spiega con il fatto che in Francia non c'è stata la cesura con i movimenti degli anni Settanta come in Italia. Sono storie diverse, ma per me questo è un elemento significativo. L'Npa rappresenta un'area militante, sindacale, culturale di origine maoista e libertaria che, a partire dalla crisi del '68 francese, è riuscita a radicarsi nei movimenti, penso a quello dei senzatetto, dei sans papiers e ad una serie di associazioni dei precari. Forte è anche la presenza nel sindacalismo di base attivo sin dagli anni Ottanta. A differenza dei socialisti e dei comunisti, questa area ha dimostrato una sensibilità per i cambiamenti sociali. Parliamo di una realtà consolidata che è diventata nel tempo una scuola politica. Molti socialisti, come Henri Weber, hanno iniziato da qui. La figura di Besancenot è il simbolo della nuova generazione: un laureato dequalificato che ha un master e fa il postino. Una parte del suo consenso viene dai trentenni che si riconoscono nella sua situazione e criticano la mancanza di un ricambio generazionale ostacolato da chi è andato al potere con il '68.

La Cgil ha mostrato timide aperture rispetto al movimento dell'Onda che ha riportato l'attenzione su questi problemi in Italia. Qual è il rapporto tra il sindacato, i partiti e i movimenti in Francia?

Di comunicazione. Lo si è visto nelle lotte contro il Cpe, contro la riforma universitaria e nello sciopero generale della settimana scorsa. Ricordo però, quando sono nate le prime associazioni dei precari, nei primi anni Novanta, la Cgt sostenne che non erano rappresentative. Dopo il movimento degli stagisti del 2005 l'atteggiamento è cambiato. La Cgt ha attivato comitati per i disoccupati, ha assistito i sans papiers nella ristorazione. Ha dovuto rispondere alla concorrenza dei sindacati di base.


5 aprile 2009

The Guardian : l'ombra del fascismo

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è apparso da lungo tempo sconcertante e vergognosamente ovvio. Sin da quando scese in campo nel vuoto politico creato nel 1993 dai simultanei scandali della corruzione governativa a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere dalla legge se stesso e il suo impero mediatico. Durante il più lungo dei suoi tre periodi di detenzione del potere, il signor Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte controllo sull’industria dei mass media italiani – oggi egli ne controlla direttamente circa la metà – ma ha fatto approvare una legge che gli ha garantito l’immunità da ogni procedimento giudiziario. Poi, quando quella legge è stata dichiarata incostituzionale, il signor Berlusconi nuovamente rieletto l’ha riportata in vigore con una nuova formulazione lo scorso anno e l’ha reintrodotta nell’ordinamento giudiziario.
Il successo del signor Berlusconi è dovuto per un verso alla sua stessa audacia e molto più per l’altro in maggior misura alla sempre più profonda debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana in particolare è venuta meno al compito di dispiegare una opposizione efficace. Pur tuttavia l’ultimo atto del signor Berlusconi – l’unione nel nuovo blocco del Popolo della Libertà, completata ieri, del suo partito Forza Italia con Alleanza Nazionale che discende direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini – può aver lasciato una ben più durevole impronta sulla vita pubblica italiana di qualsiasi altro intervento precedentemente posto in atto da questo tycoon populista.



Differentemente da quanto accaduto nella Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la sua eredità fascista. Il risultato è stato che, mentre il neofascismo non è mai seriamente tornato in superficie in Germania, in Italia si sono verificate importanti continuità – leggi e funzionari ereditati dall’era mussoliniana, e la rinascita post bellica di un ribattezzato partito fascista – il tutto malgrado una nominale cultura pubblica antifascista. Queste continuità sono ora diventate più solide. E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
E’ anche vero che AN ha percorso una lunga distanza in sessanta anni. Il suo leader Gianfranco Fini si è spogliato dei suoi vecchi indumenti politici e ha guidato il suo partito verso il centro. Per più di quindici anni ha operato come alleato del signor Berlusconi. Ora parla della necessità di un dialogo con l’Islam, denunzia l’antisemitismo e promuove un’Italia multietnica – prese di posizione che il signor Berlusconi con le sue campagne populiste contro gli zingari e gli immigrati e con la sua propensione per un razzismo soft troverebbe difficoltà a condividere.
Malgrado le sue lontane origini liberali l’Italia moderna è storicamente un paese orientato a destra. Rimane peraltro scioccante che un capo di governo tra i venti leaders mondiali nel vertice economico di questa settimana a Londra abbia ricostruito la sua base politica sulle fondamenta poste da fascisti e che ora come risultato rivendichi una probabile permanenza della destra al potere per generazioni a venire.


2 aprile 2009

Grecia : sciopero generale. Tensione e rabbia

 

Oggi si aspetta la partecipazione di migliaia e migliaia di lavoratori allo sciopero generale proclamato dalla Confederazione generale dei lavoratori (Gsee) e dalla Confederazione del settore pubblico (Adedy). Nel mirino ovviamente c'è la politica economica del governo che colpisce sempre piú larghe fasce sociali impoverite dalla crisi. Indicativo è ciò che ha detto lo stesso presidente della repubblica, Karolos Papoulias, durante il suo incontro «solidale» con la leadership dei sindacati al palazzo presidenziale. La crisi, ha sottolineato Papoulias, ex ministro socialista, «non deve essere pagata dai lavoratori, perché almeno loro sono innocenti. La crisi deve essere pagata da quelli che l'hanno provocata, e che insistono a non voler perdere niente di ciò che hanno guadagnato in passato e di quello che pensano di guadagnare nel futuro». La situazione in Grecia è ormai insopportabile non solo per larghi strati sociali in conflitto con il padronato, ma anche per lo stesso governo conservatore di Costas Karamanlis, che si presenta sempre piu fragile ed incapace di affrontare la crisi economica, giá grave ancor prima del crollo del sistema finanziario mondiale.



«È una miscela esplosiva, tra la crisi finanziaria mondiale e la politica economica del governo che ha provocato enormi problemi fiscali» ha detto il presidente della Gsee, Jannis Panagopoulos. Problemi che non trovano soluzione e che fanno aumentare la rabbia sociale. Una rabbia che si esprime giorno per giorno nei discorsi tra la gente, una crisi che si vede nei negozi e nei mercati, nel calo pauroso dei consumi e delle vendite anche dei beni di prima necessitá, nelle imprese che chiudono, nelle statistiche. La Grecia, tra i «27», ha un debito pari al 93% del PIL, inferiore, cioé, solo a quello italiano e il primato comunitario di lavoratori che vivono con salari sulla soglia di povertá: il 14%, mentre la media nell'Ue è all'8%. È peggiore la situazione tra i giovani laureati, la cosidetta generazione da 700 euro, dove il tasso di dissocupazione arriva il 45%. Famiglie intere che avevano comprato una casa o una macchina grazie ad un prestito dalle banche, che ancora fino pochi anni fa «offrivano» il denaro in pochi giorni, ora rischiano di perdere tutto. Nelle cronache dei quotidiani e dei canali televisivi si vedono sempre piú persone disperate, arrabbiate. Con la nuova rabbia dei giovani studenti che non si è mai placata dal dicembre scorso. Insieme alle proteste dure degli anarchici. Questa settimana piú di 700 allevatori di bestiame da tutto il paese sono arrivati ad Atene per chiedere ció che lo stesso ministro dell´ agricoltura, Sotiris Chatzigakis, aveva promesso un mese fa, cioé 100 milioni di euro. Ma ora il ministro non ha «niente da dare». È in corso un presidio a oltranza di fronte al ministero dell´economia di centinaia di operai del Gruppo Tessile Unito, che ha deciso di chiudere tutte le fabbriche, dal nord al sud del paese. «Ben sette volte abbiamo viaggiato fino qui per ottenere un incontro con il ministro, che ci aveva promesso un aiuto, ma non siamo riusciti a vedere nessuno» dice un operaio 59enne, licenziato insieme ad altri 1200 suoi compagni di lavoro. Gli unici a guadagnare sono le banche, sostenute dal governo con 28 miliardi di euro per la crisi finanziaria. Ma i banchieri non sembrano disposti a far girare questo denaro, aiutando le imprese. Oggi ci saranno due cortei, uno dei sindacati e uno dei comunisti ortodossi del Kke, che preferiscono manifestare separatamente. Ma questo conta poco di fronte ad una crisi che trova il premier stanco e poco disposto a dialogare. Non a caso ha preferito rimanere ad Atene, nonostante l´ invito di Gordon Brown al summit dei G20 a Londra.


29 marzo 2009

La deificazione di una zucca

Il riferimento al testo di Seneca non è per dare dello zuccone a Berlusca, ma per evidenziare che siamo in una fase della storia della nostra Repubblica per cui qualsiasi cosa (e non chiunque) può andare al potere ed essere glorificato : questo è un effetto indesiderato del combinato disposto tra struttura politica democratica (un bene) e struttura mediatica fortemente monopolizzata (un male). Di Berlusca io parlo poco, rispetto ad altri blog, perchè rappresenta un paradigma politico-economico incommensurabile con il mio e quindi lo guardo con lo sbalordimento che si può avere alla vista di un marziano. Preferisco arrabbiarmi con quelli che potrebbero essere miei alleati politici e che (a mio parere) gli hanno permesso di proliferare come una metastasi in tutto il sistema politico italiano. 



Ritengo doveroso ricordare però che (mi perdonerete se l'esigenza di sintesi darà l'ìmpressione di essere semplificatorio) :
1) Berlusconi rappresenta la realizzazione di un piano eversivo (quello della loggia P2), riconosciuto come criminoso circa 25 anni fa.
2) Berlusconi rappresenta la legittimazione politica delle mafie, degli evasori fiscali e contributivi e cioè di quei soggetti che mantengono alto l'indice di percezione di corruzione del nostro paese, indice non paragonabile a quello della maggior parte dei paesi europei e/o sviluppati.
3) Berlusconi è colui che intende indebolire le garanzie dei lavoratori con il ricorso ad un'ideologia liberista la cui realizzazione per quanto utopistica (e dunque motivata da una pericolosa ipocrisia), porterà al massimo di danno per i lavoratori dipendenti.
4) Berlusconi intende svuotare e mutilare la Costituzione repubblicana attraverso modifiche deleterie per la liberale divisione dei poteri e l'indebolimento collegato del potere legislativo e del potere giudiziario.
5) Attraverso l'alleanza con la Lega, Berlusconi sta promuovendo una riforma federalista che aggraverà gli squilibri regionali esistenti nel paese e condannerà il Meridione ad altri decenni di sottosviluppo, con il rischio di una futura guerra civile.
6) Attraverso l'alleanza con AN e il culto della propria personalità Berlusconi sta favorendo un ritorno degli ideali fascisti all'interno del tessuto sociale. A questi si associano le pulsioni xenofobe alimentate dalla Lega.
7) Berlusconi con la sua alleanza sociale con gli imprenditori edili e trascurando l'impatto ambientale di qualsivoglia intervento pubblico o privato sul territorio, contribuirà alla devastazione di quel che resta dell'ambiente idrogeologico e biotico del nostro paese.


15 dicembre 2008

L'oggetto della contesa

Il Piano per il salvataggio di General Motors non è stato approvato, in quanto Democratici e Repubblicani non hanno trovato l'accordo sui termini del piano stesso.
La questione tra le due forze politiche è quella dei tempi del riallineamento verso il basso dei salari orari degli operai di General Motors a quelli dela Toyota, o meglio della diminuzione dei benefits che rimpolpano i salari dei primi.
La questione è, come al solito, detto in altri termini,  il saggio di sfruttamento degli operai del settore automobilistico americano. Il conflitto, l'oggetto del contendere sta sempre là, a dimostrare la giustezza delle tesi di Marx. E l'infinita superiorità del modello sociale europeo su quello americano.
Negli Usa democratici e sindacati non discutono della inevitabile necessità di abbassare i salari dei lavoratori, ma discutono solo i tempi di questo riallineamento. Questo forse garantisce maggiore occupazione, ma indebolisce il legame tra occupazione e maggior benessere, dal momento che permette anche l'esistenza dei working poors, del "correre per rimanere in piedi".




Invece in Europa nella maggior parte c'è un contratto nazionale (o una legge addirittura) che non permette l'abbassamento del salario oltre un certo livello e non permette una eccessiva rincorsa dei salari verso il basso. Ma ancor di più (visto che tra i benefits della General Motors vi è l'assicurazione sanitaria), vi è un Welfare che prevede un'assistenza sanitaria più o meno uguale per tutti e che consente alle aziende di non doversi accollare alcuna assicurazione sanitaria. Questo non vuol dire che non vi siano benefits aziendali, ma che questi sono integrativi e non sostitutivi dell'assistenza sociale e dunque la loro rimozione costituisce uno svantaggio ma non un dramma per i lavoratori.
Nel frattempo in Svezia, in vista dei problemi notevoli che dovranno affrontare Volvo e Saab, il governo di centro destra (CENTRO DESTRA !!!) stanzierà venti miliardi di corone in garanzie su prestiti destinati alla produzione di veicoli più ecologici (PIU' ECOLOGICI !!!)  e 3 miliardi di corone che una nuova azienda statale (STATALE !!! NON INCENTIVI A PIOGGIA ALLE IMPRESE !!!) investirà in ricerca legata all'auto.
Ma di che vogliamo parlare ?


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