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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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8 marzo 2011

Brancaccio e Boldrin : un rutto di Bossi ci seppellirà

La discussione tra Brancaccio e Boldrin si sposta poi  sulla politica economica italiana. Boldrin dice che la nostra crisi è cominciata nel 2000 e, in termini reali, all’inizio degli anni ’90. Nessuno sembra secondo lui essere consapevole della gravità della situazione in quanto l’Italia ormai è un paese in via di sottosviluppo : la produttività del lavoro non cresce da molti anni, la preparazione dei nostri studenti è sempre più scadente, l’intero sistema di servizi pubblici sta collassando ed il Pil procapite italiano di oggi è inferiore a quello del 2000 del 3%. In un sistema del genere non solo le imprese non investono, ma le stesse energie migliori non vedono l’ora di fuggire. Per Boldrin un paese riesce a rimanere sulla frontiera tecnologica e ad evitare il declino solo se riesce a far cooperare al suo interno le energie migliori con la massa dei lavoratori. Le persone altamente competenti, che sono il fattore produttivo più importante, invece se ne vanno e sia la destra che la sinistra sembrano non vedere il problema.

Brancaccio è d’accordo con il fatto che le risorse umane e dei giovani non vengono adeguatamente valorizzate. Uno degli indicatori che evidenzia il carattere bloccato di questa società è l’indice di mobilità intergenerazionale che misura la possibilità che ad es. ha il figlio di un operaio di migliorar e rispetto alla condizione della sua famiglia di origine. C’è da notare però che l’Italia è in coda in questa classifica, assieme però agli Usa e alla Gran Bretagna. Il paese del sogno americano in realtà è anch’esso bloccato in una sperequazione retributiva mai raggiunta da molti anni.

Per quanto riguarda l’Italia, Brancaccio dice che, in termini di crescita del Pil, l’Italia ha fatto peggio di quasi tutti in Europa. La disoccupazione supera quella di Germania ed Inghilterra. A questo proposito Tremonti ha tirato fuori una tesi fantasiosa di tipo liberista secondo la quale, a fronte della crescita dei disoccupati, ci sarebbero in realtà moltissimi posti di lavoro vacanti : basterebbe favorire l’incontro tra gli uni e gli altri per ridurre significativamente il tasso di disoccupazione.

In realtà il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti e quindi pensare che, per ogni lavoratore rimasto a spasso ci sia un posto libero ad attenderlo è evidentemente illusorio. La crisi che ha colpito l’Italia rischia di avere ripercussioni irreversibili sul nostro tessuto produttivo. I tassi di mortalità delle imprese sono estremamente alti e quelli che rimangono non si accorpano e non si centralizzano. Per Brancaccio uno dei problemi principali dell’Italia è il basso grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali. Invece la politica economica italiana tende a recuperare competitività attaccando le condizioni dei lavoratori, strategia che dura da anni ma che non ha minimamente toccato gli enormi problemi strutturali che affliggono la nostra economia.

Boldrin, dopo aver criticato il suo interlocutore sulla tendenza a non fare nomi e cognomi, ma a parlare genericamente di economisti liberisti o socialisti, conviene sul fatto che la disoccupazione italiana non è un problema di mancato incontro tra domanda ed offerta di lavoro, mentre è un problema dell’economia americana nella quale la distribuzione territoriale della disoccupazione è estremamente disomogenea. Boldrin si chiede perché l’Italia ha una produttività così bassa e perché non nascono nuove imprese o perché le imprese straniere non vengono ad investire in Italia. Brancaccio pensa che la causa sia  la leggera riduzione (a dire di Boldrin) delle eccessive rigidità della legislazione italiana sul lavoro. Per Boldrin le cause sono altre e cioè mancanza di una vera concorrenza sui mercati, un eccessivo interventismo dello stato nell’economia, sussidi dati ad imprese improduttive, il degrado progressivo del sistema educativo ed una macchina amministrativa disastrosa.

Brancaccio replica che, per quanto riguarda la situazione statunitense, i liberisti non tengono conto del crollo della domanda effettiva. Inoltre in Italia il crollo dell’indice generale di protezione del lavoro è stato molto consistente (1,68 tra il 1996 ed il 2008 a fronte di una riduzione di 0,97 in Germania ed addirittura un lieve aumento in Francia. Brancaccio precisa anche che la riduzione delle protezioni per i lavoratori non è la causa del declino ma è il rimedio fallimentare che i governi italiani hanno adottato per combattere il declino, la cui causa principale è un grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali relativamente basso rispetto ad altri paesi.

Boldrin, premettendo di non capire la questione della scarsa concentrazione dei capitali, prende lucciole per lanterne quando confonde il carattere periferico (nel senso di marginale) dell’economia italiana, con la collocazione geografica in senso fisico della penisola italiana. Pare ovvio invece che si tratta di collocazione periferica rispetto ad un mercato oppure rispetto ad un circuito economico integrato.

Il fatto comunque che l’Italia abbia pagato più di altri la liberalizzazione del mercato interno, la creazione del mercato unico europeo e l’introduzione dell’euro è per Boldrin una conseguenza della crisi, non un fattore causale. Ma anche qui Boldrin dimostra di non ascoltare il suo interlocutore per il quale è la mancata centralizzazione dei capitali il principale fattore causale. Bisognerebbe riprendere il discorso da lì e costringere l’interlocutore ad approfondire il concetto.

Boldrin aggiunge che non si tratta di protezione dei lavoratori ma di rigidità del mercato del lavoro. L’Italia partiva da un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro e quindi, partendo dai livelli più alti, è facile che la riduzione sia più consistente. Ciò che conta sono le posizioni assolute, cioè quanto è rigido un mercato del lavoro rispetto ad un altro (anche qui Boldrin sbarella, in quanto ciò che conta, ad essere precisi sono le posizioni relative agli indici di protezione del lavoro degli altri paesi e non quelle relative ai propri indici di protezione del passato).

Boldrin dice che in Italia ci sono due mercati del lavoro : uno assurdamente rigido e perfettamente protetto, ma ingessato. L’altro assolutamente selvaggio. L’esistenza del secondo è dovuta al primo. I protetti dell’impiego pubblico e di una certa parte dell’industria privata, generano costi di impresa e costi aggregati di sistema che possono essere sostenuti e compensati solo grazie a quei poveracci del mercato selvaggio, cioè solo grazie allo sfruttamento di tutti coloro che sono costretti a subire una posizione di estrema debolezza sul mercato del lavoro, cioè i giovani e le donne che sono stati costretti a sobbarcarsi il peso di coloro che sono già garantiti per tenere in piedi il sistema. Un esempio di questo sistema patologicamente duale è l’università dove da un lato ci sono i garantiti (professori di ruolo, ricercatori confermati) che sono poco produttivi e dall’altro i precari privi di garanzie e di prospettive che reggono tutto il peso dell’effettivo funzionamento dell’università.

Brancaccio, a proposito della centralizzazione dei capitali, si rifà al dibattito italiano sulla credenza per la quale le piccole dimensioni di impresa costituirebbero un fattore virtuoso, in grado di garantire alle imprese italiane la flessibilità necessaria per competere sui mercati. Secondo Brancaccio questi ragionamenti sono in realtà serviti a fornire una giustificazione per tutti coloro che da questo capitalismo nazionale polverizzato e frazionato sono riusciti a lucrare ampi margini di consenso, chiudendo gli occhi di fronte all’evasione fiscale, al sommerso che contraddistinguono il nostro tessuto produttivo. La questione della centralizzazione dei capitali è rilevante sia per quanto riguarda la storia economica dell’Italia sia con riferimento alle prospettive politiche future, tenendo conto del fatto che ad es. il mondo della piccola e piccolissima impresa costituisce l’ossatura principale del bacino di voti della Lega nord. Prendersela con Tremonti, non tenendo presente gli interessi di cui egli si fa portatore risulta essere alla fine un approccio superficiale.

Per quanto riguarda l’indice di protezione dei lavoratori, Brancaccio incassa il fatto che si è chiarito che non si è trattato di una leggera riduzione (Boldrin, cammin facendo, ha corretto la sua iniziale posizione) ed aggiunge che bisogna spiegare perché mai bisognerebbe ridurre le tutele e quale beneficio per l’occupazione potrebbe derivare da una strategia di questo tipo, visto che finora non ha avuto gli effetti sperati. Brancaccio dice anche che la dualità del mercato del lavoro ormai non esiste più ed il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non ha più efficacia in quanto non può più impedire i licenziamenti individuali.

Boldrin ammette che in Italia c’è una scarsa mobilità sociale, ma sulla questione della struttura industriale polverizzata egli afferma che si tratta di un dato strutturale che ha accompagnato lo sviluppo economico italiano da molti secoli. Associarlo al dibattito politico attuale è un operazione stiracchiata. Bisogna formulare progetti di politica economica a partire da quello che si ha e non da quello che piacerebbe avere. È vero che questo sistema è un bacino elettorale per certe forze politiche, ma in realtà è il sistema delle piccole imprese che ha creato queste forze politiche. Perciò una politica economica realistica non dovrebbe accanirsi contro questo radicato sistema, ma cambiare quello che è possibile cambiare.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, per Boldrin non si tratta solo dell’articolo 18 ma di un intero combinato disposto, fatto di giurisprudenza del lavoro, regolamenti amministrativi, meccanismi contrattuali che rendono una fetta del mercato del lavoro italiano estremamente rigida.

Nel settore pubblico italiano si è dei perfetti intoccabili. La produttività è al minimo. Questo non perché i dipendenti pubblici siano dei cattivoni, ma perché non hanno alcun incentivo a lavorare ed il loro stipendio non dipende dai risultati. Spendiamo una percentuale simile a Svezia o Germania in cambio di servizi pubblici che il mondo intero considera paragonabili a quelli dell’Egitto.

Brancaccio replica che Boldrin sbaglia a considerare la struttura del capitalismo italiano come un dato esogeno, quasi un destino ineluttabile. Ma l’assoluta prevalenza nazionale delle piccole dimensioni di impresa costituisce anche il frutto di una particolare linea di indirizzo politico. Quando si chiude gli occhi sull’evasione fiscale, quando si porta avanti una politica di compressione dei salari è chiaro che si incide in modo significativo sull’evoluzione del tessuto produttivo e sul gradi di organizzazione dei capitali. In questo modo si sono fatti sopravvivere pezzi di capitalismo inefficienti grazie a prebende fiscali, demolizione del sindacato, illegalità.

Inoltre il mercato del lavoro italiano non è rigido e sicuramente lo è meno rispetto ad altri 12 paesi europei. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, il problema non sono i fannulloni, ma sono le politiche economiche che si adottano per combattere questi fenomeni. Brunetta con il blocco delle assunzioni e del turnover spera di risolvere il problema, ma la realtà è più complessa. Con il blocco del turnover l’età media continuerà a salire ed i lavoratori pubblici più anziani sono mediamente meno qualificati e meno motivati dei giovani assunti, i quali invece hanno maggiore dimestichezza con le innovazioni tecnologiche e sarebbero più qualificati. In questo modo il dimagrimento del personale promosso da Brunetta non aumenterà la produttività del settore pubblico, se non nelle sue mere intenzioni.

Boldrin ribatte che non è vero che l’Italia abbia una rigidità del lavoro più bassa rispetto ad altri paesi. Ad es. per quanto riguarda i licenziamenti collettivi l’indice di rigidità dell’Italia è 4,88 rispetto ad una media Ocse del 2,48. In Italia più dell’80% dei dipendenti sono a tempo indeterminato e tutta la riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori che Brancaccio menziona è dovuta all’introduzione dei contratti non a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la centralizzazione dei capitali Boldrin dice che la concentrazione industriale è un punto di arrivo, non di partenza per le industrie. Le imprese innovative nascono piccole e diventano grandi quando hanno successo. La tesi del piccolo è bello nacque in California a causa di realtà che sono diventate Microsoft. Il problema è cosa ha impedito alle nostre imprese di avere successo e di diventare più grandi. Probabilmente è dovuto al fatto che in Italia l’intervento statale ha protetto i grandi gruppi impedendo alle piccole realtà di crescere e svilupparsi.

Per quanto riguarda i rimedi per Boldrin occorre ristrutturare il settore pubblico da cima a fondo, introducendo criteri di tipo privatistico e manageriale nella gestione, stabilendo criteri di produttività con misure oggettive, criteri di produttività che determinano anche il mantenimento del posto di lavoro, soprattutto a livello dirigenziale. In secondo luogo bisogna abolire il Ministero della Pubblica istruzione per trasformarlo in un’agenzia di controllo di qualità, prendere i soldi che spendiamo per l’istruzione e metterli in mano a famiglie e studenti sotto forma di buoni scuola, mentre gli insegnanti di scuola si debbono organizzare in libere cooperative. Bisogna dare agli insegnanti gli incentivi per decidere cosa insegnare e come, prevedendo criteri oggettivi per legare la retribuzione al merito gestiti dagli stessi insegnanti, portando una rivoluzione del merito. Infine per Boldrin va semplificato il sistema fiscale, riducendone la pressione e combattendo l’evasione fiscale senza illudersi che possa guarire il nostro debito (si può recuperare un 10 mld, non i 60 favoleggiati). Bisogna ridurre la tassazione sul reddito e alzare quella su patrimonio e consumi.

Brancaccio replica che sulla rigidità del mercato del lavoro parlano i dati Ocse e liquida così i tentativi di Boldrin di fare distinguo che effettivamente non incidono se non si affronta nel dettaglio il problema dell’attendibilità dell’indice Epl. Per Brancaccio bisogna diminuire il carico delle imposte su redditi bassi e medio-bassi, bisogna ripristinare la centralità del contratto a tempo indeterminato, fissare minimi salariali per legge. La lotta agli sprechi è stata troppo spesso confusa con lo smantellamento del sistema pubblico, mentre invece bisogna meglio investire nel pubblico (l’istruzione, la ricerca,la sanità, l’assistenza). Infine bisogna a livello europeo interrompere il dumping salariale e l’apertura dei mercati andrebbe condizionata al rispetto di determinati standard di lavoro.

 

 

Questo dialogo in parte è stata una occasione sprecata, perché entrambi i contendenti sui punti nodali di differenza hanno finito per glissare.

Ci sono da fare diverse riflessioni. La prima è che nel parlare di mercato duale Boldrin non cita affatto la malavita organizzata. Dunque si trascura quanta sia la percentuale di lavoro sommerso che fa capo alla malavita organizzata e su questa base non si può valutare quanto la perdita di garanzie per il mercato ufficiale del lavoro incida sull’estensione del mercato sommerso. A mio parere, l’incidenza sarà minima ed anzi sposterà verso il basso gli standard complessivi.

La seconda è quanto sommerso esista nel campo dell’istruzione e nel campo del settore pubblico complessivo, visto che le maggiori rigidità del mercato del lavoro si trovano in questi comparti lavorativi. A mio parere, se esistono due mercati del lavoro, uno ufficiale ed un altro sommerso, la loro relazione non è così semplice come la delinea Boldrin, che applica uno schema che forse valeva per i paesi del socialismo reale, ma non per gli Stati a Welfare abbondante.

L’unica sotto-tesi di Boldrin che rimane in piedi è il fatto che il settore pubblico fa pagare molte tasse e dà pochi servizi e questo diventa un costo per le imprese tale da facilitare il mercato sommerso. Il problema però diventa il miglioramento dei servizi erogati e non quello dei tagli o della perdita di garanzie lavorative. La questione fiscale ha anche a che fare con la selezione delle imprese e con la centralizzazione dei capitali, ma di questo parleremo tra poco.

Entrambi gli interlocutori, sempre a questo proposito, non analizzano il fatto che la disparità reddituale e nella dimensione dei fattori produttivi è molto geograficamente connotata e che il trend politico in corso aggraverà fortemente questa situazione critica, con pericoli forti per l’unità nazionale e la coesione sociale. Boldrin su questo ha un atteggiamento ambiguo e cercheremo di spiegare perché. Brancaccio parla della Lega, ma mette in evidenza il suo legame con le piccole imprese e non con quello delle disparità a livello di territorio.

La diminuzione del Pil procapite di cui parla Boldrin si riferisce forse al Pil procapite a parità di potere d’acquisto in relazione al corrispondente indice Usa e non credo che sia del tutto attendibile (il rapporto è con gli Usa 2000 e con gli Usa 2010 ad es., per cui il riferimento non è costante e non ci consente un reale raffronto intertemporale). Secondo questo indice anche la situazione della Francia e del Giappone sarebbero peggiorate. Insomma, per quanto il berlusconismo (questi meravigliosi 17 anni) abbia coinciso con una forte regressione sociale, la valutazione va fatta guardando un maggior numero di indicatori.

Quanto alla questione del mismatch, Brancaccio argomenta bene quando parla del fatto che il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti, mentre Boldrin parla di disomogeneità del quadro statunitense, ma sembra non accorgersi della disomogeneità italiana, sia di genere (la disoccupazione femminile quasi il doppio di quella maschile) sia territoriale, mentre altri autori vedono un mismatch di lungo periodo tra domanda e offerta di lavoro, riconducibile appunto a fattori di natura “strutturale”, tra cui le condizioni dello sviluppo produttivo locale. Anche questa svista di Boldrin è interessante, nell’interpretare l’ideologia alla base delle sue analisi.

Pure per quel che riguarda la produttività, essa andrebbe disaggregata almeno in produttività del capitale e produttività della forza lavoro. Oppure distinguere tra la produttività per occupato e quella per ora lavorata. Inoltre va evidenziato che nel 2000 la produttività italiana per occupato era la terza dell’Europa a 27. Ora è sì molto diminuita, ma comunque la Germania è sotto di noi, mentre al primo posto svetta il Lussemburgo. Se si guarda invece alla produttività per ora lavorata, l’Italia sta sempre sotto Francia e Germania, ma quest’ultima è inferiore alla prima, per quanto il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto della Francia sia molto basso (71,3 con gli Usa = 100) rispetto ad altri paesi.

Che significato hanno dati del genere ? E se sono significativi, va chiarito il dilemma della Germania che con una produttività relativamente così bassa per occupato (senza contare che anche il suo reddito pro capite PPA non è molto brillante rispetto ad altri paesi sviluppati, 76,3 mentre quello del Canada è 84,3, dell’Austria è 81,8 e dell’Australia è 83,7), è ammirata in tutto il mondo per la sua solida economia. Ancora si esige dunque un approfondimento che non c’è, per meglio interpretare la situazione (assoluta e relativa) dei diversi paesi.

Boldrin poi inspiegabilmente mostra di essere più realista del re quando si tratta di mettere mano alla scarsa centralizzazione del capitale, dicendo che si tratta di una tradizione plurisecolare e che bisogna partire con quello che si ha e proporsi quello che si può fare. Anche qui bisogna spiegare questo suo riflesso condizionato. Brancaccio su questo ha con lui gioco facile nel confutarlo ed infatti Boldrin assumerà dopo una posizione almeno degna di discussione.

Altrettanto inspiegabilmente Boldrin dal realismo radicale passa poi ad un delirio utopistico quando parla dell’abolizione del ministero della pubblica istruzione, delle libere cooperative di insegnanti o dei soliti buoni scuola che confondono la formazione con la spesa al supermercato. L’unica base realistica del suo discorso è il fatto che egli si augura che tutti gli insegnanti ed i docenti finiscano per strada, perché è questa pars destruens l’unica opzione realistica congetturabile. Perché tanto realista prima e tanto utopista poi ? Cominceremo con il dire che fa il realista quando la cosa che deve essere realizzata lo lascia almeno indifferente, se non dispiaciuto. Diventa utopista quando immagina di dare bacchettate sulle mani dei docenti garantiti e fannulloni. Si tratta di una regressione infantile.

La sua tesi sulle piccole imprese che diventano grandi è più interessante, ma trascura due fatti :

A)    Lo Stato italiano non ha protetto le grandi imprese, tant’è che il settore chimico fu distrutto, quello automobilistico annaspa e cerca conforto nella pause per andare a cagare e noi in realtà abbiamo ben poche imprese in grado di gareggiare con la grandi imprese transnazionali. Se lo Stato avesse davvero fatto un intervento forte di politica industriale non saremmo a questo punto.  

B)    Le imprese piccole che crescono lo fanno ai danni delle altre. Non tutte diventano grandi. Bisogna distinguere tra piccole imprese, tra quelle residuali appartenenti a settori produttivi a basso valore tecnologico e quelle che invece individuano linee di innovazione tecnologica e che possono sperare di crescere. Il permanere delle prime è una patologia che giustamente Brancaccio censura, mentre le seconde debbono prima o poi affrontare il passaggio della crescita dimensionale se non vogliono rimanere subordinate ad altre grandi imprese che sfruttano il loro slancio iniziale. Lo Stato deve aiutarle mettendo a disposizione infrastrutture efficienti, una formazione di base decente e ben distribuita, regole che aiutino la selezione (per cui il fisco progressivo ed esigente è paradossalmente un test che fa cadere rapidamente i frutti marci) e non aiutando a comprimere salari e diritti. La paura di perdere il posto di lavoro può motivare lo spirito gregario, l’aggressività, l’incapacità di tutelare la propria dignità. Non aiuta la creatività, ma solo gli espedienti. Cose cioè che di cui lo spirito italico si è nutrito anche troppo.

La verità è che Boldrin, date le sue ascendenze culturali (nel senso di cultura materiale, storicamente determinata) non  può non essere un leghista. Egli critica l’alleanza della Lega con Berlusconi, ma non rinnega in cuor suo il modello delle piccole imprese della sua terra d’origine. Perciò egli non parla della cattiva distribuzione territoriale dei fattori produttivi e del reddito, non parla di malavita organizzata, non vede il problema della scarsa centralizzazione dei capitali, non vede la necessità di una robusta protezione del lavoro. Nel profondo del suo cuore di professore esule e raffinato, rugge non lo spirto guerrier  ma il rutto menefreghista di Bossi.

Quanto a Brancaccio ha mantenuto uno sguardo a maglie troppo larghe, ripetendo cose che ha già detto e parlando di vincoli alla circolazione del capitale o standard retributivi. Il tutto però senza politicamente tematizzare quale Europa possa realizzare cose del genere, con quale programma di politica economica europea. In realtà l’ambito d’azione cui sembra pensare è quello nazionale. Un ambito troppo angusto che rischia di rendere angusta la sua riflessione. Inoltre, come molti economisti di sinistra, nell’incoraggiare una maggiore centralizzazione dei capitali sembra trascurare una delle conseguenze più serie delle economie di scala che si realizzerebbero : la disoccupazione tecnologica. Il problema è se questi processi risparmieranno nel medio periodo risorse da investire in modo da creare nuovi posti di lavoro o se alla lunga la riproduzione di questi ultimi risulterà sempre più difficile.

A questo proposito una delle ragioni per cui la produttività italiana è stata a quanto sembra così bassa è quella per cui i sindacati negli anni Novanta hanno accettato compressioni di salari e diritti per evitare un numero eccessivo di fuoriuscite occupazionali. Le imprese hanno accettato una bassa produttività a patto che il basso surplus toccasse interamente a loro. In  questo modo la questione occupazionale è stata rinviata di quasi due decenni, ma non scongiurata. Ora con la crisi è arrivato una sorta di redde rationem. Una proposta come quella di Brancaccio come si atteggia di fronte ai rischi di maggiore disoccupazione tecnologica ? Sarebbe il caso di sviluppare maggiormente una politica economica della riconversione che risponda alle dinamiche delle innovazioni e ci consenta anche di pensare al vincolo ecologico ?

 

 

 

 


15 febbraio 2011

Il dibattito tra Brancaccio e Boldrin : il caso Fiat

Sul numero di dicembre di Micromega  c’è un dibattito tra Emiliano Brancaccio e Michele Boldrin, dibattito che avrebbe dovuto risolvere la questione sorta con la critica che Boldrin fa al documento dei 200 economisti sulla crisi economica. In realtà il dibattito si è poi concentrato anche sulla questione Fiat.

Boldrin dice che Marchionne non ricatta nessuno ed offre ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri diversi da quelli che hanno caratterizzato le elevazioni industriali italiane. Per Boldrin la fiat si comporta come un’impresa privata multinazionale che ha come punto di riferimento il mercato mondiale degli autoveicoli. Marchionne avrebbe messo sul tavolo un progetto imprenditoriale chiaro e trasparente, senza richiesta di sussidi, per il quale è disposta ad assumersi dei rischi. Sta alle altre parti accettare o non accettare l’offerta contrattuale. Il dibattito ideologico che si è scatenato non tiene conto del fatto che il presunto schiavismo che Marchionne proporrebbe è un dato acquisito nel resto del mondo per cui, se la Fiat accettasse le tesi della Fiom, essa non sarebbe competitiva e sarebbe destinata al fallimento.

L’impresa automobilistica non può operare entro la prospettiva angusta di un mercato nazionale.

Brancaccio pure sostiene che non è il caso di applicare un criterio morale nella valutazione della strategia di Marchionne. Tuttavia va precisato che Marchionne aveva stilato una proposta di accordo fondata su 18 turni settimanali incluso il sabato notte, sul controllo biomeccanico di ogni singolo gesto dell’operaio, sulla riduzione drastica delle pause e su una pesante restrizione del diritto di sciopero. Nel momento in cui i no al referendum di Pomigliano hanno sfiorato al 40%, invece di cercare un accordo di compromesso, egli avrebbe cominciato ad esternare dicendo che in termini di efficienza del mercato del lavoro l’Italia si colloca al 118° posto su 139 paesi. Brancaccio però dice che questa classifica non riflette dati oggettivi in quanto rappresenta la mera risultante  di una serie di interviste, metodo di rilevazione che in ambito scientifico verrebbe considerato rozzo. In realtà ci sono misure alternative più rigorose ed uno di questi indicatori è l’Epl, un indice calcolato dall’Oxe che misura il gradi di protezione normativa e contrattuale dei lavoratori ed implicitamente definisce anche il grado di flessibilità del mercato del lavoro. Si tratta di un indice complesso, per molti versi impreciso, che richiede continue correzioni, ma almeno si basa su di una analisi oggettiva delle norme e dei contratti. Se si guarda alle classifiche basate sull’Epl l’Italia non si colloca in coda ma in una posizione intermedia ed in Europa nel 2008 essa rientra tra gli 8 paesi più flessibili con un livello generale di protezione dei lavoratori inferiore a quello di Germania, Francia, Spagna, Polonia.

Boldrin ribadisce che il criterio del giudizio di Brancaccio su Marchionne è politico ed ideologico. Tranne la Fiat nessuna azienda automobilistica investe in Italia. Fiat produce all’estero più della metà della sua produzione totale. Essa in Italia valuta le condizioni necessarie per stare sul mercato ed essere profittevole. In tale ottica essa offre un contratto assolutamente standard nel settore automobilistico mondiale, contratto che si utilizza a Detroit da molti anni. In realtà esiste una maniera di produrre macchine che è la stessa in tutto il mondo e la Fiat sta cercando di introdurlo in Italia.

Brancaccio, dopo aver evidenziato che Boldrin non ha risposto alla questione di quale metodo usare per calcolare la flessibilità del mercato del lavoro, dice che va preso sul serio Marchionne quando minaccia di delocalizzare la produzione e così egli, indipendentemente dalle intenzioni, svolge un ruolo nel dumping salariale e dei diritti che da tempo imperversa a livello mondiale. Questo dumping con la crisi si è inasprito e colpisce paesi come il nostro, caratterizzati da un minore grado di organizzazione interna dei capitali. Ma quando egli calca la mano sul diritto di sciopero, sulle tre pause da dieci minuti piuttosto che sulle due da venti, egli si comporta da manager di un’azienda in crisi che tende ad intervenire solo sul costo del lavoro, evitando di discutere delle inefficienze storiche della Fiat sul versante delle economie di scala, dei costi intermedi, della logistica. Inoltre, di fronte ad una minaccia di delocalizzazione, il governo potrebbe fare qualcosa (appoggiare le imprese contro i lavoratori, dare sussidi alle aziende, ridurre il grado di apertura dei mercati, attivare un programma di investimenti infrastrutturali, nazionalizzare). Invece con la passività del governo Berlusconi, dopo aver perso l’informatica, la chimica, l’aereonautica, qui rischiamo di perdere anche il settore automobilistico. Bisogna tenere presente, dice Brancaccio, che nel mondo sono state prese 23 misure protezionistiche da parte degli Usa, 20 da parte della Cina, 13 da parte della Corea, 12 da parte del Brasile e dell’India, addirittura 60 dalla Russia. Si tratta di barriere doganali, vincoli agli investimenti all’estero, stimoli e consumi ed alle produzioni nazionali. Considerato ad es. che in Corea del Sud l’intera unione europea riesce a vendere non più di 30.000 vetture all’anno, sarebbe il caso di riflettere. Per Samuelson e Krugman i famosi teoremi a favore del libero scambio perdono rilevanza in situazione di disoccupazione.

Boldrin in maniera inconsulta ironizza sul fatto che Brancaccio avrebbe soluzioni che risolverebbero i problemi della Fiat. Per lui la Fiat è un’impresa che deve stare sul mercato, crescere, fare profitti, offrire lavoro e non cercare sussidi. Fiat ritiene che il nuovo piano industriale le permetterà di fare tutto questo e saranno i fatti a dirci se aveva ragione. Chi avrà voglia di accettare i contratti li accetterà, chi no, no. Adesso la fiat dice che, se non riesce a produrre in modo competitivo in Italia, essa deve andare via ed aumentare gli investimenti in Polonia, in Brasile ed in Serbia. Brancaccio avrebbe elencato tutt’una serie di proposte che non c’entrano nulla con la Fiat e sono il prodotto di una profonda conclusione su come funziona il mondo. Ciò che conta non sono le macchine e gli impianti, ma il know-how ingegneristico di progettazione e di disegno, le persone che inventano e disegnano le macchine, chi progetta i motori. Queste persone non possono essere trattenute sul suole nazionale da una qualche misura protezionistica. Dietro il discorso di Brancaccio c’è una visione primitiva di come funzione l’economia, tutta fondata sulla centralità del capitale fisico. La nostra produttività è ferma e la nostra industria fa fatica a restare competitiva. Questi problemi possono essere risolti con la nazionalizzazione delle imprese ?

Brancaccio replica che anche a lui consta che nelle produzioni ad alto valore aggiunto quello che conta è il know-how. Ma se Marchionne si concentra sui 10 minuti di pausa o sulle operazioni biomeccaniche che il singolo operaio deve effettuare per reggere il ritmo della catena, sembra il segno che nemmeno lui valorizza il tema del know-how. Inoltre molti paesi hanno adottato misure protezionistiche ed etichettare questa discussione come residuo di un’ideologia passata sembra un esercizio retorico inutile. A Boldrin che replica che non è vero che per Marchionne il problema stia solo nelle pause degli operai, Brancaccio risponde che se tale problema fosse secondario il confronto con il sindacato non sarebbe andato in stallo già a partire dall’esame di quei punti.

 

 

 E qui termina la questione Fiat. Al mio parere l’errore di Boldrin è quello di prendere in considerazione solo il punto di vista dell’impresa. Il dibattito dovrebbe servire piuttosto a configurare il punto di vista della pubblica opinione e delle istituzioni pubbliche rispetto a questo problema. Bisogna rassegnarsi al libero gioco della domanda e dell’offerta tra lavoratori e sindacati o bisogna in una certa misura intervenire ? Quali vincoli giuridici deve avere la contrattazione ed il suo contenuto ? Sarebbe giusto prendere posizione per gli operai o per l’azienda ? C’è un interesse del sistema Italia a che la situazione si configuri in un modo o in un altro ? Gli economisti dovrebbero aiutarci a configurare questo punto di vista terzo e non a ribadire semplicemente la liceità del comportamento dell’impresa.

Brancaccio da parte sua non articola il rapporto che ci potrebbe essere tra l’indice di protezione dei lavoratori e l’efficienza del mercato del lavoro, sia pur rozzamente misurata dal World Economic Forum. Infatti si potrebbe anche dire che in Italia ad una bassa protezione dei lavoratori non corrisponde una più alta efficienza del mercato del lavoro, per cui si potrebbe meglio argomentare contro l’impostazione di Marchionne tesa almeno in parte a scaricare sui lavoratori e sui loro diritti i problemi dell’azienda.

Per quanto riguarda il protezionismo, bisogna discutere la questione senza posizioni precostituite, sulla base della situazione concreta, degli obiettivi di politica economica che si vogliono raggiungere, sui concreti strumenti che si hanno a disposizione e sulla lucida capacità di previsione degli effetti a breve, medio e lungo termine. Quindi è necessario parlare di singoli strumenti e provvedimenti che si possono adottare, senza ragionare in generale di protezionismo e liberoscambismo.

Quanto alla centralità del capitale fisico o del know-how, c’è da precisare che quest’ultimo si va a collocare dove ci sono gli investimenti e dunque una politica economica deve ragionare sulla quantità e sulla configurazione degli investimenti che vengono fatti sul nostro territorio. Ad es., se un investimento viene fatto a condizioni contrattuali che non sono condivise dai lavoratori, può sembrare anche opportuno che lo stato intervenga perché l’investimento venga fatto senza ridurre eccessivamente il costo del lavoro e garantendo all’impresa risparmi per altra via. Di questo gli economisti dovrebbero discutere. E dunque la centralità del know-how pure si rivela essere, considerata così astrattamente, una questione ideologica.

Più interessante da un punto di vista logico è se la questione ad es. delle pause debba essere considerata tale da portare allo stallo la contrattazione, pur considerando centrale la questione del know-how nelle produzioni ad alto valore aggiunto. Boldrin fa capire che tale questione non è la sola considerata importante da Marchionne. Brancaccio replica che su questa questione vi è stato lo stallo delle trattative. Il punto di vista di Boldrin può essere difeso dicendo che la questione delle pause è necessaria, ma non sufficiente per applicare il piano industriale della Fiat. Perciò sarebbe comprensibile se su tale questione ci fosse uno stallo. Brancaccio a questo proposito dovrebbe dimostrare che, pur facendo vincere la posizione della Fiom, sarebbe possibile elaborare un piano industriale tale da consentire un investimento profittevole per la Fiat. Si dovrebbe cioè dimostrare che l’abbassamento del costo del lavoro ed il maggior sfruttamento dei lavoratori potrebbe essere dannoso, se non per l’azienda, quanto meno per il sistema-paese (in questo caso l’Italia) in cui l’investimento avrebbe luogo, mentre invece potrebbe essere sostituito dall’intervento su altri fattori produttivi senza perdite di utili per l’azienda.

Si potrebbe ad es. dire che per la Fiat sarebbe necessario curare maggiormente il mercato interno e dunque evitare un eccessivo sfruttamento dei lavoratori al fine di permettere l’acquisto di una maggiore quota di prodotto da parte del mercato interno stesso. Un maggiore sfruttamento dei lavoratori potrebbe comportare infatti un aumento della spesa sanitaria e dunque diminuire i consumi per l’acquisto di automobili.  In Italia vengono prodotte 650.000 automobili circa e se ne vendono 2.150.000, mentre in Germania se ne producono 5.527.000 e se ne acquistano 3.090.000. La Fiat ha circa il 32% del mercato interno italiano, mentre la Volkswagen ha il 45% di quello tedesco. Sarebbe il caso di pensarci su e produrre e vendere più auto sul mercato nazionale ?

 

 

 

 

 


9 febbraio 2011

Dove sbologniamo Sergio Bologna ?

La deriva post-operaista di Sergio Bologna segna una nuova tappa e prepara nuove ed inquietanti svolte. A leggere l’articolo sul maglioncino di cashmere non si capisce nemmeno dove vuole andare a parare, se non alla polemica gratuita con la Fiom. Dunque è da lì che bisogna partire per capire cosa voglia.

Lottare contro il fantasma del working poor ? Benissimo. Ma questo non vuol dire arruffianarsi i giovani disoccupati intellettuali, in quanto gli interessi di questi ultimi non sono sganciati da quelli dei vecchi operai che rischiano di trovarsi fuori dalle fabbriche.

 

 

I cosiddetti pochi operai rimasti hanno coraggiosamente dimostrato con il loro voto di rifiutare la logica del working poor ed hanno ridato coraggio a tutti quanti gli altri, anche ai giovani disoccupati intellettuali. Pompare gli uni per trascurare gli altri è, come già detto, una operazione pericolosa che porterà il post-operaismo a declinare con termini in odore di cultura le stesse cazzate che, per ragioni ben più corpose, ci propinano Cisl e Uil.

Bologna vuole difendere il lavoro autonomo di seconda generazione senza trarre le conseguenze in maniera definitiva da quello di cui egli stesso è consapevole, e cioè che questi lavoratori sono ugualmente lavoratori precari che ambiscono semplicemente ad essere padroncini un po’ ingrassati. Mettiamoli di fronte alla realtà e poniamo fine a questa confusione, prima che essa si impadronisca anche di noi. Come testimonia purtroppo, involontariamente, Sergio Bologna.

 

 

 

 


25 agosto 2010

La crisi di fine '800 e il fordismo

La grande depressione della fine del 1800 era stata specialmente negli Usa il crogiuolo di una prima fase della grande trasformazione del capitalismo del 1800, relativamente concorrenziale e fondato sulla piccola e media impresa, nel capitalismo delle grandi imprese o capitalismo oligopolistico, capace di influire sulle condizioni del mercato (cosa che le piccole imprese non potevano fare). La concentrazione industriale ha come scopo economico le cosiddette economie di scala. Agiscono fortemente anche le conseguenze, catastrofiche per il capitale, della concorrenza di fronte ad un mercato del lavoro sul quale i lavoratori si presentano sempre più coalizzati. Ciò tende ad abolire il processo di restaurazione del tasso di profitto per mezzo dell’abbassamento del salario durante le depressione e quindi il processo di regolazione per mezzo della crisi. La concentrazione industriale è anche, in una congiuntura particolarmente difficile per il capitale, di fronte ad un movimento operaio forte e talvolta radicalizzato e concentrato in grandi fabbriche dove si sperimenta una forma interamente nuova di organizzazione del lavoro : il taylorismo, con le famose catene di montaggio. Nuove forme di capitalismo si costituiscono dunque su una base al tempo stesso tecnica (la seconda rivoluzione industriale) economica (le imprese giganti) sociale (il taylorismo) politica (l’appoggio dello stato alle grandi imprese) culturale (l’ideologia produttivistica e l’apologia dell’imprenditore). Questa nuova fase porta in America alla sconfitta del the noble order of the knights of labor che aveva più di 700.000 membri, esercitò una grande influenza dal 1875 al 1886 sull’opinione pubblica e mirava alla trasformazione del sistema capitalistico americano in una comunità socialista. Tale organizzazione sarà spazzata via e i suoi capi giustiziati a Chicago nel 1886. Tale sconfitta soprattutto negli Usa designò un nuovo ordine produttivo e consentì il superamento delle contraddizioni di un sistema seriamente contestato e minacciato.

 

 

Questa grande mutazione ha prodotto la matrice di una nuova espansione e con essa nuovi modi di vita modellati dalla forma data alla rivoluzione tecnologica : questa espansione dal contenuto nuovo si realizza intorno alle industrie elettriche, chimiche e automobilistiche e gli Usa vincitori della prima guerra mondiale sono i leader. Qui si producono durevolmente le innovazioni e le forme nuove e qui appariranno le prime grandi catene di montaggio nell’industria automobilistica con l’organizzazione del lavoro detta fordista (1913). Questo tipo di organizzazione si diffonderà a partire dal 1920 e costituirà il mezzo scelto allora dal capitale per innalzare la produttività apparente del lavoro, attraverso l’accrescimento della sua intensità, contemporaneamente alla produzione ed al profitto. Da quel momento sono riunite tutte le condizioni della produzione di massa.

 


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11 marzo 2010

Sara Farolfi : intervista a Luciano Gallino

«C'è stata una sottovalutazione, non c'è il minimo dubbio, e un grande ritardo nel prendere posizione». Sottovalutazione e ritardi che il sociologo torinese, Luciano Gallino, non esita a addebitare a politica e sindacati: «Stupisce che in tanti scoprano solo ora che quella approvata dal senato è una legge molto grave, lesiva dei diritti dei lavoratori e dello stesso diritto del lavoro. Si sarebbe dovuto iniziare a protestare, se non due anni fa, almeno quattro mesi fa quando ormai le insidie della legge erano perfettamente visibili».


Che tipo di risposta richiederebbe oggi un tale livello di offensiva?
Quando una legge c'è, poi sono dolori. Modificarla, impugnarla davanti alla Corte costituzionale e altre belle cose del genere arrivano post factum, quando ormai il dado è tratto. E anche se, come è possibile, la Corte si pronunciasse in senso contrario, per mesi e mesi se non per anni decine di migliaia di persone si troveranno di fronte a un ricatto bello e buono, seppure scritto in bella forma giuridica. Ci si sarebbe dovuti muovere molto prima, erigere una barriera a difesa come si fece nel 2002. Giuristi del lavoro che hanno a cuore il destino dei lavoratori ne esistono ancora molti per fortuna, e già un anno fa si erano accorti dove si andava a parare. Chi invece mi pare essere rimasto completamente assente è il sindacato, per non parlare della politica, del Pd, perchè le proteste in aula o le dichiarazioni di Treu in commissione - che sono arrivate quando il treno era già partito - lasciano il tempo che trovano.

La Cgil ha convocato uno sciopero uno sciopero generale per il 12 marzo, sul fisco però.
Che è come parlare d'altro: uno prende una legnata e poi fa uno sciopero per qualcosa di completamente diverso. Sono anche temi importanti certo ma gli scioperi, le grandi manifestazioni, come fu quella del 2002, sono importanti quando esprimono una protesta contro una proposta politica, una legge, qualcosa insomma di molto concreto. Scioperare per fare una proposta temo che pesi molto meno.

La Uil, e cioè la terza organizzazione sindacale confederale, seguita a ripetere che l'articolo 18 è salvo...
Formalmente è vero: non è ancora stato affondato, solo che gli è stato tolto il salvagente e quindi potrà nuotare un po' poi andrà a fondo. L'articolo 18 viene gravemente compromesso perchè per avvalersene bisogna andare davanti a un giudice e se un lavoratore vi rinuncia al momento di firmare un contratto, buonanotte... Nel 2002 il governo scelse lo scontro frontale, oggi invece ha messo in moto i siluri sottomarini. Perchè questa legge è una sorta di minaccioso sommergibile, contiene dozzine di provvedimenti di ogni genere e in mezzo ci sono tre articoli che fanno saltare un bel pezzo di giustizia sul lavoro.

Nel 2002, l'offensiva fu fermata da una grande mobilitazione del mondo del lavoro. Cosa è cambiato da allora?
Il sindacato si è sostanzialmente indebolito e oso dire che l'asse del sindacato, Cgil compresa - e so che a qualcuno dispiacerà sentirmelo dire - si è spostato verso il centro destra. Perchè il sindacato ha un asse politico, o si occupa di disuguaglianze o non se ne occupa, o si occupa di contratti collettivi o lascia che slittino verso lidi sconosciuti.

L'archiviazione dell'articolo 18 non è che la punta d'iceberg di una legge che prevede anche che l'ultimo anno di scuola dell'obbligo possa essere fatto in fabbrica. In arrivo c'è poi lo «statuto dei lavori» che sostituirà quello dei lavoratori...
La norma sull'apprendistato è un ritorno indietro di quarant'anni, significa tornare a una specie di avviamento al lavoro e cioè sottrarre un anno alla formazione. Quanto allo Statuto dei lavori, Sacconi ne parla da anni e visto che ha davanti a sè non dico un'autostrada ma quasi, procede con la massima speditezza possibile.

Come immagina il futuro, dal questo punto di vista?
C'è una parte, che è la destra - con le sue ottuse idee neoliberali, con il suo intento di smontare il sindacato - che è la parte vincente, e dall'altra ci sono i remissivi, che stanno diventando i perdenti. Avrei sperato di vedere una Cgil molto più battagliera, come un tempo è stata, e invece mi pare che anche da quelle parti si tenda sempre più a usare un approccio possibilista anche su leggi di questo tipo. Il futuro non promette nulla di buono. Per il diritto del lavoro, intendo.


10 ottobre 2009

Antonio Sciotto : Brunetta, la sua "rivoluzione" è un mezzo flop

 

Pubblico impiego, la rivincita dei lavoratori (i cosiddetti - a destra - «fannulloni»). E' di ieri la notizia che dopo mesi di propaganda a tutta fanfara, il «ministro più amato dagli italiani» (da sua stessa definizione) si è dovuto rimangiare la «rivoluzione» (oggetto anche di un libro autoagiografico con tanto di foto gigante in quarta di copertina): addio decreto anti-fannulloni. Silenziosamente, il titolare della Funzione pubblica è stato costretto (dalle insistenze dei sindacati, anche delle «amiche» Cisl e Uil, e dalle incompatibilità di conti imposte dal collega Tremonti) a cancellarne il nucleo fondamentale, mentre tutti i suoi fan erano al mare: l'abrogazione risale infatti allo scorso 1 luglio, per mezzo di un apposito decreto, successivamente convertito in legge (102/2009). Sarà per questo che ha poi sfogato, solo qualche giorno fa, tanto livore contro la sinistra, definita di m..., e poi gentilmente invitata ad andare «a morì ammazzata»? Forse già se lo sentiva che la fine della sua revolution avrebbe dilagato a tutto web: ieri infatti la notizia è uscita su Repubblica.it, a cui ovviamente - a strettissimo giro di posta, come sempre fa - il ministro ha tentato di replicare con una nota ufficiale. 



Ma nulla: la marcia indietro è significativa, e in realtà - come ci spiega Carlo Podda, segretario della Fp Cgil - non si è prodotta solo attraverso un decreto, ma anche con alcune circolari, anch'esse fino a ieri restate abbastanza anonime. Innanzitutto sono state ricostituite le passate regole sulla reperibilità, riportandole in pari con quelle dei lavoratori privati: il ministro aveva introdotto una disparità ben poco gestibile, e si è reso conto che era necessario tornare indietro. Importante marcia indietro anche sulle visite fiscali: Brunetta aveva creato un sistema che avrebbero dovuto gestire Asl e Regioni, e non più i medici di famiglia, ma questo avrebbe comportato lo stanziamento di risorse da parte del governo, e Tremonti ha detto no.
Altro punto importante, decisivo in uno Stato civile, l'assurda legge per cui veniva imposta una trattenuta a chi andava a donare il sangue, alle donne che effettuavano il test preventivo rispetto ai tumori, o a chi era costretto ad assistere un familiare disabile: anche qui, cancellato tutto. «Il ministro su questo punto in realtà aveva già anticipato che sarebbe tornato indietro - dice Podda - e questo è successo dopo che era andato a visitare a casa, con un codazzo di telecamere e giornalisti, una dipendente che aveva gravi problemi nel conciliare esigenze familiari e lavoro». Podda aggiunge comunque che «molte di queste erano già conquiste acquisite negli contratti siglati unitariamente, come d'altra parte regioni come la Toscana stavano approntando leggi che neutralizzavano le misure decise dal ministro». Insomma, afferma il sindacalista Cgil, «Brunetta si è reso conto da tanti lati che la sua annunciata "rivoluzione" è stata un flop, e così ha fatto retromarcia: la cosa da sottolineare, piuttosto, è che tutto, dopo più di un anno di governo Berlusconi, è rimasto allo stesso punto, se non peggiorato. Complici anche i tagli imposti».
Così il sindacato, unitariamente, chiede adesso una vera «rivoluzione» nel pubblico, ma stavolta concertata. Podda, insieme ai colleghi Giovanni Faverin (Fp Cisl) e Giovanni Torluccio (Fpl Uil), chiede «l'apertura di un grande tavolo di confronto con governo nazionale, Regioni, Autonomie locali e imprese». Si chiede di ridiscutere in questo contesto pure i contratti: e dunque, visto che vengono chiamate al tavolo anche le imprese, sembra profilarsi non solo come la volontà di azzerare il protocollo Brunetta (separato) che recepì l'accordo sul modello contrattuale del 22 gennaio, ma anche un modo per aggirare le stesse divisioni sul 22 gennaio, partendo dal pubblico.


10 luglio 2009

Guglielmo Forges Davanzati : l'unità nazionale e le gabbie salariali

 La tesi secondo la quale occorre prendere atto del fatto che esistono ‘nuove’ modalità di organizzazione del lavoro e che esse si basano su rapporti cooperativi fra imprenditore e lavoratore viene reiteratamente usata per legittimare i provvedimenti di depotenziamento del sindacato e la riduzione del potere contrattuale del lavoro dipendente. Si tratta di quella “complicità tra capitale e lavoro” che è un punto fermo dell’elaborazione teorica del Ministro Sacconi. Partendo dalla legislazione sulla ‘flessibilità del lavoro’ avviata dagli anni ottanta e con significativa accelerazione nei primi anni duemila, il processo è fin qui giunto al sostanziale superamento della contrattazione nazionale[1]. Anche i più tenaci difensori di questi provvedimenti non si spingono a sostenere che dalla loro attuazione c’è da attendersi un aumento generalizzato dei salari: viene semmai sostenuto che – per il tramite del cosiddetto salario di ‘produttività’ – si registrerà un’accentuazione dei differenziali salariali nella direzione di maggiori premialità per il contributo individuale alla produzione e, dunque, di maggiore incentivo all’erogazione di impegno lavorativo.



La ratio che sottende questo provvedimento sta nella convinzione – tutta da dimostrare – che la modesta dinamica della produttività del lavoro delle imprese italiane, di gran lunga inferiore alle loro concorrenti europee, dipende dal fatto che, nel nostro contesto, non viene premiato il merito; e ciò, a sua volta, viene ricondotto a un modello di relazioni industriali che è stato tradizionalmente caratterizzato da una marcata centralizzazione. Occorre chiarire, a riguardo, che sebbene nessuno possa farsi difensore del demerito, così che l’esaltazione meritocratica finisce per diventare mera retorica, ad oggi non si dispone di alcun criterio oggettivo di misurazione della produttività individuale. Ed è necessario aggiungere che – poiché il lavoro concorre, insieme al capitale e alle materie prime, alla realizzazione del prodotto –  è teoricamente e praticamente impossibile imputare a un singolo fattore produttivo il suo contributo specifico alla produzione. In tal senso, premiare il merito è un dover essere che non trova alcun sostegno scientifico, e, conseguentemente, non può avere una sua traduzione nelle prassi aziendali. Ciò che le imprese verosimilmente fanno, in assenza di una quantificazione oggettiva del merito, è – nella migliore delle ipotesi – premiare chi si è dimostrato più affidabile (e, non per questo, più produttivo) e – nella peggiore delle ipotesi – attuare forme di discriminazione, a danno dei lavoratori meno ‘graditi’ e/o con minor potere contrattuale.
Stando così le cose, si può ritenere che il depotenziamento del sindacato ha, come effetto, innanzitutto una riduzione generalizzata dei salari e i costi connessi alla tutela aziendale dei diritti dei lavoratori. A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione, che attiene agli effetti di questi provvedimenti sull’economia meridionale, sulla base di una duplice constatazione.
1) Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ, nel settore privato i salari al Nord sono mediamente più alti di 13.000 euro l’anno rispetto ai salari percepiti dai lavoratori meridionali, e, per quanto attiene al reddito pro-capite, il divario tra le due aree del Paese è aumentato nell’ultimo biennio dello 0,2%. A fronte della riduzione della quota dei salari sul PIL che ha interessato l’intero Paese nell’ultimo ventennio, vi è ampia evidenza empirica del fatto che – fatti salvi alcuni brevi intervalli congiunturali – il rapporto fra salari dei lavoratori meridionali e salari dei lavoratori settentrionali ha segnato una costante riduzione. L’Ufficio Studi di Banca d’Italia certifica che il processo di divergenza fra retribuzioni nel Mezzogiorno e retribuzioni nel Nord ha origine almeno a partire dall’inizio degli anni novanta e che, per quanto attiene al periodo che intercorre fra il 1990 e i primi anni duemila, l’incremento dei differenziali salariali su scala regionale si situa nell’ordine del 14%. Essendo minori in termini relativi i salari nel Mezzogiorno, i prezzi di vendita dei beni che le imprese meridionali vendono al Nord sono minori dei prezzi di acquisto dei prodotti del Nord da parte dei consumatori meridionali. Si è, cioè, già in presenza di un meccanismo spontaneo di deterioramento delle ragioni di scambio[2], stando al quale il libero scambio fra le due aree del Paese avvantaggia sistematicamente quella che, in partenza, ha il PIL più alto. Si può osservare, a riguardo, che la quota delle esportazioni del Mezzogiorno è stata in aumento, seppur lieve, negli ultimi anni, passando – su fonte ISTAT – di circa 1 punto percentuale dal 2006 al 2007. Poiché le imprese meridionali, tecnologicamente di retroguardia e di piccole dimensioni, riescono ad acquisire quote di mercato solo mediante la compressione dei prezzi e, dunque, dei costi di produzione, la ripresa delle esportazioni meridionali sembra dipendere dalla riduzione dei salari nel Mezzogiorno. Si consideri anche che le due voci principali di esportazione del Mezzogiorno riguardano i mezzi di trasporto e gli apparecchi meccanici, e che la gran parte delle esportazioni proviene da imprese la cui proprietà non è di operatori meridionali. Da un lato, i profitti provenienti dalle esportazioni vanno in parte a beneficio di imprese localizzate nel Mezzogiorno, ma il cui assetto proprietario è esterno all’area, così che non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri che vengano reinvestiti in loco. Dall’altro lato, la quota residua di profitti attiene all’esportazione di prodotti intermedi, che vengono lavorati e venduti da imprese all’esterno dell’area, generando incrementi di profitto e beneficio di imprese non meridionali; profitti che, comunque, sono ottenuti mediante riduzioni dei salari dei lavoratori meridionali.
2) L’ultimo rapporto ISTAT registra che, nelle regioni meridionali, oltre il 90% delle imprese censite ha un numero di dipendenti inferiore a nove. In tali condizioni, appare del tutto evidente che la contrattazione aziendale o non si fa o, se si fa, è al più un fatto meramente formale che si limita a ratificare l’asimmetria dei rapporti di forza fra datori di lavoro e dipendenti, asimmetria massima nelle micro-imprese. La conseguente prevedibile caduta dei salari dei lavoratori meridionali, a seguito delle nuove politiche del lavoro, non può che determinare un’accelerazione – politicamente indotta – dei differenziali salariali fra macro-aree.
Il ritorno alle ‘gabbie salariali’ è, in effetti, nell’agenda politica, come testimoniato dalle ripetute sollecitazioni provenienti soprattutto dalla Lega Nord e da Confindustria. E’ opportuno ricordare che il dispositivo delle gabbie salariali, vigente negli anni cinquanta-sessanta, manteneva ope legis i salari monetari dei lavoratori meridionali più bassi dei loro colleghi settentrionali, con un duplice argomento: i) essendo differente il livello dei prezzi fra aree del Paese, occorreva tenere basse le retribuzioni nominali nelle aree con prezzi più bassi; ii) essendo minore la produttività del lavoro nel Mezzogiorno, e poiché il salario è (deve) essere commisurato alla produttività del lavoro, occorreva comprimere le retribuzioni nelle aree nelle quali la produttività era minore. L’obiettivo e le motivazioni oggi non cambiano. Si aggiunge che la compressione relativa dei salari al Sud favorirebbe gli investimenti nell’area. E’ bene chiarire che nessuno di questi argomenti trova un adeguato sostegno teorico ed empirico. Innanzitutto, se anche il livello dei prezzi è inferiore nel Mezzogiorno, occorre considerare che i lavoratori meridionali accedono a una quantità di beni e servizi pubblici di gran lunga inferiore a quella dei loro colleghi settentrionali. A ciò si può aggiungere che, per il meccanismo perverso precedentemente descritto, quanto più il paniere dei beni di consumo dei lavoratori meridionali include anche prodotti del Nord (e del resto d’Europa), tanto minore è il loro salario reale. Si consideri che le rilevazioni ISTAT che vengono poste alla base del ritorno alle gabbie salariali non certificano un livello dei prezzi più basso per ogni bene di consumo nelle città meridionali. A titolo puramente esemplificativo, si può richiamare il fatto che i prezzi più alti dei prodotti dell’abbigliamento e delle calzature – fra tutti i comuni italiani - si registrano a Reggio Calabria[3]. In secondo luogo, la minore produttività dei lavoratori meridionali non è imputabile al loro scarso rendimento, ma a una struttura produttiva tecnologicamente di retroguardia sulla quale, con ogni evidenza, non possono incidere[4].  In terzo luogo, e per quanto attiene all’attrazione di investimenti, i riscontri empirici disponibili, riferiti agli ultimi anni, segnalano l’inesistenza di questo effetto. Sia sufficiente qui richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, pure a fronte di un significativo calo dei salari nel Mezzogiorno, il tasso di crescita degli investimenti si è ridotto, nel precedente biennio, dal 2.4% allo 0.5%.¼br> L’impoverimento materiale dei lavoratori meridionali – già in atto e presumibilmente in crescita – viene in qualche modo compensato da un’operazione culturale che passa dalla retorica delle ‘vocazioni naturali’ – secondo la quale il Sud è naturalmente dedito al turismo e all’agricoltura – per arrivare al ‘pensiero meridiano’. L’apologia della lentezza, dell’analisi misurata e tranquilla del mondo che ci circonda viene contrapposta, con segno positivo, alla velocità che caratterizza gli stili di vita e i modi di produzione delle economie industrializzate più avanzate. E’ su questo duplice dispositivo che si cerca di mantenere l’unità nazionale che la gran parte dei provvedimenti di questo Governo sta seriamente mettendo in discussione


23 aprile 2009

Luigi Cavallaro : un contratto precario per tutti ?

 Nell’attuale babele delle forme di collaborazione all’impresa – una quarantina circa, con approssimazione per difetto –, una proposta come quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, volta all’istituzione di “un nuovo contratto per tutti” (come recita il titolo di un loro fortunato pamphlet da poco in libreria), sembra perfino ragionevole: tanto più ragionevole se si considera che, fin qui, la proliferazione delle tipologie contrattuali non ha fatto altro che aggravare il deprecabile dualismo che connota il nostro mercato del lavoro, con la casta degli outsiders condannata a patire in modo preponderante le conseguenze delle dosi massicce di flessibilità salariale e in entrata e uscita somministrate dai provvedimenti legislativi degli ultimi vent’anni.
L’apparenza però inganna. Si tratta infatti di una proposta che non solo poggia su un’interpretazione decisamente errata delle cause di quel dualismo, ma che – se dovesse tramutarsi in legge – rischierebbe perfino di provocarne l’irreversibile consolidamento, limitandosi semplicemente a ridistribuirne le conseguenze su una platea ben più ampia di lavoratori.
Vediamo perché. Come accennato, Boeri e Garibaldi propongono di sostituire l’attuale enorme congerie di tipologie contrattuali con un unico contratto a tempo indeterminato, caratterizzato da un sentiero graduale, “a tappe”, verso la stabilità. Più precisamente, il rapporto di lavoro dei neoassunti si snoderebbe dapprima in una “fase di inserimento”, che durerebbe fino al terzo anno d’impiego e sarebbe garantita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori solo per ciò che concerne il licenziamento discriminatorio: il licenziamento disciplinare e quello per motivi economici o organizzativi darebbero luogo, invece, solo ad una compensazione monetaria crescente in funzione dell’anzianità di servizio, fino ad un massimo di sei mensilità di retribuzione per chi abbia raggiunto i tre anni di anzianità. Dopo il terzo anno di lavoro, infine, la tutela dell’art. 18 andrebbe estesa anche ai licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo e oggettivo, s’intende lì dove l’impresa abbia più di quindici dipendenti: per le imprese di dimensioni inferiori, infatti, la disciplina resterebbe tale e quale e di reintegra in caso di licenziamento illegittimo non se ne potrebbe (come già non se ne può) parlare.
Se questi sono i termini della proposta in questione, bisogna anzitutto rilevare che il contratto unico rappresenta indubbiamente un peggioramento della tutela che attualmente è garantita fin dall’assunzione a quanti sono impiegati a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa con più di quindici dipendenti. Né vale in contrario obiettare che il 50% circa delle nuove assunzioni viene attualmente effettuato ricorrendo a tipologie contrattuali che escludono del tutto l’operatività dell’art. 18: si potrebbe agevolmente replicare che la proposta in discorso si limita a rendere comune a tutti questo destino di precarietà, quasi che il mercato del lavoro fosse uno di quegli ambiti in cui il mal comune equivale a mezzo gaudio.
Si deve peraltro aggiungere che codesta universalizzazione del precariato non è affatto necessaria rispetto all’obiettivo di superare il dualismo del mercato del lavoro. Nonostante il contrario avviso decisamente propugnato da Boeri e Garibaldi (secondo i quali “l’aumento dell’occupazione ha beneficiato grandemente dallo sviluppo di questi nuovi contratti”), non esiste alcuna evidenza che possa dimostrare che l’aumento dell’occupazione documentato dalle nostre statistiche dal 1995 in qua sia ascrivibile alla diffusione delle tipologie contrattuali atipiche: recenti studi, che hanno posto in relazione le variazioni della disoccupazione con le variazioni dell’indice di protezione normativa dei lavoratori calcolato dall’OCSE (il cosiddetto EPL, Employment Protection Legislation), hanno infatti evidenziato che la retta di regressione è pressoché piatta, anzi leggermente inclinata in modo opposto a quanto dovrebbe essere se la correlazione effettivamente esistesse, il che lascia supporre che variazioni del grado di protezione e variazioni della disoccupazione siano variabili sostanzialmente non correlate[1].
D’altra parte, se è vero che la crescita dell’occupazione si è accompagnata ad un aumento della povertà e, in specie, alla drastica diminuzione del tasso d’incremento delle retribuzioni (nell’industria manifatturiera il tasso di crescita dal 1998 al 2006 è stato del 2,6%, contro una media del 10,1% nei paesi dell’unione monetaria europea), sembra di poter dire che, più che una crescita dell’occupazione, il nostro Paese ha registrato negli ultimi dieci anni una redistribuzione della (dis)occupazione. Su un piano statistico, infatti, il legame fra la riduzione dell’EPL e la minor crescita dei salari appare meno evanescente di quello tra EPL e disoccupazione[2], e ciò suggerisce che un monte-salari progressivamente decrescente rispetto al reddito nazionale possa essersi distribuito su una più ampia fetta di lavoratori, dando luogo ad una nuova forma di “disoccupazione nascosta”: un fenomeno che afflisse la nostra economia negli anni precedenti al decollo del cosiddetto “miracolo economico”, a causa dell’elevata incidenza della manodopera nei settori agricoli a bassissima produttività, e che speravamo di aver ormai consegnato alla riflessione degli storici.
Queste considerazioni, che lasciano intendere come le cause del dualismo del mercato del lavoro non siano facilmente collegabili ad una presunta rigidità delle tutele (e men che meno ai salari elevati degli insiders), introducono ad un’ulteriore obiezione che può muoversi allo schema del “contratto unico a tutele crescenti”. Tralasciando il fatto che, nell’idea di Boeri e Garibaldi, la compensazione monetaria per il licenziamento intimato nei primi tre anni d’impiego sembra presentarsi come un firing cost, che l’imprenditore è tenuto a pagare a prescindere dalla legittimità o illegittimità del recesso, una domanda sorge spontanea, ed è la seguente: chi ci assicura contro il fatto che, al termine del terzo anno d’impiego, il datore di lavoro non licenzi il lavoratore adducendo, magari pretestuosamente, motivi economici e sbarazzandosene così con sei mesi d’indennità e subito dopo ne riassuma un altro da stabilizzare dopo tre anni e poi licenzi anche lui e così via all’infinito?



Boeri e Garibaldi, naturalmente, una risposta ce l’hanno: il “precariato transitorio”, per così dire, avrebbe come contropartita la “formazione” del lavoratore, l’accrescimento del suo “capitale umano”; completata la formazione, per l’impresa che ha così lungamente investito sarebbe “molto costoso” separarsi dal dipendente e assai più “redditizio” garantirsene le prestazioni a tempo indeterminato, con un contratto assistito dal regime di stabilità reale.
Una risposta del genere, tuttavia, non appare convincente per almeno due motivi: innanzi tutto, perché sembra postulare un gap di formazione degli outsiders rispetto agli insiders che non trova alcuna evidenza empirica (è vero invece il contrario, cioè che chi si affaccia oggi sul mercato è mediamente più istruito di chi vi si trova già); in secondo luogo, perché – invertendo la relazione logica fra domanda e offerta di capitale umano – nasconde l’essenza del problema, ossia l’appartenenza dell’insieme delle nostre imprese ad un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse (e peggiori) rispetto a quelle dei maggiori paesi europei[3].
In effetti, si riflette troppo poco sul fatto che, tra il 1988 e il 2004, la crescita occupazionale percentualmente più forte si è avuta nei settori a media intensità di attività di ricerca e sviluppo, quella più forte in assoluto nei settori a bassa intensità di attività di ricerca e sviluppo e quella più debole, sia in termini percentuali che assoluti, nei settori con utilizzo di capitale umano qualificato. E ancor meno si considera la facilità con cui hanno trovato occupazione presso le nostre imprese immigrati privi di una formazione e di una cultura di base appena paragonabili a quelle dei nostri ventenni e trentenni o il fatto, del tutto speculare, che le nostre giovani teste d’uovo emigrino all’estero. Si tratta però di evidenze che infirmano gravemente la possibilità che l’“investimento in capitale umano” attuato durante il triennio di precariato immaginato da Boeri e Garibaldi possa dissuadere il datore di lavoro da “licenziamenti elusivi” del tipo di quelli prospettati in precedenza: la realtà è ben diversa, ed è che – data la specializzazione produttiva del nostro sistema industriale – non c’è praticamente “capitale umano” che le nostre imprese non possano adeguatamente rimpiazzare nel giro di pochi mesi.
C’è dunque il rischio che una proposta come quella di Boeri e Garibaldi, per quanto ispirata dalla volontà di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro, possa costituire l’ennesimo strumento per consentire alle nostre imprese di perseguire il non commendevole obiettivo di continuare a disporre di un polmone di lavoro flessibile con il quale fronteggiare il (precario) andamento del ciclo economico senza alcuna tema di incappare nelle maglie delle procedure previste per i licenziamenti individuali e/o collettivi e, soprattutto, al cospetto dei giudici del lavoro. Boeri e Garibaldi, del resto, lo scrivono a chiare lettere: “Che sia frutto delle leggi o delle interpretazioni troppo rigide fornite dalla giurisprudenza, il risultato è lo stesso: licenziare, in Italia, è un’impresa davvero difficile”. Nemmeno questo è vero, ma ne diremo in una prossima occasione.

[1] Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, in P. Leon, R. Realfonzo (a cura di), “L’economia della precarietà“, Roma, Manifestolibri, 2008, pp. 136-137. L’argomentazione è stata ulteriormente sviluppata in Id., Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, di prossima pubblicazione in “Quaderni DASES dell’Università del Sannio”. Ma ad analoghe conclusioni si perviene ormai anche da parte dell’ortodossia neoclassica: cfr. ad es. Oliver Blanchard, The Economic Future of Europe, “Journal of Economic Perspectives”, 2004, vol. 18, n. 4. Sull’argomento, da un punto di vista più squisitamente teorico, v. anche Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati, Labour market deregulation and Unemployment in a Monetary Economy, in R. Arena, N. Salvadori (a cura di), “Money, credit and the role of the State”, Ashgate, Aldershot, 2004, pp. 65-74.
[2] Cfr. ancora Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, loc. cit.
[3] Il ruolo decisivo della specializzazione produttiva delle nostre imprese nella peculiare conformazione della domanda di lavoro (e la riconduzione ad essa delle caratteristiche dell’offerta) è esaminato in Luigi Cavallaro, Daniela Palma, Come (non) uscire dal dualismo del mercato del lavoro: note critiche sulla proposta di contrato unico a tutele crescenti, di prossima pubblicazione in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2008, dove conseguentemente si argomenta a favore dell’assoluzione dell’art. 18 dall’accusa di aver irrigidito i problemi del nostro mercato del lavoro.

9 Commenti


  1. Giuseppe Pappalardo scrive:

    Ho letto il libro di Boeri e Garibaldi e devo notare come in questo articolo dell’ottimo Cavallaro la critica si appunti solo su un aspetto della proposta complessiva dei due autori. Infatti, la proposta centrale è accompagnata da altre due proposte come il salario minimo e il salario sociale. Insomma siamo d’accordo o no a generalizzare lo strumento di protezione sociale costiutuito da un’indennità di disoccupazione decente? Rendere tale strumento universale, unico, trasparente. Non hanno forse ragione Boeri e Garibaldi quando fanno notare la cd. trappola della povertà? Non occorre fare chiarezza in tutte questa concerie di norme che fanno preferire ad un povero di restare povero?
    Grazie per l’attenzione.

    Risposta di Cavallaro:
    Per trasformare l’attuale indennità di disoccupazione in un sussidio che soccorra in ogni caso di inoccupazione non c’è necessità alcuna di istituire ad un “contratto unico” come quello proposto da Boeri e Garibaldi: si deve e si può pensare a un contratto unico che però non implichi alcun abbassamento delle tutele sul lavoro e si può e si deve pensare ad una qualche forma di reddito di cittadinanza per chi non abbia un lavoro. Ne riparleremo. Grazie per il commento.


  2. Rosario Santucci scrive:

    Interessante, documentata opinione critica. Sarebbe opportuno ampliare il discorso focalizzando l’attenzione sul modo di raccordare esigenze economiche e tutele del lavoro, spostando il discorso sulle flessibilità gestionali compatibili con il rispetto dei diritti sociali fondamentali del lavoratore. Temo che l’attuale crisi industriale porrà problemi più ampi (licenziamenti collettivi e ammortizzatori sociali) rispetto ai quali emergerà uno spettro che si aggira nel sistema di relazioni sindacali italiano: l’assenza o l’inadeguatezza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali.

    Cavallaro risponde:
    Concordo nel rilievo che la crisi industriale porrà problemi rispetto ai quali emergerà l’assenza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali. E’ un tema di cui ci occuperemo anche con proposte specifiche. Grazie per il commento.


  3. Nino Magazzù scrive:

    Praticamente si evince che Boeri e Garibaldi (sostenuti da Giavazzi) vogliano barattare il sussidio ordinario di disoccupazione con la precarietà per tutti. Insomma, vogliono istituire il modello danese (libertà di licenziamento + sussidio). Manca però il terzo pilastro, la politica attiva del lavoro, che costa.
    Inoltre, come sostenuto al parlamento europeo dai rappresentanti danesi, tale modello non è compatibile con la diminuzione della pressione fiscale ed in Danimarca funziona poichè questo paese è un piccolo ponte tra il mercato tedesco e quelli propriamente scandinavi, con il tasso d’occupazione più alto d’Europa ed un tasso di disoccupazione tra i più bassi.
    Insomma è un paese economicamente concentrato (come la nostra Lombardia, per fare un esempio).

    Credo invece che l’unica cosa auspicabile sia l’abrogazione della collaborazione (continuativa o a progetto non fa differenza) che è un mostro giuridico che spaccia per “pseudo-imprenditori” lavoratori dipendenti, l’inserimento di un’indenità nella sopravvissuta somministrazione a tempo determinato ed una forte limitazione (quantitativa e di tempo) della reiterazione dei contratti a tempo determinato.

    Se poi si vuole introdurre il sussidio ordinario di disoccupazione, che vale sui 12 miliardi di euro, che lo si faccia, ma senza barattare.

    Non posso che concordare con l’articolo.

    P.s.

    Inoltre il punto è che la diminuzione della quota salari/Pil conseguenza della precarizzazione può aumentare la domanda di lavoro solo in un’economia aperta neomercantilista. Con l’avvento delle economie emergenti che mangiano settori maturi (vedi l’abbigliamento) ed iniziano a dare corda in quelli della meccanica una politica deflazionista del salario può non produrre una diminuzione della disoccupazione.

    Cavallaro risponde:
    La collaborazione coordinata e continuativa senza vincolo di subordinazione è sempre esistita e sempre esisterà; il problema è costituito dalla frequente dissimulazione di un rapporto di lavoro subordinato sotto le mentite spoglie di una collaborazione coordinata e continuativa ed è agevolato da talune norme che oggettivamente la favoriscono. Ne riparleremo – unitamente al tema dei contratti a termine – nel quadro di una proposta complessiva sulle forme della collaborazione all’impresa che presenteremo prossimamente. Grazie per il commento.


  4. francisco genre scrive:

    Mi sembra che ci sia un fraintendimento in questo articolo. Boeri e Garibaldi si riferiscono alla formazione professionale svolta in azienda, da cui nasce il gap tra insider e precari che, essendo meno professionalizzati, possono essere lasciati a casa senza problemi. Probabilmente è vero che gli outsider sono più istruiti, ma oggi un laureato in facoltà umanistiche è già tanto se trovo posto in un call center.
    In bocca al lupo per il sito!

    Cavallaro risponde:
    Se oggi un laureato (e non solo in discipline umanistiche) fatica a trovare un posto che non sia in un call center dipende dalla qualità della specializzazione produttiva del nostro sistema industriale, che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale. Si tratta di personale che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, per cui la “formazione in azienda” non potrà quasi mai rappresentare un incentivo per l’imprenditore a stabilizzare il contratto. Grazie per il commento.


  5. Lorenzo Zoppoli scrive:

    Sono abbastanza d’accordo con la critica di Cavallaro al contratto unico, che in un recente scritto ho considerato un uso singolare delle categorie giuridiche a fini di edulcorazione delle statistiche socio-economiche (v. Il contratto a termine e le trappole della precarietà, in europeanrights.eu, newsletter 10/08). Ciò detto, è vero però che, nel quadro attuale italiano, quella proposta non va demonizzata, potendo costituire un percorso lungo il quale ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti e contrattini nati negli ultimi dieci anni e buoni soprattutto per chi, avendo validi uffici del personale o bravi consulenti del lavoro, vuole cumulare strumenti negoziali di contenimento del costo del lavoro e di sfruttamento dei soggetti più deboli sul mercato (ma sempre con il rischio di qualche disavventura giudiziaria). Probabilmente un contratto unico - davvero unico per tutte le imprese - che contenga certamente, dopo qualche anno di prova, maggiori garanzie di stabilità per i lavoratori, potrebbe essere un interessante strumento di semplificazione anche per le imprese più piccole. Nello scritto citato, ritengo ad esempio meritevole di considerazione la soluzione delineata nell’ultimo contratto collettivo per la somministrazione di lavoro.
    Approfitto comunque per rallegrarmi con Riccardo Realfonzo e tutti gli altri per la bella idea di questa nuova rivista online, augurandomi che riusciate a promuovere sempre dibattiti su temi così generalmente importanti ed utili anche per confronti interdisciplinari.

    Cavallaro risponde:
    Che occorra ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti nati negli ultimi dieci anni è affermazione sulla quale concordo. Che si debba farlo con un contratto unico che preveda “qualche anno di prova” (cioè qualche anno senza la stabilità reale garantita dall’art. 18) è tutt’altra questione, ed è qui che – ripeto – si appunta il mio dissenso. In un sistema produttivo che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale, che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, è infatti altamente probabile che l’allungamento del periodo di prova possa risolversi in un incentivo a sbarazzarsi del lavoratore prima che scatti l’obbligo della stabilizzazione. Grazie per il commento.


  6. Francesco Pirone scrive:

    Come è stato notato, la proposta Boeri-Garibaldo si completa con una revisione importante degli ammortizzatori, sulla quale l’articolo di Cavallaro non si sofferma abbastanza: l’introduzione di una forma di sussidio di disoccupazione non categoriale e di un reddito minimo garantito secondo un principio di cittadinanza. Si tratta di strumenti che proteggono i lavoratori nelle transizioni tra occupazioni temporanee (flexysecurity), ma naturalmente non sono capaci di garantire adeguati livelli d’inserimento lavorativo e sociale a lavoratori “deboli” come quelli con bassi livelli di professionalizzazione oppure in età più avanzata (gli over 45). Qui entrerebbero in gioco le politiche attive del lavoro che, tuttavia, non possono certamente risolvere il problema occupazionale in aree come quelle delle regioni meridionali dove il problema è un livello insufficiente di domanda di lavoro. Insomma, per farla breve, il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie. L’assenza, tuttavia, di un sistema di ammortizzatori sociali adeguato al livello di flessibilizzazione dell’occupazione (avviata nel lontano ‘97), resta un punto critico cruciale da affrontare.

    Cavallaro risponde:
    Sono d’accordo nel rilievo che il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie, come appunto quelle discusse criticamente nell’articolo. E ribadisco che non c’è alcun motivo teorico né alcuna evidenza empirica che suggeriscano che la precarizzazione dell’universo mondo del lavoro dipendente sia un prerequisito per la necessaria riforma del nostro sistema di ammortizzatori sociali. Grazie per il commento.


  7. Fernando D'Aniello scrive:

    Ho letto l’articolo di Cavallaro e lo trovo estremamente condivisibile.
    Vorrei però chiedergli qualche ulteriore riflessione non tanto sul libro di Boeri e Garibaldi quanto piuttosto sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro.
    Non sono un giuslavorista, ma devo dire che negli ultimi anni mi ha convinto il lavoro della Commissione Supiot e della proposta dei diritti di “prelievo sociale”.
    Supiot, in sostanza, ritiene che sia necessario definire un livello minimo di diritti e tutele da assegnare a tutti i lavoratori ed un’evoluzione progressiva, fatta per cerchi concentrici rispetto al “nocciolo duro” iniziale, definita sulla base non solo dell’anzianità ma anche della tipologia di lavoro svolto.
    L’idea nasce dalla constatazione che non si possa più definire tutto come lavoro subordinato ma che occorra inventare sistemi flessibili per disciplinare contesti diversi e spesso estremamente “precari”. Penso, ad esempio, al mondo della ricerca Universitaria: in tal senso interessante mi sembra la sentenza Raccanelli della Corte di giustizia Europea, sullo status del dottorando di ricerca (sentenza del 17 luglio 2008, Causa C-94/07). Cercao di restare nei limiti di un commento in un forum e mi fermo qui.
    Grazie per l’attenzione e complimenti per la rivista e per il sito.

    Cavallaro risponde:
    Interverremo senz’altro in futuro con ulteriori riflessioni sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro, anche con riferimento alle proposte della Commissione Supiot. Mi sembra però importante ribadire che la differenziazione del regime giuridico tra le varie forme di collaborazione all’impresa e nell’impresa deve poggiare non su presunte correlazioni tra riduzione delle tutele e aumento dell’occupazione, di cui non c’è alcuna evidenza empirica, ma su presupposti oggettivi legati alla natura della collaborazione stessa. Grazie per il commento.


22 aprile 2009

Antonella Stirati : la condizione economica dei lavoratori

 

Negli ultimi mesi, sempre più spesso i media ci rimandano l’immagine di una classe lavoratrice impoverita, che stenta ad arrivare alla “quarta settimana”, o forse ormai anche alla terza. Un’indagine svolta dalla Fiom nel corso del 2007 attraverso un ampio questionario a cui hanno risposto ben 100.000 lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico[1] ci dà un quadro della loro situazione economica – una situazione che può considerarsi rappresentativa di una condizione complessiva del mondo del lavoro dipendente.

Retribuzioni mensili nette
Le retribuzioni sono al netto di imposte e contributi e comprendono la parte aggiuntiva del salario contrattata in azienda (contrattazione di secondo livello) più eventuali premi e retribuzione aggiuntiva per straordinari e lavoro su turni normalmente svolti. I valori medi per vari sotto-insiemi sono riportati nella tabella 1.
Un terzo circa di tutti gli intervistati (operai e impiegati insieme) ha un reddito mensile compreso tra i 900 e i 1100 euro mensili. La grande maggioranza non supera i 1300 euro, e rimangono per il 75% sotto a questa retribuzione anche coloro che dichiarano di svolgere regolarmente lavoro straordinario, con 44 ore di lavoro settimanali.

I lavoratori precari (che sono il 9% degli intervistati) guadagnano in media 200 euro al mese meno dei lavoratori stabili, e differenze significative nella retribuzione sussistono anche a parità di età (cioè: non guadagnano di meno solo perché sono giovani). Le lavoratrici (che sono complessivamente circa il 20% degli intervistati) sono anch’esse fortemente penalizzate, con un reddito medio che rimane più basso di quello maschile anche a parità di orario di lavoro e di anzianità di lavoro. Tra i lavoratori intervistati invece non si hanno differenze di retribuzione media nelle diverse aree del paese.

Redditi familiari e condizioni di povertà
I valori medi del reddito familiare netto mensile per vari sottoinsiemi degli intervistati sono riportati nella tabella 2 qui sotto. Si hanno differenze significative tra operai e impiegati e tra i nuclei familiari meridionali e il resto del paese. Ma soprattutto, è basso - 2080 euro - il reddito medio familiare dell’insieme degli intervistati che hanno famiglie con figli conviventi, cioè le famiglie con tre o più componenti. E infatti una proporzione significativa delle famiglie con figli a carico percepisce un reddito familiare netto che è inferiore alla soglia di povertà relativa[2] stimata dall’Istat per l’anno 2006: il 14% delle famiglie con tre componenti ha un reddito inferiore alla soglia di 1280 euro mensili, ed il 22,5% delle famiglie con quattro componenti (che sono circa la metà delle famiglie con figli) ha un reddito inferiore a 1580 euro. Va anche considerato che la soglia stimata dall’Istat è molto al di sotto della soglia minima di reddito familiare “dignitoso” soggettivamente percepita dalle famiglie italiane, che è invece intorno ai 2400 euro mensili (Isae, la povertà soggettiva in Italia e in Europa, Roma 2007).

Nel Sud l’incidenza della povertà relativa è molto più elevata: complessivamente il 34,5% delle famiglie con tre componenti e il 47% di quelle a quattro componenti hanno un reddito inferiore alla la soglia di povertà. Ciò è legato alla maggiore diffusione di famiglie mono-reddito, che sono infatti ben il 53% in questa area del paese, contro la media nazionale che risulta dall’indagine, comunque alta, del 28%.

Spese per la casa
A fronte di redditi familiari bassi, le spese per la casa sono elevate. Infatti, nonostante la maggioranza degli intervistati (circa l’80%) viva in una casa di proprietà, una parte consistente sta ancora pagando un mutuo. Le rate mensili superano i trecento euro, e in moltissimi casi (v. Tabella 3), i 600.
Per chi paga l’affitto, le spese per l’abitazione rappresentano più di un quinto del reddito familiare complessivo in ben l’80% delle famiglie (cioè più di 400 euro mensili se prendiamo come riferimento il reddito familiare medio); Tra queste, una quota rilevante paga per l’affitto più di un terzo del reddito familiare (cioè più di 600 euro mensili con riferimento al reddito familiare medio).

Complessivamente il 63,6% degli intervistati sostiene spese per mutuo o affitto, con una spesa mensile generalmente molto onerosa.

Il rischio di perdere il lavoro
Nell’anno precedente l’intervista il 9% di tutti gli intervistati, e il 20% dei lavoratori meridionali, ha avuto un periodo di cassa integrazione. Inoltre, il 30% degli intervistati con contratto a tempo indeterminato (cioè, esclusi i lavoratori precari) ha dichiarato di considerare a rischio la propria occupazione nei due anni successiv i - segno di una crisi grave già in atto, prima degli effetti della crisi finaziaria internazionale.

Un quadro d’insieme
I dati appena visti confermano il quadro di un impoverimento del mondo del lavoro dipendente e in particolare, ma non solo, degli operai. Mostrano che i rischi di povertà riguardano non solo i giovani o i precari ma, tra i lavoratori su cui si è svolta l’indagine, i lavoratori con figli, anche quando hanno un lavoro stabile.
Fino a che punto la situazione descritta può considerarsi rappresentativa della società italiana?
In Italia i lavoratori dipendenti sono quasi 19 milioni. Di questi, più di due terzi sono lavoratori dipendenti nel settore privato, prevalentemente occupati nell’industria e costruzioni (5 milioni e mezzo) e nel commercio, ristorazione, trasporti (quasi 4 milioni). Il rimanente terzo del lavoro dipendente è occupato nel settore pubblico. Le retribuzioni medie (riportate ora al lordo di imposte e contributi a carico del lavoratore) in questi settori sono tra loro molto simili (v. Tabella 4). Il settore con retribuzioni mediamente più alte (30% in più che nell’industria) è quello della pubblica amministrazione, che è il comparto meglio retribuito del settore pubblico. Una differenza che tuttavia scompare se il confronto viene effettuato a parità di mansione/qualifica dei lavoratori[3]. Il lavoro dipendente complessivo è in aumento dagli anni ‘70 ad oggi, sia nella componente pubblica che in quella privata, mentre il lavoro autonomo, che conta complessivamente sei milioni di occupati, di cui una parte sappiamo essere di fatto subordinati, come i collaboratori (stimati a circa mezzo milione nel 2006), è in costante riduzione dagli anni settanta ad oggi.

I dati dell’indagine descrivono quindi una situazione reddituale assolutamente pervasiva nella società italiana. Anzi, va piuttosto sottolineato che essi peccano per eccesso, piuttosto che per difetto - in quanto provengono da un settore con una forte presenza sindacale, ed in cui le imprese di piccole dimensioni sono meno presenti che nella economia nazionale. Ad esempio, registriamo qui una presenza di premi di risultato contrattati in azienda pari all’80%, il doppio della media nazionale[4].
La situazione economica dei lavoratori qui descritta deriva da tendenze di lunga data, e parte dai cambiamenti nella distribuzione iniziati negli anni ‘80. Da allora tanto i salari reali contrattati che le retribuzioni di fatto sono cresciuti sistematicamente, in media, meno della produttività. La questione salariale non è quindi il frutto della recente stagnazione della produttività, e va affrontata come problema di redistribuzione del reddito dai gruppi sociali che negli ultimi decenni si sono progressivamente arricchiti verso il lavoro dipendente.

[1] Garibaldo e Ribecchi (a cura di) Metalmeccanic@, Meta Edizioni, 2008
[2]
La soglia di povertà relativa è definita come pari alla metà della spesa media per consumi nel paese di un nucleo familiare di ampiezza equivalente
[3]
L. Tronti, Pubblico e Privato nelle Retribuzioni, Lavoce.info, 2006; www.lavoce.info/articoli/pagina2492.html
[4]
Banca d’Italia, Relazione annuale, 2007; www.bancaditalia.it


21 aprile 2009

Stefano Perri : distribuzione del reddito e diseguaglianza. L'Italia e gli altri

Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.

Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.

In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.

Vediamo come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni, seguendo il recente rapporto dell’OCSE Growing unequal?[1] e confrontando la situazione Italiana con quella di altri paesi sviluppati: la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli USA. L’Italia sembra essere il paese che riesce a cumulare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più negative dei paesi anglosassoni e di quelli del continente europeo. Queste note si riferiscono alla evoluzione della distribuzione del reddito precedente la crisi. Proprio per questo motivo mettono in evidenza alcune delle sue cause fondamentali.

L’aumento della diseguaglianza a partire dalla metà degli anni 70 è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Come si può vedere dal grafico che segue questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo molto più pronunciato in Italia[2].

Come conseguenza in Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006[3].

La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente. Sono state infatti all’opera anche altre cause, principalmente l’andamento del differenziale nelle retribuzioni del lavoro e l’effetto dei trasferimenti del reddito da parte dello stato alle famiglie e della tassazione, cioè il ruolo dello stato nel modificare il reddito disponibile delle famiglie rispetto al reddito di mercato.

La diseguaglianza nella distribuzione del reddito è rappresentata dall’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. Germania e Francia hanno invece un indice Gini inferiore alla media, cioè sono paesi con una distribuzione del reddito notevolmente più egalitaria.

Negli ultimi venti anni la crescita dell’indice Gini è stata molto alta in Italia (inferiore solo a quella degli USA tra i paesi confrontati)[4].

E’ interessante per comprendere come si manifesta la diseguaglianza, confrontare i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Come si vede dai grafici, questo confronto mette in luce in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

Vale la pena soffermarsi anche su uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, che svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni.

Vediamo ora come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.

Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. Guardando anche gli altri paesi dell’ Unione Europea, i cui dati non sono riportati nel grafico, l’Italia si situa in effetti agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico[5]. Occorrerà capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato relativamente agli altri paesi europei sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani. Quello che è certo è che la politica economica, sia in relazione agli obiettivi più immediati di stimolo della domanda aggregata, sia in relazione alla correzione delle cause strutturali della crisi globale e di quella del nostro paese in particolare, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato.

Il rapporto dell’OCSE cerca anche di stimare l’impatto dei servizi pubblici, principalmente relativi alla sanità e all’istruzione, sulla distribuzione del reddito.

Anche in questo caso l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico in Italia si rivela superiore a quella dei paesi anglosassoni, ma ora risulta inferiore alla media dei paesi OCSE oltre che alla Francia e alla Germania. Anche in questo caso, guardando anche agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia si situa agli ultimi posti. Si capisce come una politica di tagli indiscriminati come quella prevista dalla finanziaria per l’istruzione, non può che aggravare una situazione già molto preoccupante.

I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite (che si presentano spesso collegati tra loro). Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. L’Italia, in questo quadro, ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale progressiva e redistributiva, sia in funzione di stimolo alla domanda aggregata nell’immediato, sia come condizione per un processo equilibrato di sviluppo nel lungo periodo.


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