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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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20 settembre 2011

Le tesi di Emiliano Brancaccio sulla crisi del debito pubblico europeo

Emiliano Brancaccio, partendo da un punto di vista eterodosso, analizza la crisi del debito pubblico europeo con ben altri esiti rispetto agli economisti del mainstream. Egli parte dal presupposto che sia in corso in Europa una competizione tra capitali, competizione che rischia di smantellare l’assetto dell’UE, assetto sovrastrutturale e quindi del tutto dipendente dalle dinamiche economiche in atto. I capitali tedeschi, detenenti alti tassi di produttività, hanno un alto coefficiente di penetrazione negli altri paesi europei. Questo è il frutto della politica economica tedesca che ha, nel corso dell’ultimo decennio, privilegiato le esportazioni, mantenendo fermi i salari interni. Questa politica ha generato grossi squilibri nelle bilance commerciali di altri paesi europei, quali Spagna, Portogallo e Grecia (Brancaccio inserisce in questo discorso anche l’Italia).

 

 

Il deficit commerciale di questi paesi compromette la crescita di questi ultimi e la mancanza di crescita genera la sfiducia sulla possibilità di questi paesi di rimborsare il proprio debito pubblico. In questo modo gli speculatori vendono titoli di stato di queste nazioni perché puntano sul default del loro debito pubblico e sullo sganciamento dall’unione europea. La crisi del debito pubblico mette in difficoltà anche le banche dei paesi colpiti che hanno tra i loro crediti gli stessi titoli del debito pubblico. Ciò comporta difficoltà nei patrimoni di queste banche che sono viepiù costrette ad aumentare il proprio capitale con il rischio di scalate da parte di capitali stranieri (Brancaccio pensa soprattutto a capitali tedeschi. L’esito finale potrebbe essere una elevata mortalità delle imprese dei paesi periferici ed ad una desertificazione produttiva di questi ultimi.

Brancaccio ha anche ragione a criticare le politiche economiche che, secondo l’ortodossia liberista, dovrebbero contribuire a sanare il debito pubblico a rischio di insolvenza di questi paesi periferici. I prestiti rinviano soltanto il problema e l’austerità, comprimendo i consumi interni, abbassa il reddito nazionale lordo e riduce la capacità di rimborso dei prestiti, scatenando ulteriori crisi di fiducia nei mercati finanziari. Per Brancaccio un possibile rimedio sarebbe lo standard retributivo europeo, cioè una politica che obblighi i paesi dell’UE a garantire una crescita delle retribuzioni almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro in modo da interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra di questa crescita minima dei salari, lo standard retributivo europeo legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. I paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In questo modo se in Germania si aumentano i salari relativi, i lavoratori tedeschi possono aumentare le importazioni e ridurre il disavanzo commerciale delle nazioni europee che esportano verso la Germania. Senza una politica di questo tipo, gli squilibri commerciali rimangono e i salari dei paesi in deficit tenderanno a ridursi con effetti ulteriormente recessivi.

Negli ultimi articoli Brancaccio ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulla circolazione dei capitali e sulla possibilità che questo controllo venga effettuato dai singoli stati membri dell’UE. Brancaccio ha anche criticato il libero-scambismo di sinistra che tende ad escludere tale controllo dalle proprie proposte di politica economica.

Le tesi di Brancaccio sono complessivamente convincenti e tuttavia sono possibili due osservazioni:

1.      Non ha senso per i comunisti dichiararsi libero-scambisti, ma bisogna essere consapevoli, con Marx, che il libero scambio è una delle caratteristiche dell’espansione del capitalismo nel mondo e dunque non si può facilmente rimuovere senza che ci siano conseguenze ancora più conflittuali tra gli Stati. Le politiche protezionistiche hanno maggiore senso quando vogliono tutelare un’industria o un settore produttivo nascente, ma difficilmente possono essere messe in atto in chiave difensiva a tempo indeterminato. Né si può trascurare il fatto che questo tipo di politiche più facilmente si può collegare ad ideologie politiche nazionalistiche e dunque a conseguenze molto meno condivisibili. La strada maestra per la sinistra è, in presenza di circuiti economici e di zone di scambio che travalicano l’ambito nazionale e rendono più difficili politiche economiche tese alla redistribuzione del reddito verso i ceti meno abbienti, quella di rafforzare istituzioni politiche il cui intervento sia possibile a livello più esteso in modo da riattivare il controllo dei capitali a tale livello.  Quindi la sinistra deve lavorare perché sia possibile una politica fiscale europea, uno standard retributivo europeo, la nascita dei titoli di debito pubblico europei, il sistematico investimento pubblico europeo, una imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Ovviamente la difficoltà sta nel fatto che l’assenza di strumenti politici adeguati limiti la possibilità per una forza comunista di incidere nell’elaborazione di riforme politiche di tale estensione. Ma a livello sindacale si può spingere per iniziative sindacali coordinate a livello europeo, in quanto solo se le forze del lavoro si uniscono ad un livello più grande, è possibile un vero contraltare alla libera circolazione dei capitali nel nostro continente e nel mondo. Un altro punto è che un eventuale sganciamento o allentamento dai vincoli europei non può e non deve sfociare in forme di protezionismo angustamente nazionalistiche, che potrebbero avere vita breve (e di questo ne è consapevole lo stesso Brancaccio). Forse da questo punto di vista è più interessante l’ipotesi di Leonardo Amoroso, per il quale potrebbe essere necessaria un’area di Stati europei periferici del mediterraneo, con una moneta comune e la possibilità di più libero scambio all’interno. In questo modo una politica economica più autonoma sarebbe una opzione più forte ed anche più ragionevole.

2.      Un’altra osservazione che può essere fatta sulle tesi di Brancaccio è quella relativa al fatto che la crisi del debito pubblico italiano si possa collegare anch’essa fortemente agli squilibri della bilancia commerciale. Tuttavia tali squilibri non sono marcati come quelli di Portogallo, Spagna e Grecia. Da un lato si deve maggiormente valorizzare il ruolo della speculazione finanziaria che può essere considerata come un bastone volto a costringere gli Stati a ridurre ulteriormente il grado di protezione del lavoro e le politiche di redistribuzione del reddito (in Italia l’obiettivo che si vuole raggiungere è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’emarginazione definitiva della Cgil o la sua normalizzazione ed infine la privatizzazione delle municipalizzate, delle risorse naturali e delle quote azionarie detenute dallo Stato). D’altro canto un criterio da cui deriva la fiducia dei mercati finanziari sulla solvibilità del debito pubblico dei singoli paesi può essere il rapporto tra interessi del debito pubblico e tasso di crescita del Pil: in Grecia ed in Portogallo l’interesse del debito pubblico è eccessivo, mentre per ciò che riguarda l’Italia è il tasso di crescita del Pil ad essere troppo risicato. Ma questa ipotesi andrebbe comunque perfezionata. In realtà infatti l’interesse del debito pubblico si innalza anche per effetto della speculazione per cui tale rapporto non inquadra uno stato di cose reale, ma uno stato di cose costituito dalla speculazione stessa. Le intenzioni degli speculatori sono implicite nell’atteggiamento delle agenzie di valutazione nei confronti degli eurobonds, atteggiamento che nasconde l’avversità pregiudiziale della speculazione verso ogni soluzione che possa favorire un maggior equilibrio economico tra gli Stati membri dell’UE, dal momento che questo equilibrio potrebbe contrastare la svendita del patrimonio pubblico dei paesi periferici e della maggioranza azionaria delle imprese di tali paesi.

 

 

 


1 febbraio 2011

Pensiamo all' elefante ! Il berlusconismo in noi 2

Facendo riferimento al post di dorsai (o babador) http://babador.splinder.com/
su comunicazione e consenso
premetto che ho idee abbastanza diverse da lui
Il libro di cui lui parla è scritto da un grande psicologo della conoscenza e cioè George Lakoff, forse allievo di Chomsky
http://it.wikipedia.org/wiki/George_Lakoff
(di cui ho due libri "Metafora e vita quotidiana"
http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/884523360X/Metafora_e_vita_quotidiana.htm
e "Da dove viene la matematica"
http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8833915522 )
che però ha fatto il passo più lungo della gamba, volendo evidenziare le ricadute politiche della psicologia cognitiva con il libro di cui babador parla e cioè
"Non pensare all' elefante"
http://www.spaziodi.it/fatti/n0209/viewarticolo.asp?op=corpoarticolo&id=512
Perchè io considero la discussione a sinistra su questo libro inutile se non dannosa?
Perchè essa presuppone e alimenta il berlusconismo in noi.


Mi spiego:
1. Essa non solo presuppone che ci siano strutture fisse della mente umana, ma anche che tali strutture siano direttamente impegnate nel livello della comunicazione politica senza grandi possibilità di rielaborazione culturale
2. Essa è rassegnata al fatto che nella politica la comunicazione debba ridursi a slogan e propaganda, cioè ad un linguaggio che più che consentire la rielaborazione da parte del ricevente, debba produrre direttamente nel ricevente conseguenze rilevanti al momento del voto
3. Essa presuppone una stratificazione fissa dove ci siano un candidato, uno staff (in questo caso Kilombo) ed un bacino di utenza fatto da elettori passivi, di cui si cerca di prevedere gli atteggiamenti, senza considerarli dei veri e propri interlocutori, se non nel senso che essi producono sintomi di cui dobbiamo tenere conto in senso strumentale (e non in senso autenticamente comunicativo)
4. Insomma il contesto nel quale questa teoria si muove è un contesto dove il berlusconismo (inteso come esemplificazione di un sistema ideologico) è vincente a prescindere dalle sorti elettorali di Berlusconi, per cui anche se il Silvio perdesse, Graecia capta (e che cagata di Graecia !)....
5. per la sinistra questo è un problema: perchè non basta vincere le elezioni, anzi il problema non è più vincere le elezioni, se il tragitto dalla'opposizione al governo trasforma il soggetto vincente. Cioè l'utilizzo dei mezzi trasformando il soggetto può generare un cortocircuito che prepara la vittoria dell'avversario alle elezioni successive, con una risultante che comunque è sostanzialmente negativa.
6,. Per cui la riflessione di Lakoff è utile nella misura in cui la si decostruisce per usare il materiale di risulta per costruire una teoria di sinistra della comunicazione politica


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4 aprile 2010

Loris Campetti : operai e voto

Il 69% degli operai francesi non è andato a votare, e c'è chi aggiunge: meno male, perché in molti avrebbero messo la croce sul Fronte nazionale di Le Pen. Il voto «proletario» e popolare delle banlieues aveva retto fino a qualche anno fa, quando ancora le cinture delle grandi città eleggevano sindaci comunisti. Il processo di disaffezione popolare verso la sinistra non è certo di oggi. E non è solo francese. In Italia è dagli anni Novanta che il voto operaio ha iniziato la trasmigrazione dalla sinistra alla Lega, elezione dopo elezione il fenomeno si è reso più evidente.
Sarà interessante il prossimo risultato elettorale in Piemonte: la «cittadella rossa» (ci si passi la semplificazione retrodatata), Torino, si estende fino alla prima cintura ma è sempre più accerchiata dalla Vandea dilagante in tutta la regione. Dilaga la Lega perché i suoi «valori» razzisti, rafforzati dagli egoismi classisti berlusconiani, fanno leva sulla paura e l'insicurezza sociale. Mors tua vita mea. A sinistra gli argini sul Po stanno cedendo, hanno cominciato a indebolirsi quando i lavoratori sono stati degradati a consumatori, al massimo a cittadini detentori di diritti civili ma non di quelli sociali. Le tute blu della Fiat e del suo indotto hanno perso di interesse agli occhi anche di quei partiti che sulla loro centralità avevano costruito le proprie fortune. Liberare Torino dalla Fiat, era il ritornello, riscoprire il terziario, persino il turismo - legato alla Sindone o al tartufo bianco di Alba poco importa.


Domani persino Bersani si è presenterà ai cancelli di Mirafiori, in quella fabbrica già simbolo del lavoro e dell'industria dove il Pci da solo aveva migliaia di iscritti mentre oggi, tra tutti i partiti di sinistra messi insieme di tessere se ne contano, a essere molto ottimisti, poche decine. Fra quegli eroici sopravvissuti, poi, molti finiranno nelle liste degli operai «esuberanti» di cui liberarsi. 2.500 solo a Mirafiori, secondo le indiscrezioni in parte verosimili di Repubblica, 5.000 in tutto il settore automobilistico. E parliamo soltanto dei dipendenti diretti, nell'indotto è in arrivo uno spaventoso tzunami. Che importa, c'è il Sacro Telo e - non se la prenda il nostro amico Carlin Petrini - ci sono il tartufo d'Alba e il cioccolato torinese. Ma per tre giorni, ne siamo certi, tutti metteranno al centro dei loro comizi l'occupazione che crolla (l'avranno scoperto dall'Istat, visto che non hanno più terminali nei posti di lavoro?). Almeno ci risparmino, da lunedì, la sorpresa e la preoccupazione per la fuga del voto operaio.
Marchionne non ha di questi problemi e naviga spedito verso il Nuovo mondo. È lì, in America, che sbarca la Fiat. Nella stiva Marchionne porta graziose Cinquecento, lussuose Lancia e sportive Alfa Romeo. Con l'acquisizione della Chrysler il Lingotto doveva portare tecnologia italiana negli Usa, ora si scopre che saremo noi a importarla - l'auto elettrica - dalla Chrysler, cioè dagli Usa. Il governo italiano prende atto, l'opposizione si dispiace. Ma l'oracolo ha detto che il mercato ripartirà alla grande e in Italia si costruirà il 50% di vetture in più, sia pure con 5.000 operai in meno. Se la profezia del futuro boom è miracolosa, non ci va l'indovino per spiegare la moltiplicazione della produttività. Il capitalismo ha scelto la sua strada per uscire dalla crisi: lavorare in pochi, lavorare come bestie.
Siccome alla politica interessano solo i risultati elettorali, sono inutili raccomandazioni e anatemi. Riparliamone dopo il voto.


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18 marzo 2010

La disfatta di Sarkozy

I leader della destra, in coro, hanno negato la sconfitta. La strategia è stata messa a punto all'Eliseo. Impossibile, per il primo ministro François Fillon, «trarre una lezione nazionale da questo voto». Per il ministro dell'ecologia, Jean-Louis Borloo, «quando 23 milioni di elettori non votano, su un corpo elettorale di 40 milione, diventa difficile ragionare sulle percentuali». Addirittura, per la sottosegretaria Nathalie Kosciusko-Morizet «la sinistra voleva un referendum anti-Sarkozy, ma un elettore su due non è stato al gioco». Ma tutti i commentatori sono unanimi: Sarkozy e il governo non potranno guardare altrove e far finta di niente. Il primo turno delle elezioni regionali è stato uno schiaffo elettorale per il potere in carica. L'Ump, il partito unico voluto da Sarkozy, ottiene il peggior risultato della destra nella storia della V Repubblica (26,3%), pur avendo assorbito parte dei centristi ed essersi alleato con il Nuovo centro, i seguaci di de Villiers e persino i cacciatori. L'iperpresidente ne dovrà tener conto. La sinistra ha vinto, il Ps è il primo partito del paese con il 29,5%, mentre sembrava agonizzante dopo il crollo delle europee l'anno scorso. I verdi di Europa Ecologia diventano la terza forza politica. Lo schieramento progressista dovrà tener conto del Front de gauche, unione del Pcf e di una frangia uscita dal Ps, che supera il 6% e vince la battaglia alla sinistra della sinistra, dove l'Npa (Nuovo partito anticapitalista, erede del Lcr) annaspa con il 3,4% (e Lutte ouvrière è all'1,1%). Il Fronte nazionale, che Sarkozy pensava di aver soffocato, riprende fiato, ottiene un risultato a due cifre (11,6%) e sarà presente nelle dodici regioni dove ha superato il 10%, imponendo delle triangolari (sfavorevoli alla destra). Il MoDem centrista di François Bayrou prosegue la discesa agli inferi, fermo al 4,3% (al primo turno delle presidenziali nel 2007, Bayrou era 18%). Domenica prossima, il Ps dovrebbe confermarsi in testa nelle 20 regioni che già governa. La Corsica potrebbe andare a sinistra, grazie ai regionalisti, mentre l'incertezza domina in Alsazia (dove ci sarà una triangolare).



L'astensione, allarme sociale
Il 53,5% degli elettori non si sono recati alle urne. Il dato preoccupa tutte le forze politiche, anche se la destra cerca di sfruttare questo dato per screditare la vittoria della sinistra. La crisi e i suoi effetti sono all'origine di questo scoraggiamento generalizzato. La parola dei politici è screditata, dice l'astensione di massa. Una buona fetta dei cittadini non crede più nell'incidenza dell'azione politica. E questo riguarda soprattutto le classi popolari e quelle più sfavorite. Ma l'astensione, malgrado quello che dice la destra - sono i presidenti socialisti, che governavano 20 regioni su 22 dal 2004 che non sono riusciti ad interessare l'elettorato - è un segnale che riguarda prima di tutto Sarkozy. Il presidente si era fatto eleggere nel 2007, promettendo il «volontarismo», l'azione politica efficace. Ma, malgrado gli interventi per contrastare la crisi e le molte parole spese a questo riguardo, la disoccupazione è ormai al 10% e le chiusure di fabbriche si susseguono. Le affermazioni, a caldo, della ministra delle finanze, Christine Lagarde, non possono che inquietare: «non mi lascerò scuotere dal tasso di astensione o da questo o quello che grida vittoria. Il tutto mi lascia indifferente e proseguirò con la mia politica delle tre R: rilancio, riforma, risanamento delle finanze pubbliche». Il peccato originale del sarkozysmo - lo scudo fiscale che protegge i più ricchi - non ha nulla da temere.

Un risultato storico
Come è storico il brutto risultato della destra, lo è anche il successo della sinistra, che, complessivamente, arriva intorno al 50% dei voti. Il Ps si riprende, torna ad essere di gran lunga il partito più forte di questo schieramento, dopo essere stato dato per agonizzante in seguito al crollo delle europee dello scorso anno e alle battaglie di personalità al vertice. Martine Aubry, conservando una certa modestia, non ha nascosto che considera questa vittoria come un suo successo personale. Unico neo, il caso del Languedoc-Roussillon, la regione del sud, dove la lista sostenuta dal Ps nazionale, contro quella dei socialisti locali guidati dal problematico Georges Frêche, è ferma al 7,74% (ma Frêche ha preso il 35,2% e Aubry, pur non indicando di votare per lui, ha invitato gli elettori a «sbarrare la strada alla destra»). Il Ps arriva in testa al primo turno in 13 regioni. In Guadalupa, il presidente uscente, il socialista Victorin Lurel, è già rieletto al primo turno, con il 56,5% dei voti.
Europa Ecologia conferma di essere diventato il terzo partito francese, anche se la percentuale è un po' in calo (12,5%) rispetto alle europee. Le trattative con il Ps, per formare le liste che dovranno essere presentate oggi entro le ore 18, sono dure, ma sembrano leali. Daniel Cohn-Bendit frena gli entusiasmi della portavoce Cécile Duflot e insiste che l'insediamento nel panorama politico è un progetto di lunga gittata, da non sciupare con dispute locali. Anche il Front de gauche, che ha ottenuto un risultato onorevole con il 6,1%, vuole far sentire la propria voce. Il Front de gauche, unione del Pcf e una frangia uscita dal Ps con Jean-Luc Mélenchon come leader, ha vinto la battaglia a sinistra della sinistra, con la marginalizzazione del'Npa di Olivier Besancenot, al 3,4% e quella, ancora peggiore, di Lutte ouvrière, all'1,1%.

Il ritorno del Fronte nazionale
Sarkozy aveva vinto nel 2007 incassando l'adesione di parte dell'elettorato del Fronte nazionale. Il balletto del dibattito sull'identità nazionale, orchestrato nei mesi che hanno preceduto il voto regionale, si è rivelato un fallimento: avrebbe dovuto confermare il soffocamento dell'estrema destra, ma gli elettori, come si dice, hanno preferito «l'originale alla copia». Il Fronte nazionale sarà presente in tutte le dodici regioni dove ha superato il 10%, ha confermato ieri Marine Le Pen. La famiglia Le Pen, del resto, ha ripreso fiato: Marine Le Pen è arrivata al 18% nel Nord, mentre Jean-Marie Le Pen, alla sua ultima elezione, ha superato il 20% in Provenza-Costa Azzurra. «L'elezione presidenziale del 2007 è stata una parentesi - ha commentato il deputato socialista Manuel Valls - sindaco di Evry - i francesi risentono inquietudine, rancore, che si traducono nell'astensione e nella crescita del Fronte nazionale».


13 marzo 2010

Tonino Bucci . Destra e Sinistra

Come un ritornello ossessivo sentiamo ripetere da anni che destra e sinistra non esistono più. Un tempo la formula “non sono né di destra né di sinistra” era segno equivocabile di appartenenza alla cultura della destra. In essa si è storicamente riconosciuta un’ampia zona grigia della nostra società. L’Italia dei piccoli ceti medi sfilacciati e del sottoproletariato urbano, l’Italia della piccola borghesia si è sempre riconosciuta nella ritrosia al prendere partito. L’antipolitica, il qualunquismo, l’opportunismo, lo scambio mafioso e il tengo famiglia rappresentano il peggio del carattere nazionale italico. Il “né a destra né a sinistra” è stato il collante ideologico di strati sociali perennemente sospesi tra rassegnazione e protesta, tra ribellismo e delega passiva all’autorità.
Oggi però l’invito ad andare oltre gli steccati - e a buttar via l’antifascismo - è diventato una litania della postmodernità, non più esclusiva - per intendersi - di aree marginali della destra e di gruppi neofascisti e neonazisti. Dalla nuova destra ai tecnocrati del mercato è ormai tutta la classe dirigente a dire che la politica deve regolarsi non sulla coppia destra-sinistra ma su altri criteri, sul pragmatismo, sull’efficienza, sulla capacità di amministrare l’esistente. È il mercato e le sue esigenze di funzionamento, la contrattazione con i poteri forti, le regole del marketing e della costruzione di consenso che dettano tempi e contenuti dell’azione politica. Se la distinzione tra destra e sinistra ha perso smalto è colpa anche del sistema politico della Seconda repubblica, di un bipolarismo coatto tra due schieramenti in competizione tra loro per la conquista del centro (più o meno come funziona nell’audience televisiva).
Eppure «in Occidente lo spazio politico continua a polarizzarsi intorno alla destra e alla sinistra... Proprio la crisi economica globale sta dimostrando che è in atto un tentativo della politica di ritrovare la propria centralità attraverso una nuova capacità di regolare l’economia... Insomma, destra e sinistra sono categorie della politica moderna, ma in qualche modo continuano ad avere senso anche in una politica largamente postmoderna come quella dell’età globale».


Il minimo che si possa dire di queste tesi è che sono controcorrente. L’autore è Carlo Galli - docente di storia delle dottrine politiche all’università di Bologna - di cui è appena uscito per Laterza il nuovo saggio Perché ancora destra e sinistra? (pp. 94, euro 9). Il rischio qui è di ritrovarsi tra le mani due contenitori abbastanza vaghi. “Sinistra” e “destra”, senza ulteriori specificazioni, vogliono dire ben misera cosa o, al contrario, possono voler dire l’universo mondo. Sarebbe compito arduo, ad esempio, spiegare cosa hanno in comune personaggi come Hitler e Scruton, Burke e Maurras, Marinetti e Lorenz, Evola e Schmitt, Jünger e Gentile, Céline e Sironi, Churchill e monsignor Lefebvre, Rattazzi e Degrelle e si potrebbe procedere a lungo nell’elenco. Esiste la destra dei controrivoluzionari cattolici alla Maistre che volevano ripristinare la dipendenza della politica da un qualche fondamento non negoziabile (la tradizione, la religione, la nazione), una destra anticapitalistica che guarda indietro a una società feudale rigidamente gerarchica, una destra che vuole abolire il discorso politico moderno e la democrazia rappresentativa. Ma c’è anche una destra che sceglie di starci, nella modernità, una destra conservatrice che si schiera dalla parte del mercato e difende i rapporti di dominio esistenti. E, ancora, esiste una destra bonapartista e populista, capace di ricorrere a forme plebiscitarie di governo, che non esita a mettere da parte gli istituti liberali del parlamento e della democrazia. La destra può assumere un volto anarcoide quanto autoritario, statalista quanto liberista, nazionalista quanto ripiegato sulle piccole patrie regionali.
Lo stesso potrebbe dirsi della sinistra: dai liberali figli dell’illuminismo ai democratici radicali e ai giacobini, dai repubblicani e dai mazziniani ai socialisti, dagli anarchici ai comunisti. Anche qui ritroviamo tratti eterogenei: libertarismo e autoritarismo, individualismo e collettivismo, pauperismo e produttivismo, industrialismo ed ecologismo, relativismo e universalismo e chissà quant’altro ancora. Ha ragione Carlo Galli. Di schemi formali se ne possono costruire quanti se ne vogliono. Ma per quanti sforzi si facciano «questo schematismo va parecchio complicato. Le tradizioni politiche di destra e sinistra non sono infatti, nella realtà storica, univoche, ma anzi contraddittorie». Bisogna quindi concludere che alla fine della giostra destra e sinistra sono due contenitori vuoti che si riempiono di volta in volta casualmente? Nient’affatto. Ma la soluzione, si fa per dire, si ottiene con la classica mossa del cavallo. La tesi di Galli è che di quelle due categorie, checché se ne dica, continuiamo a fare uso e continueremo ad averne bisogno almeno finché staremo nel mainstream del discorso politico moderno. Destra e sinistra nascono con la cesura della modernità. Prima di Hobbes, Locke, Pufendorf, Rousseau, Kant - insomma, i classici del pensiero politico - valeva l’idea che vi fosse un ordine naturale inscritto nel cosmo e in grado di orientare la politica verso la giustizia. Dopo di loro cambia tutto, cambia lo «sguardo sul mondo»: «esiste un’esperienza primaria del disordine, della scarsità, dell’aggressione, ma in essa si manifesta anche, contemporaneamente, un’esigenza di liberazione del soggetto singolo dalle sue angosce e deficienze». Il discorso della modernità promuove «l’artificio» nella politica, consiste nella consapevolezza che non vi è alcun ordine naturale cui aggrapparsi e che il destino dell’umanità si gioca tutto intero nello scarto tra il «disordine come dato» e «l’ordine come esigenza». Destra e sinistra non nascono per caso, ma sono due visioni obbligate dalla stessa natura doppia del moderno: da un lato, la paura del disordine, dall’altro, il razionalismo politico, il progetto razionale di una società artificiale. Intorno alla prima si coagula il discorso della destra. L’intransigentismo con cui questa si richiama a fondamenti assoluti della politica (la religione, la razza, la tradizione, i valori ma anche il mercato) si accompagna in realtà sempre alla paura che l’ordine di quei fondamenti venga minacciato da qualche pericoloso agente. Siamo sempre sul terreno della modernità: «l’esperienza primaria è che la natura non è antropomorfa, ma è instabile». L’ordine, quindi, va realizzato, «ma non tanto con l’artificio razionale quanto con la lotta incessante contro chi lo minaccia». Il che, però, non significa che la destra sia sinonimo di immobilismo e conservazione e che la sua lettura del mondo debba per forza coincidere con la difesa di una tradizione dai suoi nemici. La destra può abbracciare altre soluzioni, può adottare in pieno l’instabilità cronica del capitalismo e fare propria la legge dell’imprevedibilità dell’iniziativa economica privata, fino a legittimare, attraverso una visione darwinista del mercato, una società in cui i vincitori dominano sui vinti. Ma la destra può infine «ricorrere a quel radicale modello di instabilità che è il Nichilismo, con cui afferma la inconsistenza del reale, esibendosi in un duro e tragico decisionismo extra-legale ma anche in una futuristica creatività immaginativa».
Erede del razionalismo e dell’illuminismo - l’altro polo del moderno - si è invece sempre proclamata la sinistra in tutte le sue varianti. In quest’altra declinazione della modernità l’attenzione va alla funzione normativa assegnata alla natura umana in un mondo di per sé contingente e pieno di disuguaglianze. Con l’avvertenza che l’essere umano non ha una natura rigida, fissa e immutabile, ma consiste piuttosto in una dignità che deve realizzarsi. Dai liberali di sinistra al giovane Marx si fa avanti un’altra lettura del moderno: «è giustizia non l’ordine dell’essere ma il progetto delle soggettività di emanciparsi, attraverso la politica, da impedimenti e condizionamenti». Alla politica tocca il compito di realizzare concretamente l’umanità, altrimenti destinata a rimanere in uno stato seminale e virtuale. Di destra e sinistra continueremo insomma a parlare, almeno finché non potremmo sottrarci a queste due visioni del moderno in lotta tra loro. Una destra portatrice di un’antropologia negativa in cui il soggetto e la sua uguale dignità non è centrale. Una sinistra dotata di un’immagine positiva dell’umanità, almeno come possibilità. E forse proprio per questo è destinata ad apparire meno realista, con quel suo azzardo a non credere che il mondo contingente e senza razionalità in cui viviamo debba precludere la liberazione dell’umanità.


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20 ottobre 2009

Ragazzi, ma la vogliamo finire ?

Tisbe dice di voler chiudere il suo blog, perchè ci sono alcuni stupidi che le danno fastidio lasciando commenti anonimi. Pare che questo andazzo risalga ad una feroce polemica tra blogger di mesi fa. Io me ne sono tenuto fuori : vedere Cloroalclero e Dacia Valent che si sbranavano per fatti privati sul web, vedere Korvo Rosso che prima ironizzava (con risultati anche carini...il vaso di Pomodora è un capolavoro...), ma poi esagerava con Tina, ebbene queste tutte queste cose mi hanno più che sdegnato, terrorizzato...
Ammetto che la violenza verbale sul web mi paralizza. Essa ha un senso per strada, quando si vogliono menare le mani, In questo caso è pericolosa, ma almeno essa ha un inizio ed una fine, perchè i contendenti alla fine si stancano (soprattutto se le prendono). Sul web invece assume l'aspetto della faida, della persecuzione, della mafia e della camorra. Potrebbe non finire mai, perchè di tempo da perdere ce ne è e perchè le parole spesso non costano niente.


Aspetto da Korvo l'immagine del Vaso di Pomodora...

Anche l'anonimato sul web mi lascia perplesso : il web per me è un ponte tra persone che non si possono vedere da vicino. Perciò cerco di essere il più possibile vicino a quel che credo di essere. Il fatto che si usi il web per il capriccio di darsi e di ritrarsi mi sa di onnipotenza a noleggio, senza alcun titolo. Capisco le anime tenere che si vogliono tutelare, che hanno diffidenza. Ma poi, se si può, si deve camminare a testa alta, con la propria dignità di individui. Per cui il commento anonimo con l'insulto gratuito mi sembra assolutamente insulso.
Le persone impegnate a sbranarsi in questi mesi sono persone intelligenti. Mi affido alla loro intelligenza. Alla loro noia nel fare sempre le stesse cose. Se potete, fate un passo indietro, chiaritevi o se non lo potete fare, astenetevi dal fare sempre le stesse cose.
Oltre tutto sul web spesso ci permettiamo di criticare il mondo politico per l'immoralità, l'incompetenza, la capziosità che spesso lo caratterizza. Ma se per un niente, noi mostriamo più imbecillità di loro in questo contesto (che ci consente sinora di parlare liberamente), con quale legittimità possiamo solo parlare di politica ?
Almeno abbiamo un po' di cura per questo affollato condominio...il governo del paese, come sappiamo, è in ottime mani.
Quanto a Tisbe, il tuo è un blog spesso bello da leggere. Non lo chiudere.


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6 ottobre 2009

Maurizio Matteuzzi : il risultato delle elezioni portoghesi

 Tutto secondo le previsioni o quasi. Ma il bello, ossia il difficile, comincia adesso.
Le elezioni politiche di domenica in Portogallo hanno confermato le previsioni della vigilia dando la vittoria al Partito socialista e al suo leader, il liberl-liberista José Socrates. Se il risultato è stato molto significativo dal punto di vista politico - perché la conferma è venuta dopo la crisi globale che (anche) in Portogallo ha picchiato duro e dopo la secca sconfitta del Ps nelle europee del giugno scorso -, il prezzo è stato pesante. Il Ps, sceso dal 45% delle ultime politiche del 2005 al 36.6% di domenica, ha perso mezzo milione di voti e la maggioranza assoluta passando da 120 a 96 deputati (su 230) nella prossima Assemblea della repubblica. Per cui ora, per i prossimi 4 anni, dovrà trovare alleati per mantenere la «stabilità» politica necessaria per uscire dalla crisi e ritornare alla crescita economica.
Confermata anche la disfatta del Psd e della sua leader Manuela Ferreira Leite, la «dama di ferro» esponente dell'ala più dura. Anche se i social-democratici - che in Portogallo sono destra allo stato puro - possono consolarsi con un modestissimo aumento di voti e seggi sul 2005 (29.1 contro 28.7%, 78 contro 72) sono rimasti lontanissimi da «ribaltone» e dalla alternativa di destra che speravano.



Confermata infine l'ascesa della sinistra radicale, anche se con qualche chiaroscuro. Il Bloque de Esquerda del popolare «Robin Hood» ex-trotzkista Francisco Louçã ha registrato un vistoso aumento di voti (dal 6.3 al 9.8%) e il raddoppio dei seggi (da 8 a 16), ha superato per la prima volta il vecchio Partito comunista e ha centrato il suo principale obiettivo - quello di impedire al Ps dell'«arrogante» Socrates la conferma della maggioranza assoluta -, ma non è riuscito nell'obiettivo di divenire la terza forza parlamentare e neanche di rendere i suoi seggi decisivi, sommati a quelli socialisti, per la maggioranza assoluta. Il Pcp di Jeronimo de Sousa a sua volta (in coalizione con i verdi) può vantare anch'esso un leggero progresso - che ne testimonia la vitalità non solo residuale - in percentuale e seggi (dal 7.5 al 7.8% e da 14 a 15), ma ha subito l'onta del sorpasso da parte degli «estremisti» del Be (e quindi dell'inversione dei rapporti di forza politici) e della retrocessione da terza a quinta (e ultima) rappresentanza parlamentare.
La vera sorpresa di domenica è stata la destra-destra del Cds-Pp, Centro democratico-sociale-Partito popolare di Paulo Portas, passato dal 7.2 al 10.5% e da 12 a 21 deputati, e balzato al ruolo di terza forza parlamentare: la disfatta del Psd gli ha tolto l'appellativo ironico di «partito del taxi» (nel senso che i suoi deputati stavano tutti in un taxi) e gli ha dato un ruolo che potrebbe rivelarsi decisivo per gli equilibri del prossimo governo Socrates. Stando ai numeri, la somma dei seggi socialisti e popolari danno la maggioranza assoluta.
Anche la somma aritmetica dei voti del Ps, del Bloque e del Pcp darebbero alle sinistre una comoda maggioranza assoluta in parlamento - il 54% -, ma un governo di sinistra appare molto improbabile se non da escludere a priori visti la differenza dei programmi e le posizioni reciprocamente belligeranti assunte in campagna elettorale. Le sinistre radicali bollano - non senza ragione - Socrates e le sue riforme come «liberisti».
In definitiva hanno vinto tutti. Numericamente hanno vinto la destra e la sinistra radicale, e perfino il Pds. Politicamente ha vinto il Ps nonostante abbia lasciato per strada mezzo milione di voti e più di venti seggi. L'unico sconfitto (anche grazie al sistema proporzionale vigente) è stato il bipolarismo del «voto utile» a cui si erano appellati sia Socrates sia Ferreira Leite. Ha vinto anche l'astensione, arrivata al 39% (nel 2005 fu del 35%), sintomo di una disincanto che per altri versi ha portato parte dell'elettorato del Psd a votare per il Cds-Pp e parte dell'elettorato socialista a votare per il Blocco di sinistra.
Ieri in Portogallo ci si interrogava sul prossimo governo: Socrates tenterà una coalizione o andrà - come Zapatero in Spagna - a un governo di minoranza cercando voti di volta in volta a destra o sinistra? E se tenterà la coalizione, andrà a sinistra (dopo la rivoluzione dei garofani del '74 non c'è mai stato un governo di coalizione di sinistra) o a destra? Col Cds o addirittura una «grande coalizione» con il Pds, come fu fra l'83 e l'85 sotto la guida di Mario Soares? Ma, con una sinistra «estrema» a quasi il 18% in parlamento e radici nel tessuto sociale, per il Ps portoghese sarebbe quasi un suicidio come è stato per la Spd tedesca.


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4 ottobre 2009

Alberto Burgio : cosa ci dicono le elezioni tedesche

 

Per la nettezza dei risultati e l'importanza del Paese, le elezioni tedesche costituiscono un passaggio politico di grande rilievo, prodigo di insegnamenti. Un osservatore superficiale potrebbe scorgervi il segno dell'irrazionalità di un elettorato che, complessivamente, premia i partiti del centrodestra, sostenitori di quel neoliberismo che ha prodotto i due fattori-chiave della recessione globale: la dittatura della finanza speculativa e l'immiserimento del salariato e delle classi medie. In realtà, il comportamento dell'elettorato tedesco è del tutto lineare.
Gli elettori moderati chiedono di perseverare nel sostegno all'industria nazionale, i conservatori premono per un neomercantilismo ancora più aggressivo e per la difesa delle prerogative del capitale finanziario. Gli uni e gli altri votano di conseguenza. A loro volta, molti sostenitori della Spd, dopo avere pagato il prezzo del modello Schröder e della Grosse Koalition, non sono andati a votare o hanno scelto altri partiti. Risultato: i socialdemocratici perdono 6,3 milioni di voti, precipitando al 23% (il 18% in meno rispetto al 1998), mentre la Linke guadagna oltre 3 punti. La questione che si pone di fronte alla catastrofe socialdemocratica (che molto probabilmente si ripeterà fra sei mesi in Gran Bretagna) è una soltanto: sapranno i suoi gruppi dirigenti trarne qualche lezione per il futuro? Oppure sono a tal punto prigionieri dell'ideologia neoliberale (e del sistema di interessi consolidatosi in quest'ultimo quarto di secolo) da non sapere più intendere la profondità del disastro né voler compiere gli sforzi necessari per risalire la china?
Nell'editoriale pubblicato sul manifesto all'indomani del voto, Luciana Castellina ha formulato questo interrogativo chiamando le cose col loro nome: mutismo della socialdemocrazia, opportunismo, drammatica sterilità culturale. In particolare il tema della inconsistenza culturale e della subalternità ideologica della socialdemocrazia europea è cruciale. Una linea politica si può ribaltare, una tattica può essere riscritta dall'oggi al domani. Ma con la cultura è tutto più complicato. La cultura è il sistema di riferimento per mezzo del quale leggiamo la realtà e la rete di principi e concetti che struttura le nostre identità individuali e collettive. Cambiarla con un atto di volontà non è semplice, anche se si riconosce la necessità di una profonda revisione.
Tuttavia non c'è alternativa: questo manda a dire il voto tedesco, e il messaggio bussa con forza anche alle porte del Pd, già in crisi di consenso e duramente colpito da un astensionismo in crescita. La sola speranza di evitare una disfatta annunciata, sin dalle prossime regionali, è affidata a un radicale riorientamento culturale, capace di restituire alla sinistra moderata un'idea dei problemi, delle loro cause e soluzioni, opposta a quella prospettata dall'ideologia dominante. Non troppa spesa pubblica sociale, troppo poca. Non troppa sicurezza del lavoro, troppo salario, troppo fisco sul capitale, troppo pluralismo nella rappresentanza, ma troppo poco. E viceversa: non poca libertà dei capitali e precarietà del lavoro, ma decisamente troppa, e troppe privatizzazioni, troppo maggioritario e troppo presidenzialismo.




Lo slogan scelto da Pierluigi Bersani per il congresso democratico («Un senso a questa storia») suona bene, anche perché contiene l'implicita ammissione che, di senso, la storia del Pd ne ha avuto sinora ben poco, al pari delle formazioni politiche che lo hanno costituito e che si sono svenate, tra una «lenzuolata» e l'altro, a vantaggio della destra. Il duro frangente politico in cui ci troviamo offre l'occasione per recuperare un senso, cambiando rotta rispetto a questi sciagurati vent'anni.
Avrà Bersani la forza, se vincerà il congresso, di guardare finalmente in faccia la realtà? E di trarre un bilancio serio delle scelte che hanno consegnato il Paese all'egemonia politica e ideologica della destra? Il suo decantato pragmatismo emiliano dovrebbe imporgliela. Così come dovrebbe suggerirgli che non è più il tempo in cui a sinistra ci si poteva illudere di avere la botte piena di consensi popolari e la moglie ubriaca di pessimo vino neoliberista.


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1 ottobre 2009

I vicoli ciechi dell’opposizione : la satiriasi del premier

 

Il numero recente di Micromega dedica ampie pagine alla satiriasi del premier, con dotte relazioni di Eva Cantarella e dialoghi psicoanalitici tra Lidia Ravera e Sergio Molinari. A mio parere questo accanimento rappresenta uno dei molti esiti squallidi della politica di opposizione qui in Italia. Invece di approfondire l’impatto specifico che la crisi economica sta avendo nel nostro paese, invece di prefigurare le conseguenze che l’assetto federalista può avere sul meridione dell’ Italia, invece di studiare gli effetti a lungo termine dei tagli a settori cruciali quali scuola, ricerca e sanità, politici, giornalisti ed intellettuali si interrogano sulle voglie di Silvio Berlusconi. 



Dunque essi vengono meno ad una impostazione culturale che privilegia l’analisi sistemica della struttura socio-economica italiana, la descrizione di processi in genere rimossi dai mass media, per abbracciare invece proprio la cultura berlusconiana nel momento in cui concentra l’attenzione sul leader, sull’individuo che decide delle sorti del paese nel bene o nel male. Senza contare che tale individualistica e falsificante rappresentazione tende a valorizzare la figura di un uomo di governo che non è mai riuscito ad essere uomo di stato, attribuendogli doti virili che rischiano di rilanciarlo agli occhi di un elettorato disperato e desideroso di menzogne.

In questo modo l’assenza dalla scienza politica di piccoli partiti più a sinistra, i soli che tentano goffamente di sostituire il metodo dominante dell’analisi politica, assume un incidenza negativa assai maggiore di quella desumibile dai numeri. Questo è l’ultimo frutto marcio della vocazione trasformista del gruppo dirigente del partito di opposizione che sinora riceve più consensi elettorali.

 


29 settembre 2009

Intervista a Brancaccio

 

CRISI, LIBERO SCAMBIO E PROTEZIONISMO.

INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO

 

di Alessandra Lo Fiego

 

 

(versione aggiornata di una intervista pubblicata

su Essere comunisti 13/14, settembre 2009)

 

 

Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?

 

Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile sostituto della “spugna” americana. La situazione per certi versi somiglia al periodo tra le due guerre mondiali, quando la Gran Bretagna venne spodestata dal ruolo di leader monetario del mondo e gli Stati Uniti erano ancora riluttanti a sostituirla. Oggi come allora l’assenza di una leadership monetaria rappresenta un rebus di difficile soluzione, uno dei tipici problemi di coordinamento di fronte ai quali il meccanismo della riproduzione capitalistica entra in crisi. Ciò significa che probabilmente andiamo incontro a una fase caratterizzata da una domanda globale debole, e quindi da una crescita della produzione troppo bassa per indurre le imprese a riassumere i lavoratori licenziati a seguito della recessione. Inoltre, quando la crescita della domanda e della produzione risulta debole, è facile che si verifichi anche disoccupazione tecnologica: cioè aumenta la probabilità che i lavoratori licenziati a causa di mutamenti tecnici e organizzativi non vengano più riassorbiti dal sistema. Per questi motivi, in media e soprattutto nei paesi occidentali potremmo trovarci di fronte ad un periodo non breve di aumento della disoccupazione.

 

Quali potrebbero essere gli sbocchi politici immediati dell’attuale recessione?

 

Non mi sembra realistico scommettere sulla possibilità che le grandi potenze economiche si siedano presto attorno a un tavolo per  costruire assieme una nuova “spugna” del mondo, in grado di sostituire quella americana. Ritengo più probabile che per un po’ di tempo ogni paese cercherà una soluzione “interna” al problema della caduta del commercio mondiale. A questo proposito, finora ha prevalso una strategia più o meno surrettizia di “salto al collo del vicino”. Molti paesi cioè hanno praticato politiche di ulteriore contenimento dei salari e di aumento dei sussidi alle imprese, allo scopo di rendere più competitive le produzioni nazionali e magari di conquistare quote di mercato altrui. Questo tipo di comportamento, scoordinato e conflittuale, può anche dare i suoi frutti nel breve periodo, ma a lungo andare non fa altro che aggravare la crisi globale. Alcuni paesi potrebbero allora tentare di sganciarsi da questa spirale recessiva mondiale per puntare su uno sviluppo più autonomo, maggiormente fondato sulla domanda interna, e quindi meno dipendente dalle esportazioni.

 

I paesi che sceglieranno di puntare sulla domanda interna diventeranno protezionisti?

 

E’ ovvio che se un paese decide di espandere la domanda interna dovrà poi introdurre degli accorgimenti per far sì che la maggior parte di quella espansione si rivolga alla produzione nazionale, anziché a quella estera. Nel mondo qualche segnale in tal senso già ce l’abbiamo.

 

Ma noi come dovremmo giudicare questa tendenza? In polemica con te, Marco Revelli ha sostenuto che il protezionismo potrebbe rivelarsi l’anticamera per nuove tentazioni nazionaliste e guerrafondaie… 

 

Non è il solo. Su Liberazione o sul manifesto capita spesso di trovare “protezionismo” e “fascismo” appaiati, quasi che fossero la stessa cosa. Ma queste sono banalizzazioni pericolose. Trovo che a sinistra sia alquanto diffuso un tremendo equivoco attorno al dilemma tra apertura globale e protezionismo. Probabilmente le incomprensioni nascono dal fatto che molti intellettuali commettono l’errore di considerare l’attuale internazionalismo del capitale come una sorta di erede moderno del vecchio internazionalismo del movimento operaio. Ma la realtà è che si tratta di fenomeni in totale contrasto tra loro. L’internazionalismo del capitale sta ad indicare il grande processo di globalizzazione al quale abbiamo assistito nell’ultimo trentennio, che è consistito nella crescente apertura dei mercati ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di lavoratori. L’internazionalismo operaio promuoveva invece la solidarietà e la fratellanza tra i lavoratori dei diversi paesi, e quindi si basava principalmente sul ripudio della guerra, economica e soprattutto militare. E’ chiaro che siamo di fronte a concetti antagonistici: l’internazionalismo del capitale infatti inasprisce la competizione tra i lavoratori dei vari paesi, e quindi può facilmente compromettere la solidarietà tra di essi. Lo stesso Marx, che protezionista non era, ironizzò sulle tesi di chi confondeva libero scambio, pace e fraternità sostenendo che «chiamare fraternità universale lo sfruttamento a livello cosmopolitico è un’idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia». Trovo quindi errato l’atteggiamento di chi a sinistra difende più o meno consciamente questo tipo di internazionalismo, e magari si esprime contro l’eventualità che si vada verso una fase di minore apertura dei mercati.

 




Stai dicendo che l’eventuale avvio di una fase protezionista potrebbe rappresentare una occasione politica per il movimento dei lavoratori?

 

Non voglio dire che i lavoratori dovrebbero considerare il protezionismo come una infallibile soluzione per i loro mali. Alla luce della esperienza novecentesca sappiamo che una relativa chiusura del mercato interno può esser declinata in vari modi, non tutti necessariamente auspicabili: in alcuni casi può rientrare tra le strategie di aggressione intercapitalistiche che sono tipiche dei tempi di crisi, e può quindi essere accompagnata da una ulteriore azione repressiva sul lavoro; in altri casi può invece ridurre il peso del cosiddetto “vincolo esterno”, e può dunque favorire lo sviluppo delle rivendicazioni sociali. In effetti abbiamo evidenze storiche dell’uno e dell’altro segno. E’ chiaro però che se a sinistra persiste una lettura ingenua della questione dell’apertura o meno dei mercati, difficilmente una eventuale fase di “de-globalizzazione” potrà essere sfruttata a vantaggio degli interessi del lavoro. Sotto questo aspetto l’analisi di Revelli, e di molti altri, mi sembra idealistica, e quindi non in grado di riconoscere i diversi possibili esiti della torsione storica in atto.

 

In Italia un vero dibattito su questi temi, e più in generale sull’indirizzo di politica economica del paese, stenta ad affiorare. L’attenzione sembra più che altro rivolta ai costumi sessuali del premier, e magari lo si lascia indisturbato a smantellare il settore pubblico e a smontare pezzo per pezzo la Costituzione. Quanto è concreto secondo te in questo momento, in Italia, il pericolo di una deriva “post”- democratica?

 

Con il prolungarsi della crisi e con l’aumento conseguente delle tensioni sociali, è possibile che questo governo sia tentato da soluzioni drastiche sul piano istituzionale ed economico, e da un impiego non estemporaneo ma strategico degli strumenti di repressione di cui dispone. Ma la forza di Berlusconi e della sua alleanza non deriva dal suo potenziale anti-democratico (o post-democratico, che dir si voglia). A mio avviso l’attuale destra di governo trae linfa e consensi dalla sua eccezionale capacità di alimentare una continua guerra tra le diverse categorie di lavoratori: privati contro pubblici, precari contro stabili, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, settentrionali contro meridionali, nativi contro immigrati. E’ contro questa tendenza a dividere i lavoratori che bisognerebbe concentrare gli sforzi dell’opposizione. Non mi persuade invece l’idea di contrastare l’esecutivo definendolo semplicemente “nemico” della Costituzione e della democrazia. Dovremmo infatti ricordare che l’attacco alla Costituzione e il restringimento degli spazi di esercizio democratico non nascono certo in questa legislatura. La nostra Carta costituzionale è materialmente incompatibile con gli indirizzi di politica economica e istituzionale di tutti i governi che si sono succeduti da almeno un quindicennio a questa parte. La piena apertura dei mercati e la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, il Trattato di Maastricht, lo smantellamento progressivo dei diritti del lavoro, sono tutti provvedimenti che hanno agito in simbiosi con le controriforme elettorali e con il depotenziamento delle aule parlamentari, e hanno quindi allargato lo squarcio tra la Costituzione formale e la sua attuazione materiale. Pertanto, a chi nell’opposizione sembra propenso a invocare genericamente la difesa della Costituzione repubblicana e ad agitare l’ennesima, consunta bandiera dell’anti-berlusconismo, dovremmo chiedere se piuttosto sia disponibile a costruire una opposizione fondata su concrete proposte di riunificazione del lavoro. Perché è sul bivio tra divisione e coesione dei lavoratori che oggi più che mai si gioca la costruzione di un blocco sociale vincente.       

 

Sotto quali condizioni a tuo avviso si potrebbe tornare a scommettere su una rinnovata coesione tra i lavoratori?

 

Il problema è che in questi anni - anche a causa di scelte nefande da parte delle sinistre al governo - i divari tra le diverse categorie di lavoratori sono effettivamente cresciuti, sia sul versante dei redditi che su quello più generale delle condizioni di lavoro e di vita. Oggi più che in passato sussistono grandi differenze tra i livelli di vita di un dipendente pubblico stabilizzato, di un precario del settore privato e di un immigrato clandestino che lavori sotto la minaccia dell’espulsione. Parlare quindi frettolosamente di “classe”, come se fosse un mantra, una parola taumaturgica, rischia di produrre un effetto di ripulsa, opposto a quello desiderato. Il paradigma marxiano delle “classi sociali” resta a mio avviso analiticamente superiore al paradigma dell’individualismo metodologico, e quindi può tuttora considerarsi fecondo anche sul piano politico. Ma sarebbe sbagliato adoperare la parola “classe” per fini agitatori senza una profonda spiegazione preliminare del suo significato. Per esempio, all’universo frammentato dei lavoratori bisognerebbe in primo luogo comunicare che le sperequazioni tra di essi sono risultate funzionali all’accrescimento di un’altra sperequazione, molto più grande e decisiva: quella tra i lavoratori presi nel loro complesso e i percettori diretti o indiretti di profitti e rendite. Basti pensare agli aumenti di produttività del lavoro: nell’ultimo trentennio, in quasi tutto il mondo, gli incrementi del potenziale produttivo dei lavoratori non sono andati a vantaggio dei dipendenti pubblici, né dei precari, e nemmeno ovviamente degli immigrati. Praticamente tutta la ricchezza aggiuntiva creata dall’aumento di produttività del lavoro è stata assorbita dai redditi da capitale…

 

…ciò nonostante i lavoratori seguitano in molti casi a farsi la guerra tra loro. Quali sono le parole d’ordine attorno alle quali si potrebbe cercare di riunificarli?

 

Comincerei col dire che ad ogni slogan che punti a dividere i lavoratori, se ne dovrebbe contrapporre un altro che miri a compattarli. Prendiamo ad esempio gli slogan della Lega. Sappiamo che questo partito invoca le “gabbie salariali” allo scopo di differenziare maggiormente le retribuzioni tra Nord e Sud, e di rimediare così al fatto che i prezzi al Nord sono un po’ più alti che nel Mezzogiorno. I leghisti sostengono quindi che le “gabbie” servono a eliminare una discriminazione che danneggia i lavoratori settentrionali. Ora, io non sto qui a soffermarmi sulle varie incoerenze della proposta leghista. Mi limito solo a far presente che i divari di prezzo tra una metropoli e una località di provincia possono risultare anche più ampi di quelli tra Nord e Sud, per cui volendo applicare la logica leghista fino in fondo dovremmo immaginare contrattazioni differenziate pure tra città e paesini, tra zone ben collegate e zone isolate, e così via, senza più riuscire a mettere un punto fermo. Ma il punto chiave è che se di discriminazione vogliamo davvero parlare, allora forse dovremmo partire da fenomeni ben più macroscopici, come ad esempio quelli creati dalle leggi di deregolamentazione e di precarizzazione del lavoro che la Lega in questi anni ha sempre sostenuto e promosso. A causa di questo smantellamento del diritto del lavoro, oggi possiamo trovarci in una situazione in cui, per esempio, due lavoratori del Nord lavorano nella stessa azienda, con le stesse identiche qualifiche e le stesse mansioni, e ciò nonostante vengono sottoposti a norme diverse, a contratti diversi, a salari totalmente diversi e persino a padroni diversi. Altro che introduzione delle “gabbie salariali”, dunque. Qui c’è piuttosto da abbattere la gabbia della precarizzazione, che scientificamente divide al suo interno la classe lavoratrice, al Nord come al Sud, e che la Lega ha contribuito in modo decisivo a edificare.

 

Oltre alle gabbie salariali la Lega agita pure la bandiera del blocco dell’immigrazione….

 

Certo, e in questo caso lo scopo è di trarre alimento dalle divisioni tra lavoratori nativi e migranti. La Lega trae enormi consensi da questa strategia. Alcuni ritengono che ciò dipenda da un moto irrazionale identitario dei nativi contro i migranti, i quali verrebbero concepiti come un tipico “caprio espiatorio”, un nemico esterno da annientare. Ciò è senz’altro possibile, ma i dati rivelano che la xenofobia dei lavoratori nativi scaturisce anche dal pericolo concreto, materiale, che gli immigrati alimentino una concorrenza ancor più sfrenata sui salari, sui posti di lavoro, sul welfare e sugli spazi metropolitani. Per motivi dunque non solo identitari ma anche strettamente materiali la linea della Lega è finora risultata vincente, e qualcuno a sinistra sembra essersi rassegnato a subirne la forza dirompente. Al contrario, io credo che la bandiera del blocco dell’immigrazione possa e debba essere efficacemente contrastata issando una bandiera alternativa: quella del blocco dei movimenti di capitale. Bisognerebbe cioè comunicare ai lavoratori nativi che, invece di far la guerra agli immigrati, dovrebbero unirsi con essi attorno all’obiettivo di  impedire al capitale di scorazzare liberamente da un capo all’altro del mondo, a caccia della tassazione più favorevole, dei minimi vincoli ambientali, dei salari più bassi e delle massime opportunità di sfruttamento del lavoro. Talvolta cerco di sintetizzare questo ragionamento affermando che se vogliamo liberare i migranti, allora dobbiamo arrestare i capitali.. Adopero volentieri queste parole d’ordine poiché le considero non solo efficaci nella lotta politica, ma anche istruttive per la sinistra. Dobbiamo infatti capire che se vogliamo davvero riunificare i lavoratori, se per esempio vogliamo costruire un legame sociale tra lavoratori nativi e immigrati, non possiamo più appellarci al buon cuore della gente. Dovremmo invece avanzare proposte precise e credibili, nelle quali gli uni e gli altri possano riconoscersi. Questo è un punto molto importante, poiché vedo che a sinistra troppe volte si pretende di affrontare questi problemi sulla base di un umanesimo ingenuo, secondo cui basterebbe dichiarare che l’altro sono io per stemperare ogni conflitto. Questo “buonismo” è totalmente inadeguato ai tempi di ferro che stiamo attraversando, ed è pure sintomo a mio avviso di una diffusa pigrizia intellettuale e politica. 

 

Mettiamo allora da parte ogni “buonismo”, e interroghiamoci sulla possibilità concreta di riunificare i lavoratori attorno alla parola d’ordine del blocco dei capitali. A questo proposito, non c’è comunque il rischio che il blocco dei movimenti di capitale danneggi i lavoratori dei paesi meno sviluppati, che necessitano di risorse finanziarie esterne per uscire dalla povertà?

 

No. E’ vero piuttosto il contrario. La libera circolazione internazionale dei capitali ha scatenato una competizione senza freni, che aumentando i rischi di attacco speculativo sulle valute ha drasticamente ridimensionato la sovranità politica dei singoli paesi - specie se meno sviluppati - e che ha dato avvio a una lunga e profondissima deflazione salariale mondiale. Da questo vortice recessivo sono riusciti almeno in parte a sottrarsi solo quei paesi che hanno mantenuto qualche forma di relativa chiusura dei loro mercati ai movimenti internazionali di capitale. La Cina è un esempio emblematico, in questo senso.    

 

A seguito della grande recessione in corso si è tornati a parlare, anche nei nostri ambienti, di “crisi finale del capitalismo”. Che ne pensi?

 

L’idea di una “crisi finale del capitale” viene solitamente portata avanti dagli eredi più o meno consapevoli delle correnti bordighiste del marxismo, e in genere si basa sulla “legge” di caduta tendenziale del saggio di profitto. La versione marxiana tradizionale di quella legge non funziona, ma credo sia possibile individuare nuove modalità di riscontro della medesima.  Da un punto di vista politico, tuttavia, il tema della “crisi finale” è delicato. Quando tra i militanti si discute della legge di caduta del profitto, noto che si cade facilmente in un clima “destinale”, che spesso li spinge verso analisi superficiali e fuorvianti. Ai militanti sedotti da questo tipo di discussioni uso dire che il Capitale di Marx non è il Vangelo secondo Giovanni, e che le complicate riflessioni sulla “crisi finale” del capitale sono una cosa un po’ diversa dalle premonizioni sull’Apocalisse. Credo allora che i militanti farebbero meglio a porsi interrogativi più immediati, e in un certo senso più smaliziati. Per esempio, sarebbe ora di analizzare in profondità il rapporto tra i meccanismi di auto-riproduzione del capitalismo e degli apparati ideologici che lo sorreggono da un lato, e i meccanismi di auto-riproduzione dei partiti che si dichiarano anti-capitalisti dall’altro. Se la sopravvivenza delle strutture di questi partiti finisce per dipendere in misura decisiva dalla partecipazione agli organi di governo o di sotto-governo, la definizione stessa di “anti-capitalisti” rischia di diventare un ossimoro, una vera e propria contraddizione in termini. E’ chiaro infatti che sotto condizioni di inesorabile dipendenza “riproduttiva”, la crisi non può mai logicamente assumere il carattere di “occasione storica”. Questa è una questione importante, sulla quale bisognerebbe indagare senza semplificazioni né inutili moralismi, ma anche senza reticenze.

 


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