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9 settembre 2010

La tesi di Barrere e la risposta keynesiana

Da parte della scuola keynesiana, Alain Barrere ha presentato una interpretazione della crisi degli anni ’70 considerata come una crisi di tipo nuovo senza precedenti detta crisi organica nella misura in cui essa deriverebbe da una disfunzione del sistema di produzione e di distribuzione. Ciò risulterebbe dalla riduzione relativa del reddito netto disponibile per il consumo e l’investimento, cioè dopo il prelievo di oneri crescenti (rimpiazzo del capitale, oneri sociali fiscali).

 

 

 

Questa riduzione provocherebbe una frenata della domanda effettiva, quindi dell’occupazione della redditività del capitale, da cui la minore propensione ad investire, l’apparizione di sovrainvestimento nel senso keynesiano, il rallentamento della crescita ed infine la crisi. Per l’autore solo una pianificazione nazionale concertata potrebbe ripristinare il controllo delle grandezze strategiche. Tale analisi si ricongiunge ad altri lavori che mettono in evidenza il calo di redditività del capitale alla fine degli anni ’60. Ma il tutto in un contesto nazionale astorico che non tiene conto del ruolo del mercato mondiale.


25 agosto 2010

Sismondi e Marx : la crisi come fine e come passaggio

Interessante è la tesi per cui Marx vede la fine del capitalismo come passaggio ad un altro tipo di società mentre in Sismondi c’è solo il senso della fine, ma non c’è il presentimento di un nuovo inizio. Tale differenza di atteggiamenti può anche avere un aspetto psicologico, ma quel che si vuole qui evidenziare è la sua valenza epistemologica. Perché si possa parlare di passaggio e non di semplice fine, si deve avere una teoria sui soggetti che trasformeranno la società e una capacità di individuare gli istituti che anticipano e prefigurano tale passaggio.

 

 

 

Se la prima elaborazione è stata fatta sia pure con esiti controversi a livello sociologico (la classe operaia) e politico (il Partito), la seconda è stata sviluppata molto meno. Chi in un certo senso ha tentato una analisi di questo tipo è stato Giovanni Mazzetti, che più che un economista è un filosofo delle scienze sociali ed ha reinterpretato gli istituti del Welfare e la politica economica keynesiana come uno stato intermedio della transizione al socialismo. Chi scrive invece pensa di aver individuato nel reddito di cittadinanza un altro filo rosso che ci consenta di guardare un itinerario possibile. La storia del socialismo reale invece sembra essere una sorta di teratologia della transizione.


12 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : i tempi lunghi

 

I primissimi analisti dei movimenti lunghi pongono l’accento su fattori esplicativi di grande interesse : ad es. Lescure e Van Gelderen vedono la fase di espansione prolungata come fondata su di un poderoso allargamento della produzione, legato allo sviluppo di nuovi settori di attività. Lescure mette in luce il fatto che il lungo periodo di espansione inflazionistica 1850-1873 si fonda sulla costruzione rapida ed intensa della rete ferroviaria in Inghilterra, Francia e Germania, il che stimola fortemente le industrie minerarie e metallurgiche (effetto trainante) e accresce la domanda di manodopera e di capitale, spingendo verso l’alto i salari ed il tasso d’interesse. Lo stesso autore evidenzia come, essendo state portate a termine le linee ferroviarie verso il 1873, ci si deve accontentare della manutenzione di una rete già esistente. L’offerta tende a sopravanzare la domanda e ciò causa una flessione dei prezzi. Successivamente Lescure mette in relazione la ripresa della fine del 1800 con le nuove attività delle industrie elettriche ed automobilistiche.

Kondratiev mette in evidenza la concordanza dei movimenti lunghi dei prezzi e della produzione. Ispirandosi ai lavori di Marx sul ciclo classico, cerca le cause dei movimenti lunghi nelle strutture stesse del sistema capitalistico. Crede di trovarle nell’esistenza di onde lunghe che interesserebbero i grandi investimenti di base come le ferrovie (teoria del ciclo di reinvestimento). Ma per Kondratiev il capovolgimento della congiuntura lunga deriverebbe (più che dall’esaurimento delle potenzialità di rendimento di tali investimento) dall’insufficienza e dal costo troppo elevato del risparmio suscettibile di essere investito, che ricomincia ad accumularsi durante la depressione lunga. Egli trasferisce al ciclo lungo l’analisi che il suo maestro Tugan-Baranovskij  aveva fatto per il ciclo classico. Ma se il fattore che egli propone può in certi casi giocare un ruolo minore a livello di cicli brevi, se ne concepisce difficilmente la trasposizione a lunghi periodi di tempo. Infatti una massa di risparmio come potrebbe restare per tanto tempo inutilizzata ?

Lev Trotzki si interessò delle onde lunghe per indicare che, a differenza del movimento classico, esse non hanno statuto di ciclo. Soprattutto non si possono spiegare le onde lunghe come il ciclo classico e cioè attraverso la struttura e la dinamica del sistema capitalistico. Esse sarebbero determinate non da fattori endogeni, ma dall’ambiente esterno nel quale il capitalismo si propaga (conquiste coloniali, scoperte di nuove risorse, rivoluzioni, guerre) mentre Kondratiev pensa che questi elementi si integrano nel processo generale della dinamica economica e sociale. Questa tesi di Trotzki (poco marxiana) diventerà la teoria ufficiale degli economisti sovietici. In realtà nel periodo di relativo ristagno tra le due guerre e soprattutto dopo la crisi del 1929 diveniva essenziale poter annunciare la crisi finale del capitalismo. La teoria di Kondratiev mostrando che il capitalismo poteva rinascere fu considerata eretica ( e lui nel 1930 fu arrestato e condannato a morte).

Schumpeter non si accontenta di constatare la concomitanza esistente tra fasi prolungate di espansione e messa in atto di massicce ondate di innovazioni (macchina a vapore per il primo Kondratiev, ferrovia per il secondo, motore a scoppio ed elettricità per il terzo, forse automobile ed elettronica per il quarto) ma mette tale concomitanza al centro di ciò che considera una teoria esplicativa. Per lui infatti sono queste ondate di innovazioni messe a punto durante le fasi depressive che provocano l’espansione prolungata (queste imprese trovano, alla fine della fase B, abbondanti capitali pronti per essere investiti).ma la teoria di Schumpeter non fa che spostare il problema, giacchè bisogna spiegare come si crea il progresso tecnico. Ernest Mandel, discepolo di Trotzki, pur designando come fattore essenziale il movimento di lungo termine del tasso di profitto, spiega la corrispondenza tra espansione prolungata e messa in atto delle rivoluzioni tecnologiche, dicendo che queste ultime centrate su nuovi tipi specifici di sistema di macchine cambiano l’organizzazione del lavoro e di conseguenza i rapporti sociali, creando un contesto che amplifica la crescita.



 Tra i primi tentativi di spiegazione dei movimenti lunghi alcuni hanno proposto il ruolo dell’allargamento del mercato mondiale, sia per l’ingresso di grandi paesi come Usa,Germania e Giappone, sia per le conquiste coloniali motivate dalla ricerca di materie prime o di sbocchi per le industrie dei paesi sviluppati. Effettivamente le principali spedizioni coloniali si situano alla fine dei periodi di depressione ed all’inizio dei periodi di espansione prolungata. Infine alcuni economisti quali lo svedese Gustav Cassell hanno cercato un fattore esplicativo al livello dei fenomeni monetari sulla base della teoria quantitativa della moneta : se la massa monetaria aumenta più velocemente della produzione, i prezzi tendono necessariamente a salire il che stimola la produzione. Nel quadro del gold standard (sistema aureo) nel quale la massa monetaria in circolazione è legata alle riserve auree detenute dalle banche, è stato messo effettivamente in luce un certo sincronismo non molto stretto tra i cicli lunghi e le variazioni delle riserve auree. Come è stato sottolineato dallo stesso Kondratiev non si può considerare però la produzione di oro come un fattore indipendente nella misura in cui la ricerca di oro è fortemente stimolata dall’intensità più o meno elevata dell’attività economica e dal movimento dei prezzi. La produzione di oro non può essere considerata come causa prima, ma solo come causa concomitante dell’impulso delle fasi di espansione. A partire dalla prima guerra mondiale l’oro non esercita più alcuna influenza sul movimento lungo. Quanto alla moneta non metallica, essa è oggetto di politiche monetarie che giocano a partire dagli anni ’30 un ruolo importante nella regolazione della congiuntura. Le prime interpretazioni dei cicli lunghi non possono essere considerate soddisfacenti nella misura in cui mettono in rilievo un solo fattore esplicativo, poiché il processo del movimento lungo si è rivelato troppo complesso.


11 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Keynes e Kalecki visti da Boyer

 

Sia che la si prenda dal punto di vista della tendenza alla sovracapitalizzazione, sia che la si consideri in termini di difficoltà di aggiustamento delle capacità produttive o di aumento dei costi, l’analisi dell’accumulazione nel corso del periodo di espansione sbocca così in modo diversi sul problema centrale : la minaccia che incombe a termine sul tasso di profitto che è il motore dell’accumulazione. Già l’economista neoclassico Knut Wicksell sottolineava la necessità, per suscitare l’espansione, di una differenza positiva tra il tasso di rendimento atteso del capitale di nuova creazione (tasso naturale di interesse) e il tasso monetario o tasso corrente di interesse (quello praticato dalle banche) di cui l’espansione tende a provocare l’aumento (questo tema è stato sviluppato anche da von Hayek). Da questo scarto nasce un processo cumulativo che sfocia a termine nel sovra-investimento, tenuto conto delle prospettive di profitto. Le analisi qui viste riprendono il tema centrale di Marx, arricchendone la comprensione del processo.  

Keynes, ispirandosi a Wicksell per quanto concerne il ciclo vede la causa essenziale nella variazione ciclica del tasso di rendimento atteso del capitale più produttivo, rappresentato da ciò che egli chiama l’efficienza marginale del capitale. Le aspettative (che giocano un ruolo centrale nell’analisi keynesiana) riposano su basi fragili. Per quanto riguarda il tasso di profitto, esse sono, durante la fase di espansione del ciclo, generatrici a termine di una situazione di sovrainvestimento. Anche se l’efficienza marginale del capitale diminuisce necessariamente con l’espansione, le aspettative sono eccessive relativamente all’aumento del costo del capitale e del tasso di interesse : il sovrainvestimento è dunque relativo. Questa situazione sfocia in un capovolgimento delle aspettative, una caduta improvvisa dell’efficienza marginale del capitale che conduce alla crisi per cessazione dello stimolo ad investire. La crisi nasce dunque dall’azzeramento dello scarto tra il rendimento scontato del capitale ed il tasso d’interesse. Mentre quest’ultimo dovrebbe essere abbassato, esso viene invece alzato. Keynes mette così in discussione la capacità degli imprenditori di gestire l’investimento senza produrre crisi.

L’economista polacco Michal Kalecki svilupperà l’analisi di Keynes imperniando la sua impostazione sul tema delle aspettative che governano le decisioni di investimento degli imprenditori. Se l’investimento è determinante per il livello dell’attività economica, esso è a sua volta determinato (per quanto riguarda il suo volume) dal livello dell’attività attuale ed alla variazione di questo rispetto ai periodi anteriori, il che introduce qui la nozione di ritardo temporale. L’investimento può essere così il risultato di aspettative eccessivamente ottimistiche (poiché fondate su una congiuntura passata) e la tragedia dell’investimento è ciò che conduce alla crisi prima di aver potuto produrre i suoi pieni effetti. In tal modo Kalecki chiama in causa il capitalismo in quanto la capacità produttiva diventa troppo grande per sostenere il tasso di profitto.



Una impostazione diversa ma complementare è quella del grande teorico dei cicli e della dinamica economica Joseph Schumpeter, la cui analisi è incentrata sul processo dell’innovazione tecnologica che è l’applicazione effettiva ed operativa di una invenzione scientifica. È l’innovazione che (per mezzo dell’intervento dell’imprenditore dell’investimento) fa uscire l’economia dal circuito della semplice ripetizione di periodo in periodo e la spinge nel processo dell’evoluzione economica. Le innovazioni vengono a grappoli e si generalizzano attraverso un effetto di diffusione a partire dagli imprenditori più dinamici che fanno largamente ricorso al credito per spezzare il circuito. L’applicazione e la diffusione dell’innovazione generatrice di profitto corrispondono al periodo di espansione, ma quando la generalizzazione è compiuta, il boom degli investimenti innovativi si esaurisce e con ciò le prospettive di profitto si deteriorano e sopraggiunge la crisi e la depressione (Schumpeter ha previsto anche che il capitalismo si estinguerà a causa della burocratizzazione del processo innovativo). La ripresa avrà luogo sotto l’effetto dell’abbondanza di capitali pronti per essere investiti e quello della caduta dei tassi d’interesse. Mettere in relazione investimento ed innovazione è certamente importante soprattutto con riguardo ai movimenti lunghi dell’economia. Ma è difficile considerare innovazioni e progresso tecnico come processi autonomi.


6 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : i primi teorici delle crisi di realizzo

Agli occhi degli economisti classici e di quelli neoclassici, l’equilibrio economico è automatico e la crisi è logicamente impossibile, per cui gli squilibri osservati nella realtà non possono che derivare da fattori esterni che ostacolano il libero gioco di mercati supposti autoregolantisi. La crisi è un fenomeno congiunturale senza relazione con la struttura del capitalismo, ma collegabile al cattivo funzionamento dei mercati, agli interventi dello stato, alle politiche salariali ed al ruolo delle organizzazioni sindacali che sono ostacoli al libero gioco del mercato del lavoro. Per essi ogni situazione di disoccupazione dovrebbe tradirsi in una diminuzione del tasso di salario, l’unico processo considerato suscettibile di ristabilire il pieno impiego. Keynes mostrerà che in una società in cui il lavoro salariato è sempre più diffuso, una tale posizione dimentica che i salariati sono anche dei consumatori e che le previsioni relative agli incrementi dei consumi agiscono sulle aspettative degli imprenditori e dunque sugli investimenti. 



Ricardo, il più grande degli economisti classici, vede nella crisi del 1816 un avvenimento congiunturale, mentre Sismondi e Malthus saranno i primi a vedere in questo nuovo tipo di crisi un fenomeno legato alla natura del nuovo sistema economico. L’argomento essenziale di Ricardo è la legge degli sbocchi si Say secondo la quale la produzione crea essa stessa la propria domanda ed ogni produzione è consumo ed ogni consumo è produzione, poiché il valore prodotto corrisponde al valore dei redditi distribuiti e dunque a quello degli impieghi di quei redditi. Per Malthus e Sismondi invece la produzione, crescendo con l’accumulazione del capitale, non crea da sé automaticamente la propria domanda. Infatti, per vedersi smaltita, essa deve incontrare una domanda effettiva, concetto ripreso molto più tardi da Keynes, una domanda proveniente da chi abbia nello stesso tempo i mezzi e la volontà di corrispondere un prezzo sufficiente. I lavoratori (i cui salari non rappresentano che una parte del valore da loro stessi prodotto) non possono acquistare la produzione addizionale, nel senso che l’operaio ha la capacità fisica di consumare, ma non ne ha i mezzi. Il sottoconsumo operaio non si modifica nemmeno se il tasso di salario tendesse ad aumentare nel corso dell’espansione, poiché ciò che conta è la quota dei salari sul prodotto totale. D’altra parte gli imprenditori capitalisti (disponendo di redditi che non hanno la capacità fisica di consumare) risparmiano una parte del sovrappiù che prelevano e può verificarsi un sottoconsumo del capitalista (un eccesso di risparmio). Il potere di consumare non cresce necessariamente né cresce nella stessa misura del potere di produrre. Ciò deriva anche dal modo di ripartizione del reddito tra le classi sociali, dove l’ineguaglianza porta al sottoconsumo mentre la produzione cresce sotto l’effetto dell’investimento. Questi pensatori hanno avuto il merito di evidenziare il carattere aleatorio dell’equilibrio in un sistema dinamico in crescita dotato di un modo di ripartizione del reddito che non è coordinato né con l’aumento della produzione né con la sua composizione.


11 marzo 2010

La crisi del capitalismo in Sismondi e Malthus

L’idea che il capitalismo sia intimamente contraddittorio è propria anche di Sismondi e di Malthus, i quali hanno in comune la tesi per cui il male del capitalismo è l’insufficienza della domanda effettiva, che determina una tendenza cronica alla sovrapproduzione, la quale non è la conseguenza finale di un processo di sviluppo e neppure un fattore ricorrente di crisi periodica, ma come una circostanza che dà luogo ad una difficoltà iniziale, da cui deriva l’impossibilità per il capitalismo di funzionare. Per Ricardo invece la crisi è una conseguenza finale che matura lentamente in conseguenza dell’accumulazione. La negazione da parte di Ricardo che una insufficienza di domanda possa generare sovrapproduzione è legata alla sua accettazione della legge di Say, ossia della proposizione secondo la quale tutta la produzione del sistema può sempre essere venduta al suo valore per la buona ragione che la domanda destinata ad assorbirla ha un ammontare esattamente uguale al reddito che i soggetti economici hanno tratto dall’intero valore di quella produzione.

Sismondi e Malthus criticano proprio questa tesi.

Sismondi considera il capitalismo una economia la cui essenza consiste nel processo accumulativo, ossia nel sistematico allargamento dei mezzi di produzione impiegati e nel conseguente continuo aumento della produttività del lavoro. D’altro canto per Sismondi il reddito spendibile è speso in consumi per cui la spesa per l’acquisto dei mezzi di produzione non entra come componente della domanda effettiva. Per Napoleoni è un errore, in quanto il reddito formatosi nel processo produttivo e speso anche per l’acquisto di mezzi di produzione tesi sia a sostituire quelli consumati, sia quelli che debbono aumentare lo stock di capitale. La spesa per investimenti proviene soprattutto dai profitti dei capitalisti.

Invece per Sismondi i beni di consumo prodotti nell’ambito della produzione capitalista sono in massima parte destinati ai lavoratori, mentre la spesa per consumi dei capitalisti si rivolge in prevalenza a beni non ottenuti nell’ambito del modo capitalistico di produzione. Poiché il capitalismo è irrimediabilmente contraddittorio, la raccomandazione di Sismondi agli altri paesi è quella di non seguire l’esempio di sviluppo dell’Inghilterra e di seguire un modello di società con produttori agricoli indipendenti ed artigiani. Sismondi non crede che il capitalismo possa essere uno straordinario sollecitatore dello sviluppo delle forze produttive ed il risolutore della spaventosa crisi del mondo feudale. In questo senso la sua analisi non può avere per Napoleoni accoglimento. 

Malthus vuole dimostrare non tanto che il capitalismo non possa funzionare, ma che per funzionare debba avere a fianco elementi di formazioni economiche precapitalistiche. Egli parte dalla distinzione operata da Smith tra lavoratori produttivi e lavoratori improduttivi :  i primi sono quelli che producono un profitto per i capitalisti che li impiegano, mentre i secondi sono impiegati fuori dal rapporto capitalistico e perciò non producono alcun profitto. Senza i lavoratori produttivi i capitalisti non potrebbero neppure esistere. Il reddito dei lavoratori produttivi è destinato alla spesa per consumi, mentre il reddito dei capitalisti (profitto) è quasi esclusivamente risparmiato. Quello che i lavoratori produttivi producono ha un valore uguale alla somma dei loro salari più i profitti dei capitalisti, mentre la domanda che sta di fronte a tale produzione ha un valore uguale ai soli salari.

Ciò significa che il meccanismo capitalistico contiene la sovrapproduzione come componente inevitabile. Questa tesi ha lo stesso errore di Sismondi e cioè l’idea che l’unica forma di spesa nella quale il reddito si trasforma sia la spesa per consumo. Inoltre anche la tesi di Malthus alla fine dimostra che il capitalismo non può funzionare in partenza. Malthus pensa che la differenza tra produzione e consumo non possa essere colmata altrimenti che con l’aggiunta al consumo dei lavoratori del consumo di classi e categorie ereditiere caratteristiche delle società precapitalistiche. Queste categorie devono trasformare in consumi il risparmio capitalistico, ma così Malthus propone l’annientamento del capitalismo stesso perché annulla la fonte stessa del processo accumulativo. I due autori ritengono dunque che una crisi di sovrapproduzione è intrinseca al capitalismo fin dalla sua nascita, per cui è necessario in una certa misura tornare indietro. Perché queste tesi possano ritornare plausibili c’è stato bisogno di ulteriori riflessioni.

 

 

 

 

Ma il reddito tratto dal valore della produzione può essere rovesciato totalmente nella domanda dei beni prodotti ?

Ci sono a complicare il discorso di Malthus però anche i salari dei lavoratori delle industrie che producono mezzi di produzione

 


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