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2 agosto 2008

Intervista a Stefano Rodotà

 

«In un breve lasso di tempo si è consumato in Italia un cambiamento istituzionale e costituzionale di enorme portata. Anche se sia da parte di chi l'ha promosso, sia da parte di chi non è in grado di contrastarlo efficacemente, si tenta di ridurne la rilevanza. Prima continuavano a dire che non bisognava demonizzare Berlusconi, adesso si preoccupano di non rompere le condizioni del dialogo...» Stefano Rodotà esordisce così e lungo un'ora di conversazione non abbasserà la gravità della sua diagnosi.

Si può parlare di un cambio di regime, senza sentirsi rispondere che non c'è il fascismo alle porte?
Quella sul regime mi sembra una disputa nominalistica. Chiamiamolo come ti pare, io registro i fatti. Prima c'è stato un cambiamento del sistema politico indotto dalla legge elettorale. Adesso c'è un'accelerazione evidente della pressione sul sistema costituzionale. Che non incide soltanto, come s'è sempre predicato che si doveva fare, sulla seconda parte della Costituzione: tocca pesantemente la prima. Il principio di uguaglianza è stato violato eclatantemente, e tutto il quadro dei diritti è in discussione.

Ti riferisci al lodo Alfano?
Ovviamente, ma non solo. Mi riferisco al razzismo delle impronte ai bambini rom, alla xenofobia discriminatoria dell'aggravante per i clandestini, alla logica dei tagli in finanziaria che produrrà ulteriori diseguaglianze sociali, all'idea della stratificazione di classe ratificata con la tessera dei poveri. Come diceva...., i princìpi costituzionali non sono dei caciocavalli appesi: per essere effettivi richiedono una strumentazione adeguata. Una finanziaria come quella che stanno votando non è una strumentazione adeguata. E un'altra strumentazione decisiva gliela toglierà la riforma del sistema giudiziario annunciata per l'autunno.

Ma nel discorso corrente il sistema giudiziario non ha niente a che vedere con i diritti, è solo la macchina persecutoria di Silvio Berlusconi...
E invece l'autonomia della magistratura fu voluta dai costituenti - l'hanno ricordato Scalfaro e Andreotti - proprio come garanzia che i diritti delle minoranze non venissero cancellati dalla maggioranza di turno. L'autonomia non garantisce i magistrati, garantisce i cittadini. E mette un limite alla legittimazione politica: dice che la legittimazione popolare non autorizza chi vince le elezioni a mettere le mani sui diritti. L'esatto contrario del discorso di Berlusconi per cui chi vince può fare quello che vuole, e per fare quello che vuole dev'essere immunizzato dall'azione della magistratura. E' un punto cardinale dell'impianto costituzionale, se cade questo scricchiola tutto. La ministra francese della giustizia, aveva provato a fare un discorso simile a quello della destra italiana, ma è stata subito bloccata. In Italia invece gli anticorpi non ci sono, o quelli che ci sono non bastano. Ha ragione Zagrebelsky: o la Costituzione la si rilegittima non a parole ma a partire dai comportamenti dell'opposizione, o decade di fatto. Senonché come ben sappiamo è stata proprio la parte maggioritaria della sinistra ad aprire una breccia alla sua delegittimazione, insistendo per anni su una revisone della seconda parte della Carta che fosse funzionale all'efficienza del sistema politico, invece di verificare che fosse adeguata a rendere effettivi i principi della prima.

A proposito, di recente D'Alema, e con lui 15 fondazioni politico-culturali, ha rilanciato la forma di governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco, con relativa autocritica sugli esiti di presidenzialismo strisciante del bipolarismo forzoso. Tu sarai contento, o no?
Certo che sì, proposi il sistema tedesco, con Aldo Tortorella, già quando si discuteva del Mattarellum. Ben venga questo rilancio oggi. Però, che il bipolarismo portasse agli esiti cui ha portato era prevedibile ed era stato previsto. E che Berlusconi volesse la bicamerale per riformare la giustizia lo si sapeva.
Anche se va ricordato che in alternativa alla bic
amerale Berlusconi agitava l'assemblea costituente...Torniamo a oggi: che margini di intervento ha la corte costituzionale sul lodo Alfano?

E' un'incognita decisiva. Ovunque il ruolo delle corti diventa sempre più decisivo, a cominciare dagli Stati uniti. Prima o poi il lodo Alfano arriverà davanti alla consulta, come pure l'aggravante per i clandestini. E voglio sperare che non si accuserà di faziosità il primo giudice che solleverà una questione di costituzionalità: nell'un caso e nell'altro è ben difficile sostenere che sarebbe «manifestamente infondata». L'appello dei cento costituzionalisti sul lodo Alfano poteva essere letto come un invito al presidente della Repubblica a non firmarlo, ma è comunque un avallo per i giudici a sollevare la questione di costituzionalità.

Ancora sull'uguaglianza. Il Pd ha approvato con argomenti egualitari l'estensione delle impronte digitali a tutti: così si sarebbe evitata la discriminazione contro i Rom. Sei d'accordo?
No: sono stupefatto. Era già successo negli Stati uniti, che parte della cultura democratica usasse l'argomento della generalizzazione dei controlli come garanzia di uguale trattamento: non pensavo che l'onda sarebbe arrivata anche da noi. Sarebbe questa l'uguaglianza, essere tutti controllati e sorvegliati? Qui c'è solo un segno spaventoso di subalternità culturale.

Da presidente del Garante per la privacy hai suonato più volte l'allarme contro la società della sorveglianza. Ma l'hai suonato anche contro l'abuso delle intercettazioni. Ci vuole o no, un freno alle intercettazioni?
E' un problema aperto dal '96, fu Flick a presentare il primo disegno di legge. Nell'ultima legislatura, fra maggioranza e opposizione, di proposte ce ne sono state otto: se si fosse davvero voluto fare una legge equilibrata, la si sarebbe fatta. Ma in realtà quello che oggi vuole il governo non è disciplinare le intercettazioni, ma restringerle, ammettendole solo per pochi reati (fra i quali non quelli finanziari), ridefinendo i criteri di rilevanza e impedendone la pubblicazione fino al dibattimento. Con questi criteri, per dire, non avremmo mai saputo nulla del caso Fazio. Sarebbe una forma di censura sull'opinione pubblica, nonché un gigantesco dispositivo di privatizzazione delle informazioni, consegnate a poche persone che potrebbero farne un uso ricattatorio e segreto. Ci sono altri metodi per disciplinare l'uso delle intercettazioni e per proteggerle: siamo pieni di studi tecnici e giuridici in materia.

Tu sei un europeista convinto, hai contribuito a scrivere la carta europea dei diritti. L'Europa può giocare un ruolo positivo contro questo processo di de-costituzionalizzazione italiano?
Il ruolo dell'Europa è ambivalente. La direttiva sui rimpatri dei clandestini è una direttiva europea. Ma è europeo anche il voto del parlamento di Strasburgo sui Rom: come dire che laddove c'è un residuo di democrazia parlamentare c'è ancora qualche garanzia. La commissione europea va giù dura sui diritti, ma il parlamento quando può la blocca. E se la carta dei diritti diventasse finalmente vincolante, entrerebbe in campo anche la corte europea: a quel punto le direttive sui rimpatri potrebbero essere impugnate.

Insomma, una pluralità di poteri giocherebbe a favore dei diritti?
Sì. E penso chedobbiamo augurarci che il trattato di Lisbona entri in vigore, per la carta dei diritti e per la corte di giustizia. Sono tutte scommesse, intendiamoci, ma di fronte alla stretta che si avverte in ciascun paese europeo - due esempi: in Gran Bretagna hanno portato a 42 i giorni di custodia cautelare senza garanzie; in Svezia vogliono mettere sotto sorveglianza ogni forma di comunicazione elettronica - dobbiamo puntare sull'Unione.

Lavoro: anche lì allarme rosso?
Sì, per il ridimensionamento del ruolo del sindacato e per la messa in discussione del contratto collettivo. Che altro non significa che la dimensione sociale e politica, non individuale, del lavoro. E poi, per le letture tutte in chiave esistenziale che sento dare del precariato, come se non fosse una condizione sociale di massa che richiede politiche sociali all'altezza.

Caso Eluana: come lo leggi?
E' un caso emblematico di come l'ampliamento delle libertà personali comporti un di più di politiche sociali. Il cosiddetto «diritto di morire», altro che essere complice dell'individualismo, della solitudine e del narcisismo come si sostiene, implica forti strategie di solidarietà e di responsabilità: dalle cure palliative alle strutture di sostegno. Dobbiamo rilanciare la dimensione sociale dell'esistenza umana, contro l'individualismo imperante che non dà né uguaglianza né libertà.

(Ida Dominijanni)


20 luglio 2008

Le riforme costituzionali

 

La ragione per cui molti costituzionalisti democratici sono spesso accusati di «conservatorismo» - bene che vada «nobile» - rispetto alle molteplici richieste di modifiche istituzionali sta nella loro consapevolezza della posta in gioco. Le iniziative finalizzate a trasformare nel profondo l'assetto della nostra Repubblica hanno posto spesso i costituzionalisti dinnanzi all'alternativa fra abbandonare il rigore della propria disciplina per seguire il «nuovo» che avanza, o farsi paladini delle ragioni del costituzionalismo democratico. Il referendum del 2006, che ha respinto «l'assalto alla Costituzione» del centro-destra, sembrava aver dato ragione alle preoccupazioni espresse nei confronti delle spregiudicate politiche di riforma costituzionale delle maggiori forze politiche del paese.
Quel referendum avrebbe dovuto definitivamente chiudere la stagione "costituente".
Ciò non è accaduto: un po' per improntitudine, un po' perché un ceto politico in crisi di rappresentanza tende naturalmente a ricercare una legittimazione puramente istituzionale che le permetta in ogni caso di governare. Ecco allora che anche questa legislatura si vuole «costituente». Ai costituzionalisti, anche questa volta, credo sia affidato il compito di sostenere le ragioni della democrazia pluralista in un ambiente politico poco preoccupato di alzare lo sguardo oltre la mitica «governabilità purchessia».
Rispetto al recente passato alcuni fatti devono essere presi in considerazione. Anzitutto le mutate condizioni politiche seguite alle ultime elezioni. La fragilità della passata maggioranza di centrosinistra, che ha reso impossibile governare, rappresentava però un vantaggio, apparentemente paradossale, per coloro che volevano impegnarsi a riformare il sistema istituzionale. Essendo massima l'incertezza politica si operava in una situazione assimilabile a quella che molti costituzionalisti ritengono essenziale per la riforma delle regole del gioco: il «velo di ignoranza» che impedisce ai competitori politici di pensare alle riforme esclusivamente in base alle proprie convenienze particolari. «Apparente paradosso» che pure ha permesso all'inconcludente passata legislatura di produrre un apprezzato progetto di riforma costituzionale.
Semplificazione?
Con le ultime elezioni non solo è caduto il «velo di ignoranza», ma è cambiato l'intero sistema politico. Siamo all'alba forse di un nuovo regime politico, certamente di nuove forme della democrazia. Quale regime e quali forme è presto per dire, ma sin d'ora pare indiscutibile un fatto: la semplificazione bipolare del sistema della rappresentanza politica, con la conseguente scomparsa delle tradizioni storiche e culturali egemoni nel «secolo breve». E' un bene? Dal punto di vista della «governabilità purchessia» può essere, dal punto di vista di un fautore della democrazia pluralista appare invece evidente l'impoverimento politico e sociale che tale svolta di sistema impone. Da quest'ultimo punto di vista (che è quello disegnato dal costituzionalismo del secondo dopoguerra in Europa occidentale), oggi il problema principale diventa garantire la ricchezza delle diverse espressioni di pensiero, anche di quelle che non trovano più una rappresentanza politica ed istituzionale.
Entro questo quadro dunque si apre il «dialogo» sulle riforme. La richiesta principale, tanto dall'attuale maggioranza quanto dall'attuale opposizione, sembra sia quella di rafforzare il governo. Un obiettivo condivisibile? Se si trattasse della razionalizzazione della nostra forma di governo parlamentare in base al «modello tedesco» tante volte discusso, non si potrebbe - per l'ennesima volta - che riaffermarne l'utilità e avvertire che con il governo deve anche pensarsi a rafforzare l'altro organo titolare dell'indirizzo politico: il parlamento. Aspetto quest'ultimo che viene costantemente dimenticato.
Ma non è questo il contesto in cui si muovono i soggetti protagonisti dell'attuale fase politica. Da un lato, infatti, l'obiettivo del centro-destra (neppure più mitigato dall'alleanza con Casini) è stato definito con precisione dalla riforma costituzionale approvata da Berlusconi, pur respinta dalla maggioranza del corpo elettorale, mai però rinnegata dai suoi fautori che oggi hanno l'occasione per un ritorno al passato. Si tratta del minaccioso «premierato assoluto», forma di governo «unica al mondo» (Leopoldo Elia), modello costituzionale ritagliato in base alla convinzione che al solo governo e a chi lo presiede, liberato da controlli sociali e da ogni contrappeso istituzionale, spetta l'onere di definire la politica nazionale. Una filosofia che è espressione tipica dell'epoca in cui viviamo (il tempo del caimano), ma che si contrappone al principio fondamentale della divisione della sovranità che la modernità ha imposto e il costituzionalismo ha teso a realizzare. Un obiettivo di riforma costituzionale «incostituzionale».
Neppure dall'altro lato dello schieramento politico i precedenti appaiono rassicurare. Le affermazioni «strategiche» a favore del modello semipresidenziale francese lasciano inquieti. Il sistema istituzionale della Quinta Repubblica si caratterizza infatti per un'eccessiva concentrazione dei poteri in capo al presidente della Repubblica (vero "monarca repubblicano") e per una sostanziale irrilevanza politica dell'organo parlamentare. Un presidente governante che può trovare un limite solo nel caso - eccezionale - di formazione di una diversa maggioranza politica che lo obblighi a dar vita ad un governo di «coabitazione». Forse un sistema politico congeniale alla visione bipolare a vocazione maggioritaria dell'attuale gruppo dirigente del partito democratico, ciò nondimeno dannoso per le ragioni essenziali della democrazia pluralista.
La domanda fondamentale
Il «dialogo» sulle riforme costituzionali appare dunque caratterizzato dall'assenza di un orizzonte cui possa collegarsi una visione condivisibile di sviluppo della nostra forma di governo. Le prospettive che si contendono il campo paiono volere semplicemente consolidare i processi politici in corso, ciascuna secondo gli interessi dei due schieramenti maggiori. Nessuno sembra porsi la domanda fondamentale: quale è l'idea di democrazia che giustifica la revisione dei rapporti che reggono una comunità politica. Un interrogativo che imporrebbe di sbilanciarsi sul futuro, non solo su quello immediato, non solo sui rapporti tra l'attuale maggioranza e l'attuale opposizione, non unicamente in vista di un prossimo - peraltro forse solo illusorio - successo elettorale.
Si tratterebbe di chiarire se la strada della semplificazione del sistema, della progressiva riduzione della complessità sociale, della progressiva anestitizzazione del conflitto sociale, sia congeniale con i valori del pluralismo che una matura democrazia hanno sino ad ora preteso. Una prospettiva plurale della società multiculturale che i processi di mondializzazione delle politiche sembrano dovere accentuare nei prossimi anni e che politiche miopi hanno teso a non considerare; inanellando un fallimento dopo l'altro e ritrovandosi sempre al punto di partenza, con problemi irrisolti di governabilità delle società che ostinatamente si dimostrano irriducibili alla semplificazione. Prendere coscienza che la governabilità nelle democrazie pluraliste contemporanee può coniugarsi solo con la complessità delle moderne società, senza dover sacrificare la multiforme articolazione politica e diversità culturale, costituirebbe il vero presupposto di ogni discussione di riforma della nostra forma di governo e del sistema costituzionale complessivo.

(Stefano Azzariti)


16 marzo 2008

Izquerdia Unida ed il porcellum spagnolo

 

Avanti socialisti e popolari, indietro quasi tutti gli altri: le elezioni di domenica hanno rafforzato il bipartitismo in Spagna, dicono in coro politici, giornalisti ed analisti. E lo dicono anche i numeri: Psoe e Pp sommano il 92% dei deputati, frutto dell'84% dei voti. Il rafforzamento affonda le sue radici nel sistema elettorale della «transizione», creato quando il franchismo si stava trasformando in democrazia ma aveva ancora ben in mano le redini del potere e non voleva lasciarle tutte. Domenica questa dinamica è uscita rinvigorita dalle urne grazie a una campagna elettorale quasi tutta giocata dai media sul corpo a corpo Zapatero-Rajoy, anche per via di una certa americanizzazione della contesa. Per la prima volta da 16 anni a questa parte c'è stato un faccia a faccia tra il leader socialista e quello popolare, anzi due, un elemento mediatico che ha facilitato il risultato dei loro partiti nelle urne a scapito degli altri. Intorno ai due candidati più votati è praticamente scomparsa Izquierda unida e hanno perso consensi i partiti nazionalisti, con la sola eccezione dei catalanisti moderati di Convergencia I Uniò.
Proprio il confronto tra CiU ed Iu aiuta a spiegare la potenza distorsiva del «sistema proporzionale fortemente corretto» che vige in Spagna. CiU ha preso 774mila voti che si sono tradotti in 11 deputati, Iu ha raccolto 963mila voti ma solo due deputati. Altro esempio: i nazionalisti baschi di Nafarroa Bai con i loro «miseri» 62mila suffragi - ma conquistati nella sola Navarra - mandano a Madrid un deputato.
Per il politologo olandese Arend Lijphart, autore di uno studio sui sistemi elettorali di 21 paesi, la legge spagnola ha un livello di non-proporzionalità tale da generare risultati paragonabili al modello uninominale britannico. In pratica che è assai poco proporzionale. Tutto ciò si deve soprattutto al mix tra la dimensione delle circoscrizioni, che corrispondono alle 52 province di Spagna, e la formula di Hondt usata per la ripartizione dei seggi. E così nelle piccole province, che sono la stragrande maggioranza del Regno, vige di fatto un sistema uninominale in cui i due maggiori partiti si dividono i pochi seggi a disposizione in un meccanismo alimentato anche dal voto utile, che rende impossibile la nascita di un centro e penalizza la sinistra non-socialista.
La scelta di far coincidere province e circoscrizioni venne imposta da quel che rimaneva del regime franchista per sfruttare il voto conservatore delle aree rurali. E infatti quasi tutta la Spagna agricola, a parte l'Andalusia e l'Estremadura, vota a destra. La stessa particolarità permette ai partiti nazionalisti, come baschi e catalani, di strappare deputati con uno sforzo minimo, visto che concentrano tutti i loro voti in aree circoscritte. Il loro calo di domenica è dovuto alla politica, alle pessima gestione del potere regionale da parte del Partito nazionalista basco e di Esquerra republicana de Catalunya.
Chi ci perde da sempre è Izquierda unida, che infatti da 22 anni chiede un cambio di sistema o almeno di circoscrizione. «Durante la transizione aveva un senso premiare i due partiti più forti, ma oggi serve un sistema più moderno che non premi le forze maggioritarie e nazionaliste», dice un portavoce di Iu. Una proposta per alzare il numero di deputati da 350 a 400, assegnando i 50 in più su base nazionale, è già stata bocciata dalla commissione elettorale del Parlamento: a favore Iu e Psoe, contrari gli altri. I risultati di domenica, che obbligheranno Zapatero a patteggiare proprio con i partiti nazionalisti - con CiU o con il Pnv - allontana di un'altra legislatura la possibilità di cambiare le regole del gioco. Avanti con il bipartitismo, che ci riporta indietro di decadi, alle due Spagne.

(Alberto D'Argenzio)


28 gennaio 2008

L'interesse generale

Qualcuno sta diffondendo la favola che senza legge elettorale l'Italia rischia il collasso. Molti a sinistra, spesso in perfetta buona fede, sovrapponendo a questa vaga considerazione il desiderio di ritardare l'avvento del Terzo Impero Berlusconi, segue inconsapevole questi pifferai magici.
Sergio Romano, stamane sul Corriere, dice che se si fanno le elezioni subito,sarebbe interessante vedere cosa fa il Partito Democratico. Perchè, sapete, corre da solo. E qui si scoprono gli altarini : i poteri forti hanno interesse a sapere cosa fa il partito democratico che corre. Da solo. Cioè : separandosi in maniera netta da un'altra parte della Sinistra. Cioè : lasciando perdere quella specie di Welfare che abbiamo. Cioè: inseguendo Berlusconi sulla diminuzione delle tasse. Cioè : lasciando il Mezzogiorno al suo destino e sostituendo vecchi satrapi con nuovi e più corrotti satrapi. Cioè : facendo il cosiddetto patto sulla produttività, che farà lavorare semplicemente di più e aumenterà ulteriormente le differenze tra Nord e Sud del paese. Cioè : togliendo l'articolo 18. Cioè : subordinando la magistratura al potere politico. Cioè : consentendo alla classe politica di corrompere e farsi corrompere. Cioè : portando molti all'astensionismo. Cioè: permettendo alla malavita organizzata di prosperare per molti anni ancora. Cioè : riparlando di nucleare. Cioè : permettendo alla Chiesa cattolica di monopolizzare il terzo settore. Cioè : permettendo alle imprese di risparmiare, su qualsiasi cosa (salute, ambiente, imposte, salari)
Perchè questo e non altro, è il partito democratico che corre da solo.
Questo, e non altro, è il blairismo in salsa mediterranea.
Il paese (dicono) sta marcendo e l'urgenza è la pregiudiziale non solo anticomunista, ma contro ogni forma di resistenza, politica e civile, ai padroni del vapore.
Questo è il partito democratico che corre da solo. Questa è la riforma elettorale. Non altro.
I Mastella, i Cuffaro torneranno, magari in partiti più grandi, e faranno i loro sporchi affari ben nascosti in essi. I piccoli partiti che danno fastidio non sono loro. Sono i verdi che dicono solo no. Sono i comunisti che costringerebbero i sindacati a fare consultazioni generali e piantano tante grane



Ma torniamo alla legge elettorale.
Domanderei ai miei amici che ascoltano la sirena dell'interesse generale :
vale la pena fare una legge che consenta a Berlusconi di governare ?
O siamo così disinteressati da pensare che un Berlusconi che governa pienamente sia meglio di un Berlusconi in difficoltà con gli alleati ?
Pensate che davvero una legge elettorale qualsiasi sia migliore di questa ? 
Il fatto che la differenza tra votanti per i due schieramenti alle scorse elezioni fosse minima non vi dice niente ? Non pensate che la ragione di molti problemi stia nel popolo italiano che non vuole pagare le tasse ? Che non ha fiducia nella politica ? Non pensate, che oltre Veltroni, siano troppi gli italiani e i gruppi di italiani che vogliono correre da soli ? O che se si uniscono, lo fanno solo per fare numero ? Non avvertite la difficoltà di tessere semplicemente relazioni sociali ? Di lavorare decentemente ?
E allora perchè il problema diventa il sistema elettorale ?
Non è quello di fare politica ? E di mettere pazientemente in evidenza che il privato (dove metti l'immondizia, quanto consumi, quanto lavori, come lavori e in che condizioni, cosa fai dei tuoi soldi, se tuo figlio studia o no, come riesci a trovare lavoro, cosa fai il sabato sera, se vai a trovare i tuoi genitori o un tuo amico all'ospedale) è politico ? Che bisognerebbe abituare la gente di nuovo a stare nelle strade, a vivere anche conflittualmente la città, i paesi. A discutere. A istruirsi. Ad incuriosirsi.
Certo questo può stancare. Chi ce la fa ? Già siamo stressati. La delega che l'abbiamo inventata a fare ? Il politico fa il politico, il medico il medico, l'avvocato l'avvocato, l'operaio l'operaio.
E allora parliamo del sistema elettorale. O meglio, non parliamo neanche del sistema elettorale.
Vogliamo un governo che decide (cosa non ci interessa), che faccia le riforme essenziali per il paese (quali non ci interessa) ? Votiamo per chi vince, così vince meglio.
Io alle prossime elezioni voto Berlusconi, così ci troviamo già avanti con il lavoro.


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