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3 luglio 2018

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13 dicembre 2010

Keynes da un punto di vista marxista

Le conseguenze paradigmatiche della rivoluzione marginalista

 

La rivoluzione marginalista ha consumato una cesura storica tale per cui il pensiero dell’economia classica non viene più insegnato né tematizzato nei corsi universitari di economia politica, a meno che non lo si faccia con intento polemico o filologico. Per Marx a questo si aggiunge la valenza politica del suo pensiero, per cui fare riferimento a lui diventa compromettente per il docente che lo fa, dal momento che egli è etichettato, segnato, costretto in qualche modo ad essere considerato parziale e tendenzioso.

Questa vicenda ha portato ad una differenza di lessico, di metodologie e di stili tra l’economia classica e marxiana e l’economia neoclassica da non consentire  nemmeno parzialmente una unificazione scientifica. Da un alto questa può essere una ricchezza (la pluralità di paradigmi), dall’altro un problema (la loro incommensurabilità).

Keynes però ha smosso un po’ le acque, dal momento che analizzando le situazioni di squilibrio e di crisi ha in maniera a volte dissimulata descritto i fenomeni dell’economia riprendendo alcune intuizioni. Quello che si farà allora in questa sede è di analizzare alcuni temi della storia del pensiero economico più recente anche alla luce della riflessione marxista.

 

 

 

Necessaria una riflessione più approfondita sulla natura della moneta

 

La prima considerazione da fare è che in realtà, al contrario della riflessione marxista, in quella contemporanea non vi è una adeguata riflessione sul mistero della moneta, della sua insorgenza nella storia, delle sue proprietà ontologiche, sulla sua creazione da parte delle autorità monetarie.

Ciò non vuol dire che non siano stati scritti libri sulla moneta, ma ogni testo ha colto ed enfatizzato un lato della questione, senza articolare l’analisi in tutti i suoi aspetti.

Senza una riflessione il più possibile completa su un tema come questo non è possibile dare un quadro vero del ciclo economico. Anzi, si incorre spesso in tesi apodittiche come quella di Robertson per cui le imprese possono accedere illimitatamente al credito, quando invece si tratta di un accesso più facile rispetto ad altri soggetti sociali, ma il termine “illimitato” viene usato qui in maniera solo enfatica. Ecco, qui il marxismo ci può aiutare a seguire il ruolo della moneta nella storia, la sua evoluzione al mutare del contesto, la sua strutturale ma dinamica, ambiguità.

 

 

 

Plusvalore e conseguenze inflattive dell’espansione del credito

 

La tesi di Robertson sugli effetti inflattivi del maggior credito alle imprese per investimenti si collega al problema marxiano dell’estrazione di plusvalore. Anche quando apparentemente l’imprenditore abbia dato salari alti ai propri lavoratori e non li abbia eccessivamente sfruttati, la tendenza ad accumulare capitali si esercita in modo tale da rendere questi salari più bassi attraverso l’inflazione. Un liberista direbbe che il problema sono gli alti salari che hanno costretto l’imprenditore a cercare fondi altrove, ma ciò sarebbe vero se l’investimento fosse sempre pari all’eccesso di massa salariale erogato. In realtà il problema è sempre l’anarchia tipica del capitalismo e la corsa all’accumulazione che il carattere individuale ed opaco delle decisioni di investimento comporta. Questa corsa, come Keynes argomenterà, ha effetti imprevedibili e la sua caoticità è la fonte delle crisi successive.

E tuttavia l’indipendenza dell’investimento dal risparmio è solo il velo della lotta di classe attraverso l’inflazione : il capitale non solo si svincola dalla esigenza di redistribuzione, ma la sanziona.

 

 

 

 

 

Keynes e Marx

 

Anche Keynes poi ammette che il movimento dei prezzi comunque permette di vendere tutte le merci poste sul mercato. Questo naturalmente non impedisce la crisi di sottoconsumo, in quanto in questo modo la merce non viene venduta al suo valore. Il sottoconsumo non è la tesi per cui materialmente le merci rimangono a chi le ha prodotte, ma la tesi per cui la realizzazione del valore non si verifica. Questo sembrano non capire i liberisti che criticano la teoria del sottoconsumo.

Keynes senza apparentemente studiare Marx riprende alcuni temi marxiani : Da questa esposizione di Napoleoni del pensiero di Marx c’è l’intuizione fondamentale dei concetti keynesiani di trappola della liquidità (“La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare”)  

e del ruolo delle aspettative delle imprese nella determinazione degli investimenti (“Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione)”).

Inoltre quando Keynes separa le decisioni di risparmio da quelle degli investimenti rielabora l’intuizione di Tugan Baranovskij del carattere anarchico perché atomizzato della produzione capitalistica. E quando dice che quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore tenderà ad essere il divario tra la sua produzione effettiva e quella potenziale e tanto più palesi e stridenti saranno i difetti del sistema economico, egli determina in una sua specificazione la tesi marxiana per cui all’aumento delle forze produttive corrisponde una crisi crescente dei rapporti di produzione.

Infine l’attenzione di Keynes sull’efficienza marginale di capitale e sulla sua curva decrescente ricorda molto la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto. Anche l’individuazione dei fattori antagonistici alla progressiva caduta dell’efficienza marginale del capitale (incremento demografico, guerre, progresso tecnologico) ricordano molto Marx. E anche il rapporto tra la curva di tale efficienza marginale e il tasso di interesse.

Keynes però ha evidenziato ad es. le differenti propensioni al consumo legate al reddito e questo è un argomento decisivo per criticare la tesi di Tugan Baranovskij per cui la crisi di sottoconsumo si risolve con un certo grado di investimento. C’è una parte di risparmio che non viene investita né consumata, ma viene tenuta in forma liquida. E questa diventando più grande può essere un fattore di crisi. Inoltre Keynes, come dice Joan Robinson, attacca proprio la relazione necessaria tra risparmi e profitti che sembra accettata anche da Marx. Ma, a mio parere, per farlo deve essere approfondita la natura della moneta nella sua forma di moneta di credito e forse qui va studiata l’interpretazione che di Marx dà Graziani.

Queste novità radicali del keynesismo hanno avuto anche come conseguenza il fatto che le critiche a Keynes e il declino della sua influenza dovuto ai processi storici in corso siano state condivise da parte del marxismo in quanto questo consente una semplificazione del quadro analitico (la fine di ipotetiche terze vie), per quanto con effetti al momento catastrofici per la classe operaia, dal momento che manca (con il crollo del socialismo reale) una credibile teoria della transizione.

 

 

 

 

Il risparmio come fattore di indebolimento della lotta di classe

 

Uno dei fenomeni che ha interessato le società opulente a partire dalla seconda guerra mondiale è stata la possibilità di risparmio da parte anche di frazioni della classe lavoratrice.

Questo è legato alle tesi di Strachey e di Lenin. Quest’ultimo ci spiega (anticipatamente) la tesi di Strachey dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda. Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Strachey per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

La formazione di risparmi individuali più capillarmente diffusi è stato uno dei fattori di corruzione della classe lavoratrice e della formazione di un ceto medio che ha introiettato le aspirazioni e le correlate paure legate alla detenzione di capitale e dunque ha fatto in modo che ad es. nell’attuale crisi la priorità più che l’erogazione di servizi sociali e di sussidi fosse il salvataggio delle banche, in quanto depositarie dei sogni e dell’immaginazione del risparmiatore medio, garanti del fatto che all’interno del flusso caotico dei capitali rimanga qualcosa di identificabile come proprio, nel mentre i processi economici ti tolgono il terreno da sotto i piedi. Tutto sommato, un mercato di capitali serve a farti nutrire speranze e paure sino in punto di morte e a farti morire sognando guadagni o perdite future, magari in nome dell’affetto per i figli come Papà Goriot o Papà Grandet nell’opera di Balzac.

 

 

 

Il risparmio come consumo futuro

 

Tra i critici di Keynes c’è von Hayek per il quale il risparmio è in realtà consumo futuro. Questa osservazione è per certi versi giusta, ma nel caso di von Hayek è fuorviante in quanto dilaziona soltanto l’equilibrio, non tenendo presente il fatto che tale dilazione non finisce in un punto determinato del tempo futuro, né dunque esclude che i punti in cui si verifica risparmio senza contestuale investimento si possano addensare in determinate fasi temporali e dare luogo a crisi più forti.

In realtà l’approccio di questi liberisti è ideologico in quanto tende a trasmettere un atteggiamento identico verso tutti i momenti recessivi quali che siano, ma non si traduce in pratiche razionali e scientificamente fondate. La complessità diventa una ragione per riesumare le vecchie buone abitudini e non una ragione per passare ad un livello superiore di conoscenza e di prassi. In alcune sue versioni le vecchie buone abitudini vengono declinate con formalismi dal sapore genialoide, ma alla fine si traducono in uno slogan, un proverbio che può confermare l’uditorio o l’elettorato nella propria esistenza, lasciandolo alla fine più fesso di prima.

Inoltre dire come fa Hayek, che il sistema monetario si deve adeguare al sistema reale presuppone che si possa conoscere il sistema reale. Lo schema invece è quello dove il sistema monetario, non per esigenze di pianificazione, ma per esigenza di profitto, cerca di anticipare le svolte dell’economia reale. La produzione di moneta diventa la produzione di una merce come le altre e dunque soggetta all’imprevedibilità delle scelte di produzione.

 

 

 

 

 

 

 

Pastori e greggi

 

Per quanto riguarda il carattere atomistico delle scelte di investimento, c’è da dire che, con il passare del tempo, la molteplicità dei soggetti decisori provoca l’imprevedibilità dell’evoluzione economica per la maggior parte degli operatori, ma tale molteplicità ha solo le briciole del mercato, che è invece è dominato dalle corporations che cercano con alterne vicende di controllare il mercato. Il gregge è falsamente libero, nel senso che soggettivamente si sente libero, ma le sue decisioni non hanno impatto sul mondo esterno, per cui è costretto “per convenienza” a seguire le decisioni dei pastori. Le scelte dei pastori invece hanno ragioni e finalità necessariamente occulte. Sono arcana imperii.

Inoltre come dice Keynes, gli investimenti finanziari non rappresentano un atto di fiducia razionale nel destino di una impresa, ma una scommessa con ritorno più a breve possibile sul fatto che un titolo sia appetito da tutta la platea degli investitori. Alla fine i pastori con la loro enorme movimentazione fanno una sorta di  proposta influente e il gregge si accoda. La decisione di merito non c’è o la si fa in pochi, il gregge si succhia le informazioni che i pastori permettono di diffondere ed elaborare e si comporta di conseguenza. In questo caso si creano le condizioni per cui la nostra influenza potenziale sullo stato dell’economia è nulla, legata a coloro che ci forniscono le informazioni e la loro interpretazione. La vicenda reale di un’impresa viene anticipata e distorta molto tempo prima dalle aspettative indotte che si hanno su di essa. Per cui anche il destino di una impresa viene affidato al capriccio del mercato finanziario a cui essa risponde diventando essa stessa operatore più o meno grande di questo mercato.

Il risultato è l’interessante paradosso descritto da Keynes nella sua metafora del concorso di bellezza, ma si tratta di un paradosso che rispecchia la situazione del gregge e molto poco quella dei pastori. Il paradosso però mantiene un interesse : il conformismo va verso una sorta di iperbole che conferma come il ruolo e le interazioni tra soggetti condizionano la percezione stessa della realtà. Si potesse rovesciare in positivo, probabilmente ci troveremmo con strumenti cognitivi che consentirebbero alla classe di sbrogliare molti dei nodi in cui il movimento operaio si è trovato nel corso della sua storia. Inoltre Questo è anche un modo per cominciare a demistificare l’ideologia che cerca di strutturare l’economia come se fosse una scienza oggettiva e non una prassi intersoggettiva

 

 

 

Keynes e il ruolo degli investimenti

 

Altri limiti dell’impostazione keynesiana sono l’eccessiva enfasi sul ruolo degli investimenti, quando l’incremento degli investimenti spesso risulta in un economia di mercato, per l’irrazionalità sostanziale delle motivazioni che li pongono in essere, solo un tentativo di eludere la crisi di sottoconsumo determinata dallo sfruttamento e dalla diversa propensione al consumo delle classi dominanti rispetto al proletariato.

Keynes dice che un incremento degli investimenti diventa un potente stimolo alla domanda, ma non tiene conto che specularmente esso diventa uno stimolo ancor più forte alla produzione (aumentando la capacità produttiva che, dati gli attuali rapporti di produzione, deve essere messa in opera) e dunque, se esso volesse pur essere una soluzione della crisi, ne diventa in realtà solo una dilazione che rende alla fine la crisi più forte e più gravida di conseguenze.

La fase di eccesso di investimenti è dovuta in realtà alla tendenza a massimizzare il profitto da parte di chi inizialmente regge la competizione del mercato (e con ciò comprendiamo sia i fattori esogeni tanto amati da Denis sia quelli più endogeni di chi riesce a vincere la competizione e a mobilizzare più capitali). La crisi scatta quando tutti questi investimenti si rivelano improduttivi per la minore capacità di consumo legata all’estrazione di plusvalore ed alla conseguenze della lotta di classe scatenata dal capitale (riduzioni salariali, disoccupazione etc)

 

Keynes e la distribuzione del reddito

 

Altro limite di Keynes è il fatto che egli, nonostante molte sue dichiarazioni, cerca di slegare la spesa pubblica (attraverso il debito pubblico) dalla questione della redistribuzione del reddito.

Keynes non ha fatto della distribuzione del reddito un fattore determinante dell'occupazione nella General Theory.

Questo sembra contraddire però la sua stessa consapevolezza che se la propensione a consumare non è molto inferiore all’unità, un incremento relativamente piccolo dell’investimento porterà ad una occupazione piena. Se invece la propensione marginale a consumare non è molto superiore a zero, potrà essere necessario un forte incremento dell’investimento per produrre un’occupazione piena. Nel primo caso la disoccupazione involontaria sarebbe una malattia facilmente guaribile, benché atta a dare disturbi se lasciata svilupparsi. Nel secondo caso può essere meno variabile ma capace di sterilizzarsi ad un basso livello senza spostarsi nonostante gli stimoli. Dunque una cattiva distribuzione del reddito può produrre una disoccupazione più refrattaria, con i soggetti che percepiscono più alti redditi che sono meno propensi al consumo.

Dunque, perché gli stimoli all’economia abbiano effetto sull’occupazione, c’è bisogno di una manovra che redistribuisca il reddito in modo da aumentare la propensione al consumo. La redistribuzione del reddito, lungi dall’essere il risultato delle manovre monetarie, diventa il presupposto perché le politiche di stimolo possano ottenere gli effetti desiderati (questa potrebbe essere una lezione per tutti i liberal che si limitano a manovre monetarie e si prestano inevitabilmente alle critiche dei seguaci di Friedman).

 

 

Keynes e la direzione degli investimenti

 

Keynes ragiona però come se la natura oligopolistica del mercato non sia una eventualità più che probabile e dunque accetta la natura pluralistica delle decisioni di investimento, non solo dal punto di vista descrittivo, ma anche da quello prescrittivo, per cui egli

nega che lo Stato possa occuparsi della direzione che debbano avere gli investimenti (questa posizione è messa forse in questione solo negli ultimi anni). Questo è un limite della sua riflessione che si ripercuote su molti dei suoi epigoni. Da un lato fa pensare che la sua strategia sia tesa solo ad evitare una crisi ad una economia capitalistica, quando invece un maggior controllo ed indirizzo degli investimenti può preparare il terreno a trasformazioni più radicali e rivoluzionarie. Dall’altro lato può portare ad una spesa assolutamente cieca ed in continuo aumento, mancando il vaglio di un controllo più razionale della stessa e dunque associarsi ad un regime politico qualunque (nazista, clientelare) ed essere travolta assieme al regime nel quale sia stata applicata. Mentre il controllo cosciente degli investimenti aumenta il grado di responsabilità politica dei governi, l’interpretazione puramente quantitativa della spesa pubblica deresponsabilizza i governi e li rende schiavi della conquista del consenso puramente a fini elettoralistici.

Infine Keynes ritiene idealisticamente che l’abolizione dello standard aureo sopprimerà ogni lotta per la conquista degli sbocchi e liquiderà le cause economiche delle guerre, ma Denis ha giustamente evidenziato che la matrice delle guerre è più complessa e a conferma va detto semplicemente che nel 1931 il gold standard fu sospeso e nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale.

 

 


7 dicembre 2010

Il successo rimosso della teoria marxista della crisi

Dopo la pubblicazione della Lettera dei 100 economisti, nonostante alcune sbrigative e presuntuose critiche, a poco a poco l'idea di fondo della Lettera e cioè la crisi come l'effetto di bassi salari (tenacemente portata avanti da Emiliano Brancaccio), di una distribuzione del reddito iniqua, sta prendendo piede anche se l'indicazione dei rimedi a volte risente ancora del guinzaglio del Capitale.

In realtà questa tesi spesso è nascosta anche in quelle narrazioni della crisi che finiscono con le giaculatorie contro le rendite e contro l’assenza di regole del sistema del credito.

 

 

Prendiamo ad es. tre testi che rientrano in questo paradigma :

Il primo è  Marco Onado - I nodi al pettine- Laterza.

A pagina 7 di questo testo la spiegazione dei bassi salari è dipinta in poche righe :

La straordinaria crescita dell’economia americana degli ultimi venti anni è avvenuta in un contesto generale di salari sostanzialmente fermi in termini di potere d’acquisto e di forte aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, ancora di più, della ricchezza. Come  conciliare reddito costante e consumi crescenti ? Con il debito, si capisce.

Il secondo è Fabrizio Garimberti – SOS economia – Laterza

A pagina 132 e 133 di questo testo si dice “Salari e stipendi sono rimasti fermi o sono cresciuti poco. Nell’altalena della distribuzione dei redditi, meno redditi da lavoro vogliono dire più profitti. Questi cambiamenti nella distribuzione dei redditi minacciavano conseguenze su quella che gli economisti chiamano la domanda effettiva, cioè a dire la domanda di beni e servizi che si sviluppa nell’economia. Dato che i redditi da lavoro vengono spesi quasi tutti, mentre i redditi da profitti hanno un contenuto di domanda effettiva più basso, una redistribuzione dei redditi più avversa al lavoro rischia di ridurre la domanda effettiva. Perché questo non succeda bisogna che i lavoratori non riducano la loro spesa e questa nuova esigenza crea spazi per nuovi strumenti di debito che permettano alle famiglie di continuare a spendere come prima, indebitandosi.

Il terzo è Charles R. Morris – Crack – Elliot

A pagina 190-191 di questo libro si dice “Una classica spiegazione della Depressione, anche se ora poco gettonata, punta il dito contro la tendenza che vedeva aumentare i profitti di impresa più dei nuovi investimenti, mentre diminuiva l’incidenza dei salari sui redditi nazionali. La conseguenza fu un costante aumento nelle entrate del percentile più alto della popolazione, un aumento che veniva indirizzato verso il mondo degli asset finanziari…. Sì, suona familiare. Per la cronaca, dal 1980 al 2007,l’indennizzo totale degli impiegati, inclusi i benefit, è sceso dal 60,1% del Pil al 56,3%

Il quarto è Nouriel Roubini – La crisi non è finita – Feltrinelli

A pagina 61 di questo libro si dice “La storia non ha ancora dato ragione a Marx. Ma la sua tesi più generale, cioè che la crisi è un aspetto endemico del capitalismo,costituisce una intuizione estremamente importante. Dopo Marx,  gli economisti  hanno dovuto fare i conti con la possibilità che il capitalismo contenga in sé i germi della propria distruzione. Le crisi non sono il risultato di un evento banale, come l’apertura di nuovi mercati o il mutato atteggiamento psicologico degli investitori. Il capitalismo è crisi. La sua affermazione ha prodotto un livello di instabilità e di incertezza che non ha precedenti nella storia umana”.

Il quinto è Federico Rampini Le dieci cose che non saranno più le stesse – Mondadori

A pagina 103 di questo libro si dice :  Questo ci conduce alla madre di tutti gli squilibri, la vera origine della crisi che attraversiamo. I mutui subprime, in fin dei conti, da che cosa nascono ?Sono un’invenzione di ingegneria finanziaria che ha risposto ad un bisogno reale : milioni di famiglie americane non guadagnavano abbastanza per poter accantonare dei risparmi decenti. La casa era diventata per loro un sogno irrangiungibile. Il sistema bancario ha escogitato un modo per dare la casa a tutti, con la proliferazione dei mutui facili, concessi senza fare troppe domande. Tutte le sottigliezze diaboliche della finanza creativa poggiano su questa necessità reale. Una grossa quota della popolazione americana, nonostante  decenni di crescita del Pil, si ritrovava sempre con l’acqua alla gola, faticava ad arrivare alla fine del mese. Ha preso il vizio di vivere al di sopra dei suoi mezzi, ma non solo per leggerezza ed irresponsabilità : la verità è che i suoi mezzi erano chiaramente insufficienti. Dal momento che lo Stato aveva rinunciato ad operare una distrbuzione più equilibrata della ricchezza nazionale, l’indebitamento diventava una droga utile che nascondeva il problema delle disuguaglianze sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 dicembre 2010

l'Irlanda è la dimostrazione che il liberismo fa cilecca

L’Irlanda è stata da anni pubblicizzata da economisti di destra come l’esempio che l’Italia doveva

seguire : una nazione con poche tasse sulle imprese, con basso costo e grande flessibilità del lavoro, la quale grazie a questo tipo di politica economica e dei redditi ha avuto negli ultimi 15 anni uno sviluppo degno di una Tigre asiatica.

Ora però la crisi irlandese costringe tutti i retori del mainstream a rivedere i loro giudizi, ma naturalmente le loro diagnosi sono peggiori e praticamente più pericolose dei loro sperticati elogi.

Ma andiamo per gradi :

L’Irlanda ad inizio anni Novanta sembrava essere un’economia che non decollava con un tasso di disoccupazione del 13% (il massimo è stato del 1984 con il 16,9%) Intanto però già dal 1973 essa fruiva di fondi strutturali europei che furono utilizzati per creare le infrastrutture indispensabili per lo sviluppo. Infatti nel 2008 le incertezze legate alla ratifica del Trattato di Maastricht, nel quale una nazione serva del capitale straniero fingeva autonomia politica, motivarono un rancoroso articolo di qualche opinionista su come il benessere irlandese fosse dovuto al moltiplicatore di sovvenzioni forti da parte della UE, superiori assieme a quelle dell’Est Europa (vedi il caso della Polonia) a tutte le altre fornite ad altre nazioni europee.

Inoltre, se dal 1994 al 2000 la crescita media è stata del 9,79%, comunque dal  1973 al 1979 e dal 1984 al 1990 la crescita media è stata di circa il 5%, mentre il tasso di inflazione medio dal 1986 al 1990 è stato del 3,3%. Quindi una crescita più sostenuta era in atto già dal 1973, ma con un andamento più oscillatorio e con periodi negativi (dal 1980 al 1983, dovuto alla crisi energetica),  e con una disoccupazione a due cifre per tutti gli anni Ottanta.

L’indice di sviluppo umano dal 1970 al 1990 è comunque cresciuto da 0.738 a 0.808, mentre dal 1990 al 2010 è cresciuto al 0.908. Dunque quello degli anni Novanta è stato il secondo take-off dell’Irlanda, non il primo, e comunque anch’esso con periodi negativi (l’inflazione tra 2000 e 2001 ha una impennata, tanto che già nel 2002 si parla di fine del miracolo irlandese).

Questo secondo take-off è comunque molto squilibrato: esso dipende in maggior parte dagli investimenti esteri. Le imprese estere a un certo punto costituiscono il 35% del Pil e l’80% dell’export. L’andamento del movimento di capitali è molto variabile (si va dal -6,7 % del 1998 al +10% del 2001 al +0,4% del 2003, al -2,7% del 2006, al +14,2% del 2008). L’Irlanda dunque è sfruttata imperialisticamente dalle imprese straniere e fortemente condizionata nelle sue scelte di politica fiscale e del lavoro.

Il basso costo del lavoro e le basse tasse sulle imprese impediscono all’Irlanda di sfruttare a pieno tali investimenti : dato che la maggior parte dell’industria manifatturiera è di proprietà straniera, un considerevole ammontare di profitti viene rimpatriato ogni anno, determinando un esteso gap tra PIL e PNL (il più ampio tra i paesi OCSE), anche se negli ultimi anni è risultato tendenzialmente in calo (dal 20% del 2004 al 15% del 2007).  La natura dipendente ed instabile dell’economia irlandese viene evidenziata dal fatto che nel 2007 la spesa registrata per importazioni ed esportazioni rappresentava il 151% del PIL, tra le più elevate al mondo, anche se in calo dal 183,6% del PIL del 2000.

Comunque il miglioramento è notevole : la speranza di vita da 73/79 del 1996 balza a 77,5/82,3 del 2008, il tasso di mortalità scende da 8,8  del 1996 al 6,4 del 2008, il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto sale da 54 (dato Usa =100) a 97,9.

Tuttavia già nel 2003 ci si lamenta della divaricazione dei redditi, per cui questi dati lusinghieri vanno ritarati : i consumi sul Pil dal 72% del 1996 scendono al 62% del 2008. In senso assoluto essi aumentano (sono più che quadruplicati), ma per evitare crisi di sottoconsumo il problema è la loro percentuale sul Pil. L’unica produzione che serve soprattutto per i consumi interni (oltre magari quella alimentare) è quella edilizia : i presupposti ci sono, cioè lavoratori giovani che intendono accasarsi, ma la spesa è di quelle che ha bisogno del credito. Perciò la costruzione di immobili costituisce alla fine circa il 15-20% del Pil, mentre si sviluppa un sistema bancario che finisce per avere una dimensione eccessiva rispetto all’economia reale che redistribuisce poco.

Si finisce così (a causa del bassi salari) per generare un alto debito privato (i debiti delle famiglie sono pari al 160% dei redditi). In genere i teorici del mainstream erano attenti solo al livello del debito pubblico, giusto per predicare la necessità dei tagli agli stipendi pubblici e alle prestazioni sociali. Al contrario Godley e Sylos Labini, che abbracciavano altri paradigmi, hanno notato questo squilibrio. Solo l’insorgere della crisi sta sensibilizzando tutti a guardare il debito nella sua totalità (pubblico, estero, privato, delle imprese). E il debito complessivo dell’Irlanda era notevole, mentre la si elogiava per il suo basso debito pubblico (la spesa pubblica irlandese era mediamente appena del 33,8% del PIL rispetto al 47,5% dell'Area Euro nel suo complesso). Un problema tra gli altri era che le entrate fiscali di Dublino dipendevano eccessivamente dalla speculazione edilizia e la ristrettezza della base imponibile ha reso l’economia e le finanze del governo particolarmente vulnerabili alla recessione.  Inoltre se la bilancia commerciale è saldamente in attivo, il saldo delle c.d partite invisibili è talmente in passivo da rovesciare la situazione, per cui al 2008 il saldo delle partite correnti si trova a -4,9% del Pil. Si aggiunga a questo che le banche irlandesi hanno attinto a piene mani al fondo della Banca Centrale Europea, con la conseguenza che l’Irlanda finanzia a breve con questi prestiti quasi la metà della ricchezza annuale prodotta (il 45% del Pil).

L’Italia invece, criticata per il suo alto debito pubblico, ha un debito aggregato più basso di quello di Usa, Spagna e Gran Bretagna. E tuttavia rischia perché adesso la speculazione sta attaccando i bond, per costringere il Welfare a sventolare bandiera bianca.

C’è stato comunque il tentativo ridicolo da parte di Riccardo Sorrentino di attribuire a salari pubblici più alti una qualche incidenza sugli eventi, ma in questo caso il problema sarebbe dovuto essere inizialmente il debito pubblico e non quello privato. Qualcuno parla di consumati dal consumismo, ma sarebbe meglio parlare di consumati dai debiti e dalla domanda che sarebbe stata scarsa se si prescinde dal debito.

L’Irlanda finisce perciò per subire la crisi da bassi salari che, iniziata nel 2007 (sfociando in una crisi del debito privato), sta dilaniando l’economia del paesi più sviluppati ancora ora e si sta trasformando, grazie alla speculazione, in una crisi del debito pubblico. La maggior parte dei grandi hedge fund che operano sui titoli di stato europei aveva infatti venduto il proprio portafoglio di "periferici" ben prima della fase acuta delle difficoltà greche, molti già nell'autunno scorso (questo a sottolineare anche l’aspetto speculativo della questione).

Forse poi non è un caso che il pensiero unico abbia denunciato la crisi irlandese solo dopo qualche mese che il governo di questo paese aveva cercato di mettere un argine ai licenziamenti convenienti, con vincoli e sanzioni per le aziende che fanno operazioni fraudolente al fine di abbassare il costo del lavoro. Ma il capitalismo internazionale non perdona i servi fedeli che ad un certo momento alzano un poco la testa. Il capitalismo internazionale è come il fondamentalismo islamico : qualsiasi apostasia viene punita a carissimo prezzo. Il carattere dipendente ed  imperialistico della crescita irlandese subito viene a galla.

All’inizio del 2008 Riccardo Sorrentino si dichiara dispiaciuto di constatare (alla fine, ovviamente) che la speculazione edilizia e la bolla immobiliare, l’inflazione (che Garimberti aveva elogiato e che in realtà dal 2004 al 2006 era stata tra il 2 e il 3 %, quindi non a livelli così preoccupanti, quando nel 2000 e nel 2001 era stata al 4-5%) e la forte dipendenza dall’economia Usa esponevano l’Irlanda alla bolla immobiliare. Ma guarda !!!  

In realtà un’economia che si basa sul basso costo del lavoro e sulla subordinazione completa al capitale internazionale non può mai avere una crescita che non sia drogata e sottoposta al capriccio della speculazione, ma Sorrentino se ne accorge solo quando l’Irlanda prova a mettere la testa fuori del sacco e a proteggere un poco di più i suoi lavoratori.

Sarebbe interessante sapere se le banche irlandesi abbiano acquistato titoli del debito pubblico irlandese : se non lo avessero fatto, sarebbero state dei parassiti senza scrupoli che mettono nei guai lo Stato che si precipita a salvarle. Ma, facendolo, rischiano nuove difficoltà se i bond irlandesi vengono attaccati dalla speculazione, a meno che la proposta fatta da Roubini (quella dello scambio di asset tra il paese che si avvia al default e gli altri) non sia seguita da aiuti volti non a ridurre i consumi interni, ma ad aumentarli creando al tempo stesso i presupposti di una nuova crescita (nuove infrastrutture ?).

Qualcuno dice che l’Irlanda debba pentirsi della solenne promessa di garantire tutti i depositi bancari: 400 miliardi di euro, il doppio del Pil. E tuttavia alla fine degli anni Ottanta il governo svedese ha avuto una crisi simile, ma è riuscita a risolverla sia pure con dei sacrifici (accettabili). Il problema è un livello di salari e di entrate pubbliche fiscali che non costringa ad un eccessivo indebitamento (né pubblico, né privato).

Il governo irlandese riceve inizialmente applausi perché cura la malattia con le stesse sostanze che l’hanno causata (abbassamento dei salari, tagli allo Stato sociale), ma la crisi di questi giorni è la conferma schiacciante che tale salasso aggrava la crisi invece di attenuarla (anche Krugman ha notato almeno l’inutilità dei salassi).  Ogni taglio alla spesa pubblica, nelle circostanze attuali, porterà ad un calo della produzione di due volte nel primo anno, e un calo complessivo di sei volte il taglio iniziale nell'arco di cinque anni. I dati del PIL irlandese sono a loro volta gonfiati, in parte, dalle multinazionali americane che spostano in Irlanda le vendite e i profitti maturati altrove per avvalersi di imposte sulle società pari al 12,5% (le più basse dell'area OCSE, tanto che qualcuno protesta per la presenza di una sorta di Stato offshore dentro la stessa UE). Rispetto ai settori interni, che rappresentano la stragrande maggioranza delle entrate fiscali, le misure sinora prese dal governo sono ora pari al 11,5% del PNL. I consumatori, spaventati dalle perdite di posti di lavoro e dal calo dei redditi, tagliano la spesa. Di conseguenza, le entrate dalla tassazione sono crollate, a partire da € 48 miliardi nel 2007 a una proiezione del governo di € 31 miliardi nel 2010. E ' la scomparsa di questi € 17 miliardi di gettito fiscale che è quasi interamente la responsabile di un deficit di bilancio, che si prevede quest'anno di € 18.7 miliardi. Nel frattempo, nonostante i tagli ripetuti allo stato sociale a vario titolo, e a tutte le voci di spesa pubblica, le spese di welfare sono salite passando da € 20.6 miliardi nel 2007 ai € 35.9 miliardi per effetto dell’aumento della disoccupazione e della povertà.

La teoria economica dominante ha fallito. Ha voglia il Bordin a denunciare i presunti sciacalli che approfittano di questa crisi, ha voglia a propinare i semplicistici slogan del too big to fail. Bisogna cambiare. Questo naturalmente solo se la classe lavoratrice si assume la responsabilità di guidare i processi sociali invece di essere mortificata dal Capitale. Altrimenti da questo momento in avanti il conflitto tra nazioni ed aree geo-economiche aumenterà e si getteranno le basi per il terzo conflitto mondiale : entro 15 anni.

 

 


1 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Schmidt e Kautsky

Schmidt critica Tugan : la sua teoria infatti implica che se in una sfera si è prodotto troppo, nelle altre si è prodotto troppo poco in relazione alla domanda effettiva. Tutto dipenderebbe dall’assenza di un piano nella distribuzione degli investimenti tra i vari settori della produzione. Se le proporzioni fossero rispettate produzione e consumo sarebbero sempre in equilibrio. Schmidt dice che Tugan non considera che, anche quando il capitale si distribuisse proporzionalmente tra i vari settori della produzione, resterebbe sempre da dimostrare che, all’aumento della produzione complessiva possa corrispondere un’eguale aumento della domanda effettiva e quindi del consumo. Il punto essenziale nella spiegazione delle crisi invece è da ricercare proprio nel sottoconsumo. Con la loro opposizione ad aumenti salariali, i capitalisti tendono a mantenere il potere d’acquisto delle masse al livello più basso possibile, mentre aumentando sempre di più i loro propri redditi, essi aumentano anche la massa del capitale che è in cerca di investimenti produttivi. In queste circostanze, non potendo la capacità di consumo delle masse tenere il passo con l’accumulazione, la vendita delle merci diventa sempre più difficile : con il risultato che l’intensificarsi della concorrenza determina una crescente pressione sui prezzi ed una progressiva diminuzione del saggio medio di profitto. Così il capitalismo si avvia a diventare, anche per la maggioranza degli imprenditori privati, sempre più svantaggioso e rischioso, mentre al contempo peggioreranno le condizioni dei lavoratori e si ingrosseranno i ranghi dell’esercito industriale di riserva. Le masse lavoratrici potranno essere capaci tramite la lotta sindacale e politica di aumentare il loro reddito e quindi la domanda di consumo, così da invertire la tendenza fondamentale del capitalismo. Tale organizzazione può eliminare alle radici gli squilibri che danno origine alle crisi.

 

 

Per Kautsky le crisi sono condannate a diventare sempre più estese ed acute. Saranno possibili nuove scoperte di materie prime o grandi innovazioni tecnologiche, ma è comunque vicino il momento in cui il mercato mondiale non potrà più espandersi al passo con lo sviluppo delle forze produttive della società. Dunque la sovrapproduzione sarà un fenomeno generalizzato e che condurrà ad una stagnazione generale. La continuazione della produzione capitalistica sarà possibile anche in queste condizioni, ma sarà divenuta talmente insostenibile per le masse della popolazione che queste saranno costrette a cercare una via d’uscita dalla miseria generale nella rivoluzione. Crisi, conflitti, catastrofi di tutte le specie saranno per Kautskij la serie di eventi che il corso dello sviluppo prospetterà per i prossimi decenni.

 

 


31 agosto 2010

Il capitalismo e la crisi : Marx e Tugan Baranovskij

Marx, affrontando il problema della riproduzione e circolazione del capitale complessivo sociale, rileva che mentre nell’esaminare la produzione del valore e il valore dei prodotti del capitale in quanto capitale individuale, la forma naturale del prodotto-merce era del tutto indifferente per l’analisi (era lo stesso sia che fossero macchine sia che fosse grano), questo modo di esposizione non è più sufficiente quando si consideri il capitale complessivo sociale ed il suo prodotto-valore. In tal caso la ritrasformazione di una parte del valore dei prodotti in capitale, il passaggio di un’altra parte nel consumo individuale, sia della classe capitalistica che della classe operaia, costituisce un movimenti che non è solo sostituzione di valore, ma sostituzione di materia e perciò è determinato tanto dal rapporto reciproco delle parti costitutive di valore del prodotto sociale, quanto dal loro valore d’uso. Questo problema consiste nello stabilire come i principali rami della produzione sociale possono trovarsi in accordo tra loro, non solo dal punto di vista del valore dei loro prodotti, ma anche del loro valore d’uso o figura materiale, così da poter reintegrare e ricostituire, attraverso lo scambio reciproco tutte le condizione soggettive ed oggettive per la ripetizione e continuazione del processo produttivo. Tale compito fu svolto da Marx attraverso i famosi schemi della riproduzione semplice ed allargata, dove, operate alcune riduzioni e semplificazioni essenziali, si mostra come i due settori essenziali della riproduzione (dei mezzi di produzione e dei mezzi di consumo) possano sostituire e rinnovare i loro fattori attraverso lo scambio del loro prodotto. Nel valutare il significato di questi schemi bisogna sempre ricordare che Marx si muove tra due opzioni parimenti astratte e cioè quella delle critiche del capitalismo che ne dimostrano l’impossibilità e quella dell’economia classica che spiegando il funzionamento del sistema ne dimostra l’eternità. La prima opzione è rappresentata dalla legge degli sbocchi di Say, la seconda da Sismondi e dai populisti russi. Marx invece, mentre rileva le contraddizioni del capitale, rileva anche come questo sistema crei tuttavia la forma entro la quale esse si possono muovere : il che significa da una parte che lo sviluppo di quelle contraddizioni si traduce nell’esistenza stessa del sistema e dall’altra che questa esistenza procede a sua volta riproponendo, seppure a livelli sempre più alti, le contraddizioni stesse che le sono connaturate. È un fatto che, come gli schemi della riproduzione dimostrano la possibilità del sistema di esistere e funzionare, realizzando il plusvalore prodotto, così la riproduzione allargata del capitale complessivo sociale e lo sviluppo del sistema siano anche lo sviluppo e la riproduzione allargata di tutte le contraddizioni.

 

 

 

Questa premessa permette di capire l’importanza di Tugan-Baranovskij sugli sviluppi del marxismo. La sua teoria non è altro che una interpretazione degli schemi marxiani sulla riproduzione fatta allo scopo di dimostrare che il sistema può realizzare il plusvalore e quindi svilupparsi e che, poiché la realizzazione del plusvalore è possibile, gli squilibri e le crisi del sistema debbono intendersi come semplici sproporzioni per cui sarebbero false sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, sia la teoria del sottoconsumo. Tutti i mali del sistema si riducono a semplici sproporzioni, in cui il sistema incorre costantemente in conseguenza della sua anarchia, ma che altrettanto costantemente esso supera e corregge, senza incontrare mai limiti strutturali che pongano un termine al suo sviluppo indefinito. Tutto dipende dall’assenza di un piano nella distribuzione degli investimenti. Le crisi derivano da sproporzioni nel senso che alla sovrapproduzione in un ramo fa riscontro la sottoproduzione in un altro, oppure all’eccesso dell’offerta sulla domanda in un caso, quello della domanda sull’offerta nell’altro. Ma poiché se in una sfera si è prodotto troppo, nelle altre si è prodotto troppo poco in relazione alla domanda effettiva, è chiaro che questo plus e questo minus di produzione si compenserebbero tra loro, se le proporzioni negli investimenti fossero rispettate e che complessivamente per Tugan produzione e consumo, offerta e domanda sono sempre in equilibrio tra loro. Al fondo della teoria di Tugan c’è lo stesso equilibrio metafisico tra compratore e venditore di Mill e Say. Lenin usò Tugan contro i populisti i quali sostenevano che il capitalismo non potesse realizzare il plusvalore sul mercato interno, mentre Tugan dimostrava come il capitale potesse realizzare il plusvalore pur senza mercati esteri ed anche in condizioni di grave arretratezza del consumo popolare. Tugan influenzò anche Hilferding ed Otto Bauer nel senso che indusse a leggere gli schemi di Marx sulla riproduzione in modo tale da ricavarne non solo l’esclusione dal marxismo di qualsiasi teoria del crollo, ma anche la dimostrazione della possibilità di uno sviluppo illimitato del capitalismo stesso.

Lenin successivamente cercò di integrare il sotto consumo all’interno della spiegazione della crisi sulla base del concetto di sproporzione.

 


31 agosto 2010

I limiti metodologici del leninismo

Certo, trasformare la crisi in una rivoluzione è compito della classe : questo però non vuol dire che tutta l’analisi diventi politica. L’errore del leninismo è stato quello per cui la necessità dell’azione politica per il compimento della rivoluzione si sia trasformata nella sufficienza dell’azione politica per il compimento della rivoluzione : da qui la rivoluzione contro il Capitale della quale Gramsci fu tanto entusiasta, nel suo temperamento idealista. In Lenin l’insuperabilità del dato è la ragione per cui al dato va contrapposto un altro dato, altrettanto irriducibile, altrettanto inconcusso e reificato. Lenin commette l’errore di concepire il trapasso dalla crisi alla rivoluzione come un atto politico idealisticamente considerato e dunque in maniera astratta. Invece era necessario combinare l’esigenza di accelerazione con quella di attenuazione degli effetti collaterali della lotta di classe.

 

 

Ed al tempo stesso era necessario trovare un programma politico più rispettoso della situazione concreta e nel contempo meno violento. Lenin concepisce il salto politico come un fiat e con intenti troppo radicali e astratti. Con il leninismo la teoria si sposta dall’analisi economica alla pratica politica soggettivistica, al machiavellismo, alla politica interstatuale, alla politica della guerra. C’è bisogno di una analisi della sovrastruttura politica e culturale (dell’intero ciclo di riproduzione sociale) che abbia la stessa ricchezza e complessità di quella fatta da Marx nel campo delle forze e dei rapporti di produzione.


30 agosto 2010

Il capitalismo e la crisi : Bernstein e Cunow

Per Bernstein è vano attendersi la crisi generale del capitalismo.  La teoria di Marx è incompleta e contraddittoria, in quanto egli critica il sottoconsumismo di Rodbertus, ma alla fine elabora una teoria sottoconsumistica. In primo luogo non vi è alcun segno che possa far prevedere una catastrofe imminente  del sistema. In secondo luogo le crisi non si sono aggravate ma si sono fatte più rare e meno acute. Di contro lo sviluppo del credito, l’ampliamento dei mezzi di comunicazione e la formazione di cartelli e trust hanno moltiplicato gli strumenti di autoregolazione e di controllo a disposizione del capitalismo. La stagione tempestosa del capitalismo è ormai alle spalle e le folli esplosioni di speculazione commerciale sono fenomeni caratteristici solo degli albori dell’era capitalistica. Quanto più vecchio è un ramo di produzione dell’industria moderna, tanto più il momento speculativo cessa di svolgere un ruolo determinante, giacchè si fa più preciso il controllo ed il calcolo delle oscillazioni del mercato. Lo squilibrio tra domanda ed offerta e la conseguente sovrapproduzione sono mali curabili : la diffusione della democrazia, le lotte per le riforme e le battaglie sindacali ridurranno le differenze sociali eliminando alle basi stesse lo squilibrio tra produzione e consumo che è all’origine delle crisi. Per Bernstein la nazione tedesca ha raggiunto una posizione in cui i diritti della minoranza proprietaria hanno cessato di costituire un ostacolo al progresso sociale, in quanto non esiste più una tendenza irreversibile alla pauperizzazione del proletariato. Bernstein accetta l’imperialismo e ritiene che l’ipotesi secondo cui l’espansione coloniale disturberebbe la realizzazione del socialismo si basa in fondo sull’idea superata che una tale realizzazione dipenda dal metodico restringimento del cerchio dei ricchi e dalla miseria crescente dei poveri. Egli addirittura arriva a dire che una civiltà superiore può far valere in ultima analisi un diritto superiore. È possibile dunque costruire gradualmente il socialismo basandosi sui vantaggi che un paese industriale può trarre dalla colonizzazione (mentre Marx diceva che quel popolo che ne opprime un altro non può essere a sua volta un popolo libero).

 

 

Cunow invece dice che lo sviluppo capitalistico è destinato a sfociare in una grave crisi economica che si allargherà in una crisi generale della società, fino a concludersi con l’avvento al potere del proletariato. Non è possibile dire se questa crisi assumerà le forme di una lunga stagnazione economica o di una guerra imperialista, ma essa sarà comunque inevitabile. Bernstein fa l’errore di dare valore assoluto ad una fase relativamente tranquilla dello sviluppo capitalistico. Ciò che Bernstein non ha capito è che tale andamento è essenzialmente dipeso dalla situazione di privilegio e di monopolio in cui l’industria inglese si è venuta a trovare sul mercato mondiale. Ma sotto i colpi della grande industria tedesca ed americana il monopolio inglese sta andando in pezzi e il capitalismo entra nella fase finale della concorrenza spietata tra i grandi stati industriali per l’accaparramento dei restanti mercati di sbocco.

 

 


30 luglio 2010

Colletti (prima della cura) : Crisi e teoria del valore

 

Senza Marx e senza il movimento che da lui si è generato, non sarebbe stato possibile alcuna discussione sul destino del capitalismo.

Ciò non significa che prima di Marx nessuno abbia mai ipotizzato l’eventualità della fine del capitalismo : a parte i meriti di Sismondi per quanto riguarda la natura storica del capitalismo stesso, vanno ricordate le previsioni di Smith sul futuro declino del saggio di profitto o la legge dei rendimenti decrescenti delle terre di Ricardo. Però Marx ha prospettato la fine del capitalismo come il passaggio storico ad una nuova forma di società. Mentre a Wall Street la fine del capitalismo è concepibile come simile ad un tragico evento naturale, per il marxismo il carattere storico e transitorio del capitalismo è la premessa basilare per prospettare il passaggio ad una forma superiore di società.

Infatti il primo anticapitalismo fu una condanna morale del regime esistente, ma non una previsione basata sull’analisi e la ricostruzione del meccanismo dell’accumulazione capitalistica. Marx unisce due diverse prospettive : la prospettiva rivoluzionaria di chi intende rovesciare la società borghese per ristabilire su nuove basi i rapporti sociali e la prospettiva scientifica di chi vuole ricostruire il modo in cui il sistema funziona e si sviluppa. La prospettiva rivoluzionaria diventa in Marx conseguenza dell’analisi scientifica. Mentre il socialismo utopistico opponeva al capitalismo un punto di vista astrattamente soggettivo dove le soluzioni dei problemi sociali dovevano uscire dal singolo cervello umano al quale la società non offriva che inconvenienti : eliminarli era compito della ragione pensante. L’immaturità di questo primo socialismo era un prodotto della situazione oggettiva : la produzione capitalistica era così poco sviluppata da non rendere visibili al proprio interno gli elementi di una società nuova. Marx invece pensa che nel suo concreto momento storico i mezzi per operare il superamento del modo di produzione attuale dovevano essere presenti negli stessi rapporti di produzione. Lo sviluppo della formazione economica della società viene concepito come un processo di storia naturale dove il singolo non può essere considerato responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente un prodotto, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.

Il segno più evidente di tale sviluppo teorico è il modo nuovo con cui si affronta il problema dello sfruttamento : la produzione del plusvalore è perfettamente compatibile con la legge dello scambio delle merci in base ad equivalenza. Il fatto che un lavoratore crei un valore superiore al proprio valore giornaliero è una fortuna per il compratore della merce-lavoro, ma non è un ingiustizia verso il venditore. Il capitalista è un funzionario necessario della produzione in quanto non ruba, ma estorce la produzione del plusvalore e aiuta a creare ciò che poi viene detratto. Il capitalista appena ha pagato all’operaio l’effettivo valore della sua forza-lavoro si appropria del plusvalore con pieno diritto, cioè con il diritto che corrisponde a questo modo di produzione. Il plusvalore è elemento propulsore dell’accumulazione capitalistica e da esso si vedono discendere tutte le altre categorie (profitto, rendita, interesse). L’antitesi alla società borghese non è un ideale esterno a questa società, ma è scoperta all’interno di essa : si tratta della contraddizione tra capitale e lavoro salariato e poiché quest’ultimo è una parte del capitale stesso (capitale variabile o fondo salari), la contraddizione tra di essi è una contraddizione interna al capitale stesso, al meccanismo dell’accumulazione capitalistica.

Mentre però agli utopisti Marx risponde da economista, agli economisti classici egli risponde come critico dell’economia politica : mentre agli utopisti egli oppone la storia e lo stato di cose presente, agli economisti egli oppone la possibilità di altri tipi di società per evitare che essi rimangano immersi nella produzione borghese come se questa fosse la produzione in sé. Questi ultimi considerano la produzione di merci come la forma universale e necessaria della produzione in ogni possibile società e che il prodotto del lavoro abbia sempre la forma di merce. Di conseguenza i problemi dell’economia assumono carattere solo quantitativo in quanto la forma di merce è in trascendibile : si indaga solo il valore di scambio e non il rapporto sociale che si cela in esso. Invece con Marx la produzione di merci diventa solo una delle possibili forme della vita economica e quindi si può e deve tentare di guardare i rapporti sociali sottostanti alla forma di merce ed allo scambio. 



Da ciò deriva anche che la teoria del valore in Marx è anche teoria del feticismo delle merci e del capitale, teoria che mette a nudo il carattere di realtà stravolta del sistema sociale esistente, dove i rapporti umani si presentano come rapporti tra cose e queste ultime invece appaiono dotate di qualità sociali. In questo modo la prospettiva scientifica si rovescia nel progetto rivoluzionario : non basta comprendere e spiegare la produzione di merci, ma si tratta di abolirla rovesciando le condizioni materiali e sociali all’interno delle quali si produce l’inversione feticistica. Non si tratta solo di raddrizzare l’interpretazione che della realtà hanno dato gli economisti classici, ma si tratta di raddrizzare questa stessa realtà, in quanto la mistificazione è generata e prodotta continuamente dai processi oggettivi della produzione capitalistica stessa. Non sono Smith e Ricardo che operano l’inversione in base alla quale il lavoro salariato viene a dipendere dal capitale, ma questa inversione è scritta nel meccanismo stesso della produzione capitalistica. La vera scienza non è l’economia politica, ma la rivoluzione : il solo trattato che può enunciare l’assioma per cui il lavoro deve disporre del capitale è la socializzazione dei mezzi di produzione. Dal fondo della scienza riemerge tutta intera l’utopia, ma il prezzo di rinunciare a questa utopia è di aderire all’altra utopia della perennità del capitalismo. La negazione del modo di produzione capitalistico non è più un criterio soggettivo esterno, ma un fattore reale interno al capitalismo stesso : la classe operaia che produce i propri mezzi di sussistenza e il plusvalore e fornisce con il suo lavoro i redditi di tutte le classi fondamentali della società, ma contraddittoriamente essa è subordinata al capitale e figura, in quanto salario, come parte di quel capitale che è invece il suo prodotto. Se la classe operaia arriva ad organizzarsi e matura la coscienza di essere antagonista a questo sistema, essa è la negazione non soggettiva ma reale che può capovolgere l’intera società.

 Alle due diverse prospettive delineate corrispondono anche due diverse accezioni della teoria del valore : la prima è quella per cui la legge del valore si presenta come un principio regolatore che permette di spiegare il funzionamento interno del sistema. In questo ambito solo la legge dei prezzi può svolgere la funzione di regolare la complessità dei rapporti proporzionali indispensabili in un sistema di produzione per quanto anarchico esso sia. È la legge dei prezzi che svolge questa funzione, giacchè sono proprio i prezzi che regolano la produzione capitalistica e sono le loro variazioni a determinare l’espansione o la limitazione della produzione, oppure l’avvio di una nuova produzione (Hilferding). Anche Sweezy osserva che la legge del valore è essenzialmente una teoria di equilibrio generale e una delle sue principali funzioni è di porre in chiaro che in una società produttrice di merci (nonostante manchi una formazione centralizzata e coordinata delle scelte) esiste un ordine e non il caos. Nessuno ha il potere di decidere come deve essere distribuita la forza produttiva, eppure tale problema trova una sua soluzione e non in maniera incomprensibile, grazie alla legge del valore. Secondo Dobb con Smith e Ricardo l’economia politica ha creato un principio quantitativo di unificazione e cioè la legge del valore, che l’ha messa in condizione di formulare postulati in termini di equilibrio generale del sistema economico. La teoria del valore è il filo rosso che c fa intendere come tutto ciò che nel sistema sembri a prima vista irrazionale e fortuito, sia invece regolato e dominato da una interna razionalità, nel processo che porta dal valore ai prezzi di produzione fino ai prezzi di mercato, e dal plusvalore al profitto fino al pareggiamento dei profitti tramite la concorrenza. In economia come in fisica le leggi sono processi materiali oggettivi, tendenze operanti ed effettuantesi con necessità bronzea. La scienza economica è in un rapporto positivo con il suo oggetto, il quale non è qualificato come una realtà rovesciata e perciò da negare, quanto una realtà che funziona e di cui bisogna spiegare appunto il funzionamento.

L’altra accezione in cui compare la legge del valore è la teoria del feticismo, per la quale il carattere oggettivo e naturalistico delle leggi della produzione delle merci, proprio perché indipendenti dai soggetti che sono in relazione tra loro, sono la proiezione feticistica dei rapporti sociali stessi che operano sfuggendo al controllo degli uomini. Più le leggi del mercato sono autonome dai soggetti, più il mondo sembra essere imprevedibile come un terremoto, ma non perché il mercato sia una realtà naturale, ma perché questo ordine sociale rende i rapporti tra gli uomini come se fossero rapporti tra cose.

Nel primo caso la legge del valore è una teoria di equilibrio generale che serve a spiegare il funzionamento del sistema, nel secondo caso è una teoria che spiega perché il sistema non può funzionare e perché deve essere sovvertito. Nel primo caso la legge esprime la razionalità automatica del sistema, mentre nel secondo caso essa esprime la contraddizione fondamentale per cui il lavoro che è la fonte del capitale risulta alla fine dominato dal proprio prodotto. Essa contiene infine palesemente l’indicazione che l’unica forza che può rovesciare il sistema non è un fattore meccanico, ma la capacità del proletariato di trasformarsi da elemento subordinato ed interno al sistema in agente soggettivo e politico esterno ad esso ed antitetico a tutto il sistema.


9 marzo 2010

Leonardo Masella : Cina, capitalismo o socialismo ?

Il capitalismo, secondo Marx, Lenin e tutti i grandi padri del socialismo, è un sistema sociale fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo attraverso l'estrazione del plusvalore. E il socialismo è la fine di questo sistema, è la socializzazione (e non solo la statalizzazione) dei mezzi di produzione. In Urss c'è stata una rivoluzione che ha portato il partito comunista al potere e sotto la sua direzione c'è stata la statalizzazione (integrale) dei mezzi di produzione. Da questa prima fase necessaria non si è passati mai alla socializzazione (e quindi alla democratizzazione), per vari motivi, probabilmente oggettivi. Questo ha portato, con alti e bassi, con momenti migliori e momenti peggiori, ad una burocratizzazione del potere, ad un allontanamento del proletariato e del popolo dalla partecizione alla costruzione del socialismo, alla perdita di incentivi di qualunque natura, e quindi ad una stagnazione dell'economia, e infine alla crisi e al crollo - purtroppo per tutti e a vantaggio dell'imperialismo - della fine degli anni '90. Ma anche in Urss non si poteva parlare di socialismo ma di capitalismo di stato governato dal partito comunista animato dal tentativo di costruzione di una società socialista.


La Cina, anche sulla base della lezione dell'Urss, ha evitato l'errore dell'economia interamente statalizzata e ha consentito e consente lo sfruttamento da parte di imprese private cinesi e straniere della manodopera, cioè l'estrazione del plusvalore a fini di accumulazione privata del capitale. E non stiamo parlando di piccole imprese come i barbieri, i ristoranti, qualche negozio di vestiti (che per esempio non sono consentiti a Cuba), ma anche di grandi imprese produttive di migliaia di lavoratori, di proprietà di grandi imprenditori cinesi miliardari o di proprietà di multinazionali americane, europee, giapponesi. Questo incentivo alla produzione, alla vendita, all'arricchimento, ha consentito di evitare la stagnazione economica sovietica, ha portato alla dinamizzazione dell'economia, ed oggi ha portato la Cina ad essere una delle potenze economiche più importanti del pianeta.
Contemporaneamente la Cina ha mantenuto il controllo (attraverso lo Stato e il partito comunista) dei settori strategici dell'economia e del funzionamento dello Stato (il sistema finanziario, le telecomunicazioni, i mass-media, l'energia, i trasporti, eccetera) e ha mantenuto l'obbiettivo di evitare il deterioramento sociale e ambientale che invece il classico capitalismo neoliberista trascura. Questo forte controllo statale (e del partito) ha consenito alla Cina di evitare la crisi economica e sociale del capitalismo neoliberista e finanziario degli ultimi anni, che ha investito gli Usa e la Ue.
Dunque anche in Cina non c'è il socialismo, ma una economica fondamentalmente capitalistica (un forte capitalismo produttivo a forte sfruttamento della forza lavoro a basso costo) a forte controllo statale e con l'obbiettivo del partito di una (graduale, lunga, quando ce ne saranno le condizioni) transizione al socialismo.
Io sono stato in Cina, ho visitato le zone speciali vicine a Shangai, ho parlato con dirigenti cinesi, con manager, con imprenditori, con operai, con giovani, con la gente normale. Io giudico l'esperimento cinese molto interessante e nel metodo molto positivo perchè molto innovativo, rivoluzionario, perchè ha rivoluzionato le concezioni dogmatiche del marxismo (sia del "marxismo rivoluzionario" troskista che del "marxismo-leninismo" staliniano) sul rapporto stato-mercato, che sono state una delle cause principali (assieme all'assenza di democrazia "proletaria" e di partecipazione popolare) della stagnazione economica, della crisi e infine del crollo dell'Unione Sovietica. Ci sono rischi nelle scelte cinesi ? Certamente, come in ogni scelta innovativa e rivoluzionaria. Solo conservando l'esistente non si corrono rischi, ma a volte si va lentamente verso la fine, come ha fatto l'Urss degli ultimi anni. La Cina non aveva scelta, se non voleva ripetere l'esperienza economica fallimentare dell'Urss e se voleva evitare di essere spazzata via. Ora si tratterà di evitare di farsi prendere la mano dal capitalismo, anche perchè purtroppo nella società civile cinese, fra le giovani generazioni, c'è il grande rischio - che ho potuto verificare di persona - che attecchisca la cultura dell'impresa e del profitto, dell'arricchimento, compresa la mentalità dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo senza scrupoli e senza vincoli. Ma da questo punto di vista il fatto che lo Stato e con esso il partito comunista abbiano un controllo consistente della situazione, delle banche, dei settori strategici dell'economia, dei mezzi di informazione, rappresenta una certa garanzia, anche se la situazione è aperta, c'è un dibattito ed uno scontro nel partito, nello stato e della società, il cui esito non è per niente scontato.
Io poi non sostengo la tesi, molto in voga a sinistra, che la Cina abbia un sistema economico di capitalismo neo-liberistico selvaggio. Anzi penso proprio il contrario: che la Cina ha una economia di mercato (e quindi capitalistica) con un fortissimo controllo dello Stato (e quindi del partito comunista), e questo le dà la forza di resistere alla crisi economica mondiale (che quindi è una crisi non del sistema capitalistico, altrimenti anche la Cina sarebbe in crisi, ma appunto è crisi del neoliberismo e dell'imperialismo del dollaro, che infatti sembra avviato alla fine). Nè penso - come pensano alcuni - che la Cina abbia restaurato il capitalismo, anche perchè in Cina non c'è mai stato il capitalismo, ma una sorta di sistema economico feudale. Solo ora c'è il capitalismo, sia pure, ripeto, un capitalismo non finanziario ma produttivo governato dallo Stato e dal partito, che - fra l'altro - stanno tentando di evitarne gli eccessi, sia nello sfruttamento selvaggio dei lavoratori che nella distruzione dell'ambiente.
Per concludere la mia rifliessione, io credo che dovremmo abituarci a vedere le cose con i pregi e i difetti, con le luci e le ombre, con i rischi e le possibilità, nè tutto bianco nè tutto nero. Per la Cina dell'oggi, cosi' come per l'Unione Sovietica di ieri, evitando sia lo spirito liquidatorio che quello propagandistico o conservativo, che vede tutto in continuità ortodossa (altro modo per liquidare).


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