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30 novembre 2010

Giovanni Mazzetti : il comunismo non è uno stato di cose (l'astuzia della ragione)

Quando afferma che “il comunismo è la struttura necessaria ed il principio propulsore del prossimo futuro. Ma non è come tale la meta dello svolgimento storico, la struttura della società umana”, Marx richiama la nostra attenzione su una distinzione essenziale tra ciò che costituisce il principio dinamico sottostante al processo di trasformazione in corso, che corrisponde a ciò che gli uomini fanno, e i risultati che conseguono da tale processo, che corrisponde a ciò che essi di volta in volta ottengono come processo. Ed è proprio perché è in grado di tenere presente questa distinzione essenziale che Marx nega che la comunità possa essere razionalmente definita come un particolare stato di cose da instaurare.

Egli ha costruito la sua analisi in piena coerenza con un principio enunciato da A. Ferguson “Gli uomini nel seguire il sentimento presente nelle loro menti, sforzandosi di rimuovere le difficoltà o di raggiungere vantaggi alla loro portata giungono a risultati che neppure la loro immaginazione avrebbe potuto prevedere e, come gli altri esseri viventi, procedono sul sentiero della loro natura senza percepirne il fine…ciascun passo ed ogni movimento della moltitudin, persino nelle epoche che si definiscono illuminate, sono compiuti con eguale cecità riguardo al futuro, e le nazioni inciampano in istituzioni, che sono il risultato non voluto dell’azione umana”.

Il comunismo non può, per questo ineliminabile principio dell’azione umana, porsi come disegno da realizzare, senza assumere con ciò stesso una forma irrazionale ed utopistica.

 

Qui Mazzetti fa tesoro della lezione della storia che comunque ha visto conseguenze inintenzionali dell’azione umana. Di questa lezione si fa mentore oggi chi segue von Hayek che vede lo stesso mercato come istituzione che è frutto inintenzionale dell’azione di milioni di esseri umani, ma in realtà gli antecedenti sono Lao-tzè ed Eraclito, gli Stoici, Ferguson, Hegel e Wundt. Si pensi ad Hegel quando dice che la ragione “utilizza ogni cosa e realizza i propri scopi segreti mediante avvenimenti che sembrano agli uomini arbitrari e insignificanti. Essa lusinga gli uomini con l’esca dell’interesse personale e con ciò realizza la propria opera”.

Per un comunista tenere presenti questi limiti è importante, perché ancora con questa metodologia di analisi egli dovrà interpretare il fallimento del socialismo reale novecentesco, nella sua versione autoritaria ed in quella socialdemocratica. E tuttavia il comunista deve elaborare un progetto sia individualmente, sia insieme agli altri, pur sapendo che l’astuzia della ragione lo porterà magari da un’altra parte. Alla risultante impersonale degli interessi e delle passioni, bisogna cercare di sostituire la sintesi intersoggettiva delle  ragioni e delle passioni.

Ribadire la necessità del limite soggettivo è importante, per non cadere di nuovo nel socialismo utopistico. Ma non si può rimanere nell’abbandono nudo e crudo di questa soggettività, ma cercare di costituire nuovi livelli di soggettività, in armonia con il retaggio lasciatoci da Kant in “Cos’è l’Illuminismo” e da Marx nella prima pagina de “Il Manifestoo del paragone tra l'ape e l'architetto

 


15 aprile 2009

Guido Liguori : Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate?

 

Nel suo ultimo libro ( Stalin. Storia e critica di una leggenda nera , con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, pp. 382, euro 29,50) Domenico Losurdo opta per la seconda risposta. E' una tesi controcorrente e già per questo il libro è da leggere: opponendosi al "senso comune" prevalente fa pensare e induce a problematizzare ipotesi storiografiche che si danno ormai per acquisite.
Quale è l'idea di fondo di Losurdo? Le tesi interpretative del fenomeno staliniano che più hanno inciso - Trockij, Chruscev, Hannah Arendt - sono state determinate dalla lotta politica interna al campo comunista o dalla Guerra fredda. Da qui un «ritratto caricaturale» di Stalin che sottovaluta radicalmente il contesto concreto del suo operare. In questo contesto l'autore fa rientrare non solo la "lunga durata" della storia russa (i conflitti medioevali nelle campagne, l'odio per gli ebrei, il banditismo nato dalle carestie), non solo lo "stato d'eccezione" in cui si collocò l'esperienza sovietica, ma anche i lati deboli dell'ideologia marxista, un «universalismo incapace di sussumere e rispettare il particolare», le tendenze escatologiche che volevano abolire in tempo rapidi proprietà privata, nazione, famiglia, ecc.
Lo stesso Gulag si espande con la «collettivizzazione forzata dell'agricoltura». Come si spiegherebbe la cruciale svolta del '28-'29? Dopo il trattato di Locarno, il riavvicinamento Francia-Germania, il colpo di Stato di Pilsudski in Polonia, la rottura delle relazioni commerciali e diplomatiche da parte del Regno Unito, i militari sovietici lanciarono l'allarme: il pericolo di guerra aumentava, bisognava industrializzare e garantire la fedeltà delle campagne. Dopo la «notte di san Bartolomeo» (Bucharin) contro i contadini, Stalin avrebbe cercato di tornare alla normalità, tanto che Trockij nel 1935 lo accusò di «liberalismo» e di «abbandono del "sistema consiliare"», di «ritorno alla "democrazia borghese"». In effetti Stalin - per far decollare la produzione - si batte contro il «livellamento "sinistroide" dei salari», contro l'egualitarismo, e propugna una nuova Costituzione, come si sa poi rimasta sulla carta. Di nuovo irrompe infatti l'emergenza, e il terrore: Losurdo - che parte dall'esame di una letteratura internazionale molto amplia, e "anti-stalinista" - accredita il fatto che l'opposizione trockista fosse un "pericolo" reale ancora nella prima metà anni '30.
Dopo la guerra, ancora, Stalin dichiara che la dittatura del proletariato non era l'unica via al socialismo, non era obbligatoria nei paesi dell'Est europeo. Ma poi irrompe la Guerra fredda e la sicurezza nazionale dell'Urss riprende il sopravvento.




Di contro alla "cattiva" eredità dell'"utopismo" marxista Stalin impara dunque - per l'autore - la «vacuità dell'attesa messianica del dileguare dello Stato, della nazione, della religione, del mercato, del denaro, e ha altresì direttamente sperimentato l'effetto paralizzante di una visione dell'universale incline a bollare come una contaminazione l'attenzione prestata ai bisogni e agli interessi particolari di uno Stato, di una nazione, di una famiglia, di un individuo determinato». Ma - questo il suo limite per Losurdo - la lotta contro «l'utopia astratta» si ferma più volte a metà strada, per non entrare in totale rotta di collisione con alcuni degli assunti di fondo della cultura marxista e comunista. Insomma, nei tre decenni di "stalinismo" i ripetuti tentativi fatti da Stalin di abbandonare lo stato d'eccezione per tornare a una relativa normalità sarebbero stati frustrati sia dalla situazione internazionale, sia dall'utopia astratta presente nel marxismo, alimentata dall'opposizione interna. Con questa lettura di fondo, Losurdo dedica molte pagine a demolire la "leggenda" chruscioviana legata ai successi militari dell'invasore nazista; a sottolineare l'attenzione prestata da Stalin alle diverse "nazionalità"; a lodare il "realismo" stalinista a fronte delle tendenze di sinistra che volevano il superamento dello Stato, della famiglia, del denaro.
Losurdo riconosce e condanna la svolta brutale nel sistema concentrazionario che si ha nel '37. Ma sottolinea come nel Gulag sovietico non vi fosse volontà omicida, e dunque non sia possibile l'accostamento ai lager nazista: quando muoiono a migliaia nel Gulag, durante la guerra, muoiono di stenti a migliaia anche nel resto dell'Urss.
E' difficile seguire Losurdo, con la necessaria competenza critica, in tutte le pieghe del suo discorso. Alcune delle sue tesi (la critica al concetto di «totalitarismo», il rifiuto di considerare le decisioni del vertice sovietico come irrazionali, il richiamo al contesto storico) appaiono convincenti. Ciò che non convince è un discorso troppo portato a vedere sempre nella soluzione adottata la migliore delle soluzioni possibili e a sottovalutarne l'effetto disastroso sulla politica dell'egemonia (vedi la rottura dell'alleanza leninista operai-contadini) e nella costruzione stessa di una idea espansiva di socialismo. Si prenda ad esempio il Gulag: può uno Stato che si vuole socialista creare un sistema concentrazionario così vasto, in cui (anche se non sempre e ovunque) vi furono condizioni di vita - secondo le parole dello stesso Vysinskij, che Losurdo riporta - che ridussero «gli uomini "a bestie selvatiche"»? Non è già questo fatto una macchia indelebile per uno Stato che si voglia socialista? Non consola sapere che peggio fece - per fare un esempio - il Regno Unito con gli irlandesi o con i deportati in Australia: ciò che ci si aspetta da un sistema che fa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo la sua legge non è giustificabile per uno Stato che nasce per combattere tale sfruttamento e tutto ciò che di "bestiale" vi è nell'umanità. E ancora: la situazione oggettiva aveva indotto a irrigidire l'organizzazione del lavoro, a rinunciare a un nuovo modo di intendere i rapporti tra i sessi, al superamento graduale dei limiti nazionali. Ma a questo punto non viene da chiedersi: valeva la pena di fare una rivoluzione? A cosa è servita? Credo di conoscere la risposta di Losurdo: enorme è stato comunque il sussulto di liberazione, milioni di persone si sono così liberate dal Medio Evo e dal colonialismo, in tutto il mondo. E' vero, e dunque viva la Rivoluzione russa! Ma sembra giusto anche concordare con quanto ha scritto Giuseppe Prestipino sull'ultimo numero di Critica marxista (2009/1): seguendo Losurdo arriviamo alla conclusione che nel '900 il socialismo era impossibile.
Resta la domanda se le scelte fatte nel corso del primo e fallimentare tentativo di costruzione del socialismo abbiano costruito almeno le basi per ritentare l'esperimento nel nuovo secolo o siano oggi un ostacolo in più per chi ci voglia riprovare. Da questo punto di vista lo storicismo giustificatorio di Losurdo - pur avendo alcune ragioni - sottovaluta la possibilità stessa di una alternativa rispetto all'effettivo svolgimento storico: un politico realista può anche diventare un mostro sanguinario, uccidendo così di fatto, ugualmente, la creatura che "con realismo" si propone di proteggere. E se ogni volontà di cambiare anche la qualità della vita quotidiana, i rapporti tra i generi e tra gli esseri umani, le gerarchie e l'alienazione dentro e fuori la fabbrica viene bollata come «utopismo escatologico e anarcoide», non si troveranno facilmente le forze, le volontà, le soggettività per riprendere il cammino.


9 aprile 2009

Claudio Buttazzo : intervista a Vaclav Exner del partito comunista ceco

 

Sembra ancora lontana da una soluzione la crisi di governo nella Repubblica Ceca. Dopo le dimissioni del premier e leader del principale partito di destra (Ods), Mirek Topolanek, la situazione politica è in fase di stallo, bloccata dai veti incrociati dei vari partiti. L’Ods vorrebbe un reincarico a Topolenk. Ma il presidente della Repubblica, Vaclav Klaus, anch’egli dell’Ods, è intenzionato a dare l’incarico a qualcun altro. Il Partito socialdemocratico (Cssd) di Jiri Paroubek propone un governo a termine, sostenuto da una larga maggioranza, che duri fino alla fine di giugno per consentire alla Repubblica Ceca di portare avanti fino alla scadenza del mandato la presidenza di turno ceca nell’Unione Europea. E propone anche elezioni anticipate per il prossimo autunno.
Di diverso avviso la terza forza politica del paese, il Partito comunista di Boemia e Moravia (Kscm), che è, invece, fortemente contrario alla chiusura anticipata del parlamento, ritenendo che ciò sia irresponsabile di fronte alla crisi economica che attanaglia il paese. Un vuoto governativo non farebbe che aggravare la situazione.
Il Kscm propone che si dia vita a un governo di intesa nazionale con la partecipazione delle principali forze politiche e con una larga base parlamentare e di consenso nel paese; un governo che porti avanti la legislatura fino alla sua naturale scadenza, cioè fino alla primavera del 2010.
Per saperne di più sul senso e le finalità di questa proposta, abbiamo intervistato membro della segreteria nazionale del Kscm, Vaclav Exner, che è anche deputato e componente della Commissione Estri del Parlamento ceco.
Ecco il testo dell’intervista.

D. In cosa consiste esattamente la proposta del Partito comunista di Boemia e Moravia perla costituzione di un governo di intesa nazionale?

R. La nostra società, e di conseguenza anche il nostro parlamento, è oggi caratterizzata da una situazione di disordine, di divisione, di disorientamento. Sarebbe necessario che, per un periodo seppur limitato, le forze politiche principali si mettessero assieme (diciamo, da qui alle elezioni politiche del 2010), in modo da poter andare a una pacificazione della scena politica sulla base di un programma minimo che affronti le questioni più urgenti. Sono questioni di grane rilevanza che non possono essere affrontate da un governo con una scarsa base di consenso, da un governo costituito solo da uno o due partiti.

D. Concretamente, cosa dovrebbe fare un simile governo: affrontare i problemi della crisi economica?

R.
La crisi è il problema principale, anche se essa riguarda non solo la Repubblica Ceca, ma tutto il mondo. E un governo come quello che ha governato finora non è in grado di affrontarlo. Ma nel nostro paese la crisi si intreccia anche tutta una serie di altre questioni politicamente molto sensibili.
Ad esempio: la questione della privatizzazione di ulteriori settori produttivi di decisiva importanza. E poi: la questione dei fondi pubblici per la sanità e del modo come vengono utilizzati, come garantir l’effettivo accesso a tutti i cittadini alle cure sanitarie. Vi è, poi, il grave problema della crescente disoccupazione, fortemente connesso con la crisi economica. Si tratta solo di alcune delle grandi questioni che un governo di intesa nazionale dovrebbe affrontare e la loro soluzione dovrebbe avvenire sulla base di un grande impegno comune.





D. Avete, come partito comunista, delle proposte specifiche da avanzare per la soluzione della crisi economica?

R.
La nostra idea è che sia necessario smetterla di affrontare la crisi attraverso il pompaggio di ulteriori fondi pubblici a vantaggio delle banche e delle aziende, cioè degli stessi che hanno causato la situazione di crisi. A nostro parere, vanno affrontate le cause strutturali della crisi. Da noi c’è, ad esempio un problema di sovrapproduzione, e ciò soprattutto nel settore automobilistico. Questo è dovuto al fatto che la nostra economia è stata orientata soprattutto sul montaggio delle auto. E’ evidente che non si può più continuare con una produzione ce non ha poi alcuno sbocco di mercato. Noi riteniamo prioritario salvaguardare i posti d lavoro. E questo s può fare solo un massiccio e qualificato intervento pubblico, cioè un intervento pubblico nella costruzione di infrastrutture, nel risanamento e salvaguardia ambientale, nell’istruzione, nella cultura, nella scienza, nella ricerca. Si tratta di settori dove si possono creare posti di lavoro utili e stabili, lavoro buono. E si tratta, peraltro, di settori che richiederebbero quantità di investimenti pubblici assai minori di quello che si richiederebbe per la ristrutturazione dell’industria automobilistica.
In secondo luogo, sarebbe necessario sarebbe necessario sostenere uno sviluppo economico di tipo strutturale, interno, per quanto, in questo campo ci si scontra con gli impedimenti da parte dell’Unione Europea. Ma è, tuttavia, indispensabile creare le condizioni per lo sviluppo delle strutture economiche interne. Altri paesi, come la Gran Bretagna, l’Irlanda, i paesi nordici, si sono già mossi verso la ricerca di un vasto consenso politico e sociale interno, in modo che il governo potesse agire nell’ambito di linee largamente concordate.
Ciò è necessario per via dello sforzo enorme che è necessario per il percorrimento di vie nuove, verso uno sviluppo che favorisca la produzione ad alta tecnologia, l’utilizzo intensivo della scienza e il suo rapporto col lavoro umano, che deve diventare sempre più qualificato ed essere al meglio valorizzato.

D. A giugno si terranno le elezioni per il parlamento europeo. Come si prepara il Partito comunista di Boemia e Moravia a questo appuntamento?

R.
Io stesso sono uno dei candidati al parlamento europeo. Per la campagna elettorale abbiano già approvato il nostro programma. In questo programma, naturalmente, facciamo nostre un po’ tutte le questioni che sono già nel programma della Sinistra europea. Come tu sai, noi siamo presenti come osservatori nella Sinistra europea, non avendo ritenuto opportuno aderirvi pienamente per via di alcune riserve da parte nostra circa il giudizio sul nostro passato ed anche circa i meccanismi di democrazia all’interno della Se. E’ evidente che nel nostro programma chiediamo, innanzitutto, che la democrazia sia davvero rispettata all’interno dell’Ue. Per questo noi abbiamo fortemente contrastato l’approvazione del trattato di Lisbona. Un trattato che non risolve né il problema della burocrazia né il problema di deficit di democrazia nel funzionamento dell’Ue. Un forte accento, nel nostro programma, lo poniamo sulle questioni sociali, le quali sono state del tutto ignorate o accantonate dai vertici Ue. Col pretesto del supporto all’introduzione delle nuove tecnologie, il trattato di Lisbona ha in realtà avvantaggiato solo gli imprenditori, favorendo la disoccupazione e politiche antisociali ai danni dei lavoratori.
La borghesia cerca di favorire e utilizzare a proprio vantaggio la frantumazione, la divisione, le disparità tra i lavoratori delle singole nazioni e regioni in Europa.
E’ necessario che la Sinistra europea faccia di più per contrastare tutto questo, per unificare politicamente e sindacalmente i lavoratori in Europa, ma anche i lavoratori europei con quelli di tutto il mondo. Anche perché non possiamo pensare di poter risolvere la nostra crisi scaricandola sui lavoratori e sui paesi più deboli del resto del mondo, come vorrebbero le varie borghesie europee e dei paesi ricchi.
Occorre, poi, battersi per un salario minimo uguale in tutta Europa e anche per uno standard minimo di servizi e assistenza pubblica agli anziani, ai disoccupati, all’infanzia.
Noi ci impegneremo con tutte le nostre forze in questa campagna elettorale. Abbiamo già approntato il materiale di propaganda da diffondere nell’ambito delle nostre manifestazioni, elle assemblee pubbliche, ma anche porta a porta.
Per la prima volta abbiamo programmato iniziative elettorali di piazza non solo nelle grandi città, ma anche in quelle più piccole, facendo appello in questo senso alla mobilitazione di tutti i nostri iscritti.


11 marzo 2009

Massimo Congiu : l'Ungheria sempre più in ginocchio

 

A vent'anni dalla caduta del regime si fanno i bilanci e la situazione in cui si trova oggi l'Ungheria è molto delicata. Da qualche tempo a questa parte l'economia del Paese non funziona come dovrebbe e il malcontento sociale è palpabile. Con la pesante crisi finanziaria abbattutasi dappertutto le cose si sono complicate. Alla fine dell'anno scorso lo Stato danubiano ha ottenuto un prestito di venti miliardi di euro dall'Ue, dall'Fmi e dal Birs (Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo), fino al 2010. Secondo alcuni analisti si tratta di uno degli ultimi tentativi di salvare l'economia ungherese che da un po' di tempo a questa parte non gode più tanto della fiducia degli investitori stranieri, delle banche e degli stessi cittadini magiari. Sono già sei anni che il governo lotta contro il deficit pubblico, il problema, a parere di diversi esperti, è che finora Budapest non è riuscita ad adottare misure veramente efficaci e a realizzare la riforma del sistema fiscale. Il credito concesso al Paese dalle tre organizzazioni internazionali è quasi il doppio della cifra inizialmente prevista, e questo ha turbato l'opinione pubblica. Le spiegazioni sul perché di questa somma così alta sono sostanzialmente due: secondo i sostenitori dell'esecutivo il prestito ha lo scopo di dimostrare che l'Ungheria non rasenta affatto la bancarotta anzi, ha dalla sua tutte le carte in regola per uscire dalla crisi. L'opposizione di destra vede le cose in modo diverso: a suo parere questi venti miliardi di euro provano la gravità della situazione economica e finirà col provocare il superindebitamento del Paese.



Il malcontento popolare, si diceva all'inizio, è tangibile. Alla fine del 2006 ci sono state diverse manifestazioni di protesta nei confronti della stretta economica decisa da un esecutivo divenuto sempre più impopolare. Oggi l'Ungheria è guidata da un governo di minoranza formato solo dai socialisti che lo scorso primo aprile hanno subito l'abbandono della coalizione da parte dei liberaldemocratici (Szdsz) a seguito della decisione del premier di congedare ??gnes Horváth, membro del partito alleato. In realtà le due forze politiche erano impegnate da tempo in un rapporto conflittuale e anche i sindacati hanno spesso lamentato la tendenza socialista a ignorare la trattativa con gli alleati e con le parti sociali. Oggi la situazione è tesa, la gente perde le certezze residue e ha paura del domani. Chi ha un posto di lavoro se lo tiene ben stretto anche perché è tempo di licenziamenti. A gennaio sono stati soppressi circa 30.000 posti di lavoro e sono previsti a breve altri 10.000 provvedimenti del genere da parte delle aziende. Le proiezioni sul numero dei licenziamenti che si verificheranno entro la fine del 2009 sono diverse, c'è chi parla di 50.000 persone destinate a perdere il posto di lavoro, chi dice che la cifra è da moltiplicare per due.
Le imprese riescono a disfarsi senza troppi problemi soprattutto degli interinali che possono essere licenziati nel giro di qualche giorno, allorché un impiegato fisso riesce a beneficiare di un mese di preavviso. Secondo il direttore dell'istituto di ricerche e sondaggi Kopint-Tárki, Attila Bartha, le diseguaglianze sociali aumenteranno e la classe media si assottiglierà ulteriormente. Péter ??kos Bod, ministro dell'industria e del commercio nel primo governo postcomunista, presidente della Banca Nazionale d'Ungheria dal 1991 al 1994 e attualmente capo del dipartimento di politica economica dell'Università Corvinus di Budapest (ex Karl Marx), sostiene che la situazione magiara è particolarmente delicata in quanto l'Ungheria è stata un fiasco per l'Unione europea. «Il deficit di bilancio del Paese è stato colossale tra il 2004 e il 2007 - fa notare Bod - ma malgrado questo e pur violando più volte il patto di stabilità e di crescita, Budapest ha avuto accesso ai crediti supplementari a buone condizioni, di fatto, però, questo aspetto si è rivelato una lama a doppio taglio perché ha generato un grave indebitamento». L'esperto aggiunge che l'Unione ha avviato una procedura contro l'Ungheria nel 2004 ma ha previsto delle sanzioni concrete solo due anni dopo. Per Bod i dirigenti dell'Ue hanno sbagliato perché non hanno controllato e scoraggiato le cattive tendenze che si stavano affermando nello Stato danubiano e non si sono resi conto che gli uomini politici magiari non avevano imparato niente dai loro errori. Vent'anni dopo la caduta del regime non c'è molto da festeggiare. La tensione sociale non è mai stata così alta e l'incertezza del futuro pesa notevolmente sul morale delle persone. È evidente che qualcosa non ha funzionato, si rivela poi deleteria la combinazione fatta di liberismo scriteriato e cattiva gestione della cosa pubblica.


10 marzo 2009

Claudio Buttazzo :le ricadute della crisi nell'est europeo, e non solo

 

Ancora pochi mesi orsono tutti gli analisti ed economisti borghesi ci ammaliavano sul “miracolo” economico dei paesi dell’Europa dell’Est. Un articolo del Morning Star ci informava che “i mercati dell’Europa dell’Est continuano a salire. Le principali piazze finanziarie dell’area hanno registrato vistosi progressi. La maggiore sorpresa del mese è arrivata dalla Borsa polacca, dove l’indice Wig ha guadagnato il 5,1%. Il livello di disoccupazione – continuava l’articolo- è sceso sotto la soglia storica del 10% registrata nel 1997-98. La produttività è seconda solo a quella giapponese. A toccare i massimi storici è stato anche l’indice della Repubblica Ceca, il Px, che ha guadagnato il 4,6%”.
Ma ora sappiamo che il miracolo delle economie dell’Est, connotato da tassi di crescita ch la vecchia Europa poteva solo sognare, appartiene al passato. La crisi economica mondiale, come prevedibile, ha colpiti per primi e con molta più virulenza proprio quei paesi, che ora arrancano in una profonda recessione.
Sotto tiro sono Ungheria, Lettonia, Slovacchia, Bulgaria; ma anche Romania, Polonia e Repubblica Ceca; senza contare l’Ucraina. Ma la stessa Russia non se la passa bene.
La crisi, dunque, partita dal cuore dell’impero, si trasferisce dal centro del sistema economico mondiale ai paesi della periferia, che si ritrovano senza sbocchi per le loro merci nei mercati ricchi. Viene, così, allo scoperto la fragilità della recente ed impetuosa crescita di questi paesi, costruita innanzitutto su un enorme e irresponsabile indebitamento. E’ la conseguenza di sconsiderate scelte di politica economica che, attuando drastiche campagne di privatizzazione, hanno costituito il terreno dell’applicazione più sconsiderata del neoliberismo e, accogliendo massicci investimenti esteri, ha fatto del sistema produttivo di quei paesi il prolungamento dell’industria europea occidentale.
Oggi i paesi dell’Est europeo si ritrovano indebitati con le banche estere per ben 1.656 miliardi di dollari (di cui 1.511 con le banche dell’Europa occidentale), tre volte in più rispetto al 2005. Un debito insostenibile in presenza della recessione, che determina il crollo delle valute locali e l’aumento dei deficit commerciali e statali.
Basti pensare che un paese come l’Ucraina sta fronteggiando una perdita del 10% del Pil; mentre la Romania ha visto il suo deficit commerciale con l’estero passare dal 3,3% sul Pil nel 2002 ad un insostenibile 12,2% nel 2008, cui si aggiunge un debito pubblico del 5,2%.
Il restringimento del credito bancario, seguito allo scoppio della bolla dei subprime, fa, vieppiù, emergere la vulnerabilità di questi paesi, i quali ora avrebbero bisogno di 200 miliardi di dollari di rifinanziamenti e di 150 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche.
Per fronteggiare questa situazione, Ungheria, Lettonia e Ucraina hanno pensato bene di stringere ancor più il cappio attorno a proprio collo, andando a chiedere prestiti d’emergenza presso il Fondo monetario internazionale.. Serbia e Romania stanno per fare la stesa cosa. Ed è evidente che, di fronte al rischio di insolvenza e di bancarotta statale di questi paesi, i più esposti sono proprio i paesi creditori dell’Europa occidentale. Ma questo sta anche a significare che, contrariamente a quanto molti ritengono, l’Europa è esposta alla crisi in modo molto più forte di quanto lo siano gli stessi Usa.
Non a caso i paesi europei più forti cercano di correre ai ripari nella logica del “si salvi chi può”.
E lo fanno a costo di sconfessare tutti i dogmi dell’economia di mercato che fino all’altro giorno consideravano intangibili. La Germania, ed esempio, ha approvato una legge che consente allo Stato l’espropriazione delle banche che versano in una situazione di grave difficoltà. Una novità epocale, se si pensa che la Costituzione tedesca, a differenza di altre Costituzioni europee, prevede limiti severissimi all’esproprio; oltre che una plateale sconfessione dei principi di economia liberista “orgogliosamente” sbandierati dalla Repubblica federale tedesca in aperta sfida ai principi socialisti della Repubblica democratica tedesca. La ragione di ciò è da rintracciarsi nell’apertura di una nuova fase nella crisi mondiale, che si sta per scaricare con violenza proprio su Eurolandia.
Dopo una prima fase della crisi che, con lo scoppio della bolla dei subprime, aveva messo a tappeto il sistema finanziario e bancario soprattutto negli Usa ed una seconda fase che ha fatto emergere la sovrapproduzione industriale da tempo latente nei paesi più avanzati, ora siamo dinanzi a una terza fase: il trasferimento, appunto, della crisi dal centro alla periferia del sistema economico mondiale.
E una suo ulteriore rimbalzo, come nel gioco del ping pong, verso il centro; poi di nuovo in periferia, in un rimpallo continuo.
Il più preoccupato, per ora, è il governo austriaco. L’Austria è il primo paese a risentire dell’onda d’urto dall’Est, avendo essa, negli ani appena scorsi, investito quasi tutto il suo potenziale economico sui paesi dell’Est europeo. Essa risulta al primo posto in assoluto per quanto concerne l’esposizione delle proprie banche nella regione (quasi il 20% dei crediti allocati dell’Europa occidentale sono austriaci). Solo le Erste Bank e Raiffeisen International sono esposte con 230 miliardi di euro in crediti concessi. Stiamo parlando di un valore pari al 70% del Pil nazionale austriaco!
Se si conta anche la Bank Austria, del gruppo Unicredit, la cifra sale a 280 miliardi.
Nel timore di perdite, le banche hanno cominciato a ritirare liquidità, aggravando, così, la situazione sul posto; mentre i loro titoli in borsa hanno fatto registrare cali enormi.
Così è spiegato il motivo per il quale, nel recente vertice dei paesi Ue dell’Est con la presidenza Ue, sia stato proprio il governo austriaco il maggiore sponsor della proposta di un prestito di prestito straordinario di 190 miliardi di euro da parte dei paesi europeo-occidentali ai paesi dell’Europa orientale. Proposta, che però non ha toccato il cuore dei maggiori paesi occidentali ( Germania in testa), che si son ben guardati dall’accoglierla.
La maggior parte analisti sono concordi nel dire che ignorare ora la bomba ad orologeria dell’Est equivale a dover pagare, dopo, un prezzo ancora più alto. Tanto che il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, ha ritenuto di dover ammonire l’Occidente a sbrigarsi ad aiutare l’Europa orientale, pena il rischio di una nuova rottura del continente. Da più parti si evoca addirittura il rischio di una nuova cortina di ferro. Zoellick stima che servano all’Est Europa circa 95 miliardi di euro in capitale per le sue banche, altrimenti non ce la farà. Da un report di Credit Suisse emerge che la situazione nell’Est europeo è peggiore di quella asiatica negli anni della nota crisi delle “tigri asiatiche”. Le economie asiatiche – si scrive nel rapporto- erano più flessibili e il rallentamento economico a livello mondiale era molto meno sincronizzato rispetto a ora. L’Fmi e la Banca mondiale, inoltre, avevano allora più risorse disponibili per adottare pacchetti di sostegno all’economia.
Ed ecco, dunque, emergere, un altro tassello che complica le cose nel puzzle della grande crisi capitalistica: l’insufficiente liquidità nelle stesse casse del Fondo monetario internazionale e della
Banca mondiale. Ciò fa dire alla Credit Suisse di essere “molto pessimista sull’esposizione verso i paesi dell’Est, anche in considerazione del fatto che il rapporto “debito estero netto/Pil della regione” varia dal 25% (Ucraina) al 100% (Ungheria).
La situazione debitoria netta totale per i paesi Emea (Europa, Medio Oriente e Africa), escludendo la Russia, è pari a circa 1.000 miliardi di dollari, di cui circa 200 in scadenza nel 2009.
In termini valutari, il debito estero netto della regione (Emea) è salito dal 47 al 65%, a causa della debolezza delle valute. “Le autorità – dice la Credit Suiss – dovrebbero, dunque, aumentare i tassi di interesse, com’ è avvenuto in Russia, oppure irrigidire la politica fiscale”, anche se, la Credit Suisse, bontà sua, riconosce che queste mosse “provocherebbero una contrazione molto forte della domanda, trasformando la recessione in depressione”. La soluzione sarebbe, secondo l’istituto, un intervento di Fmi e Banca mondiale a favore di “diverse forme di ristrutturazione del debito”. Dunque, siamo al gatto che si morde la coda.
La realtà è che il capitalismo non sa come uscire dal disastro, rivelandosi, in molti casi, le sue ricette, se possibile, peggiori del male.
E’ molto probabile che i governi europei occidentali abbandonino l’Est al proprio destino, avendo essi delle gatte da pelare nello stesso recinto della zona euro. Senza specificare a quale paese in concreto si riferisse, il ministro delle Finanze tedesco, Steinbruech, ha recentemente affermato che la Germania potrebbe essere nella necessità di intervenire a sostegno di un governo dell’eurozona. Un paese che si troverebbe già in grossi problemi a rifinanziare il proprio debito. Alcuni osservatori hanno subito pensato all’Irlanda. Ma molti sostengono, invece, che il nome del paese sia stato volutamente taciuto, in quanto, in realtà, potrebbe trattarsi, a seconda delle circostanze, anche della Grecia o della stessa Italia.
Quali paesi, dunque, non solo nel mondo e in Europa in generale, ma nella stessa zona dell’euro, sono condannati ad essere espulsi e ricacciati ai margini dello sviluppo dal ristretto numero dei paesi che, in qualche modo, sopravvivranno alla crisi? Perché è di questo che si tratta. E non è detto che l’Europa che conosciamo (parlo della stessa Unione europea) sarà quella che ci ritroveremo di qui a qualche anno, se non qualche mese. Quale sarà la dislocazione degli imperialismi sul territorio europeo.
E cosa accadrà sul piano politico? Le recenti elezioni in Carinzia ci dicono cosa potrebbe accadere e quale spazio potrebbe avere l’estrema destra populista, xenofoba e nazionalista, se le forze comuniste e anticapitaliste non si coordineranno quanto prima sul piano europeo, offrendo anche una sponda politica organizzativa alle realtà antagoniste dell’Est europeo, ai nuovi movimenti che probabilmente nasceranno e si svilupperanno in forme nuove rispetto al passato.


9 marzo 2009

Mauro Caterina : l'impatto di Varsavia

 

Fino a qualche mese fa gli analisti economici e finanziari dicevano che la Polonia era uno dei pochi paesi dell'Est europeo (se non l'unico) che poteva tranquillamente far fronte alla tempesta finanziaria proveniente d'oltre oceano senza particolari patemi d'animo. Ma trovare di questi tempi un economista che azzecca una previsione è cosa alquanto difficile. Lo scorso dicembre la crisi ha bussato alle porte di Varsavia: crollo degli ordini dall'estero. Il primo settore a farne le spese è stato quello manifatturiero, provocando un'ondata di licenziamenti che ha fatto schizzare il tasso di disoccupazione al 9,5%. Certo la situazione economica del paese non è paragonabile a quella dell'Ucraina (sull'orlo della bancarotta) o quella della Lettonia (la Banca centrale ha dichiarato «clinicamente morta» l'economia lettone dopo una contrazione del 10,5% nel quarto trimestre), dove le massicce proteste della popolazione hanno costretto il governo di centro-destra alle dimissioni.
Stando alle ultime (ottimistiche) previsioni, l'economia polacca dovrebbe crescere dell'1,4% per il 2009. Nel 2007 era stata del 6,7% e nel 2008 del 4,8%. Una contrazione non di poco, i cui effetti si sono fatti sentire soprattutto nelle grandi città. Agata Logan è un'imprenditrice di Varsavia: nome polacco e cognome inglese (per via di suo marito). Lei è una delle nuove leve della media borghesia imprenditoriale polacca cresciuta durante gli anni del boom economico. Dirige una piccola catena di negozi d'abbigliamento sparsi per la capitale. «I saldi quest'anno sono andati male - dice - abbiamo avuto una flessione del 30% rispetto allo scorso anno. La gente non compra, ha paura di comprare, anche quando presentiamo una nuova collezione, prima c'era la fila fuori dai nostri negozi. Adesso tutti aspettano gli sconti prima di mettere mano al portafoglio».
Insomma la crisi c'è e si sente. Anche i festeggiamenti per la Wielka Orkiestra Swiatecznej Pomozy - la più grande manifestazione di beneficenza della Polonia, che si tiene ogni anno a gennaio con concerti e iniziative culturali in tutti i grandi centri del paese - sono stati ridimensionati per adeguarsi al nuovo clima di austerità. A febbraio il governo liberal-conservatore guidato da Donald Tusk ha varato (non a caso) un austerity plan per far fronte alla crisi. Un ulteriore intervento dopo il pacchetto di stabilizzazione di 24 miliardi di euro fatto nel novembre del 2008, nel tentativo di arginare gli effetti della crisi. L'obiettivo è quello di risparmiare 16-17 miliardi di zloty (circa 3,6 miliardi di euro) tagliando le spese dove possibile. Il portavoce del governo ha dichiarato al quotidiano Gazeta Wyborcza che verrà ordinato il ritiro delle truppe polacche attualmente dispiegate in Ciad e Libano se sarà necessario reperire risorse finanziarie mancanti.
Ad aggravare la situazione, oltretutto, si ci è messa pure la tempesta monetaria che sta colpendo tutte le valute dell'ex blocco sovietico. Per molti analisti una delle più grandi speculazioni di sempre, più grande persino di quella asiatica negli anni '90, che sta mettendo seriamente a rischio il sistema del credito bancario dell'intera regione, controllato per la maggior parte dalle banche occidentali. In pratica, un cittadino polacco, ungherese, o lettone che ha sottoscritto un mutuo per la casa, ha contratto il debito in valuta forte: euro o franchi svizzeri. Ciò implica che la rata mensile da pagare alla banca sarà conteggiata in euro o franchi svizzeri. Se la moneta nazionale si svaluta del 20% o del 30% nei confronti dell'euro o del franco svizzero, quel cittadino polacco, ungherese o lettone non sarà più in grado di pagare il mutuo. In Polonia il 60% delle riserve monetarie è in franchi svizzeri e lo zloty (la moneta nazionale) ha dimezzato in un mese il proprio valore rispetto al franco. Una situazione simile si è verificata (e si sta verificando) in Ungheria, nei Balcani, nelle Repubbliche Baltiche e in Ucraina.



A questo proposito Varsavia sta pensando di utilizzare parte dei fondi europei dell'Agenda 2007-2013 e destinarli alla spesa sociale. In particolare, si sta pensando alla creazione di un fondo a sostegno di quei lavoratori che hanno contratto un mutuo e che nel frattempo hanno perso il lavoro, e l'istituzione della cassa integrazione (prima inesistente) per quelle aziende che hanno temporaneamente bloccato la produzione a causa della crisi. I fondi europei dell'Agenda 2007-2013 per la Polonia ammontano a 67 miliardi di euro e sono destinati a infrastrutture, agricoltura, scuola, formazione e università, in modo tale da colmare il gap infrastrutturale del Paese col resto d'Europa. Il primo ministro polacco ha detto che per il 2009 il suo governo prevede di utilizzare 4,6 miliardi di euro presi dai fondi e poter tamponare in questo modo la crisi. Il governo sta inoltre ragionando sull'ipotesi di immettere ulteriore liquidità dentro le banche Pko-Bp e Bgk (controllate dallo stato) affinché possano garantire ai cittadini speciali crediti d'emergenza low-cost.
Tusk ha detto anche che vuole portare la Polonia nell'euro entro il 2012, cosa che ha fatto imbestialire i gemelli eurofobici Lech (presidente) e Jaroslav (ex premier) Kaczynski. In un report presentato il 16 febbraio dalla Banca Centrale (guidata da un fedelissimo dei Kaczynski) si consiglia di «valutare bene i costi e i benefici di un'entrata frettolosa nell'euro durante la crisi» e viene indicata come data alternativa il 2020. In realtà la polemica sull'euro è dovuta alle imminenti elezioni europee. E come sempre accade in questi casi, i «gemelli terribili» sono sempre pronti a soffiare sulle paure della gente. Il ministro dell'economia Waldemar Pawlac si è detto ottimista. Durante un dibattito nel salotto politico della tv pubblica ha rassicurato i propri connazionali dicendo che si respira un cauto ottimismo dentro il governo, perché le banche polacche sono controllate da regole ferree e non presentano titoli tossici al loro interno.
L'ottimismo (seppur cauto) è poco condiviso dai giovani, tra le prime vittime della crisi. Asia ha 28 anni ed è laureata in sociologia. «Ho trovato lavoro in un call-center della Easy Jet - ci racconta - l'unico lavoro disponibile dopo 6 mesi di porte chiuse». Asia ha fatto l'erasmus a Cagliari e parla benissimo l'italiano. «Quando ho finito i miei studi ero piena di entusiasmo e grinta - continua - adesso invece mi devo accontentare di 2000 zloty al mese (400 euro) e devo ritenermi fortunata perchè conosco l'italiano e mi hanno presa per questo». Asia aveva pensato di tornare in Italia e trovare un lavoro, ma i suoi amici da Cagliari le hanno detto che anche nel Belpaese la crisi è impietosa. Altri giovani, invece, prendono la via dell'emigrazione. Come Marek, 30 anni, una laurea in economia, in partenza per Londra a fare il cameriere: «La realtà è che in Polonia la crisi è stata sempre costante dopo il crollo del comunismo. Chi ha beneficiato della crescita e del boom economico degli ultimi anni? Non certo la maggioranza dei polacchi che per il 60% vive nelle piccole città e nei villaggi di campagna. Quello che è mancato in questi anni è stato una redistribuzione equa della crescita». Lui intanto va via.


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