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30 settembre 2010

Rosier : le insidie derivanti dal sistema finanziario intermazionale

È in realtà prematuro una uscita dalla crisi senza valutare preliminarmente i rischi che la situazione monetaria e finanziaria internazionale fa correre all’economia mondiale. Si è potuto parlare di capitalismo da casinò per indicare l’evoluzione verso una vera e propria frenesia speculativa che induce i detentori di capitale a disinteressarsi dell’investimento produttivo per realizzare profitti facili giocando sullo scacchiere delle piazze finanziarie internazionali.

Si assiste così ad un vero sganciamento del finanziario dall’economico ed all’affermazione di un’economia speculativa. La straordinaria crescita dell’attività finanziaria internazionale contrasta sempre più fortemente con la relativa stagnazione dell’attività economica. Essa però è il logico prodotto di una situazione economica originale dove sullo sfondo, collegato alla crisi, vi è la costituzione di una economia di indebitamento internazionale, un’economia internazionale allo scoperto, nello stesso tempo in cui cala la redditività media dell’investimento industriale. Su questa base interviene la transnazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali come delle banche delle istituzioni finanziarie, unita alla generale de regolazione dall’abolizione dei cambi fissi e del controllo dei cambi fino alla totale liberalizzazione delle attività bancarie e dei mercati finanziari. In questo contesto ogni impresa (grazie all’informatizzazione delle operazioni bancarie e delle telecomunicazioni) può giocare direttamente e con estrema rapidità i suoi fondi disponibili o gestire i suoi debiti e modificare i suoi impieghi intervenendo su una qualsiasi delle grandi piazze finanziarie del pianeta. Ne deriva una mondializzazione dei mercati finanziari e monetari accoppiati tra loro da una gamma sempre più ampia di nuovi prodotti finanziari, i quali sono frutti di molteplici innovazioni finanziarie derivanti dalla situazione di indebitamento e dalle strategie e dal conflitto dei capitali. Essi sono continuamente adattati ad una situazione di instabilità dei tassi di cambio e dei tassi d’interesse. Ogni forma di crediti o di debiti a breve o a medio termine può essere oggi negoziata. Su questo mercato dotato di rapida velocità di reazione, sono in tal modo offerte innumerevoli possibilità per speculare su tassi d’interesse, indici di borsa e monete.

Questo movimento ascendente della finanza internazionale e la sua relativa autonomizzazione in rapporto all’attività economica costituiscono un grande fattore di instabilità nella misura in cui il sistema monetario e finanziario non è più regolato. Tale sistema si trova costantemente alimentato dal comportamento dell’economia Usa, collocata al centro dello scacchiere occidentale. Il gigantesco deficit della bilancia delle partite correnti, frutto della politica di bilancio dell’amministrazione Reagan (alleggerimento fiscale senza riduzione della spesa pubblica) ha condotto ad un indebitamento estero massiccio degli Usa quasi equivalente all’insieme del debito nel terzo mondo ed ha sostituito al risparmio nazionale deficitario un risparmio estero. Questo processo si è potuto sviluppare in quanto gli Usa, paese che emette la moneta internazionale di fatto, prendono prestiti nella loro stessa moneta e si trovano quindi dispensati (almeno per qualche tempo) dal vincolo di equilibrio con l’estero degli altri paesi.

Mentre il sistema monetario internazionale ha funzionato in modo relativamente efficace fino all’inizio degli anni ’70, contribuendo all’espansione senza precedenti dell’economia occidentale, il suo disordine accompagna e rafforza la depressione odierna. Ciò che si ricerca in un sistema monetario è la stabilità o almeno l’emissione di informazioni che diano la possibilità di prevedere la sua evoluzione per adattarvi le strategie economiche. Ciò che caratterizza la finanza internazionale attuale è al contrario la volatilità delle monete, l’esistenza di fluttuazioni forti frequenti ed imprevedibili del prezzo del denaro. Se l’espansione della finanza internazionale può spiegarsi in parte con un declino della redditività dell’investimento industriale, all’opposto, l’evoluzione del sistema monetario internazionale tende oggi a frenare l’investimento produttivo ed a rafforzare le tendenze speculative : una parte notevole dei margini di profitto delle imprese sono oggi dei profitti finanziari.

 

 

Se si aggiunge che quest’economia speculativa si svolge in una congiuntura deflazionistica (con un calo accentuato dei corsi dei prodotti di base o dei prezzi) si può ritenere che l’economia occidentale si trova di fronte ad un dilemma :

·         O vengono messe in atto delle riforme concertate ( i cui elementi di base dovrebbero essere la fissazione di zone di variazione dei tassi di cambio delle monete chiave e di un livello superiore della variazione dei tassi d’interesse) inizialmente dal gruppo dei paesi leader per tentare di riprendere il governo di un sistema monetario e finanziario che sfugge ad ogni controllo e rischi di collassare.

·         Oppure non viene posta in essere nessuna forma di controllo ed allora la probabilità che la grande crisi si faccia avanti è elevata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


17 settembre 2010

La tesi di Denis sulla domanda di investimenti

E’ possibile pensare che la domanda di investimenti non presuppone una precedente domanda di merci capace di assorbire l’accresciuta capacità produttiva : nella crisi ci sono comunque imprese che sopravvivono e magari fanno profitti, debellano la concorrenza, incorporano altre imprese e sono queste sulla base di aspettative soggettive (sulla base del successo avuto) a costituire la domanda di investimenti che riequilibria il sistema. Ovviamente la discrepanza tra aspettative e domanda effettiva  nel tempo sarà il seme delle crisi future.

La teoria di Denis sul fatto che sia un fattore esterno a generare la domanda di investimenti che permette di evitare la crisi almeno a breve ed a generare un livello degli investimenti superiore al risparmio mi pare interessante e problematica al tempo stesso. Interessante perché (nel suo essere una variante della tesi di Luxemburg) fotografa un’economia capitalistica nel suo divenire storico con una ricchezza addizionale sempre presente e di cui volta per volta bisognerebbe identificare la fisionomia. Probabilmente la iniziale domanda addizionale di investimenti deriva da una ricchezza già esistente derivante dallo sfruttamento (spesso di rapina) di risorse naturali (beni alimentari, risorse energetiche e minerarie), ricchezza che inizialmente viene investita nella costruzione di impianti che permettano uno sfruttamento di risorse meno facilmente raggiungibili.

 

 

I primi operai sono operai nell’estrazione di risorse o nel campo della produzione agricola.

Successivamente le occasioni esterne sono innovazioni tecnologiche usate da imprese che hanno superato la crisi e che si rivolgono ad una offerta istituzionale formata da altre grandi industrie, Stati e consumatori appartenenti agli strati più ricchi della società e grazie a questa offerta si instaura un altro fenomeno moltiplicativo che dà origine alla fase di espansione.

 

 

 

 


16 settembre 2010

L'aumento dei salari stabilizza il capitalismo ?

Bernstein sbaglia a dire che la stagione tempestosa del capitalismo è ormai alle spalle. Del resto sarà smentito da ben due guerre mondiali, la seconda successiva ad una gravissima crisi di sistema.

E’ vero che le battaglie sindacali attenueranno lo squilibrio tra produzione e consumo, ma non lo toglieranno mai ed inoltre i progressi raggiunti saranno sempre soggetti ad essere rimossi a seconda della fase storica. La tendenza alla massimizzazione del profitto, come lo scorpione della famosa fiaba, cercherà sempre di violare i compromessi sociali raggiunti quando li considererà troppo  onerosi per la propria interna dinamica.

L’accettazione da parte di Bernstein dell’imperialismo è proprio la dimostrazione del fatto che lui intuiva la funzione che l’imperialismo aveva per garantire la pace sociale all’interno della propria comunità. Tale adesione dunque è anche una parziale smentita della sua teoria nel momento che fa a meno dell’imperialismo come fattore esplicativo.

 

Lenin spiega la tesi di Hansen dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda.

Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Hansen per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

 

 

 


15 settembre 2010

La contraddizione del capitalismo secondo la Luxemburg

Dire infine che secondo la Luxemburg il capitalismo non è destinato a scomparire perché le sue contraddizioni si sviluppano in modo insopportabile all’interno di quella zona in cui ha compiutamente stabilito il proprio dominio, ma perché non può estendere sul serio le proprie forme e le proprie strutture su tutta la terra, è incorrere in un altro paralogismo : il capitalismo è destinato a scomparire proprio perché azzerato il contesto precapitalistico che lo alimenta, deve confrontarsi con la propria impossibilità di esistere da solo.

 

Tuttavia c’è una possibilità ulteriore : se ad es. una innovazione tecnologica prodotta all’interno di una zona capitalistica avanzata riproduce il dualismo non più tra capitalismo e precapitalismo, ma tra capitalismo avanzato e capitalismo meno avanzato, allora sarà possibile per il capitalismo sopravvivere finché ci sarà una gerarchia interna al modo di produzione capitalistico che consenta a capitali e merci in eccesso di essere esportati a cascata in maniera da riprodurre le condizioni di sopravvivenza del sistema. Ma tale ipotesi è verosimile, o viene riassorbita dal concetto di commercio interno allo stesso sistema capitalistico ?

 


14 settembre 2010

Il commercio tra paesi capitalistici secondo la Luxemburg

A proposito delle tesi della Luxemburg va detto che il commercio tra due economie capitalistiche va assimilato al commercio interno, ma ciò dipende anche dal punto di partenza. Se si intende per economia capitalistica un economia aperta ad altre economie capitalistiche, l’esportazione risolve a breve il problema del plusprodotto. Se invece si intende per economia capitalistica il complesso di tutti i sistemi-paese capitalistici allora l’esportazione è possibile solo verso paesi non capitalistici. Tale ambiente però viene eroso solo se si trasferiscono capitali che diano luogo a rapporti capitalistici e non se si esportano semplicemente merci. Ovvio che a questo punto la domanda delle merci che l’economia capitalistica produce in eccesso presuppone una ricchezza già data. Inserendo un economia capitalistica nel tempo questa ricchezza già data è possibile ipotizzarla.

 

 

Il problema è vedere per quanto tempo possa sostenere la domanda che dovrebbe assorbire il plusprodotto.

Nel caso della crisi attuale, ci sono :

·         lavoratori americani a bassi salari,

·         un plusprodotto delle imprese Usa,

·          lavoratori cinesi a bassi salari

·         un plusprodotto delle imprese cinesi.

Ora

1.      le imprese americane di mezzi di produzione ed il capitale americano esportano capitali in Cina, con i quali le imprese cinesi producono beni di consumo il cui eccesso viene esportato in Usa a prezzi più bassi consentendo il consumo degli operai americani (per cui con i salari Usa si riescono a comprare le merci cinesi).

2.      Il profitto delle imprese cinesi viene reinvestito i titoli di Stato americani che consentono indirettamente di aumentare il credito agli operai americani per l’acquisto del plusprodotto Usa di beni di consumo (case).

Ovviamente l’equilibrio è instabile : c’è un debito pubblico Usa, c’è un eccesso di investimento in beni capitali da parte sia degli Usa che della stessa Cina, eccesso che dovrà essere a sua volta esportato. Insomma la crisi capitalistica viene rinviata di volta in volta, anche se non può esserlo indefinitamente.

 


13 settembre 2010

La teoria della sproporzione

La teoria della sproporzione fu elaborata da Tugan Baranovskij e assunta da Hilferding.

Essa non tiene conto del fatto che :

·         L’aumento della composizione organica del capitale conduce ad una sproporzione che non può essere riequilibrata nel lungo periodo, sproporzione che consiste in cicliche crisi di realizzo e nella caduta tendenziale del saggio di profitto

·         La possibilità per il capitalista, inteso come consumatore di decidere tra diverse opzioni di utilizzo del proprio reddito (reinvestimento, consumo) genera la trappola della liquidità che non è prevista dalla teoria della semplice sproporzione, ma implica una teoria sottoconsumistica.

·         L’anarchia che essa descrive come contingente è strettamente inerente alla produzione capitalistica nella quale si vuole a livello individuale una grande forbice tra costi e ricavi, dove quindi c’è una tendenza individuale alla massimizzazione del profitto che da un lato produce un maggiore sfruttamento (riduzione dei costi) e dall’altra prevede un minore sfruttamento da parte della concorrenza e dunque una domanda adeguata alle proprie aspettative : il risultato sono l’aumento della composizione organica di capitale e le crisi di realizzo.

 

 

Dire poi (come fa Hilferding) che la base ristretta del consumo sia una condizione generale della crisi e non una causa è una contraddizione : una condizione generale della crisi è almeno un fattore causale di un evento e probabilmente è il fattore causale più importante. E a tal proposito dire che un fenomeno periodico non può essere spiegato da un fenomeno costante è un paralogismo. Facciamo un esempio che possa servire da analogia : un uomo ha una insufficienza cardiaca in base alla quale per vivere deve portare un pacemaker. Si guasta il pacemaker e l’uomo muore. Possiamo benissimo dire che l’uomo sia morto per insuficienza cardiaca che è al tempo stesso condizione generale della sua morte e fattore causale più rilevante della stessa, mentre il guasto al pacemaker è solo il venire meno di un fattore che ostacolava la successione causale tra insufficienza cardiaca e morte dell’individuo che ne era affetto, che ostacolava cioè il passaggio dell’insufficienza cardiaca da condizione generale a causa efficiente della morte. In questo modo si può comprendere anche come un fenomeno periodico si possa spiegare tramite un fenomeno costante.

Dunque le crisi di realizzo, da quando la classe dominante ha elaborato tutta una serie di strumenti per tentare di impedirne il verificarsi, si avverano quando questi strumenti non possono più svolgere tale funzione. La base ristretta del consumo gioca in economia la stessa funzione del secondo principio della termodinamica : qualsiasi diavoletto di Maxwell può solo illusoriamente agire a livello complessivo e rinviarne le conseguenze a livello locale.

Del resto lo stesso Hilferding è costretto a dire che la sproporzione si verifica quando si ha l’aumento della composizione organica del saggio di profitto o quando il consumo non procede di pari passo con la produzione. Egli cioè è costretto a rimettere nella sua teoria i fattori causali che aveva pensato di escludere : la sproporzione è solo una descrizione statica di una situazione che ha nell’aumento della composizione organica di capitale e nelle base ristretta del consumo i suoi fattori causali.

 

 

 

 

 


9 settembre 2010

La tesi di Barrere e la risposta keynesiana

Da parte della scuola keynesiana, Alain Barrere ha presentato una interpretazione della crisi degli anni ’70 considerata come una crisi di tipo nuovo senza precedenti detta crisi organica nella misura in cui essa deriverebbe da una disfunzione del sistema di produzione e di distribuzione. Ciò risulterebbe dalla riduzione relativa del reddito netto disponibile per il consumo e l’investimento, cioè dopo il prelievo di oneri crescenti (rimpiazzo del capitale, oneri sociali fiscali).

 

 

 

Questa riduzione provocherebbe una frenata della domanda effettiva, quindi dell’occupazione della redditività del capitale, da cui la minore propensione ad investire, l’apparizione di sovrainvestimento nel senso keynesiano, il rallentamento della crescita ed infine la crisi. Per l’autore solo una pianificazione nazionale concertata potrebbe ripristinare il controllo delle grandezze strategiche. Tale analisi si ricongiunge ad altri lavori che mettono in evidenza il calo di redditività del capitale alla fine degli anni ’60. Ma il tutto in un contesto nazionale astorico che non tiene conto del ruolo del mercato mondiale.


7 settembre 2010

L'analisi liberista della stagflazione

Di fronte al ritorno di un fenomeno nel quale non si credeva più, gli economisti hanno reagito sia tentando di integrarlo nel quadro generale dell’analisi teorica precedente sia tentando una innovazione. In quest’ultima categoria rientrano gli economisti francesi della scuola della regolazione e gli economisti radicali americani.

 

 

Per la teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale l’aggiustamento tra offerta e domanda su ciascun mercato si può realizzare attraverso la variazione dei prezzi, i quali si fissano per tentativi. In quest’ottica la disoccupazione non può essere che volontaria e deriva dal rifiuto dei lavoratori di occuparsi ad un tasso di salario che un mercato libero potrebbe lasciar precipitare molto al di sotto del livello oggi garantito dalla legge. Ma un simile processo di aggiustamento presuppone un banditore in grado di centralizzare tutta l’informazione. Paradossalmente il modello di equilibrio generale che si ritiene essere proprio di un’economia di mercato, rappresenta un’economia fortemente coordinata che non corrisponde affatto all’economia capitalistica. La scuola neoclassica dimentica questa condizione essenziale e si adagia nella concezione che bisogna lasciar operare i mercati senza perturbazioni da parte dello stato. La crisi è solo un fatto congiunturale ed anzi si può dire che non esiste una teoria neoclassica della crisi. Ad es. per i neoclassici questa crisi degli anni ’70 è una turbolenza scatenata da cause esterne alle economie nazionali, i cui effetti sono soltanto amplificati da fattori interni. I fattori esterni sarebbero fenomeni di disordine apparsi sui mercati mondiali : la de regolazione del mercato delle materie prime e la de regolazione del mercato monetario internazionale. Ma se si considera la crisi del petrolio da una parte, l’analisi dei suoi effetti mostra che essa non può spiegarne né l’ampiezza né la durata. Inoltre essa è sopravvenuta dopo un lungo periodo di stagnazione dei prezzi internazionali a beneficio dei paesi industriali. Quanto al disordine monetario, esso è molto più un effetto che una causa nella misura in cui è il prodotto del comportamento dei principali attori sul mercato mondiali (le imprese transnazionali). Scatenato da fattori esogeni, il riflusso dell’espansione sarebbe stato amplificato da imperfezioni interne, soprattutto dalla rigidità verso il basso dei salari a causa delle organizzazioni sindacali e la conseguente disoccupazione. Un altro grande fattore perturbatore sarebbe costituito dall’intervento dello Stato :

·         Per i seguaci dell’economia dell’offerta, consiglieri economici iniziali di Reagan, che si rifanno alla scuola di Buchanan, la pressione fiscale e gli oneri sociali sono eccessivi. Gravando sui redditi di lavoro e di capitale questi prelievi tenderebbero a ridurre l’incentivo a lavorare, risparmiare ed investire, mettendo in questione le motivazioni di una economia che si fonda sull’iniziativa privata e suscitando delle attività parallele. Questa critica risulta rafforzata secondo questi economisti dalla tesi che, essendo la disoccupazione volontaria, l’incremento della spesa pubblica in periodi di sotto-occupazione non avrebbe l’effetto moltiplicatore di rilancio descritto da Keynes e che a posteriori finanzia l’operazione senza ridurre la spesa privata, ma invece eserciterebbe solo un effetto di spiazzamento sostituendosi a spese private.

·         I monetaristi di Milton Friedman postulano che essendo la tendenza naturale di una economia di mercato l’equilibrio, la sola politica monetaria conseguente consisterebbe nell’evitare che la moneta intervenga a perturbarla ed a creare delle instabilità. Essi accusano le politiche Keynesiane di avere creato l’inflazione con le loro manipolazioni monetarie dirette a stimolare l’attività economica.

·         L’economista liberale austriaco Von Hayek criticano Keynes vedendo nelle sue politiche una causa della crisi contemporanea attraverso l’inflazione di credito che sarebbe stata provocata dal forte abbassamento del tasso di interesse di mercato. Queste politiche facilitando il ricorso al credito senza modificazione dei comportamenti di risparmio, sostenendo la domanda, riducendo il costo dell’investimento ed elevando artificialmente il rendimento di quest’ultimo, avrebbero provocato l’inflazione (modo di aggiustamento del risparmio all’eccesso di investimento) e condotto al sovrainvestimento degli anni ’60. Una tale analisi sottolinea correttamente l’insufficienza di politiche troppo globali, ma offre nello stesso tempo un’analisi dell’investimento che ignora i comportamento concreti delle grandi imprese, per le quali il tasso di interesse non è che un elemento tra molti altri nell’elaborazione delle loro strategie di accumulazione.

 


4 settembre 2010

Le multinazionali e l'espansione economica

Il grande periodo di espansione dopo la guerra riguarda tutti i paesi industrializzati occidentali, le cui crescite si intrecciano l’una all’altra e influenzano l’evoluzione dei paesi sottosviluppati. Il vettore di queste interrelazioni è costituito dalle imprese multinazionali, imprese che hanno sedi molteplici in diversi paesi e attraverso di esse cercano di approfittare dei vantaggi che possono trovare in un paese o nell’altro. Il ruolo crescente delle imprese multinazionali (agenti attivi dell’espansione lunga), dà luogo al movimento di internazionalizzazione del capitale. Ma la logica di questo processo comporta una duplice evoluzione della divisione internazionale del lavoro :

·         Da una parte una gerarchizzazione maggiore delle economie dei paesi industrializzati del centro-nord sviluppato, i più avanzati dei quali (Usa, Germania, Giappone) vedono concentrate nel loro seno le attività di carattere strategico (elettronica, informatica, telecomunicazioni)

·         D’altra parte, al di là del processo di decolonizzazione politica, il sottosviluppo dei paesi periferici del sud diventa, con l’indipendenza politica e l’esplosione demografica, un fenomeno massiccio del periodo. Gli scambi nord-sud riguardano essenzialmente prodotti manufatti contro prodotti agricoli e minerari con ragioni di scambio che favoriscono la crescita del nord, realizzando una forma di trasferimento di sovrappiù economico a suo beneficio

L’economia-mondo è dunque fortemente gerarchizzata e strutturata da un complesso insieme di relazioni asimmetriche di diseguaglianza e di dominio/dipendenza il cui gioco assicura la riproduzione se non l’accentuazione dello sviluppo ineguale delle nazioni e che traduce concretamente ciò che alcuni autori chiamano imperialismo.

Le situazioni molto diversificate di sottosviluppo non designano stati di minor sviluppo in sé, cosa che non significa niente (di cosa ? rispetto a che ? per chi ?) salvo dire che si tratta di sviluppo del capitalismo e non necessariamente di promozione umana o riduzione delle disuguaglianze. L’espansione lunga nei paesi del nord non avrebbe potuto svolgersi con il ritmo e la relativa regolarità sperimentate senza che ci fosse l’intervento di potenti processi regolatori, i quali sono questa volta più o meno internazionali e rappresentano il modo di gestione capitalistica nell’era degli oligopoli.

 

 

Il periodo non è stato privo di conflitti sociali ed in certi paesi si è addirittura compiuto con i più violenti conflitti interni del dopoguerra, né è avvenuto senza squilibri : alcune fasi di recessione ed una notevole inflazione strisciante. Ma i processi di regolazione sono stati abbastanza potenti da riuscire in qualche modo ad appiattire la curva dell’espansione, ad inceppare per qualche tempo i meccanismo dei cicli classici, riducendo le crisi a semplici recessioni brevi, elevandone  così il ritmo. Ma ciò non significa che le contraddizioni inerenti al sistema economico siano sparite, come è dimostrato dal capovolgimento della congiuntura lunga all’inizio degli anni ’70.

 


3 settembre 2010

Accumulazione intensiva con consumo di massa

La forte intensificazione del lavoro operaio ottenuta sulla catena di montaggio rappresenta una componente importante dell’incremento della produttività del lavoro (non è solo l’innovazione tecnica) e dunque del sovrappiù economico. E su questa base che si sviluppano la produzione/consumo di massa e la nuova politica salariale alla definizione della quale partecipano largamente le organizzazioni sindacali operaie, istituzionalizzate e diventate parti sociali, mentre il lavoro salariato è interiorizzato come forma normale di organizzazione del lavoro. È l’articolazione di queste condizioni di produzione e di consumo che costituisce il fordismo, iscritto nel quadro di quello che alcuni chiamano regime di accumulazione intensiva con consumo di massa.

 

 

Su questa duplice base si troveranno sviluppate soprattutto le nuove forze produttive, molte delle quali scaturite dalle forze distruttive messe a punto dalla guerra e i sistemi di macchine che costituiranno la base tecnica delle industrie motrici del periodo : macchine utensili, autmobili, petrolchimica, chimica di sintesi e delle materia plastiche, aereonautica, elettronica ed apparecchi elettrodomestici. L’orientamento di queste attività ed il preciso contenuto dato alle merci le sottomettono rigorosamente all’imperativo della valorizzazione del capitale, quindi ai vincoli della produzione e al rapido rimpiazzo di merci poco durevoli. Ciò produce non la crescita in generale, ma un certo tipo di crescita e certi conseguenti modi di vita. Questi risultano plasmati nello stesso tempo dai sistemi tecnici in quanto legati alla divisione del lavoro (universo della produttività), dai sistemi di oggetti inclusi nei modelli di consumo (universo del consumismo) e dal tipo di sistemazione degli spazi urbani e rurali che struttura l’universo della socialità.

 


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