.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







6 aprile 2010

Bruno Perini : «Ma la speculazione è tornata come prima»

«Wall Street: la stangata». Il libro edito da Baldini Castoldi Dalai sulla crisi economico-finanziaria che si è abbattura nel 2009 sul pianeta Terra con conseguenze ancor oggi incalcolabili, è alla seconda edizione. Ma se i due autori potessero rimetterci le mani probabilmente ci aggiungerebbero altri due capitoli: il ritorno della speculazione e lo spettro della stagnazione. Il saggio è frutto di una lunga intervista fatta dal direttore di Radiocor, Fabio Tamburini, al guru della consulenza aziendale Gianfilippo Cuneo. Dalla conversazione emerge un quadro inquietante sul ruolo che hanno avuto le banche d'affari con la diffusione dei titoli tossici. Ma neppure Tamburini e Cuneo immaginavano gli effetti devastanti che la crisi finanziaria e la speculazione avrebbero avuto sull'economia reale in termini di occupazione e assenza di investimenti.
«Sì, a volte ritornano», dice Tamburini a proposito della speculazione. «Passata la grande paura del grande crollo, la certezza ormai acquisita è che la grande speculazione finanziaria internazionale sia tornata. E' un bene? E' un male? Di sicuro il ritorno è nei fatti dei comportamenti delle principali banche d'affari anglosassoni. Esattamente come negli anni d'oro dei mercati che hanno preceduto la stangata del luglio 2007». Su quali terreni si stanno muovendo? «C'è chi preferisce le operazioni speculative sulle materie prime, a partire dal petrolio. E chi ha ricominciato ad occuparsi soprattutto dei derivati. Ma anche sul fronte delle valute non si scherza». «L'impressione, piuttosto generalizzata, è che la finanza sia ridiventata padrona pressoché incontrastata del campo, nonostante debba scontare le battute di rimprovero e di critica a cui con una certa frequenza ricorre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Di sicuro colossi come Goldman Sachs e Jp Morgan, ma anche Morgan Stanley, risultano in prima fila e non perdono un colpo, tornando a realizzare utili clamorosi».
Dunque pare che la lezione non sia servita a nulla. In compenso gl effetti deleteri della bolla speculativa e del comportamento delle banche d'affari ha lasciato segni pesantissimi sull'economia reale. Dice Gianfilippo Cuneo: «Guardando il mercato dobbiamo constatare che siamo in presenza di una sovracapacità produttiva, di una assenza di investimenti, di ordini ridotti al lumicino. Le dirò di più: se si analizzano attentamente gli indicatori macroeconomici emerge un dato allarmante: l'ipotesi è che si stia andando verso un periodo di stagnazione prolungata. Anzi non è escluso che nei prossimi anni si debba convivere con la stagnazione».


Intanto i trader e le banche d'affari statunitensi tornano a fare utili. «E' vero, ma si tratta di una minoranza. Gli indicatori reali invece sono drammatici perché sono tutti in caduta e non ci sono segnali di ripresa vera. C'è una caduta del consumo dei beni durevoli. La gente tende a rimandare gli acquisti in attesa di tempi migliori». E le previsioni cosa dicono? «Nessuno osa pronunciarsi nel medio periodo perché abbiamo avuto in passato casi come il Giappone dove la recessione è durata dieci anni. E' un'ipotesi che non possiamo escludere». Nel libro-intervista, Tamburini le chiede perché il banco è saltato. «Era sparita la percezione del rischio, la capacità di misurarlo. Tutto ha funzionato fino a quando i valori hanno continuato a salire. E' come se fosse stato lanciato un razzo, che è salito fino a quando aveva carburante; poi a un certo punto è finito e il razzo è precipitato. I giochi sono terminati quando non c'erano più margini di crescita lasciando l'ultimo della serie con il fiammifero in mano acceso e ormai consumato». Che cpitolo aggiungerebbe al libro? «Se dovessi aggiungere un capitolo lo scriverei sulla stagnazione che ci accompagnerà nei prossimi anni. E' possibile che diventi un fenomeno di medio periodo come è avvenuto in altri paese». E' il capitalismo bellezza, aggiungiamo noi.


18 luglio 2008

La nuova strategia del petrolio

 

La conferma «ufficiale» ieri sulla prima pagina del Financial Times: la Total abbandona l'Iran. Il giorno prima il quotidiano londinese aveva rivelato la disponibilità della stessa Total e dell'Eni a fornire ai paesi mediorientali produttori di petrolio impianti nucleari. Che c'è di vero dietro questi scoop? Tutto, anche perché i diretti interessati non smentiscono. Il quadrante mediorientale è in ebollizione: il paese canaglia preso di mira dagli Stati uniti è ora l'Iran, mentre, seppure molto lentamente, la situazione in Iraq è in via di normalizzazione. Neppure a dirlo a suscitare gli appetiti è il petrolio. Soprattutto quello dell'Iraq: di buona qualità e facilmente estraibile. Certo, necessitano forti investimenti per arrivare a un raddoppio (5 milioni di barili al giorno) della produzione. Ma i soldi non sono un problema, visto quello che è stato già speso per l'invasione.
Per capire il perché dell'addio della Total all'Iran, bisogna partire dall'Iraq. A Baghdad da mesi stanno cercando di mettere a punto una legge sulla privatizzazione del petrolio. Fino a un anno fa, sicuramente, non ci sarebbe stata la fila per ottenere concessioni, ma ora - dicono i servizi di tutto il mondo - la situazione sembra molto più tranquilla, tale da consentire una ripresa - con rischi bassi - degli investimenti. In attesa della legge, Baghdad ha deciso di aprire una «prequalifica» per indentificare le società, alle quali in seguito saranno concessi i diritti di sfruttamento, che da subito possono cominciare a operare.
A farsi sotto è stata l'elite mondiale del petrolio, con in testa la Exxon, ma anche società russe e giapponesi. E, naturalmente, la Total e l'Eni che da circa un anno ha aperto un ufficio di rappresentanza nella capitale. Di più. Anche nel periodo di Saddam l'Eni aveva delle buone relazioni con l'Iraq: non estraeva petrolio direttamente, ma formava (anche in Italia) tecnici addetti all'estrazione. Ma che c'entra la Total che se ne va dall'Iran? Semplice: l'Iran è sotto tiro, non è escluso che possa diventare un nuovo Iraq e che al paese vengano applicate pesanti sanzioni. E quindi i francesi, per farsi belli con gli Usa, hanno deciso di abbandonare il paese, sperando di ottenere in cambio ricche concessioni in Iraq. Oltretutto si fanno belli con poco: gli scorsi anni c'era stato un contenzioso sui prezzi con le autorità iraniane che si sta trascinando anche oggi. Senza contare che la produzione della Total in Iran è abbastanza limitata e i francesi sembra abbiano già ammortizzato gli investimenti effettuati. Insomma, andandosene dall'Iran non perderebbero molto. Per l'Iran non sarebbe un gran danno, visto che un gruppo russo (Lukoil) è pronto a prendere il posto della Total sviluppando nuovi campi petroliferi.
In Iran è impegnata anche l'Eni, presente nel paese dal 1957. Nel 2007 (le cifre sono riportate dall'ultimo Fact book aziendale) la produzione in quota Eni è stata di 26 mila boe al giorno. L'attività è concentrata nell'offshore del Golfo Persico e nell'onshore prospiciente per una superficie complessiva di 1.456 chilometri quadrati. La produzione è fornita principalmente dai due giacimenti offshore (i South Pars 4 e 5) e a Darquain, un giacimento che ha cominciato a produrre nel luglio del 2005 e dal quale si attende una forte crescita del petrolio estratto, attualmente circa 60 mila barili al giorno che diventeranno 160 mila prossimamente. Complessivamente arriva da qui l'88% della produzione Eni che partecipa anche allo sfruttamento di petrolio Dorood.
Nel 2007 l'Italia è stato il primo partner commerciale della Ue nell'interscambio con Tehran: 3,9 miliardi di importazioni (per l'80% petrolio e gas) e 1,8 miliardi di euro le esportazioni. I programmi di esportazione verso l'Iran sono coperti dalla Sace e ammontano a 4,5 miliardi. In Iran l'Eni non ha mai avuto problemi e molti dipendenti del gruppo italiano fanno la fila per poter andare a lavorare nel paese. Per l'Eni in Iran le prospettive sono molto buone: non caso è nella short list di società alla quali verrebbe affidato lo sviluppo di nuovi campi petroliferi. Quelli conosciuti come South Part 19-21. Insomma, motivi per andarsene dall'Iran, l'Eni non ne ha nessuno.
Il 13 novembre dello scorso anno, Paolo Scaroni, l'amministratore delegato del gruppo petrolifero italiano, ha dichiarato «ci auguriamo che la situazione in Iran migliori: siamo molto ben posizionati per crescere in quel paese». E il 2 luglio ha precisato che l'Eni non andrà via dall'Iran se non «per una causa di forza maggiore, cioè se ce lo chiedesse il governo italiani o ci fosse una decisione in questo senso della Nazioni unite». Scaroni ha anche spiegato che l'Eni ha investito molto in Iran «e se uscissimo oggi perderemo tra i 2 e il miliardi di dollari». Insomma, situazione diversa da quella della Total.
Ma che faranno il governo italiano e le nazioni unite? Le prime dichiarazioni di Frattini non sono favorevoli. Certo, ha parlato di necessità di dialogo, ma ha anche criticata l'eccessiva tolleranza del governo Prodi con Tehran e ha promesso un allineamento servile alla posizione statunitense che potrebbe decidere unilateralmente sanzioni all'Iran, mentre è improbabile che il Consiglio di sicurezza dell'Onu raggiunga l'unanimità.
In questo quadro si inserisce marginalmente la proposta di fornire centrali nucleari a paesi dell'Africa e del Medio Oriente. Proposta apparentemente bizzarra, visto che la produzione di energia nucleare viene negata all'Iran. Tuttavia coerente: la formula usata, infatti, è quella di «chiavi in mano», compresa la fornitura delle barre di uranio. All'Eni fanno notare che molti paesi hanno problemi energetici e di raffinazione che richiederebbero spese enormi per centrali e raffinerie. La casa «più semplice» è aggirare questi problemi con l'energia nucleare in cambio di una fornitura di petrolio sicura. Da sottolineare che l'Eni ha già costruito due enormi centrali elettriche in Congo e in Nigeria. La differenza è che non sono nucleari, ma a gas.

(Roberto Tesi)


13 luglio 2008

Petrolio. Di chi la colpa ?

 

Con il prezzo del barile al massimo storico di 145 dollari, la chiusura ieri del diciannovesimo congresso internazionale sul petrolio - iniziato a Madrid lunedì scorso - non poteva essere più confusa.
Animata dai grandi del settore, compagnie petrolifere, paesi esportatori e specialisti del complicato mercato del greggio si sono trovati tutti d'accordo nell'indicare la speculazione come responsabile dell'aumento del prezzo del greggio, arrivando a denunciare gli Stati uniti per la chiusura agli investimenti internazionali.
Parte del problema è stata poi individuata nella crescita della domanda dei paesi emergenti, anche se la maggior parte dei partecipanti ha ammesso di non avere idea del perché il prezzo del greggio sia salito tanto nell'ultimo anno, e tutti hanno parlato di un mercato fuori controllo.
Nel frattempo i gruppi di movimentisti e no-global tenevano un summit parallelo con lo slogan "basta sangue per il petrolio!".
Con un occhio alle quotazioni internazionali e l'altro nella sede dell' ente fieristico di Madrid, dove si è svolto l'evento, circa tremila delegati - fra cui trenta ministri di paesi produttori e consumatori, istituzioni internazionali e compagnie petrolifere - hanno dibattuto animatamente per una settimana senza arrivare a mettersi d'accordo sul motivo del rincaro smisurato del prezzo del petrolio. Come unico punto in comune, tutti hanno convenuto che la responsabilità è degli altri.
La freccia più avvelenata è stata scoccata senza dubbio dal segretario generale dell' Opec, il libico Abdalla Salem El Badri, che ha dichiarato: «molti si stanno arricchendo con il mito della mancanza del petrolio, ma - ha aggiunto - non c'è nessun problema nell'offerta. El Badri ha invece puntato il dito contro la debolezza del dollaro, le tensioni geopolitiche e soprattutto contro la speculazione che ha operato sul mercato dopo la crisi dei «mutui spazzatura» negli Stati uniti, spostando gli investimenti finanziari nella ricerca di facili guadagni sulle materie prime.
El Badri ha anche toccato un tema tabù per il congresso, segnalando che ci sarebbe più offerta e un abbassamento dei prezzi se gli Stati uniti smettessero di porre limitazioni all'ingresso di capitali e di investimenti stranieri nel proprio territorio. «Nell'85% delle estrazioni marine statunitensi non si può entrare. Nemmeno nel nord dell' Alaska», ha concluso.
Mentre la risposta degli americani e degli europei non si è fatta attendere, segnalando che è l'Opec che deve aumentare la produzione per frenare la scalata, una sensazione anche più preoccupante si è fatta largo durante il congresso: il mercato è fuori controllo e nessuno ha la chiave di spiegazione del suo comportamento. Anche se sull'origine della questione ci sono indizi precisi.
Molti dei presenti a Madrid ricordano con nostalgia gli anni in cui il mercato del greggio era un club riservato a poche persone col potere di influire sul prezzo. Tutto è cambiato nel 2000 nel momento in cui il governo nordamericano, su richiesta della potente Enron, ha modificatole regole del gioco e del mercato con la cosidetta Commodity Futures Modernization Act.
Grazie a questa riforma l'organismo preposto al controllo del mercato, il Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ha smesso di tenere sotto controllo gran parte degli affari petroliferi permettendo che i contratti tra privati, noti come Otc (Over the counter) rimanessero fuori dalla sua stretta supervisione. Sono questi contratti particolari il brodo di coltura della speculazione sul petrolio, giacchè si possono fare affari fuori dal mercato e senza dover rendere conto a nessun organismo supervisore.
Prima della riforma, per ogni barile reale di petrolio che si negoziava sul mercato, si calcolavano tra i 6 e i 10 documenti registrati nell'etereo mercato dei futures. Oggi nessuno ha idea di quanti siano perchè non c'è nessun registro per queste operazioni.
Come se non bastasse, nel gennaio 2006 l'amministrazione Bush ha dato un' ulteriore spinta alla speculazione permettendo al principale attore del mercato, l'Ice (Intercontinental Exchange), di operare con i futures sulla piazza di Londra.
In questo modo gli speculatori che si lamentavano degli eccessivi controlli nel Nymex di New York possono negoziare petrolio statunitense nella Ice Future di Londra, dove la normativa è molto più permissiva. In due anni le transazioni di futures sono passate da 1,7 a 9 miliardi di dollari.
Altro fattore importante nel pasticcio petrolifero protagonista nelle discussioni di Madrid sono i fondi di investimento che guadagnano speculando sul mercato energetico.
Secondo la Energy hedge fund center, a fine 2004 c'erano centottanta investitori istituzionali in gioco, mentre oggi sono diventati seicentotrenta. Questo ha fatto saltare la proporzione fra transazioni speculative e reali. La stessa Cftc ha segnalato che, all'inizio del 2000, il 37% del petrolio che si negoziava nel Nymex erano transizioni speculative mentre oggi la cifra è salita al 71%.
Mentre i governi e le associazioni dei consumatori ogni volta si mostrano sempre più furiosi e impotenti nel momento di frenare la sbandata, i principali responsabili hanno abbandonato ieri il congresso senza dimostrare di potere o voler terminare questo gioco perverso
.

(Oscar Guisoni)


4 luglio 2008

Sul petrolio la speculazione c'è

 I 200 mila barili di petrolio di più al giorno che l'Arabia Saudita ha promesso di immettere - a partire da luglio - non sembrano calmare i mercati che - complice la speculazione - reagiscono con nervosismo a ogni notizia più o meno negativa. Ieri, sull'onda della notizia di un nuovo attacco a un oleodotto da parte della resistenza nigeriana, le quotazioni del greggio sono balzate sopra i 137 dollari al barile, per poi ripiegare a 135 dopo poche ore. Il problema è che - scarsità del petrolio a parte - è la speculazione a farla da padrona. Ieri il Wall Street Journal ha pubblicato una indagine illuminante: la speculazione sul petrolio è cresciuta così tanto che rappresenta il 71% degli scambi totali del Wti sul Nymex, contro il 37% del 2000. L'inchiesta è stata realizzata da una commissione parlamentare americana e riportata dal Wall Street Journal. Questo significa che soltanto il 29% degli scambi vengono realizzati con finalità di copertura tecnica per l'utilizzo del greggio. L'inchiesta parlamentare è soltanto l'ultimo segnale da parte di Washington per cercare di limitare il ruolo di hedge funds, investimenti e speculazioni sul greggio. Un solo dato: ogni giorno vengono trattiti sul mercato dei future 1 miliardi di barili, mentre la produzione effettiva oscilla attorno agli 87 milioni.
Intanto è stato annunciato che oggi a Bruxelles ci sarà una riunione Tra l'Opec e la Ue. L'incontro si inserisce nell'ambito del dialogo tra le parti. L'Ue, che importa il 50% dei propri fabbisogni energetici (70% nel 2030), stima che l'Opec sarà la sua principale fonte d'approvvigionamento nei prossimi 30 anni. La Casa Bianca, invece, plaude alla decisione dell'Arabia Saudita di aumentare la produzione. «Gli aumenti di produzione da parte di tutti i produttori, compresa l'Arabia Saudita, sono benvenuti » ha detto il portavoce Tony Fratto. Ma difficilmente altri paesi Opec aumenteranno la loro produzione, visto che ritengono gli attuali livelli più che sufficienti.


3 luglio 2008

La politica dei redditi a perdere

 

Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.
Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.

(Sara Farolfi)

Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell'Ue, dice la Banca d'Italia. Secondo l'istituto di statistica europeo (Eurostat), le retribuzioni mensili nette italiane (dati al 2001-2002) risultano inferiori di circa il 10% a quelle tedesche, del 20% a quelle britanniche e del 25% a quelle francesi. Secondo i dati riportati dal Rapporto sui diritti globali 2008 (edito da Ediesse) le retribuzioni nette si sono attestate, nel 2005, a 30.774 nel Regno unito, 23.942 euro in Germania, 21.470 in Francia, 16.538 euro in Italia e 16.493 euro in Spagna. E il sorpasso spagnolo è nel frattempo accaduto: nel primo trimestre di quest'anno i salari sono cresciuti del 5,3%, con un'inflazione media nel periodo al 4,4% (da noi è al 3,6% a maggio).

La Bundesbank, la banca centrale tedesca che i conti tradizionalmente li fa molto più seriamente del ministro Tremonti, ieri ha sentenziato che nel 2008 i prezzi al consumo aumenteranno del 3,0%. Sarà questo aumento a regolare tutti i contratti che saranno rinnovati quest'anno in Germania. Sempre ieri abbiamo saputo dal Dpef che per il 2008 in Italia l'inflazione aumenterà in media del 3,4%, ma l'inflazione programmata, che regola i contratti - in Italia - deve rimanere inchiodata all'1,7%, la metà esatta dell'inflazione reale. Perché? «La natura di inflazione importata e i continui richiami della Bce a non generare 'second-round effects' alimentando la dinamica salariale suggeriscono di mantenere invariato il tasso programmato per il 2008, adottando misure redistributive per alleviare l'impatto negativo sui redditi più bassi», spiega il Documento di Programmazione.
«Fate lo 00496913...è il numero della Bce, che vi spiegherà cosa bisogna scrivere nel Dpef a proposito dell'inflazione» ha aggiunto due giorni fa Giulio Tremonti, chiamando in causa la Banca centrale europea, per spiegare le ragioni «tecniche» del tasso d'inflazione programmata all'1,7%. Certo, la Bce anche nell'ultimo «Bollettino» ha paventato i rischi di una spirale prezzi salari, ma non ha dato nessuna indicazione sul tasso programmato di inflazione. Ma Tremonti non demorde: a modo suo ha fornito anche una giustificazione «politica» di quell'1,7%, spiegando che «non stiamo parlando di inflazione, perché quello che sta succedendo si può chiamare in tutti i modi ma non inflazione: è un fenomeno straordinario che non ha nulla a che vedere con la dinamica domanda-offerta, si tratta di speculazione». E ha citato l'esempio del petrolio: «di colpo - ha detto - la speculazione si è mossa passando dalle perdite sul mercato finanziario a tentati guadagni sul mercato delle materie prime».
Poi, con una frase ad effetto ha concluso: «la speculazione è la peste sociale di questo secolo». Ma, dice lui, sinistra e sindacati di speculazione non parlano. Tremonti, invece, ne straparla, ma non fa nulla per cercare di convincere i grandi della terra a bloccarla. Magari con una tassa sui future che ogni giorno vedono scambi per un miliardo di barili di petrolio. Insomma, ne parla, ma poi sceglie la via più semplice: da uomo di «classe» vuol far pagare l'inflazione a chi non può esportare capitali all'estero perché campa del proprio lavoro.

(Galapagos)


3 luglio 2008

Il caro petrolio discusso a Gedda

 

La convergenza della crisi alimentare e del vertiginoso aumento del prezzo del greggio minaccia di destabilizzare alcune zone del mondo, trasformandosi in una questione di sicurezza nazionale. È con questa consapevolezza che oggi a Jedda, in Arabia saudita, si riuniranno per la prima volta per discutere delle cause dell'aumento del prezzo del barile e delle possibili soluzioni, 40 ministri dei paesi produttori e di quelli consumatori di petrolio, i rappresentanti di organizzazioni internazionali come l'Opec, l'Aie e il Forum europeo sull'energia internazionale, e i vertici delle principali compagnie petrolifere, a partire da Shell e Chevron.
Paesi come Cina, India, Pakistan, Malesia, Indonesia, Vietnam e Marocco non riescono a sostenere il continuo aumento del prezzo del petrolio, soprattutto in un momento in cui anche il costo degli alimenti di base come soia, mais e carne sono alle stelle. Che sia a rischio la stabilità sociale nei paesi economicamente fragili, che hanno finora fatto largo uso di sovvenzioni pubbliche sui carburanti ma ora devono tagliarle, lo si è visto dall'ondata di scioperi e proteste che negli ultimi mesi hanno attraversato più di trenta paesi in tutto il globo.
Le proteste per l'aumento del costo dei prodotti alimentari, che all'inizio di quest'anno è costato il posto al primo ministro haitiano, dimostrano che «l'insicurezza alimentare costituisce una minaccia alla pace e alla stabilità», come sottolinea il direttore esecutivo del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite. Ne è convinto anche il primo ministro di Singapore, secondo cui «le conseguenze dell'emergenza alimentare - tra cui l'aumento dei profughi per fame - rischia di sfociare in tensioni e conflitti tra diversi paesi» e lo stesso vale per il prezzo vertiginoso del greggio, che recentemente ha raggiunto i 140 dollari al barile , come dirà nel suo discorso il ministro dell'economia austriaco, Martin Bartenstein.
Alla viglia del summit di Jedda, l'Arabia saudita ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio del 2% a partire dal primo luglio, vale a dire estrarrà 200mila barili in più al giorno passando a 9.7 milioni barili quotidiani. Si tratta del più alto livello di estrazione in oltre 25 anni. Un' ulteriore fornitura di 500mila barili arriverà dalla compagnia statale Aramco. È possibile che entro la fine dell'anno Riad arrivi a produrre fino a 12.5 milioni di barili al giorno, secondo un programma che deve però ancora essere messo a punto.
L'Opec ha fatto sapere che anche altri paesi membri potrebbero decidere di seguire l'esempio del regno saudita. L'Iran però esclude di aumentare la produzione, prospettando uno scontro. E probabile in ogni caso che queste misure serviranno forse a contenere il prezzo del greggio entro i 140 dollari a barile, ma non allentare l'inflazione nei paesi in via di sviluppo.
Guarda di più al futuro il primo ministro inglese Gordon Brown, che non chiederà ai paesi dell'Opec di aumentare l'estrazione ma proporrà strumenti a lungo termine per affronatre la crisi. «Vado in Arabia saudita - ha spiegato Brown prima di partire - per vedere se possiamo ottenere un nuovo accordo tra paesi produttori e consumatori, che vedrebbe i produttori investire i ricavi ottenuti dall'aumento dei prezzi in progetti di energia rinnovabile in Occidente, e i consumatori come noi, con buone compagnie che dispongono di una buona tecnologia e di talenti, investire nei paesi produttori di petrolio in progetti di trivellazione e raffinazione». Per il premier francese Francois Fillon tra produttori e consumatori «serve un dialogo più efficace per evitare scosse violente alla variazione dei prezzi».
Al summit si parlerà anche del ruolo giocato dalle speculazioni nell'emergenza del caro-petrolio. Nella bozza di documento finale che domani verrà discussa, si parla infatti di «necessità di migliorare la trasparenza e la regolamentazione dei mercati finanziari». Un riferimento che gli Stati uniti non sembrano gradire: secondo il segretario all'energia americano Samuel Bodman, infatti, a pompare il costo del barile «è la scarsità di greggio e non gli speculatori finanziari». Bodman ha anche attaccato i sussidi che molti governi continuano a mantenere e che «contribuiscono a distorcere il mercato».
 
(Junko Terao)


27 maggio 2005

legge loggie e loggioni

LEGGE URBANISTICA
L'ultimo regalo alla speculazione immobiliare
PAOLO BERDINI
La proposta di legge sul governo del territorio voluta da Forza Italia aveva subito un colpo decisivo dalla recente sconfitta dell'attuale maggioranza alle elezioni regionali. Nella legge si diceva tra l'altro che anche i privati possono - al pari di un'amministrazione comunale - svolgere attività di pianificazione e si cancellava il diritto di tutti i cittadini ad avere aree per il verde e servizi pubblici. Della famigerata legge Lupi, il delirio di uno speculatore, come la definì Vezio De Lucia, sembrava davvero che non si dovesse parlare più. Ma con una determinazione degna della miglior causa, all'interno del disegno di legge sulla competitività che inizia questa settimana il proprio iter in Parlamento, è stato inserito un articolo che riguarda la città e l'urbanistica in cui sono contenute le parti peggiori del precedente provvedimento di riforma urbanistica. L'articolo si chiama minacciosamente Legge obiettivo per la città, ma potrebbe ribattezzarsi più opportunamente «le mani sulla città». Vi è scritto (comma 3) che il Ministero delle infrastrutture elabora le linee guida degli interventi sulle città, in aperta contraddizione con la riforma della Costituzione che assegna i poteri di pianificazione ai comuni. Il motivo di questa inammissibile espropriazione di prerogative istituzionali è presto svelato: al comma cinque si prevede l'incremento premiale dei diritti edificatori per i progetti individuati. E' una prassi collaudata da tempo che permette alla proprietà immobiliare di imporre i propri voleri alle amministrazioni pubbliche aumentando a piacimento le cubature da realizzare. L'incremento premiale significa nuovi affari per la rendita e altro cemento per le nostre città.

La grave crisi del sistema produttivo del nostro paese è questione molto complessa, ma non riguarda il comparto edilizio che - come noto - vive momenti d'oro da più di un decennio. Talmente dorati che in questi giorni alcuni economisti liberali hanno iniziato a porre l'esigenza del controllo fiscale sulle rendite immobiliari e finanziarie. E' infatti evidente che se si continuano a favorire guadagni incomparabilmente più alti di qualsiasi altro investimento produttivo, non solo un numero crescente di operatori economici sarà tentato dal colpo della fortuna immobiliare, ma anche il sistema del credito preferirà finanziare comode speculazioni piuttosto che attività a rischio d'impresa.

Per comprendere gli effetti delle dottrine liberiste applicate al territorio, basta ragionare sul fatto che un terreno agricolo ha un valore di mercato che può variare da 10 a 25 euro al metro quadrato. Una volta diventato edificabile attraverso gli innumerevoli strumenti di deroga elaborati dal Ministero delle infrastrutture, quello stesso terreno raggiunge valori pari a 100-300 euro. Quale altra impresa produttiva permette incrementi del 1.000 %? La sostituzione della pianificazione con l'urbanistica contrattata, la deroga e «gli incrementi premiali di cubatura», ha portato ovunque al trionfo della rendita e a conseguenti astronomici guadagni. Non è un caso che alcuni immobiliaristi, dal più noto Caltagirone ad altri meno famosi personaggi, competano ad esempio per il possesso della Banca Nazionale del Lavoro e tentino acquisti di azioni del Corriere della Sera.

Ma ancora più amaro è il frutto dell'urbanistica liberista per l'intera popolazione. Qualche giorno fa su queste colonne Roberta Carlini ha svelato che in un quartiere di Roma si è arrivati a valutazioni di mercato di 12.000 euro a metro quadrato! La rendita immobiliare gode dunque di splendida salute, mentre una parte crescente di cittadini non può permettersi acquisti immobiliari o affitti nelle grandi città che perdono conseguentemente decine di migliaia di abitanti ogni anno. Inserire all'interno del provvedimento per la competitività un ulteriore regalo alla speculazione fondiaria è dunque una scelta scellerata poiché privilegia la parte più arretrata e improduttiva del sistema economico.

E' ormai matura l'esigenza che si lavori alla costruzione di un provvedimento che impedisca il formarsi di rendite parassitarie alla radice e riporti il futuro urbano all'interno di regole certe e trasparenti. Compete al centro sinistra inserire come priorità del programma di governo il ripristino degli strumenti di controllo pubblico sulla città: non sono poche infatti le città amministrate dal centrosinistra che hanno utilizzato sistematicamente gli istituti di deroga contemplati dall'urbanistica contrattata. La cancellazione dell'articolo 9 del disegno di legge sulla competitività rappresenta dunque solo il primo indispensabile atto per chiudere la stagione dell'urbanistica liberista.



sfoglia     marzo        maggio
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom