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29 settembre 2010

Rosier : la crisi non è qualcosa di puramente economico

Le fluttuazioni economiche fanno parte integrante della dinamica del capitalismo : crescita e crisi sono le due facce di uno stesso processo. Esse si manifestano in crisi che appartengono a due tipi fondamentali : quelle del ciclo classico e quelle dei ritmi lunghi, frutto le une come le altre delle contraddizioni del sistema economico. Le crisi classiche sono generalmente precedute ed in qualche modo annunciate da una fase di super speculazione e di crisi finanziaria che è il segno di una vera autonomizzazione della sfera monetaria e finanziaria in rapporto alla sfera reale.

La periodicità delle crisi classiche lungo tutto l’800 e il ‘900 sino al 1929 suggerisce l’idea di un carattere ineluttabile di queste crisi in quanto risultati di contraddizioni, allora insormontabili, del capitalismo concorrenziale. Queste crisi svolgono un ruolo essenziale di regolazione di secondo grado. quanto all’appiattimento delle fluttuazioni ed alla crescita senza crisi del secondo dopoguerra, sono fenomeni che indicano al contrario che un insieme coordinato di elementi coordinatori può essere abbastanza potente da ammortizzare le crisi classiche, quindi esercitare un controllo su di esse (senza tuttavia che la neutralizzazione di fattori di crisi possa essere interpretata come un loro sradicamento).

Per quanto concerne lo sbocco della crisi classica, se sembra che la depressione tenda a produrre le condizioni di un ritorno allo sviluppo, nulla autorizza a pensare che questo sia automatico. Può verificarsi una deriva, tale da condurre fuori del sistema (si pensi alla crisi del 1873-1877 negli Usa con una situazione di tipo rivoluzionario, oppure alla grande crisi del 1929). L’approccio in termini di ritmi lunghi invece sembra rendere appropriatamente conto dell’alternanza osservata di periodi di espansione relativamente regolari e al contrario di depressioni più lunghe (grandi crisi). Tale approccio ci permette anche di pensare che un elemento generale di questi ritmi sia che la depressione lunga abbia la funzione implicita di costruire gli elementi di un nuovo ordine produttivo. Tale punto ci offre una chiave per comprendere il tempo presente. Esso indica la depressione lunga come tempo di mutazione indispensabile alla riproduzione del capitalismo nel lunghissimo periodo. Per durare, per mantenere ciò che è più fondamentale il rapporto di lavoro salariato deve necessariamente cambiare.

Le analisi sin qui condotte mostrano l’invarianza attraverso il cambiamento e cioè la complessità dei fenomeni in discussione. Si tratta non di fenomeni strettamente economici, isolabili dal campo sociale e modellizzabili, ma di processi sociali che mettono in evidenza una pluralità di cause ed esprimono i conflitti che attraversano questo campo. La fase B del ritmo lungo, laboratorio sociale, periodo di distruzione creatrice, è il luogo di elezione per osservare la dialettica dell’innovazione fondamentale del conflitto.

 

 

Non si può concepire uno scenario di uscita dalla crisi all’interno del capitalismo senza riferirsi alle funzioni delle depressione lunga, ed alle poste in gioco della crisi. Tenuto conto dello stato di sviluppo del processo di transnazionalizzazione, sembra difficile concepire (salvo temporaneamente per le nazioni più potenti che praticano forme accentuate di protezionismo) delle strategie di uscita dalla crisi attuale che non superino il quadro nazionale. Ne sono testimonianza il fallimento dei diversi tentativi di rilancio isolato e il costo sociale in termini di disoccupazione delle politiche di austerità competitiva messe in atto dagli stati sotto il vincolo della concorrenza internazionale per appoggiare le loro grandi imprese in questa competizione, contenere il consumo e massimizzare il surplus esportabile. Ciò tende a spingere in prospettiva verso una strategia di rilancio concertato sotto l’impulso dell’economia dominante, una specie di New Deal su scala mondiale. Alla base vi sarebbe un compromesso tra le grandi nazioni occidentali industrializzate per l’elaborazione di nuove regole d’uso delle forze di lavoro (orario, condizioni, protezione sociale), ma anche per una qualche organizzazione della concorrenza sul mercato mondiale e per un rimodellamento del sistema monetario e finanziario internazionale. Ma questo tipo di compromesso deve essere completato da una serie di accordi tra paesi industrializzati del nord e paesi in crisi del sud. Questo tipo di strategia potrebbe essere coscientemente elaborata attraverso la concertazione dei più potenti tra i paesi leader. Se questo non avviene è a causa della politica dell’ognun per sé, facendo correre in questo modo un grosso rischio alla comunità internazionale.

 

 


24 settembre 2010

Rosier : le grandi crisi come mutazioni delle forme dell'ordine produttivo

Le forme che caratterizzano un ordine produttivo sono operanti nella misura in cui permettono lo svolgimento di un periodo lungo di accumulazione, ma lo studio della fase contemporanea mostra che il successo stesso di queste forme che tende a metterle progressivamente in discussione, suscitando l’apparizione di nuove contraddizioni. Sono queste ultime, quando una di esse raggiunge il parossismo, rendendo aleatorio il prelievo del surplus, a provocare l’inversione lunga della congiuntura.

 

 

Su questa base si possono interpretare le depressioni lunghe, o grandi crisi, come crisi di mutazione delle forme che, specificando un ordine produttivo, hanno consentito la fase di espansione. Affinchè il sistema possa perdurare, queste forme devono cambiare. La depressione lunga diventa di conseguenza fase di genesi di forme nuove. E si vede che ogni fase del movimento (espansione e depressione) produce dialetticamente la successiva. Tali forme nuove devono essere suscettibili di organizzarsi in un nuovo ordine produttivo coerente, capace di superare per una fase le nuove contraddizioni e di conseguenza di instaurare nuovi mezzi atti ad estrarre durevolmente un surplus economico sufficiente. Questa è la funzione svolta di fatto dalle depressioni lunghe, quale si ricava dall’analisi. Non vi è però nessuna necessità che questa ricerca vada a buon fine ed in particolare non ve ne è nessuna strutturale.

L’analisi dei ritmi lunghi rifiuta di conseguenza qualsiasi idea di meccanicismo. Ciò significa in particolare che la fuoriuscita da una depressione lunga non è necessariamente nel sistema. Essa potrebbe anche dare luogo ad un cambiamento di sistema, all’innesco di una transizione fuori dal capitalismo. Il ritmo lungo storicamente osservato diventa alternanza di operatività di certe forme, rimessa in discussione e produzione di forme nuove.

 


22 settembre 2010

Regimi tecnologici e regimi di accumulazione in un contesto di divisione internazionale del lavoro

Il tipo di forze produttive materiali messe in atto come risultato di un insieme di innovazioni sono allora considerate nel loro contenuto concreto. Si può constatare infatti (seguendo sia Kondratiev che Schumpeter, sia Mandel che Freeman) che ogni periodo lungo di espansione governato da un certo regime di accumulazione, si regge su una base tecnica specifica costituita da sistemi tecnici particolari (a loro volta evolutivi) e da alcune industrie motrici caratteristiche che polarizzano e trainano l’attività economica nel corso di un dato periodo a partire da un paradigma tecnico-economico nuovo (di qui la pertinenza del concetto di regime tecnologico elaborato da Freeman. Questi sistemi tecnici sono inseparabili da un modo determinato di divisione del lavoro nella produzione, secondo una combinatoria che si può periodizzare, come ha fatto Mandel, e che si trova a sua volta legata al tipo di bisogni prodotti che dà luogo alla domanda sociale. Il fatto è che un insieme di lavori recenti mostra che il progresso tecnico non è un fenomeno univoco, riconducibile ad una logica indipendente dal contesto storico e quindi trasferibile senza problema da un contesto geo-economico ad un altro. Alcuni lavori hanno messo in evidenza che, al contrario, le innovazioni fondamentali sono una produzione sociale complessa che allo stesso tempo è oggetto, posta in gioco, sbocco dei conflitti economici e delle lotte sociali come dei grandi scontri armati (secondo una sottile dialettica tra innovazione e conflitto) e che ne portano di conseguenza il marchio (marchio sociale delle innovazione). Ne segue che la crescita non è un fenomeno universale da misurare solo in termini quantitativi : ci sono stati storicamente e più ancora potrebbero essercene diversi tipi di crescita, fondati su sistemi tecnici e forme di divisione del lavoro nuovi, poiché al servizio di un progetto sociale diverso (sviluppo endogeno, edificazione di un socialismo democratico) da quello che attualmente finalizza la produzione delle innovazioni.

Storicamente il contenuto concreto della crescita di un periodo (tipo di accumulazione, sistemi tecnici, organizzazione del lavoro, tipo di bisogni) e di conseguenza il regime di accumulazione ed il regime tecnologico si sono prodotti nei periodi di depressione lunga, veri e propri laboratori sociali per superare le contraddizioni ed i conflitti e rispettare gli imperativi della riproduzione economica e sociale. Così oggi sappiamo che la taylorizzazione progressiva del lavoro e l’organizzazione fordista non sono modalità neutre corrispondenti ad una necessità tecnica risultante dalla meccanizzazione. Essa è un modo particolarmente efficace di mettere a lavoro e controllare la manodopera, un modo corrispondente ad un imperativo sociale. Mentre altre forme sarebbero state e restano possibili (ad es. il decentramento delle unità produttive).

 

 

Così i concetti di regimi tecnologici (Freeman) e di regimi di accumulazione (regolazionismo), per definire la base tecnica e il modo di articolazione tra lavoro, salario e consumo sono da completare con la concreta specificazione del tipo di crescita. La conoscenza di quest’ultimo permette di capire meglio le concrete modalità operative di un ordine produttivo ed al tempo stesso la genesi delle contraddizioni nuove che lo mettono a poco a poco in discussione. Così la crisi del lavoro si trova in germe nell’organizzazione fordista del lavoro stesso.

Inoltre il tipo di divisione del lavoro su scala mondiale deve essere considerata come essenziale. Una caratteristica del capitalismo fin dalle origini è il suo carattere cosmopolitico ed il suo espansionismo, e nessuna nazione può essere capita nella sua dinamica al di fuori della sua collocazione nello spazio in cui si dispiega il capitalismo. Questo spazio è organizzato intorno ad una economia dominante (la Gran Bretagna prima e gli Usa a partire dal 1929). Esso è strutturato da un complesso insieme di relazioni di scambio che definiscono molteplici gerarchie. Solo la conoscenza di queste relazioni permette di cogliere il ruolo del mercato mondiale nella diffusione sia dei modi e dei regimi di accumulazione e delle crisi sia dei tipi di crescita e di tecnologia. Per tutto l’800 ed il ‘900 l’economia-mondo occidentale si è estesa e si è modificata nella sua struttura interna. Il mercato mondiale si è allargato, sia per l’ingresso di paesi nuovi nel novero dei grandi paesi capitalistici sviluppati (Usa, Canada, Germania, Giappone) sia per le conquiste coloniali. Sembra che questo comportamento imperialista sia stato più attivo in particolare nel corso dei periodi di depressione lunga, poiché le principali spedizioni coloniali si collocano alla fine del periodo di depressione ed all’inizio della fase di ripresa lunga.

 

 

Così, mentre la considerazione del modo di accumulazione del capitale e del tipo di crescita permette di definire le forme assunte successivamente dal modo di produzione capitalistico nel corso delle grandi tappe del suo sviluppo storico nelle diverse società interessate (a partire da un impulso proveniente dall’economia dominante), l’esame della divisione del lavoro su scala mondiale permette di collocare tali processi evolutivi all’interno di un quadro significativo e cioè l’economia-mondo occidentale di cui parte integrante è la natura del sistema monetario internazionale che svolge un ruolo importante e la cui evoluzione è fortemente legata alle congiunture economiche lunghe. Storicamente e fino alla fine della prima guerra mondiale, il sistema del gold standard presiede ufficialmente agli scambi internazionali (il che significa che in definitiva i saldi tra i paesi sono regolati in oro). In realtà il vero garante, il referente degli scambi è già la moneta dell’economia dominante e cioè la sterlina inglese. Ma il sistema crolla con la prima guerra mondiale e la depressione tra le due guerre. Nasce allora il sistema del gold exchange standard, fondato su due valute chiave, sterlina e dollaro, ed il cui crollo amplificherà la crisi del 1929. Dopo la seconda guerra mondiale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 creano un sistema di parità fisse tra le principali monete definite di fatto in rapporto al dollaro dichiarato liberamente convertibile in oro, al tasso di 35 dollari l’oncia. Il periodo di espansione lunga degli anni ’50 e ’60, vede in collegamento con il riconoscimento degli usa come economia dominante, il dollaro (una moneta stabile) diventare di fatto la moneta internazionale garantita dalla potenza dell’economia americana ben più che dallo stock di oro di Fort Knox. Una parziale rimessa in discussione dell’egemonia americana, a sua volta legata ad un deficit rapidamente crescente della bilancia commerciale americana, alla fine degli anni ’60, apre la crisi del sistema monetario nell’agosto 1971. A questo punto gli Usa abbandonano la convertibilità aurea del dollaro. Ciò annuncia ed accompagna la crisi economica e sbocca su di un era di cambi fluttuanti. Quest’era nuova conduce progressivamente, a partire dagli anni ’80, da una parte ad una vera volatilità dei corsi delle monete (che si manifesta anche in quella dei tassi d’interesse) con in particolare un comportamento apparentemente incomprensibile del dollaro. Dall’altra parte si assiste ad un grave indebitamento di una larga parte del terzo mondo. Ancora una volta la crisi del sistema finanziario giunge ad amplificare la crisi economica.

Ma appena si rifletta che nessun sistema complesso (sistema fisico, biologico o sociale) può perdurare e quindi riprodursi senza l’intervento di procedure più o meno complesse di regolazione, si pone la questione di sapere quale modo di regolazione è in azione per rendere operativo questo o quell’altro ordine produttivo. Questa questione essenziale è stata giustamente avanzata dalla scuola della regolazione, intendendo come regolazione la congiunzione dei meccanismi concorrenti alla riproduzione complessiva del sistema, tenuto conto dello stato delle strutture economiche e delle forme sociali. Questa questione concerne non solo la regolazione economica in senso stretto, ma anche i diversi processi di regolazione sociale, nella misura in cui, in un sistema sociale attraversato da interessi contraddittori, non vi può essere efficacia economica, senza che siano assicurate le condizioni di una sufficiente sottomissione secondo forme diverse delle forze di lavoro all’ordine industriale. Su questo piano, dalle origini del capitalismo, è sempre intervenuto l’effetto combinato delle forme assunte dalle grandi caratteristiche del sistema economico che abbiamo esaminato e l’intervento degli Stati in campo economico e sociale. L’analisi del ruolo dell’intervento pubblico vede i keynesiani sopravalutarne gli effetti, mentre i regolazionisti li sottovalutano. Gli autori liberali lo rifiutano in quanto non possono concepire l’economia se non attraverso il dominio assoluto del mercato. Così facendo essi ignorano la storia, da cui si ricava che il capitalismo non avrebbe potuto vedere la luce senza un’attiva alleanza del mercante ed il principe né ha potuto svilupparsi senza un costante sostegno dello Stato (il ruolo essenziale delle rivoluzioni borghesi ne è una dimostrazione lampante).

 


21 settembre 2010

Rosier : onde lunghe e modo di accumulazione

Si parte dal modo di accumulazione del capitale, nozione che intende rappresentare le forme assunte per un periodo di tempo dai due rapporti sociali che strutturano il capitalismo come modi di produzione, forme che devono necessariamente cambiare perché l’essenziale di questi rapporti non cambi. Si tratta dunque :

·         Della forma concreta assunta dal rapporto tra capitale e lavoro (rapporto di lavoro salariato) : condizione d’impiego, modalità di uso, modalità di sfruttamento delle forze di lavoro (in particolare tipo di visione tecnica del lavoro, livello relativo del salario e modi di formazione ed utilizzazione dello stesso). De Gaudemar ha messo in evidenza dei cicli disciplinari e delle crisi disciplinari concordanti con le onde lunghe (la disciplina indica la forma di organizzazione del lavoro destinata a far si che il potere sia esercitato e rispettato, affinchè l’ordine regni nelle fabbriche). Così si passa da una tecnica di sorveglianza direttamente coercitiva a forme diverse di controllo sociale. Tutto ciò sfocia nell’iscrizione della disciplina in un sistema scientifico : il taylorismo.

 

·         Delle forme economiche stabili che governano il rapporto all’interno del capitalismo, in altre parole i tipi di strutture industriali e finanziarie e le modalità della concorrenza. L’osservazione di queste forme permette di separare nettamente a partire dagli ultimi anni del 1800 l’era del capitalismo concorrenziale da quella del capitalismo monopolistico la cui genesi si confonde con la grande depressione della fine dell’800 e il cui compimento si lega all’elaborazione di un modo di regolazione specifico nella grande crisi degli anni ’30. L’importanza di due pilastri costituiti dalle forme dei due rapporti sociali fondamentali (adattate a congiunture sociali specifiche) viene sottolineata quando si parla delle basi istituzionali dell’accumulazione ed in particolare del sistema della grande impresa che si basa specialmente su di un particolare accordo tra capitale e lavoro.

 


17 settembre 2010

Rivoluzione tecnologica e onde lunghe ; l'analisi neoschumpeteriana della crisi degli anni Settanta

Su quest’ultimo tema elementi particolarmente utili sono apportati dai lavori ispirati all’economista Frieman (in collaborazione con Clark e Perez). Questi autori ritengono che i cicli lunghi corrispondano ad una successione di paradigmi tecnico-economici (Perez) percepiti come elementi essenziali nella teoria delle onde lunghe di Schumpeter. Il cambiamento di paradigma significa una trasformazione radicale del sistema di pensiero che prevaleva in quasi tutte le industrie in materia di ingegneria e di gestione per l’ottenimento di produttività e profitti elevati. Il nuovo paradigma appare e si sviluppa dapprima all’interno del precedente, mostrando progressivamente i suoi decisivi vantaggi nel corso della depressione lunga. Esso è chiamato, allo sbocco di questo periodo a suscitare numerose innovazioni radicali e migliorative, ossia molteplici nuovi sistemi tecnologici e di conseguenza a stabilire un nuovo regime tecnologico dominante. Ma ciò non si verifica che dopo una crisi di aggiustamento strutturale che implica la sostituzione delle assi motrici dell’economia, così come profondi cambiamenti istituzionali e sociali. Per Carlotta Perez la depressione lunga è il sintomo di una rilevante disarmonia tra il sotto-sistema tecnologico ed il quadro socio-istituzionale, mentre l’espansione lunga corrisponderebbe ad una interazione positiva tra le due sfere. Di conseguenza la depressione diventerebbe un processo di distruzione creatrice non solamente nella sfera produttiva, ma anche nelle sfere sociali ed istituzionali. All’interno di ogni nuovo paradigma, precisano Freeman e Perez, si trova un input o un insieme di input particolari che appare come il fattore chiave del paradigma e soddisfa tre grandi condizioni : un costo relativo poco elevato e rapidamente declinante, una disponibilità nel lungo periodo apparentemente illimitata, una suscettibilità ad essere impiegato in numerosi processi produttivi. Così il ruolo di fattore chiave sarebbe stato giocato successivamente :

·         Dal basso costo del lavoro e del cotone durante la rivoluzione industriale

·         Dal basso costo del carbone e dei trasporti a vapore verso la metà del 1800

·         Dal basso costo dell’acciaio per la terza espansione lunga

·         Dal basso costo del petrolio e dei suoi derivati per l’espansione del secondo dopoguerra

 

 

Per Freeman e Perez ciascuno di questi fattori esiste ed è utilizzato molto prima che il nuovo paradigma si sviluppi. Tuttavia tutte le sue potenzialità non sono riconosciute ed esso non è messo in grado di soddisfare le condizioni precedentemente indicate se non quanto il fattore chiave anteriore e le costellazioni di tecnologie ad esso relative raggiungono i limiti della loro capacità di consentire nuovi incrementi della produttività e nuovi investimenti profittevoli. I limiti alla crescita sotto il vecchio paradigma, divenendo sempre più evidenti, generano una ricerca attiva e prolungata di soluzioni, nel corso di un periodo di transizione ( la depressione dell’onda lunga) caratterizzata da profondi cambiamenti economici, istituzionali e sociali. Secondo questi autori la crisi attuale sarebbe propriamente una transizione tra un regime tecnologico fondato sul petrolio a buon mercato e sui suoi derivati, condotto da imprese gigantesche orientate verso la produzione di massa, ed un regime nuovo in corso di formazione sulla base di strumenti microelettronici a basso costo (e di una organizzazione produttiva ad alta intensità d’informazione, capace di legare design, produzione, gestione e marketing in sistemi integrati al di là della mera automazione. I settori dell’elettronica e dell’informazione, capaci di produrre in modo flessibile e rapidamente trasformabile con attrezzature che integrano sempre più largamente l’elaboratore diventano per Freeman e Perez le nuove industrie motrici. Gli elementi costituivi di questo nuovo regime tecnologico destinato a diventare dominante negli anni ’90 si sono formati progressivamente quando il vecchio regime era ancora dominante. L’interesse delle ricerche di Freeman sta nell’esplicitare la nozione di rivoluzione tecnologica mettendo l’accento sui lunghi processi necessari prima che s’imponga un nuovo paradigma (a sua volta imperniato su di un fattore chiave), e poi un nuovo regime tecnologico che corrisponda alla messa in atto del paradigma su grande scala e dia impulso ad una nuova fase di espansione. Dunque le rivoluzioni tecnologiche possono esprimersi non soltanto con grandi onde discontinue di importanti innovazioni poiché traducono, intorno a nuova basi tecniche, il trionfo graduale di un paradigma. Questi lavori arricchiscono l’analisi dei ritmi lunghi, ma si muovono in uno spazio troppo ristretto, da cui sono escluse le istanze di tipo sociale. Il loro tipo di approccio suppone uno sviluppo tecnologico univoco che gioca da solo il ruolo determinante.

Vi sono convergenze in intenzionali e complementarità tra le posizioni di Mandel e quelle di Freeman, come tra queste e quelle dei regolazionisti e dei radicali americani, ognuna delle quali rafforzano il carattere esplicativo dell’altra. Accade infatti che un regime di accumulazione non può funzionare se non si regge su di un regime tecnologico e dunque su un paradigma tecnico-economico dominante (Freeman), i quali suppongono una forma di organizzazione del lavoro strettamente legata ad un sistema specifico di macchine (Mandel) ma più in generale esso implica l’esistenza e l’efficacia di istituzioni regolatrici (radicali e regolazionisti). E sulla base di una complessa combinazione di questo tipo che si costruisce la nozione di ordine produttivo. Questi diversi tipi di ricerca ci sembrano indispensabili e complementari. Tuttavia le onde lunghe possono raggiungere uno statuto scientifico indiscutibile come i cicli classici solo nella misura in cui un trattamento adeguato dei dati acquisterà senso pieno nel quadro dell’elaborazione di uno schema esplicativo coerente ed endogeno. Questo dovrà costituire un fondamento teorico pertinente di analisi, legato alla comprensione della dinamica dell’insieme delle economie capitalistiche.

 

 


13 settembre 2010

Boccara e Gordon sulla crisi degli anni Settanta

L’inversione congiunturale degli anni ’70 che apre un lungo periodo di depressione ha ridato una grande attualità all’analisi in termini di onde lunghe.  I lavori e i dibattiti contemporanei sulle onde lunghe sono di natura molto diversa. Alcune ricerche induttive riprendono il lavoro intrapreso da Kondratiev di messa in evidenza dei cicli lunghi a partire da trattamenti statistici. All’opposto la maggior parte dei lavori a carattere deduttivo, che partono dall’ipotesi dell’esistenza dei movimenti lunghi, si preoccupano essenzialmente di cercarne una spiegazione e dunque di costruire uno schema esplicativo. Alcuni lavori hanno una forte impostazione schumpeteriana e mettono l’accetto sulle innovazioni tecniche (Mensch, Freeman). Altri si ricollegano maggiormente ai fattori sociali ed istituzionali (Mandel, Perez, Bowles, Gordon, Weisskopf).

 

 

C’è poi la scuola del capitalismo monopolistico di Stato che ha prodotto un’analisi molto controversa delle relazioni tra lo Stato ed il grande capitale, relazioni considerate come una vera e propria fusione. La sua analisi della crisi contemporanea si iscrive nel quadro dei ritmi lunghi soprattutto con Paul Boccara. A differenza degli economisti liberali che privilegiano in modo eccessivo i fattori esterni, questi ultimi autori ritengono che le cause della crisi siano soprattutto interne e rivolgono la loro attenzione essenzialmente alla crisi francese. Per questi autori la fonte della crisi va vista in un processo di sovra accumulazione del capitale (accumulazione eccessiva in rapporto alle capacità di profittabilità normale del capitale investito) e si osserva effettivamente in particolare negli Usa alla fine degli anni ’60 con una flessione della profittabilità del capitale mentre sale il tasso d’investimento. Vi è dunque una trasposizione dello schema teorico originariamente elaborato da Marx per spiegare i cicli classici nell’analisi del ciclo lungo. In questo caso però questa tendenza ad una sovraccumulazione relativamente durevole deriverebbe da una sostituzione del capitale al lavoro durante il periodo di espansione lunga. Di qui l’eccesso del capitale tecnico accumulato rispetto al profitto autorizzato. Questa situazione implicherebbe per Fontvieille delle trasformazioni strutturali consistenti nell’elaborazione di nuove tecniche atte a ridurre la spesa di capitale per unità prodotta e ad aumentare il tasso di salario per rilanciare infine la domanda e il tasso di profitto, con la mediazione dell’incremento della produttività del lavoro. Se il processo di sovraccumulazione del capitale può aiutare a capire l’inversione lunga della congiuntura (vi è allora coincidenza tra l’inversione del ciclo classico e quella del ciclo lungo) esso non spiega come possano verificarsi e perpetuarsi dei periodi così lunghi di sovra accumulazione (quando la depressione lunga contiene dei cicli classici) così come non spiega il ruolo e la portata delle fluttuazioni lunghe di cui i teorici del capitalismo monopolistico di stato non sembrano veramente percepire il carattere specifico e la complessità.

 

Gli economisti radicali Bowles, Gordon, Weisskopf iscrivono la loro analisi della crisi nel quadro più generale dei ritmi lunghi. Gordon in particolare ragiona in termini di tappe dell’accumulazione di capitale. Queste grandi tappe avrebbero il loro fondamento in basi istituzionali specifiche come il sistema della grande impresa dopo la seconda guerra mondiale. La loro efficacia permetterebbe per qualche tempo l’accumulazione del capitale e stimolerebbe l’espansione intorno a grandi infrastrutture economiche ed organizzative. Questo complesso istituzionale è molto vasto e include le strutture industriali, la concorrenza, la posizione del lavoro ed il ruolo dei sindacati non che la natura dei rapporti politici internazionali. Esso sarebbe efficace nel corso di una fase prolungata di espansione prima di vedersi rimesso in discussione dall’apparizione di contraddizioni date che comportano una prolungata inversione della congiuntura e l’apertura di una crisi universale. Quest’ultima espressione ha un duplice significato : la crisi ignora le frontiere nazionali ed i suoi effetti non sono confinati al campo economico in senso stretto, ma intuiscono su tutte le dimensioni della vita quotidiana. La crisi imporrebbe l’elaborazione di nuove basi istituzionali


10 settembre 2010

L'analisi marxista francese della stagflazione

In Francia gli economisti che si rifanno a Marx si dividono in due correnti :

·         Il gruppo di de Bernis secondo il quale bisogna iniziare da due leggi del profitto e cioè la tendenza all’uniformità dei tassi di profitto di Ricardo e la caduta tendenziale del tasso di profitto di Marx. Il modo di regolazione che garantirebbe l’equilibrio sarebbe costituito dall’articolazione della tendenza all’uniformità e dello sviluppo delle controtendenze alla caduta dei tassi di profitto nella misura in cui esse condizionano il processo di accumulazione del capitale. Ognuna di queste leggi si incarnerebbe in forme specifiche a ciascuno dei periodi lunghi di crescita, ossia in istituzioni regolatrici in grado di giocare il ruolo di procedure sociali necessarie al funzionamento ed alla dinamizzazione dell’economia. La crisi esploderebbe nel momento in cui la legge di uniformazione fosse messa in causa e le controtendenze alla legge della caduta tendenziale non funzionassero più, con la distinzione classica tra crisi regolatrici (le crisi classiche) legate all’insufficiente efficace delle procedure di regolazione (da cui la caduta del tasso di profitto) e crisi del sistema di regolazione (o grandi crisi) come l’attuale, quella degli anni 1921-1933 e quella della fine del XIX secolo (1873-1896). Crisi caratterizzate nello stesso tempo sia dalla caduta dei tassi di profitto, sia dalla messa in discussione della tendenza alla loro uniformazione nella misura in cui questa traduce dei movimenti necessari di capitale da un settore all’altro.

·         Gruppo di Barrere-Kebad-Weinstein. La loro interpretazione parte dalla specificità del capitalismo del dopoguerra, specificità risiedente in due elementi, da una parte l’esistenza di un regime di accumulazione intensivo del regolazionismo, da un’altra parte la messa in atto di rapporti e di forme strutturali istituzionalizzate che comportano negazione dei caratteri capitalistici. Si tratta di forme pubbliche di proprietà, riconoscimento dei diritti dei lavoratori etc., insieme di rapporti e di forme strutturali che rivelerebbe la presenza di una logica non operante a favore del profitto del capitale, manifestando anche una perdita di sostanza del capitalismo o ancora dell’espansione delle attività non mercantili legate in particolare all’assunzione su di sé da parte della collettività delle spese sociali. La messa in causa del modo di regolazione da parte statale di questi due spazi considerati come contraddittori avrebbe condotto alla crisi : l’economia mercantile capitalistica incontrerebbe limiti nuovi e forti, tenuto conto della pressione considerevole delle interdipendenze economiche e dei bisogni di attività non mercantili. Questa impostazione ha il merito di sottolineare l’importanza crescente di settori non lucrativi e del ruolo dello stato (che altri autori hanno analizzato in termini di crescita dei lavoratori improduttivi o della crisi dello stato assistenziale), ma è lecito dubitare del carattere di negazione della logica del profitto che tali attività porterebbero in sé. In realtà esse sono state instaurate storicamente sotto la spinta di conflitti sociali per permettere il perseguimento dell’attività del capitale privato in una abile divisione dei compiti ( e del resto queste attività sono state sempre meno importanti negli Usa) e piuttosto che una perdita di sostanza del capitalismo si potrebbe scorgervi una fantastica capacità di adattamento di questo sistema.

 

 


8 settembre 2010

La politica economica liberista e l'analisi di Malinvaud

La politica economica scaturita da queste critiche prende in contropiede le politiche keynesiane. Gli economisti dell’offerta raccomandano infatti :

a.       Di ridurre la pressione fiscale soprattutto sui redditi elevati, al fine di realizzare un trasferimento di reddito dai poveri verso i ricchi, in quanto questi ultimi sono considerati più capaci di produrre nuova ricchezza. Il risparmio e l’investimento così stimolati dovrebbero alla fine contribuire ad elevare il livello di vita generale (teoria del trickle down). Il timore di deficit di bilancio in conseguenza della riduzione massiccia delle imposte non sarebbe giustificato tenendo conto della  curva di Laffer, secondo la quale un tasso di prelievo fiscale più modesto, stimolando l’espansione, accrescerebbe in prospettiva l’ammontare totale delle entrate fiscali. Ma l’esperienza americana di riduzione delle imposte non ha comportato effetti positivi sull’investimento e lo squilibrio delle finanze pubbliche di Reagan non giocherebbe a favore di queste analisi.

b.      Di liberare il mercato del lavoro da tutti gli ostacoli (minimi salariali e regolazioni dei licenziamenti), di ridurre l’assistenza sociale e la tutela dell’ambiente. È il principio della deregolamentazione che mira ad aumentare l’occupazione riducendone il costo e quindi incoraggiando l’investimento. Manca a sostegno di questa tesi un’analisi empirica convincente, mentre si può constatare dal 1960 al 1980 una relazione positiva tra l’alto livello delle spese sociali e la crescita della produttività. Queste proposte si sono rivelate poco efficaci tranne che nel campo della liberalizzazione dei prezzi.

Se inoltre Von Hayek raccomanda il riassorbimento dell’inflazione da credito, i monetaristi raccomandano di ridurre l’espansione della massa monetaria regolandola sul tasso di crescita della produzione.

 

 

Questo principio si fonda su di un’ipotesi semplicistica e cioè che l’offerta di moneta dipenda unicamente dalla decisione delle autorità monetarie pubbliche il che evidentemente non è. Inoltre questa misura assume il rischio della contrazione dell’attività e dell’occupazione come mezzo per combattere l’inflazione ponendo un freno alla domanda considerata eccessiva. Essi mettono in luce alcuni problemi importanti legati alla modalità di creazione monetaria, alla natura del sistema monetario internazionale o agli effetti perversi della pressione fiscale. Tuttavia le loro soluzioni sono inaccettabili in quanto essi ragionano pensando ad un capitalismo concorrenziale del tutto idealizzato nel quale i veri attori principali (le grandi imprese transnazionali) non sono presi in considerazione. Un capitalismo nel quale il volume della creazione di moneta dipenderebbe esclusivamente dalle autorità monetarie e che non attraverserebbe attualmente profonde trasformazioni strutturali su scala mondiale. Questa corrente di pensiero ha avuto un influenza ideologica e politica del tutto sproporzionata rispetto al suo apporto scientifico, nella misura in cui corrispondeva agli interessi dei dirigenti delle grandi imprese che potevano così approfittare delle situazioni di crisi per ridimensionare il potere del lavoro attraverso la deregolamentazione sociale. Le politiche economiche concrete si sono ispirate a queste astrazioni solo in parte : esse sono infatti orientate verso un pragmatismo che associa il rilancio keynesiano attraverso la moderazione della fiscalità e l’espansione delle spese militari con una politica monetaria relativamente restrittiva. Un tentativo di rinnovamento teorico del pensiero neoclassico è stato condotto da economisti come Edmond Malinvaud, la cui teoria degli equilibri a prezzi fissi rompe con certi presupposti

irrealistici : l’informazione non è perfetta e non può essere centralizzata, i prezzi non possono adattarsi abbastanza rapidamente per assicurare l’equilibrio e dunque sono rigidi nel breve periodo. L’equilibrio si stabilirà per aggiustamento di quantità a prezzi fissi : dunque alcune offerte non troveranno riscontri ed alcune domande non saranno soddisfatte. Constatando di essere vincolati da eccessi di domanda e di offerta, gli agenti modificheranno le loro offerte e domande ottimali per formulare nuove offerte e domande vincolate. Entro tale schema la disoccupazione involontaria diventa possibile e può quindi comparire un equilibrio vincolato di sotto-occupazione, un equilibrio che può non essere stabile. Anche se tale teoria non permette di fondare una teoria della crisi e nonostante i suoi limiti, a partire da essa è possibile aprire una breccia nel sistema neoclassico e, ipotizzando diverse situazioni di disoccupazione (classica per eccesso di domanda e keynsiana per insufficienza della domanda), essa può renderci consapevoli dell’inefficacia di una politica dell’occupazione univoca ed indurci a ricercare politiche occupazionali selettive.

 


7 settembre 2010

L'analisi liberista della stagflazione

Di fronte al ritorno di un fenomeno nel quale non si credeva più, gli economisti hanno reagito sia tentando di integrarlo nel quadro generale dell’analisi teorica precedente sia tentando una innovazione. In quest’ultima categoria rientrano gli economisti francesi della scuola della regolazione e gli economisti radicali americani.

 

 

Per la teoria neoclassica dell’equilibrio economico generale l’aggiustamento tra offerta e domanda su ciascun mercato si può realizzare attraverso la variazione dei prezzi, i quali si fissano per tentativi. In quest’ottica la disoccupazione non può essere che volontaria e deriva dal rifiuto dei lavoratori di occuparsi ad un tasso di salario che un mercato libero potrebbe lasciar precipitare molto al di sotto del livello oggi garantito dalla legge. Ma un simile processo di aggiustamento presuppone un banditore in grado di centralizzare tutta l’informazione. Paradossalmente il modello di equilibrio generale che si ritiene essere proprio di un’economia di mercato, rappresenta un’economia fortemente coordinata che non corrisponde affatto all’economia capitalistica. La scuola neoclassica dimentica questa condizione essenziale e si adagia nella concezione che bisogna lasciar operare i mercati senza perturbazioni da parte dello stato. La crisi è solo un fatto congiunturale ed anzi si può dire che non esiste una teoria neoclassica della crisi. Ad es. per i neoclassici questa crisi degli anni ’70 è una turbolenza scatenata da cause esterne alle economie nazionali, i cui effetti sono soltanto amplificati da fattori interni. I fattori esterni sarebbero fenomeni di disordine apparsi sui mercati mondiali : la de regolazione del mercato delle materie prime e la de regolazione del mercato monetario internazionale. Ma se si considera la crisi del petrolio da una parte, l’analisi dei suoi effetti mostra che essa non può spiegarne né l’ampiezza né la durata. Inoltre essa è sopravvenuta dopo un lungo periodo di stagnazione dei prezzi internazionali a beneficio dei paesi industriali. Quanto al disordine monetario, esso è molto più un effetto che una causa nella misura in cui è il prodotto del comportamento dei principali attori sul mercato mondiali (le imprese transnazionali). Scatenato da fattori esogeni, il riflusso dell’espansione sarebbe stato amplificato da imperfezioni interne, soprattutto dalla rigidità verso il basso dei salari a causa delle organizzazioni sindacali e la conseguente disoccupazione. Un altro grande fattore perturbatore sarebbe costituito dall’intervento dello Stato :

·         Per i seguaci dell’economia dell’offerta, consiglieri economici iniziali di Reagan, che si rifanno alla scuola di Buchanan, la pressione fiscale e gli oneri sociali sono eccessivi. Gravando sui redditi di lavoro e di capitale questi prelievi tenderebbero a ridurre l’incentivo a lavorare, risparmiare ed investire, mettendo in questione le motivazioni di una economia che si fonda sull’iniziativa privata e suscitando delle attività parallele. Questa critica risulta rafforzata secondo questi economisti dalla tesi che, essendo la disoccupazione volontaria, l’incremento della spesa pubblica in periodi di sotto-occupazione non avrebbe l’effetto moltiplicatore di rilancio descritto da Keynes e che a posteriori finanzia l’operazione senza ridurre la spesa privata, ma invece eserciterebbe solo un effetto di spiazzamento sostituendosi a spese private.

·         I monetaristi di Milton Friedman postulano che essendo la tendenza naturale di una economia di mercato l’equilibrio, la sola politica monetaria conseguente consisterebbe nell’evitare che la moneta intervenga a perturbarla ed a creare delle instabilità. Essi accusano le politiche Keynesiane di avere creato l’inflazione con le loro manipolazioni monetarie dirette a stimolare l’attività economica.

·         L’economista liberale austriaco Von Hayek criticano Keynes vedendo nelle sue politiche una causa della crisi contemporanea attraverso l’inflazione di credito che sarebbe stata provocata dal forte abbassamento del tasso di interesse di mercato. Queste politiche facilitando il ricorso al credito senza modificazione dei comportamenti di risparmio, sostenendo la domanda, riducendo il costo dell’investimento ed elevando artificialmente il rendimento di quest’ultimo, avrebbero provocato l’inflazione (modo di aggiustamento del risparmio all’eccesso di investimento) e condotto al sovrainvestimento degli anni ’60. Una tale analisi sottolinea correttamente l’insufficienza di politiche troppo globali, ma offre nello stesso tempo un’analisi dell’investimento che ignora i comportamento concreti delle grandi imprese, per le quali il tasso di interesse non è che un elemento tra molti altri nell’elaborazione delle loro strategie di accumulazione.

 


6 settembre 2010

La crisi dell'energia e la stagflazione

L’inversione della congiuntura che si afferma con la crisi dell’energia del 1973-1974 è preceduta nei principali paesi occidentali da importanti conflitti sociali (1966-1968) che contestano fortemente il tipo di lavoro industriale. Inoltre c’è stata una flessione del rendimento del capitale. Con la fiammata dei prezzi del petrolio (legata alla cartellizzazione dei paesi produttori con il beneplacito degli Usa che avevano bisogno di un forte aumento per rendere economici i propri giacimenti) si innesca per i paesi industrializzati un periodo di tipo nuovo. Oltre al rincaro dell’energia si ha una caduta diseguale ed irregolare dei tassi di crescita delle produzione industriale, del rallentamento dell’aumento di produttività e dall’aumento dei fallimenti e del tasso di disoccupazione, fenomeni caratteristici delle crisi. Bisogna notare il ritorno del ciclo classico con le due crisi del 1973-1974 e del 1980-1982, caratterizzate da una diminuzione in valore assoluto della produzione nei grandi paesi industrializzati. Emerge anche un elemento apparentemente aberrante : un’ondata di stagflazione e cioè una concomitanza di stagnazione (con disoccupazione) ed inflazione. Tutto questo avviene come se, a causa dell’internazionalizzazione del capitale a partire dalla fine degli anni ’60, il luogo degli scontri tra gruppi finanziari ed industriali si fosse spostato sul mercato mondiale, dove ognuno cerca di conquistare la posizione più vantaggiosa su mercati più ristretti ed una concorrenza esasperata. Da allora le politiche economiche nazionali di regolazione congiunturale hanno ceduto il posto a politiche di sostegno ai gruppi transnazionalizzati meglio piazzati per aiutarli ad accrescere la loro competitività, mentre la pratica del fordismo si è trasformata in strategia di contenimento del tasso di salario, per ridurre il consumo interno ed aumentare il profitto e l’eccedenza esportabile.

In una simile congiuntura concorrenziale si è assistito alla comparsa di politiche di austerità competitive, così è risorta nel cuore del capitalismo transnazionale la vecchia contraddizione del sistema tra la ricerca del massimo profitto che si sforza di ridurre i salari e la necessità di realizzare la produzione sulla base di una domanda effettiva sufficiente. Simili strategie prolungano ed aggravano la depressione. Esse si spiegano con il fatto che le speranze di guadagno relative dei diversi paesi sono molto ineguali ed ognuno a questo punto cerca di giocare la sua carta. La crisi è produttrice di nuove differenziazioni, tanto nel nord sviluppato che nel sud sottosviluppato.

 

 

 

Nella crisi sono così osservabili importanti ristrutturazioni industriali, alcune strategie di ridislocazione industriale, la messa a punto di nuove tecnologie con l’induzione di una nuova domanda atta ad acquistare i nuovi prodotti, infine la ricerca di nuove forme di organizzazione del lavoro.

Ma la ricerca di massima competitività da parte delle imprese, le ristrutturazioni industriali e le innovazioni di processo si accompagnano ad un aumento continuo ed ineguale della disoccupazione e della depressione da stallo della domanda : ciò che è buono per l’impresa non è buono per la società. Ma questo è il costo sociale da pagare per modernizzarsi (un fantastico spreco di risorse umane) nel quadro di un sistema economico la cui logica di funzionamento impone comportamenti per almeno mantenere il proprio tasso di profitto. Non si tratta di un processo naturale, ma della conseguenza del tipo di cambiamento tecnico adottato e dell’uso che ne viene fatto. Si sbaglia a considerare la modernizzazione come unica nel suo contenuto e dunque universalmente applicabile : altri tipi di modernizzazione, di cambiamento tecnico e di cambiamento sociale sarebbero possibili. Quanto alla persistenza ed all’accelerazione dell’inflazione durante il primo decennio della crisi ed al fatto che quest’ultima si manifesta con una depressione prolungata e non con una spirale deflazionistica ed un vero crollo economico come negli anni ’30, tutto ciò è ricollegabile al ruolo giocato dal mantenimento, almeno parziale,  del sistema di regolazione anteriore benché anch’esso sia in crisi. Le prestazioni sociali e la domanda di beni d’investimento da parte dei paesi petroliferi limitano la caduta della domanda effettiva, mentre l’inflazione tendeva ad assorbire i diversi squilibri, da un lato impedendo che l’aumento salariale si trasformasse in aumento del potere d’acquisto e d’altra parte salvaguardando il tasso di profitto. Negli Usa e in Gran Bretagna sarà necessario mettere in atto politiche deflazionistiche ma con alti costi sociali.

 

 


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