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5 maggio 2011

Giovanni Mazzetti : il punto di partenza

  A partire dalla metà degli anni Settanta è iniziato un processo di logoramento di un potere dei lavoratori che, nei due decenni precedenti, era scaturito dalle lotte di classe (che si concretizzava nel pieno impiego, in salari elevati e in condizioni di lavoro ragionevoli).

La conclusione di quel processo è oggi davanti ai nostri occhi, col sopravvenire di una quasi totale impotenza dei lavoratori. Parafrasando il Marx del Diciotto Brumaio, si può dire che “pare quasi che la società sia tornata indietro oltre il suo punto di partenza; e infatti perché la rivoluzione moderna seriamente riesca, essa deve innanzi tutto creare il punto di partenza; e prepararne la situazione, le condizioni e i rapporti” (Karl Marx, Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte). In termini semplici, affinché le conquiste sociali si consolidino è necessario che esse diano corpo ad una cultura, che le sostanzia come manifestazione irrinunciabile di una nuova condizione umana e le ponga a fondamento di una nuova formazione sociale.


20 marzo 2011

Mazzetti : il presente come storia

Se si riconosce che la capacità di produrre le cose come merci e di praticare il rapporto di scambio non è affatto un dato originario, bensì è una conquista storica, ed in quanto tale è una conquista storica, ed in quanto tale rappresenta l’elaborazione di una forza produttiva sociale, è allora aperta anche la via per comprendere come e perché la conquista di una comunità più ampia possa a sua volta concretizzarsi nell’acquisizione di una nuova forza produttiva sociale ed in un nuovo sviluppo. Ed infatti, se non c’è alcun dubbio che attraverso l’elaborazione della capacità di procedere a forme sempre più sviluppate di scambio, gli uomini hanno imparato a produrre la loro vita in un modo che sarebbe risultato inimmaginabile per i loro antenati.

 

 

Se è certo che, senza questo specifico passaggio storico, concomitante all’affermarsi della borghesia come classe dominante, le capacità produttive dei singoli non avrebbero mai potuto essere staccate dagli specifici individui che ne erano portatori per essere poste come forze oggettive appropriabili da tutti. Tuttavia viene spontaneo domandarsi anche se la conquista della capacità di agire come proprietari privati rappresenti il definitivo passaggio ad una compiuta umanità degli esseri umani. E con tale domanda compare il bisogno di verificare se la liberazione dell’individuo dalle limitazioni che hanno contraddistinto la sua attività nel periodo in cui dominavano i rapporti di dipendenza personale si risolva nella liberazione da tutte le limitazioni. In altri termini prende corpo l’esigenza di valutare se il riconoscere che il presente è il risultato di una storia non implichi la conseguente spinta a trattare necessariamente il presente stesso come parte di tale storia.


1 febbraio 2011

Frege : concetto e rappresentazione

Frege contrappone concetto e rappresentazione nel senso che il concetto ha una validità oggettiva, mentre la rappresentazione ha come prima caratteristica la soggettività.

A nostro parere, prima di esaminare questa contrapposizione, è necessario stabilire a quale livello epistemologico si collochino sia il concetto che la rappresentazione.

Sul concetto ci soffermeremo meno, in quanto lo stesso Frege non lo definisce in tutte le sue articolazioni. Per fare questo dobbiamo esaminare altri scritti, quali “Funzione e Concetto” e “Concetto e Oggetto”. Quello che ci basta in questa sede è evidenziare come per Frege il concetto sia una realtà oggettiva, il cui accesso non passa per l’ambito sensoriale ma è direttamente collegato con l’ambito logico e semantico.

Frege però non esamina più approfonditamente la nozione di rappresentazione.

In realtà concetto e rappresentazione si trovano a due livelli diversi. Se il concetto lo si può individuare ad un livello semantico, a livello cioè del sinn, la rappresentazione può essere definita come un segno o un complesso di segni, grammatologici o verbali oppure immaginali, che fanno riferimento ad un oggetto preesistente con il quale hanno un rapporto isomorfico, a diverse gradazioni, che può andare da una vera e propria mimesi iconologica (in questi casi spesso lo scopo è puramente estetico) ad un rapporto più astratto di modellizzazione (ed in questo caso lo scopo è più propriamente conoscitivo). Un modello si può infatti definire come una rappresentazione isomorfa ad un elevato grado di astrazione.

Proprio perché la rappresentazione si situa a livello segnico essa può più facilmente sembrare un artefatto della nostra mente e dunque evocare caratteristiche più legate alla soggettività. Ma in realtà questa associazione non è una relazione logica o semantica vincolante, per cui la dicotomia tra rappresentazione e concetto così come la configura Frege può per certi versi essere fuorviante.

 

La tesi di Frege per cui non si può parlare di una rappresentazione senza specificare chi ne sia il portatore è un ipotesi plausibile sulla natura artificiale della rappresentazione stessa e dunque sulla sua genesi come strumento più o meno consapevolmente elaborato per assolvere i diversi scopi che un soggetto può porsi nel corso della sua azione. E tuttavia una rappresentazione, quand’anche fosse stata creata da un soggetto, può avere istanze e proprietà epistemologiche del tutto scollegabili dal soggetto che ne è il portatore. Qualsiasi studioso di semiotica può evidenziare come la storia delle rappresentazioni trascenda molto spesso le intenzioni dei soggetti che le hanno elaborate o utilizzate, tanto da costituire una sorta di storia della cultura che ha una sua oggettività, analoga a quella dei concetti e della logica.

Sia il concetto che la rappresentazione hanno un carattere insaturo : il concetto sembra essere necessariamente “concetto di …” e così pure la rappresentazione è spesso “rappresentazione di …”. Ma questa insaturazione, apparentemente analoga, è piuttosto differente nei due casi considerati. Nel caso del concetto si tratta di determinare il contenuto che lo individua. Nel caso della rappresentazione si tratta di individuare l’oggetto o lo stato di cose ad essa isomorfo ed a cui essa si riferisce più o meno estrinsecamente. La rappresentazione sembra avere un rapporto più accidentale con ciò che è rappresentato : si tratta di due stati di cose tra loro somiglianti e dei quali uno viene riferito all’altro in base ad una sorta di convenzione. Nel caso del concetto invece il rapporto con il proprio contenuto è molto più immanente ed immediato, tale cioè da essere essenziale per la determinazione del concetto stesso.

Possiamo dire perciò che l’apparente maggiore soggettività della rappresentazione è data proprio dal suo carattere più propriamente materiale dal rapporto più estrinseco che intrattiene con lo stato di cose cui fa riferimento, con gli scopi molteplici e complessi che essa assolve.

Ingenua e schematica sembra anche la tesi per cui ad es. scienze come la fisica hanno a che fare con corpi o concetti, ma non con rappresentazioni. Eppure, se intendiamo un modello come una forma assai astratta di rappresentazione, dobbiamo convenire con il fatto che la rappresentazione ha in fisica un ruolo importante. Ci possono essere diversi modelli di un complesso di eventi naturali ed in questi modelli possiamo anche riconoscere delle componenti soggettive legate a coloro i quali hanno elaborato i modelli stessi. Ciò non toglie che le rappresentazioni modellistiche non svolgano una funzione conoscitiva che si realizza nonostante la presenza di tali componenti soggettive. Le rappresentazioni potrebbero essere considerate un elemento necessario di mediazione tra la dimensione dei concetti e quella sensoriale degli oggetti naturali il cui comportamento va descritto e spiegato.

 


14 dicembre 2010

Mazzetti : davanti agli occhi

Marx dice che, se non trovassimo occultate nella società così com’è le condizioni ed i rapporti per una società superiore, i nostri tentativi di trasformazione non sarebbero altro che sforzi donchisciotteschi. Il comunismo trova quindi le sue vere radici, il suo principio propulsore, non fuori dal capitalismo, bensì dentro di esso ed è un prodotto di questo modo di vita.

 

 

E’ all’interno di questo modo di esistenza che si sviluppano dei rapporti di produzione e dei bisogni tali che premono verso il suo superamento e la sua trasformazione. Marx dice che, a misura che la storia progredisce, i socialisti e i comunisti non hanno più bisogno di rincorrere le chimere di una scienza rigeneratrice, non debbono più cercare la scienza nel loro spirito, devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portatori.


12 dicembre 2010

Mazzetti : restare dentro, uscire fuori

La tendenza spontanea di chi oggi non ha una esperienza immediata della storicità dei propri rapporti, l’abbiamo già accennato e ci torneremo più avanti, è quella di rappresentarsi i processi di trasformazione in chiave di scelte. Da questa rappresentazione scaturisce la convinzione che, se si sceglie di stare nel capitalismo, vi si rimane dentro, mentre se si sceglie di uscirne, si può arrivare fuori. La comunità si presenterebbe così come l’effetto dell’azione di coloro che hanno deciso di instaurare un particolare stato di cose nuovo. Ma questa è una chimera !

 

Il rapporto dentro-fuori è qui elaborato in forma ingenua e non corrispondente alla complessità che lo contraddistingue realmente. Ciò è conseguenza del fatto che, nel tentativo di risolvere un problema, lo si formula in maniera fantastica, attribuendosi un potere che non si ha. Non si tiene cioè in alcun conto l’operare delle dinamiche inerenti alle condizioni date, e si fa illusoriamente tutto dipendere dalla volontà dei soggetti che agiscono.

 

 


10 dicembre 2010

Mazzetti : la prassi è decisiva

Se non vuole essere un puro e semplice ostacolo alla riproduzione, qualsiasi attività diretta a permettere una fuoriuscita dal capitalismo implica necessariamente il tentativo di procedere positivamente e dunque una indicazione concreta delle forme di vita alle quali essa corrisponde.

 

 

Gli individui comunitari non possono cioè accontentarsi di una conferma meramente interiore di una loro presunta diversità. E non possono quindi fare a meno di essere coerenti con il principio enunciato da Marx, riconoscendo che è solo nella prassi, nell’azione positiva che possono eventualmente provare a se stessi e agli altri la verità, cioè la realtà ed il potere, il carattere immanente di ciò che pensano


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9 dicembre 2010

Mazzetti : non sviluppo, ma rottura

E’ solo perché la maggior parte degli uomini si muove ancora nell’ambito di questi limiti,  che fanno apparire loro le condizioni sociali dell’esistenza nelle quali sono immersi come naturali, come immediatamente ed insuperabilmente costitutive del proprio essere sociale, che si sperimenta spesso l’affermarsi del comunismo come un processo che sovvertirebbe la vita in modo inaccettabile. E’ questa forma di coscienza, divenuta una catena, che ostacola l’evoluzione sociale, a far assumere al bisogno di cambiamento non la forma dello sviluppo, ma quella della rottura.

 

 

Ma è anche per questo che non si può parlare di instaurarsi dell’agire comunitario senza riconoscere che tale forma di vita corrisponde necessariamente al processo di fuoriuscita dal capitalismo. Perché solo attraverso questa fuoriuscita i presupposti dati della vita borghese vengono trattati non come elementi naturali, bensì come creazione degli uomini.


8 dicembre 2010

Mazzetti : la trave nel tuo occhio

Coloro che criticano i comunisti (ad es. dicendo che vogliono il Paradiso in terra) riescono a vedere in loro e a criticare ciò che non vedono in se stessi, e cioè che in questa forma di rappresentazione della comunità si annida una filosofia idealistica della storia, una forma di irrazionale teleologismo. Se questa critica è senz’altro giusta, è però del tutto errato il presumere che coloro che non provano il bisogno di comunismo non incorrano a loro volta in una analoga mistificazione.

 

Anse Source d'Argent: This far we are all alone here

 

C’è infatti un finalismo inconsapevole nel presumere che la propria forma di vita rappresenti quella della compiuta umanità, nel senso che con essa scompaia definitivamente il problema della contraddittorietà delle relazioni produttive, finalismo che è del tutto analogo a quello che caratterizza la rappresentazione del comunismo come fine della storia. Questo finalismo può restare nascosto solo perché questa esperienza non è a sua volta oggetto di riflessione critica che consente di cogliere appunto come la propria forma di vita sia un prodotto, con una validità  sociale necessariamente transitoria.


2 dicembre 2010

Mazzetti : questa non è la risoluzione definitiva dei problemi (comunismo e dogmatismo)

Gli uomini, che si stanno costituendo in un modo determinato, invece di acquisire una consapevolezza del loro stesso prodursi, proiettano nel passato la problematica relativa a questo prodursi, e si illudono di confrontarsi con le stesse difficoltà con le quali si erano confrontati i loro predecessori. Essi assolutizzano così i loro problemi, immaginando che siano da sempre problemi dell’umanità, che talvolta hanno avuto delle erronee soluzioni, e che con loro possono finalmente trovare delle risposte vere.

 

Ciò che gli uomini, comportandosi così, mostrano di non aver ancora acquisito, è una consapevolezza, non solo teorica, ma pratica, del loro essere entità storiche.

Ogni nuova conquista così, anche a causa dei conflitti attraverso cui è stata prodotta e delle sofferenze che è costata, viene rappresentata come se dovesse essere l’ultima, e come se la struttura che ad essa corrisponde dovesse essere la struttura permanente di mediazione della vita umana.

 

 


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17 novembre 2010

La razza e l'origine nera della specie

Due temi interessanti scaturiscono dallo studio della storia genetica delle popolazioni :

  • Il concetto di razza. L’antropologia dell’Ottocento stabilì una relazione tra le differenze cromatiche esistenti tra i popoli e la divisione di questi in gruppi razziali. Ai tre colori fondamentali (bianco, giallo e nero) si associarono i caucasoidi, i mongoloidi e i negroidi. Queste classificazioni razziali non hanno alcun significato biologico : anche per il colore è possibile che le variazioni tra individui della stessa popolazione siano superiori alle differenze tra due presunte razze. Le popolazioni umane sono entità molto instabili e si sovrappongono se solo si considerano geni isolati ed in quasi tutte le popolazioni sono presenti tutti gli alleli, però con differenti frequenze. I confini tra popolazioni diventano sempre meno definibili man mano che si raffina lo strumento di analisi. Attraverso complesse ricognizioni è possibile identificare certi raggruppamenti di popolazioni ma con una validità solo probabilistica. Dai dati genetici emerge un quadro di popolazioni umane essenzialmente omogeneo e progressivo nel variare dei tratti. Dunque anche la genetica conferma l’assurdità di una pretesa superiorità razziale e l’inconsistenza del concetto di razza.
  • L’ipotesi di un origine nera della nostra specie. Se si combinano differenti sistemi biochimici per comparare le diverse popolazioni umane, i risultati mostrano una forte rassomiglianza tra europei ed asiatici, mentre più staccati sono gli africani. I primi due gruppi hanno condiviso un progenitore comune attorno ai 40.000 anni fa, mentre la discendenza comune con gli africani risale a ben 140.000 anni fa. Con l’analisi del DNA si è dimostrato che il più antico DNA mitocondriale moderno è di origine africana ed ha circa 200.000 anni, mentre quello degli altri continenti è molto più recente.  


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