.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







5 maggio 2011

Giovanni Mazzetti : il punto di partenza

  A partire dalla metà degli anni Settanta è iniziato un processo di logoramento di un potere dei lavoratori che, nei due decenni precedenti, era scaturito dalle lotte di classe (che si concretizzava nel pieno impiego, in salari elevati e in condizioni di lavoro ragionevoli).

La conclusione di quel processo è oggi davanti ai nostri occhi, col sopravvenire di una quasi totale impotenza dei lavoratori. Parafrasando il Marx del Diciotto Brumaio, si può dire che “pare quasi che la società sia tornata indietro oltre il suo punto di partenza; e infatti perché la rivoluzione moderna seriamente riesca, essa deve innanzi tutto creare il punto di partenza; e prepararne la situazione, le condizioni e i rapporti” (Karl Marx, Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte). In termini semplici, affinché le conquiste sociali si consolidino è necessario che esse diano corpo ad una cultura, che le sostanzia come manifestazione irrinunciabile di una nuova condizione umana e le ponga a fondamento di una nuova formazione sociale.


7 marzo 2011

Krugmanite : l'ipocrisia del mainstream sul Nordafrica

In realtà le analisi fatte da Eichengreen, Rodrik, Rogoff e Krugman rivelano solo l’ipocrisia del mainstream degli economisti. Da un lato essi non possono esimersi dal riscontrare che il problema è nella distribuzione del reddito, dall’altro sembrano considerare questa redistribuzione come un fatto che ha origini solo all’interno di questi paesi, senza contare le azioni dei paesi più ricchi e capitalisticamente avanzati del pianeta.

La sintesi neoclassica vuole venderci ancora le sue ricette : vu' cumprà ?

 

Krugman è addirittura ridicolo in questo doppio registro. In un articolo spiega che gli investimenti provenienti da paesi con una più debole domanda interna cercano i paesi in via di sviluppo, dall’altro lato nega che la politica della Fed c’entri qualcosa con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari in questi paesi e se la prende, come Don Ferrante, con le stelle, il clima e la Cina che non vuole svalutare.

Rogoff parla di lavoratori qualificati che trovano lavoro e lavoratori meno qualificati che lo perdono, ma non spiega perché la quantità di lavoratori qualificati e competitivi sia così irrisoria rispetto al resto. Tutti constatano i fenomeni, ma pochi si fermano a cogliere le relazioni sociali esistenti tra di essi. Non è un caso.

Tutti stanno con i pantaloni in mano, ma si ostinano a correre nella direzione di prima. Hanno troppa paura che qualcuno tiri il guinzaglio con forza e li faccia stramazzare

 


27 febbraio 2011

Le rivoluzioni dell'Africa settentrionale secondo Rodrik, Rogoff e Krugman

Secondo Eichengreen le agitazioni in Tunisia ed in Egitto riflettono il fallimento da parte di governi nella distribuzione della ricchezza. Dal 1999 le due nazioni sono cresciute ad un ritmo di circa il 5% annuo. Tuttavia i benefici derivati dalla crescita non sono arrivati ai giovani insoddisfatti. La quota dei lavoratori al di sotto dei 30 anni è molto elevata il che implica prospettive molto più limitate da un punto di vista economico. A causa di un settore manifatturiero sottosviluppato, gran parte dei giovani lavoratori con scarse competenze e basso livello di educazione è forzato a ripiegare sul settore informale.

 

Dani Rodrik mette invece in evidenza il fatto che la Tunisia è posizionata al sesto posto tra 135 paesi in termini di miglioramento dell’Indice di sviluppo umano (Isu), mentre l’Egitto si è piazzato al 14° posto. Egitto e Tunisia hanno eccelso soprattutto su istruzione e sanità. L’aspettativa di vita della Tunisia (età media 74 anni) prevale su quella di Ungheria ed Estonia. Il 69% dei bambini egiziani va a scuola e lo stato in tutte e due paesi ha fornito servizi sociali e distribuito su vasta scala i benefici della crescita economica. Eppure alla fine non è bastato. Non sempre i miglioramenti economici sono ricompensati con la popolarità politica. Inoltre le buone politiche economiche non sempre coincidono con la buona politica. Tunisia ed Egitto (come molti altri paesi del medio oriente) sono rimasti paesi autoritari, governati da gruppi dirigenti corrotti e clientelari. Il governo egiziano si è posizionato al 111° posto su 180 paesi per quanto riguarda la corruzione.

Infine una rapida crescita economica non compra da solo la stabilità politica, fino a che non si consenta alle istituzioni politiche di svilupparsi e maturare rapidamente. La stessa crescita economica genera mobilitazione economica e sociale, cioè fonte primaria di instabilità politica.

Rodrik cita Huntington che dice che il cambiamento economico e sociale sviluppa la coscienza politica, ne moltiplica le richieste e ne amplia la partecipazione. Aggiungendo i social media (come Facebook e Twitter) le forze destabilizzanti azionate dal rapido cambiamento economico possono diventare enormi. Queste forze assumono maggiore potenza quando si amplia il gap tra mobilitazione sociale e qualità delle istituzioni politiche. La risposta alle richieste dal basso è un misto di compromesso, reazione e rappresentanza. Quando le istituzioni sono sottosviluppate, esse eludono queste richieste nella speranza che svaniscano da sole o che siano insabbiate dai miglioramenti economici. Questo modello si è dimostrato molto fragile.

Non è detto per Rodrik che un regime politico in grado di gestire queste pressioni dal basso sia democratico nel senso occidentale del termine. Basti pensare a sistemi politici che non agiscono mediante libere elezioni e con partiti politici concorrenti. Alcuni potrebbero fare riferimento a Singapore come esempio di regime autoritario durevole di fronte ad un rapido cambiamento economico. Ma l’unico tipo di sistema politico andato a buon fine nel lungo periodo è quello associato alle democrazie occidentali.

Sia Eichengreen che Rodrik parlano poi della Cina, e non è un caso.

Rogoff dice che la disuguaglianza in termini di reddito, ricchezza ed opportunità è probabilmente più elevata ora all’interno di ogni paese, rispetto a qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio. Le società per azioni hanno le tasche piene di denaro dal momento che il loro impulso all’efficienza continua a produrre enormi profitti. Ma la percentuale di lavoratori sta calando, a causa dell’alto tasso di disoccupazione, della riduzione delle ore lavorative e dei salari stagnanti.

I gradi di disuguaglianza tra i vari paesi stanno diminuendo, grazie alla costante e robusta crescita dei mercati emergenti. Tuttavia la maggior parte delle persone non guarda ai cittadini di paesi lontani, ma solo al proprio vicino.

I mercati azionari si sono ripresi, molti paesi vedono una impennata dei prezzi relativi agli immobili privati o commerciali. Il rialzo dei prezzi per le materia prime sta portando enormi entrate ai proprietari di miniere e campi petroliferi, proprio nel momento in cui i rincari degli alimenti base stanno scatenando rivolte alimentari e rivoluzioni su vasta scala.

A tormentare numerosi lavoratori poco qualificati c’è una elevata e prolungata disoccupazione. In Spagna la disoccupazione supera il 20% e non serve che i governi adottino misure di austerity.

Dati i livelli di debito pubblico registrati numerosi paesi, sono pochi i governi che possono operare una nuova redistribuzione dei redditi. Ad es. paesi come il Brasile hanno già livelli così alti di trasferimenti dai ricchi ai poveri che ulteriori manovre comprometterebbero la stabilità fiscale e la credibilità anti-inflazione. Paesi come Cina e Russia avrebbero maggiore libertà di azione per la redistribuzione, ma sono molto cauti per paura di destabilizzare la crescita.

Le cause della crescente disuguaglianza all’interno dei diversi paesi sono comprensibili : viviamo in un’era in cui la globalizzazione espande i mercati per gli individui supertalentuosi ma è in contrasto con il reddito dei lavoratori ordinari.  La competizione tra i paesi in fatto di individui qualificati e settori proficui costringe i governi a stabilire elevate aliquote fiscali per i ricchi. La mobilità sociale è ostacolata dal fatto che i ricchi mandano i figli in scuole private, mentre i poveri non possono permettersi nemmeno di mandare i figli a scuola.

Marx ha previsto che il capitalismo non avrebbe potuto sostenersi politicamente all’infinito, ma, contrariamente alle sue previsioni, il capitalismo ha sviluppato standard di vista sempre più alti per oltre un secolo, mentre i tentativi di attuare sistemi radicalmente diversi sono venuti a mancare.

Eppure con una disuguaglianza del genere, la situazione è vulnerabile e l’instabilità può esprimersi ovunque. Quaranta anni fa le rivolte civili e le manifestazioni di massa scossero il mondo sviluppato, dando vita a riforme sociali e politiche di ampio respiro.

Rogoff si chiede come si manifesterà il cambiamento e che forma assumerà alla fine il nuovo patto sociale e ritiene che è difficile ipotizzare che il processo sarà pacifico e democratico.

L’unico punto chiaro è che la disuguaglianza non è solo una questione a lungo termine. I timori sull’impatto della disuguaglianza tra i redditi stanno già frenando al politica fiscale e monetaria sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, i quali tentano di liberarsi delle politiche superespansive adottate durante la crisi finanziaria.

Rogoff conclude che la capacità dei paesi di gestire le crescenti tensioni sociali generate dalla profonda disuguaglianza separerà i vincitori ed i perdenti nel prossimo ciclo di globalizzazione. La disuguaglianza sarà la maggiore incognita durante il prossimo decennio di crescita globale.

Per Krugman si potrebbe stabilire un parallelo tra l’insurrezione egiziana e la rivoluzione popolare che travolse Marcos nelle Filippine nel 1986. In entrambi i casi, la gente è scesa in piazza contro un dittatore che era stato per molto tempo alleato degli Stati Uniti ed era stata mobilitata, più che da un’ideologia specifica, dalla corruzione percepita del governo. Le Filippine non sono diventate la Svezia, ma comunque liberarsi di Marcos fu una cosa buona. Molti commentatori hanno paragonato la situazione agli eventi che nel 1998 misero fine alla dittatura di Suharto in Indonesia. Ma per Krugman c’è una differenza fondamentale tra le rivolte in Indonesia e nelle Filippine  e quella in Egitto. Nei primi due casi le crisi politiche fecero seguito a gravi crisi economiche : Marcos cadde vittima della crisi del debito latino americano degli anni ’80. Suharto fu travolto dalla crisi finanziaria asiatica del 1998. Invece negli ultimi anni l’Egitto ha registrato una buona crescita, ma i frutti di questa crescita non sono arrivati agli strati più poveri e la disoccupazione giovanile è un problema enorme. Forse la morale della storia è che il prodotto interno lordo non spiega mai tutto.

 


14 dicembre 2010

Mazzetti : davanti agli occhi

Marx dice che, se non trovassimo occultate nella società così com’è le condizioni ed i rapporti per una società superiore, i nostri tentativi di trasformazione non sarebbero altro che sforzi donchisciotteschi. Il comunismo trova quindi le sue vere radici, il suo principio propulsore, non fuori dal capitalismo, bensì dentro di esso ed è un prodotto di questo modo di vita.

 

 

E’ all’interno di questo modo di esistenza che si sviluppano dei rapporti di produzione e dei bisogni tali che premono verso il suo superamento e la sua trasformazione. Marx dice che, a misura che la storia progredisce, i socialisti e i comunisti non hanno più bisogno di rincorrere le chimere di una scienza rigeneratrice, non debbono più cercare la scienza nel loro spirito, devono solo rendersi conto di ciò che si svolge davanti ai loro occhi e farsene portatori.


12 dicembre 2010

Mazzetti : restare dentro, uscire fuori

La tendenza spontanea di chi oggi non ha una esperienza immediata della storicità dei propri rapporti, l’abbiamo già accennato e ci torneremo più avanti, è quella di rappresentarsi i processi di trasformazione in chiave di scelte. Da questa rappresentazione scaturisce la convinzione che, se si sceglie di stare nel capitalismo, vi si rimane dentro, mentre se si sceglie di uscirne, si può arrivare fuori. La comunità si presenterebbe così come l’effetto dell’azione di coloro che hanno deciso di instaurare un particolare stato di cose nuovo. Ma questa è una chimera !

 

Il rapporto dentro-fuori è qui elaborato in forma ingenua e non corrispondente alla complessità che lo contraddistingue realmente. Ciò è conseguenza del fatto che, nel tentativo di risolvere un problema, lo si formula in maniera fantastica, attribuendosi un potere che non si ha. Non si tiene cioè in alcun conto l’operare delle dinamiche inerenti alle condizioni date, e si fa illusoriamente tutto dipendere dalla volontà dei soggetti che agiscono.

 

 


9 dicembre 2010

Mazzetti : non sviluppo, ma rottura

E’ solo perché la maggior parte degli uomini si muove ancora nell’ambito di questi limiti,  che fanno apparire loro le condizioni sociali dell’esistenza nelle quali sono immersi come naturali, come immediatamente ed insuperabilmente costitutive del proprio essere sociale, che si sperimenta spesso l’affermarsi del comunismo come un processo che sovvertirebbe la vita in modo inaccettabile. E’ questa forma di coscienza, divenuta una catena, che ostacola l’evoluzione sociale, a far assumere al bisogno di cambiamento non la forma dello sviluppo, ma quella della rottura.

 

 

Ma è anche per questo che non si può parlare di instaurarsi dell’agire comunitario senza riconoscere che tale forma di vita corrisponde necessariamente al processo di fuoriuscita dal capitalismo. Perché solo attraverso questa fuoriuscita i presupposti dati della vita borghese vengono trattati non come elementi naturali, bensì come creazione degli uomini.


15 marzo 2010

Giuliano Battiston : intervista a Samir Amin

Memorie di un marxista indipendente: così recita il sottotitolo del più recente libro autobiografico dell'economista egiziano Samir Amin, A Life Looking Forward (Zed Books, 2006), che ha dedicato buona parte della sua vita di studioso e militante alla ricerca di alternative per il superamento della parentesi storica del capitalismo. E che anche nel suo ultimo libro tradotto in italiano, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi? (Punto Rosso, pp. 208, euro 13), continua a rivendicare la necessità di appellarsi all'utopia critica e di «partire da Marx, senza fermarsi a lui», per capire e trasformare il mondo. Nonostante l'obsolescenza del capitalismo e il fallimento del modello neo-liberista - «un apartheid a livello globale» - Samir Amin è però consapevole degli ostacoli che si oppongono alla «lunga transizione al socialismo» che propone. Dopotutto, scrive nel suo ultimo libro, la crisi «non è il prodotto di una fiammata di lotte sociali», ma delle contraddizioni interne al sistema di accumulazione del capitale. E «l'iniziativa rimane comunque nelle mani del capitale». Anche perché, come spiega al manifesto, a distanza di dieci anni dal primo World Social Forum «i movimenti restano terribilmente frammentati e deboli: si difendono dagli attacchi del capitalismo degli oligopoli finanziarizzati, ma non elaborano efficaci strategie politiche e d'azione. Scontando ancora quella illusione naïf secondo cui sarebbe possibile cambiare il mondo senza prendere il potere». Per Amin, invece, è solo riconoscendo «l'ineludibilità della questione del rapporto tra potere e trasformazione» che sarà possibile costruire la «convergenza nella diversità delle lotte» per l'emancipazione degli individui.

 




Con la crisi economico-finanziaria ci si interroga nuovamente sui limiti della globalizzazione neoliberista e, più in generale, sui limiti del capitalismo. Ci spiega in che senso, come scrive in «The World We Wish to See», «lo sviluppo mondiale del capitalismo è sempre stato polarizzante», e l'imperialismo rappresenta non «una fase del capitalismo, ma la caratteristica permanente della sua espansione globale»?

All'inizio ho adottato la tesi di Lenin, secondo la quale il capitalismo dei monopoli costituisce una nuova fase nella storia del capitalismo, annunciata alla fine del diciannovesimo secolo, e il capitalismo è diventato una forma di imperialismo soltanto a partire da quella data. In seguito, però, ho finito per elaborare l'idea del carattere originariamente polarizzante - dunque in qualche modo imperialista - del capitalismo sin dalle sue origini. Ritengo infatti che l'accumulazione su scala mondiale sia sempre stata, in modo non esclusivo ma prevalente, una accumulazione per esproprio. Un esproprio che non riguarda soltanto l'«accumulazione primitiva» analizzata da Marx e riferita alle origini del capitalismo, ma che è un tratto permanente nella storia del capitalismo storico realmente esistente, a partire dall'epoca mercantilista. Quel lungo periodo di transizione in cui il ruolo centrale nella mondializzazione, organizzata intorno alla conquista delle Americhe e alla tratta dei neri, assume la forma evidente e indiscutibile dell'accumulazione per esproprio. Questa accumulazione si dispiega poi lungo tutto il corso del diciannovesimo secolo, e si radicalizza con la formazione dei monopoli, che favoriscono l'esportazione di capitale su una scala molto più ampia, «installando» segmenti del sistema capitalista mondializzato nelle colonie «d'oltremare», nelle semi-colonie, nelle colonie dell'America latina. D'altronde, che la polarizzazione sia immanente allo sviluppo mondializzato del capitalismo, accompagnandolo sin dalle origini, lo dimostra un semplice dato: fino al 1820 circa il prodotto interno lordo pro capite della Cina era superiore a quello, medio, dell'Europa avanzata. Tra il 1820 e il 1900, si passa invece da un rapporto 1 a 1 a un rapporto 1 a 20, e dal 1900 al 2000 da 1 a 20 a 1 a 50.


Già in «Oltre il capitalismo senile» lei scriveva che, proprio a causa del suo «tallone d'Achille» - la dimensione finanziaria - il sistema capitalistico stesse preparando «una imminente catastrofe finanziaria». Ora l'imminenza è realtà: cosa intende quando sostiene che quella attuale è «la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli», organicamente legati alla finanziarizzazione del sistema?

Proseguendo una direzione di ricerca inaugurata dal libro di Sweezy e Baran del 1966, Monopoly Capital - la prima formulazione coerente della trasformazione qualitativa del capitalismo avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo con l'istituzione dei monopoli - ho individuato l'impatto di due grandi ondate nel processo di monopolizzazione: la prima ha inizio alla fine del diciannovesimo secolo e si estende fino al 1945, la seconda comincia negli anni Settanta del secolo scorso, e, dunque, non coincide affatto con la crisi finanziaria del 2008. In questa seconda ondata, il grado di monopolizzazione assume un rilievo senza paragoni. Il che mi porta a ritenere che quello contemporaneo sia un capitalismo degli oligopoli generalizzati, mondializzati e finanziarizzati. Oligopoli generalizzati perché controllano l'economia nel suo complesso (oltre che l'ambito politico e culturale), perfino quei settori non direttamente monopolizzati. E mondializzati anche per effetto delle politiche liberali e neoliberiste degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ora, per quanto riguarda la finanziarizzazione, anche da «sinistra» buona parte delle analisi sul sistema finanziario tendono a separare la finanziarizzazione, artificiale e negativa, dal buon capitalismo produttivo. Non è così: i due aspetti vanno di pari passo. Gli oligopoli sono finanziarizzati proprio nel senso che non c'è da una parte un settore finanziarizzato, quello delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensioni, e dall'altra un sano settore produttivo. Piuttosto, sono gli stessi oligopoli a essere proprietari delle grandi imprese produttive e, allo stesso tempo, delle grandi istituzioni finanziarie. E a loro volta questi oligopoli hanno bisogno dell'espansione finanziaria per assicurarsi il dominio sull'economia e sull'intera società. La «sovrapposizione», come sosteneva già Baran, è totale. E ha radici in un sistema che conduce di per sé alla stagnazione relativa, particolarmente marcata a partire dal 1970, quando nei paesi della Triade imperialista (Usa, Europa, Giappone) si è verificata una drastica riduzione dei tassi di profitto, di crescita e investimento. È questa stagnazione - una eccedenza di surplus rispetto alla possibilità di espansione del capitale per ampliare e incrementare gli investimenti produttivi - a alimentare le bolle finanziarie. Che non sono il prodotto di derive o deregolamentazione, ma un'esigenza immanente al sistema capitalistico contemporaneo: la finanziarizzazione è l'unica maniera a disposizione dei capitalisti degli oligopoli generalizzati e mondializzati per superare la tendenza profonda e intrinseca alla stagnazione. Per questo sono convinto che non ci resti, come alternativa, se non uscire da questo capitalismo in crisi. O, più modestamente, di iniziare a imboccare l'uscita, verso un altro modello di sviluppo, la cui fisionomia ancora non è chiara, e per la cui definizione serviranno altri cinquanta, cento anni.


In un suo recente saggio, «A critique of the Stiglitz report», lei afferma che una mondializzazione negoziata passa per lo «sganciamento», per la costruzione di un'economia nazionale autocentrata ma non autarchica. Una economia che - scrive in «A Life Looking Forward» - «incontrerebbe seri ostacoli se non fosse rinforzata da forme di integrazione regionale capaci di accrescerne l'effetto positivo». Come combinare strategie di sganciamento dal sistema globale con la costruzione di blocchi regionali?

Non esistono alternative praticabili allo sviluppo autocentrato, che subordini le relazioni esterne alle esigenze di trasformazione interna, le più progressiste possibili. Non si tratta di semplice autarchia, ma del capovolgimento della logica attuale: anziché adeguarsi, anziché piegarsi alle tendenze dominanti su scala mondiale, occorre operare affinché siano tali tendenze ad adeguarsi alle esigenze interne. Questo è il senso che attribuisco alle iniziative indipendenti da parte dei paesi del Sud del mondo. Le ragioni per farlo sono evidenti nella maggior parte dei casi. Forse non per i tre nuovi giganti economici: Cina, India e Brasile, che, ciascuno per sé, possono contare su un peso equivalente a quello di una grande regione, e che per questo sembrerebbero non avere bisogno di affidarsi ad accordi sottoregionali e inter-regionali. Eppure, anche questi paesi accusano dei deficit, basti pensare alla scarsità delle risorse naturali, energetiche in primo luogo, di cui hanno bisogno. E questo vale a maggior ragione per le altre regioni, per i paesi del sud-est asiatico, del mondo arabo, dell'Africa subsahariana, dell'America latina spagnola. In tutti questi casi, gli accordi sottoregionali servono a istituire, in via negoziata, forme di complementarietà, che si articolino su più piani. Per esempio quello delle tecnologie: oggi i paesi del Sud sono in grado - non tutti allo stesso modo - di sviluppare capacità tecnologica senza dover necessariamente sottomettersi al protezionismo del diritto industriale promosso dall'organizzazione mondiale del commercio. Lo stesso dovrebbe accadere per le infrastrutture, per l'individuazione di strategie di complementarietà industriale, a partire dalle industrie di base, ovviamente, ma anche per le industrie del grande consumo, per l'accesso alle risorse naturali.


A proposito di risorse naturali: lei sostiene che, «lungi dall'essere risolta, la 'questione agraria' è più che mai al cuore delle sfide che l'umanità dovrà affrontare nel ventesimo secolo». Perché ritiene che il capitalismo, «per sua stessa natura, è incapace di risolverla», e perché crede che sappia offrire soltanto la prospettiva di un pianeta di bidonville?

L'accumulazione per esproprio che caratterizza il capitalismo storico, quello che all'inizio del diciannovesimo secolo è andato cristallizzandosi intorno al triangolo Londra-Amsterdam-Parigi, non riguarda soltanto i popoli delle Americhe, ma anche i contadini europei. Il modello è quello delle enclosures della Gran Bretagna, l'esproprio dei contadini inglesi e irlandesi, che hanno subìto, per primi in Europa, una forma di appropriazione privata della terra, poi generalizzata sul continente europeo. Questo modello storico avrebbe avuto conseguenze esplosive se non fosse stato accompagnato da quell'enorme «apparato di sicurezza» e «valvola di sfogo» costituita dal sistema delle migrazioni verso le Americhe: i processi migratori hanno permesso all'Europa di costruire altrove un'altra Europa, altrettanto, se non più importante in termini di popolazione di quella del continente. Ma se consideriamo gli altri continenti, l'Asia, l'Africa, l'America latina, dove oggi vive il settantacinque per cento della popolazione mondiale, di cui una metà contadina, ci rendiamo conto che questo sistema è inaccettabile e inefficace. Come dimostra la recente nascita di un pianeta di bidonville: i contadini espulsi dalle terre non possono venire «assorbiti» dai meccanismi della moderna industrializzazione, e non possono ricorrere in modo massiccio alle migrazioni. La soluzione alla questione agraria proposta dal modello capitalista richiederebbe che si concedessero all'Asia, all'Africa, all'America Latina, almeno altre quattro Americhe.


9 luglio 2009

Roberto Romano e Sergio Ferrari : Ambiente, energia, sviluppo. Il lavoro dimenticato

 Rilanciando nel 2005 la “strategia di Lisbona” (nata con l’obiettivo, divenuto quasi uno slogan, di fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo), l’UE sottolinea come il perseguimento di una crescita duratura e sostenibile e la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro debba essere ispirata da un’opportuna rivisitazione della politica industriale. In questo quadro l’UE fa emergere la necessità di una regolamentazione migliore, del perfezionamento del mercato interno, del rafforzamento della politica per la ricerca, delle politiche per l’occupazione e di quelle sociali. Questi tratti escono poi rafforzati dal vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 dicembre del 2008, nel quale si è andata delineando una più ampia e articolata linea d’intervento sui temi dell’energia, dell’ambiente e della conoscenza, a cui tutti gli Stati sono chiamati a concorrere ed ispirare le azioni volte al superamento della crisi economica internazionale. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sui processi d’innovazione tecnologica e di rinnovamento del tessuto produttivo sulla spinta della “nuova” domanda che la sfida energetico-ambientale va alimentando. La riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, con la possibilità di traguardare il 30% nel marzo 2010, dopo la conferenza di Copenhagen, sono diventati, dunque, obiettivi centrali della “nuova” politica industriale dell’Europa[1]. La possibilità e la capacità di innovare il tessuto industriale attivando la produzione di nuovi beni capitali e strumentali orientati alla salvaguardia energetico-ambientale, è giudicata inoltre rilevante non solo nei termini delle urgenze poste dalla crisi, ma anche ai fini di intercettare una posizione competitiva nell’ambito di una nuova divisione internazionale del lavoro. Su una linea “simile” si muove anche la nuova amministrazione statunitense e il richiamo alla “novità Obama” è ormai una citazione obbligata da parte di tutta la stampa.



Se guardiamo all’Italia non tardiamo, tuttavia, ad accorgerci della divergenza che il suo modello di sviluppo produttivo mostra nei confronti di quello europeo. E, soprattutto, a sollevare seri dubbi circa la possibilità che il nostro Paese sia in grado, nel rispetto dell’ambiente e della “sicurezza energetica”, di tutelare l’occupazione e di crearne di migliore in futuro.
Da un’indagine dell’Energy & Strategy Group in Italia, presentata lo scorso 12 marzo, risulta che, nel settore dei beni ambientali e delle fonti energetiche rinnovabili, le imprese nazionali operano prevalentemente nel campo dell’installazione, che copre tra il 7% e il 17% del giro d’affari totale, essendo il rimanente da attribuire a chi opera nel campo della ricerca e produzione di pannelli solari, di apparati per l’energia eolica, ecc. E l’import di questi beni raggiunge il 98%, mentre il rimanente 2% è realizzato da imprese estere ubicate in Italia. E’ bene sottolineare come tutto questo avvenga dopo anni in cui il manifatturiero del nostro Paese non ha fatto altro che registrare un indebolimento della competitività sui mercati internazionali perdendo quote di export in termini superiori a quella dei paesi dell’Unione e inanellando progressive riduzioni degli attivi commerciali nei confronti di quegli stessi paesi, mentre, al contrario, i maggiori paesi europei hanno dato vita a una rigenerazione della propria offerta produttiva, spostando questa su beni “ad alta intensità tecnologica” secondo un opportuno allineamento con la direzione dei grandi “cambiamenti strutturali” in atto.

La questione non è marginale se si pensa che la dinamica degli scambi internazionali dei beni energetico-ambientali, ancor prima degli impegni europei del dicembre 2008, aveva raggiunto valori in aumento del 25 % all’anno tra il 1995 e il 2005. E che, ad esempio, la Germania ha raggiunto in pochi anni nelle esportazioni di beni ambientali valori pari a 56 mld di euro l’anno, ormai prossimi alla meccanica elettrica. Ma risultati commerciali fortemente positivi sono riscontrabili anche per quanto riguarda paesi come la Danimarca o la Spagna.

I danni del mancato processo di riconversione tecnologica del sistema economico italiano sono (tristemente) noti da tempo: l’impossibilità di competere sull’alta tecnologia e, contemporaneamente, la difficoltà di competere sul costo del lavoro per la presenza delle “economie emergenti”, ha sollecitato crescenti richieste di forme di flessibilità lavorativa creando un circuito (perverso) di “precarizzazione” e di disincentivo a correggere il tiro della specializzazione produttiva.

Questo risultato è la conseguenza di una politica da sempre incentrata sulle agevolazioni e sugli incentivi, ma incapace o rinunciataria rispetto alla necessità di aggredire lo spiazzamento tecnologico presente nel nostro sistema produttivo. Uno dei tanti omaggi alla concezione liberista del mercato; tanto estremista in Italia da sfiorare l’autolesionismo. Inoltre, a questi risultati si è pervenuti nonostante la ricerca pubblica disponesse delle conoscenze per affrontare le soluzioni tecnologiche necessarie. Ma essendo il sistema industriale del tutto inadeguato, le competenze pubbliche sono rimaste “pubbliche”. L’effetto degli incentivi alla “domanda ambientale ed energetica” è stato quello di avere finanziato, di fatto, la ricerca e lo sviluppo dei paesi concorrenti, penalizzato le strutture pubbliche di ricerca, creando ulteriori deficit commerciali nella nostra bilancia commerciale. E aggravando non solo le debolezze preesistenti del nostro sistema produttivo, ma riducendo anche, in prospettiva, le possibilità di creare “lavoro buono”, nel senso di lavoro ad elevata intensità di conoscenza. Il caso delle tecnologie delle fonti energetiche rinnovabili è certamente quello più clamoroso, ma esistono precedenti analoghi ad esempio in materia di tecnologie informatiche, di tecnologie laser, elettromedicali, ecc., che avrebbero dovuto mettere in guardia qualunque autorità responsabile.

Mentre altrove si riesce a coniugare l’alta qualità del lavoro con la riconversione dei processi produttivi verso la “green economy”, da noi la politica economica dei Governi sembra dunque creare un trade-off fra tutela dell’ambiente e tutela dell’occupazione. Una politica industriale miope e l’assenza di un progetto di trasformazione della specializzazione produttiva hanno portato a marginalizzare l’Italia nel consesso internazionale. Ancora una volta il nostro paese resta estraneo alla “strategia di Lisbona”.


30 maggio 2009

Roberto Romano, Sergio Ferrari : lo strano aumento degli occupati in ricerca e sviluppo

 Il 24 novembre 2008 l’Istat ha pubblicato l’indagine annuale “La Ricerca e Sviluppo in Italia nel 2006” da cui si osserva un forte incremento del numero dei ricercatori, unitamente a un più contenuto aumento della spesa in ricerca in sviluppo. La crescita del numero degli addetti alla ricerca è pari a 17,1%, mentre la spesa in R&S passa da 1,10% a 1,14% del Pil tra il 2005 e il 2006, con un tasso di crescita pari al 3,6%. Con un incremento relativamente modesto della spesa in R&S si è aumentato il flusso in entrata di nuovi ricercatori. Inoltre, occorre sottolineare che nello stesso periodo il numero degli addetti totali nel sistema delle imprese era diminuito. Nel settore della ricerca la questione è diversa: c’è un aumento dell’occupazione del 17,1% con una crescita della spesa del 3,6%, cioè i nuovi addetti alla ricerca costerebbero molto meno dei precedenti. La struttura produttiva italiana, pur necessitando di nuovi investimenti in ricerca e sviluppo, con difficoltà potrebbe assorbire un aumento del numero dei ricercatori pari al 17%, soprattutto se ciò si realizza nell’arco dello stesso anno.

Questo “prezioso” aumento degli addetti merita, quindi, un approfondimento. L’Istat suggerisce un’interpretazione sull’aumento degli addetti alla ricerca: “la consistenza della spesa per R&S intra-muros delle imprese (nel 2006) è stata influenzata dalla diffusione tra le imprese italiane dell’accesso al beneficio della deduzione dalla base imponibile irap dei costi sostenuti per il personale addetto alla R&S (inclusi consulenti e collaboratori)”.

Di solito gli interventi fiscali a sostegno dello sviluppo hanno un impatto economico molto modesto o comunque non equivalente alle mancate entrate, ma in questo caso la riduzione del costo del lavoro per la ricerca e sviluppo ha fatto miracoli. Questa misura avrebbe trasformato l’indole delle imprese italiane. Tutte si sarebbero improvvisamente impegnate a fare ricerca. Se fosse vero l’effetto “registrato” dall’Istat di questa misura fiscale, si confuterebbe la tesi dell’inefficacia del fisco come strumento di sostegno alla crescita economica. Il credito di imposta realizzato dal governo Prodi sarebbe, quindi, del tutto positivo, anche se in quegli anni e, soprattutto, negli anni successivi il paese ha continuato a crescere meno della media dei paesi europei, con una bilancia tecnologica strutturalmente in passivo.

In realtà, il provvedimento potrebbe aver favorito l’elusione fiscale. L’Istat afferma che “nel 2006 gli addetti alla R&S nelle imprese (in unità equivalenti a tempo pieno) sono aumentati di ben 9357 unità rispetto all’anno precedente. I ricercatori, in particolare, sono aumentati di 2067 unità (7,4 per cento). Ciò ha determinato un incremento assai rilevante della attività di R&S presso le imprese con meno di 100 addetti. In particolare per le imprese con meno di 50 addetti è stato stimato un incremento di spesa per R&S intra-muros, tra il 2005 e il 2006, del 27,1 % con un aumento del personale di ricerca del 60,2 per cento. Per le imprese con 50-99 addetti, tali incrementi sono pari al 60 % per la spesa e al 90,5% per il personale”.

Si tratta di incrementi record, inimmaginabili nemmeno nei paesi scandinavi. Il nostro sistema industriale è in genere un po’ ottuso in materia di ricerca. Difficile credere che il nostro modello d’impresa abbia scoperto un nuovo modello di sviluppo proprio alla vigilia della grande crisi. Se così fosse avrebbe compiuto un salto epocale nella specializzazione produttiva, e senza dare nell’occhio avrebbe cambiato il paese in un paio di anni.

Un’altra ipotesi sostiene che le nostre imprese, per “intercettare” gli sconti fiscali concessi dal governo tramite l’irap, sono state più attente a compilare i questionari Istat e hanno fatto emergere l’esistenza di addetti alla ricerca precedentemente non segnalati.

Se le agevolazioni fiscali hanno “modificato” la rilevazione statistica per la ricerca e sviluppo, potrebbe essere accaduto anche per altri interventi. Ad esempio se l’Italia ha degli investimenti fissi lordi in rapporto al pil pari a quelli fatti dalla media dei paesi europei, ma allo stesso tempo ha una crescita del Pil più basso di almeno 0,8 punti, due possono essere le spiegazioni: la prima è legata alla bassa produttività degli investimenti; la seconda è legata al fatto che alcuni di questi investimenti siano fittizi, più che altro determinati da vantaggi fiscali. Sia nel primo caso e sia nel secondo la situazione sarebbe grave. E se fossero vere in quote variabili entrambe le interpretazioni, cosa possibile, la situazione sarebbe ancor peggiore.



Da Economiaepolitica.it


9 marzo 2008

L'ideologia dello sviluppo

 

Fra le nozioni politico-giuridiche prive di un significato preciso ma cariche di connotazioni acriticamente positive quella di sviluppo merita anch'essa di essere «destrutturata» . A fianco della nozione di rule of law (il manifesto del 26 gennaio) e di quella di «alternativa armonica alla conflittualità» (il manifesto dell'8 febbraio) essa occupa un posto importante nella costruzione di un apparato ideologico a supporto del capitalismo globale. Le variazioni che rendono vaga questa nozione sono storiche e geografiche e si possono ben seguire attraverso le trasformazioni dell' istituzione finanziaria internazionale che fa dello sviluppo la propria ragione sociale: il gruppo Banca Mondiale.
Nel 1944, nel quadro degli accordi di Bretton Woods, attraverso i quali le potenze alleate, dando seguito all' illuminata e poi tradita insistenza di Lord John M. Keynes, si misero alla ricerca di formule di governance per stabilizzare il mondo che sarebbe uscito dalla imminente vittoria della seconda guerra mondiale, venne istituita la International Bank of Reconstruction and Development (Ibrd) prima istituzione del gruppo Banca Mondiale, recante la denominazione sviluppo nella sua stessa ragione sociale.
Gli accordi di Bretton Woods, che oltre alla Banca diedero vita pure al Fondo Monetario Internazionale (istituzione sponsor dello sviluppo anche dei paesi già sviluppati), si svolsero in un clima di forte tensione rispetto al blocco sovietico con il quale gli Anglo-americani, pur alleati, avevano già iniziato la dissennata competizione che spiega, ben più di quanto non voglia ammettere la storiografia ufficiale, anche la bomba di Hiroshima.
Obiettivo bipartisan
Lo sviluppo qualifica il nome anche della seconda istituzione del gruppo, quella International Development Association (Ida) che dal 1980, proprio all' inizio del decennio che doveva «concludere» la guerra fredda, si occupa di imprestare soldi ai poorest countries, i più poveri fra i poveri. Con questo «strumento», la Banca mondiale lavora alla costruzione di quel consenso dei subalterni che Antonio Gramsci definisce cruciale per qualsiasi progetto di egemonia. Allo stesso modo diviene istituzionalizzata la «logica» reaganiana e tatcheriana per cui la solidarietà va circoscritta il più possibile.
Per tutta la fase successiva la decolonizzazione, sicuramente una delle conseguenze più desiderabili della guerra fredda e della contrapposizione fra blocchi, la promessa di sviluppo venne utilizzata su entrambi i fronti per esercitare rinnovata influenza sui nuovi stati indipendenti entrati nel consesso delle nazioni sovrane. Per paesi disperatamente poveri, lasciati in miseria dal ritiro del colonizzatore (i francesi portarono letteralmente via dagli uffici pubblici dell'ex-colonie perfino le lampadine della luce) non restava che bussare alla porta delle istituzioni finanziarie internazionali per ottenere la liquidità indispensabile per non collassare immediatamente. Così, la Banca Mondiale, con i suoi tassi di interesse inferiori rispetto a quelli delle banche private, godette per diverso tempo di scintillante prestigio. Il numero dei paesi membri crebbe progressivamente fino agli attuali 185, e la promessa dello sviluppo mantenne un ruolo fondamentale anche nella politica delle nuove leadership post-coloniali, tanto quelle cleptocratiche quanto quelle «rispettabili». Lo sviluppo divenne un'idea «bipartisan» nel senso più profondo det termine, tentando perfino leaders non allineati del prestigio di Nehru in India, di Nyerere in Tanzania, oltre naturalmente a Fidel Castro e Che Guevara.
Non fu necessario molto tempo perché i paesi poveri si rendessero conto di essere finiti nelle mani degli usurai. Il doppio shock petrolifero degli anni Settanta riempì le casse delle banche private di spaventosi quantitativi di petrodollari che vennero profferti alle élites più corrotte a tassi di interesse relativamente bassi, portando i paesi poveri ad indebitarsi sempre di più per finanziare importazioni di beni di lusso e i folli tenori di vita delle classi dirigenti urbanizzate. La cresicta dei prezzi delle materie prime, prodotte in gran parte nei paesi poveri, contribuì per un certo periodo a illudere che lo sviluppo fosse a portata di mano, illusione da cui ci si svegliò bruscamente. Siamo ormai in pieni anni Ottanta quando, soprattutto a fronte al repentino crollo dei prezzi internazionali dei prodotti agricoli, drogati dai sussidi americani ed europei - il latte, il cotone e i cereali, che possono godere di sussidi ben supperiori al 100% - e alla brusca crescita dei tassi dovuta ai rischi di default, ci si accorse che l' indebitamento era divenuto insostenibile.
Le istituzioni di Bretton Woods a quel punto mostrarono la spietata realtà capitalistica di uno Shylock nascosto dietro la maschera di organizzazioni internazionali tanto prestigiose da essere strutturalmente collegate alle Nazioni Unite. In verità, al di là dell'apparenza pubblicistica, tanto la Banca mondiale quanto il Fondo monetario internazionale hanno la stuttura istituzionale di una corporation privata, dove comanda chi ha investito più soldi. Ne segue che, a dispetto dei numerosi stati membri, le redini del comando sono saldamente nelle mani degli Stati Uniti e dei paesi «già sviluppati». I paesi indebitati, proprio come un'azienda che per evitare il fallimento si sottopone ad amministrazione controllata, furono costretti così a consegnare la propria sovranità politica a chi poteva prestar loro i fiumi di denaro necessari adesso per ripagare l' interesse sul debito. Vennero in questa fase elaborati i cosdiddetti Structural Adjustment Plans (Sap, i piani di aggiustamento strutturale) alla cui adozione venne condizionato ogni ulteriore finanziamento tanto da parte della Banca Mondiale quanto del Fondo Monetario Internazionale.
Il mercato della solidarietà
I piani erano semplici e universali, sposando la retorica reaganiana per cui se vedi un uomo che ha fame non gli regali un pesce ma gli insegni a pescare, affittandogli però la canna. Non a caso essi consistevano nella ricetta fondamentale della privatizzazione dell' intero settore pubblico (che poteva così essere comprato a prezzo di realizzo dalle corporations globali). L'aggiustamento strutturale dell' economia consiste infatti della simultanea introduzione dei seguenti punti: lasciare che siano i mercati a determinare liberamente i prezzi, riducendo od eliminando ogni controllo statale; trasferire al settore privato le risorse detenute dallo Stato; ridurre il budget dello Stato il più possibile; riformare la burocrazia in modo da facilitare lo sviluppo del settore privato.
Questi quattro punti fondamentali vengono dettagliati nei contratti di finanziamento condizionati all' aggiustamento strutturale attraverso una serie di prescrizioni di dettaglio che i paesi assistiti devono «implementare» per legge: l'abolizione dei minimi salariali; l'abolizione dei sussidi per il cibo; l'abolizione dei programmi di riduzione del costo degli affitti per le abitazioni; la riduzione degli standard di sicurezza sul lavoro e degli standard ambientali; l'obbligo di appaltare i pubblici servizi al settore privato (trasporti, istruzione, sanità, pensioni).
Naturalmente, un tale assalto alla sovranità politica e giuridica degli Stati membri non sarebbe stato possibile senza il radicale processo globale di «depoliticizzazione» del diritto, coinciso con la fine della guerra fredda. Infatti, per tutto il periodo compreso fra Yalta e la caduta del Muro di Berlino, l'intervento politico e giuridico da parte della Banca e del Fondo era tabù proprio per non creare squilibri fra i blocchi (ed è a tutt'oggi espressamente vietato dall' articolo IV, sezione 10 dell'« Accordo istitutivo» della Ibrd: political activity prohibited). Soltanto sul finire degli anni Ottanta, e poi con aggressività crescente fino ad oggi, la Banca e Fondo sono divenuti attori giuridici (e quindi politici) della globalizzazione. La Banca mondiale (ed il Fondo monetario internazionale per le semiperiferie già svilupate come l'Italia) non soltanto vincola contrattualmente gli Stati agli aggiustamenti strutturali ma sponsorizza studi, congressi, progetti, centri di ricerca, partecipando così alla produzione dell'ideologia oggi dominante. Si «naturalizza», cioè, l'abdicazione della sovranità politica da parte dei paesi indebitati al fine ostentato della ristrutturazione dell' economia e a quello reale del suo saccheggio da parte delle onnipotenti corporations.
Come ben sa chiunque non voglia nascondere la testa nella sabbia, le ricette neoliberiste così elaborate e applicate, ed in particolare le privatizzazioni, hanno prodotto e stanno producendo ovunque (anche nella semiperiferia italiana) disastri sociali terribili, colpendo spietatamente i più deboli e producendo la conseguente crescita di apparati repressivi, a loro volta spesso privatizzati, per soffocare ogni anelito di rivolta e ogni tentativo di emancipazione.
A fronte della protesta dilagante un po' ovunque nei confronti dell' aggiustamento strutturale, la Banca Mondiale ha riproposto la vecchia, mai sopita e ben sperimentata ideologia dello sviluppo, arricchendo il termine della locuzione sustainable o equitable. I «Piani di aggiustamento strutturale» sono cosìdiventati, successivamene alle proteste di Seattle, Comprehensive Development Frameworks. Non è tuttavia minimamente mutata la visione semplicistica di un progresso unilineare, necessario, fondato su una giuridicità tecnocratica, il cui impatto è misurabile in termini di crescita del prodotto interno lordo.
Nei contesti subalterni l'ideologia dello sviluppo, che tanto sembra contagiare i discorsi dei nostri acclamati tecnocrati (è dei giorni scorsi la perorazione a favore di un rilancio delle privatizzazione declamata da Mario Draghi in nome dello sviluppo) e convincere la più gran parte della nostra accademia provinciale e carrierista, comincia ad essere squarciata dai primi sintomi di una rinnovata presa di coscienza globale.
Nelle parole dello studioso africano Vincent Tucker: «Lo sviluppo è un processo attraverso il quale altri popoli sono dominati ed i loro destini sono tracciati secondo una percezione del mondo che è essenzialmente occidentale. Il discorso sullo sviluppo è parte di un progetto imperiale tramite il quale le persone sono dominate e mercificate. Si tratta di parte essenziale di un processo attraverso cui i paesi "sviluppati" gestiscono, controllano e perfino creano il Terzo mondo, economicamente, politicamente, sociologicamente e culturalmente. è un progetto attraverso cui le vite di certe persone, i loro piani, le loro speranze e la loro immaginazione sono modellati da altri che frequentemente non ne condividono lo stile di vita, le speranze ed i valori. La reale natura di questo processo è celata da una ideologia che presenta lo sviluppo come qualcosa di desiderabile, un destino umano necessario».
Un mostro senza controllo
Come Frankestein che sfugge dal controllo del suo inventore, la retorica dello sviluppo non aliena oggi soltanto i paesi «sottosviluppati» ma anche noi stessi. Trasformato in un fedele ideologo della logica predatoria della privatizzazione, e quindi poderosamente sponsorizzato dai poteri forti e dai loro lacché politici e mediatici, lo sviluppo è oggi una mera propaganda. In nome suo trionfano l'hubris della Torre di Babele, un delirio di onnipotenza, un trionfo della quantità sulla qualità, una psicosi per cui il risparmio di mezz'ora su una tratta ferroviaria giustifica ogni scempio ambientale. La retorica dello sviluppo ci trascina, accecati, in una corsa in cui la soddisfazione di brevissimo periodo del privato che trionfa nella competizione per la dissipazione delle risorse naturali non viene vista come portatrice di distruzione e spreco ma come una crescita desiderabile, necessaria, infinita.
Occorre allora un programma capace di recuperare il pubblico, la sovranità politica, la messa in comune di speranze e risorse, la qualità della vita rispetto alla quantità economica della ricchezza materiale. (Un primo tentativo si trova in www.nuvole.it). Se non riusciremo tutti insieme a crearlo, e continueremo a vivere rassicurati dalle formule astratte ripetute dai riformisti più in voga, ci sveglieremo assai presto realizzando che nel sottosviluppo ci siamo sprofondati noi oggi e qui.

(Ugo Mattei)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. sviluppo diritto politica sovranità

permalink | inviato da pensatoio il 9/3/2008 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     aprile        giugno
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom