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17 settembre 2010

La tesi di Denis sulla domanda di investimenti

E’ possibile pensare che la domanda di investimenti non presuppone una precedente domanda di merci capace di assorbire l’accresciuta capacità produttiva : nella crisi ci sono comunque imprese che sopravvivono e magari fanno profitti, debellano la concorrenza, incorporano altre imprese e sono queste sulla base di aspettative soggettive (sulla base del successo avuto) a costituire la domanda di investimenti che riequilibria il sistema. Ovviamente la discrepanza tra aspettative e domanda effettiva  nel tempo sarà il seme delle crisi future.

La teoria di Denis sul fatto che sia un fattore esterno a generare la domanda di investimenti che permette di evitare la crisi almeno a breve ed a generare un livello degli investimenti superiore al risparmio mi pare interessante e problematica al tempo stesso. Interessante perché (nel suo essere una variante della tesi di Luxemburg) fotografa un’economia capitalistica nel suo divenire storico con una ricchezza addizionale sempre presente e di cui volta per volta bisognerebbe identificare la fisionomia. Probabilmente la iniziale domanda addizionale di investimenti deriva da una ricchezza già esistente derivante dallo sfruttamento (spesso di rapina) di risorse naturali (beni alimentari, risorse energetiche e minerarie), ricchezza che inizialmente viene investita nella costruzione di impianti che permettano uno sfruttamento di risorse meno facilmente raggiungibili.

 

 

I primi operai sono operai nell’estrazione di risorse o nel campo della produzione agricola.

Successivamente le occasioni esterne sono innovazioni tecnologiche usate da imprese che hanno superato la crisi e che si rivolgono ad una offerta istituzionale formata da altre grandi industrie, Stati e consumatori appartenenti agli strati più ricchi della società e grazie a questa offerta si instaura un altro fenomeno moltiplicativo che dà origine alla fase di espansione.

 

 

 

 


10 settembre 2010

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 

 

 

 

 

A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.


9 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Sweezy, Sternberg e Baran secondo Denis

Sweezy, Sternberg e Baran mettono in evidenza il fatto che l’evoluzione dei paesi capitalistici progrediti non può essere più studiata isolatamente, dato che fa parte di un processo mondiale i cui diversi momenti vanno presi in considerazione simultaneamente. La fondamentale contraddizione interna della produzione capitalistica porta all’espansione, all’interazione sistematica ed al conflitto verso la realtà esterna. Quest’ultima poi conduce ad una ristrutturazione della situazione interna la quale viene liberando le forze che spingono verso un nuovo ordine mondiale. Sternberg rifiuta la concezione di Hilferding, ripresa da Lenin, che definisce l’imperialismo come una conseguenza dello sviluppo dei monopoli. Egli dice infatti che la spinta imperialistica si manifestò in Inghilterra ed in Francia molto tempo prima che si potesse constatare una concentrazione monopolistica appena considerevole.

 

 

L’appoggio fornito dagli imperialisti europei alle feudalità locali ed all’azienda artigianale non potrà più durare a lungo in Asia. È estremamente improbabile che in questa parte del mondo una lunga fase di capitalismo liberale conduca l’economia dallo stadio feudale e precapitalistico a quello delle grandi aziende monopolistiche e dei colossali concentramenti finanziari. Tutto porta invece a ritenere che in parecchi paesi asiatici l’alleanza dell’imperialismo con la feudalità sarà spezzata a vantaggio di un sistema economico che darà di colpo allo stato un compito decisivo nello sviluppo e nella modernizzazione sia dell’industria che dell’agricoltura. Baran dimostra che l’imperialismo ha ingenerato il sottosviluppo e che le regioni arretrate non possono colmare il divario che le separa da quelle progredite nel quadro del modo capitalistico di produzione. Le prime infatti continuano ad essere dominate dalle seconde che le riducono a strumenti del proprio arricchimento e della propria potenza.

Sweezy sembra anche lui ammettere che nel periodo del capitalismo concorrenziale i mercati esteri non abbiano assolto ad una funzione essenziale nello sviluppo economico europeo. La sua teoria si basa sull’idea che, nel corso dello sviluppo capitalistico, il risparmio della classe borghese tenda a costituire una parte sempre più grande del reddito nazionale, poiché i profitti hanno la tendenza ad aumentare più rapidamente dei salari e poiché quindi si manifesta nei capitalisti la propensione a risparmiare una aliquota sempre più cospicua dei loro redditi. Ma allora, se tutto il risparmio si investe, non può non accadere che l’investimento cresca più celermente del consumo effettivo. Se poi le tecniche produttive non si modificano, la produzione di beni di consumo aumenta ogni anno nella stessa percentuale dell’investimento. La produzione dei beni di consumo dunque cresce più rapidamente del consumo effettivo e la conseguenza inevitabile è la crisi. Denis obietta che non sembra effettivamente possibile sostenere che la produzione di beni di consumo cresca necessariamente allo stesso ritmo degli investimenti. Sostenendo questa tesi si trascurerebbe il fatto che le nuove attrezzature possono essere utilizzate per fabbricare degli altri beni di produzione supplementari e non dei beni di consumo. Certo non sarebbe possibile sostenere che un simile processo potrebbe proseguire all’indefinito, dice Denis, a meno di non ricadere nell’errore di Tugan Baranovskij. Tuttavia sembra necessario sottolineare che, per spiegare realmente il ciclo, bisogna poter dimostrare sia perché, durante un certo tempo, si verifichi effettivamente nell’economia capitalistica un processo di produzione d’attrezzature per la produzione d’attrezzature sia perché poi questo stesso processo s’interrompa. Secondo Denis Sweezy non risponde né alla prima, né alla seconda questione ed in realtà non potrebbe rispondervi se al centro dell’analisi non si mette il principio (affermato da Malthus e Luxemburg) secondo il quale il processo della produzione capitalistica rimane subordinato ad uno sviluppo preliminare dei suoi sbocchi.

Secondo Denis bisogna ammettere che ogni espansione capitalistica è dovuta in origine all’azione di un fattore esterno che crea una nuova domanda di prodotti e suscita una prima ondata di investimenti. Se questa prima ondata è abbastanza forte l’investimento supera il risparmio normale e la domanda globale di prodotti è superiore all’offerta globale di maniera che ne risultino sollecitati nuovi investimenti. L’azione del fattore esterno viene così moltiplicata e si sviluppa un processo di generale espansione di cui non sono sempre evidenti i legami con la causa reale che lo ha provocato. Tuttavia dopo un certo tempo la propensione ad investire non può non diminuire fortemente negli ambienti industriali, dato che cresce rapidamente la massa degli investimenti in via di realizzazione. D’altra parte poiché anche il risparmio normale aumenta rapidamente, giunge ben presto un momento in cui tale risparmio diviene più grande dell’investimento. È proprio a questo punto che si spezza e s’interrompe il processo di espansione.

Nel corso dell’ultimo secolo i più importanti fattori esterni dell’espansione sono stati da un lato la penetrazione del commercio e del capitalismo in nuove zone del mondo e dall’altro lato specialmente negli Stati Uniti, lo sfruttamento di nuove terre fertili su larghe estensioni. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di decolonizzazione sommato con l’aiuto ai paesi arretrati, ha determinato di nuovo in questi ultimi paesi un rapido incremento della domanda di beni industriali. Si è aggiunto a ciò l’incremento della spesa pubblica e delle spese militari. Si ritiene che si possa spiegare così il fatto che lo sviluppo economico dei paesi capitalistici progrediti (divenuto assai più lento tra le due guerre mondiali) abbia potuto riprendere ad un ritmo sostenuto.

I tre economisti qui studiati secondo Denis non prendono in sufficiente considerazione la necessità di principio che esistano preliminarmente degli sbocchi. Baran dice che, allargando il mercato per i prodotti di imprese private il commercio estero può determinare un aumento della produzione e degli investimenti che in caso contrario non si sarebbe mai verificato. Delle condizioni di un commercio equilibrato per Baran l’effetto del commercio estero sul complesso dell’economia è meno certo, poiché l’espansione delle industrie esportatrici può venire pienamente compensata da una contrazione delle industrie colpite dall’importazione di beni sui loro mercati. Ma Denis obietta che, nel caso di rapporti commerciali con le regioni sottosviluppate, il commercio anche squilibrato o persino deficitario dal punto di vista delle zone industriali è non di meno un potente fattore di sviluppo, dato che queste zone stesse importano delle materie prime e delle derrate agricole, le quali non esercitano alcuna concorrenza sulla loro produzione nazionale. Baran a tal proposito dice che il significato del commercio estero come fattore dinamico, come fonte di un movimento che aiuta l’economia capitalistica ad uscire fuori da una situazione data, sta innanzitutto nel fatto che esso dà origine al meccanismo dell’esportazione di capitali. Sternberg invece non ha minimizzato l’importanza degli sbocchi esterni secondo Denis, ma li avrebbe considerati solo una valvola di scarico della produzione capitalistica sovrabbondante. Denis ritiene invece che in mancanza di occasioni esterne di investimento non si sarebbe mai avuto sviluppo della produzione capitalistica.

 


9 settembre 2010

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.

 

 

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

 


12 agosto 2010

Claudio Napoleoni : caduta del saggio di profitto e crisi di realizzo

 

La causa fondamentale che interrompe secondo Marx il processo di circolazione e produce le crisi è il declino del saggio di profitto : infatti quando questo saggio subisce una caduta tale da indurre i capitalisti a desistere dall’investimento e a mantenere il capitale nella forma monetaria in attesa di circostanze più propizie, la continuità del processo di circolazione è interrotta e scoppia la crisi. La caduta del saggio di profitto può essere legata sia alle cause di lungo periodo di cui si è già parlato prima, sia per l’impossibilità da parte dei capitalisti di vendere le merci a loro valore. Ciò che sta dietro alla diminuzione del saggio di profitto in un caso è assai diverso a ciò che sta dietro nell’altro caso : nel primo caso abbiamo a che fare con movimenti nel saggio del plusvalore e nella composizione organica del capitale, mentre rimane inalterato il sistema del valore. Nell’altro caso si ha a che fare con forze non ancora specificate ma che tendono a creare una generale carenza della domanda effettiva di merci, non nel senso che la domanda sia insufficiente ad acquistare tutte le merci offerte, ma nel senso che essa è insufficiente ad acquistarle tutte ad un soddisfacente saggio di profitto. 



In corrispondenza con questa alternativa, si sono sviluppate due linee interpretative del problema delle crisi, circa le cause che possano deprimere il saggio di profitto :

·         La prima di M. Dobb considera che il principio fondamentale della spiegazione delle crisi sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, mentre la sproporzione tra produzione e consumo è solo un fattore subordinato. Per Dobb il consumo è un importante elemento incidentale e il conflitto tra produttività e consumo è un aspetto della crisi, ma rimane soltanto un aspetto, mentre Marx considerava la contraddizione entro la sfera della produzione tra crescente capacità produttiva e decrescente profittabilità del capitale (dunque tra forze produttive e rapporti produttivi nel capitalismo), il punto essenziale della questione. La crisi dunque appare come la reazione violenta che il sistema mette in atto nel tentativo di contrastare la legge della caduta del saggio di profitto. Infatti nella misura in cui la crisi rende improduttivo il capitale esistente o addirittura lo distrugge, essa determina una riduzione o annullamento del valore del capitale e quindi una riduzione della sua composizione organica, così che il saggio di profitto riprende a salire. In questa stessa direzione agisce anche l’aumento di disoccupazione che è prodotto dalla crisi, in quanto l’allargamento dell’esercito industriale di riserva riduce il prezzo della forza-lavoro occupata e crea le condizioni per una crescita del saggio di plusvalore, preparando il terreno ad una ripresa del processo di investimento. Da queste considerazioni che Marx ha sviluppato la teoria della crisi assume i connotati di una teoria del ciclo economico : crisi e depressione si configurano non come tempo difficile, ma come mezzo specifico a cui il sistema ricorre periodicamente per porre rimedio ai danni causati dalla prosperità. Un ritmo accelerato di accumulazione causa una reazione sottoforma di crisi, ricostituendo l’esercito di riserva, deprezzando il capitale e ristabilendo la vantaggiosità della produzione. Questa tesi malgrado il suo impianto classico ha avuto una posizione di minoranza all’interno della tradizione marxista, dove ha invece trovato più ascolto

·         La teoria delle crisi di realizzo per la quale la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In questo caso si tratta di teorie che provengono da autori che non concordano con Marx nel riconoscimento della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. All’interno di questa linea interpretativa si possono individuare due sottoclassi : la prima è quella per cui le crisi derivano da sproporzioni tra i vari settori della produzione. Secondo questa linea nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale. Tale ipotesi è già presente in Marx dove parla della possibilità della migrazione di capitale da una branca di produzione ad un’altra e dove dice che tale migrazione può implicare una crisi. L’autore che per primo ha dato rilievo e diffusione a questa spiegazione è stato l’economista russo Tugan-Baranovskij, il quale respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo).


28 gennaio 2010

E’ possibile collegare tra loro le teorie marxiane sulla crisi ?

 

Riguardo alla crisi economica, sono molte le teorie che cercano di spiegarne la genesi e la loro successiva evoluzione. Nel solo Marx si sono individuate quattro diverse teorie esplicative :

·         La teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto

·         La teoria del sottoconsumo (ripresa da Rosa Luxemburg e dai marxisti keynesiani)

·         La teoria delle sproporzioni (ripresa da Tugan Baranovskij e Hilferding)

·         La teoria del crollo del valore di scambio

In questa sede si vuole abbozzare una tesi che metta in collegamento almeno queste quattro teorie.

Partiamo da alcune formule che vengono attribuite a Marx :

1)      Composizione organica di capitale (rapporto tra capitale variabile, investito in fondo salari e capitale costante, investito in capitale fisso e/o macchine) = C/V
Tale valore aumenta se aumenta il capitale costante o se diminuisce il capitale variabile
La tendenza sarebbe (sostituendo macchine ad operai) che l'aumento di capitale costante e la diminuzione di capitale variabile si verificano congiuntamente. Naturalmente la disoccupazione che ne deriva, secondo alcuni teorici potrebbe essere temporanea se la disoccupazione tecnologica viene assorbita da altri mercati, nell'ipotesi che ad es. i maggiori profitti o una diminuzione di prezzi di quella merce generino un aumento della domanda complessiva

2)       Saggio di profitto (rapporto tra plusvalore e somma di capitale costante e capitale variabile) =  Pl/C+V.

Tale valore diminuisce se diminuisce il plusvalore o se relativamente al plusvalore aumentano il capitale costante e/o il capitale variabile, in maniera tale che aumenti la somma

del capitale totale investito)

3)      Saggio di plusvalore (rapporto tra plusvalore e capitale variabile) = Pl/V
Viene detto anche saggio di sfruttamento

4)      Produzione del settore I (produzione dei mezzi di produzione) = C1 + V1 + Pl1

5)      Produzione del settore II (produzione di beni di consumo) = C2 + V2 + Pl2

6)      Domanda di mezzi di produzione = C1 + C2 + a(Pl1 + Pl2)

a(Pl1 + Pl2) è la parte di plusvalore risparmiata dai capitalisti per l'acquisto di mezzi di produzione mentre C1 + C2 è la spesa per ammortamenti

7)      Domanda beni di consumo = V1 + V2 + 1-a ( Pl1 + Pl2)

1-a (Pl1 + Pl2 ) è la parte del plusvalore spesa per consumi mentre V1 + V2 sono i salari spesi per consumi

8)      Equazione di equilibrio del Primo settore = (C1 + V1 + Pl1 = domanda beni di produzione)

9)      Equazione di equilibrio del Secondo settore = (C2 + V2 + Pl2 = domanda beni di consumo)

10)   Tesi sul rapporto tra situazioni di equilibrio:

p = (Offerta globale = Domanda globale )

q = (Offerta mezzi produzione = Domanda beni produzione )

r = (Offerta beni di consumo = Domanda beni di consumo )

[p Ù (q Ú r)] ® (r Ú q)

Se p et q (oppure r) allora r (oppure q)

cioè la presenza di un equilibrio complessivo tra domanda ed offerta e la presenza di un equilibrio tra domanda ed offerta in uno dei due settori implica la presenza di un equilibrio anche nell' altro dei due settori


Infatti se la domanda complessiva (x + y) è uguale all'offerta complessiva (k + z)

e la domanda del settore I (x) è uguale alla offerta del settore I (k)

allora la domanda del settore II (y) deve essere uguale all'offerta del settore II (z)



 

Se il saggio di profitto è dato da Pl/C+V, l’aumento di uno dei due fattori al dividendo  porta ad una riduzione del saggio di profitto, anche se tale aumento può essere compensato da una riduzione dell’altro fattore al dividendo : ad es. ad un aumento del capitale costante potrebbe corrispondere una riduzione del capitale variabile

Il progresso tecnico della produzione aumenta la composizione organica di capitale e cioè  aumenta C/V aumentando C.

Ora in teoria l'aumento di C dovrebbe essere compensato dalla diminuzione di V (espulsione di manodopera o abbassamento dei salari), mantenendo più o meno intatta la composizione organica di capitale ed evitando la diminuzione del saggio di profitto. altrimenti se aumentasse C, rimanendo inalterata V, diminuirebbe Pl/C+V (e cioè il saggio di profitto).

Se invece diminuisse V all'aumentare di C, allora il tasso di profitto rimarrebbe inalterato e aumenterebbe il tasso di sfruttamento Pl/V (ad es. la disoccupazione tecnologica diminuisce le aspettative salariali di chi ha la "fortuna" di rimanere al posto di lavoro)
Naturalmente tutte le lotte per l'occupazione, per la redistribuzione dei profitti, diminuiscono il saggio di profitto perchè o aumentano V o nelle situazioni peggiori lo fanno abbassare di meno di quanto non siano aumentate le spese per C.

Dunque un Pl/V o un Pl/C+V in diminuzione in teoria può essere frutto di un'attività cosciente e di una soggettività politica dei lavoratori

Ipotizziamo però che all'aumento di C corrisponda una diminuzione di V.

Ci potrebbe essere un problema di sovraproduzione nel settore II (quello dei beni di consumo) e dunque si può dire che le crisi di sottoconsumo siano una variante della crisi del modo di produzione capitalistico che ha come alternativa la caduta tendenziale del saggio di profitto: in pratica se V rimane invariata o diminuisce di meno dell'aumento di C (innovazione tecnologica) c'è la caduta tendenziale del saggio di profitto, se invece V diminuisce proporzionalmente all'aumento di C, ci può essere una crisi di sottoconsumo (che si può definire come lo squilibrio del settore II, quello dei beni di consumo).

Dunque la sproporzione è lo scollamento dei valori di domanda e offerta dalle posizioni di equilibrio, ma esso è l’effetto a catena (causato dalla mancanza di coordinamento dell’economia capitalistica di mercato) di una situazione tendenziale al sottoconsumo dell’economia capitalistica che ciclicamente si ripresenta con effetti rilevanti.  

Domandarsi come fa Hilferding perché, essendo costante il fattore causale, la crisi si presenti solo ciclicamente equivale a domandarsi perché, essendo sempre  operante la forza di gravità, gli uomini si sfracellino al suolo solo di tanto in tanto.

Ovviamente tale crisi di sottoconsumo potrebbe essere solo parzialmente ovviata da un aumento della domanda e della domanda di beni di investimento e di mezzi di produzione (o della domanda e dell'offerta di beni di consumo per soli ricchi) e/o dall'abbassamento forte dei prezzi dei beni di consumo.  Infatti l’investimento in mezzi di produzione potrebbe aumentare la capacità produttiva in maniera eccessiva rispetto alla domanda complessiva futura. Senza contare che tale aumento porterebbe comunque ad un aumento della composizione organica di capitale e ad un nuovo rischio di abbassamento del saggio di profitto, soprattutto se accompagnata da nuova occupazione che però sanerebbe ulteriormente il problema del sottoconsumo

La scienza e la tecnologia con le innovazioni di processo e di prodotto che rendono possibili
sono il volano di questo avvitamento della spesa per C, che rinvia, ma rende sempre più alta la composizione organica di capitale, rendendo potenzialmente più grave la crisi successiva.

Quanto alla teoria del crollo della produzione basata sul valore di scambio essa è un’altra versione della caduta tendenziale del saggio di profitto. Essa descrive da un altro punto di vista (quello del lavoro e del tempo di lavoro) quello che accade con l’aumento della composizione organica di capitale, mentre la caduta tendenziale del saggio di profitto descrive il processo dal punto di vista del capitale e dell’estrazione del plusvalore. Si può anche ipotizzare che il frammento delle macchine descriva quello che succede se aumenta la composizione tecnica del capitale, ma non necessariamente quella organica (C non è ha un valore maggiore, ma solo un dimensionamento fisico maggiore). O si può ipotizzare che esso descriva un aumento della composizione solo tecnica (o pure organica) di capitale senza che ci sia quella rivoluzione che consente la gestione di questo passaggio più in armonia con la consapevolezza della transizione ad un altro modo di produzione.

Se questo tentativo di compattare le diverse teorie marxiane della crisi (a cui possiamo aggiungere anche una versione ecologista della teoria della caduta del saggio di profitto di Ricardo in cui la difficoltà di reperimento di materie prime e prodotti di prima necessità a seguito di possibili crisi ecologiche può portare ad un aumento del tempo di lavoro necessario) può avere successo, tuttavia esso non affronta il problema di come inserire in tutto questo discorso le questioni intorno alla teoria del valore lavoro.

Chi scrive è convinto che sarà necessario, per portare la teoria marxista ad un livello superiore di comprensione e di consenso, elaborare delle tesi aggiuntive sul ruolo del lavoro morto nella generazione di valore e sulla relazione conseguente tra lavoro morto e lavoro vivo (con  tutti i corollari relativi al rapporto tra informazione e processi produttivi).

In questo modo si potrà integrare all’analisi economica anche la pratica politica con ben altro intento scientifico e cercare di rispondere alle questioni sulla portata del lavoro cognitivo in maniera ben altrimenti rigorosa che non la nenia post-strutturalista di Negri e compagni.


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