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21 novembre 2011

Lettera alla Cgil : le tasse sono sempre una manovra restrittiva ?

E tuttavia non sempre l’aumento delle imposte (in un paese dove ci si diverte ad aumentare le tasse) si deve considerare come un ostacolo alla crescita. A parte il fatto che, per dire che al contrario l’abbassamento delle imposte porti ad un aumento della crescita, bisogna spesso forzare e semplificare indebitamente l’interpretazione dei dati statistici : ad es. in un indagine di Daveri alla Bocconi si vede che, ad una riduzione media in percentuale delle imposte dei paesi Ocse del 2,7% (cioè quasi tre punti di percentuale sul Pil), corrisponde un aumento medio della crescita dello 0,3% del Pil (in pratica, dato 100 il Pil, dato il peso delle imposte in precedenza di 33 che diventa 30,3, l’aumento successivo del Pil è di 0,3). Perché in realtà si possa fare una valutazione seria, bisognerebbe studiare una correlazione di più lungo periodo, per verificare ad es. gli effetti sulla crescita dei cambiamenti della distribuzione del reddito a seguito della riduzione delle imposte, visto che l’impatto dell’investimento pubblico (finanziato dalle imposte) sulla crescita ha un dispiegamento di effetti molto più dilazionato nel tempo, in quanto spesso tale investimento riguarda la riproduzione della forza lavoro (formazione, salute) e cioè un processo a lungo termine. In realtà il problema è a chi si toglie e a chi si dà, come si usava prima quello che è stato tolto e come si usa dopo che è stato tolto.

Le imposte sulle rendite e sui patrimoni (con la previsione di detrazioni o deduzioni delle spese per la manutenzione e la valorizzazione del patrimonio immobiliare) sono trasferimenti che possono fare da stimolo per la crescita economica, dal momento che tali ricchezze hanno un carattere spesso improduttivo. Dal lato delle entrate è necessario dunque l’aumento del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali. Per quanto riguarda le rendite della ricchezza mobiliare è urgente adeguare le aliquote fisse alle medie europee pari al 20% oppure includere le rendite mobiliari nel calcolo del reddito sottomesso all’IRPEF con i conseguenti effetti di tassazione progressiva. Per quanto riguarda le rendite immobiliari secondo Antonelli è urgente il ritorno all’ICI applicato su tutto il patrimonio immobiliare, sia esso costituito da prime o seconde case. La diretta partecipazione delle amministrazioni comunali ad una quota del ricavo consentirà di coinvolgerne le superiori capacità di accertamento e ridurre l’elevata evasione fiscale.


17 marzo 2008

Petrolio e bisogni energetici

 E dire che l'Aie (Agenzia internazionale dell'energia) ha diramato proprio ieri un poco rassicurante rapporto che riduce in modo impercettibile (80.000 barili al giorno su 87,5 milioni) le stime sul consumo quotidiano per l'anno in corso. Ma ha anche avvertito che«è improbabile che i prezzi tornino ai livelli visti nella prima parte di questo decennio». Anche perché, dice il massimo organismo mondiale del settore, «gli alti prezzi del greggio non sono solo il frutto di speculazione». Cade dunque miseramente la spiegazione-mantra fornita da tutti i commentatori di nostri principali media («è solo colpa degli speculatori»). Il greggio sale per qualche altro motivo.
Quale possa essere è suggerito da alcune decisioni che stanno per essere prese in questi giorni al di qua e al di là dell'Atlantico. La Gran Bretagna è in procinto di tornare al carbone, con un piano di centrali di nuova generazione, la prima delle quali sta per partire nel Kent (al posto di una ormai in dismissione). Ma anche dagli Stati uniti arrivano notizie che deluderanno i nostrani fan del nucleare: laggiù, nonostante la fame di energia che attanaglia il paese più scialacquoatore del mondo, non si prevede di costruire neppure una centrale nucleare supplementare. Mentre sono in progetto - e una già in fase di costruzione - numerose centrali a energia solare di grandi dimensioni.
In una campagna elettorale - quella italiana - segnata in negativo dal prevalere dell'ideologia (il liberismo, più che una teoria economica, è soprattutto questo), dovrebbero trovare spazio invece le riflessioni sulle mosse «pragmatiche» che i templi del liberismo stanno mettendo in atto. Intervento pubblico (anche se nella chiave certo non keynesiana del «lavaggio» delle sofferenze bancarie), azioni coordinate tra istituzioni, energia solare. Vien da pensare che le proposte di un politico di casa nostra suonino estremamente «ritardate» nella percezione dei mercati globali.

(Francesco Piccioni)


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15 marzo 2008

L'inefficienza energetica dell'Italia

 

C'è un luogo comune pericoloso che circola in Italia. La scarsità di energia elettrica; come se ci fosse un black out sempre in agguato. Di conserva, un altro luogo comune: la penalizzazione italiana per l'energia troppo costosa. E questo discorso precipita sempre nel nucleare. A conti fatti, tutti sanno - Pierferdicasini a parte - che solo uno stato può finanziare il nucleare, perché è il solo che ha soldi da buttare. Ma l'Unione europea sarebbe molto scontenta e arriverebbe una multa salata da scaricare anch'essa in bolletta, oltre alla lunga costruzione e all'eterno smaltimento.
Ma torniamo alla scarsità. I media sono per lo più sensibili agli interessi dei baroni elettrici. Allineati, chiedono sempre più energia, di qualsiasi fonte e colore, purché pesante, si faccia e si cominci subito. Siamo in pochi a sostenere la causa dei tremendissimi verdi, alleati ai nimbysti di ogni cortile che impediscono, conti alla mano, che si progetti alla carlona e si costruisca senza valutazioni di impatto ambientale. La questione è a un tale punto di stallo quando dice la sua l'Enea (ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente). Sull'Enea gravano molti interessi e molta tradizione. Non può dire troppo, ma quello che dice, pesa. Se da un lato, costruire una centrale elettrica, purchessia, aumenta il pil e quindi quasi nessuno se la sente di parlare contro in termini diretti, è pur vero che per far capire una realtà diversa si può invitare ai convegni qualcuno come Gianfranco Bologna del Wwf che faccia passare qualche parola diversa da quelle diffuse dall'industria maggiore. E che dica tutto il contrario del pensiero dominante e cerchi di far riflettere sui disastri ambientali iscritti nel nostro futuro a meno di non agire subito per prepararsi in tempo (mettendo i classici sacchetti di sabbia per rinforzare gli argini) e attenuarne gli effetti.
L'Italia è messa molto male in termini di energia, ma non per la scarsità, per il contrario. "È come se ogni individuo portasse sulla propria testa 55 lampadine da 60 watt sempre accese per 24 ore su 24, lampadine che, 10 anni fa erano 45». L'immagine, tratta da un'intervista all'esperto Mauro Annunziato, pubblicata dall'Enea, è affascinante, perché oltre a mostrare il peggioramento intervenuto nel nostro paese nei dieci anni indicati, offre anche la possibilità di riflettere su altri aspetti. C'è lo spreco di tenere molte lampadine accese di giorno, quando non servono; e poi c'è anche la stranezza nel comportamento di chi tiene decine di lampadine accese sulla testa, quasi volesse emulare, in pieno Mediterraneo, la Santa Lucia di Svezia che celebra il solstizio di inverno con una corona di candele sulla biondissima testa.
Ma fermiamoci al primo aspetto, il peggioramento, cioè l'aumento delle candele, pardon, delle lampadine sulla testa dell'italiano-tipo. l'Enea ha presentato di recente uno studio europeo sull'efficienza energetica. Questa viene calcolata in chili di petrolio equivalente necessari per realizzare un punto di prodotto interno lordo. Risulta dagli studi francesi dell'Ademe, (L'Agence de l'environnement et de la matrise de l'énergie) francese che l'Unione europea è la regione del mondo in cui il Pil è meno energivoro e che confrontando i paesi europei, quelli nei quali l'attività economica ha bisogno di più energia sono quelli dell'ex patto di Varsavia: Bulgaria, Slovacchia, Polonia, paesi del Baltico ... Nella parte alta della classifica, relativa al 2004, al secondo posto vi è l'Italia, preceduta dal Regno unito e seguita dalla Germania. Motivo di soddifazione? Non tanto, perché dopo il 2004 l'Italia non ha saputo migliorarsi mentre gli altri lo hanno fatto. Non solo ma nel 1990 era la migliore d'Europa di gran lunga e da quel momento ha perso terreno, non si è più occupata della cosa, mentre altri paesi hanno ridotto l'energia necessaria, pur godendo di gruppi industriali potenti nel ramo e perfino di centrali nucleari.
Negli anni ottanta, dopo il secondo shock petrolifero, è infatti avvenuto che l'Italia ha riconvertito la propria economia e per dieci anni ha saputo produrre più pil con meno e meglio, almeno dal punto di vista energetico. Dopo di allora ci siamo lasciati andare. Può darsi che gli interessi dell'Enel, divenuto società per azioni e con interessi legati all'azionariato, ai dividendi e poi alla Borsa, abbiano cambiato di segno, modificando la questione energetica nazionale. Quello che è avvenuto lo si vede nel grafico pubblicato in questa pagina e dovuto anch'esso all'Enea (Emidio D'Angelo e Giulia Iorio). L'Italia era energicamente più efficiente di Francia e Germania nel '90, ha peggiorato, mentre i paesi vicini sono stati molto più virtuosi: un peggioramento italiano del 3% e un miglioramento degli altri del 17 e del 19%. In tal modo è stata anche superata in assoluto. A Francia e Germania occorrono circa 0,100 e 0,104 kg di petrolio equivalente per 100 euro di pil, mentre all'Italia ne servono 108. .

(Guglielmo Ragozzino)


15 marzo 2008

Questione ambientale e campagna elettorale

 

Due ragioni rendono necessaria una svolta radicale e globale nelle politiche energetiche: il tendenziale esaurirsi del petrolio, più in generale delle fonti non rinnovabili e la drammatica accelerazione dei cambiamenti climatici.
Entrambe sollecitano decisioni politico programmatiche capaci di portare il mondo fuori dalla dipendenza dal petrolio, più in generale dalle energie fossili. In poche parole il petrolio il carbone e il gas rimasti non bastano più a soddisfare una domanda di energia in crescita esponenziale, sia perché il 20% dell'umanità che consuma l'80% delle risorse (dalle quattro tonnellate equivalenti petrolio anno per abitante degli europei alle otto degli statunitensi) vuole, in nome della crescita economica, consumare ancora di più, sia e soprattutto perché si sono stabilmente e giustamente affacciati sulla scena mondiale oltre due miliardi (cinesi, indiani e brasiliani) di nuovi consumatori di mobilità, illuminazione, riscaldamento, rinfrescamento, alimentazione, merci.
La crescita esponenziale del prezzo del barile, che ormai si è stabilizzato al di sopra dei cento dollari, fotografa questa contraddizione fra domanda ed offerta di greggio, forse la meno grave delle conseguenze provocate dalla scarsità di energie non rinnovabili. Essa, infatti, ha già spinto il mondo ad un riarmo, anche atomico, generalizzato e la tentazione di usarlo per conquistare il controllo del petrolio rimasto è elevatissima e per ora prevalente.
La seconda ragione che rende necessario uscire dalla dipendenza dai fossili è la drammatica accelerazione dei cambiamenti climatici. Il quarto rapporto sul clima dell'Ipcc (Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici) ci dice che nei prossimi cinquant'anni se non si riuscirà a fermare il surriscaldamento del pianeta, causato dalla combustione dei fossili, dovremo convivere con processi di progressiva desertificazione di ampie zone della terra, con un aumento esponenziale degli eventi estremi (uragani e tifoni) con un aumento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci. Basta un solo dato per far capire la dimensione dei problemi che il cambio di clima solleva alla politica: nei prossimi decenni sono previsti oltre duecento milioni di profughi ambientali.
Per rispondere a questi problemi non basta sostituire petrolio con solare e tutto può andare avanti come prima. Serve introdurre notevoli discontinuità ed innovazioni nelle politiche economiche, in quelle fiscali ed industriali e negli stessi comportamenti e stili di vita della popolazione: va messo in discussione insieme al petrolio anche il dogma dell'eterna ed infinita crescita economica su cui invece sono tuttora attestate le culture politiche delle destre, ma anche di una larghissima parte della sinistra.
E' evidente che questa svolta politica non la si può progettare se non a livello globale e quindi nel quadro di un'azione per modificare i rapporti di forza attuali che vedono prevalere risposte come la guerra preventiva al nodo della scarsità delle risorse energetiche non rinnovabili e il rifiuto di qualsiasi vincolo a ridurre i gas serra (Kyoto) per quanto riguarda il cambio di clima. Nei prossimi due anni (elezioni americane, ma anche le decisioni di Cina, India e Brasile) si capirà quale sarà la risposta che prevarrà e in che direzione andrà il mondo. Si capirà soprattutto se il movimento di Porto Alegre per un altro mondo possibile saprà ritrovare capacità di mobilitazione e quindi incidere su questi processi, dando così anche forza al tentativo che l'Europa sta facendo di assumere la guida della lotta al riscaldamento globale (decisione unilaterale e vincolante per i suoi stati membri di ridurre, entro il 2020, le emissioni climalteranti del 20% e di aumentare entro la stessa scadenza e sempre del 20% l'efficienza e la dipendenza dalle fonti rinnovabili: le cosiddette tre venti)
Queste sono le grandi questioni al centro delle decisioni energetiche, sulle quali dovrebbe concentrarsi anche lo scontro elettorale italiano, che invece sembra quasi ignorarle. Chi governerà questo paese dopo il 13 di Aprile starà con la direttiva europea sulle tre venti o, come è stato fatto per Kyoto, la boicotterà, scaricando sulla popolazione (a proposito di caro vita) le inevitabili multe che la Ue ci infliggerà per le inadempienze? Ecco una buona domanda da porre alle varie forze politiche in campo. Una domanda che hanno già sicuramente fatto Enel ed Eni e con loro Confindustria, suggerendo anche le risposte, con il risultato di spingerle lontano dalle tre venti e dall'Europa.
Alcune brevi e schematiche note conclusive per far comprendere cosa significa invece proporsi di realizzarle. In primo luogo due no: al carbone che aumenta le emissioni e al nucleare che non emette anidride carbonica ma non sa come smaltire i rifiuti radioattivi che produce. Detto il «non fare» vediamo il fare: cambiare modello energetico; sottoporre alla cura del ferro e del cabotaggio i trasporti; aumentare l'efficienza; sviluppare le fonti rinnovabili.
Proviamo per ognuna delle proposte a fornire qualche schematica spiegazione, qualche ragionevole proposta di alternativa
Abbandonare il modello monopolista e centralistico di ora per passare a quello distribuito sul territorio significa conquistare democrazia energetica: ogni casa, ogni condominio, comunità, quartiere, centro commerciale, fabbrica produrrà l'energia di cui ha bisogno sfruttando la fonte rinnovabile più conveniente secondo le caratteristiche del sito. In questo quadro più intervento pubblico, adeguamento della rete e riforma e ridefinizione della missione di Enel ed Eni.
Sottoporre città e territorio ad una cura del ferro per spostare la mobilità di persone e merci dalla gomma al treno e al cabotaggio tra i porti, cioè concentrare su questi le scelte infrastrutturali e non su strade ed autostrade e trasporto individuale.
Far compiere a questo paese un gigantesco sforzo per migliorare la propria efficienza energetica: un piano di riqualificazione energetica degli edifici che ne riduca i consumi di elettricità e calore e sposti le attività di costruzione verso la manutenzione e riqualificazione del già costruito e non su nuova occupazione di territorio. Conquistare una reale autonomia energetica al paese sfruttando le uniche fonti energetiche di cui è ricco e cioè il sole, il vento, le biomasse, la forza dell'acqua fluente e il calore che scorre sotto terra.
Un messaggio alla Sinistra arcobaleno: proponendo queste scelte in Assia si è spostato il 12 per cento dei voti verso sinistra. Non vale la pena provarci anche qui?

(Marina Forti)


11 marzo 2008

Due strategie possibili per la protezione delle foreste

 AAA: Si affittano 830.000 ettari di pluvioforesta tropicale primaria, ricca di specie arboree ed erbacee e di animali selvatici, fra i quali elefanti e gorilla. Il prezzo di locazione sarebbe modico, in fondo: 1,6 milioni di dollari all'anno. Joseph Matta, ministro camerunese delle foreste, preferirebbe affidare/affittare la Ngoyla-Mintom a conservazionisti, ma in subordine è disposto a prendere in considerazione anche chi vorrà realizzarvi delle attività estrattive. Il rischio c'è perché è dal 2001, riferiva qualche giorno fa l'Economist, che il ministro non riesce a trovare un gruppo protezionista disposto a spendere quella cifra.
L'idea delle concessioni viene sviluppata intorno al 2000 dall'organizzazione statunitense Conservation International, dopo aver constatato che il costo delle concessioni di taglio del legname era in molti casi così basso da poter permettere una controfferta: concedete a noi la foresta e la terremo in piedi. Da allora l'organizzazione ha preso foreste in Guyana, Peru', Sierra Leone, Papua Nuova Guinea, Fiji, Messico. Ma per Ngoyla Mintom la richiesta governativa è apparsa fin dal 2001 troppo onerosa. Il ministro riteneva che la foresta in questione valesse la pena. E adesso vuole ancora più denaro, per compensare il paese dai mancati introiti - e dalle giornate di lavoro - che deriverebbero dalla vendita del legname; la foresta ne custodisce di estremamente pregiato.
Il ministro Matta ha di recente dichiarato che se un gruppo ambientalista non prenderà in affitto al più presto la Ngoyla Mintom egli, dopo aver tanto atteso, sarà costretto a telefonare ai boscaioli. Che non aspettano altro. Sembrava profilarsi un accordo: il Wwf proponeva di tenere intonsa un'area centrale finora non sfruttata della foresta mentre il resto poteva essere lasciato ad attività «sostenibili» forestali e di caccia. Il governo avrebbe dovuto assegnare la concessione agli ambientalisti a un prezzo ribassato. Che per il ministro Matta non era sufficiente, e oltretutto anche attività forestali leggere significherebbero fare strade, con tutti i pericoli che ciò comporta. Insomma non se n'è fatto nulla.
In questa situazione, con un offerente disponibile ma finora nessun «acquirente», la povera Ngoyla Mintomsta diventando un test interessante per valutare fino a che punto - finanziariamente parlando - è disposto a spingersi il mercato della conservazione delle foreste. L'altro meccanismo con cui agiscono le organizzazioni ambientaliste quando non hanno i soldi per ottenere in concessione le foreste, è la pressione locale e internazionale sui governi. Che a volte funziona: se è ben orchestrata, se ha molti diversi attori, se gli interessi avversi non sono giganteschi, se agisce in tempo e se ha di fronte un governo non tetragono. Poche settimane fa il governo di Papua Nuova Guinea ha deciso di non permettere più alla compagnia Vitroplant Ltd di deforestare il 70 per cento dell'isola di Woodlark per sostituirla con piantagioni di palma da olio (e dunque da agrodiesel, uno degli sbocchi ormai più gettonati). Ha avuto successo l'azione congiunta da parte di abitanti, media, internet. Un centinaio di isolani (su una popolazione di seimila) si sono recati ad Alotau, capitale della provincia di Milne Bay, per consegnare al governo locale una lettera di protesta. Diversi giornali regionali hanno pubblicato reportage sul saccheggio in atto nell'isola. Con la campagna di eco-internet sono arrivate da tutto il mondo 50.000 lettere di protesta. Scienziati di calibro hanno fatto sentire la loro voce. Infine il caso è arrivato sulle pagine del London Telegraph.. Che è stato bravo a toccare un punto sensibile: ricordando che Kevin Conrad, rappresentante del governo di Papua all'ultima conferenza mondiale sul clima, in dicembre a Bali, era diventato una specie di eco-eroe chiedendo nientemeno che agli Usa di andarsene a quel paese, se non volevano collaborare. A questo punto, noblesse oblige: per uno stato ecoeroe, l'impegno contro la deforestazione di Woodlark diventava obbligato



(Marinella Correggia)


10 marzo 2008

Ecotasse e prodotti inquinanti

 

Il mercato continua a proporre prodotti - spesso i meno costosi - che hanno una natura doppiamente «fossile»: perché richiedono nel loro ciclo di vita un elevato impiego di combustibili fossili e perché non sono affatto adatti agli imperativi ambientali di inquinare meno, emettere meno gas serra, usare meno risorse per unità di servizio, produrre meno rifiuti. Certo, per far uscire dal mercato alcuni di questi «fossili», nient'affatto indispensabili, basterebbe vietarli. Ma la proposta è decisamente troppo hard per le economie occidentali.
Nel suo recentissimo rapporto Good product, bad product? Making the case for product levies (Prodotto buono, prodotto cattivo. La questione delle tasse sui prodotti, scaricabile dal sito www.greenalliance.org.uk) l'organizzazione di ricerca ambientale inglese Green Alliance sfida il governo a dare chiari segnali fiscali su prodotti come pile usa e getta, imballaggi non riciclabili, apparecchi elettronici a stand-by obbligato e altri. Il modo in cui i prodotti sono concepiti gioca un grande ruolo nel determinarne l'impatto idrico ed energetico, e la quantità di rifiuti che producono. Green Alliance propone di sostituire l'Iva con tasse proporzionali all'impatto ambientale di un prodotto, esentando quelli più puliti. Questo meccanismo fiscale incentiverebbe scelte più verdi da parte degli acquirenti e l'applicazione di innovazioni sostenibili da parte dei produttori. Secondo la Green Fiscal Commission, messa in piedi dal governo inglese per preparare il terreno a un programma di significativa riforma fiscale ambientalista, le tasse verdi sono rimaste sulla carta anche dopo che il Nuovo Labour è arrivato al potere. Pare comunque che il Primo Ministro inglese Gordon Brown e il presidente francese Nicholas Sarkozy faranno pressione sull'Ue per ridurre l'Iva sui prodotti più ecologici.
Intanto il Christian Science Monitor ci informa che la provincia canadese British Columbia è diventata la prima giurisdizione nordamericana a varare una vera tassa al consumatore basata sulle emissioni di carbonio. Obiettivo: contribuire a cambiare i comportamenti. Si prevede di ottenere 1,75 miliardi di dollari Usa nei prossimi tre anni tassando virtualmente tutti i combustibili fossili fra i quali benzina, diesel, gas naturale, carbone, propano, combustibile da riscaldamento. L'applicazione inizia a luglio con 10 dollari per tonnellata di emissioni di carbonio, per arrivare a 30 alla tonnellata nel 2012. Parallelamente si ridurranno le imposte dirette e sulle imprese e le famiglie a basso reddito riceveranno un bonus. Il ricavato servirà anche a offrire incentivi all'efficienza.
Nessuno pensa che questa tassa sul carbonio sarà una panacea: secondo i calcoli ridurrà le emissioni di gas serra del 5 per cento entro il 2020, il che è molto meno dell'obiettivo di riduzione governativo, pari per quella data al 33 per cento. Attualmente le emissioni sono cresciute in Canada del 24 per cento rispetto al 1990, anno di riferimento del Protocollo di Kyoto. Va anche detto che la manovra di fiscalità verde avviene nella provincia di un paese che pur essendo stato fra i primi a firmare e anche ratificare il Protocollo di Kyoto, con l'avvento al potere dei conservatori ha virato decisamente contro i pur minimali obiettivi vincolanti del Protocollo per abbracciare l'idea - paladino Bush - delle «riduzioni volontarie». Inoltre per ora il resto del Canada non segue la British Columbia. Spostandoci in Australia, altro paese che a lungo si è opposto al Protocollo di Kyoto, il nuovo governo laburista di Kevin Rudd non è d'accordo nell'applicare una carbon tax sui carburanti ai consumatori, come invece chiesto dalla principale impresa di raffinazione del petrolio del paese, la Caltex. Per evitare ulteriori aggravi sui consumatori si preferisce agire sul pagamento dei diritti di emissione da parte delle imprese, sistema che sarà obbligatorio dal 2010. E influenti associazioni come Family First chiedono piuttosto una riduzione delle già esistenti tasse sulla benzina.

(Marinella Correggia)


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permalink | inviato da pensatoio il 10/3/2008 alle 3:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 febbraio 2008

Appello di alcuni studiosi sulla questione salariale

  Pubblico una parte dell'appello di alcuni studiosi sulla questione salariale che sta interessando l'opinione pubblica da qualche tempo. In tale appello ci sono parti consonanti con quanto già avevo denunciato qualche tempo fa



È un bene che la questione salariale sia oggi al centro del dibattito pubblico. A causa dell'inflazione e di retribuzioni del tutto inadeguate (in Europa solo il Portogallo si colloca sotto l'Italia quanto a livello dei salari), la condizione del lavoro dipendente nel nostro Paese è ormai insostenibile. Va detto tuttavia con chiarezza che non si tratta di una novità. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza attribuita ai redditi da lavoro è diminuita di oltre 15 punti di Pil, mentre la quota attribuita ai profitti è balzata dal 2 al 16%. Dopo gli accordi del 1992-93, che abolirono la scala mobile e vararono la concertazione, circa il 3% del Pil (45 miliardi di euro in valori correnti) è passato dal monte-salari ai redditi da capitale. Non stupisce che nel corso di questo periodo il valore reale delle retribuzioni non sia cresciuto e per molte categorie sia addirittura diminuito.
È dunque positivo che il tema dei bassi salari e dell'impoverimento delle classi lavoratrici sia al centro del confronto tra governo e parti sociali avviatosi dopo la pausa festiva.


Meno positivo appare il modo in cui si intende affrontarlo affidandosi a misure di natura fiscale, quasi che controparte del lavoro non siano più l'impresa e le pubbliche amministrazioni, ma il Tesoro.

Sono state avanzate proposte diverse, che vanno tenute ben distinte tra loro.

Si è parlato di ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente e sulle pensioni attraverso un aumento delle detrazioni a beneficio dei percettori di redditi medio-bassi. Siamo favorevoli a tale ipotesi, fermo restando che la copertura degli oneri che essa comporta non potrà certo gravare sul lavoro e che di analoghe agevolazioni dovrà beneficiare anche la vasta platea dei lavoratori «dipendenti mascherati» (co.co.co., co.co.pro., associati in partecipazione e partite Iva), sinora esclusa da tutte le misure di tutela del lavoro dipendente. Ulteriori tagli alla spesa rischierebbero di tradursi in nuove riduzioni dell'offerta pubblica di beni e servizi, in ulteriori tagli allo Stato sociale, cioè in un'ulteriore diminuzione del salario reale. Per le detrazioni andranno pertanto impiegati i notevoli risultati ottenuti sul fronte della lotta all'evasione e le risorse che deriverebbero da una revisione del profilo ingiustificatamente restrittivo della politica di bilancio. Ma va altresì previsto un aumento del peso fiscale sui redditi da capitale (profitti e rendite, a cominciare dalle plusvalenze, che in Italia godono di un intollerabile regime di privilegio).

Si parla anche di detassare gli aumenti contrattuali a partire dalla contrattazione di secondo livello. Questa proposta - non per caso avanzata in passato da forze del centrodestra - è a nostro parere sbagliata e pericolosa, e tale da comportare seri rischi anche sul terreno dei diritti del lavoro. Essa lascerebbe intatta la condizione lavorativa e retributiva di quanti lavorano in situazioni di apparente autonomia e di quanti vivono di pensione. Inoltre si inscrive nel contesto di una campagna volta a privilegiare la contrattazione di secondo livello (dalla quale resta oggi escluso circa il 70% dei lavoratori), in modo da collegare i salari alla produttività, incentivando attraverso la detassazione proprio la parte variabile e aleatoria del salario o, peggio, quella legata a non controllabili indici di bilancio. Ne deriverebbe la marginalizzazione di quel fondamentale strumento di redistribuzione e di solidarietà per il mondo del lavoro che è il contratto collettivo nazionale. Si realizzerebbe così il sogno del padronato: individualizzare il rapporto di lavoro e scaricare sui lavoratori i rischi d'impresa. Tutto ciò contribuirebbe a mutare anche la natura del sindacato, che - fatti propri gli obiettivi della competizione di mercato - cesserebbe di concepire se stesso quale autonoma rappresentanza del lavoro e quale controparte del capitale.

Potremmo aggiungere altre osservazioni critiche. Riteniamo tuttavia che quelle sin qui svolte bastino suggerire la necessità di cercare altre soluzioni. La questione salariale nel nostro Paese discende dalla scelta del padronato italiano di ridurre al minimo costi, diritti e capacità conflittuale del lavoro. Non è la conseguenza delle presunte rigidità del modello contrattuale vigente né della scarsa produttività del nostro apparato produttivo. Che è un problema reale e di prima grandezza. Ma che consegue alla scelta di una parte cospicua delle imprese di destinare i profitti alla speculazione finanziaria piuttosto che agli investimenti in ricerca e innovazione.


Mario Alcaro, Emiliano Brancaccio, Alberto Burgio, Bruno Casati, Paolo Ciofi, Aurelio Crippa, Piero Di Siena, Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio Galli, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Claudio Grassi, Dino Greco, Paolo Leon, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Gianni Pagliarini, Felice Roberto Pizzuti, Marilde Provera, Enrico Pugliese, Riccardo Realfonzo, Marco Revelli, Tiziano Rinaldini, Massimo Roccella, Rossana Rossanda, Ersilia Salvato, Massimo Serafini, Bruno Steri, Antonella Stirati, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Katia Zanotti, Stefano Zuccherini


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permalink | inviato da pensatoio il 2/2/2008 alle 10:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa


25 novembre 2007

Ciociole 12 (Il mondo visto da Crociuzzo e Addolorata)

Sex Tax

Addolorata : "Anche le prostitute devono pagare le tasse..."
Crociuzzo: "L'accertamento fiscale sarà col guanto o senza ? "

Incastrato

Addolorata: "Aggressore di una donna rimane incastrato..."
Crociuzzo: "La donna ora lo vuole portare all'altare ? "


Borse, vite e copricapi

Addolorata: "Coppola è stabile in ospedale..."
Crociuzzo: "Baschetto e cilindro invece sono in lieve discesa..."


L'archeologia secondo Rutelli

Addolorata: "Ritrovata la grotta di Romolo e Remo..."
Crociuzzo: "Hanno scoperto anche il rogito firmato dai due gemelli ? "




QUESTO ED ALTRO SU MINIMIMEDIA



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permalink | inviato da pensatoio il 25/11/2007 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 agosto 2007

Le tasse ? Dio ce ne Scampìa....

Molti, anche a sinistra, si sono lamentati del fatto che in Lombardia le tasse nazionali ed anche quelle locali sono più alte che nel resto d'Italia. Dimenticano forse che anche i redditi e magari i patrimoni sono i più alti d'Italia. E dimenticano che la promessa leghista era di non pagare le tasse a Roma ladrona, non di non pagare più le tasse. Insomma, cari compagni, un po' di pazienza.
Ma non voglio fare il moralista. Voglio darvi una possibilità. Perchè, come Londra per Valentino Rossi (che ora, dopo le tasse, non onora nemmeno le piste...) anche in Italia c'è una no-tax zone :
si tratta del ridente quartiere di Scampìa. 



Qui lo sciopero fiscale è in atto da anni, e se si è fortunati non si paga neanche l'attacco alla luce, al telefono e forse all'acqua e al gas....
Ci sono molte sedi di società ed imprese che approfittano di questa libertà economica ....
Magari si può essere uccisi o rapinati, ma vuoi mettere ? Decine di economisti della scuola di Chicago e loro proseliti italici potrebbero con un rapido calcolo dimostrarvi che utilitaristicamente Scampìa è meglio di Via Montenapoleone.
Perciò, che fate a Milan cu' stu' cald...
Venite a Scampìa, potrebbe convenirvi....
Le cose qui vanno a gonfie...Vele


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