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29 settembre 2010

Rosier : la crisi non è qualcosa di puramente economico

Le fluttuazioni economiche fanno parte integrante della dinamica del capitalismo : crescita e crisi sono le due facce di uno stesso processo. Esse si manifestano in crisi che appartengono a due tipi fondamentali : quelle del ciclo classico e quelle dei ritmi lunghi, frutto le une come le altre delle contraddizioni del sistema economico. Le crisi classiche sono generalmente precedute ed in qualche modo annunciate da una fase di super speculazione e di crisi finanziaria che è il segno di una vera autonomizzazione della sfera monetaria e finanziaria in rapporto alla sfera reale.

La periodicità delle crisi classiche lungo tutto l’800 e il ‘900 sino al 1929 suggerisce l’idea di un carattere ineluttabile di queste crisi in quanto risultati di contraddizioni, allora insormontabili, del capitalismo concorrenziale. Queste crisi svolgono un ruolo essenziale di regolazione di secondo grado. quanto all’appiattimento delle fluttuazioni ed alla crescita senza crisi del secondo dopoguerra, sono fenomeni che indicano al contrario che un insieme coordinato di elementi coordinatori può essere abbastanza potente da ammortizzare le crisi classiche, quindi esercitare un controllo su di esse (senza tuttavia che la neutralizzazione di fattori di crisi possa essere interpretata come un loro sradicamento).

Per quanto concerne lo sbocco della crisi classica, se sembra che la depressione tenda a produrre le condizioni di un ritorno allo sviluppo, nulla autorizza a pensare che questo sia automatico. Può verificarsi una deriva, tale da condurre fuori del sistema (si pensi alla crisi del 1873-1877 negli Usa con una situazione di tipo rivoluzionario, oppure alla grande crisi del 1929). L’approccio in termini di ritmi lunghi invece sembra rendere appropriatamente conto dell’alternanza osservata di periodi di espansione relativamente regolari e al contrario di depressioni più lunghe (grandi crisi). Tale approccio ci permette anche di pensare che un elemento generale di questi ritmi sia che la depressione lunga abbia la funzione implicita di costruire gli elementi di un nuovo ordine produttivo. Tale punto ci offre una chiave per comprendere il tempo presente. Esso indica la depressione lunga come tempo di mutazione indispensabile alla riproduzione del capitalismo nel lunghissimo periodo. Per durare, per mantenere ciò che è più fondamentale il rapporto di lavoro salariato deve necessariamente cambiare.

Le analisi sin qui condotte mostrano l’invarianza attraverso il cambiamento e cioè la complessità dei fenomeni in discussione. Si tratta non di fenomeni strettamente economici, isolabili dal campo sociale e modellizzabili, ma di processi sociali che mettono in evidenza una pluralità di cause ed esprimono i conflitti che attraversano questo campo. La fase B del ritmo lungo, laboratorio sociale, periodo di distruzione creatrice, è il luogo di elezione per osservare la dialettica dell’innovazione fondamentale del conflitto.

 

 

Non si può concepire uno scenario di uscita dalla crisi all’interno del capitalismo senza riferirsi alle funzioni delle depressione lunga, ed alle poste in gioco della crisi. Tenuto conto dello stato di sviluppo del processo di transnazionalizzazione, sembra difficile concepire (salvo temporaneamente per le nazioni più potenti che praticano forme accentuate di protezionismo) delle strategie di uscita dalla crisi attuale che non superino il quadro nazionale. Ne sono testimonianza il fallimento dei diversi tentativi di rilancio isolato e il costo sociale in termini di disoccupazione delle politiche di austerità competitiva messe in atto dagli stati sotto il vincolo della concorrenza internazionale per appoggiare le loro grandi imprese in questa competizione, contenere il consumo e massimizzare il surplus esportabile. Ciò tende a spingere in prospettiva verso una strategia di rilancio concertato sotto l’impulso dell’economia dominante, una specie di New Deal su scala mondiale. Alla base vi sarebbe un compromesso tra le grandi nazioni occidentali industrializzate per l’elaborazione di nuove regole d’uso delle forze di lavoro (orario, condizioni, protezione sociale), ma anche per una qualche organizzazione della concorrenza sul mercato mondiale e per un rimodellamento del sistema monetario e finanziario internazionale. Ma questo tipo di compromesso deve essere completato da una serie di accordi tra paesi industrializzati del nord e paesi in crisi del sud. Questo tipo di strategia potrebbe essere coscientemente elaborata attraverso la concertazione dei più potenti tra i paesi leader. Se questo non avviene è a causa della politica dell’ognun per sé, facendo correre in questo modo un grosso rischio alla comunità internazionale.

 

 


22 settembre 2010

Regimi tecnologici e regimi di accumulazione in un contesto di divisione internazionale del lavoro

Il tipo di forze produttive materiali messe in atto come risultato di un insieme di innovazioni sono allora considerate nel loro contenuto concreto. Si può constatare infatti (seguendo sia Kondratiev che Schumpeter, sia Mandel che Freeman) che ogni periodo lungo di espansione governato da un certo regime di accumulazione, si regge su una base tecnica specifica costituita da sistemi tecnici particolari (a loro volta evolutivi) e da alcune industrie motrici caratteristiche che polarizzano e trainano l’attività economica nel corso di un dato periodo a partire da un paradigma tecnico-economico nuovo (di qui la pertinenza del concetto di regime tecnologico elaborato da Freeman. Questi sistemi tecnici sono inseparabili da un modo determinato di divisione del lavoro nella produzione, secondo una combinatoria che si può periodizzare, come ha fatto Mandel, e che si trova a sua volta legata al tipo di bisogni prodotti che dà luogo alla domanda sociale. Il fatto è che un insieme di lavori recenti mostra che il progresso tecnico non è un fenomeno univoco, riconducibile ad una logica indipendente dal contesto storico e quindi trasferibile senza problema da un contesto geo-economico ad un altro. Alcuni lavori hanno messo in evidenza che, al contrario, le innovazioni fondamentali sono una produzione sociale complessa che allo stesso tempo è oggetto, posta in gioco, sbocco dei conflitti economici e delle lotte sociali come dei grandi scontri armati (secondo una sottile dialettica tra innovazione e conflitto) e che ne portano di conseguenza il marchio (marchio sociale delle innovazione). Ne segue che la crescita non è un fenomeno universale da misurare solo in termini quantitativi : ci sono stati storicamente e più ancora potrebbero essercene diversi tipi di crescita, fondati su sistemi tecnici e forme di divisione del lavoro nuovi, poiché al servizio di un progetto sociale diverso (sviluppo endogeno, edificazione di un socialismo democratico) da quello che attualmente finalizza la produzione delle innovazioni.

Storicamente il contenuto concreto della crescita di un periodo (tipo di accumulazione, sistemi tecnici, organizzazione del lavoro, tipo di bisogni) e di conseguenza il regime di accumulazione ed il regime tecnologico si sono prodotti nei periodi di depressione lunga, veri e propri laboratori sociali per superare le contraddizioni ed i conflitti e rispettare gli imperativi della riproduzione economica e sociale. Così oggi sappiamo che la taylorizzazione progressiva del lavoro e l’organizzazione fordista non sono modalità neutre corrispondenti ad una necessità tecnica risultante dalla meccanizzazione. Essa è un modo particolarmente efficace di mettere a lavoro e controllare la manodopera, un modo corrispondente ad un imperativo sociale. Mentre altre forme sarebbero state e restano possibili (ad es. il decentramento delle unità produttive).

 

 

Così i concetti di regimi tecnologici (Freeman) e di regimi di accumulazione (regolazionismo), per definire la base tecnica e il modo di articolazione tra lavoro, salario e consumo sono da completare con la concreta specificazione del tipo di crescita. La conoscenza di quest’ultimo permette di capire meglio le concrete modalità operative di un ordine produttivo ed al tempo stesso la genesi delle contraddizioni nuove che lo mettono a poco a poco in discussione. Così la crisi del lavoro si trova in germe nell’organizzazione fordista del lavoro stesso.

Inoltre il tipo di divisione del lavoro su scala mondiale deve essere considerata come essenziale. Una caratteristica del capitalismo fin dalle origini è il suo carattere cosmopolitico ed il suo espansionismo, e nessuna nazione può essere capita nella sua dinamica al di fuori della sua collocazione nello spazio in cui si dispiega il capitalismo. Questo spazio è organizzato intorno ad una economia dominante (la Gran Bretagna prima e gli Usa a partire dal 1929). Esso è strutturato da un complesso insieme di relazioni di scambio che definiscono molteplici gerarchie. Solo la conoscenza di queste relazioni permette di cogliere il ruolo del mercato mondiale nella diffusione sia dei modi e dei regimi di accumulazione e delle crisi sia dei tipi di crescita e di tecnologia. Per tutto l’800 ed il ‘900 l’economia-mondo occidentale si è estesa e si è modificata nella sua struttura interna. Il mercato mondiale si è allargato, sia per l’ingresso di paesi nuovi nel novero dei grandi paesi capitalistici sviluppati (Usa, Canada, Germania, Giappone) sia per le conquiste coloniali. Sembra che questo comportamento imperialista sia stato più attivo in particolare nel corso dei periodi di depressione lunga, poiché le principali spedizioni coloniali si collocano alla fine del periodo di depressione ed all’inizio della fase di ripresa lunga.

 

 

Così, mentre la considerazione del modo di accumulazione del capitale e del tipo di crescita permette di definire le forme assunte successivamente dal modo di produzione capitalistico nel corso delle grandi tappe del suo sviluppo storico nelle diverse società interessate (a partire da un impulso proveniente dall’economia dominante), l’esame della divisione del lavoro su scala mondiale permette di collocare tali processi evolutivi all’interno di un quadro significativo e cioè l’economia-mondo occidentale di cui parte integrante è la natura del sistema monetario internazionale che svolge un ruolo importante e la cui evoluzione è fortemente legata alle congiunture economiche lunghe. Storicamente e fino alla fine della prima guerra mondiale, il sistema del gold standard presiede ufficialmente agli scambi internazionali (il che significa che in definitiva i saldi tra i paesi sono regolati in oro). In realtà il vero garante, il referente degli scambi è già la moneta dell’economia dominante e cioè la sterlina inglese. Ma il sistema crolla con la prima guerra mondiale e la depressione tra le due guerre. Nasce allora il sistema del gold exchange standard, fondato su due valute chiave, sterlina e dollaro, ed il cui crollo amplificherà la crisi del 1929. Dopo la seconda guerra mondiale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 creano un sistema di parità fisse tra le principali monete definite di fatto in rapporto al dollaro dichiarato liberamente convertibile in oro, al tasso di 35 dollari l’oncia. Il periodo di espansione lunga degli anni ’50 e ’60, vede in collegamento con il riconoscimento degli usa come economia dominante, il dollaro (una moneta stabile) diventare di fatto la moneta internazionale garantita dalla potenza dell’economia americana ben più che dallo stock di oro di Fort Knox. Una parziale rimessa in discussione dell’egemonia americana, a sua volta legata ad un deficit rapidamente crescente della bilancia commerciale americana, alla fine degli anni ’60, apre la crisi del sistema monetario nell’agosto 1971. A questo punto gli Usa abbandonano la convertibilità aurea del dollaro. Ciò annuncia ed accompagna la crisi economica e sbocca su di un era di cambi fluttuanti. Quest’era nuova conduce progressivamente, a partire dagli anni ’80, da una parte ad una vera volatilità dei corsi delle monete (che si manifesta anche in quella dei tassi d’interesse) con in particolare un comportamento apparentemente incomprensibile del dollaro. Dall’altra parte si assiste ad un grave indebitamento di una larga parte del terzo mondo. Ancora una volta la crisi del sistema finanziario giunge ad amplificare la crisi economica.

Ma appena si rifletta che nessun sistema complesso (sistema fisico, biologico o sociale) può perdurare e quindi riprodursi senza l’intervento di procedure più o meno complesse di regolazione, si pone la questione di sapere quale modo di regolazione è in azione per rendere operativo questo o quell’altro ordine produttivo. Questa questione essenziale è stata giustamente avanzata dalla scuola della regolazione, intendendo come regolazione la congiunzione dei meccanismi concorrenti alla riproduzione complessiva del sistema, tenuto conto dello stato delle strutture economiche e delle forme sociali. Questa questione concerne non solo la regolazione economica in senso stretto, ma anche i diversi processi di regolazione sociale, nella misura in cui, in un sistema sociale attraversato da interessi contraddittori, non vi può essere efficacia economica, senza che siano assicurate le condizioni di una sufficiente sottomissione secondo forme diverse delle forze di lavoro all’ordine industriale. Su questo piano, dalle origini del capitalismo, è sempre intervenuto l’effetto combinato delle forme assunte dalle grandi caratteristiche del sistema economico che abbiamo esaminato e l’intervento degli Stati in campo economico e sociale. L’analisi del ruolo dell’intervento pubblico vede i keynesiani sopravalutarne gli effetti, mentre i regolazionisti li sottovalutano. Gli autori liberali lo rifiutano in quanto non possono concepire l’economia se non attraverso il dominio assoluto del mercato. Così facendo essi ignorano la storia, da cui si ricava che il capitalismo non avrebbe potuto vedere la luce senza un’attiva alleanza del mercante ed il principe né ha potuto svilupparsi senza un costante sostegno dello Stato (il ruolo essenziale delle rivoluzioni borghesi ne è una dimostrazione lampante).

 


21 settembre 2010

Rosier : onde lunghe e modo di accumulazione

Si parte dal modo di accumulazione del capitale, nozione che intende rappresentare le forme assunte per un periodo di tempo dai due rapporti sociali che strutturano il capitalismo come modi di produzione, forme che devono necessariamente cambiare perché l’essenziale di questi rapporti non cambi. Si tratta dunque :

·         Della forma concreta assunta dal rapporto tra capitale e lavoro (rapporto di lavoro salariato) : condizione d’impiego, modalità di uso, modalità di sfruttamento delle forze di lavoro (in particolare tipo di visione tecnica del lavoro, livello relativo del salario e modi di formazione ed utilizzazione dello stesso). De Gaudemar ha messo in evidenza dei cicli disciplinari e delle crisi disciplinari concordanti con le onde lunghe (la disciplina indica la forma di organizzazione del lavoro destinata a far si che il potere sia esercitato e rispettato, affinchè l’ordine regni nelle fabbriche). Così si passa da una tecnica di sorveglianza direttamente coercitiva a forme diverse di controllo sociale. Tutto ciò sfocia nell’iscrizione della disciplina in un sistema scientifico : il taylorismo.

 

·         Delle forme economiche stabili che governano il rapporto all’interno del capitalismo, in altre parole i tipi di strutture industriali e finanziarie e le modalità della concorrenza. L’osservazione di queste forme permette di separare nettamente a partire dagli ultimi anni del 1800 l’era del capitalismo concorrenziale da quella del capitalismo monopolistico la cui genesi si confonde con la grande depressione della fine dell’800 e il cui compimento si lega all’elaborazione di un modo di regolazione specifico nella grande crisi degli anni ’30. L’importanza di due pilastri costituiti dalle forme dei due rapporti sociali fondamentali (adattate a congiunture sociali specifiche) viene sottolineata quando si parla delle basi istituzionali dell’accumulazione ed in particolare del sistema della grande impresa che si basa specialmente su di un particolare accordo tra capitale e lavoro.

 


17 settembre 2010

Rivoluzione tecnologica e onde lunghe ; l'analisi neoschumpeteriana della crisi degli anni Settanta

Su quest’ultimo tema elementi particolarmente utili sono apportati dai lavori ispirati all’economista Frieman (in collaborazione con Clark e Perez). Questi autori ritengono che i cicli lunghi corrispondano ad una successione di paradigmi tecnico-economici (Perez) percepiti come elementi essenziali nella teoria delle onde lunghe di Schumpeter. Il cambiamento di paradigma significa una trasformazione radicale del sistema di pensiero che prevaleva in quasi tutte le industrie in materia di ingegneria e di gestione per l’ottenimento di produttività e profitti elevati. Il nuovo paradigma appare e si sviluppa dapprima all’interno del precedente, mostrando progressivamente i suoi decisivi vantaggi nel corso della depressione lunga. Esso è chiamato, allo sbocco di questo periodo a suscitare numerose innovazioni radicali e migliorative, ossia molteplici nuovi sistemi tecnologici e di conseguenza a stabilire un nuovo regime tecnologico dominante. Ma ciò non si verifica che dopo una crisi di aggiustamento strutturale che implica la sostituzione delle assi motrici dell’economia, così come profondi cambiamenti istituzionali e sociali. Per Carlotta Perez la depressione lunga è il sintomo di una rilevante disarmonia tra il sotto-sistema tecnologico ed il quadro socio-istituzionale, mentre l’espansione lunga corrisponderebbe ad una interazione positiva tra le due sfere. Di conseguenza la depressione diventerebbe un processo di distruzione creatrice non solamente nella sfera produttiva, ma anche nelle sfere sociali ed istituzionali. All’interno di ogni nuovo paradigma, precisano Freeman e Perez, si trova un input o un insieme di input particolari che appare come il fattore chiave del paradigma e soddisfa tre grandi condizioni : un costo relativo poco elevato e rapidamente declinante, una disponibilità nel lungo periodo apparentemente illimitata, una suscettibilità ad essere impiegato in numerosi processi produttivi. Così il ruolo di fattore chiave sarebbe stato giocato successivamente :

·         Dal basso costo del lavoro e del cotone durante la rivoluzione industriale

·         Dal basso costo del carbone e dei trasporti a vapore verso la metà del 1800

·         Dal basso costo dell’acciaio per la terza espansione lunga

·         Dal basso costo del petrolio e dei suoi derivati per l’espansione del secondo dopoguerra

 

 

Per Freeman e Perez ciascuno di questi fattori esiste ed è utilizzato molto prima che il nuovo paradigma si sviluppi. Tuttavia tutte le sue potenzialità non sono riconosciute ed esso non è messo in grado di soddisfare le condizioni precedentemente indicate se non quanto il fattore chiave anteriore e le costellazioni di tecnologie ad esso relative raggiungono i limiti della loro capacità di consentire nuovi incrementi della produttività e nuovi investimenti profittevoli. I limiti alla crescita sotto il vecchio paradigma, divenendo sempre più evidenti, generano una ricerca attiva e prolungata di soluzioni, nel corso di un periodo di transizione ( la depressione dell’onda lunga) caratterizzata da profondi cambiamenti economici, istituzionali e sociali. Secondo questi autori la crisi attuale sarebbe propriamente una transizione tra un regime tecnologico fondato sul petrolio a buon mercato e sui suoi derivati, condotto da imprese gigantesche orientate verso la produzione di massa, ed un regime nuovo in corso di formazione sulla base di strumenti microelettronici a basso costo (e di una organizzazione produttiva ad alta intensità d’informazione, capace di legare design, produzione, gestione e marketing in sistemi integrati al di là della mera automazione. I settori dell’elettronica e dell’informazione, capaci di produrre in modo flessibile e rapidamente trasformabile con attrezzature che integrano sempre più largamente l’elaboratore diventano per Freeman e Perez le nuove industrie motrici. Gli elementi costituivi di questo nuovo regime tecnologico destinato a diventare dominante negli anni ’90 si sono formati progressivamente quando il vecchio regime era ancora dominante. L’interesse delle ricerche di Freeman sta nell’esplicitare la nozione di rivoluzione tecnologica mettendo l’accento sui lunghi processi necessari prima che s’imponga un nuovo paradigma (a sua volta imperniato su di un fattore chiave), e poi un nuovo regime tecnologico che corrisponda alla messa in atto del paradigma su grande scala e dia impulso ad una nuova fase di espansione. Dunque le rivoluzioni tecnologiche possono esprimersi non soltanto con grandi onde discontinue di importanti innovazioni poiché traducono, intorno a nuova basi tecniche, il trionfo graduale di un paradigma. Questi lavori arricchiscono l’analisi dei ritmi lunghi, ma si muovono in uno spazio troppo ristretto, da cui sono escluse le istanze di tipo sociale. Il loro tipo di approccio suppone uno sviluppo tecnologico univoco che gioca da solo il ruolo determinante.

Vi sono convergenze in intenzionali e complementarità tra le posizioni di Mandel e quelle di Freeman, come tra queste e quelle dei regolazionisti e dei radicali americani, ognuna delle quali rafforzano il carattere esplicativo dell’altra. Accade infatti che un regime di accumulazione non può funzionare se non si regge su di un regime tecnologico e dunque su un paradigma tecnico-economico dominante (Freeman), i quali suppongono una forma di organizzazione del lavoro strettamente legata ad un sistema specifico di macchine (Mandel) ma più in generale esso implica l’esistenza e l’efficacia di istituzioni regolatrici (radicali e regolazionisti). E sulla base di una complessa combinazione di questo tipo che si costruisce la nozione di ordine produttivo. Questi diversi tipi di ricerca ci sembrano indispensabili e complementari. Tuttavia le onde lunghe possono raggiungere uno statuto scientifico indiscutibile come i cicli classici solo nella misura in cui un trattamento adeguato dei dati acquisterà senso pieno nel quadro dell’elaborazione di uno schema esplicativo coerente ed endogeno. Questo dovrà costituire un fondamento teorico pertinente di analisi, legato alla comprensione della dinamica dell’insieme delle economie capitalistiche.

 

 


11 luglio 2009

Paolo Ramazzotti : il bruco, la farfalla e le morti bianche

 Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli[1] offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.
Il lavoro di Antonelli è avvincente. Con una chiarezza e una capacità di sintesi notevole prospetta una possibilità di legare insieme politica progressista (di sinistra) e politica progressiva (di sviluppo). A ben vedere, però, né l’un concetto né l’altro sono chiari. Del secondo - pur intendendo sviluppo nei termini restrittivi di mutamento della struttura produttiva più crescita - non è chiara l’immagine proposta di un processo deterministico, ancorché non lineare, riconducibile al solo mutamento tecnologico. La perplessità non può che aumentare quando si riconosca l’importanza di studiare questo tipo di fenomeno seguendo l’approccio della complessità. Il primo concetto, invece – quello di una politica progressista - sembra ridursi al secondo: sarebbe di sinistra chi favorisce l’evoluzione del sistema economico anziché bloccarlo nel tentativo di conservare gli interessi costituiti propri o della propria base sociale. Si potrebbe integrare questa definizione di progressista aggiungendo che chi è di sinistra tenta di contenere i costi sociali che la politica progressiva produce sulle fascie più deboli della società. Non viene spiegato, tuttavia, come l’intervento sociale andrebbe collegato alla politica strettamente progressiva.




Antonelli argomenta che stiamo vivendo il passaggio da un’economia fondata sulla produzione di beni mediante grandi impianti ad una incentrata sulla fornitura di (beni e) servizi mediante tecnologie che richiedono minori quantità di capitali. Questo processo conduce, secondo l’autore, ad una lettura distorta delle statistiche – per esempio sopravvaluta l’effetto del calo degli investimenti sulla capacità produttiva – e fornisce un’immagine di declino economico laddove solo di metamorfosi si tratta. In sostanza verrebbe da dire, ricorrendo ad una metafora, che il bruco non sta morendo; sta diventando una farfalla.
In queste condizioni, viene argomentato, la sinistra oscilla fra difesa dei settori deboli e difesa dell’accumulazione ma rimane comunque legata a una visione del sistema economico – il bruco - che è in via di superamento. Quale che sia il terreno di intervento che sceglie, il suo finisce per essere un ruolo conservatore e, oltretutto, incapace di aggregare intorno a sé un ampio consenso.
La prospettiva neo-schumpeteriana di Antonelli è senza dubbio meritevole di attenzione, se non altro perché evidenzia che qualsiasi politica agisce su un processo storico e rispetto a questo va definita. Proprio per questo essa evidenzia le difficoltà interpretative di studiosi che, legati agli schemi teorici del dopoguerra, continuano a confidare nelle economie di scala come strumento per accrescere la produttività e la competitività. Ma una volta riconosciuto questo suo merito, il lavoro di Antonelli ci aiuta davvero a capire il processo in atto e – con del tutto indebita citazione – il “che fare?”?
Sergio Cesaratto ha segnalato come il sistema industriale italiano – in particolare la centralità che in esso vi hanno i distretti industriali - difficilmente corrisponde al quadro da rivoluzione tecnologica che ne fornisce Antonelli. È vero che il tessuto distrettuale sta modificandosi in modo significativo ma in una direzione che difficilmente è quella di una qualche efficienza dinamica. La gerarchizzazione dei rapporti fra imprese e l’irrigidimento delle forme di mercato verso configurazioni oligopolistiche caratterizza anche questi sistemi locali[2]. Se questi processi si associano alla precarizzazione marcata delle condizioni di impiego, non possono non sorgere dubbi sulla correlazione fra processi di trasformazione del tessuto produttivo e istanze progressiste.
Viene da chiedersi se non sia questo il punto di fondo: pur se è ragionevole la tesi di un processo di trasformazione del sistema industriale mondiale nel quale le nuove tecnologie giocano un ruolo importante, è lecito interrogarsi su quale sia la divisione internazionale del lavoro che le imprese italiane perseguono con le loro strategie. Si può, per esempio, ritenere che, prese nel loro insieme, esse preferiscano non misurarsi con i primi arrivati? Che optino per un posizionamento di mercato tale da evitare l’urto con quei concorrenti che godono di un vantaggio tecnologico? Che preferiscano perseguire la competitività scaricando i loro costi privati sui lavoratori e sulla collettività anziché (tentare di) accrescere il valore aggiunto collocandosi sulla frontiera tecnologica? Poco importa che simili strategie di basso profilo possano essere vincenti solo nel breve periodo: le imprese sanno ispirarsi a Keynes più di tanti studiosi e risponderebbero molto serenamente che nel lungo periodo saremo tutti morti. Che poi alcune morti siano anche di breve periodo – come, fuor di metafora, ci informano i dati quotidiani sulle morti bianche – è noto ma lo si può sempre attribuire a cattiva informazione dei lavoratori.
La domanda politica a questo punto è se siano questi gli interessi economico-sociali da aggregare in un progetto progressivo-progressista? La prospettiva di politica che Antonelli prefigura è definita rispetto a certe tendenze o vi si adegua passivamente, trascurando che i processi all’interno della tendenza delineata possono essere molteplici e non tutti auspicabili?
Mi chiedo se il requisito minimo per qualificare in un qualche modo una politica non sia di ricordare che l’efficienza non esiste a priori ma è definibile solo a partire da una data distribuzione. Partendo da questa premessa, rimane vero che la sinistra non è tenuta a difendere gli interessi costituiti o una struttura economica legata al passato. Non vale, tuttavia, l’equazione “progressista = progressivo + equo”, come se i due termini dell’addizione fossero determinabili indipendentemente l’uno dall’altro. La natura del processo “progressivo” dipende dalle scelte che si compiono riguardo all’equità. Una politica si qualifica, allora, se fissa alcuni punti chiari sul piano dei diritti e delle attribuzioni; se dichiara quali preferenze siano lessicografiche e irriducibili alla contrattazione sul mercato. Più prosaicamente, si qualifica se dichiara quali siano le soglie minime per pensioni, istruzione, livello, salubrità e grado di precarietà dell’occupazione, sanità; se definisce quale dispersione del reddito e della ricchezza ritiene accettabile.
Tutto ciò è pregiudizievole della crescita e, ancor più, di quel mutamento strutturale auspicato da Antonelli? Se ci si sofferma sul breve termine ci si può chiedere se per le imprese l’incentivo a rischiare sul terreno dell’innovazione non sia tanto più elevato quanto meno possono ricorrere a strategie di “fuga”, quali la traslazione dei loro costi privati sui lavoratori e la società. In altri termini, è ragionevole ritenere che una politica nella quale l’equità informasse ciò che è “progressivo” forse sarebbe più efficace di una che lasciasse indeterminate – quindi date dallo status quo - le condizioni di partenza.
Più in generale, ci si deve chiedere quale sia il fine ultimo della politica da realizzare. Proprio perché, come suggerisce Antonelli, qualsiasi politica si colloca in un contesto processuale, gli obiettivi che di volta in volta si perseguono non sono altro che gli strumenti per altri obiettivi. Gli uni e gli altri sono le due faccie di un’unica medaglia: il modello di società che si intende realizzare. Da questo punto di vista non ci si può non chiedere se la sicurezza sul posto del lavoro – o qualsiasi altro elemento fra quelli elencati sopra – debba rientrare nella contabilità del progresso oppure no e, nel caso, se vi debba entrare come onere, vincolo, costo oppure come strumento finalizzato a una diversa qualità della vita.
Far discendere in modo lineare le alleanze politiche da un’analisi economica fa tornare alla memoria i vecchi tempi quando si riteneva possibile separare nettamente struttura e sovrastruttura. Allo stesso tempo fa sorgere il dubbio che l’importante categoria concettuale della complessità, che si è fatta entrara dalla porta, venga fatta uscire dalla finestra. Forse può essere più proficuo prendere sul serio la provocazione di Amartya Sen[3] quando, nel riflettere sulla crisi attuale, invita a soffermarsi di meno su Keynes e di più su autori, come Adam Smith e di Arthur C. Pigou, che hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni che trascendono la logica di mercato.


19 giugno 2008

Scienza in discussione

 Gli argomenti popolari più usati per difendere la scienza e il suo ruolo sono:
a. Che l'attività umana chiamata «Scienza» abbia un significato chiaro, univoco e immutabile, e che quando ci si riferisce alla scienza, oggi ci si riferisca a una tradizione gloriosa, permanente e ben definita;
b. Che il motore principale della tecnologia sia la scienza, ovvero che senza la «Scienza» non sia tecnologia;
c. Che l'accento posto sullo sviluppo tecnologico non possa che far progredire il livello intellettuale della «Scienza»;
d. Che lo sviluppo della tecnologia abbia in fin dei conti (con alcuni sconti) un effetto sociale positivo, ovvero che uno stretto rapporto scienza-tecnologia non può che fornire un buon argomento in favore del ruolo sociale della scienza.

CONTRODEDUZIONI
Esaminiamo una per una queste tesi:
a. Il senso dell'attività scientifica: una volta, alla domanda «cosa è la fisica?» si rispondeva: «quello che fanno i fisici». Carino, ma o la domanda non ha senso, o non siamo arrivati a una risposta sensata. Sembra un tentativo di nascondersi dietro nomi celebri: Newton, Maxwell, Einstein... Ma è proprio questo che facciamo noi fisici oggi? Siamo almeno consapevoli delle motivazioni che animavano quegli scienziati, i loro metodi? Lo stesso può essere detto per la biologia: Darwin, Crick, Watson, Huxley. O la medicina: Pasteur, Sabin (polio).
Siamo stati educati all'idea che la scienza moderna sia stata spontaneamente generata, ex novo, a partire dal Rinascimento, da Copernico, Galileo, Newton... Ma l'eccezionale libro di Lucio Russo (La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1996) presenta ampia e convincente testimonianza dell'esistenza di una scienza, giustamente chiamata moderna, nel mondo ellenistico. Inoltre, raramente a scuola ci raccontano che i pionieri della scienza moderna, (Leonardo, Galileo, Newton, Darwin) conoscevano, e apprezzavano questa scienza ellenistica, e si consideravano i suoi eredi, impegnati nell'estenderla.
Cosa significa? Che c'è stato uno iato di più di 1500 anni in cui si esercitava talmente poco questo tipo di attività da consentire la nascita del mito che la scienza non fosse mai esistita. Un'altra indicazione che qualcosa di fondamentale sia mutato, viene da un'autorità, da Sir Michael Atiyah, ex presidente della Royal Society: «Rischiamo di perdere la nostra strada e la nostra identità. L'ethos scientifico sta diventando sempre più difficile da discernere.» La mia preoccupazione è che la perdita odierna dell'identità sia una versione moderna di quello che è accaduto alla scienza ellenistica: come essa scomparve e fu a poco a poco dimenticata sotto l'impatto della Roma tecnologica, così oggi la scienza sta perdendo la sua identità sotto la spinta di un'America ossessionata da tecnologia e da guerra, in risposta alla paura.
b. Scienza come motore della tecnologia: anche a questo proposito la storia e molto meno chiara, e non sempre conforme alle verità che ci sono propinate. Edison non si è basato sulla scienza per fare una delle scoperte tecnologiche più fondamentali della storia moderna. Né lo è stato il motore a vapore (o a calore) inventato prima che fosse formulata la termodinamica. Anzi, la fisica dell'epoca si era fortemente opposta all'idea. E nemmeno la tecnologia principale dell'agricoltura (la selezione delle specie) aveva dovuto aspettare Darwin. Quindi non si può sostenere, senza altri ragionamenti e ulteriori dati, che la «Scienza» sia la condizione sine-qua-non dello sviluppo tecnologico.
c. Il feedback della tecnologia sulla scienza: uno degli effetti problematici dell'attività politica radicale degli anni '60-70 è stata di porre l'accento sulla «rilevanza sociale» della scienza contro le «torri d'avorio». Come tante altre idee buone, anche questa è stata cooptata dalle forze egemoni, per fare della scienza un elemento accessorio del sistema prevalente di sviluppo economico. In questa direzione spingono le autorità americane, e in Europa stiamo copiando questo approccio in un modo acritico.
Basterebbe guardare quale tipo di progetti viene promosso dalle agenzie nazionali e internazionali, per rendersi conto che la maggior parte dei finanziamenti vengono assegnati a progetti che giovano a un'idea sbagliata o discutibile di sviluppo economico, che promuove il virtuale, il superfluo, il militare, a spese del sociale e della conservazione ecologica. Basterebbe menzionare che nella Unione europea 4,3 miliardi di Euro vengono stanziati alla ricerca in nanotecnologia. La biotecnologia gode di più di 8 miliardi di $ (pubblico e privato) nei soli Usa, e la distinzione tra le due tecnologie è assai ambigua. Spinto dalla facilità di ottenere finanziamenti e dall'esposizione mediatica, il mondo della ricerca collabora al odierno processo di produzione-commercializzazione.
Negli ultimi decenni, l'amalgama scienza-tecnologia significa sempre meno scienza, sempre più tecnologia. Basterebbe riflettere sul fatto che non esiste quasi facoltà di scienza di livello dignitoso che non conti tra i suoi dipartimenti (centri, istituti) uno di biotecnologia. Lo stesso si potrebbe dire dell'attività universitaria nelle nanotecnologie. In questi due casi (e non sono gli unici) non ci si propone nemmeno l'eufemismo di dare una facciata scientifica all'attività tecnologica. L'infante si chiama per proprio nome e cognome.
Quello che si fa in molte attività, classificate scientifiche, è lavoro di sviluppo tecnologico a basso costo per l'industria (e a costo quasi interamente sociale). Non è lavoro scientifico, certamente non nel senso che i migliori «platonici» tra noi (Bricmont, Chomsky) difenderebbero. Che questa situazione non sia messa in discussione, è in gran parte dovuto a una stretta cooperazione tra mondo economico, sistema politico e mediatico da un lato, con il mondo della ricerca dall'altro. Questa collaborazione non può essere ingenua. Fa parte di una mentalità superficiale che ritiene qualsiasi mezzo legittimo purché prometta una «crescita» economica. A qualcuno ciò potrebbe sembrare l'apice dell'evoluzione umana. Al contrario, rientra in quel tipo di rischio provocato da un'evoluzione genetica che riducesse la varietà a una singola specie (come l'agricoltura imposta ai paesi africani dall'Fmi), contrapposta a un'evoluzione che invece producesse la diversità.
d. Lo sviluppo tecnologico sempre positivo per la società: anche qui, dipende molto dal periodo storico. Servirebbero studi dettagliati e quantitativi della questione; e in parte esistono già. Almeno dall'inizio degli anni '90, gran parte dello sviluppo tecnologico ha davvero poco a che fare con il bene sociale. La tecnologia è indirizzata in primo luogo a trovare sbocchi alla sovrapproduzione di un sistema industriale in crisi e di un sistema finanziario stagnante. Mi sembra che questo sia vero per tutte le aree della tecnologia, da quella dell'astrofisica (satelliti, spazio, analisi delle immagini); della comunicazione (cellulari, internet, etc); dell'informatica (computer, software sterminato, virus anti-virus...); della biologia (manipolazione genetica, clonazioni...) e della sanità (farmaci cronici, farmaci fittizi, brevetti segreti, macchinari costosissimi che servono poca gente...); dell'alimentazione (Ogm con semenze controllate, brevetti su specie, distribuzione dell'acqua). Tutti questi sviluppi vengono poi difesi in nome della prosperità virtuale che ci circonda, pubblicizzando i benefici drammatici riservati ai pochi.
Il principale problema odierno non è la collaborazione della scienza con i militari, da sempre attuata, almeno dai tempi della gloriosa scienza ellenistica (i celebri specchi ustori di Archimede). Le guerre e la centralità dell'apparato militare (anche in tempi di pace) derivano da un sistema economico-sociale che difende globalmente i suoi privilegi accumulati. Il problema è piuttosto l'integrazione della scienza con questo sistema, la sua crescente identificazione con esso, cosi come la sua acquiescenza nell'essere usata come foglia di fico. Nelle parole di Sir Michael Atiyah: «Gli scienziati sono spesso considerati un'élite segreta, una parte minacciosa dell'establishment, una componente di 'loro' non di 'noi'».

L'ALLARME DI EINSTEIN
A essere identificata con la «Scienza», e a essere difesa dalle sue riviste più gloriose è solo una sovrapproduzione in campi come comunicazione, informatica, macchinari di ricerca biologica, medicinali cronici, Ogm per controllo della nutrizione, cloni fortuiti. Accettare priorità di ricerca dettate dai produttori, attraverso le istituzioni politiche, mette a repentaglio la posizione sociale e intellettuale della scienza. A questo contribuisce anche un rapporto perverso con i media che stanno vendendo la scienza come un elemento di copertura del progetto economico-sociale prevalente, offrendo agli scienziati le lusinghe dell'esposizione pubblica come a ragazze di show televisivi. Sono scomparse quasi tutte le barriere fra riviste di alto prestigio, da un lato, e media ad alto turnover, dall'altro. Pubbliche relazioni e gestione dei media sono diventate componenti essenziali delle istituzioni a elevato prestigio accademico. La confusione tra tecnologia e scienza, e la difesa autoritaria di un concetto ideale di scienza, escludendo altri modi di conoscere, serve come copertura perfetta per un sistema sempre più in crisi, sempre più violento.
Dovrebbe allarmarci l'avvertimento lanciato già nel 1917 da Albert Einstein: «L'intero venerato progresso tecnologico - l'intera nostra civilizzazione - è come un'ascia nelle mani di un criminale patologico».


(Daniel Amit)


22 febbraio 2008

La politica industriale italiana : la dilapidazione

 L’impresa italiana ha scelto di collocarsi nel segmento basso della competizione internazionale, ove ci si misura solo sul prezzo e non su quella qualità che vuole ricerca, innovazione, formazione (e, quindi, ingegneri ed operai di qualità),tutte cose che costano. Risultato: oggi non solo l’industria, ma l’intera economia italiana, è stretta in una morsa tra i paesi che hanno mantenuto le chiavi della tecnologia - come la Francia e la Germania, nell’energia, nell’elettronica, nella chimica - e i paesi che, potendo disporre solo di un bassissimo costo del lavoro, sono diventati sede di tutti gli insediamenti industriali delle transnazionali.
L’Italia ha perciò dilapidato un patrimonio in campo elettromeccanico e farmaceutico in particolare, smantellando e svendendo la grande industria pubblica e semi-pubblica, come Iri ed Enel e, come ci ricorda Augusto Graziani sul “Manifesto” del 23 luglio u. s., (“Grandi imprese: una crisi tutta italiana”), frammentando e svendendo all’estero la grande industria privata, come potrebbe oggi essere il destino anche della Fiat. Tutto ciò è avvenuto, ed avviene, assecondato da governi, questo e i precedenti, affatto preoccupati della pervasività del capitale straniero nell’industria italiana - “aspetto di scarso rilievo nell’economia della globalizzazione”, così discettò Romano Prodi, allora Presidente del Consiglio - e indaffarati invece a risarcire gli industriali in ripiegamento offrendo loro ora pezzi di Stato Sociale, dalla sanità ai fondi pensione integrativi, ora pezzi di industria pubblica dei servizi, purché a cliente garantito, come l’Enel e le ex municipalizzate.
 
(Bruno Casati)


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24 novembre 2007

Sinistra : andiamo al sodo

 

Niente di meglio se non un articolo di Luigi Cavallaro per capire qual è il compito della sinistra italiana in questa fase : oltre le diatribe sulla cosa rossa, Cavallaro prende spunto  dal Quinto Rapporto dell'Enea, "L'Italia nella competizione tecnologica internazionale", da poco edito da FrancoAngeli e dice che dal punto di vista della specializzazione tecnologica, si possono distinguere almeno tre aree: un'Europa del Nord e scandinava, fortemente competitiva a causa di una dinamica sostenuta della spesa in ricerca e sviluppo, un'Europa centrale (coincidente essenzialmente con la Francia e la Germania), apprezzabilmente competitiva ma più equilibrata nella distribuzione delle specializzazioni tecnologiche, e un'Europa del Sud (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia), caratterizzata da estrema debolezza tecnologica e crescenti deficit dei saldi commerciali.




La perdita di competitività del nostro Paese
, continua Cavallaro,  nell'industria manifatturiera non ha accennato a ridursi, aggravando lo squilibrio fra la crescita delle esportazioni e quella, assai più sostenuta, delle importazioni.
E non perdiamo solo nei settori high-tech, ma anche in quelli a medio-bassa tecnologia, a conferma che non ci può essere alcun recupero competitivo in questi ultimi fintanto che il sistema economico resta arretrato nei primi.
Nessuna meraviglia, dunque, se nel 2005 la variazione degli investimenti fissi lordi è stata in Italia non solo inferiore a quella europea, ma anche negativa: è piuttosto l'implicazione necessaria delle tendenze di fondo del nostro sistema produttivo, in cui l'effetto cumulato della minore spesa in ricerca e sviluppo ammonta, negli ultimi sei anni, a oltre cinque punti di Pil, l'80% dei quali attribuibili - è bene sottolinearlo - alla minor spesa delle imprese
.

Cavallaro fa anche un piccolo excursus  e dice che durante gli anni '80 e fino alla prima metà degli anni '90, le ripetute svalutazioni della lira hanno consentito alle imprese di azzerare lo svantaggio competitivo accumulato con l'estero. Ma dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con l'ingresso del nostro Paese prima nella banda ristretta e poi nella moneta unica, il giochetto è diventato impossibile e l'unico rimedio che si è trovato è stata la precarizzazione del lavoro, in modo da recuperare sul versante del suo costo d'uso i margini di profitto erosi dalla minore competitività dei nostri prodotti.

Si è innescata così una spirale perversa e potenzialmente senza fine: non c'è riduzione dei costi che possa reggere alla morsa dell'apprezzamento dell'euro, da un lato, e dei salari da fame dei paesi emergenti, dall'altro. E se non si aggredisce il perverso intreccio fra un sistema di imprese gestito su base familistica e votato alla nicchia o alle rendite da monopolio e una congerie di politiche pubbliche sostanzialmente accomodanti (a cominciare dai finanziamenti a pioggia), ci si ritroverà volenti o nolenti a stare al governo solamente per contrattare quanta e quale precarietà infliggere al lavoro salariato. Prova ne sia che, dopo essere state gratificate dieci anni fa dal pacchetto Treu, quattro anni fa dalla legge 30 e un anno fa dalla riduzione del cuneo fiscale, le nostre imprese, per bocca dei giornali di cui sono proprietarie, hanno plaudito all'ennesima "prova di responsabilità" del sindacato confederale, che - novello Pangloss - ha sottoscritto e perfino rivendicato un accordo che detassa gli straordinari e renderà possibile perpetuare ad libitum i contratti a termine. Il tutto mentre negli ultimi cinque anni le retribuzioni medie dei lavoratori sono scese di dieci punti percentuali, come emerso dalla ricerca dell'Ires-Cgil di cui dava notizia questo giornale il 20 novembre scorso.

Cavallaro riassume anche tutta la rassegnazione rabbiosa di molti che a sinistra sopportano i luoghi comuni del neocentrismo e termina dicendo che precarizzazione del lavoro e compressione salariale, conviene rimarcarlo, sono semplici equivalenti funzionali delle svalutazioni competitive, come tali destinate ad essere vanificate in tempi sempre più brevi per essere rimpiazzate da nuove e analoghe richieste. A sostegno delle quali, naturalmente, ci verranno spacciate per analisi incontrovertibili le stesse identiche chiacchiere che da un pezzo si leggono sui giornali e si odono nei salotti televisivi. Eminenti professori spiegheranno che la colpa della nostra specializzazione produttiva è della scarsa formazione dei nostri lavoratori (come se un ingegnere nucleare potesse trovare un posto di lavoro in una società dedita alla pastorizia). Illustri esperti pontificherano sulla necessità di privatizzare quel poco che è rimasto in mano pubblica e ridurre a tappe forzate il nostro debito (come se non si potesse puntare sulla stabilizzazione del debito pubblico in rapporto al Pil e destinare il sovrappiù di risorse così ottenuto ad interventi di politica industriale volti a modernizzare la nostra struttura produttiva). Autorevoli sindacalisti magnificheranno i vantaggi della riduzione delle tasse ai lavoratori (come se cento euro in più di busta paga potessero ripagarli dei servizi pubblici che bisognerà tagliare per finanziare lo sgravio fiscale). E illuminati editorialisti elogeranno tutto ciò come sinonimo di svecchiamento culturale e capacità di innovazione politica.

Il dibattito a sinistra è come organizzare una base (che c’è e ce lo ha detto la manifestazione del 20 Ottobre) ed elaborare una strategia sociale collegate a questa analisi.  


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