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7 marzo 2009

Pasquale Voza :E dagli giù al Sessantotto, così hanno normalizzato l'Italia

 Una delle vie possibili di lettura critica di quello che nel dibattito politologico e culturale è stato chiamato il "caso italiano" (genesi, sviluppo, crisi e sua lunga, non ancora del tutto consumata, normalizzazione) può essere costituita senza dubbio, dalla interrogazione e dall'analisi della formidabile, mai intermessa, durata interpretativa del Sessantotto.
A ben guardare, l'insieme delle interpretazioni del Sessantotto italiano (o, meglio, del biennio '68-69) che, all'incirca dai primi anni Ottanta del secolo scorso, hanno tenuto il campo nell'opinione pubblica e nel senso comune, si può ricondurre sostanzialmente, pur in una grande varietà di articolazioni, a due filoni principali. L'uno ha teso a far risalire al movimento del Sessantotto, e ai processi da esso innescati, la genesi di un progressivo impazzimento estremistico-corporativo della società italiana lungo il corso degli anni Settanta e oltre. Si pensi al ricorrente accostamento Sessantotto-anni di piombo, o, per altro verso, persino alle metafore del Fellini di Prova d'orchestra, che alludevano al "disordine" assembleare, senza regole e anti-autoritario, di una troppo concitata "democrazia".
L'altro filone, in una sorta di sistemazione insieme apologetica e riduttiva, di storicismo sdrammatizzante, ha visto nel Sessantotto un fattore o un veicolo della modernizzazione in atto (nel campo delle istituzioni culturali e formative, del costume, dei rapporti familiari, del linguaggio ecc.). 



Ora, se si guarda all'oggi più stringente, e in particolare alla ricorrenza del quarantennale, si può constatare la presenza sempre più pervasiva di un peculiare, acuto interesse "revisionistico", di vario segno, nei confronti del problema del Sessantotto. Del resto, sul piano del senso comune (anche in riferimento alle coscienze giovanili) la cultura diffusa del revisionismo, più in generale, ha teso ad imporre un Novecento seccamente "liberato" della sua reale complessità storica e ridotto ad una sorta di bene culturale e spirituale di cui fruire in un consumo inerte e pacificato: un consumo riconducibile ad una nuova forma di "americanismo", da intendersi come terreno esemplare di caduta secca di ogni rapporto critico col passato e col presente, e con le forme culturali e ideologiche dell'uno e dell'altro. In questo ambito, le aberrazioni anti-conoscitive e profondamente corruttive si sono andate ampiamente sprecando. Si pensi, ad esempio, alla nozione di totalitarismo, proposta come mistificante, generico e qualunquistico, canone di lettura del «secolo breve», e alla pratica del conteggio, da rissa al Bar dello sport, dei morti di un totalitarismo rispetto ad un altro: esempio questo della degradazione populistico-plebiscitaria di una importante, ancorché discutibile, categoria di ordine etico-culturale e storiografico (quale quella, appunto, di totalitarismo).
Rovesciare il '68 è il titolo di un recente volume di Marcello Veneziani, che si può assumere come emblematico di questo revisionismo "selvaggio", spiccio e perentorio. In una prosetta vagamente aforistica e laboriosamente spiritosa, del tutto priva della vera, grande forza dell'ironia, l'Autore si adopera ad illustrare la sua "tesi" di fondo, secondo cui il Sessantotto non è stato un «evento», bensì «un virus con effetti ancora attivi»: uno, tra i principali, di questi effetti viene indicato in una sorta di «intolleranza permissiva». Citando e semplificando fino all'estremo Del Noce e Pasolini, l'Autore attribuisce al Sessantotto il ruolo di promotore del «passaggio della borghesia dal vecchio universo cristiano-famigliare e nazionale a una neoborghesia spregiudicata e sradicata, priva di valori e pudori, irridente alla morale».
C'è chi ha constatato che «la caricatura di un Sesssantotto opera di figli di papà un po' tonti e un po' fanatici furoreggia ancora», e si è chiesto «perché - quarant'anni dopo! - sopravviva un tale bisogno di riscossa, un'ansia demolitoria, nei confronti di un movimento talmente lontano nel tempo» (Gad Lerner). La risposta va cercata all'interno di quell'acuirsi recente del furor revisionistico di cui parlavo: è qui che si collocano innanzitutto i vari tentativi in corso di mettere mano alla Costituzione, e alla forma-Stato ad essa connessa, attraverso l'attacco diretto o indiretto al valore dell'antifascismo come storico valore fondativo; ed è qui che si collocano anche, in questa fase "estremistica" della lunga transizione italiana, i bisogni di liquidare, di mettere in caricatura, di rendere invisibile la critica "inaudita" capillarmente portata dal Sessantotto alle strutturazioni egemoniche della forma-capitale. In un certo senso, si tratta dell'esigenza diffusa, ora indistinta ora consapevole, di sancire, di fissare una formidabile rivincita dell'esistente come base di un processo definitivo, se pure ancora laborioso, di normalizzazione del "caso" italiano.
Tale acuto furor revisionistico assume ed esaspera l'idea di un'onda lunga e nefasta del Sessantotto nella storia italiana. D'altro canto, uno dei problemi più complessi legati al Sessantotto, alla sua radicalità pervasiva, è proprio quello della sua cosiddetta durata. Per quanto concerne quello che viene indicato come il progressivo impazzimento estremistico-corporativo della società italiana, ivi compreso l'esito degli "anni di piombo", ebbene si deve dire che non dal Sessantotto, bensì dalla sua morte, e insieme dalla formidabile "strategia della tensione" posta in essere (si pensi, in primis, alla strage di Piazza Fontana), si produsse quell'abnorme e violenta esasperazione dell'autonomia del politico, che caratterizzò il fenomeno della lotta armata e del "brigatismo". L'«attacco al cuore dello Stato» era radicalmente fuori della ri-definizione della politica elaborata e perseguita dal Sessantotto, che riproponeva in forme inedite, nel tempo della modernizzazione neo-capitalistica, il problema integrale della egemonia, che non a caso poteva essere nominato anche come il problema della «irruzione della lotta politica nella vita quotidiana».
Si possono connettere con tutto questo, sia pure attraverso una serie complessa di mediazioni, le questioni legate a ciò che, qualche tempo fa, Zygmunt Bauman ha chiamato la «decadenza degli intellettuali». Egli ha messo l'accento sul passaggio dalla figura dell'intellettuale «legislatore» a quella dell'intellettuale «interprete», dagli anni del secondo dopoguerra agli anni Settanta, allo crisi dello Stato sociale: vale a dire, il passaggio da chi, in chiave universalistica, si riconosceva nella funzione di elaboratore di idee di promozione e di direzione di un ordine sociale "progressivo", a chi, abbandonate o dismesse le ambizioni universalistiche, mette le proprie competenze professionali al servizio della comunicazione tra soggetti sovrani e plurali, in un mix di specialismo corporativo e di cultura-spettacolo.
Naturalmente, non si tratta solo di decadenza degli intellettuali, ma si tratta anche, e soprattutto, di processi di riclassificazione dei saperi negli ambiti interagenti della tecnica e del mercato, e di loro incorporazione nella macchina, entro una tendenziale, e pur ricca di contraddizioni, dilatazione "totalitaria" del capitalismo post-fordista. Ma proprio qui si pone con forza, in maniera acuta e drammatica, contro ogni forma di spontaneismo (dal vecchio e nuovo operaismo a ogni eccedenza antagonistica già data, che sia moltitudine o nuovo, diffuso general intellect ), ebbene si pone con forza il problema della soggettivazione, della costituzione politica dei soggetti dell'antagonismo e del conflitto, e quindi, detto altrimenti, il problema della riattivazione diffusiva di un pensiero critico, a partire dall'interno delle istituzioni culturali e formative (e il movimento dell'Onda anomala tende ad opporsi, appunto, ai processi di normalizzazione-passivizzazione in atto e di privatizzazione del sapere). Anche per quanto riguarda il cosiddetto lavoro immateriale e cognitivo, andrebbe messa in discussione l'idea, comunque declinata, di una sua "autonomia": l'idea secondo cui la nuova intellettualità di massa, in quanto lavoro "complesso", nutrito di competenze linguistico-cognitive, genericamente umane, andrebbe considerata come irriducibile a lavoro «semplice» (Virno). Ma ciò che non è tenuto in debito conto è che quelle competenze linguistico-cognitive sono pur sempre segnate dal comando, non neutro, della macchina informatica e che questo comporta una forma di subordinazione inedita del lavoro immateriale. Qui, piuttosto, si apre un terreno di lotta teorica e politica finora pressoché insospettato, che investe anche quella che è stata chiamata l'industria di senso (l'industria dei media).
Infine, solo un accenno ad un ultimo punto essenziale. Oggi, nel tempo di inediti, sconvolgenti processi di frammentazione-passivizzazione, di "colonizzazione" della vita, riattivazione del pensiero critico e centralità politica del problema della soggettivazione, del divenire soggetti, fanno tutt'uno. Qui il riferimento alla riflessione più lucida e drammatica del pensiero bio-politico (da Foucault ad Agamben) è assai utile: nel senso che ogni tentativo di ripensare la forma politica, lo spazio politico dovrebbe partire dalla consapevolezza che è venuta meno la distinzione classica tra zoè e bìos , fra nuda vita materiale ed esistenza politica, tra il nostro corpo biologico e il nostro corpo politico (Agamben). L'assunzione di questo punto costituirebbe uno strumento formidabile per una nuova critica pratica dei nessi sapere-potere e per la costruzione di quello che Gramsci chiamava un nuovo senso comune.


4 agosto 2008

La guerra impura

 Esattamente venticinque anni fa, mentre scrivevo Pure War (Semiotexte-Mit Press, ristampato in questi giorni), la dissuasione si poneva ancora sul piano strettamente militare. Gli Stati praticavano una dissuasione reciproca, favorendo l'equilibrio del terrore. Venticinque anni dopo, sono costretti ad ammettere che la corsa agli armamenti tipica della «guerra pura» ha cancellato non soltanto l'Unione Sovietica, che è implosa, ma anche l'idea stessa della «grande guerra classica», la guerra clausewitziana, prolungamento della politica con altri mezzi.
Questa dissoluzione ha condotto il nostro mondo direttamente tra le braccia del terrore, del disequilibrio terrorista e della proliferazione nucleare che, purtroppo, impariamo a conoscere ogni giorno di più. La copertura antimissilistica globale degli americani - quella sorta di ombrello o parafulmine che Bush sta proponendo a tutti nel mondo - mi pare esemplifichi bene il grado di squilibrio e il delirio geostrategico di cui siamo vittime. Incredibile e degna di nota, a mio avviso, anche la risposta di Vladimir Putin alle proposte americane, una risposta su cui non si è discusso a dovere. Che cosa ha detto, in sostanza, Putin? Ha proposto di installare i radar di questo scudo globale... in Russia e Azerbaigian. Non poteva essere più chiaro. Così, dopo la «grande guerra classica» e politica ci ritroviamo adesso alle prese con una guerra asimmetrica e transpolitica.

Asimmetrie politiche
Ho utilizzato l'espressione «guerra asimmetrica» per la prima volta a Berlino trenta, forse trentacinque anni fa - mi trovavo là con Jean Baudrillard - ipotizzando al tempo stesso che ci stavamo dirigendo verso un'epoca transpolitica. Eccoci dunque, alla fine siamo arrivati al transpolitico. Sostenere che una guerra è asimmetrica e transpolitica al tempo stesso significa affermare che esiste una condizione di totale disequilibrio fra gli eserciti nazionali, quello internazionale, l'esercito della guerra mondiale e i gruppuscoli di tutti gli ordini e gradi che praticano la guerra asimmetrica (dalle semplici gang di quartiere, ai paramilitari). Esiste un parallelismo fra la decomposizione degli Stati avvenuta in Africa e quello che sta succedendo ora nell'America del Sud - in Colombia tanto per fare un esempio - dove nessun esercito nazionale può nulla contro la proliferazione di gang, mafie locali, paramilitari e guerriglieri alla Sendero Luminoso. Questo, a mio parere, è il punto: non possiamo più parlare o ragionare di una guerra pura, semplicemente perché la nozione di guerra ha cambiato natura. Non esistono più «guerre pure», ma una guerra totale e «impura» nata dalle diverse esigenze e dalla diversa struttura della dissuasione armata. Questa dissuasione non ha più di mira i soli militari, anzi direi che si indirizza essenzialmente ai civili. Vengono da questo salto di paradigma nella natura della dissuasione fenomeni inconcepibili, solo venti o venticinque anni fa, quali il Patriot Act o le prigioni di Guantanamo.
Un fatto da non sottovalutare è il disequilibrio imposto dall'emergere di un nuovo terrorismo. Nell'era della «guerra impura» ci si sforzava di resistere riportando il sistema al suo punto di equilibrio. Ma tutto questo è diventato impossibile, con la continua proliferazione di «nemici asimmetrici». Siamo di fronte a una enorme minaccia che incombe sulla democrazia di ogni paese, non soltanto sulla testa dei regimi dell'est, del sud, del nord, di dove vi pare, ma anche sui paesi ritenuti «democratici», tanto in Europa, quanto negli Stati Uniti. Esiste una dissuasione civile - il Patriot Act ne rappresenta il segno più tangibile, ma ce ne sono molti altri, pensiamo a certe leggi contro gli immigrati che rischiano di passare in Europa - che rende la situazione molto più incerta.

Una strategia contro le città
Gli esperti sostengono che si debba «ristabilire l'ordine», ma ristabilire l'ordine nella società civile è come aprire una finestra sul caos, è una minaccia assoluta, una sfida lanciata vis-à-vis nei confronti di qualsiasi democrazia. Su questo punto ci si accorge di avere a che fare con i sintomi di un vero e proprio delirio. La strategia militare sembra essersi dislocata nel cuore stesso delle città. Si potrebbe parlare di un proseguimento della strategia anti-città iniziata durante la seconda guerra mondiale, con i bombardamenti di Guernica, di Oradour, Berlino, Dresda, Hiroshima, Nagasaki. La strategia anti-città è stata una delle innovazioni introdotte durante la seconda guerra mondiale, guerra che ha però introdotto anche un equilibrio del terrore: ricordiamoci che le testate nucleari, a est come a occidente, erano puntate direttamente sul cuore delle città. Oggigiorno, assistiamo però a un dislocamento di questa strategia. Siamo passati dall'equilibrio del terrore all'iperterrorismo. È un dato interessante, perché l'iperterrorismo ha un solo campo di battaglia, e questo campo di battaglia è, appunto, la città. Chiediamocene la ragione. Credo si debba rimarcare che è proprio nelle moderne cittè che si concentra il maximum della popolazione e, con un minimo di armi, può essere raggiunto il massimo risultato, il massimo disastro possibile. Non importa con quali armi si può raggiungere questo risultato: niente più bisogno di panzer, nessuna necessità di portaerei, sottomarini imponenti e via discorrendo.
Potremmo affermare che la guerra asimmetrica - che oramai è un sinonimo del disequilibrio terrorista - cancella il teatro delle operazioni esterne a tutto vantaggio della concentrazione metropolitana. Il luogo della guerra diventa, appunto, la città. L'affollamento urbano trascina guerra e terrorismo nel solco di una geostrategia territoriale, portandolo direttamente sulla linea del fronte. Se vogliamo una perfetta illustrazione del fallimento del modello di esercito classico possiamo ricordare, oltre al caso dell'Iraq, anche quello della più recente guerra libanese. Il fallimento dell'esercito israeliano in Libano è straordinario. Lo Tsahal è fra gli eserciti più grandi, equipaggiati, motivati al mondo, e uno di quelli che gode di maggiori appoggi e sostegni, anche mediatici. Eppure, nonostante tutto questo, l'esercito israeliano si è «impantanato», possiamo proprio dirlo, nella guerra asimmetrica contro Hezbollah. Qualcuno può pure sostenere che si tratta di una guerra «fallita», parola che trovo sintomatica. In passato, sapevamo di guerre perse e guerre vinte, oggi apprendiamo che esistono anche le guerre riuscite e quelle fallite. Vorrei però conoscere la differenza tra un fallimento e una disfatta. A mio parere, questa guerra manifesta la debolezza e il principio di incertezza su cui poggia un esercito normale con i suoi carri armati, i suoi missili, i suoi megabombardieri quando si trova dinanzi a una forza, per così dire, artigianale. Mi ricordo di una vignetta, apparsa su un giornale francese, che avrei forse dovuto ritagliare e conservare. Si vedevano i carri dello Tsahal fermi in un città piena di rovine e un cartello sul quale era disegnata la pianta della stessa città con una freccia che indicava: «Vi trovate qui». Il comandante del carro era sceso a terra, sbalordito cercava di capire dove si trovasse.
L'immagine illustrava più di mille commenti la condizione di follia in cui versava un esercito potente che, in altri tempi, era stato capace di vincere la «Guerra dei sei giorni». Ma la «Guerra dei sei giorni» era ancora una guerra di tipo classico. Nel '67, eravamo ancora in piena epoca di logica e calcoli geopolitici. La geopolitica si giocava sui campi di battaglia, a Verdun, attorno a Stalingrado, sulle spiagge della Normandia. Oggi quei campi sono dislocati, e il conseguente declino della geopolitica va a tutto vantaggio di quello che proporrei di chiamare metropolitica, in quanto concerne la città intesa come metropoli.

Minacce sfocate
Dopo la crisi della geopolitica e il conseguente affermarsi della metropolitica terrorista, è venuto anche il momento della geostrategia. Va letta in questo contesto la risposta di Putin a Bush - «installate i vostri missili e i vostri radar da me -, una risposta che mette a nudo l'incertezza dell'avversario. C'è qualcosa di umoristico nella sua proposta, ma dietro lo humour venato di assurdo, si nasconde qualcosa di vero. Ci si chiede contro chi ci stiamo difendendo. Installare i missili sulle frontiere come propone di fare Bush, significa minacciare una regione anche se ci si sta rivolgendo a un'altra. Anche se c'è l'Iran di mezzo, anche se c'è la Corea, anche se non ci sono paesi che rappresentano minacce, bisogna capire che non sono più gli Stati a essere in guerra. La vera minaccia è deterritorializzata o piuttosto defocalizzata.
Da qui il fallimento dell'esercito israeliano nei confronti di Hezbollah, un fallimento che rivela l'errore manifesto delle forze militari nei confronti dell'ostilità di un nuovo nemico. Abbiamo assistito a una grande rivoluzione che ha investito e travolto il concetto di «guerra classica» clausewitziana, un concetto che aveva come sua logica appendice quello di «guerra pura», una guerra statica fondata sulla minaccia della fine del mondo e sulla catastrofe nucleare. Oggi tutto questo è finito e, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo preda di ciò che i fisici chiamano principio di indeterminazione: i nostri piedi poggiano su terreni incerti, scossi dalla globalizzazione economica e dalla guerra globale eppure «locale». Questo apparente paradosso è determinato dal fatto che l'estensione del campo e del fronte non contano più in rapporto all'immediatezza della minaccia.
Quando si arriva a collocare un ordigno nucleare direttamente nella metropolitana di New York, di Parigi o Londra, allora dobbiamo comprendere che non siamo più nella logica totale, ma in quella locale. L'obiettivo è una città, preferibilmente una grande città, per ottenere il massimo disastro. La «guerra impura» nasce dal globalismo inteso come cambiamento di scala. CONTINUA|PAGINA14 Il globalismo riduce tutto al più piccolo fra i comuni denominatori possibili: è così che anche un singolo individuo può significare una guerra totale - e quando dico uno, possono ovviamente essere due, tre, dieci. Quando si pensa al World Trade Center, sono stati undici uomini a fare duemila e ottocento vittime, quasi quante a Pearl Harbor. Stesso risultato. Quanto meno il rapporto tra costi ed efficacia è stato straordinario! Le grandi divisioni, le macchine, la portaerei «Eisenhower» restano lì in attesa di una disfatta che non è determinata dal conflitto di un campo contro l'altro, ma dalla dissoluzione del campo stesso che alimentava la guerra «politica». La guerra politica aveva di mira un territorio o uno Stato delimitato che da par suo rispondeva arroccandosi attorno alle proprie frontiere.
In questo momento assistiamo a una confusione babelica tra la guerra civile terrorista - che uccide civili, non tanto i militari, anche se ha di mira il Pentagono - e la guerra internazionale. Ma si tratta di nozioni ancora sfocate. Al punto che, parlando con Baudrillard dopo l'attentato del 9/11, dicevo: ecco l'inizio della guerra civile internazionale. Fino a quel momento, c'erano state guerre civili nazionali, ma quella era la prima vera guerra civile mondiale. È ancora possibile premere un bottone e far partire dei missili - la Corea può farlo, l'Iran può farlo, possono farlo altri - ma in realtà con la grande dislocazione della strategia, con la fusione fra guerra civile iperterrorista e guerra internazionale, non è più possibile fare troppe distinzioni. Alcune cose restano, ma il quadro è saltato. Non c'è più alcun equilibrio da ristabilire, solo caos da creare. Con la crisi degli Stati-nazione, messi in discussione dallo sviluppo dell'Europa, dal Nafta, dalle multinazionali, la guerra legata alla mera territorialità non è più possibile. Ci troviamo di fronte a una questione di primaria importanza, una questione politica e che travalica la politica al tempo stesso. Ne va della nostra esistenza, proprio mentre un enorme punto di domanda leva la sua ombra sulla Storia.

(Paul Virilio)


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5 luglio 2008

L'icona della Betancourt

Ora la Betancour diventerà icona e profetessa. Sarebbe stato interessante sentirla prima del rapimento, quando voleva rappresentare un alternativa sia ad Uribe che alle Farc.




La durezza della prigionia e le circostanze del suo rilascio  l'hanno comprensibilmente appiattita sulle posizioni del governo colombiano e sulla riscoperta della fede.
Essa avrà putroppo megafono quando non ha più nulla da dirci. E del resto a che servono i megafoni se non a diffondere quello che già altri sanno ?
Del resto di questo possiamo ringraziare anche le Farc, che nutrendosi del tanto peggio tanto meglio, stanno inevitabilmente soffocando nel loro stesso nutrimento.


12 febbraio 2008

Le dimenticanze di Eco

 Due frammenti sul destino della nostra storia nei nostri tempi. Uno. Qualche volta anche Omero dormicchia. L'inserto di «Repubblica» sul '68 si apre stralciando un brano di Umberto Eco: «Il Sessantotto è finito, ed è giusto che lo si giudichi storicamente. Il Sessantotto ha prodotto anche il terrorismo...».
Persino Eco, nostro maestro, viene ridotto a quel riflesso condizionato che nel '68 vede per prima cosa le origini del terrorismo.
Ci vuole molta smemoratezza per non ricordarsi che il terrorismo in Italia comincia con Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, una strage di stato che non fu certo «prodotta» dal '68, ma semmai contro il '68 e contro l'autunno caldo.
«È giusto chiedersi, anche dal punto di vista storiografico - continua il brano - che cosa ci sia stato nel Sessantotto che ha prodotto, in alcuni che non hanno saputo riaversi dalla sua crisi la scelta terroristica». Va bene. Ma non sarà giusto chiedersi che cosa ci fosse, e che cosa ci sia, nello Stato di allora e di oggi, che ha prodotto quella strage rimossa? E che relazione ci sia fra la stagione iniziata quel giorno a piazza Fontana e le sciagurate scelte di una minoritaria frazione del movimento che cominciò nel '68 e che continuò, e continua, in tante forme che con gli assassini non hanno avuto niente a che fare?

(Alessandro Portelli)


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21 dicembre 2007

Storia delle Brigate Rosse : l'Università negativa

Il frutto piú emblematico e piú discusso di questa presa di coscienza è la proposta di una università negativa. In un manifesto a cura del Movimento per una Università Negativa (dell'autunno '67) tra l'altro si legge: 

                                                        Università e società

Oggi, di fatto, l'università strutturalmente si pone come una organizzazione la cui funzione è quella di soddisfare gli svariati bisogni tecnici della società. L'università fornisce gli strumenti aggiornati (tecnici) per mettere sempre piú a punto l'organizzazione del dominio di una classe sulle altre classi. L'apparato tecnologico, così potenziato, può finalmente sostituirsi al "Terrore" nel domare le forze sociali centrifughe e fornire alla classe sociale che ne dispone una superiorità immensa sul resto della società...

Università come strumento di dominio

L'università è uno strumento di classe. Essa, a livello ideologico, ha la funzione di produrre e trasmettere una ideologia particolare - quella della classe dominante - che presenta invece come conoscenza obiettiva e scientifica, e delle attitudini - comportamenti particolari - quelli della classe dominante - che presenta invece come necessari e universali.

Università e repressione

Alle volte, però, gli strumenti tecnici non sono sufficienti a mantenere lo status quo. È il caso in cui frange non integrate turbano la quiete manipolata dell'universo politico. Nell'università viene negato agli studenti il diritto di esprimersi sui problemi fondamentali (e non) della politica nazionale ed internazionale [...] REPRESSIONE E VIOLENZA sono il tessuto connettivo della nostra società. Ma noi formuliamo come ipotesi generale che vi sia ancora la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema a capitalismo maturo attraverso nuove forme di lotta di classe interna ed esterna (nazionale ed internazionale) e lanciamo l'idea di una UNIVERSITA NEGATIVA che riaffermi nelle università ufficiali ma in forma antagonistica ad esse la necessità di un pensiero teorico, critico e dialettico, che denunci ciò che gli imbonitori mercenari chiamano "ragione" e ponga quindi le premesse di un lavoro politico creativo, antagonista ed alternativo.

Contestazione politica

... Solo il rovesciamento dello stato permetterà una reale ristrutturazione del sistema d'insegnamento [...] Lo studente deve quindi, al di là del suo status, agire, in una prospettiva di lungo periodo, per la formazione (stimolazione) di un movimento "rivoluzionario" delle classi subalterne, che si esprima nella forma organizzativa piú adeguata al nuovo tipo di lotta che si deve condurre...
Noi abbiamo individuato l'Università Negativa come luogo di integrazione politica e analisi critica dell'uso degli strumenti scientifico-tecnici proposti dallo strato intellettuale della classe dominante nelle nostre università.
Ad un uso capitalistico della scienza bisogna opporre un uso socialista delle tecniche e dei metodi piú avanzati.

Forme di contestazione ideologica

... La contestazione ideologica si esplica in forme diverse:
a) Controlezioni e occupazioni bianche. Le controlezioni si tengono di regola, alla stessa ora delle lezioni ufficiali, su argomenti di insegnamento universitario, e tendono a sottrarre a queste, quando lo si ritenga opportuno, la totalità dell'uditorio...
b) Controcorsi: forme piú organiche di contestazione, con finalità meno immediate e spettacolari, che consistono in una piú profonda e consapevole socializzazione politica di studenti già precedentemente sensibilizzati.

Contestazione sindacale

... Vorremmo infine aggiungere [...] che il nostro interesse per il movimento studentesco non implica evidentemente una sopravvalutazione dello stesso.
Il corpo studentesco non può, a nostro avviso, in alcun modo essere considerato alla stregua di una "classe," i cui interessi siano oggettivamente e potenzialmente antagonistici alla attuale formazione economico-sociale...
Consideriamo quindi l'università sí un centro di lotta, ma non il solo, né il principale, comunque non sottovalutabile poiché in essa prende corpo l'operazione livellatrice programmata dal capitale... Un modo per opporsi a questa operazione è il tentativo, portato avanti con gli strumenti da noi individuati, di "sottrarre" al flusso tecnocratico potenziale forze antagonistiche (ANTIPROFESSIONISTI) per affiancarlo non episodicamente alle altre forze antagonistiche della nostra società.
Per questo avanziamo il progetto di una UNIVERSITA NEGATIVA, che esprima in forma nuova nelle università italiane quella tendenza rivoluzionaria che sola potrà condurre la nostra società dalla "preistoria" alla STORIA


(dal libro "Soccorso Rosso")


13 dicembre 2007

Storia delle Brigate Rosse : l'Università di Trento

Per conoscere la genesi delle Brigate Rosse è indispensabile rivolgere alla facoltà di sociologia di Trento, dove crebbero politicamente e si imposero come quadri dirigenti Margherita Cagol e Renato Curcio, una particolare attenzione.
L'ISSS (Istituto superiore di studi sociali) sorge a Trento nel 1962 per iniziativa diretta del gruppo dirigente democristiano della provincia. Finito il periodo di ricostruzione, l'Italia sta attraversando il boom economico che "segna il passaggio da una fase capitalistica a una di capitalismo maturo, in cui la struttura del potere industriale non si limita piú ad esercitare il suo dominio totalitario soltanto sulle fabbriche, ma tenta sempre píú decisamente di estendersi verso il controllo rigido ed autoritario di tutti i meccanismi del sistema.” Sorge pertanto per il capitale la necessità di un maggior controllo sulla classe operaia e sugli altri strati sociali, nel quadro della cosiddetta "razionalizzazione neocapitalistica."
In questo quadro non sono piú sufficienti i tecnici tradizionali, ma occorrono tecnici di tipo nuovo, "ingegneri sociali" (sociologi, antropologi, psicologi, ecc.) che, allo stesso modo in cui l'ingegnere tradizionale conosce e utilizza in senso produttivo ogni parte della macchina, sfruttino ogni parte dell'uomo, carne e nervi. La sede di Trento, scelta perché considerata "zona tranquilla," costituisce oltretutto un terreno di incontro favorevole tra autorità politiche ed accademiche. Tuttavia, allo scopo di incrementare il numero degli iscritti, vengono ammessi per la prima volta in una facoltà diversa da quelle di economia e commercio e di agraria anche gli studenti provenienti da istituti tecnici; errore imperdonabile che il sistema pagherà molto caro, perché questi ultimi presto porteranno tutto il peso della loro origine di classe.


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(Una chicca : Curcio è stato arrestato; Rostagno è stato ucciso in un agguato di mafia; ma chi
dei tre ha fatto proprio una fine di merda ? )




Anche a Trento, come in tutte le università italiane, c'era una volta il parlamentino degli studenti: l'ORUT, il quale tuttavia non organizzava alcuna lotta vincente, nemmeno sul piano rivendicativo-sindacale. Alla fine del 1965, viene presentato un DDL che declassa la laurea in sociologia in laurea in scienze politiche ad indirizzo sociologico. Il 24 gennaio 1966, l'assemblea generale (istanza quasi inedita per quei tempi) decide, per protesta, l'occupazione della facoltà che termina il 10 febbraio 1966.
La lotta conclusasi con una vittoria sull'obiettivo corporativo della laurea, è rilevante perché rende manifesto lo svuotamento dei parlamentini, dà agli studenti la coscienza della propria forza, valorizza una forma di lotta quasi nuova, l'occupazione, praticata fino ad allora solo in alcune facoltà di architettura. Tuttavia, "una volta conquistata la laurea in sociologia, non sono affatto risolti tutti i problemi riguardanti la struttura di potere dentro l'istituto, l'impostazione scientifico-culturale dei corsi, l'organizzazione accademica e la finalizzazione professionale della facoltà.”[2] La situazione è matura per la seconda occupazione, sempre su obiettivi corporativi (si chiede che alla stesura dello statuto della facoltà partecipino pariteticamente gli studenti), che si conclude con una vittoria.
Finalmente, durante la prima metà del '67, si registra un salto qualitativo: non piú obiettivi corporativi. La lotta viene centrata sulla tematica dell'antimperialismo. Gli studenti escono dal ghetto dell'università e per una settimana, dal 12 al 18 marzo, l'intera città è investita da una serie di iniziative di solidarietà con il Vietnam. Nell'università viene proclamato uno sciopero politico di due giorni. Durante un'affollata assemblea, tenutasi il primo giorno di sciopero, il direttore dell'istituto chiama per la prima volta ingenti forze di polizia. Uno ad uno gli studenti sono trascinati, fotografati, schedati e denunciati, col risultato di provocare un salto enorme di coscienza politica: si fa strada in molti la convinzione che il vero nemico non è l'autorità accademica ma il potere in tutte le sue articolazioni statuali. L'anno accademico successivo, il '67-68 non può di fatto neppure aprirsi: l'assemblea generale proclama uno sciopero "attivo" che ha il merito di spazzare via completamente l'ORUT. Durante questa fase il MS matura un radicale salto qualitativo, che lo conduce, sul piano dell'analisi sociale, a superare il momento sindacale, per recuperarlo ed inglobarlo in un disegno politico di piú ampia dimensione

(Dal libro "Soccorso Rosso")


21 ottobre 2007

Attentato all'arrivo in Pakistan della leader dell'opposizione

Kamikaze: "Stasera mi Bhutto..."


22 settembre 2007

Antecedenti delle Brigate Rosse ? La Volante Rossa

 

Nel frattempo si consuma l’avventura della “Volante Rossa” :

Nel febbraio 1949 sale alla ribalta della cronaca la Volante Rossa, una formazione che già da due anni operava nel milanese, ed in particolare a Sesto San Giovanni. Le azioni sono essenzialmente di "giustizia popolare" e tendono a colpire fascisti e dirigenti d'azienda: le pene inflitte vanno dal pestaggio alla gogna, fino all'uccisione. Una "sentenza di morte" viene pronunciata ed eseguita a Milano a carico del fascista Felice Ghisalberti, ritenuto responsabile dell'uccisione di Eugenio Curiel e assolto da un tribunale.

La Volante Rossa non firma le proprie azioni. Tale sigla sarà infatti scoperta molto tardi, nel gennaio 1949, quando in seguito ad una perquisizione personale viene trovata nelle tasche di un membro dell'organizzazione un foglietto con l'inno della "Volante Rossa."
L'unica loro firma, a quanto si sa, era stata lasciata, in modo beffardo e singolare, in occasione della gogna inflitta all'ingegner Tofanello, dirigente d'industria, abbandonato in mutande in piazza del Duomo a Milano, cui vennero restituiti gli indumenti ed i valori accompagnati dal biglietto. "È stata data una lezione. Un gruppo di bravi ragazzi." È accertata l'appartenenza al PCI della totalità o quasi dei militanti della Volante Rossa. Il loro luogo di ritrovo piú frequente è la Casa del popolo di Lambrate.

Il capo "Alvaro" si chiamava in realtà Giulio Paggio, ed era stato al tempo della Resistenza giovanissimo comandante di formazioni garibaldine nell'Ossola, nel Gallaratese ed anche a Milano.

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Il PCI tiene un atteggiamento che, nel corso di un mese, va via via mutando. All'inizio grida alla montatura. Saverio Tutino sull"'Unità" definisce tutto quanto "una indegna campagna della stampa anticomunista istigata dalla polizia per gettare fango sui partigiani e sulla Resistenza."
Piú tardi, quando i fatti cominciano a mostrare la loro evidenza, il PCI corregge il tiro e distingue quelli che per antica milizia comunista e popolarità sono inattaccabili, dai restanti componenti della formazione armata.

I primi vengono comunque scaricati ed abbandonati al loro destino: "Il partigiano Giulio Paggio, detto Alvaro, risulta essere effettivamente iscritto al partito ma non ha mai avuto incarichi dirigenti [...] la federazione del PCI non intende dare un giudizio sulla posizione giuridica del partigiano Giulio Paggio, essendo questo di esclusiva competenza della magistratura."
I secondi vengono attaccati con le piú infamanti insinuazioni. Cosí scrive sull"'Unità" Saverio Tutino riferendosi ad un partigiano che aveva già conosciuto l'amara esperienza del confino: "Fu a Ventotene come confinato politico nel periodo fascista. Chi gli fu vicino tra i veri antifascisti lo ricorda come sospettato di appartenere all'OVRA e unito ai confinati per spionaggio e attività di provocazione."


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16 settembre 2007

"Soccorso rosso" : la storia delle prime Brigate Rosse (seconda puntata)

Antecedenti ? 


Anche per i fatti di Schio il Pci accusa dei presunti bordighisti
 

A Schio, una zona del vicentino nella quale era stata particolarmente cruenta la lotta ed alto il prezzo pagato dai partigiani, i fascisti continuano ad avere, dopo il 25 aprile, la vita facile: "I tribunali del luogo e di Vicenza, le autorità di polizia sono [...] straordinariamente indulgenti verso i fascisti [...]. Ne avevano già scarcerati 300 e promettevano ai rimanenti che presto sarebbe giunto il loro turno.”

È a questo punto che alcuni partigiani ritengono sia il momento di praticare in prima persona la "giustizia popolare."

La notte del 6 luglio 1945 alcuni compagni penetrano nel carcere di Schio. Dopo aver separato i prigionieri comuni dai politici e istruito un sommario processo ai detenuti fascisti, giustiziano a raffiche di mitra quelli ritenuti piú colpevoli. Il risultato: 53 morti e 20 feriti. Anche se l'azione viene salutata con un certo sollievo da molti partigiani, "l'Unità" la bolla come "un gesto di pochi irresponsabili, trascinati da un impeto di bestiale furore.”


Lo stesso giornale non esita a denunciare e a screditare agli occhi dei lettori, come presunto responsabile, un partigiano che in passato aveva conosciuto la milizia clandestina, il carcere, l'esilio e la Resistenza: "Da qualche settimana ci dicono i nostri compagni, alcuni rappresentanti di un sedicente partito internazionalista [...] stanno svolgendo tra le masse operaie e tra i partigiani una attiva propaganda di tipo trotskista-bordighista [...] Sembra che il principale propagandista sia un certo Salvatori. Salvatori fino al 1929 fu membro del nostro partito. Arrestato ebbe un contegno pavido che gli valse il disprezzo dei nostri compagni. Durante gli anni di carcere fu tenuto a distanza. Scontata la pena conservò un sordo rancore contro il nostro partito, e fece parte in Francia di gruppi trotskisti [...] Rientrato a Schio, Salvatori è penetrato in alcuni ambienti partigiani [...] ha sfruttato il loro stato d'animo per istigarli alla violenza."

 

E’ addirittura il Partito socialista di Pertini (un riflesso condizionato contro i comunisti? Un atteggiamento che Craxi all'inizio avrà anche verso le Brigate Rosse ?) a difendere i tre partigiani accusati dell’eccidio di Schio:


Ben diverso è l'atteggiamento del Partito socialista, che prende la difesa dei tre partigiani condannati a morte per l'eccidio: "'Fate giustizia dei tedeschi e dei fascisti' diceva radio Londra 'e presto verrà la vostra liberazione.' I partigiani non sanno troppo di leggi, di codici e di doppi giochi [...] Tre uomini attendono che il loro destino si compia. L'anno scorso, di questi giorni, erano sulle montagne a fare le fucilate contro i tedeschi. Ora le fucilate le aspettano dagli inglesi. Ma questa volta non ci sono piú le meravigliose bugie di radio Londra."

La popolazione del luogo si schiera in massa, con scioperi e manifestazioni, a favore dei tre partigiani, tanto da preoccupare gli stessi giornali inglesi: "A Schio si dice senza troppe reticenze che se i condannati verranno fucilati, l'imminente inverno da quelle parti sarà alquanto brutto."


15 settembre 2007

"Soccorso rosso" : la storia delle prime Brigate Rosse (prima puntata)

 
Il testo “Soccorso rosso” della Feltrinelli, è uno dei primi studi organici delle Brigate Rosse, che considera le Brigate Rosse  un fenomeno non isolato  che trae origine dal convincimento di studenti, operai di essere stati traditi dai propri gruppi dirigenti. Si tratta di un fenomeno che può essere definito come estremismo o massimalismo.

Ma citiamo direttamente dal testo alcuni brani interessanti su quelli che il libro considera i precedenti di un certo modo di fare lotta di classe :


Il Pci accusa i massimalisti di bordighismo

A Torino nel 1944 si pubblica "Stella Rossa" che si dichiara "organo del PCI di cui rappresenta la corrente critica dal punto di vista della classe" e che scrive: "Non basta [...] ricostruire lo stato borghese antifascista, ma occorre invece costituire la repubblica sovietica italiana." Con estrema durezza replica Pietro Secchia che, nell'articolo Sinistrismo maschera della Gestapo!, accusa senza mezzi termini i compagni di "Stella Rossa" di essere bordighisti al servizio della polizia fascista. Tuttavia, a dispetto delle incaute considerazioni di Secchia, l'intero movimento rientrerà a febbraio del 1945 nel PCI, dove sarà bene accetto, portando, se non altro, un notevole contributo di uomini: "Stella Rossa" contava nel 1944 a Torino 2.000 aderenti mentre il PCI ne contava 5.000”




Anche in Sicilia avvengono episodi rilevanti, ma il Pci è spietato :

L'altro episodio rilevante accade a Ragusa nel 1945, quando la popolazione scende in piazza per lottare contro il re, gli angloamericani, e il servizio militare obbligatorio. In quest'occasione, alla guida della lotta si pone la locale federazione del PCI, che in tal modo contravviene alle indicazioni del partito trasmesse da Li Causi.

Per quattro giorni, dal 4 al 7 gennaio del 1945, la battaglia armata infuria. Vengono occupati quasi tutti gli edifici pubblici. La rivolta, estesa alle vicine Naro, Agrigento, Monterosso, Vittoria, Comiso e Giarratana, provoca 18 morti tra soldati e carabinieri e 19 tra i manifestanti.
Il 9 gennaio 1945 "l'Unità" sconfessa gli stessi militanti della locale federazione del PCI: "Rigurgiti della reazione fascista. I latifondisti siciliani contro il popolo e contro l'Italia


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