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8 aprile 2009

Andrea Oleandri : vive la France !

 Se c'è una cosa che devo riconoscere ai francesi, è la massiccia dose di "palle" (scusate per il francesismo) che ci mettono quando devono lottare per un loro diritto.
Ce ne eravamo resi conto anche ai tempi del CPE, ovvero la modifica dei contratti di lavoro in chiave liberalizzatrice (un po' come la nostra tanto amata legge 30). Ce ne rendiamo conto quando scendono in piazza per gli scioperi generali, con la bassa dose di crumiraggio.
E soprattutto, ce ne siamo resi conto in questi ultimi giorni con i lavoratori che, messi di fronte al licenziamento, hanno preso a sequestrare all'interno della fabbrica i loro dirigenti e manager.
Pratica di cui tenere conto ma da rafforzare in altra direzione. Di fronte ad industrie e fabbriche che chiudono non perché in crisi, ma poiché rendita e profitto vanno difesi e garantiti (l'Indesit ne è l'esempio più clamoroso), bisogna fare un salto qualitativo nella lotta. A tal proposito mi è tornato alla mente in questi giorni il bellissimo documentario della Klein "The Take - La Presa". Brevemente, parla di gruppi di operai che durante la crisi che colpì l'Argentina alcuni anni fa (la sirena di quanto sarebbe accaduto in tutto il mondo oggi), presero ad occupare le loro fabbriche che il padrone aveva abbandonato, a formarsi in cooperative e a rilanciare la produzione.



Per questo più su dicevo che è necessario un salto qualitativo di quanto sta avvenendo in Francia. Sequestrare i dirigenti per chiedere una contrattazione seria, risulta una pratica fine a se stessa nel momento in cui l'azienda ha comunque deciso di chiudere. Può servire a garantire migliori ammortizzatori, una ricollocazione per alcuni, ma ad evitare tanti licenziamenti, probabilmente no.
Se devono saltare delle teste, queste sono quelle dei manager e non dei lavoratori.
E' dunque urgente che anche in Francia, in Italia e ovunque chiudano fabbriche, i lavoratori si facciano carico di ciò che è loro - una volta si sarebbe detto che i lavoratori si devono impossessare dei mezzi di produzione - rilanciando la produzione, lavorando alla ricerca di un mercato sul quale scambiare i loro prodotti. Del resto, da una parte, senza la necessità del profitto, i prezzi sarebbero più competitivi; dall'altra, i prodotti senza manager e dirigenti, sarebbero comunque di qualità, visto che non è il controllo dall'alto che migliorano gli stessi, ma è il lavoro degli operai che ne fa la qualità.
Ovviamente, come sempre, io posso dire la mia, ma poi sta ai lavoratori organizzarsi direttamente, e al sindacato (posto che ne abbia voglia, altrimenti se ne può fare anche a meno) agevolare e aiutare questa organizzazione, magari lavorando anche per trovare il mercato o l'indotto nel quale vendere i prodotti delle fabbriche recuperate.
La lotta al sistema capitalista e neo-liberista passa anche da qui, dalla messa in discussione del paradigma produttivo – in questo caso – in chiave organizzativa.


1 marzo 2009

Dino Greco : il problema dell'evasione fiscale

 

Naturalmente, non ci passa per la testa di fare del governatore della Banca d'Italia il nostro mentore. Ma fa una discreta impressione ascoltare da quel pulpito l'eloquio, certo prudente e paludato, di un banchiere il quale ci rivela che ne vedremo delle belle, che la caduta occupazionale più pesante è di là da venire, che dunque è indispensabile una riforma organica degli ammortizzatori sociali tale da coprire l'universalità dei lavoratori subordinati, tutelandoli dal rischio della disoccupazione e favorendone il rientro nell'attività produttiva. Infine, che serve una politica di sostegno dei redditi più bassi perché la gente non ce la fa più e la contrazione dei consumi determina un contraccolpo pesante, tanto sulla coesione sociale quanto sull'economia. La quale si avvita a spirale e rischia di precipitare, nei prossimi mesi, in caduta libera. Il fatto è che gli attori oggettivamente chiamati in causa, il Governo, le banche, la Confindustria, stanno adottando comportamenti che, lungi dal costituire la soluzione del problema, ne preparano l'aggravamento. Il governo non sa adottare misure di qualche efficacia redistributiva e incoraggia le più viete pulsioni antioperaie del padronato. Le banche, mentre lesinano il credito alle imprese, a molti mesi dall'esplosione della crisi non riescono (non vogliono) far luce sulla dimensione dei titoli tossici presenti nei loro portafogli, alimentando nei risparmiatori un più che fondato senso di allarme e di sfiducia. Il sistema delle imprese, con in testa la Confindustria, invece di investire su un patto di solidarietà con il lavoro, punta tutte le sue carte sulla deflazione salariale, su un ulteriore impoverimento del sistema di protezione sociale, sulla cronicizzazione del precariato. E ancora, sulla rottura sindacale e sulla revoca del diritto di sciopero: un cocktail micidiale, foriero di conseguenze gravissime per la stessa tenuta democratica del Paese.



Eppure un'altra strada sarebbe praticabile. Si rammenti che l'Italia non è priva di risorse. Tutto il contrario. Ma il nostro è un Paese dove la forbice fra ricchezza e povertà si è allargata a dismisura, dove la dimensione dell'evasione fiscale e contributiva ha raggiunto - come ci ricorda l'Agenzia delle entrate - la cifra strabiliante di 250 miliardi di euro, qualcosa come il 20% del pil. Nei giorni scorsi, Liberazione è tornata ripetutamente su questo punto, documentando come le cospicue somme recuperate all'erario attraverso le attività ispettive (più di 6 miliardi di euro nel 2007), non rappresentino in realtà che una modestissima quota della stessa evasione accertata. Basterebbe (si fa per dire) che l'azione di contrasto e la capacità di riscossione divenissero più efficaci per mettere a disposizione dello Stato uno stock di liquidità di tali dimensioni da alimentare politiche redistributive, il potenziamento del welfare, il sostegno ad uno sviluppo di qualità.
Occorrerebbe conquistare il principio che l'evasione è un furto, un reato penalmente rilevante. Se ciò non avviene non è per ragioni tecniche, ma in virtù di precise scelte politiche e sociali. Non c'è altra plausibile spiegazione al fatto che gli enti preposti ai controlli continuino a non avvalersi delle banche dati disponibili presso l'Anagrafe tributaria centrale. O che persista, ineffabile, il rifiuto dei governi ad introdurre una tassa, anche di limitata entità, sui fantastici patrimoni di tanti strateghi dell'evasione e dell'elusione. E' di qualche significato che persino una modesta proposta, di valore più simbolico che sostanziale, come quella avanzata dalla Cgil di elevare di cinque punti il prelievo fiscale sui redditi superiori ai 150 mila euro, abbia suscitato la sdegnata reazione della Confindustria che senza percezione del ridicolo ha paventato nientemeno quel ritorno alla lotta di classe che essa vorrebbe continuare a praticare unilateralmente. Come si vede, la realtà è più semplice di quanto raccontano, con le terga ben al riparo, certi predicatori dei sacrifici altrui. Lo hanno capito le persone convenute a Roma venerdì scorso. Lor signori siano certi che torneranno.


28 febbraio 2009

Castalda Musacchio : Fiat, Pomigliano scende in piazza per il lavoro

 

«Il lavoro è dignità non carità». Si sfila, si sfila in un corteo che si è snodato per tutta Pomigliano. Dietro lo striscione che ha aperto la manifestazione, i gonfaloni di Acerra, Castello di Cisterna, San Giorgio a Cremano, Camposano, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, Pompei, Brusciano, Marano. Il perché, lo spiega il sindaco Antonio Della Ratta: «L'eventuale chiusura di questo stabilimento Fiat non riguarda solo Pomigliano d'Arco ma l'intera provincia di Napoli». E così, accanto agli operai, alle famiglie, agli studenti, ci sono le suore dell'oratorio salesiano, le operatrici sociali del Don Bosco, i rappresentanti del laboratorio artistico culturale «don Carlo Carafa» di Mariglianella. Arriva tra gli applausi il vescovo di Nola Beniamino Depalma. E al passaggio del corteo si serrano le saracinesche, si tirano fuori le bandiere dai balconi, tutti gli esercizi commerciali sono rimasti chiusi a dimostrazione che quella di ieri è stata - come sottolinea non senza orgoglio Gianni Rinaldini, il segretario generale della Fiom-Cgil - «la prima grande manifestazione di popolo, la protesta di un'intera comunità». Dario Fo e Franca Rame hanno inviato i loro messaggi di solidarietà. Enzo Gragnaniello, Gino Rivieccio, Tony Cercola, Enzo Avitabile sono solo alcuni degli artisti che si sono uniti a «una causa che è di tutti noi». 



Ieri, a Pomigliano, c'è stata «la prima grande risposta sociale alla crisi» annota Rinaldini. E sventolano le bandiere della Fiom, della Fim, della Uilm, dell'Ugl, della Fismic, dei Cobas ma anche di Rifondazione, di Sinistra democratica, dei Comunisti italiani. «Una protesta così - continua Franco Bruno della Fiom - non si vedeva dal 1964. Questo dovrebbe far capire al governo che ogni intento di fermare i lavoratori è vano». La risposta di Pomigliano è stata quella corale di un'intera cittadinanza di fronte alla gravissima situazione determinatasi nella filiera dell'auto; ma, soprattutto, a causa di quella Cassa integrazione ordinaria attuata dalla Fiat nello stabilimento intitolato a Giambattista Vico.
I programmi di Cassa integrazione - spiegano dalla Fiom-Cgil - arrivano fino al 19 aprile. Negli ultimi mesi gli operai hanno lavorato, nei casi migliori, una settimana al mese. Il che significa per circa 20mila famiglie (5mila dipendenti della Fiat Auto e oltre 15mila dell'indotto, ndr) sopravvivere con poco più di 750 euro al mese. «Come si fa? Come possiamo farcela?» dicono le donne in piazza. «Vogliamo un piano industriale» gridano gli operai. «Pomigliano non si tocca» si legge sui cartelli portati in spalla. O ancora: «Sono stato deportato con un accordo sindacale al reparto confino di Nola».
«Cosa dice questa manifestazione?» si chiede Rinaldini. «Credo dica due cose», spiega. «Primo: chi pensa di chiudere Pomigliano se lo tolga dalla testa. Secondo: la nostra forza è nell'unità di tutti i lavoratori del gruppo Fiat». E' chiaro, il settore dell'auto è in crisi, e Pomigliano non gode degli incentivi previsti dallo Stato per altri stabilimenti. «La General Motors - annota ancora il segretario Fiom - è sull'orlo della bancarotta. Per questo non si possono mettere i lavoratori gli uni contro gli altri». E, precisa, debbono essere tre gli obiettivi. Il primo, relativo agli ammortizzatori sociali, per chiedere che si torni a rialzare l'erogazione della Cig fino all'80% della retribuzione. Il secondo: è che anche la Fiat faccia la sua parte, vale a dire investa di più nel Gruppo. Terzo: «Vogliamo un negoziato vero. Un negoziato con l'azienda, con il Governo» conclude Rinaldini. La Fiat - urlano i lavoratori - debbono spiegare quali sono le "mission" dei singoli stbailimenti. E il Governo deve convocare un incontro. «Scajola - dicono dalla Cgil - ha detto di voler convocare i sindacati per il 10 marzo». Eppure, ai diretti interessati non è ancora giunta alcuna notizia. Del resto, è noto, che, per far fronte alla domanda di "Grande punto" a metano sostenuta dagli incentivi del Governo, la Fiat ha deciso di distaccare nello stabilimento di Melfi 300 lavoratori di Pomigliano e di portare da 16 a 24 ore lo straordinario che sarà svolto nella fabbrica lucana in due giornate di sabato. A dare la notizia è stato il segretario generale della Basilicata della Fim-Cisl, Antonio Zenga.
Zenga, che ha parlato di «doppia notizia positiva» per la Fiat di Melfi, ha detto che si tratta di «un altro segnale incoraggiante, che va in controtendenza rispetto a quanto si profilava solo poche settimane fa. Gli incentivi stanno funzionando - ha concluso il dirigente della Fim - e il mercato si sta lentamente riprendendo». Non per Pomigliano però, dove la situazione è diversa e ben più complessa.
Le notizie che giungono dall'azienda certo non rassicurano.
L'ultima, anticipata dalla Fismic, è che tutto lo stabilimento di Mirafiori si fermerà nelle prime due settimane di aprile per la Cassa integrazione. Il provvedimento interesserà circa 6mila lavoratori delle Carrozzerie, delle Presse e delle Costruzioni e Stampi. «Questo dimostra - commenta il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - che gli incentivi sono utili, ma non risolutivi. La Fiat non può sottrarsi alle sue responsabilità e a un confronto, mentre il governo deve incalzare l'azienda sugli impegni che riguardano il Paese, la tutela di tutti i siti produttivi e i nuovi prodotti per il futuro dell'occupazione». Ed è proprio questo quello che chiedono i lavoratori di Pomigliano. «Questi operai - commenta Paolo Ferrero, Prc - chiedono chiarezza e risposte sul loro futuro. Il governo e la Fiat devono darle e immediate. Non si può scaricare su loro il prezzo della crisi. Per questo oggi - continua - sarò a Torino nella protesta indetta dalla Cgil per la "marcia per il lavoro e in difesa del contratto"».
Il rintocco delle campane delle chiese della cittadina del napoletano segue con ritmo cadenzato il passaggio dei manifestanti. Il corteo si snoda lentamente per le strade della città. Uno sciopero - dicono anche dalla "Rete28Aprile" - che è stato davvero generale, "nel senso antico", con tutte le fabbriche, le attività, i negozi chiusi, un segno che la lotta dei lavoratori Fiat «può vincere».


28 febbraio 2009

Michela Valeri : tagli alla Thyssen, no dei sindacati

 <<No» secco dei sindacati metalmeccanici e delle Rsu della Tk-Ast di Terni all'ipotesi di 1.500 esuberi avanzata - secondo la Fem, il sindacato europeo di settore - dal cda dalla Steel, la società che controlla Thyssen Krupp, per le aziende tedesche del gruppo, con ristrutturazioni in vista anche nei siti italiani e francesi. In una nota congiunta, Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil, Fismic e Ugl, insieme alle Rsu del gruppo Thyssen Krupp Acciai speciali Terni e delle aziende che lavorano in appalto, «respingono con fermezza ogni ipotesi che possa riguardare eventuali e ulteriori riorganizzazioni e ristrutturazioni con esuberi di lavoratori nelle diverse aziende del gruppo». Riconfermano «la piena validità delle intese e degli accordi sottoscritti nelle settimane scorse per le modalità di gestione della cassa integrazione come strumento per affrontare la crisi economica e produttiva che investe le produzioni del gruppo, nella difesa dei livelli occupazionali e salariali». I sindacati di Terni, inoltre, «ritengono gravissimo ed inaccettabile quanto sta accadendo in Germania», anche per le «eventuali ricadute che potrebbero interessare altri siti europei e, per l'Italia, la Berco di Ferrara e la Tk-Ast di Terni». Sono infine gli stessi sindacati ad annunciare per martedì prossimo il previsto incontro con l'amministratore delegato di TK-Ast, Harald Espenhahn, per la verifica della situazione aziendale.
Più in generale sulla crisi, la Cgil è tornata ad attaccare il Governo e la sua politica dei rinvii. «Ritengo che il governo ha pensato di affrontare la crisi senza spendere, e peggio ancora senza un'idea in testa», ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, concludendo un convegno sul Mezzogiorno a Brindisi. «Questo governo - ha proseguito - è molto algido, pontifica molto ma non sta vicino alle piccole e medie imprese». «Perchè aspettare febbraio - ha aggiunto riferendosi ai settori in crisi, in particolare a quello dell'auto - non si potevano decidere gli aiuti a novembre? perchè arrivare sull'orlo del precipizio?». E la politica dei rinvii sembra non avere termine. Ieri il Cipe ha posticipato ogni decisione sulla ripartizione delle risorse per le opere pubbliche. 



Critico il giudizio del sindacato.
«L'ennesimo rinvio della decisione del Cipe sulla ripartizione delle risorse destinate alle infrastrutture conferma il fatto che il Governo non tiene in dovuto conto la gravità della crisi e gli effetti che produce sull'economia e sui lavoratori del settore edile, una gravità che invece richiederebbe interventi urgenti e tempestivi», ha affermato il segretario generale della Fillea Walter Schiavella. «Inoltre, se venissero confermate le anticipazioni apparse in questi giorni sugli organi di stampa ed alcune affermazioni del Ministro Matteoli nel merito delle scelte che assumerà il Cipe, saremmo di fronte a decisioni non solo tardive, ma insufficienti nella entità delle risorse e soprattutto nella effettiva disponibilità di cassa per il 2009, oltrechè squilibrate nella definizione delle priorità delle opere da realizzare, che finirebbero per l'ennesima volta per penalizzare il Mezzogiorno», ha aggiunto. Per Schiavella, infatti, non ci sarebbe traccia «di quelle opere davvero in grado di migliorare la qualità della vita delle comunità del territorio, come l'alta velocità sulla tratta Napoli Bari, la 106 jonica, la circumetnea, mentre si ripropongono cattedrali nel deserto come il Ponte sullo Stretto di Messina». Buon viso e cattivo gioco da parte del sindaco di Milano Letizia Moratti, per possibili ripercussioni sull'Expo. «Non sono assolutamente preoccupata - ha affermato a margine dell'inaugurazione dell'anno dello sport a Milano - ho parlato a lungo con il ministro Matteoli il giorno prima della riunione del Cipe e sono felicissima di quello che verrà portato al prossimo Cipe». Letizia Moratti ha voluto inoltre precisare che l'annullamento della seduta del Cipe è stata legata soltanto alla improvvisa scomparsa della sorella del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. «Come sapete il Cipe è stato spostato - ha detto il sindaco di Milano - per un lutto del presidente del Consiglio e non per altri motivi».


3 gennaio 2008

Moratori ce salutant

Nel teatrino della politica italiana Giuliano Ferrara svolge l'utile e idiota funzione del guastatore : come un personaggio del fumetto "Thor" dell'allora editrice Marvel-Corno, e cioè Volstagg il vanaglorioso, egli prende i media a panzate, calando una cagata enorme sul dibattito pubblico, mentre complici più silenziosi dell'uno e dell'altro schieramento politico fanno il lavoro di sostanza, debellando i loro potenziali avversari. Ieri infatti si parlava di una moratoria riguardante l'aborto, che non si sa cosa voglia dire, perchè nel caso della pena di morte è lo Stato a fare un po' tutto e dunque lo Stato può fermare le esecuzioni, ma nel caso dell'aborto i soggetti coinvolti sono moltissimi e allora chi controlla chi...




Al tempo stesso sempre ieri a Bonanni che ripeteva il populistico tentativo dei sindacati di aumentari i salari diretti diminuendo quelli indiretti, il silenzioso Tiziano Treu ribadiva che bisognava cambiare la struttura dei contratti. Questa, signori, è la partita seria che si gioca in questo paese e Ferrara dei nascituri se ne strafotte. Ovviamente la sinistra va a difendere il bidone vuoto (sarebbe per la reazione una battaglia persa in Polonia da quella Chiesa che ha sconfitto il comunismo), mentre lascia alla mercè degli avversari punti ben più deboli delle nostre difese di principio.
Intanto hanno celebrato il funerale dell'ultimo operaio morto. Mentre i nascituri attendono, i moratori ce salutant


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